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Catalogna toxic tour

Giustizia Ambientale/5 - La carovana per la sovranità energetica

Catalogna, Spagna
Daniela Del Bene

Un gruppo di settanta attivisti ha visitato a fine ottobre alcuni siti industriali nella provincia di Terragona, in Catalogna, per valutae e denunciae l’impatto ambientale, culturale, sociale. Una carovana alla sua terza edizione che ha offerto uno spazio di libertà per indignarsi, intuire nuovi stili di vita, studiare alternative, costruire vincoli di affetto con il territorio.

Conoscere la propria terra e la sua gente, costruire narrative comuni, trovare strategie di resistenza, scoprire e condividere modi nuovi di vivere la vita e il mondo. Essere il filo che tesse insieme territori a volte isolati o dimenticati, o sacrificati. Questo è il senso dei cosiddetti toxic tours, carovane di attivisti che visitano e documentano siti ambientali in condizioni di particolare pericolo, per verificarne la tossicità, il livello di inquinamento a causa, spesso, dell’industria estrattiva ed energetica.

I toxic tours, nati nelle terre zapatiste del Messico, si sono diffusi negli Stati Uniti, in Italia, Ecuador, Colombia e altrove.

Il tour catalano

Lo scorso 29 ottobre uno di questi toxic tours si è svolto nella provincia di Terragona, territorio della comunità autonoma di Catalogna affacciato sul mar Mediterraneo, a Sud Ovest di Barcellona. Obiettivo, quello di visitare e valutare l’impatto ambientale di alcune attività industriali come quelle di Repsol o Dow Chemical nel polo petrolchimico della città di Tarragona, o della piattaforma di deposito di gas Castor nel territorio della cittadina di Alcanar, oltreché di interrogarsi sull’«architettura dell’impunità» con cui le grandi corporations operano.

Sovranità energetica

La terza edizione del Volt ha radunato, per tre giorni, un gruppo di 70 attivisti. Tra loro c’erano lavoratori di cornoperative, insegnanti, studenti, ingegneri, cooperanti, ricercatori, operai e rappresentanti di movimenti sociali indigeni colombiani e guatemaltechi. L’iniziativa, organizzata dalla Xarxa per la Sobirania Energètica (Xse, rete per la sovranità energetica1), ha riunito non solo un ventaglio ampio di competenze e conoscenze, ma anche di cittadini preoccupati per gli impatti ambientali, sociali ed economici dell’attuale modello energetico. Ha creato uno spazio «mobile», dove imparare, indignarsi, studiare alternative e costruire vincoli d’affetto con il territorio.

Central nuclear Vandellós

Grandi progetti (e interessi)

Molti degli attivisti del Volt3 avevano partecipato anche alle precedenti edizioni. Nella prima, con lo slogan «Anche sull’energia vogliamo decidere noi!», il gruppo aveva visitato, nella provincia di Terragona, la piattaforma terrestre del progetto di deposito di gas Castor, le centrali nucleari di Vandellós, le terre minacciate dall’immobiliare Bcn World, quelle che resistevano al fracking, le coste di Palamós a rischio per le prospezioni petrolifere marine. I progetti visitati dal Volt1 erano molto diversi tra loro, ma con alcuni comuni denominatori: l’assenza di consultazione della popolazione locale, gli insufficienti studi d’impatto ambientale e l’opacità dei grandi interessi economici e finanziari.

Il Volt2 aveva lanciato quindi «una sfida ai grandi progetti energetici» e riunito 90 partecipanti per visitare le grandi infrastrutture di interconnessione per il gas e l’elettricità tra la penisola iberica e il resto d’Europa: il gas-dotto Midcat, il deposito di gas di Balsareny, le torri dell’autostrada elettrica Mat di Graus (grandi investimenti per un progetto poi abbandonato a metà2) e Sabiñanigo in Aragona, paese già noto per il più grande caso di inquinamento chimico d’Europa3.

La Mat, il Midcat e molte altre infrastrutture simili vengono sponsorizzate con forza dall’