Mi avvicino a voi in punta di piedi.
Quello che state vivendo è al di là dell’immaginabile. Il dolore di questi giorni rimbomba fino alla steppa mongola, per il momento graziata dal flagello che state vivendo lì. Vivere in un Paese grande 5 volte l’Italia con appena 3,5 milioni di abitanti, con immensi spazi vuoti e aridi che separano un villaggio dall’altro, in questo momento ha i suoi vantaggi. Qui la chiusura delle scuole è iniziata a fine gennaio, seguita a ruota dalla sospensione di qualsiasi attività pubblica. Da quasi due mesi celebriamo messa solo noi padri e suore, senza poter accogliere nessuno. Ma qui all’isolamento uno si è già dovuto abituare e per ora non ci sono emergenze sanitarie.
Amici e conoscenti mongoli mi chiamano per manifestare solidarietà al popolo italiano. Le notizie del telegiornale di Ulaanbaatar mostrano un’Italia colpita a morte, che fa di tutto per reagire. Le forze dell’ordine, qui in Mongolia sempre molto pronte a controllare gli stranieri come noi, sono venute a ispezionarci, dopo che è stato registrato il primo caso di contagio, un cittadino francese; prima di andarsene, mi hanno detto: “Lei che è italiano si ritenga fortunato ad essere qui e non nel suo Paese”. Hanno terribilmente ragione e io francamente mi sento in colpa. Ogni giorno il ministero della sanità mongolo manda in media 3 o 4 sms con istruzioni di comportamento: “Mangiate e riposate bene, evitate lo stress che abbassa le difese immunitarie”.
Poi apro la pagina web di un qualsiasi giornale italiano e mi vengono i brividi: potessero i tanti medici e infermieri italiani riposare un po’ e rinfrancarsi, ma gli ospedali sono ormai insufficienti e mi commuovo a vedere questi nuovi martiri spendersi con tutte le forze per dare sollievo e un po’ di speranza. Mi fanno sentire fiero di appartenere a questo popolo, mettono in luce un’Italia che amo ancor di più, malgrado le sue tante contraddizioni. Sono sicuro che il nostro Paese si ritroverà più bello e forte, il sacrificio di questi uomini e donne e non andrà perduto. Ma intanto si piange e si soffre.
In una situazione del genere non mi sento di fare nessuna riflessione speciale, vorrei solo dirvi che sono con voi e che adoro lo stesso Signore che continua a tenderci la mano da tutti i tabernacoli del mondo, incluso quello della nostra ger-cappella di Arvaiheer e quelli delle chiese italiane giustamente chiuse alle celebrazioni comuni per evitare il peggio.
Il Beato Allamano lo ricordava ai suoi missionari e missionarie: ai piedi dell’eucaristia avrebbero ritrovato coraggio. Invochiamo insieme il dono della guarigione e della liberazione da questo male che ci opprime, seguendo l’invito del salmista: “Sta in silenzio davanti al Signore e spera in Lui” (Salmo 36). Quando qualcuno sta male, gli si sta vicino, senza parlare, ma tenendogli la mano e asciugandogli la fronte, come diceva il beato Pierre Claverie, uno dei martiri dell’Algeria; è lo stesso Gesù che sta soffrendo lì con voi. A Lui guardiamo con la fiducia di chi non ha altri in cui sperare.
padre Giorgio Marengo
15 marzo 2020, da Arvaiheer
In unione con i Missionari e Missionarie della Consolata ad Arvaiheer
Quaresima in quarantena con timore e coraggio!
di padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei Missionari della Consolata
Siamo molto vicini ai nostri parenti, amici e benefattori e ogni persona. Assicuriamo la preghiera quotidiana, e condividiamo profondamente le lacrime e il dolore di tutti e ciascuno, mentre attendiamo con Speranza i giorni in cui potremo tornare a cantare e danzare insieme l’inno alla Vita (a nome dei Missionari della Consolata in Italia e nel mondo).
Carissimi Missionari, parenti, amici e benefattori,
da diversi mesi stiamo vivendo il periodo più devastante della nostra storia, attaccati da questo nemico sconosciuto, piccolissimo, nascosto: il coronavirus. E, mentre tutti cerchiamo di obbedire agli ordini dei governi che, consigliati dagli scienziati, cercano di arginare il flagello, la preoccupazione aumenta e, a volte, diventa paura. Siamo preoccupati per la nostra comunità, per la nostra famiglia, per la comunità della missione in cui viviamo, per gli amici e certamente anche per noi stessi. Siamo preoccupati ora per l’Italia e l’Europa, ma pensiamo anche a che cosa capiterà fra poco, quando questo micidiale virus dilagherà negli altri paesi, negli altri Continenti. Ci domandiamo tutti, che ne sarà di noi? Che ne sarà della nostra vita? Che futuro ci aspetta? Queste ed altre domande maturano dentro di noi in questi giorni e non abbiamo risposta.
L’emergenza causata dal micidiale virus, che dilaga e infetta ovunque e chiunque nel mondo intero, genera una situazione talmente nuova che neanche in caso di terremoti, o conflitti era stata mai vissuta. In guerra ci si può salvare fuggendo, scendendo nei rifugi, ma con il virus questo non è possibile, non esistono vie di fuga, e l’unica difesa è di impedirgli di diffondersi, attraverso la restrizione dei normali comportamenti, evitando il più possibile ogni contatto tra gli individui. Se durante la guerra le persone trovavano conforto andando a pregare in chiesa, ora con il virus non si può; le chiese restano chiuse perché altrimenti diventano luoghi privilegiati di contagio.
In questo modo il nostro bizzarro isolamento ci mette in rapporto non solo alle persone con le quali lo condividiamo materialmente, ma con altri, altri sconosciuti e fratelli al tempo stesso. La lezione tremendissima del virus ci introduce forzatamente nella porta stretta della fratellanza universale. In questo strano e surreale isolamento noi stabiliamo una inedita connessione con la vita del fratello sconosciuto e con quella più ampia del mondo, ci sentiamo veramente missionari. Indubbiamente ciò che è male rimane male e ciò che è emergenza rimane emergenza. Ma anche un fatto in sé doloroso e molto negativo assume un valore differente per la nostra vita dal modo in cui noi lo viviamo, scegliamo di viverlo e, come credenti, cerchiamo di comprendere come attraversarlo alla luce della Parola di Dio. Allora anche il tempo del Covid-19 può diventare un’occasione per riscoprire alcuni aspetti della nostra fede, mentre la Quaresima che stiamo vivendo può insegnarci ad attraversare il difficile deserto del Coronavirus.
La quarantina della quaresima ha qualche cosa da dire alla quarantena del virus. La Chiesa nella sua storia bimillenaria per questo tempo liturgico ha sempre indicato dei “rimedi”, delle “medicine” per attraversare il deserto quaresimale e giungere, rinnovati e “guariti” dalle nostre ferite, a celebrare la vittoria pasquale: l’ascolto della Parola e la preghiera, il digiuno, la carità. Non potrebbero essere anche queste “medicine” quaresimali ad indicarci come vivere questo tempo così difficile anche per la fede. Invece di protestare per la ragionevole e doverosa sospensione delle celebrazioni pubbliche, per il bene nostro e degli altri, non si potrebbe “rispolverare” alcune pratiche che ci vengono dalla sapiente tradizione cristiana? Forse allora anche la quarantena potrebbe dire qualche cosa alla nostra quarantina e “costringerci”, come spesso accade quando si è necessariamente ridotti all’essenziale, a riscoprire alcuni elementi fondamentali della fede.
Concludendo vorrei ricordare a tutti noi alcuni punti fondamentali e invitare a rispettarli in toto con impegno e amore.
Rispetto e applicazione totale di tutte le norme che vengono dai nostri Governi e dalla Chiesa ufficiale: lavarsi le mani più volte a giorno, non creare assembramenti, non uscire di casa, pregare rispettando la distanza consentita tra le persone…
Usare bene il tempo, non sprecarlo. Approfittare di questo tempo a disposizione per dedicarlo a qualche cosa di utile e importante per noi.
Pregare per tutti, pregare molto, aiutati dalla Parola di Dio che in questo tempo di quaresima è particolarmente significativa.
Essere solidali con gli altri, vicini e lontani. Non potendo incontrarsi concretamente, possiamo essere vicini agli altri con dei messaggi sms, con la preghiera, con la disponibilità a piccoli servizi possibili.
Avere migliore cura di noi, per il nostro bene e per il bene degli altri.
Pensare agli anziani facendo tutto il possibile per proteggerli e per proteggere chi in questo momento è più vulnerabile.
Voler bene all’altro significa tutelarlo, rispettarlo, proteggerlo. L’amore al tempo del coronavirus significa l’attenzione nei confronti di coloro che non hanno nessun titolo e sono più poveri.
Rimettere in ordine la nostra vita, la nostra scala di valori per scoprire quel che veramente è importante.
Ricordarsi di riconnettersi con la Terra e con l’ecosistema: solo rispettandone l’equilibrio ne saremo rispettati e saremo preservati.
Non dimenticare che siamo connessi per davvero e non solo in rete, i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca.
Carissimi, per il momento, considerando le informazioni che possediamo, abbiamo una comunità attaccata dal virus e in quarantena (…). Certamente il pensiero e la preghiera vanno per loro e per tutti quelli che appartenenti alla nostra famiglia della Consolata sono stati colpiti dal virus o sono nel timore che arrivi devastante. Il pensiero e la preghiera vanno anche ai nostri missionari e alle nostre comunità che vivono in Continenti e paesi poveri, meno strutturati a livello della sanità. È il momento di stare lontani tra noi fisicamente ma vicini come non mai con il cuore. È il momento di preoccuparci di tutti, è l’ora della consolazione. Che San Giuseppe sia e ci faccia custodi di tutti!
La paura nasce da un pericolo che vedo. La paura è utile perché mi avvisa che c’è da fuggire o da combattere.
L’angoscia nasce da un pericolo che non vedo. Non so dove fuggire. Non so come combattere.
La diffusione del Covid-19 provoca angoscia, perché non so da dove arriva, non so come difendermi.
Perché forse ce l’ho anche dentro di me. Mi fa intuire che il «male» può abitare pure in me, io stesso ne posso essere veicolo, oltre che vittima.
Una scorciatoia per neutralizzare l’angoscia (con il suo nemico sfuggente e indeterminato) è trasformarla in paura individuando un nemico contro il quale convogliare le mie energie.
Che il nemico sia reale o del tutto immaginario, o una via di mezzo, non importa.
Il nemico mi serve per non sentirmi perso, per avere l’illusione che l’esistenza, in fondo, è un oggetto abbastanza chiaro, lineare, dominabile, risolvibile.
Così, in questi giorni, sentendo montare l’angoscia dentro di me, sto cercando il nemico: prima era «il cinese», oggi, a seconda dei momenti e dei punti di vista nei quali mi pongo, sono «le frontiere aperte» e «l’assenza di sovranità», oppure «la finanza e le lobby internazionali», «i governi Pd-Pdl che hanno tagliato la sanità», «l’industria bellica degli Usa per distruggere la Cina… o quella cinese per distruggere l’Occidente», «l’Europa» e «l’asse franco tedesco che vuole mettere in ginocchio l’Italia», «gli allarmisti», «gli irresponsabili che non stanno a casa», «le multinazionali del farmaco», e così via.
Provare a gestire l’angoscia mi pare una pratica sana, ma la gestione non è semplice, né scontata, né spontanea.
Il primo passo forse può essere quello di rendermi conto che l’angoscia c’è, poi quello di capire da dove proviene (dall’incertezza, dalla strutturale precarietà dell’esistenza, dall’illusione del controllo…), poi quello di accettare sia l’angoscia che la precarietà dell’esistenza e l’assenza di controllo, infine quello di capire che non sono solo, che posso attraversare il male insieme agli altri, e che tutto sta dentro un quadro più ampio, di cui non vedo i confini, un quadro amato e sostenuto da Qualcuno.
Cedere alla tentazione d’individuare un nemico contro il quale scagliarmi, rischia di distrarmi dalla lotta più importante, che non è quella contro chi m’immagino voglia darmi la morte, nemmeno quella contro la morte, ma quella contro il terrore della morte. Non è la lotta contro la fragilità della condizione umana, ma quella contro il rifiuto della fragilità. E io so che il terrore, il rifiuto, la disperazione possono colpirmi più duramente se mi distraggo. La lotta più importante è quella interiore per accettare e accedere a ciò che sono e a ciò che l’umanità è. È quella per tessere e ritessere alleanze: con tutti e con tutto. È quella per rimanere aperto all’altro, accompagnato dall’Altro.
di Luca Lorusso
Kazakistan: LA GRAZIA DELL’OSPITALITÀ E DELLA BENEDIZIONE
4 marzo 2020
L’inizio della nostra presenza in Kazakistan l’abbiamo vissuta all’insegna della benedizione e dell’ospitalità. Siamo arrivate all’eroporto di Almaty alle 00:50 del 29 di febbraio. Eravamo partite dall’Italia con la convinzione di dover fare la “quarantena” a causa del coronavirus ed eravamo disposte a farla pur di partire per la missione tanto attesa nel cuore. Invece abbiamo superato tutti i controlli! Abbiamo sentito la forza della preghiera delle nostre consorelle e la benedizione ricevuta nella Santa Messa celebrata prima della partenza, alle 3 del mattino da P. Germán Arana, SJ, nella cappella di Nepi, accompagnata dalla Direzione generale, dalla comunità del Kirghizistan e da altre sorelle in Nepi.
All’arrivo ci attendevano due sacerdoti della diocesi di Almaty Don Szymon Grzywinski, polacco, e Don Gregorio Perez, spagnolo, tutti e due abitano nella parrocchia di Kapchagay, che dista circa 70 km da Almaty. I primi giorni vivremo a Kapchagay fino a quando procureremo ciò che è necessario per preparare la nostra casa in Janashar.
Sabato 29 di febbraio, il giorno in cui siamo arrivate, è una data cara per la Chiesa in Kazakistan. Si commemorano i 25 anni della consacrazione dell’Asia Centrale alla Beata Vergine Maria, Regina della Pace e patrona del Kazakistan. Per noi figlie della Consolata è stato un segno di conferma della sua presenza e della chiamata come famiglia religiosa in mezzo a questo caro popolo.
Alla sera ci siamo unite alla comunità cristiana di Kapchagay, una trentina di persone, la maggioranza bambini, per la preghiera del rosario e per la celebrazione eucaristica, la prima in terra kazaka, in un clima fortemente mariano. Alle 20.30 abbiamo pregato ancora con la comunità cristiana, la coroncina della misericordia e ricevuto la benedizione personale con il Santissimo, segno della vicinanza del Signore ad ogni persona. Ci ha toccato profondamente come questa ricorrenza fosse celebrata proprio nel giorno dell’inizio della nostra presenza come Istituto tra il popolo kazako. Veramente il Signore e la Consolata ci hanno preceduto, accolto e benedetto.
Domenica abbiamo raggiunto la nostra comunità cristiana di Janashar, insieme a Don Szymon, il parroco, e al vescovo della Diocesi di Almaty, Mons. Josè Luis Mumbiela Sierra. Ad attenderci c’era una comunità cristiana di una ventina di persone con la quale abbiamo celebrato l’Eucaristia. Lì il vescovo ci ha introdotto alla comunità e ci ha fatto vedere quale sarà la nostra casa, un appartamento al primo piano, sopra ad un ambiente preparato per le attività parrocchiali. Alla Messa è seguito un momento fraterno con dei cibi tipici del posto.
Al pomeriggio con Don Szymon siamo andate a Nura, dove abbiamo celebrato l’Eucarestia nella casa di una famiglia, insieme ad una ventina di persone. Qui ci hanno invitato a cantare e abbiamo intonato un canto in Swahili “E Mama Bikira Maria Consolata”.
Abbiamo incontrato un popolo molto accogliente e generoso. La nonna che ci ha ospitato nella sua casa si preoccupava che avessimo il nostro piatto sempre pieno di ogni bene, che avevano preparato per noi.
Ci chiederete come comunichiamo. Abbiamo studiato un po’ di russo prima della partenza, ma in questo momento sperimentiamo, come tutti i missionari, una bella confusione. Con qualcuno parliamo un po’ di spagnolo, con un altro un po’ d’inglese, con un altro un po’ d’italiano e pratichiamo le nostre piccole frasi in russo. Ci anima però l’ospitalità e l’accoglienza calda del popolo kazako e della piccola presenza della Chiesa, un dono immenso per noi tutte, in questo nuovo inizio.
Grazie di vero cuore per la vicinanza e la preghiera con cui ci accompagnate e i tanti messaggi che ci avete fatto pervenire!!!
Sr Adriana, Sr Claudia, Sr Luisa, Sr Zipporah
Innamorati e vivi
testo di Gigi Anataloni, direttore di MC |
È il tema della prossima «giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri» che si celebrerà il 24 marzo nel 40° anniversario del martirio di sant’Oscar Arnulfo Romero.
Scrive Missio Italia sul suo sito: «Secondo i dati raccolti da Fides, nel corso dell’anno 2019 sono stati uccisi nel mondo 29 missionari […]: 18 sacerdoti, 1 diacono permanente, 2 religiosi non sacerdoti, 2 suore, 6 laici. Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, dal 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica. In Africa nel 2019 sono stati uccisi 12 sacerdoti, 1 religioso, 1 religiosa, 1 laica (15). In America sono stati uccisi 6 sacerdoti, 1 diacono permanente, 1 religioso, 4 laici (12). In Asia è stata uccisa 1 laica. In Europa è stata uccisa 1 suora. Un’altra nota è data dal fatto che si registra una sorta di globalizzazione della violenza: mentre in passato i missionari uccisi erano per buona parte concentrati in una nazione o in una zona geografica, nel 2019 il fenomeno appare più generalizzato e diffuso. Sono stati bagnati dal sangue dei missionari 10 paesi dell’Africa, 8 dell’America, 1 dell’Asia e 1 dell’Europa» (www.missioitalia.it).
La «globalizzazione della violenza» contro i cristiani, è un fenomeno a cui stiamo assistendo con stupore e preoccupazione. Non siamo abituati e non ci abitueremo mai alla violenza contro chi vive la sua fede, ma che in Cina si mettano in prigione senza processo credenti di diverse religioni e si distruggano chiese, è ben noto da anni. Che in Pakistan ragazze cristiane siano rapite giovanissime e costrette a cambiare religione e a sposare il loro rapitore, è storia triste che quasi lascia indifferenti. Pure ben nota è la violenza contro i cristiani in Iraq, Siria e Indonesia, e poi in Libia, Nigeria, Somalia, Mali, Centrafrica e in tanti altri paesi dove il fondamentalismo islamico ha messo radici con Al Qaeda, Isis, Boko Haram e gruppi simili. Niente di nuovo anche circa la situazione in Nicaragua e altri paesi centro americani, dove regimi tutt’altro che democratici non accettano critiche. Stupisce un po’ di più il fondamentalismo induista che è emerso in questi ultimi anni ed è diventato aggressivo e violento contro le minoranze cristiane, islamiche e di cultura tradizionale. Per molti è una sorpresa ancor più grande la violenza del fondamentalismo buddista che si sta estendendo a macchia d’olio nel Sud Est asiatico.
Ma quello che sorprende oggi è la violenza di casa nostra contro chiese, preti e cristiani. Gli attacchi mafiosi contro gli scout in Sicilia, la devastazione dei centri Caritas o di aiuto ai poveri e migranti, le scritte blasfeme sulle chiese, i post ingiuriosi sui social, l’intolleranza verso le posizioni della comunità cristiana e dei suoi pastori sui temi come la vita, la famiglia, la sessualità, l’accoglienza. Questa violenza verbale, e anche fisica, non viene da fondamentalisti di altre religioni, ma da
individui che si ritengono addirittura dei buoni cristiani.
Tutto questo lascia certamente perplessi, ma è anche un segno positivo della vitalità della nostra Chiesa, anche in Italia, capace ancora di testimoniare, senza lasciarsi intimorire, il vero volto di Dio che è amore senza barriere e confini.
Scienza e religione
«La teologia e la religione entrano in gioco quando la scienza non è in grado di spiegare ciò che accade nel mondo». Trovate questa frase a pag. 55 nel contesto di un bell’articolo su religione e scienza. Come ho scritto al nostro collaboratore, la frase è ambigua perché potrebbe essere la base per questa conclusione: quando la scienza riuscirà a spiegare tutto, non ci sarà più bisogno della religione.
L’autore ha concordato sull’ambiguità dell’espressione che voleva invece sottolineare la complementarità e la differenza tra religione e scienza, ciascuna con un proprio ruolo specifico, diverso ma non contrapposto.
Ritengo che la scienza abbia il compito di capire e spiegare il come funziona questo nostro mondo e di dare gli strumenti per una sua corretta gestione. La religione risponde invece ai perché e alle domande di senso, cioè le ragioni e
lo scopo per cui il mondo e l’uomo esistono.
È vero che nel passato la religione ha preteso di controllare la scienza, ma è anche vero che senza gli uomini di religione noi oggi non avremmo la scienza che conosciamo.
La religione da tempo ha smesso di volersi imporre alla scienza e ne rispetta l’autonomia, ma non sembra che tutti gli uomini di scienza si siano resi conto che la scienza non deve diventare una religione, bensì restare tale senza aver la pretesa di avere la risposta a tutto, compreso il senso, lo scopo e lo stile dell’esistenza dell’uomo e del mondo.
Noi e Voi
Dubbi sì, ma poi?
Egregio direttore, premetto che sono abbonato alla vostra rivista da diversi anni e che la considero una delle più interessanti riviste missionarie. Leggendo l’editoriale di novembre dal titolo «dubbi», sono rimasto poco soddisfatto delle conclusioni. Interessanti le varie osservazioni a eccezione di quella sulle diete dove si domanda chi paga il prezzo. Io sono vegetariano e con me tanti amici. Cosa vuol dire con l’affermazione: «Chi paga il prezzo dell’espansione delle monocolture»?
Ma a parer mio, manca la conclusione con un invito a ogni singolo uomo e alle nostre comunità a una riduzione dei prodotti di origine animale, all’utilizzo di vetture a basso consumo energetico, a ridurre lo spreco in queste festività (sprechi nelle decorazioni …) cene varie, all’utilizzo di prodotti non avvelenati, una riflessione sui regali e così via. Tanti saluti e auguri
Daniele Engaddi Pontida (Bg), 21/12/2019
I dubbi sono dubbi, non affermazioni categoriche. Quanto alla domanda sulle monocolture, non vuole essere una provocazione, ma un invito a riflettere, abbandonando posizioni ideologiche. Su questa rivista abbiamo già espresso alcune riserve in merito nella rubrica Nostra madre terra del giugno 2019 dal titolo «L’altra faccia della soia». Ma si possono trovare altri interventi autorevoli nella stampa internazionale.
Grazie dell’invito alla sobrietà nelle festività (non solo nel periodo natalizio e di fine anno) e in tutto quello a esse correlato. Su questo ci trova completamente concordi. Lo spreco è una grande ingiustizia ed è una realtà che esigerebbe una maggior riflessione da parte di tutti, a cominciare dallo spreco del cibo a quello di energia, illuminazione notturna, imballaggi, vestiario, acqua … una lista infinita.
Finché siamo capaci di dubitare e di porci interrogativi c’è speranza. Se poi siamo anche capaci di «conversione», allora sì che c’è futuro.
«Cattolici» vs Francesco
Ho amici, cattolici, che purtroppo se la prendono con il santo padre Francesco, accusandolo di tutto il male che accade dentro la Chiesa, anche di colpe che storicamente non sono certamente sue, e a me queste loro posizioni dispiacciono molto. Tra le varie accuse, ultimamente si è inserita la vicenda del Sinodo amazzonico. In particolare, per loro «motivo di «scandalo» sarebbero le «cerimonie» di adorazione o comunque venerazione di statuette femminili, considerate dai nativi come vere divinità locali reali e di una maschile raffigurante un uomo in condizioni di erezione sessuale e di altri simboli, tra cui la barca, portati persino, a loro avviso, in processione in San Pietro, presente il papa. Io credo che quanto visto non abbia affatto motivazioni e finalità idolatriche, ma tant’è.
Potete dirmi qualcosa in merito? Oppure dove potrei trovare materiale utile per documentarmi? Vi ringrazio.
Bruno Cellini Follonica (Gr), 03/11/2019
Spero proprio che il dossier «Amazzonie», pubblicato in gennaio, abbia aiutato a chiarire alcuni di questi dubbi e l’infondatezza di tante accuse. Non aggiungo di più. Mi chiedo solo perché questi critici accettino invece come perfettamente coerenti con la nostra religione immagini come la «Madonna del latte» di Jean Fouquet, acclamata opera d’arte che di «Madonna» ha ben poco, oppure – per fare un altro esempio – la grande madre che distribuisce latte a tutti dalla parete della Sala Clementina in Vaticano, la tradizionale sala delle udienze pontificie. Per non dire di tante altre opere d’arte sparse nelle chiese di tutto il mondo o di processioni tradizionali nel Sud del nostro paese, in Spagna e in molti paesi dell’America Latina, che di cristiano hanno solo l’etichetta o la collocazione.
Gli attacchi contro il papa, specialmente – ma non solo – in occasione del Sinodo amazzonico, dimostrano solo una cosa: la lotta è contro una fede viva che interpella e provoca la società umana in tutte le sue dimensioni (politica, giustizia, pace, ambiente, povertà, centralità di Dio) per mantenere invece una religione contenta di se stessa nell’intimo di chiese inondate d’incenso, di arte e di ritualità, che si occupi solo delle anime e del cielo, lasciando ad altri la gestione del «corpo» e del mondo.
Ricordando il Mozambico
Carissimo padre, sono don Carlo Donisotti, ex missionario fidei donum della diocesi di Vercelli. La mia missione in Mozambico iniziò nel 2002 nella diocesi di Inhambane, presso la vostra missione di Santa Ana di Maimelane, fondata nel 1948 da padre Celestino Blasutto e altri confratelli. A causa della guerra in corso, due padri furono sequestrati e quindi i sacerdoti e le suore abbandonarono la missione. Il centro fu trasformato in caserma fino al 1997, quando la missione fu ripresa dai vostri missionari da Vilankulo. Là si stabilirono suor Rita, suor Florentina, suor Elisabetta e suor Clemenzia.
Ora vorrei parlarvi della loro bella testimonianza: suor Rita (Assunta Tessari) fu volontaria nel vostro ospedale, ora nazionalizzato, come infermiera e donna delle pulizie; suor Florentina (Busnello) seguiva le donne nel cucito; suor Elisabetta (Possamai) si occupava della catechesi e in tre anni è riuscita a creare un gruppo di catechisti che la aiutarono a ricostituire cinquanta comunità che si erano disperse durante la guerra; suor Clemenzia (Sicupira), con la sua moto, arrivava ovunque ad assistere ammalati, orfani e persone denutrite. Le sorelle erano seguite da padre Alceu Agarez di Vilankulo e, nonostante la malaria, con enorme fatica e tanto lavoro, riuscirono a dare forma alla missione. L’esempio di queste eroiche suore era sorprendente.
In quegli anni così belli ho apprezzato lo stile di famiglia proprio dei vostri missionari. A Maputo padre Manuel Tavares era una presenza attenta e sempre pronta ad aiutare i missionari in difficoltà. A Guiúa, padre Diamantino Antunes (oggi vescovo di Tete, ndr), con padre Gabriele Casadei, erano molto accoglienti e lasciavano i loro impegni per ascoltare e aiutare chi si rivolgeva a loro, come padre Alceu e padre Carlo Biella a Massinga. A Vilankulo, padre Andrea Brevi e padre Sandro Faedi erano diventati un punto di riferimento per i diocesani. Non si può dimenticare padre Arturo Marques, superiore regionale, che si fermava sempre dai padri e dalle suore consolatine.
Ho viaggiato attraverso le varie comunità, accompagnato da suor Elisabetta e sovente mi confidavo con lei esprimendomi un po’ negativamente sullo stile di alcuni missionari. La suora mi lasciava parlare e poi con garbo e tanta carità mi elencava le virtù e le qualità di ognuno di loro. In breve tempo, ho capito che i gruppi della congregazione avevano fatto proprie le qualità di rispetto, di comprensione e di famiglia di cui il beato Allamano era stato promotore. Anche a Mambone, padre Amadio Marchiol, apparentemente burbero nell’accoglienza, seguiva la stessa filosofia. Infine, fiore all’occhiello, era fratel Pietro Bertoni, anima stupenda, generosa, umile, gioiosa… le qualità di un vero missionario.
Tutti quei valori che padri e suore mi hanno trasmesso quando ero in Mozambico sono stati per me una ricchezza e un grande insegnamento che mi sostengono nella vita quotidiana.
Spero, prego e mi auguro che il beato Allamano e Maria Santissima illuminino il cuore di tanti giovani, affinché possano scoprire, nella vostra istituzione, la bellezza del vivere in famiglia, amandosi con uno stile unico e fraterno.
Grazie per il vostro esempio.
Don Carlo Donisotti 19/01/2020
Museo
Caro Direttore, bellissimo l’articolo sulla comunità di giovani famiglie di Mongreno (MC 12/2019, ndr). Ho trovato invece in un altro articolo un accenno un po’ troppo sbrigativo sul museo etnografico dei missionari della Consolata, che non è una robetta, ma un enorme patrimonio da valorizzare. È difficile trovare in Italia, e forse in Europa, tanta ricchezza che può essere di base a una cultura antropologica, e che ha solo bisogno di essere schedata, classificata e esposta in una sede più degna e più ampia, e non solo in un magazzino..
Certo, non è il compito dei missionari, anche se quelli in ritiro potrebbero essere utili. E tutto si deve a un colpo di genio dell’Allamano che prescrisse di riportare a Torino tracce delle culture e delle colture che i missionari incontravano, ma raccomandò di pagarle e di non farsele regalare. E una comunità che ha visto all’opera per anni un missionario che chiede di portare a Torino un bel ricordo e vuole assolutamente pagarlo il giusto, gli darà quello che ritiene il meglio. Certamente di più di quel che si dà a chi offre perline di vetro, o a chi cerca di razziare qualcosa.
Sono convinto che le fondazioni bancarie torinesi sarebbero felici di programmare la valorizzazione di tanto patrimonio, e anche di far collaborare la cattedra di antropologia dell’Università
Claudio Bellavita 25/12/2019
Effettivamente in una breve notizia si è solo accennato al museo etnografico dei missionari della Consolata custodito ormai da oltre un secolo nei locali della Casa Madre di Torino.
Iniziato ai tempi dell’Allamano, alimentato con competenza e passione da tanti missionari, sopravvissuto ai bombardamenti del 1943, rilanciato negli anni ‘80 e da allora curato con passione da padri come Bartolomeo Malaspina, Achille Da Ros e, ancora oggi, Giuseppe Quattrocchio, un affabulatore che incanta e Angelo Dutto, il museo attende un’esposizione più degna che richiede persone, tempo e mezzi. Aperto solo per visite private, si offre al pubblico – nella sua forma provvisoria – sul web come «Museo etnografico missionari Consolata».
Il successo dell’esposizione sull’Amazzonia nei Musei vaticani, realizzata con molti reperti provenienti dal nostro museo, sta incoraggiando a trovare una sistemazione dignitosa e definitiva, che speriamo possa diventare realtà quanto prima.
Svalutazione
Con riferimento all’articolo «L’euro della discordia» su MC 5/2019, senza prendere in considerazione le osservazioni sul dedito pubblico, ci troviamo assolutamente perplessi per quanto riguarda quanto scritto sull’euro, in particolare per i ragionamenti sulla svalutazione.
Quando si afferma che l’euro avrebbe danneggiato le esportazioni del nostro paese non si tiene conto di alcune questioni importanti.
La svalutazione della moneta nazionale nei confronti delle altre vuol dire che, con una unità di moneta straniera, si comperano più unità di moneta nazionale. Per esempio, un tempo si comperavano più lire con un dollaro, quindi gli americani avevano maggior convenienza a comperare in Italia; di qui la maggior competitività delle nostre esportazioni. Per contro, poiché per comprare un dollaro erano necessarie più lire, tutte le materie prime con prezzi in dollari, a partire dal petrolio, costavano di più agli italiani. Se dunque oggi non avessimo l’euro, con il formidabile aumento dei prezzi del petrolio avvenuto negli scorsi anni – e che è prevedibile perduri – il costo di spese essenziali, quali per esempio il riscaldamento delle abitazioni e dell’energia elettrica, graverebbe ben di più sulle famiglie.
La svalutazione della moneta porta all’inflazione interna e dilapida i risparmi delle persone cioè il valore del loro lavoro accumulato negli anni; di fatto l’inflazione riduce il potere di acquisto delle persone. Riuscire o non riuscire a difendersi dipende dalla più accidentale distribuzione del potere contrattuale tra i lavoratori.
I bei tempi delle svalutazioni spingevano i «semplici» a ritenere di star bene in quanto c’era lavoro, ma non erano in grado di sapere che tale situazione era in buona parte sostenuta artificialmente dalla cosiddetta competitività dei prezzi che era permessa proprio da quelle svalutazioni.
Tornando però all’euro, in questi anni il problema italiano non sono state le esportazioni, aumentate dal 18% del Pil del 2009 a oltre il 25% del 2017. L’errore è nel credere che le nostre imprese debbano competere con la svalutazione della moneta nazionale, mentre ne hanno bisogno soltanto le imprese incapaci di migliorarsi attraverso la qualità dei loro prodotti e l’innovazione.
La vera carenza dell’economia nazionale è l’incapacità di creare un numero sufficiente di imprese che diano lavoro qualificato, soprattutto ai giovani, e siano in grado di competere grazie all’innovazione dei loro prodotti, non attraverso il basso costo del lavoro che permette bassi prezzi.
La carenza di imprese deriva, certamente anche dalla inefficienza della pubblica amministrazione, ma soprattutto dalla insufficiente capacità imprenditoriale. Non possono essere suscitate se non si riesce a cogliere e promuovere l’aspetto nobile dell’attività imprenditoriale: dare lavoro e soddisfare, con l’innovazione e le tecniche, i bisogni reali delle persone.
Grazie per l’attenzione
Piercarlo Frigero e Gian Carlo Picco, Torino, 07/06/2019
Questa email era finita nel dimenticatoio per un disguido. Sollecitato dagli autori, l’ho girata a Francesco Gesualdi, che così ha risposto.
«Ringrazio per le precisazioni che sono incontestabili. La svalutazione inevitabilmente ha effetti di lievitazione sui prezzi interni, specie se il paese dipende dall’estero per le materie energetiche. Ciò non di meno, è altrettanto innegabile che nell’immediato può avere la capacità di rilanciare le esportazioni perché rende le proprie merci più convenienti da un punto di vista valutario. Appurati gli effetti, decidere se svalutare o meno è una scelta politica che dipende da ciò che si ritiene preminente nel momento dato e dalle valutazioni che si fanno sugli effetti di lungo e breve periodo. Trattandosi di obiettivi, ponderazioni e valutazioni, ognuno può giungere a conclusioni diverse, e ciò mi pare più che legittimo. Il problema che si pone nel caso dell’euro è se sia stato vantaggioso sposare una situazione che priva dell’autonomia di svalutare. Ovviamente anche in questo caso non esiste una risposta univoca: più risposte sono possibili in base alle valutazioni sociali, politiche ed economiche, sapendo, comunque, che la storia è l’ultimo giudice di ogni scelta».
Francesco Gesualdi
Banche armate
Buongiorno Direttore e Redazione. Sono abbonato alla rivista Missioni Consolata i cui contenuti a carattere socioeconomico ed etico condivido e sostengo. Segnalo che tra le banche da voi utilizzate, compare Unicredit Banca che Francesco Gesualdi, ancora una volta, annovera tra le «banche con l’elmetto», quindi legate al commercio di armi (vedi MC 12/2019 pag.6). Mi aspetto che abbandoniate quanto prima questo legame e, come in molti hanno fatto e facciamo, intraprendiate rapporti bancari con Banca Popolare Etica, che vuole stare sul mercato in modo etico, responsabile e trasparente. Auguri a tutti Voi,
Alessandro Grando Verona, 21/12/2019
Siamo ben coscienti della problematica e della contraddizione della nostra posizione, nella quale da una parte attacchiamo le banche armate e dall’altra invece le usiamo. È certamente una situazione complessa, spina nel fianco da un bel po’. Grazie comunque per lo stimolo offerto che passo ai miei diretti superiori con speranza.
La lotta degli Yanomami
A Parigi, il 30 gennaio 2020, alla presenza di fratel Carlo Zacquini, Imc, e Davi Kopenawa, è stata inaugurata la mostra di Claudia Andujar «La lotta Yanomami». Promossa dalla Fondazione Cartier, rimarrà aperta fino al 10 maggio prossimo.
Info: www.fondationcartier.com.
LE REGOLE DI PINTOLANDIA
testo e foto di Paolo Moiola e Marco Bello |
A Roraima sono stati allestiti 13 rifugi (abrigos) per i migranti venezuelani. Rientrano tutti nell’ambito della cosiddetta «Operação Acolhida», varata nel marzo 2018 e coordinata dall’esercito brasiliano. A Boa Vista abbiamo visitato l’abrigo di Pintolandia che ospita soltanto indigeni.
Boa Vista. Sul marciapiede opposto, proprio ai margini di un grande piazzale disadorno, sono accampati gruppi di persone con sacchi riempiti dei loro pochi averi, per lo più vestiti e qualche padella. Ci sono bambini e spesso anche neonati. Sono in attesa di poter entrare nel rifugio dall’altra parte della strada. Sono tutti indigeni perché Pintolandia – il nome viene dal quartiere – è un abrigo aperto soltanto a richiedenti di etnia indigena.
L’accesso è presidiato. Ci sono le transenne e ci sono i controlli. Per entrare o uscire, gli ospiti sono tenuti a mostrare un tesserino con foto e dati anagrafici. A tutti gli altri l’ingresso è interdetto a meno di non passare per una lunga e complicata richiesta formale. E la risposta positiva non è affatto scontata. Noi siamo stati fortunati avendo ottenuto un permesso di visita per vie meno formali e più veloci.
Mostrato un documento ai militari di guardia e firmato un registro, possiamo dunque passare e attendere l’arrivo della nostra guida. Meire lavora per la Fraternidade – Federação humanitária internacional (Ffhi), un’organizzazione umanitaria brasiliana legata alla chiesa indipendente Rede Luz, fondata da José Trigueirinho Netto nello stato di Minas Gerais. La Ffhi, assieme all’esercito e all’Acnur delle Nazioni Unite, è impegnata nell’Operação Acolhida (Operazione accoglienza), varata nel marzo 2018 dal governo brasiliano per assistere i migranti venezuelani. Ma è il ministero della Difesa che ha la responsabilità della logistica e il comando delle operazioni [vedi sotto: L’umanitario militarizzato (e l’ipotesi dell’invasione)]
Un mare di amache
La prima cosa che vediamo – impossibile non notarla – è uno striscione che penzola dalla tettoia che protegge l’entrata: vi sono elencate le regole dell’abrigo. Severe e dettagliate, come per esempio: nessuna entrata tra le 22,00 e le 5,30; nessun visitatore esterno; niente fumo e alcol all’interno del rifugio.
Già dall’entrata è possibile avere un’idea della struttura del campo: al centro c’è un grande capannone (sormontato da uno striscione con la scritta «Operação Acolhida Abrigo Pintolandia»), mentre ai suoi lati sono state montate tende e tendoni. All’interno del capannone – alto, buio e triste – sono state costruite delle banali strutture in ferro – sia verticali che orizzontali – che hanno uno scopo solo ma fondamentale: consentire agli indigeni di appendere le loro amache. Che sono tante. Un mare. Attorno a esse, indumenti, scarpe, borse. E, come sempre, tanti bambini che giocano nonostante tutto.
La parola ai cacique
A Pintolandia, ci sono nove cacique («aidamo», in lingua warao), ognuno dei quali coordina un gruppo di circa 70-80 indigeni. In sostanza, i cacique fanno da tramite tra gli ospiti e le organizzazioni.
Euligio Baez, 34 anni, una moglie e sei figli, è uno di essi. «Stare bene – racconta – vuol dire avere un posto dove vivere con la famiglia. E un abrigo con 700 persone non è un buon posto. Fa molto caldo sia di giorno che di notte e poi devi avere una tessera per entrare e uscire. Quando vengono a visitarci i nostri familiari, devono stare fuori. Avremmo bisogno di uno spazio per noi, per continuare la nostra vita, come indigeni e come warao. Abbiamo bisogno di terra. Perché dalla terra viene tutto. Tra Brasile e Venezuela un tempo non c’erano frontiere.
I nostri nonni raccontavano che gli indigeni potevano andare dove volevano e viverci, come fossero nella loro terra. Adesso arrivi e non ti fanno passare. Chiedi della terra e ti dicono che non puoi averla».
Anche Adrian Valbuena, 29 anni, è cacique. È arrivato qui da Tucupita (Venezuela) quasi due anni fa. «Non mi piace molto, ma va bene. Avremmo bisogno di una casa e di un lavoro, di andare in canoa, di pescare e seminare, di fare quello che facciamo nelle nostre comunità. I nostri figli stanno imparando un’altra cultura, non stanno seguendo la nostra. Io ho una figlia, che è nata qui, è brasiliana. A lei vorrei insegnare come noi viviamo nella nostra terra».
Tutti i cacique incontrati parlano del cibo, quasi sempre per esprimere lamentele. Come Nazario Olarda, 49 anni: «Una marmita di solito contiene riso e carne o salsiccia. Ma questo non è il nostro cibo. Il nostro è il pesce, la yuca, l’ocumo, il platano. Qui riso riso e ancora riso. Non arriva pollo, ma soltanto maiale».
Il cacique Andres Nuñes, 21 anni, è a Pintolandia con la moglie da un anno. Sua figlia è nata qui. In Venezuela sono rimaste la mamma, una sorella, una cugina. «Ma altre tre sorelle – spiega – sono già a Manaus. Vogliamo andare avanti per migliorare, perché qui non stiamo facendo niente. Vorremmo poter mandare qualcosa alla famiglia in Venezuela. Per tutto questo penso di andare a Manaus per cercare lavoro».
Sotto le tende
Fuori del grande capannone sono state montate delle tende e alcuni tendoni. Qui gli ospiti sono più esposti alle bizze del tempo, ma hanno più luce e più ricambio d’aria. Incontriamo alcune donne warao che, ai lati di una tenda, stanno producendo oggetti artigianali (contenitori, vassoi, braccialetti, eccetera) usando le fibre della palma. L’artigianato è una delle poche attività lavorative che i migranti warao riescono a svolgere in Brasile. Per questo e per molti ltri fattori (tra cui anche la probabile futura conclusione dell’Operação Acolhida) il loro futuro appare molto incerto.
Improvvisamente, tra le amache poste sotto un tendone, notiamo una ragazza – giovanissima e molto bella -, che abbiamo già incontrato nel campo di Ka Ubanoko (MC gen.-feb. 20), dove si era recata per far visita a un’amica. Maglennis – questo il suo nome – è ancora minorenne (è nata a fine 2002), ma è già mamma di una bambina di due, Angelina.
In quell’occasione, oltre a mostrarci il tesserino indispensabile per entrare a Pintolandia, ci aveva raccontato che la sua piccola aveva necessità di una delicata operazione chirurgica, motivo principale che l’aveva spinta a scappare da un Venezuela da tempo senza medicine.
Questa volta ci racconta che l’operazione è stata eseguita con successo all’ospedale di Boa Vista. Inoltre, dal campo d’accoglienza di Pacaraima sono arrivati anche i nonni Ramon e Yolanda e, dunque, lei e la bambina non sono più sole. Oggi Maglennis è felice, ma rimane (comprensibilmente) incerta quando si tratta di disegnare il proprio futuro.
Più decisa appare Katerine Marin, 24 anni. Forse per questo suo atteggiamento è stata eletta cacique, unica donna tra otto uomini. «Prima di me i cacique erano solo uomini. Mi sono detta: perché non può farlo una donna? Siamo capaci, forti. Pur non avendo un’esperienza specifica, le persone mi hanno eletto. Organizzare la comunità, all’inizio è stato difficile. La gente però mi ha appoggiato e continua ad aiutarmi. Tutti insieme possiamo cambiare per il benessere collettivo. Il mio lavoro è dare voce alle molte preoccupazioni delle persone; io raccolgo le informazioni e le porto al coordinamento, che è in mano alla Fraternità, per cercare una soluzione ai problemi».
Katerine è qui con due fratellini di undici e dodici anni. Racconta: «Nostra mamma è morta l’anno scorso. Il papà è in Venezuela, ma si è trovato un’altra donna. Sono rimasta responsabile dei due fratellini. Sto cercando loro un posto per andare alla scuola statale: io voglio che studino. È qualcosa di importante per dar loro la possibilità di una vita degna. L’istruzione è una cosa fondamentale. Abbiamo cercato qui, ma dicono che non c’è posto. Così sono pochi i warao che riescono ad andare a scuola».
Donna, cacique, sorella, mamma. Chiediamo a Katerine cosa sogna per sé: «Vorrei lavorare, perché voglio andare avanti. Non voglio sempre dipendere da qualcuno. Essere indipendente, avere qualcosa di stabile, qualcosa di degno, una casa, ad esempio. Poi, se la situazione migliorerà, vorrei tornare in Venezuela».
Tra cibo e libertà
Luis Ventura, responsabile del Consiglio indigenista missionario (Cimi), del coordinamento regione Nord I, ci spiega le difficoltà: «A partire dal 2017 la misura principale dello stato per i migranti è stata quella dell’abrigo. Sistema caratterizzato da una grande rigidità, a livello amministrativo. Ciò impedisce il movimento dei Warao e il libero accesso degli stessi a relazioni con entità come il Cimi e altre della società civile. Il fatto che l’accesso agli abrigo sia molto controllato, è una difficoltà che ci ha impedito di avere una relazione fluida con loro. Per noi sarebbe importante capire se le loro modalità di organizzazione sono rispettate, i loro desideri e necessità ascoltate.
Nel 2018, i Warao vennero al Cimi per denunciare una serie di situazioni che si verificavano nell’abrigo, e tentammo di avere una relazione con le entità che in quel momento stavano dirigendo Pintolandia, ma non fu possibile. Iniziammo a intervenire come facciamo quando i diritti fondamentali non sono rispettati, pure da parte dello stato, ovvero appellandoci ai meccanismi democratici di garanzia che il sistema brasiliano mette a disposizione».
Gli operatori del Cimi hanno difficoltà a incontrare gli ospiti di Pintolandia e devono farlo all’esterno dell’abrigo, quasi di nascosto. «Molti di essi – ricorda Luis Ventura – sentono che questa rigidità sta bloccando la loro possibilità e capacità di sognare e di prendere decisioni. Mi hanno detto che non possono continuare a vivere semplicemente per avere garantito un piatto di cibo».
E continua: «Purtroppo la gente deve scegliere tra la garanzia di avere da mangiare, che esiste solo negli abrigo, e la garanzia di avere autonomia e libertà per prendere le proprie decisioni. Questa è la grande contraddizione: l’alimentazione è dentro a Pintolandia, mentre in Ka Ubanoko c’è l’autonomia ma non c’è alcuna garanzia di riuscire a sfamarsi».
«Noi diciamo – conclude Ventura – che, se la politica migratoria porta a questo, ha fallito completamente, perché impone una scelta capestro, soprattutto alle famiglie con bambini».
Yakera?
Camminando tra i profughi ospitati a Pintolandia, arriviamo a un gruppo di tende dove si stanno facendo le pulizie. Sono stati portati all’aperto i materassi e stesi i panni. «È piovuto dentro», ci spiega un indigeno.
Nei pressi di una di esse salutiamo con un «Yakera!», pensando di essere gentili e fare cosa gradita. Macché. «Siamo E’ñepá», ci fa presente una ragazzina. L’errore comune di noi bianchi è di non fare distinzioni: per noi gli indigeni sono tutti eguali. Nulla di più sbagliato, invece. Gli E’ñepá (conosciuti anche con il nome di Panare) non sono Warao: altra lingua, altra zona di provenienza, altri costumi. Anche i prodotti del loro artigianato sono diversi. In Venezuela, sono circa 5mila, localizzati soprattutto nella parte occidentale dello stato di Bolívar. In effetti, a ben guardare, i loro tratti somatici sono diversi da quelli dei Warao.
Avviandoci verso l’uscita passiamo accanto a tavoli sui quali alcuni indigeni – vecchi e giovani – stanno giocando a dama o a domino e poi a un banco dove alcune signore e’ñepá gestiscono un piccolo banco di artigianato, anche se dentro l’abrigo gli acquirenti sono quasi assenti. Nello spiazzo antistante, dei bambini – a Pintolandia ce ne sono tanti – si divertono giocando a pallone.
Usciamo dall’abrigo quando è ormai sera e il buio è rischiarato dai lampioni della piazza. Proprio di fronte all’ingresso, dall’altra parte della strada, notiamo uno strano gruppetto. Ci sono due donne, di cui una giovane, e ben sette bambini. Il più piccolo ha pochi mesi. Sono seduti o stesi su alcune panche di cemento, insieme a diversi sacchetti e sacche con il simbolo dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). «Siamo arrivati qualche giorno fa dal Venezuela e siamo stati a centro di transito della rodoviaria (stazione dei bus, ndr)- ci racconta la signora più anziana -. Poi ci hanno detto che a Pintolandia c’erano dei posti e siamo venute. Ma siamo in attesa da alcune ore e non credo che ci prenderanno. Dobbiamo cercare di tornare alla rodoviaria per passare la notte (almeno là sono previste tende, c’è la possibilità di farsi la doccia e di avere del cibo, ndr), però ci servono dei soldi per pagare due taxi perché è piuttosto lontano. Riproveremo nei prossimi giorni».
Una piccola storia di rifiuto che ci fa riflettere su questo «umanitario» senza umanità.
Marco Bello e Paolo Moiola (2a puntata – continua)
Operazione «marmitas»
Per un pugno di riso
Nei rifugi ufficiali (abrigos) gli ospiti hanno i pasti assicurati. Spesso ne avanzano. Recuperarli e distribuirli è compito dell’«operação marmitas».
Boa Vista. La telefonata arriva durante la cena. Padre Oscar Liofo risponde al suo cellulare sottovoce e in pochi secondi. Alla fine annuncia: «Questa notte, operação marmitas». Detta così, l’affermazione suona come uno scherzo. Invece, si tratta di una cosa seria e soprattutto utile. In portoghese, il termine «marmita» indica un contenitore per cibo d’asporto. Succede che nei rifugi (abrigos) ufficiali, quelli gestiti dall’esercito brasiliano nell’ambito dell’Operazione accoglienza (Operação acolhida), quasi ogni sera venga avanzato un certo numero di pasti. Due (su 11 totali a Boa Vista) di questi rifugi – Nova Canaã e Jardim Floresta – sono in contatto con padre Oscar. Quando c’è cibo in sovrappiù, l’ufficiale di turno chiama il missionario perché passi a ritirare i pasti avanzati per distribuirli a chi ne abbia bisogno, in particolare agli ospiti di Ka Ubanoko, il rifugio autogestito.
Saliamo in auto. «Mi raccomando – avverte il missionario – voi siete dei volontari che mi state aiutando. Quindi, niente foto, niente domande da giornalisti nell’abrigo. Soltanto il vostro aiuto manuale».
Tra le stellette dell’esercito
Il campo di Nova Canaã è ben recintato. C’è soltanto un ingresso. Oltrepassato il quale ci si trova al cospetto di giovani soldati seduti davanti agli schermi di un paio di computer. Non si passa senza identificazione. Per noi è un’utile occasione per guardarsi attorno. Non ci sono tende ma, su un lato, oltre trenta casette prefabbricate e, in fondo, un tendone che protegge i tavoli e le sedie della mensa, oltre a un grande televisore acceso. In mezzo, uno spiazzo non pavimentato dove stanno giocando una decina di bambini.
Nel frattempo, all’ingresso è arrivato l’ufficiale responsabile. Saluta con cordialità il missionario della Consolata e gli chiede chi siano i suoi aiutanti di oggi. Tutto a posto: possiamo passare. Seguiamo l’ufficiale in un container adibito a dispensa al cui interno si gela. Ad attenderci una settantina di contenitori in polistirolo: le fatidiche marmitas. Mettiamo tutto negli scatoloni che abbiamo portato con noi. Ringraziamo e ci avviamo verso l’uscita con la cena per 70 persone. Fuori dell’abrigo ci sono alcuni migranti che vorrebbero avere una marmita. Non sono insistenti, ma la situazione è spiacevole, soprattutto perché non possiamo accontentarli. Ci è infatti fatto divieto assoluto di consegnare cibo nei pressi del centro.
In fila e in silenzio
Terminate le operazioni di carico sul pick up di padre Oscar, ci dirigiamo verso Ka Ubanoko, dove l’organizzazione interna è già stata allertata. Quando arriviamo, troviamo un’illuminazione molto scarsa. La sola cosa che si distingue è lo sgangherato cancello d’entrata. Ad attenderci ci sono due cacique ai cui gruppi oggi sono destinate le marmitas. Scarichiamo tutto in pochi secondi. Un cacique effettua la distribuzione sul posto: i beneficiari si mettono in fila per ricevere il loro pasto. L’altro cacique porta via le sue marmitas. Lo seguiamo verso l’interno del campo, dove – nonostante non siano ancora le 22,30 – regna una grande tranquillità. Dobbiamo stare attenti a dove mettiamo i piedi perché ci sono pochissime luci. Il cacique si ferma nei pressi dello spazio dove alloggia con la propria famiglia – una stanza in nudo cemento e senza gli infissi -, e inizia la distribuzione.
L’operazione si svolge con ordine e praticamente in silenzio. Chi parla, lo fa sottovoce. Qualche bambino apre subito la marmita ricevuta dalle mani del cacique. Oggi contiene riso, un pezzo di carne e alcune verdure cotte.
A Ka Ubanoko non si soffre la fame. Le persone ospitate – oltre 600 – in un modo o nell’altro riescono ad avere cibo sufficiente. Quello che manca, e probabilmente mancherà a lungo, è il lavoro o almeno una prospettiva di futuro che non sia la permanenza in un campo profughi, non importa se spontaneo o ufficiale.
M.B. – P.M.
Operação Acolhida: qualche riflessione
L’umanitario militarizzato (e l’ipotesi dell’invasione)
La migrazione massiccia dal Venezuela al Brasile inizia nel 2016. La popolazione è confusa, e inizialmente vede i migranti come un nemico. Nel secondo semestre del 2017 arrivano a Boa Vista anche molti Warao. Si accampano negli spazi pubblici, nelle piazze, nei pressi della rodoviaria (la stazione dei bus) divenendo perciò molto visibili. Le abitudini dei Warao sono diverse da quelle degli indigeni di Roraima.
Sempre nel 2017 la Fraternidade – Federação humanitária internacional (Ffhi), giunta da poco nello stato, negozia con il governo locale per diventare attore privilegiato nell’assistenza ai migranti. All’inizio non ci sono finanziamenti federali e, sull’emergenza, intervengono sia Fraternidade che i Vigili del Fuoco.
La Fraternidade è una Ong legata alla Comunidade Luz Figueira, una organizzazione religiosa fondata da José Trigueirinho Netto, a Carmo da Cachoeira nel Sud di Minas Gerais. Trigueirinho, definito dai suoi scrittore, filosofo e spiritualista, con all’attivo la pubblicazione di 82 libri e oltre 3.000 prediche, è morto nel settembre 2018 all’età di 87 anni. Ha fondato anche l’Ordem Graça Misericordia, un vero ordine religioso «privato».
La Ffhi firma un primo accordo con l’Acnur nell’agosto del 2017 per la collaborazione nell’assistenza umanitaria ai migranti venezuelani. Nel marzo 2018 è varata l’Operação Acolhida, il cui controllo è in mano al ministero della Difesa.
Quasi contemporaneamente viene creato l’abrigo «ufficiale» di Pintolandia. Qui, nell’omonimo quartiere, fin da fine 2016 si erano radunati dei profughi assistiti da Ffhi e poi Acnur.
Con l’Operação Acolhida scatta la militarizzazione della crisi umanitaria, con la quale il governo del presidente Michel Temer (2016-2018) passa direttamente il potere della gestione all’esercito in luogo della governatrice Suely Campus.
Con le elezioni dell’ottobre 2017 diventa governatore Antonio Denarium, candidato di Jair Bolsonaro, e i militari entrano anche nel governo statale.
È ormai palese il «modello Haiti», ovvero i militari gestiscono le operazioni umanitarie. L’esercito brasiliano lo ha imparato proprio nel paese caraibico, dove era al comando della Minsutah, la missione dei caschi blu dell’Onu, conclusasi nell’ottobre 2018.
Aumentare il numero di effettivi militari a Roraima, stato di confine con il Venezuela, ha fatto pensare a una possibile invasione di quel paese, che sarebbe partita da Colombia (frontiera Est) e Brasile, paesi con governi antagonisti a quello di Nicolas Maduro. Quest’ultimo, nel timore di questa evenienza, avrebbe rinforzato la frontiera con il Brasile.
Ma il nuovo presidente Jair Bolsonaro, già capitano dell’esercito, succeduto a Temer il primo gennaio 2019, avrebbe preferito attendere un momento più propizio. D’accordo con il presidente colombiano Iván Duque e soprattutto con Donald Trump, il quale nel suo discorso sullo «stato dell’Unione», lo scorso 4 febbraio, ha ribadito che «la tirannia di Maduro sarà spezzata».
Marco Bello – Paolo Moiola
L’antropologa
Migranti, ma sempre indigeni
A colloquio con Elaine Moreira, professoressa all’Università di Brasilia e studiosa di popoli indigeni e di Warao.
Boa Vista. Elaine Moreira, antropologa e docente ordinaria all’Università di Brasilia (*), ha lavorato a lungo a Roraima, in particolare sui popoli indigeni presenti nelle zone transfrontaliere. La incontriamo a Ka Ubanoko, mentre sta conducendo un’indagine in collaborazione con la Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) sulle condizioni di vita dei Warao.
«I primi di loro sono arrivati a Roraima nel 2014. Si incontravano per strada e ne parlavano i giornali, ma non si sapeva chi fossero. Talvolta, erano confusi con popoli autoctoni. C’erano in particolare mamme con bimbi che mendicavano agli incroci. Questo primo gruppo fu espulso dalla polizia federale, perché non in possesso di documenti».
Negli anni successivi gli arrivi si ripetono. «Le autorità – racconta Moreira – provarono a espellerli tutti, ma società civile, università, defensoria pubblica (organo statale che fornisce assistenza giuridica gratuita, ndr), intervenendo con una ingiunzione in tribunale riuscirono a impedirlo».
Finalmente, nel gennaio 2017, il Ministerio publico federal fa realizzare uno studio da due antropologhe per capire qualcosa di più di questo popolo. «Da quel momento in poi lo stato non ha più potuto dire di non sapere chi sono i Warao. Purtroppo però non si è riusciti a coinvolgere la Funai (Fundaçao nacional do indio), l’ente federale, che si occupa di popoli indigeni. Neppure oggi la Funai si interessa dei Warao, presenti ormai da cinque anni in diversi stati del Brasile».
Dalle città venezuelane a quelle brasiliane
«In Venezuela i Warao vivono in un’area molto delicata dal punto di vista ecologico. Il delta dell’Orinoco, con i suoi 3mila canali. In certe zone c’è stato un impatto molto grande a causa di una diga che ha isolato una parte e reso salino il suolo (diga sul canale Manamo, 1965), facendo perdere loro molte risorse. È poi entrata l’industria del legno e quella del petrolio. Si sono sviluppate alcune città, come Tucupita e Antonio Diaz. Tutti fattori esogeni che li hanno indeboliti». Da non trascurare l’epidemia di colera che si è diffusa in Sudamerica a inizio anni ‘90: nel delta ha colpito duro, uccidendo oltre 500 indigeni. Nei loro racconti ancora oggi riaffiora la paura della malattia.
«In seguito – spiega ancora l’antropologa – ci fu un periodo in cui parte della famiglia andava nelle città del Venezuela a mendicare e vendere artigianato per strada, mentre l’altra parte stava nelle comunità di origine a occuparsi delle terre. Si trattava di un flusso di andata e ritorno. Le forze dell’ordine spesso li riportavano nelle loro zone di origine. Questo ha funzionato per anni, fino all’arrivo della crisi economica». La crisi generalizzata ha acuito la questione della mancanza di cibo e la scarsità di medicine. Così il Warao ha cercato altri sbocchi, in particolare in Brasile.
«Hanno già un’esperienza su come “occupare” la strada. Di solito, sono gruppi con diverse donne, ma anche alcuni uomini per proteggere e negoziare i luoghi. La vera novità è che diventano migranti: passano la frontiera e hanno bisogno di documenti. Quelli che partono mantengono una relazione molto stretta con chi resta. Inoltre, molti viaggiano e poi tornano e c’è un cambio con chi riparte. Portano in Venezuela vestiti, medicine, cibo, e ripartono con artigianato da vendere. Così continua il flusso bidirezionale. Lo stesso sistema usato nel loro paese».
I Warao e gli altri popoli indigeni
Una questione importante è la relazione dei Warao con gli indigeni brasiliani, in particolare a Roraima, dove costituiscono la maggior parte della popolazione. «Sono passati cinque anni e non è cambiato molto nella relazione con gli altri popoli indigeni. Inizialmente Macuxi, Wapixana e gli altri non conoscevano i Warao. Diversamente da quanto accade per i Pemon, che hanno “parenti” a Roraima, perché sono della zona frontaliera. Quella con i Warao è una relazione in costruzione».
La professoressa parla della situazione dei Warao a Roraima. «Il problema sono gli abrigos. Sono affollati, c’è molta precarietà, si tenta di non fare uscire le donne con bambini, perché non si vuole che vadano in strada». In Brasile è vietato mendicare con un minore, e si rischia che venga tolta la tutela. Per i Warao, però, si tratta di una pratica normale, anche perché le mamme non lasciano mai i propri figli. Inoltre per una Warao, chiedere soldi a un incrocio è un po’ come raccogliere la frutta da un albero (cfr. Cecilia Lafée-Werner Wilbert, La mujer Warao, 2008). «Tenendo le donne all’interno dell’abrigo, si limita molto il loro modo di vivere. Se si decide di accogliere gli indigeni si assume una responsabilità rispetto ai loro diritti, che sono quelli dei migranti, ma anche degli indigeni, portatori di proprie specificità».
Dal 2018, con la Operação Acolhida, la responsabilità degli abrigos in Roraima è passata all’esercito brasiliano. «L’esercito ha creato diversi abrigos e rafforzato la gestione della frontiera. È aumentata l’efficienza. Anche l’Acnur ha migliorato il sistema di accoglienza. Ma i Warao hanno esperienza non sempre pacifica con l’esercito in Venezuela, per cui la presenza dei militari li intimorisce. L’abrigo offre la garanzia dell’alimentazione, però si limita a questo».
E questa crisi umanitaria quanto durerà? «La mia impressione è che continuerà per molti anni. Dobbiamo essere preparati».
Marco Bello – Paolo Moiola
(*) Elaine Moreira, Os Warao no Brasil em cenas: “o estrangeiro…”, in «Périplos: Revista de Estudos sobre Migrações», vol 2 – n. 2.
Questo servizio rientra nell’ambito del progetto «The Warao Odissey» eseguito da Missioni Consolata Onlus e prodotto con il contributo finanziario dell’Unione europea e della Regione
Piemonte attraverso il bando «Frame Voice Report!» del Consorzio Ong Piemontesi.
Camerun: Uniti, ma divisi
testo di Enrico Casale |
Un conflitto continua a mietere vittime nelle due regioni anglofone del Camerun. Dalle proteste del 2016 alla guerra separatista iniziata nel 2017. Mentre si parla di cambiare la forma dello stato.
La guerra continua. Nel silenzio dei media internazionali. In Camerun si sta combattendo un conflitto sottotraccia, ma non per questo poco letale. Negli ultimi tre anni sono morte almeno tremila persone (ma la stima è per difetto), in migliaia hanno lasciato le proprie abitazioni e almeno 40mila camerunesi hanno cercato rifugio all’estero, in particolar modo in Nigeria. Lo scontro vede opposte le forze armate e la polizia legate al governo francofono di Yaoundé e i movimenti indipendentisti delle regioni anglofone. La crisi è esplosa nel 2016, ma ha radici profonde, che sono da ricercare nel colonialismo e nelle sue politiche.
Il Camerun diventa colonia tedesca nel 1884 con il nome di Deutsche Kolonie Kamerun. La sconfitta degli Imperi centrali nella Prima guerra mondiale, impone alla Germania un duro scotto in termini economici e territoriali. Le colonie africane di Berlino sono suddivise tra le nazioni vincitrici: l’Africa Tedesca del Sud Ovest (l’attuale Namibia) al Sudafrica; la parte principale dell’Africa orientale tedesca alla Gran Bretagna (l’attuale Tanzania) e una piccola parte al Belgio (gli attuali Ruanda e Burundi). Il Camerun e il Togoland sono infine spartiti tra la Francia e l’Impero britannico: dell’ex Camerun Tedesco i 4/5 sono assegnati alla Francia così come i 3/5 del Togoland, mentre all’Impero britannico vanno i 2/5 del Togoland e 1/5 del Camerun. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, anche in Camerun nascono i primi movimenti indipendentisti. Il partito «Unione delle popolazioni del Camerun» si schiera apertamente per il distacco dalla potenza coloniale, ma viene bandito negli anni Cinquanta e duramente represso. Nel 1960 il Camerun francese diventa però indipendente con il nome di Repubblica del Camerun sotto la guida del Presidente Ahmadou Ahidjo. In quel frangente, la parte meridionale del Camerun britannico si stacca unendosi al Camerun francofono per formare la Repubblica federale del Camerun. Successivamente il paese cambia nome, perde la sua caratteristica federale e, nel 1972, diventa Repubblica unita del Camerun e, poi, nel 1984, Repubblica del Camerun.
«Siamo intervenuti tardi, non quando era necessario farlo – ha recentemente dichiarato in un’intervista al canale Equinoxe Tv il cardinale camerunese Christian Wiygham Tumi -. Il problema doveva essere affrontato nel 1972, quando il paese cambiò perdendo la sua connotazione federale e assumendo il nome di “repubblica unita”». Questa svolta è stata il segno della progressiva centralizzazione della politica e dell’amministrazione. Ciò ha significato anche uno spostamento del baricentro decisionale verso le élite francofone.
La scoperta di grandi giacimenti petroliferi nella penisola di Bakassi e la vittoria della disputa con la Nigeria ha inasprito ulteriormente le tensioni latenti tra le regioni di lingua inglese e il governo centrale. Yaoundé ha infatti affidato lo sfruttamento dei giacimenti a grandi multinazionali, in particolare Perenco (anglo-francese), Total (francese), Shell (anglo-olandese) e ExxonMobile (statunitense), ma i profitti non sono stati equamente redistribuiti tra la popolazione. Anzi, la presenza di queste abbondanti riserve di idrocarburi ha reso ancora più stringente il controllo di Yaoundé su quelle regioni. Anche perché l’economia del Camerun dipende in larga parte dall’attività estrattiva, che rappresenta il 40% del Pil nazionale.
Regioni in fiamme
La scintilla che porta all’incendio scoppia nel 2016. Nelle due regioni anglofone, gli insegnanti e gli avvocati organizzano scioperi e manifestazioni in strada. Protestano contro l’invio di giudici e insegnanti francofoni che, a loro dire, non avrebbero la preparazione adeguata per gestire i processi secondo la common law (il diritto consuetudinario di matrice britannica in vigore nelle due regioni) e non sarebbero in grado di seguire i programmi scolastici incentrati sulla lingua inglese. In un primo momento, il governo di Yaoundé si mostra disponibile a negoziare, ma poi il numero dei manifestanti aumenta progressivamente e le loro richieste si fanno più ambiziose, fino a invocare una maggiore autonomia per le due regioni. Di fronte a queste richieste, già da tempo avanzate dai nazionalisti anglofoni, il governo reagisce. Nelle due regioni anglofone vengono inviati reparti delle forze armate e rinforzi delle forze dell’ordine. I militari e gli agenti usano la violenza e ricorrono agli arresti di massa. La situazione degenera rapidamente. Come spesso accade in queste situazioni, la violenza chiama violenza. In seno ai gruppi separatisti, nascono formazioni armate che non solo reagiscono duramente alla repressione, ma si spingono, nel settembre 2017, a chiedere la secessione dal Camerun delle regioni anglofone, e la nascita dello Stato indipendente di Ambazonia (da Ambas Bay, la regione a Ovest della baia del fiume Mungo). Questi gruppi non sono più composti da compassati avvocati e insegnanti, ma da milizie bellicose che, secondo l’International Crisis Group, contano tra i due e i quattromila combattenti. Negli scontri sia le forze separatiste sia i militari commettono atrocità soprattutto nei confronti dei civili.
A tre anni dall’inizio delle tensioni, le violenze non si fermano. «Molte case sono state bruciate e scontri armati continuano ogni giorno – ci racconta una fonte locale che vuole rimanere anonima -. Alcune persone sono rimaste uccise. Le pattuglie di polizia spaventano la popolazione, soprattutto gli anziani che non hanno mai vissuto una simile atmosfera di tensione».
L’economia e la vita sociale delle regioni anglofone sono bloccate. «I continui scontri – prosegue la fonte – rendono impossibili le attività della società civile. Anche in campo economico le difficoltà sono crescenti da quando la maggior parte delle imprese ha cessato di operare in loco. Le due province vivono di agricoltura, ma anche coltivare i campi è complicato. Molti contadini sono stati uccisi mentre lavoravano».
Nel mirino è entrata anche la Chiesa cattolica. «Negli ultimi mesi si sono registrati molti rapimenti di sacerdoti – continua la nostra fonte -. Ciò ha costretto Andrew Nkea Fuanya, il vescovo di Mamfe, a chiudere tre parrocchie nella sua diocesi. George Nkuo, vescovo di Kumbo, è stato rapito. Non solo le autorità religiose, ma anche i civili vengono rapiti quotidianamente per essere liberati dietro riscatto. Detto questo, va aggiunto che gran parte della popolazione preferisce i miliziani alla polizia. I vescovi chiedono che si apra un dialogo inclusivo attraverso il quale le parti si confrontino senza pregiudizi. Di fronte alle costanti minacce, soprattutto da parte dei separatisti, la Chiesa cattolica cerca di avvicinare i ragazzi per educarli ai valori della vita».
Di fronte a questa crisi, la comunità internazionale non è rimasta immobile. A gennaio 2019, gli Stati Uniti hanno diminuito gli aiuti militari al Camerun facendo riferimento alle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nelle regioni anglofone. A maggio, sempre gli Usa, hanno promosso il primo vertice del Consiglio di sicurezza dell’Onu incentrato sul conflitto anglofono. E, a luglio, la Camera dei rappresentanti di Washington ha adottato la risoluzione n. 358 che chiede al governo del Camerun di ricostituire il sistema federale per tentare di risolvere la crisi. Sempre a luglio, la Svizzera, che da secoli ha adottato un sistema federale ed è un altro partner importante del Camerun, ha avviato un tentativo di mediazione indicando al presidente camerunese Paul Biya proprio il modello svizzero incentrato sui cantoni che nei secoli ha garantito la convivenza tra comunità linguistiche diverse. Anche sul fronte interno le cose stanno cambiando. L’opinione pubblica moderata francofona è sempre più incline all’idea di uno stato federale, da tempo invocato dai moderati anglofoni.
Le pressioni internazionali e nazionali hanno portato all’inizio di ottobre alla convocazione di un dialogo nazionale inclusivo per affrontare la situazione. Nell’incontro si è parlato di uno statuto speciale per le regioni anglofone, dell’immediato rilancio di alcuni progetti come la costruzione di infrastrutture: aeroporti e porti marittimi nelle due regioni, dell’integrazione degli ex combattenti nella società e del ripristino del vecchio nome, Repubblica unita del Camerun. Come segno di distensione, poi, il presidente Biya ha ordinato di fermare i procedimenti giudiziari contro più di 300 prigionieri, tra cui il leader dell’opposizione Maurice Kamto del Crm (Camerun renaissance movement).
Un provvedimento, quello dell’amnistia, non ritenuto sufficiente dai separatisti che continuano a chiedere la liberazione di tutti i prigionieri reclusi dal 2016, compresi i dieci leader condannati all’ergastolo lo scorso agosto.
Nonostante il dibattito in corso, la violenza continua. «I civili continuano a essere uccisi senza pietà e le abitazioni degli anglofoni vengono bruciate – conclude la nostra fonte -. La vita è davvero difficile perché a soffrire è soprattutto la gente comune. Il governo pensa ancora di poter decidere da solo. La soluzione migliore è solo un dialogo inclusivo che vada alla radice della crisi e trovi una soluzione una volta per tutte».
Nella splendida isola, più vicina all’Africa che all’Europa, i turisti sono in grande aumento. I migranti che vi approdano sono invece in rapida diminuzione. E i giovani cercano di andarsene.
Vista dall’alto di un aereo, sorge come uno scoglio in mezzo al Mediterraneo, più vicina al Nord dell’Africa che all’Italia, si trova a 224 km da Porto Empedocle in Sicilia e a 188 km da Sfax, in Tunisia. È la maggiore tra le Isole Pelagie, che in greco antico significa «in mare aperto». Lampedusa è un’isola rocciosa, terra delle antiche abitazioni in pietra calcarea chiamate dammusi e luogo prescelto dalle tartarughe caretta caretta per la riproduzione. Il mare trasparente e caldo rende piacevole un tuffo anche in ottobre e l’Isola dei Conigli o le spiagge di Cala Madonna e Cala Pulcino fanno sognare i tropici. Nell’aria, il profumo di finocchietto selvatico avvolge ogni cosa.
Nell’ultimo decennio, l’arrivo sulle sue coste di migliaia di persone provenienti dal Nord Africa ha reso i 22 km quadrati dell’isola universalmente conosciuti. Lampedusa è rappresentata oggi dai media quasi unicamente come «l’isola dei migranti». Eppure, come un vero porto di mare, terra di passaggio, sull’isola, luogo utopico e reale, convivono e intrecciano le loro vite viaggiatori di ogni tipo, volontari o forzati, lavoratori stagionali, residenti, gente che arriva e giovani che se ne vanno.
I tanti volti di Lampedusa
Meta di turismo di mare. Così appare Lampedusa agli occhi di Marcello, un impiegato di Milano di 51 anni che, a fine settembre 2019, ha scelto di sfuggire alle prime nebbie padane e di rifugiarsi sull’isola per una breve vacanza. Di giorno trascorre il tempo alla ricerca delle spiagge più belle. La sera, invece, si siede in qualche piano bar di via Roma, tra un bicchiere di vino e un karaoke. Classica vacanza di mare. Non sa niente del tema migratorio e non gli interessa. Migranti non ne vede e gli va bene così.
Meta di turismo solidale. Così vede l’isola Roberta di Perugia che si trova sull’isola nello stesso periodo di Marcello. Anche lei è una turista, arrivata per il Festival di Lampedusa, un appuntamento organizzato da ragazzi residenti e artisti italiani per portare una proposta culturale sull’isola.
Roberta è interessata a conoscere la Lampedusa Porta d’Europa, terra di frontiera e sede di organizzazioni culturali che si occupano di temi sociali, ambientali e promozione dei diritti umani. Trascorre il tempo a Porto M, un piccolo museo gestito dal movimento culturale Askavusa, dove sono contenuti oggetti appartenenti a migranti e ritrovati sulle spiagge. Guarda le scarpe spaiate, frammenti di barche, maglie stracciate e pezzi di giubbotto salvavita. Va all’archivio storico, sfoglia le foto in bianco e nero di una Lampedusa antica e scopre che l’isola è stata sede di un carcere di alta sicurezza agli inizi del Novecento e di una base militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Parla con alcuni residenti dell’isola che non dimenticano i naufragi a cui hanno assistito negli ultimi anni. Roberta vorrebbe anche parlare con qualche migrante per ascoltare la loro storia. Ma rimane delusa. Eppure si era fatta l’idea, leggendo i giornali, che Lampedusa straripasse di migranti.
Luogo da cui scappare. Per Louay, un ragazzo di 21 anni originario della Tunisia, Lampedusa ha l’aspetto di un carcere. Arrivato nella notte del 29 settembre 2019, insieme a circa 180 connazionali divisi su più imbarcazioni, Louay vede l’isola come una zona di transito obbligato. Il suo obiettivo è arrivare in Francia e poi spostarsi in Germania.
Quando Louay arriva a Lampedusa alle 2 di notte, Marcello e Roberta stanno dormendo.
Dormono anche tanti dei seimila residenti di Lampedusa, molti dei quali al mattino si alzano all’alba per lavorare in bar e ristoranti. Per loro Lampedusa è una casa e il flusso turistico rappresentato da Marcello e Roberta è il lavoro.
Non dormono invece gli operatori di alcune organizzazioni umanitarie presenti sull’isola, che si svegliano e si dirigono al porto per portare generi di conforto e documentare l’arrivo di Louay e delle altre persone che i carabinieri trasporteranno nell’hotspot, il centro di prima accoglienza. Per coloro che lavorano in Ong nazionali e internazionali o nelle forze armate italiane, Lampedusa è un posto dove trascorrere una parte della propria vita svolgendo una missione, chi ubbidendo a ordini militari, chi lavorando per i diritti umani o facendo volontariato.
Per altri, infine, Lampedusa è il luogo da cui spiccare il volo. La vedono così i ragazzi lampedusani che desiderano una formazione accademica. I ragazzi in età universitaria sanno che devono trasferirsi in Sicilia o spostarsi in qualche altra regione italiana o magari all’estero, se vogliono ottenere una laurea.
Tra un ragazzo di 18 anni di Lampedusa e Louay non c’è molta differenza. Entrambi hanno il sogno di costruirsi una vita. Però solo il ragazzo con il passaporto italiano ha in mano il lascia passare per trasferirsi in Europa, su un aereo e con le carte in regola. L’altro è forzato a rischiare la vita in mare o nel deserto, cercando di attraversare qualche frontiera.
Bruciare i documenti
Louay è arrivato a Lampedusa su una barca da 20 posti, intercettata in mare dalla Guardia Costiera che l’ha scortato fino al porto. Poi è stato trasferito all’hotspot, dove chi arriva senza documento viene trattenuto durante le pratiche del foto segnalamento prima di essere mandato nei centri della Sicilia o del resto d’Italia, nei quali rimarrà in attesa di una risposta alla richiesta di protezione internazionale. A fine settembre 2019, l’hotspot, che ha una capienza massima di circa 95 posti, è sovraffollato. Sono presenti intorno alle 250 persone in attesa di essere trasferite. La maggior parte sono tunisini. Tra di loro anche alcuni ragazzi eritrei e altri originari dell’Asia, tra cui Bangladesh.
Louay, come altri ragazzi, esce da un buco nella recinzione che percorre il perimetro dell’hotspot e si dirige verso la chiesa del paese, dove il parroco ha messo a disposizione il wifi gratuito. Indossa pantaloni rossi e una t-shirt bianca, il vestiario in dotazione dell’hotspot. «Circa il 30% delle persone nel centro ha meno di 18 anni – racconta Louay mentre cammina sotto il sole caldo delle 2 del pomeriggio -. Il viaggio fino a Lampedusa da Sfax è durato 36 ore circa e la barca su cui ero io era solida e il mare calmo. Ce l’abbiamo fatta. Ora però il mio obiettivo è andarmene da qui».
Quando Louay arriva in paese, la piazza della chiesa è quasi deserta. Qua e là qualche ragazzo come lui cerca la connessione internet. Quando Whatsapp comincia a funzionare, Louay chiama suo padre e gli dice che il viaggio è andato bene. Dall’altra parte dello schermo un uomo sorridente lo saluta felice. «Adesso devo capire come arrivare in Francia – dice Louay -. Ci sentiamo dopo». Poi si dirige verso il porto e cerca di comprare un biglietto del traghetto per Porto Empedocle. Un impiegato della biglietteria gli chiede i documenti. Lui non li ha e quindi non riesce nel suo intento. A poco servono i soldi per pagare.
«No, non ho i documenti con me – ci spiega Louay -. Noi usiamo la parola harga per dire che viaggeremo verso l’Europa in barca, attraverso il Mediterraneo. Harga deriva dalla parola araba che significa “bruciare”. In questo caso, bruciare i documenti, perché non vogliamo essere riconosciuti. Per noi tunisini non ci sono molte speranze di avere un permesso di soggiorno in Italia, quindi è molto meglio non avere nessun documento di identità con noi».
Il decreto interministeriale del ministero degli Affari esteri del 4 ottobre 2019, emanato di concerto con il ministero dell’Interno e il ministero della Giustizia, anche detto decreto Di Maio, stabilisce che la Tunisia può essere considerata un paese sicuro, per cui le persone originarie di quello stato, senza un regolare visto, possono essere rimpatriate in pochi giorni, se non dimostrano di aver subito una persecuzione personale nel paese di partenza. Louay, come molti dei suoi connazionali, scappa da un salario misero, dalla carenza di opportunità lavorative, e ha il sogno di vivere in Europa. Tuttavia, non esistono possibilità di accedere a un visto lavorativo se non si ha un contatto diretto con il datore di lavoro nel paese di destinazione. Per Louay non c’era un’alternativa di viaggio, senza visto. L’unica possibilità era bruciare i documenti e provare ad attraversare la frontiera in un altro modo.
Invasione di turisti
Nelle strade di Lampedusa a inizio ottobre ci sono più turisti che migranti. «Lampedusa non è per niente collassata a causa dei migranti – ci spiega Nino Taranto, il direttore dell’Archivio storico del paese -. Spesso i giornalisti confondono l’isola con il suo hotspot. Se il centro di prima accoglienza è sovraffollato, non significa che lo sia l’isola. Lampedusa non è il suo hotspot».
Negli anni, si è radicata la narrazione che l’Italia sia invasa dai migranti partiti dal Nord Africa e che Lampedusa, una delle sue frontiere, sia sprofondata sotto il peso della responsabilità di accogliere tutti. «Si tratta di un immaginario che si è costruito nel 2011, quando sull’isola sono cominciate ad arrivare le persone in fuga dagli scontri prodotti durante la cosiddetta Primavera araba. Oggi le cose non stanno più così – continua Taranto».
Delle 11.741 persone arrivate in Italia nel 2019 attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, 7.155 sono approdate in Sicilia e le altre principalmente tra Sardegna, Calabria e Puglia. Gli arrivi dei migranti a Lampedusa sono superati dall’arrivo dei turisti. Secondo le ultime elaborazioni prodotte nel 2018 dall’Osservatorio turistico della regione siciliana sulla base dei dati forniti dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, si è verificato un notevole aumento del numero dei turisti passando da 185mila arrivi all’aeroporto nel 2015 a oltre 253mila nel 2017, con un aumento esponenziale dei passeggeri nei mesi estivi. Ad esempio, ad agosto del 2017 sono arrivate all’aeroporto 58.422 persone a fronte delle 4.793 durante il mese di gennaio.
«Il turismo di massa è aumentato a dismisura negli ultimi anni – commenta il direttore -. Ma la gestione di questo settore è lasciata ancora un po’ al caso, manca addirittura un ufficio del turismo ben strutturato e un progetto di sviluppo ordinato».
Negli ultimi anni Lampedusa ha registrato il tutto completo a luglio e agosto e basta fare un giro su blog e siti di prenotazioni e vacanze per leggere recensioni di utenti che consigliano ai futuri visitatori di mettere piede sull’isola in bassa stagione, se si vuole godere di un’esperienza rilassante senza doversi fare largo a gomitate tra gli altri turisti.
Tra percezione e realtà
Nonostante ci siano infiniti modi di guardare Lampedusa, negli anni l’isola si è trovata al centro di un’interpretazione ridotta a due sole narrazioni: descritta a volte come «l’isola dell’accoglienza», altre volte come «l’isola collassata per i troppi arrivi dei migranti». L’immagine dell’isola è stata focalizzata unicamente sui temi migratori e cambia a seconda della maggioranza che governa il paese.
I cittadini di Lampedusa stanno facendo ancora i conti con un’immagine semplificata ed eccessivamente politicizzata che spesso non accettano. «Noi non ci sentiamo rappresentati nei racconti di giornali e televisioni. Vogliamo articolare un discorso su Lampedusa e le migrazioni che si smarchi dalle due retoriche dominanti, quella, per farla breve, dei “migranti cattivi” e quella dei “migranti buoni”, la stessa retorica semplicistica che ha visto i lampedusani passare dall’essere descritti come tutti eroi a tutti razzisti – spiega Giacomo Sfarlazzo del collettivo Askavusa -. Nessuno ha ascoltato le voci dei lampedusani e quelle delle persone migranti, nessuno si è chiesto perché le persone lasciano il proprio paese e quali responsabilità ha l’Unione europea in questi processi, e nessuno ha messo al centro del discorso la regolarizzazione dei viaggi. Perché la cosa importante non è pensare se salvare o non salvare le persone quando stanno già affogando, ma dare loro una possibilità di viaggiare e muoversi in sicurezza in modo che non rischino di annegare».
Nessuno dei pescatori o dei residenti dell’isola che si sono messi a disposizione per dare una mano ai migranti durante i numerosi naufragi si sente un eroe. «Abbiamo fatto il nostro dovere, niente più di questo – racconta Lino, residente a Lampedusa, che ha soccorso alcuni migranti con la sua barca durante il grande naufragio del 3 ottobre 2013 -. Se senti delle persone “vusciare” (disperarsi nel dialetto dell’isola, nda) nell’acqua, che fai? Le salvi, no?».
Sfiducia nello stato
Anche la vittoria della Lega, che ha ottenuto il 45,85% dei voti di Lampedusa e Linosa durante le ultime elezioni europee di maggio 2019, in realtà nasconde un significato che va oltre un semplice trionfo della destra sulla sinistra. A Lampedusa, più del 70% delle persone aventi diritto non è andata ai seggi e l’alta percentuale di astensionismo dimostra una sfiducia della cittadinanza nei confronti dello stato e della politica italiana in generale. Da anni, molti lampedusani si lamentano della raccolta dei rifiuti, della militarizzazione costante dell’isola, della presenza di radar per motivi di sicurezza nazionale e di una gestione limitata della sanità. Sull’isola manca un ospedale attrezzato, cosa comprensibile se si considera il basso numero di residenti, ma che genera scontento nella popolazione.
Eppure sembra difficilissimo per i residenti di Lampedusa liberarsi della narrazione fatta dai media nazionali e dalla percezione che si è creata intorno al fenomeno migratorio e al ruolo dell’isola.
I problemi di percezione dipendono da una rappresentazione mediatica spesso urlata che propone un’immagine dell’isola che ricorda quella del 2011, quando si è verificata un’impennata di arrivi dei migranti rispetto al 2010, ma anche dal fatto che lo stato italiano continua a descrivere l’inclusione dei migranti già presenti sul territorio come un’emergenza. In realtà, la gestione dei processi di integrazione è diventata più caotica in seguito all’introduzione del Decreto sicurezza bis, che ha abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari, condannando molte persone già in Italia alla condizione di irregolarità e ad uscire dai progetti Sprar.
Cala la percezione d’insicurezza
Nonostante i provvedimenti anti migranti, nel 2019 è diminuita la percezione di insicurezza che provano gli italiani nei confronti delle persone che arrivano nel paese.
Un recente rapporto dell’Associazione Carta di Roma, intitolato «Notizie senza approdo» ribadisce che c’è «una assenza di correlazione tra quantità̀ di esposizione mediatica del fenomeno e l’incremento della percezione di insicurezza delle persone». Nel 2019 il tema migratorio è stato molto presente sui media: sui 304 giorni analizzati, solo uno è stato privo di notizie sull’immigrazione. Tuttavia, si è verificato un calo di dieci punti dell’insicurezza percepita nei confronti di migranti e stranieri. Ad aiutare il cambiamento è stata una riduzione dei toni sensazionalistici che sono spesso utilizzati dai media per descrivere il fenomeno migratorio.
Sebbene ancora un italiano su tre consideri i migranti una minaccia alla sicurezza personale e sociale, gli altri invece hanno cominciato a provare meno preoccupazione di fronte agli arrivi delle persone dal mare, forse perché si sono annoiati o talvolta abituati all’eccessiva rappresentazione del fenomeno e hanno cominciato a considerare normale qualcosa che è stato spesso comunicato come anormale.
Inoltre una buona parte di chi arriva in barca sulla rotta del Mediterraneo centrale non vuole rimanere in Italia. Probabilmente in questo momento storico, i migranti e gli italiani condividono le stesse preoccupazioni sulla difficoltà di accedere a un lavoro ben pagato in questo paese.
Secondo i dati Istat del 2019, alla fine del 2018, gli stranieri regolari residenti in Italia erano l’8,7% del totale della popolazione, dato che si conferma più o meno uguale negli ultimi anni. A livello percentuale, c’è stata una riduzione del 3,2% delle iscrizioni all’anagrafe italiana da parte di persone residenti all’estero. Invece è aumentato dell’1,9% il numero degli italiani, in particolare giovani diplomati e laureati, che vivono e lavorano stabilmente all’estero. Negli ultimi 10 anni sono 816mila gli italiani che hanno deciso di partire. Quasi la quantità di persone di una città delle dimensioni di Torino. Il numero è ancora più alto se si considerano tutti gli italiani che di fatto vivono all’estero, ma non hanno trasferito la residenza. Intanto la natalità in Italia si riduce e nel 2018 il saldo tra i nati vivi e i morti è stato negativo di 193mila unità. Nel 2018 sono nati 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia.
Se si guarda ai dati, al di là di ogni rappresentazione e percezione, in Italia si nasce di meno e sembra che la gioventù scappi più che arrivare.
A metà ottobre Louay è stato rimpatriato in Tunisia, dopo aver trascorso 9 giorni nell’hotspot di Lampedusa e 5 giorni in Sicilia, dove è stato stabilito che il ragazzo non corre un reale pericolo di vita nel suo paese d’origine. Negli stessi giorni, qualche studente di Lampedusa ha preso il volo verso l’università. In qualche altra regione italiana, una laureata o un diplomato ha fatto la valigia per Londra, o forse Ginevra o magari per la Cina. Sullo sfondo rimane un paese un po’ più anziano e un po’ meno accogliente per i giovani di qualsiasi nazionalità, che si concentra su improbabili invasioni per evitare di riflettere sull’immobilismo a cui sta consegnando il suo futuro.
Simona Carnino
I dati sconfessano le dichiarazioni dei politici
Arrivi dimezzati, morti aumentati
Louay è una delle 11.741 persone arrivate in Italia nel 2019 sulla rotta del Mediterraneo centrale secondo i dati dell’Unhcr/Acnur, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Gli arrivi dell’ultimo anno sono i più bassi in assoluto dal 2012 e sono il 50,9% in meno dei 23.370 arrivi via mare del 2018. I numeri si sono molto ridotti negli ultimi 2 anni, se si considera che nel 2017 sono entrate in Italia attraverso il mare 119.369 persone.
Nonostante la riduzione degli arrivi, secondo le statistiche pubblicate il 3 gennaio 2020 sempre dall’Agenzia dell’Onu, nel 2019 sono morte o sono state dichiarate disperse 750 persone durante il viaggio. Nell’ultimo anno è aumentata la mortalità sulla rotta del Mediterraneo centrale con 65 persone morte o disperse su 1.000 rispetto alle 54,7 su 1.000 del 2018.
Negli anni, i governi italiani hanno ridotto o eliminato le iniziative di soccorso in mare, a partire dal 2014 con la chiusura dell’operazione di salvataggio Mare Nostrum, per finire con la criminalizzazione delle navi per il recupero dei naufraghi gestite da Ong nazionali e internazionali. Secondo gli articoli 1 e 2 del decreto legge 53, detto anche Decreto sicurezza bis del 15 giugno 2019, attualmente in processo di modifica, il ministro dell’Interno «può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale» per ragioni di ordine e sicurezza e la sanzione per chi viola il divieto è una multa fino a 50mila euro per il comandante e la confisca della barca. In pratica, il decreto mette sullo stesso piano i volontari e gli operatori delle organizzazioni umanitarie che salvano i naufraghi in mare e i cosiddetti trafficanti, che lucrano sul trasporto dei migranti.
La conseguenza di una condotta politica che elimina i soccorsi non è stata la riduzione degli arrivi, ma l’aumento dei decessi dei migranti in mare, che in genere viaggiano su imbarcazioni precarie ad alto rischio di avaria. Le partenze per l’Europa si sono ridotte non tanto perché siano cambiati i motivi che portano le persone a muoversi verso il Nord geopolitico, ma a causa degli accordi tra Italia e Libia firmati dal governo Gentiloni nel 2017, che autorizzano lo stato nordafricano ad aumentare i controlli per contrastare la migrazione cosiddetta clandestina. Come conseguenza di questo accordo di esternalizzazione della frontiera europea, la polizia libica persegue e reclude nelle proprie carceri i migranti provenienti dall’area subsahariana ben prima che possano prendere la via del mare e dirigersi in Europa.
Simona Carnino
Missionarie della Consolata Operazione Ki.Ka.
testo di Ivana Cavallo, foro MdC |
Il 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore, nella casa generalizia delle suore missionarie della Consolata in Nepi (Viterbo), le otto sorelle destinate alle nuove missioni del Kirghizistan e del Kazakistan hanno ricevuto il mandato missionario dal cardinale João Braz de Aviz.
«Il vostro andare è segno che la Chiesa è viva. Grazie per il vostro coraggio come Istituto, che va gratuitamente senza aspettare niente in cambio». Così il cardinale Braz de Aviz, prefetto della «Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica», si è espresso nell’omelia della celebrazione eucaristica nella quale abbiamo ricevuto il nostro mandato per le nuove aperture missionarie in Asia (vedi MC 11/2019, p. 16).
L’essere inviate ci ricorda che non andiamo a titolo personale, ma a nome della Chiesa e dell’Istituto, per una missione affidataci. È un dono grande quello che ci è stato consegnato: andare e annunciare il Vangelo al popolo Kazako e Kirghizo, ma è anche una responsabilità. Essere per loro quella stella che porta a conoscere Gesù, guidata dallo Spirito Santo e che si fa presente nella semplicità, nella vicinanza, nel rispetto e con tanta delicatezza, come la Consolata, di cui abbiamo ricevuto l’icona. Sì, perché, proprio come ci ricorda la festa dell’Epifania, Lui è venuto per tutti i popoli, e culture.
Tutte noi abbiamo vissuto questo momento con grande gioia e speranza, sia per la forza spirituale ricevuta, sia perché ci siamo sentite accompagnate con tanta preghiera da tutte le nostre sorelle, familiari e amici, e anche perché ci siamo sentite inviate come comunità. Non andiamo come singole, ma insieme, da sorelle con età, culture ed esperienze missionarie diverse, chiamate a dare testimonianza del nostro stare insieme con e per il Signore. «Attive nel bene, perché abbiamo ricevuto la vita non per sotterrarla, ma per metterla in gioco; non per trattenerla, ma per donarla», come ci ha ricordato papa Francesco nell’omelia della celebrazione dei vespri per l’inizio del mese missionario straordinario dello scorso ottobre.
KiKa2020, mandato alle otto sorelle MdC in partenza per Kirzighistan e Kazakistan
Stupore e meraviglia
le sorelle MdC in partenza per il Kirzighistan
Essere questo segno della Chiesa viva partendo per l’Asia Centrale, ha suscitato e suscita molte domande e perplessità in molti, ma anche tanta ammirazione e stupore. Ecco le domande e le espressioni più frequenti rivolte a noi partenti:
«Ma dove si trovano questi paesi? Mai sentiti nominare! Perché andate proprio là?».
«Ma c’è ancora bisogno di evangelizzare?».
«Che coraggio! Ma siete matte, siete così poche suore! E perché andare in paesi di maggioranza musulmana? Non avete paura?».
«Abbiamo tanto bisogno di suore anche qui, perché andate così lontano?».
«Ma come, ve la sentite davvero di imparare una lingua così difficile come il russo?».
«Vi assicuriamo la nostra preghiera, ne avrete bisogno!».
«Siete davvero felici di andare?». E tante altre ancora.
Per noi, come sorelle e come Istituto, è chiaro il motivo del nostro andare, è insito nella nostra identità più profonda e carismatica, nella nostra chiamata. Con san Paolo anche noi diciamo: «Non è un vanto per me predicare il Vangelo, è un dovere: guai se non predicassi il Vangelo» (1Cor 9.16).
Come missionarie ad gentes siamo chiamate ad andare verso gruppi e ambienti non cristiani dov’è assente o insufficiente l’annuncio evangelico e la presenza ecclesiale, non per fare proselitismo, ma per dare testimonianza di Gesù Cristo, come ci ricorda spesso papa Francesco: «È vivere la fede, è parlarne con mitezza, con amore, senza voglia di convincere nessuno, ma gratuitamente. È dare gratis quello che Dio gratis ha dato a me: questo è evangelizzare».
KiKa2020, mandato alle otto sorelle MdC in partenza per Kirzighistan e Kazakistan
Pronte alle sfide aiutate dalla vostra preghiera
Le sorelle MdC in partenza per il Kazakistan
Sfide sicuramente ce ne saranno e anche tante, una tra tutte è la lingua non facile, per cui ringraziamo chi ci sostiene e accompagna con la preghiera. Ma queste sfide e le incognite non ci tolgono la gioia di voler vivere la nostra missione tra quei popoli. Lì è il nostro posto, perché lì ci ha pensate e ci vuole il Signore, e se rimaniamo unite a Lui, Lui stesso darà la forza e il coraggio non solo di partire, ma di stare, accogliendo le gioie e le fatiche, i successi e anche gli insuccessi,
«Allora, quando andrete?», ci domandano ancora. La data di partenza non dipende da noi, ma da quando riceveremo i visti dai due paesi.
Quando voi leggerete queste righe noi speriamo proprio di essere già arrivate là per celebrare la nostra prima Pasqua in quelle terre.
Ivana Cavallo missionaria della Consolata
Ultimo minuto:
arrivate in Kazakistan le prime 4 missionarie
ci uniamo alla loro gioia e nel ringraziamento al Signore e alla Consolata.
Nepi, 29 febbraio 2020
Carissime Sorelle ieri 28 febbraio sono partite verso il Kazakistan le nostre quattro Sorelle: sr Adriana, sr Claudia, sr Luisa e sr Zipporah. Oggi abbiamo ricevuto un messaggio da Padre Carlos Lahoz, sacerdote amministratore della diocesi di Almaty. E sono buone notizie che desideriamo condividere con tutte voi, che con amore e preghiera state accompagnando questo nuovo cammino dell’Istituto in Asia.
Ecco, lui dice così dirigendosi a sr Cecilia Pedroza S. in un messaggio whatsApp, accompagnato da questa foto:
“Buongiorno! Non dovranno fare la quarantena. E sono arrivate bene, sono a Kapchigai. Questi tre sacerdoti [che sono nella foto] abitano a Kapchigai: due polacchi e un spagnolo. E grazie a voi, che fate tanto per il Signore! Vi aspettiamo anche a voi, che volevate venire insieme con loro. Quando Dio vorrà”.
In questo nuovo inizio missionario continuiamo ad affidare queste nostre Sorelle all’amore della Consolata, rileggendo quanto la nostra Direzione generale scrisse nella lettera del 25 dicembre 2018:
“Davvero, Sorelle, la Consolata stende il suo manto, la sua capulana, la sua kanga, il suo aguayo, il suo sarong su di noi, sul corpo dell’Istituto, sua creatura, attirandoci a Lei, nel suo grembo, in una azione di rigenerazione che ci purifica, ci riporta all’essenziale, sollecita in noi la comunione, il percepirci e viverci sempre di più come unico corpo, al di là di ogni confine geografico, culturale, generazionale, situazionale”.
E come unico corpo preghiamo con fede per le nostre Sorelle in Kazakistan:
“Proteggi Padre, la tua Famiglia e mantieni in essa il tuo spirito!”
dalla direzione generale della Missionarie della Consolata
Sempre più al largo
testo di Angelo Fracchia |
Gli Atti degli Apostoli crescono: la comunità dei fratelli, o dei credenti, o dei discepoli, ha iniziato ad affacciarsi fuori dalla Giudea, ha avuto il primo martire, Stefano, un ellenista, ossia un ebreo di lingua greca (At 6-7), ma questo, lungi dallo spegnerne l’entusiasmo, ha significato l’inizio della predicazione ai samaritani (At 8,5-25), a un eunuco etiope (At 8,26-39), addirittura a un centurione romano (At 10). Nulla sembra fermare la progressione di una comunità che pare però per ora procedere quasi a caso.
Dal male, il bene
Sembra comunque che anche ciò che potrebbe essere di danno per la nuova comunità, si volga invece a suo vantaggio. La persecuzione contro i credenti (At 4-5) ha significato la possibilità di predicare Gesù anche davanti al sinedrio; un episodio di discriminazione tra i discepoli (il trascurare le vedove ellenistiche: At 6,1) ha regalato alla neonata comunità sette nuovi servitori che hanno inteso in modo molto generoso la loro chiamata; l’affacciarsi di un persecutore particolarmente accanito (Saulo, At 9) diventa l’occasione per uno dei pochi episodi degli Atti in cui Dio si mostra esplicitamente in tutta la sua forza.
Ma il cammino è soltanto all’inizio. Luca sembra quasi suggerirci che ciò che accade potrebbe anche essere interpretato in modi diversi, molto umani, anche se ci mostra in modo chiaro che in quegli snodi a muoversi e manifestarsi è lo Spirito di Dio.
Capita infatti che, in seguito all’uccisione di Stefano, sorga una persecuzione «contro la Chiesa di Gerusalemme» (At 8,1). In realtà, notiamo che gli apostoli non ne sono toccati, benché non facciano nulla per nascondersi, e che questa persecuzione si scatena subito dopo la morte di Stefano: viene da pensare che il suo bersaglio non fossero i cristiani in genere, ma proprio gli ellenisti, quegli ebrei convertiti di lingua greca che probabilmente erano guardati abbastanza male dagli antichi residenti di Gerusalemme. Sembra addirittura che chi li perseguita non abbia neppure di mira i fratelli, i credenti, ma la gente forestiera che si era trasferita a Gerusalemme portando con sé i propri (tanti) soldi, le mogli (giovani e presto vedove) e i (riottosi) figli di età minore. Costoro, quasi certamente poco legati a Gerusalemme, davanti alla persecuzione, hanno la scusa buona per ritornare in quegli ambienti di origine che erano multiculturali, variegati e ricchi di vita e in cui probabilmente preferivano vivere.
Ciò che si può dedurre sul clima ecclesiale, nonostante Luca tenti di non evidenziarlo troppo, non è simpatico. Come abbiamo già in parte ricordato, l’autore di Atti dice che «scoppiò una violenta persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme» tanto che «tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria» (At 8,1). È un passaggio quanto meno strano: se voglio colpire un gruppo, la prima delle misure da prendere è punirne i capi che, tra l’altro, sono ben noti al sinedrio, che li ha già convocati due volte (At 4,1-21; 5,17-42). Perché questa volta li lascia stare?
Come dicevamo, viene il sospetto che la persecuzione non tocchi poi davvero tutti i credenti in Cristo ma solo quelli di lingua greca, i forestieri. E a questo punto si insinua anche una domanda triste e perfida: perché i dodici non sembrano muovere un dito per difendere i cristiani ellenisti o per condividerne la sorte?
Uno degli aspetti della chiesa delle origini, che Luca dissimula ma ci lascia intravedere, è che non si tratta di una chiesa perfetta. È una chiesa i cui responsabili in fondo condividono i pregiudizi del loro contesto religioso e culturale, o almeno non riescono a ribellarvisi. Verrebbe da dire che questa chiesa, lungi dall’essere ideale, assomiglia molto anche alla nostra. Oggi come allora l’adesione a Cristo non trasforma il nostro sguardo come dovrebbe. Ebbene, Luca fa notare che persino in questa situazione discutibile, lo Spirito è all’opera, e può scrivere dritto su righe storte. Anzi, è proprio ciò che fa.
Annuncio scandaloso
Da Gerusalemme, quindi, parte un certo numero di ebrei cristiani di lingua greca, che tornano verosimilmente nei luoghi da cui sono venuti. E una volta tornati là ovviamente raccontano a chi incontrano la grande novità che ha cambiato la loro vita. Luca, in verità, si premura di dire che gli espulsi annunciano Gesù solo ad altri ebrei (At 11,19). A noi può sembrare una preoccupazione eccessiva, ma per quel mondo certe divisioni erano barriere insuperabili. In Cristo «non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina» (Gal 3,28), scrive Paolo, e lo evidenzia in quanto si tratta di una novità inaudita, perché normalmente quelle divisioni erano nettissime. Una preghiera che forse già gli ebrei della fine del II secolo (ma probabilmente anche prima) recitavano al risveglio, diceva: «Benedetto tu, Signore, perché non mi hai fatto goi (cioè «non ebreo»), non mi hai fatto schiavo, non mi hai fatto donna». Gesù si era mostrato molto disinvolto nel valorizzare le donne e incontrarsi con loro, e dai vangeli non ci sono indizi per farci pensare che non abbia mai incontrato persone che chiaramente fossero schiave… ma non aveva quasi mai oltrepassato la barriera che lo divideva dai non ebrei. È uno dei grandi problemi, forse il più grande, che Luca negli Atti deve presentare e giustificare. E si sta impegnando ad arrivarci poco alla volta.
Ha già citato i primi casi (Filippo che battezza samaritani e poi un eunuco etiope) e ha colto Pietro in una situazione estrema (il battesimo di un centurione romano: At 10). Nel capitolo 11 sembra quasi che Luca voglia scaricare la responsabilità di un passaggio ulteriore su gente che era forestiera e, nella mentalità del tempo, forse un po’ più grezza. «Alcuni, gente di Cipro e di Cirene, cominciarono a parlare anche ai greci…» (At 11,20). Succede semplicemente che ad Antiochia semiti e greci vivano gli uni accanto agli altri. E che alcuni, non del posto, non sapendo bene chi sia ebreo e chi no, cominciano ingenuamente a parlare di Gesù ai loro vicini di casa, che ne sono affascinati. E il vangelo inizia a diffondersi ampiamente anche tra i non ebrei.
Si corre ai ripari
A Gerusalemme vengono a sapere che ad Antiochia sta succedendo qualcosa di strano e, come avevano già fatto per l’annuncio del vangelo tra i samaritani (Atti 8,14), mandano qualcuno a controllare (e chissà, forse, nel caso, a castigare). Per questo, incaricano quello stesso Barnaba che era già stato inviato in Samaria.
Dobbiamo fermarci un attimo per capire la preoccupazione del gruppo dirigente di Gerusalemme. Gesù, lo abbiamo già detto, non aveva lasciato intendere di dover ampliare l’annuncio anche ai non ebrei. In più, il momento più importante di celebrazione della fede cristiana è la «frazione del pane» (quella che oggi chiamiamo messa), che è proprio un banchetto.
Ebbene, il mondo ebraico si compattava soprattutto intorno alle norme religiose che toccavano il cibo. Mangiare era un atto religioso. E l’atto religioso privilegiato dai cristiani era un pasto. I doveri religiosi si concentravano, per il cibo, soprattutto su un’alimentazione kasher, «pura», che richiedeva, tra l’altro, il non mescolarsi con i non ebrei. Come tollerare, quindi, dei non ebrei alla «frazione del pane»? Inoltre, se anche si fosse potuto chiudere un occhio, magari ospitando i non ebrei a casa di ebrei (almeno il cibo sarebbe stato kasher, anche se in compagnia di persone non accettabili), come fare a spiegare loro che non avrebbero mai potuto ricambiare l’ospitalità? È probabile che sembrasse più semplice ribadire che si poteva essere cristiani solo se ebrei.
È con questo dilemma che Barnaba si presenta ad Antiochia. E, come era già accaduto in Samaria, Barnaba arriva, guarda, ascolta, discerne e attesta che vede i frutti dello Spirito e non può fare altro che applaudire a ciò che sta succedendo. Quanto è prezioso lo sguardo di chi sa vedere anche il nuovo con gli occhi di Dio!
Non solo. Immediatamente (Atti 11,25), Barnaba si ricorda che per quel contesto particolare, di mescolanza di due culture, lui conosce la guida giusta, un uomo che lui stesso aveva già introdotto a Gerusalemme, dove però non si era integrato bene, troppo avanti e grintoso per una chiesa forse più tranquilla e ancora legata al tempio… E di nuovo Barnaba si fa strumento dello Spirito su strade nuove: parte, va a Tarso, cerca Saulo, e lo porta ad Antiochia. Finalmente al posto suo, in una comunità mista che traccia strade nuove e, restando fedele al tracciato sicuro, ha bisogno di camminare con coraggio!
La «Porta di Cleopatra» nelle mura di Tarso
Sorvegliati dai servizi segreti
Il brano si chiude con un’affermazione che può sembrare una semplice curiosità, ma ha numerosissimi sottintesi: «Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (Atti 11,26). Anche chi la consideri solo una curiosità, sa bene che alla fine quel nome si sarebbe imposto e quindi questo è un passaggio importante. Ma c’è di più. «-iano» è un suffisso latino, che di solito indica l’appartenente a un partito raccolto intorno a una persona-guida. Al tempo di Gesù si conoscono bene gli erodiani (cfr. Mt 22,16; Mc 3,6; 12,13), i pompeiani, i cesariani, e così via. Il greco non usa questo suffisso se non in prestiti dal latino. E gli Atti degli Apostoli sono scritti in greco, e il greco (insieme all’aramaico) è la lingua parlata per le strade ad Antiochia. Perché allora una parola latina per definirsi?
Perché probabilmente non furono i cristiani a trovare per sé questo nome (come d’altronde dice Luca: «Furono chiamati»). Proprio l’origine latina lascia invece intendere che si sia trattato dei romani. Questi, tra gli strumenti che utilizzavano per mantenere l’ordine pubblico, avevano anche un’importante rete di informatori, di infiltrati. Noi oggi li chiameremmo i servizi segreti. Sono questi informatori i primi ad accorgersi che sta crescendo un gruppo nuovo, originale, per il quale non si può più dire che siano semplicemente ebrei. Anzi, non lo sono perché hanno dentro anche tanti altri. E capiscono anche che a caratterizzare questo gruppo è Cristo (che lo scambino per un capo politico si può capire: gli informatori, e molto di più chi li usa, sono ossessionati dalla politica). Questo vuol dire anche che ormai «Cristo» non era più sentito come un attributo (la traduzione di «messia») ma quasi come un secondo nome proprio, come lo usa anche Paolo.
Potremmo aggiungere un’ultima considerazione. Siccome non c’è alcuna notizia di una persecuzione contro i cristiani ad Antiochia, gli informatori romani, i primi ad accorgersi in modo chiaro che i cristiani sono davvero una cosa nuova, dovevano aver deciso anche che questo nuovo gruppo non era pericoloso.
Intorno alla chiesa, fuori dal mondo ebraico, qualcuno ha cominciato a notare i cristiani. E l’esito della persecuzione contro una parte sola della comunità cristiana, che sembra quasi venire abbandonata dall’altra, è un’apertura nuova, una sfida nuova, un’opera nuova dello Spirito.
Con tutti i difetti della Chiesa d’allora o d’oggi, dobbiamo confidare che non c’è limite o cattiveria che riesca a legare lo Spirito, pronto ad agire comunque, e ad agire per il bene.
Angelo Fracchia
(12 – continua)
Acque e ladri
Testi di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli. A cura di Luca Lorusso |
Per troppo tempo l’oro blu è stato considerato una ricchezza illimitata, sempre disponibile. Oggi stiamo cambiando idea, spinti dalle crisi ambientali che hanno al centro l’acqua. Prima dell’opinione pubblica, l’hanno capito coloro che, con le leve del potere politico ed economico tra le mani, hanno dato il via a una corsa spietata: quella dell’accaparramento della risorsa centrale per la vita umana.
Il 2019 ha visto un elevato numero di crisi ambientali, dagli incendi in Australia, Sud America, Centrafrica, alla crisi idrica in India, Etiopia, Somalia, la siccità in Sudafrica, le tempeste in Indonesia e Filippine.
In molti di questi casi, al centro del disastro c’era un elemento primario: l’acqua. La sua assenza, come la sua eccessiva presenza (nel caso di alluvioni) ha caratterizzato molti eventi catastrofici legati al cambiamento climatico. Con conseguenze spesso gravi sull’uomo.
In India la siccità prolungata ha lasciato milioni di persone senz’acqua per mesi, con impatto rilevante sulla salute. In Australia il caldo record ha seccato ogni cosa, rendendo possibile una serie infinita di incendi che hanno bruciato per settimane e sono costati decine di vite umane e la morte di oltre 500 milioni di animali.
Sempre di più il cambiamento climatico si manifesta attraverso l’acqua, in una correlazione che non è sempre compresa a livello politico né tantomeno giornalistico.
La geografia dell’acqua sta mutando con un’intensità e una velocità mai viste nella storia del-l’Homo sapiens, e ancora non ci siamo preoc- cupati di capire come affrontare il mutamento e come adattarci ai nuovi contesti che emergono.
In questa complessa equazione differenziale, le variabili sono il clima e l’inquinamento (che alterano la disponibilità idrica), e l’aumento della popolazione e dei consumi (che incrementano i prelievi).
Dunque ci troviamo in un mondo dove l’acqua è impiegata dall’uomo in quantità sempre maggiori, e dove, allo stesso tempo, non sono più disponibili le risorse idriche tradizionali su cui la nostra civiltà si è sempre sorretta, a causa, ad esempio, dell’inquinamento di falde e fiumi.
L’acqua facile è finita
Per molto tempo, a partire dalla fine degli anni Sessanta, il tema principale delle lotte ambientaliste relative all’acqua era quello della sua qualità. Per scienziati e cittadini, la questione della quantità non era ancora allarmante.
Oggi però, la sicurezza dell’acqua «facile» viene meno. Ci siamo finalmente resi conto che la fonte vitale data per scontata e inesauribile, in realtà è scarsa in numerose regioni del pianeta.
I volumi d’acqua disponibili per ogni abitante della Terra diminuiscono di anno in anno, mentre la richiesta pro capite aumenta.
Secondo le Nazioni Unite, entro il 2030 il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree a elevato stress idrico.
Il cambiamento climatico, le frequenti siccità, lo scioglimento dei ghiacciai, erodono le preziose riserve d’acqua dolce. La crescita della popolazione, l’impennata dei consumi e della produzione alimentare, l’industria e il bisogno continuo di energia (da petrolio, gas, centrali idroelettriche), richiedono sempre più ingenti risorse idriche.
Gli attori politici ed economici più potenti, allora, si muovono per assicurarsele, anche a discapito della sopravvivenza di comunità o intere nazioni, ovviamente le più povere.
Ed è qua che ha inizio la corsa all’oro blu. Detta anche, in inglese, water grabbing.
Water grabbing
Con l’espressione water grabbing, o «accaparramento dell’acqua», ci si riferisce a situazioni nelle quali qualcuno prende il controllo di risorse idriche preziose a proprio vantaggio, sottraendole a qualcun altro, comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi.
La costruzione di mega dighe, la privatizzazione di fonti idriche, l’uso forzato di fiumi e laghi per progetti di agrobusiness su larga scala, l’inquinamento dell’acqua per ridurre i costi industriali, il controllo delle risorse idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo di una popolazione nemica, una minoranza, un’etnia, sono esempi di water grabbing. Gli effetti di questo accaparramento sono sovente devastanti.
Nel cosiddetto Sud del mondo, ma anche in alcuni paesi industrializzati, l’acqua si trasforma da bene comune liberamente accessibile a bene privato o controllato da chi detiene il potere.
La geografia del water grabbing interessa ampie fasce del pianeta, le zone equatoriali, i grandi bacini idrici dell’Asia, il Medio Oriente, l’America meridionale, l’area mediterranea, le zone desertiche dell’America settentrionale e dell’Australia.
Per questa ragione un gruppo di ricercatori, giornalisti (incluso l’autore di questo dossier, ndr), fotografi ed esperti, ha creato il Water grabbing observatory, guidato da Marirosa Iannelli, con l’obiettivo di rilevare, analizzare, comunicare fenomeni sociali, ambientali ed economici legati ad acqua e clima, in Italia e nel mondo, usando giornalismo e pubblicazioni come, ad esempio, il libro Water grabbing (edito dall’Emi nel 2018) e L’Atlante geopolitico dell’acqua (Hoepli, 2019), di cui proponiamo alcuni estratti in queste pagine.
Le mega dighe e i padroni del Mekong
Uno dei principali dispositivi di controllo delle risorse idriche nel mondo è l’impiego delle mega dighe: quella delle Tre Gole in Cina ha comportato il trasferimento forzato di 1,2 milioni di persone; la Gibe III in Etiopia sta colpendo gli equilibri geosociali della popolazione della regione dell’Oromia (400mila persone interessate); la Merowe in Sudan ha intaccato lo status di 50mila persone, senza alcun indennizzo economico.
Uno dei bacini idrici più importanti e anche più colpiti dal fenomeno del water grabbing al mondo è quello del fiume Mekong, in Indocina, dove la costruzione di decine di dighe sta modificando la vita di milioni di persone, in particolare nel delta.
Siamo andati a raccogliere informazioni su una di queste, la diga Xayaburi, la prima costruita in Laos sul Mekong nella zona Nord occidentale del paese, e l’accoglienza non è stata tra le più calorose: guardie armate ci hanno impedito di arrivarvi, sia in auto che a piedi. Abbiamo potuto intravedere dall’alto della montagna solo l’ansa del colosso completato a fine novembre 2019.
Pesca, agricoltura, turismo in secca
Costruita da un’azienda di Bangkok, la Ck Power Pcl, la diga Xayaburi venderà il 95% dell’energia prodotta a utenti thailandesi, fuori dai confini del Laos. Quello che le popolazioni di questi territori non si aspettavano, però, era che la mega diga potesse avere un impatto sul corso del fiume così forte come quello che osservano oggi. Duecento chilometri più a Sud, infatti, dove il Mekong scorre per un lungo tratto sul confine tra Laos e Thailandia, le ultime foto satellitari disponibili indicano una fortissima riduzione del regime fluviale.
Nei villaggi di pescatori thai, la secca arriva fino a 30-40 metri dalla riva. Le barche sono incagliate nel fango.
È una situazione che interessa tutto il fiume fino alla Cambogia e che ha fatto esplodere la rabbia dei pescatori thailandesi portandoli in piazza, mentre in Laos le manifestazioni sono state represse dal regime di Bounnhang Vorachith.
Oltre alla riduzione della portata del fiume, infatti, si starebbe verificando una diminuzione della quantità di pesce disponibile. «Sessanta milioni di persone traggono sostegno da questo bacino», spiega Pianporn Deetes, dell’organiz-zazione International Rivers. «Governi e imprese private hanno deciso di costruire dighe che impatteranno su pesca, turismo, agricoltura. Dighe come la Xayaburi saranno fonte d’instabilità, una piaga, in particolare per i più poveri. Tantissimi villaggi, specie comunità indigene, perderanno i loro territori, abbandonando costumi e tradizioni. La sicurezza alimentare per milioni di persone è a rischio».
Dalla Cina al Vietnam: 124 dighe
I proprietari della diga Xayaburi, a loro volta, attribuiscono il prosciugamento del letto del fiume ai monsoni tardivi e all’impatto complessivo delle dighe cinesi, ben 11 nell’alto Mekong, già finite nel mirino del segretario di stato Usa, Mike Pompeo, che le ha definite un rischio per la stabilità idrica del paese, un accaparramento del fiume da parte di Pechino.
Ulteriori preoccupazioni interessano il Vietnam, ultimo paese attraversato dal Mekong: secondo Nguyen Thu Thien, un geografo esperto di aree umide della University of Wisconsin, «il Vietnam potrebbe perdere il delta e tutta la sua produzione di riso entro il 2050. Milioni di impoveriti saranno costretti a fuggire, se le dighe andranno avanti». Dati allarmanti per Hanoi, che punta il dito contro Cina, Laos e anche Cambogia, per i progetti scellerati di sbarramento del Mekong.
Il problema, comunque, è la situazione globale dell’intero corso del fiume, non attribuibile a una diga specifica, sia essa in Laos, Cina o Cambogia. A oggi, infatti, è prevista la realizzazione di 124 dighe lungo l’intero bacino del Mekong – inclusi dunque i fiumi tributari -, con i quali si potrebbero generare 268 Gigawattora (GWh) di energia rinnovabile all’anno (l’equivalente dell’80% del fabbisogno lordo italiano). Di queste 124 dighe, 32 sono già funzionanti e 24 in costruzione, mentre la messa in opera delle restanti è prevista nei prossimi venticinque anni.
Trasferimenti forzati
Un altro sbarramento del Mekong che desta preoccupazione, è la mega diga di Pak Beng, sempre nell’alto Laos, a Est di Luang Prabang, in uno dei settori più belli del fiume: «Al momento non ci sono scavi, ma spesso ci sono ingegneri e geometri a fare misure e rilevamenti», spiega Vilang Mak, una guida del gruppo Shampoo Tours, specializzato in crociere sul Mekong. «La diga porterà allo stop del turismo in queste zone, le crociere qui diventeranno un ricordo», continua Vilang. Secondo gli ambientalisti, 25 villaggi indigeni in Laos e due in Thailandia saranno spazzati via con la costruzione della diga, oltre 6.700 persone dovranno essere trasferite forzatamente. I trasferimenti sono già iniziati.
Nei pressi della diga Lower Sesan II in Cambogia, migliaia di persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni per fare spazio al nuovo bacino. Anche in questo caso le compensazioni erogate sono state irrisorie e le new town costruite per ricollocare una parte degli sfollati sono sostanzialmente invivibili.
Una situazione destinata a ripetersi per ogni progetto che verrà completato. Contribuendo ad un deterioramento generale della sicurezza alimentare nell’intera regione.
«Salve, cosa desidera da bere?», è la domanda che ci sentiamo rivolgere al bar in pausa pranzo, o la sera in pizzeria. La risposta più comune è «acqua», sia essa liscia o gassata. Un gesto semplice, ed ecco che la nostra sete viene placata grazie a una bottiglietta in plastica o vetro. Il nostro bisogno primario viene così soddisfatto.
Quando si chiede l’acqua del rubinetto, troppo spesso si riceve un rifiuto, oppure si viene trattati con sufficienza. Questo perché i bar hanno contratti quinquennali con i fornitori o perché le bevande sono un margine di guadagno importante.
Un mercato in crescita
Il valore dell’acqua in bottiglia a livello mondiale nel 2019 ha quasi raggiunto i 250 miliardi di euro. Cresce ogni anno di una percentuale a due cifre, con i mercati occidentali a farla da padroni.
Sono miliardi buttati dai consumatori, poiché la qualità dell’acqua del rubinetto è spesso più alta di quella imbottigliata.
In ogni caso è un fenomeno che sta prendendo piede in Asia e Sud America, dove bere acqua in bottiglia è cool, trendy, serve «a far dimagrire». Come la Fiji, «l’acqua delle modelle».
Il colosso di questo mercato è Nestlé waters (una divisione di Nestlé corp.), che da sola detiene 51 etichette di acqua in bottiglia, incluse Panna, San Pellegrino, Deer Park e Nestlé Pure Life. Acqua che proviene da fonti che dovrebbero appartenere a tutti, ma che, grazie all’acquisizione di permessi di imbottigliamento rilasciati a prezzi stracciati, divengono di fatto private. Una forma di accaparramento idrico.
I margini di profitto sono elevati: un litro di acqua in bottiglia purificata di bassa qualità costa al consumatore circa 560 volte più dell’acqua del rubinetto. Per imbottigliare, un’azienda paga allo stato canoni di uso della fonte che raggiungono al massimo i due millesimi di euro al litro. In alcuni casi il costo è inesistente.
Dal 1° gennaio 2019, Nestlé water Canada, la divisione acque nordamericana della multinazionale svizzera, ha iniziato a estrarre 1,6 milioni di litri di acqua al giorno dal pozzo di Middlebrook, il terzo mega pozzo in Ontario dopo quelli di Aberfolyle ed Erin. Costo? Poco più di 500 dollari canadesi l’anno. Con conseguenze però molto costose. Rob MacKay, sessantaquattro primavere alle spalle, vive con il fratello e i suoi cavalli in una bellissima casa rurale dal tetto ad angolo, non lontano dal pozzo di Middlebrook. Da qualche tempo i suoi pozzi sono prosciugati. Così come vari ruscelli della zona. «Siamo rimasti senz’acqua in una delle regioni più ricche d’acqua del pianeta», dichiara Rob.
Un milione di bottiglie al minuto
L’Italia ha il primato peggiore: siamo il secondo paese consumatore di acque in bottiglia al mondo: ognuno di noi, in media, ogni anno ne beve 208 litri. E per anni siamo stati il primo. Possiamo tranquillamente dire che il mercato dell’acqua in bottiglia è nato nel Belpaese.
Se per anni in Italia si è cercato di imporre canoni uniformi che prevedessero il pagamento sia in funzione degli ettari dati in concessione, sia dei volumi di acqua emunti o imbottigliati (indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e tra 1 e 2,5 euro per metro cubo imbottigliato, cioè 1.000 litri), a oggi solo alcune regioni si sono adeguate.
In un’ottica di economia circolare, molte aree del nostro paese potrebbero fare a meno di consumare acqua in bottiglia. Se l’equivalente dei soldi spesi dalle famiglie con Nestlè, San Bernardo e Ferrarelle, fosse impiegato per migliorare la qualità dell’acqua che esce dai rubinetti, ne avremmo tutti giovamento. L’impatto sarebbe ingente. Basti pensare che nel 2018 si sono prodotte nel mondo un milione di bottigliette di plastica al minuto, di cui una buona fetta destinate a contenere acqua. Significa più di 16mila bottiglie al secondo che poi finiscono, se gestite in maniera virtuosa, nei pochi impianti di riciclo della plastica, o termovalorizzate, oppure, molto più probabilmente, nelle discariche o disperse nell’ambiente.
I negoziati internazionali per il clima a un bivio
Aspettando Glasgow
Il fenomeno della corsa all’acqua è parte del più vasto problema dello sfruttamento dell’ambiente da parte dell’uomo. Una pratica secolare che sta rompendo l’equilibrio naturale della nostra casa comune. Se i cambiamenti climatici sono la più grande sfida del nostro secolo, al momento pare che la comunità internazionale la stia perdendo. Dopo il fallimento del summit di Madrid, quello del 2020 a Glasgow sarà decisivo.
Il 2020 sarà l’anno chiave per il negoziato internazionale sui cambiamenti climatici. «Ma come?», dirà qualcuno, «non si era concluso nel 2015 con l’Accordo di Parigi?». E qualcun altro dirà anche: «Che diavolo è l’Accordo di Parigi?».
Una cosa è certa: i cambiamenti climatici sono la più grande sfida del nostro secolo.
Se fate parte delle schiere di coloro che credono che il climate change sia una bufala, non leggete queste pagine, tanto non cambierete idea.
Per i cittadini che, invece, sono preoccupati per la casa comune e per le generazioni che verranno, è bene capire come si può agire per cercare di arrestare le emissioni di gas serra, generate principalmente dal consumo di combustibili fossili, come gas, petrolio e carbone, e dalla deforestazione e degradazione degli ambienti naturali terrestri e marini.
Azioni individuali e collettive
Per comodità di trattazione diciamo che ci sono due livelli di azione: uno soggettivo personale che include tutte le azioni quotidiane (l’uso dell’automobile, l’energia impiegata, i consumi alimentari, i consumi in generale), e uno collettivo globale che riguarda il sistema di leggi, di trattati, di strategie internazionali per ridurre le emissioni. In mezzo naturalmente ci sono i singoli stati e i rispettivi sublivelli amministrativi.
Se rispetto all’ambito personale ognuno conosce i suoi peccati e sa cosa dovrebbe fare (e se non lo sa, ci sono migliaia di articoli online pieni di consigli intelligenti), a livello internazionale il cuore del sistema è la Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), approvata nel 1992 al Summit di Rio, il principale trattato internazionale in materia di lotta ai cambiamenti climatici. Il suo obiettivo è impedire pericolose interferenze di origine umana con il sistema climatico. L’Unione europea e tutti i suoi stati membri figurano tra le 197 parti contraenti della convenzione.
Da Kyoto a Glasgow
Il primo grande accordo fu il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997, in vigore fino al 2020. Ratificato da 192 parti della Unfccc, compresi l’Ue e i suoi paesi membri, non vede però tra i suoi aderenti alcuni dei grandi inquinatori mondiali. De facto regola solo il 12% circa delle emissioni globali. Questo fa capire come il Protocollo, sebbene sia stato fondamentale, specie in Europa, sia insufficiente per la sfida attuale.
Inoltre, allo scopo di includere Usa, Cina e altre grandi potenze dentro il quadro internazionale, si è lavorato per trovare un nuovo framework, con un diverso tipo di vincoli e basato su piani nazionali indicati dagli stessi paesi, nel rispetto della scienza e della sovranità di ogni paese.
Dopo un primo fallimento a Copenaghen nel 2009, nel 2015, a Parigi, grazie a un forte accordo politico tra Usa e Cina, le nazioni del mondo hanno approvato a larga maggioranza una nuova architettura internazionale, quella dell’Accordo di Parigi, che entrerà in vigore quest’anno, dopo cinque anni di regime provvisorio, con il negoziato di novembre 2020 a Glasgow.
Dal 2015 a oggi sono proseguiti i negoziati Onu per completare i meccanismi di attuazione dell’Accordo di Parigi e il «Libro delle regole» per evitare problemi.
A dicembre 2019, però, a Madrid non si è raggiunta l’intesa finale per chiudere sull’ultimo elemento dell’Accordo di Parigi rimasto aperto: quello della finanza climatica che avrebbe permesso ai singoli paesi di scambiare quote di emissioni, comprandole da progetti di mitigazione in altre parti del mondo e facendole contabilizzare a proprio nome.
Sebbene l’architettura dell’Accordo di Parigi sia rimasta in piedi e si sia registrata la volontà delle parti di aumentare l’ambizione per il 2020, quando a Glasgow i 196 stati porteranno nuovi piani nazionali di decarbonizzazione, il summit di Madrid ha segnalato la presenza di un grosso problema politico internazionale di difficile soluzione. Si sono messi di traverso Trump, che vuole l’America fuori dall’Accordo di Parigi e che ha già presentato la richiesta formale di uscita (effettiva dal 4 novembre 2020, un giorno dopo le prossime elezioni presidenziali Usa), e Jair Bolsonaro, deciso a devastare l’Amazzonia.
Questo ha messo in allarme Cina ed Europa, che però non hanno saputo trovare la quadra all’interno di un negoziato che già era iniziato con il piede sbagliato a causa dello spostamento della sede della Conferenza delle parti (Cop) dal Cile, che inizialmente avrebbe dovuto ospitare l’incontro ma che in quei giorni era scosso da forti tensioni politiche, alla capitale spagnola.
Ostaggi dei poteri fossili
La presidenza cilena del summit di Madrid, guidata da Carolina Schmidt, considerata da tutti inadatta nella gestione del processo negoziale della Cop25, ha dovuto prendere atto del fallimento: «Oggi, come nazioni, siamo rimasti in debito con il pianeta», ha lamentato la Schmidt, nel linguaggio onusiano. «Gli accordi raggiunti dalle parti non sono sufficienti per affrontare con urgenza la crisi dei cambiamenti climatici».
Il segnale che viene fuori è pessimo: «L’Unfccc è ostaggio dei poteri fossili», spiega Serena Giacomin, presidente di Italian climate network. «Non possiamo permettere che gli interessi di alcuni possano far naufragare il negoziato e mettere a repentaglio la vita di tante persone. Serve, oggi più che mai, pressione dal basso, non solo per rimettere al centro l’importanza dell’Accordo di Parigi, ma soprattutto per raggiungere l’obiettivo necessario seguendo ciò che dimostrano i dati scientifici. L’Italia nel 2020 dovrà giocare un ruolo centrale».
Già perché il nostro paese, insieme al Regno Unito, sarà copresidente del negoziato, e ospiterà a Milano i negoziati preparatori (pre Cop) insieme a un evento per i giovani di tutto il mondo (Youth for Cop).
Quella di Glasgow 2020 sarà una sfida complessa, poiché i 197 paesi dovranno chiudere tutti i punti lasciati irrisolti a Madrid, e presentare gli impegni per ridurre le emissioni per il quinquennio 2020-2025, oltre a impostare il negoziato per aumentare l’ambizione. L’obiettivo di lungo periodo dell’Accordo di Parigi è quello di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia di 2° C oltre i livelli preindustriali, e di limitare tale incremento a 1,5° C. Per fare questo bisognerebbe raggiungere la neutralità delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050, e aumentare ogni cinque anni gli impegni di riduzione delle emissioni in ogni paese. Al momento l’Europa punta a una riduzione del 50-55% delle emissioni rispetto al 2005. Secondo l’Accordo, in base alle conoscenze scientifiche, gli stati dovranno rendere più ambiziosi i loro obiettivi (l’Ue, ad esempio, dovrebbe puntare alla riduzione del 60% di emissioni), e sono tenuti a riferire agli altri stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per raggiungerli e segnalare i progressi compiuti verso l’obiettivo a lungo termine attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità.
Di fatto ci sono dei meccanismi vincolanti non sanzionatori, che dovranno quindi essere sostenuti dai cittadini tramite pressioni (ad esempio con proteste, o il voto all’opposizione) sui governi che non fanno abbastanza.
Il ruolo di Europa e Italia
Per arrivare preparata all’appuntamento, l’Europa, che ha avuto un ruolo centrale nel salvare il negoziato di Madrid, deve subito avviare il processo di revisione degli attuali impegni di riduzione al 2030, cercando un accordo non oltre il Consiglio europeo di giugno 2020. Poi c’è il ruolo del nostro paese: «L’Italia, copresidente dei negoziati preparatori a Milano, e della Cop26 di Glasgow, avrà una grande responsabilità», ci ha dichiarato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. «È importante che si mobiliti anche la Farnesina, con Luigi Di Maio, per cercare accordi diplomatici al fine di chiudere i temi rimasti aperti, come l’art. 6 e spingere per l’ambizione post 2020. È una chiamata alle armi di tutti». Serve aprire canali bilaterali con Cina, India e Giappone, in comune accordo con gli altri paesi europei.
Facendo bene i compiti a Bruxelles e tramite la diplomazia, l’Europa potrà arrivare al Vertice di alto livello Ue-Cina, in programma il prossimo settembre a Lipsia, con una proposta congiunta per un accordo ambizioso in vista della Cop26 di Glasgow. E l’Italia potrebbe incassare un risultato diplomatico importante.
Si tratta infatti, dicono numerosi delegati, di ritrovare l’equilibrio multilaterale nell’Accordo di Parigi alterato dall’annuncio di uscita degli Usa.
Nel caso vincesse un democratico alle elezioni presidenziali del 3 novembre prossimo, gli Usa formalmente potrebbero cambiare rotta entro il giorno successivo, data in cui diventa effettivo l’abbandono americano dall’Accordo. Ma il tutto sarebbe così vicino al negoziato di Glasgow, il quale aprirà i battenti il 9 novembre, che sarebbe comunque difficile avere la sicurezza di un consenso tra Usa, paesi Basic (Brasile, Sudafrica, India, Cina), Cina su tutti, e Ue.
L’oro blu al centro dei conflitti e del dibattito giuridico internazionale
Le nuove guerre per l’acqua
La guerra in Siria è stata narrata ampiamente in questi anni. Un elemento che non è mai stato sottolineato abbastanza, però, è il peso in essa della questione idrica. Ecco un estratto dal libro Water Grabbing di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli.
In lontananza gli spari riverberano sulla valle della Beka’a. Dalla terrazza dell’edificio più alto del campo profughi di Wavel, nei pressi di Baalbeck si vede la frontiera della vicina Siria. Qua nel 1948 arrivarono i palestinesi in fuga dai territori occupati dagli israeliani durante la guerra d’indipendenza. Dal 2011 l’esodo è riniziato e le strade si sono riempite di migliaia di siriani in fuga dalla guerra civile, tanti direttamente dai campi profughi palestinesi in Siria. Nel Libano, secondo l’Unhcr, l’Alto Commissariato per i rifugiati, a fine 2017 trovavano rifugio oltre un milione di profughi dalla Siria, circa un quinto della popolazione del piccolo paese mediorientale. Una situazione che ha portato rapidamente al collasso di Beirut e dei tanti campi profughi esistenti e, ben presto, anche di quelli nuovi creati dall’Unhcr al confine.
«I profughi siriani hanno alterato gli equilibri del campo», racconta Intisar Hassan sul terrazzo della casa in cui è nata nel 1961 e oggi vive con il marito tassista e quattro figli. […] stiamo ad ascoltare, distratti di tanto in tanto dai colpi di fucile. «La popolazione è praticamente raddoppiata. I prezzi sono schizzati alle stelle, l’affitto di due camere è passato da 100 a 250 dollari al mese, le uova costano tre volte tanto, l’acqua è sempre più scarsa. All’inizio eravamo ben disposti, volevamo dare una mano, ma ora questa situazione ci sta strangolando». Muna, trent’anni, abita con cinque figli e altre sei persone in uno stanzone senza bagno né vetri alle finestre in un edificio nelle adiacenze. Le pareti sono ricoperte dai poster dei «martiri», tanti quelli di Hamas e Hezbollah. Nel campo di Yarmuk a Damasco aveva studiato business, suo marito era un funzionario statale, possedevano una casa a due piani con il terrazzo. La sua esistenza, dice, è cambiata dal giorno alla notte. La storia della più grave guerra civile degli ultimi anni è nota. Quello che si conosce di meno sono le ragioni che hanno portato a questa crisi umanitaria, con oltre mezzo milione di morti. Tra i motivi che avrebbero favorito lo scoppio del conflitto, ci sarebbe anche la situazione idrica del paese.
Tra il 2007 e il 2010 il paese è stato colpito da una grave siccità, la peggiore registrata in Siria nell’ultimo secolo, che ha lasciato senza lavoro un milione di piccoli agricoltori e causato la migrazione della popolazione rurale verso le città. Una ricerca pubblicata nel 2015 su Proceedings of the National Academy of Sciences ha determinato che la siccità che ha afflitto la Siria ha acuito i disordini sociali aggravando la preesistente instabilità politica. Non la causa, ma uno degli elementi chiave delle proteste contro il governo di Bashar al-Assad […]. A peggiorare la situazione, le temperature elevate, superiori alla media, dovute agli effetti del cambiamento climatico e una gestione insostenibile delle falde, sfruttate oltre misura fino all’esaurimento dei pozzi di irrigazione.
Quando raccogliemmo un’intervista a Mohammed Saha, ventisette anni, venditore di bibite nel quartiere di Hamra, […] Beirut, […], era il 2013 e ancora non si era confermato scientificamente il legame tra acqua e conflitto siriano. Oggi […] emerge come per anni si sia trascurato il ruolo dell’oro blu in questo grave conflitto: «Non c’era più acqua e così abbiamo iniziato a spostarci dalle zone agricole verso la città», racconta Mohammed. «La mia odissea è iniziata prima della guerra, con la prima siccità del 2006-2007. Vivevo in un piccolo villaggio vicino all’Eufrate, riconvertito dalle riforme di Assad sull’estensione delle aree agricole e la conversione da aree pastorali. Nel 2007 l’acqua era talmente poca che nemmeno spingendo le pompe al massimo si riusciva a tirare fuori qualcosa. Dovevamo portarla con le cisterne dal fiume, dilapidando tutti i nostri averi, mentre il sole divorava il raccolto. Così, con la famiglia, ci siamo spostati ad Aleppo e poi con l’inizio della guerra qua a Beirut».
Con l’aggravarsi della situazione, l’acqua in Siria è passata a essere da una delle varie cause concatenate del conflitto a una delle principali armi per indebolire le fazioni ribelli. Nella lotta per il controllo del territorio tra le milizie antigovernative, gruppi terroristici come Isis e al-Nusra e l’esercito di Bashar al-Assad, l’acqua è diventata il primo obiettivo infrastrutturale militare. Pesano le parole di Noosheen Mogadam, analista del Norwegian refugee council, secondo cui «la distruzione delle infrastrutture idriche e i frequenti black out hanno ridotto del 50% l’accesso ad acqua non contaminata». Decine di pozzi, dighe, depuratori sono diventati target, sia per ribelli che per forze governative. La città più colpita è stata Aleppo, dove la quasi totalità della popolazione a fine 2017 faticava ancora ad accedere all’acqua, dovendo contare sulle organizzazioni non governative per ristabilire una rete idrica affidabile. A ottobre 2017 nell’area metropolitana del secondo centro urbano della Siria vivevano oltre 686mila persone con accesso limitato all’acqua per igiene e sostentamento di base. La conseguenza di questa carenza di servizi? Decine di morti per la diarrea dilagante. Allo stesso tempo la scarsità d’acqua ha messo in ginocchio anche l’allevamento di bestiame (ovini, bovini e pollame), con un conseguente indebolimento della sicurezza alimentare. Per le Ong […], l’assalto alle infrastrutture idriche come obbiettivo militare è stato un atto di violazione deliberata del diritto internazionale, un crimine di guerra […].
Ma non è stata certo la prima volta che l’acqua ha giocato un ruolo centrale in un conflitto, e non sarà l’ultima. Un bene sempre più scarso e conteso, che sarà uno degli elementi strategici dei conflitti del XXI secolo e una delle cause principali delle migrazioni dai paesi più esposti all’instabilità politica ed economica causata dal cambiamento climatico. Comunemente si definiscono «water wars», guerre e conflitti combattuti per l’acqua […]. Dalla siccità in Siria, fino alla siccità globale del 2016 che ha alimentato gli scontri in Sud Sudan di inizio 2017, fino alle proteste in Bolivia e Cile per le privatizzazioni. Passando per uno dei punti più caldi dal punto di vista geopolitico, l’Indo, che alimenta il settore agricolo ed energetico di due nemici di lunga data, India e Pakistan. […].
Anche le grandi opere idrogeologiche possono costituire un grave contenzioso politico. Come la diga Grand Renassaince, costruita in Etiopia, che ha spinto il governo egiziano a minacciare ritorsioni nel caso si fosse verificata una forte diminuzione del regime idrico del Nilo […]. «Il commercio globale di derrate alimentari, i consumi iperbolici, il cambiamento climatico, la lenta trasformazione energetica: questi sono gli elementi dei conflitti di domani», raccontava Lester Brown, uno dei più grandi esperti di problemi globali, in una delle ultime interviste nel suo ufficio del Worldwatch Institute di Washington, prima di ritirarsi. «Con l’aumento della popolazione abbiamo raggiunto un “picco dell’acqua”. Paesi come Siria, Iraq, Pakistan, Messico, hanno già raggiunto o superato questo picco, prosciugando i bacini acquiferi, con conseguenze catastrofiche sulla stabilità di quei paesi».
Per capire il crescente emergere di conflitti legati all’acqua bisogna andare a New York. È un giorno freddo, il primo ottobre 2010. I reporter escono dal Palazzo di vetro delle Nazioni unite per andare a scrivere svogliatamente una notizia, che passa quasi inosservata sulla stampa italiana. L’Assemblea generale delle Nazioni unite ha adottato la Risoluzione 64/292 riconoscendo l’acqua come diritto umano. Ma lo scarso interesse di media e politica fa comprendere fin da subito come l’importanza di questa Risoluzione sia sottovalutata. O addirittura si voglia tenerla sotto il tappeto. L’acqua come diritto è una questione che scotta, per governi e multinazionali in primis. […] Nel 2010 l’approvazione della Risoluzione per la prima volta dà dignità a un diritto primario, dichiarando che «il diritto all’acqua potabile e sicura e ai servizi igienici è un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani». Parole bellissime, cui non è seguito alcun reale riconoscimento nelle costituzioni dei singoli paesi né nei tanti ambiti del diritto e delle organizzazioni internazionali.
La questione […] giuridica rimane molto controversa. Differenti orientamenti di legge non hanno ancora permesso di affermare una normativa chiara e cogente […]. Mancando quindi un sistema globale di regolamentazione giuridica dell’acqua, le possibilità di conflitti per il suo accaparramento sono in aumento […].
Dagli abusi sulle popolazioni indigene ai conflitti legati ai bacini transfrontalieri, l’assenza di un quadro de jure impiegato per favorire una cooperazione su basi legali tra soggetti politici offre una lacuna particolarmente grave […].
La risoluzione delle Nazioni unite del 2010 appartiene a tutti gli effetti alla sfera della cosiddetta soft law, cioè a quel sistema di norme prive di carattere vincolante e sanzionatorio capace di obbligare gli stati ad adempiere a quanto prescritto. In sostanza, a oggi, il riconoscimento del diritto umano all’acqua passa attraverso «un invito ai governi all’impegno sia sul proprio territorio, sia in contesto internazionale, a rendere effettivo l’esercizio di tale diritto».
Durante la votazione della risoluzione 64/292, in quel freddo giorno dell’ottobre 2010, furono 122 i paesi a favore, 41 gli astenuti. Nessun contrario. L’astensione tuttavia pesava come un macigno. Nella lista figuravano molti paesi industrializzati come Stati Uniti, Canada, Svezia, Regno Unito, Austria, Israele, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Giappone. Le motivazioni? L’assenza di basi legali sufficienti a livello internazionale e la scarsa chiarezza sulle responsabilità e gli obblighi dei governi firmatari. Una posizione ritenuta dagli stati sostenitori – come Germania, Italia, Spagna e Belgio – sintomo dell’impossibilità di un impegno comune e di mancanza di visione.
[…] Dopo il riconoscimento dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, il quadro giuridico è stato integrato da risoluzioni del Consiglio dei diritti umani che hanno esplicitato formalmente il legame tra «il diritto umano all’acqua» e il livello di vita adeguato per tutti, così come la diretta relazione tra la risorsa idrica e il diritto alla vita e alla dignità. Gli stati avrebbero dunque la responsabilità primaria di assicurare la piena realizzazione di tutti i diritti umani, e la concessione della gestione dell’acqua potabile e/o dei servizi igienico sanitari a terzi non esime lo stato dai suoi obblighi sui diritti umani.
Nel 2013 però l’Assemblea generale ha declinato le modalità con cui gli stati dovrebbero garantire tale diritto, che prevedono un processo consultivo con i cittadini, il monitoraggio della diffusione dell’accesso all’acqua potabile, e la garanzia di un’accessibilità ai servizi idrici, anche se gestiti da enti terzi come i privati. Unica nota positiva: nello stesso anno viene estesa al diritto all’acqua l’opzione della giustiziabilità, secondo cui tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi, tramite il Patto internazionale relativo ai Diritti economici, sociali e culturali, un trattato delle Nazioni unite nato dall’esperienza della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e sottoscritto e ratificato da tutti i membri dell’Onu.
Pur avendo fatto dei passi avanti nello scenario giuridico con risoluzioni esplicite e strumenti interpretativi che hanno definito il diritto all’acqua come diritto umano, quindi universale, autonomo e specifico, questo riconoscimento resta a tutt’oggi sancito solo in termini «declaratori» […].
Da qualche anno il dibattito internazionale della dottrina sta cercando di superare i limiti burocratici e politici che non consentono un impegno più stringente da parte degli stati per garantire efficacemente l’accesso all’acqua potabile in ogni area del mondo, tutelando quindi la vita, la salute e il benessere di intere comunità. Secondo buona parte degli studiosi di diritto internazionale, il diritto all’acqua dovrebbe essere riconosciuto tra le cosiddette norme consuetudinarie, che presuppongono due elementi: la ripetizione costante nel tempo di un dato comportamento da parte dei soggetti e il convincimento che quel comportamento sia conforme a diritto o a necessità. A differenza dei trattati inoltre, validi solo nei rapporti tra le parti, le norme consuetudinarie obbligano in via sanzionabile tutti i soggetti internazionali al comportamento a cui si fa riferimento. Sarebbe dunque un decisivo passo avanti per poter successivamente declinare nei vari paesi vincoli precisi per gli stati.
Ha firmato questo dossier:
Emanuele Bompan
Giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, ambiente, energia. È direttore della rivista Materia Rinnovabile, collabora con testate come La Stampa, Nuova Ecologia, Oltremare. Ha vinto per quattro volte l’European Journalism Center IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship ed è stato nominato Giornalista per la Terra 2015. Ha svolto reportage in 76 paesi, sia come giornalista che come analista. www.emanuelebompan.it/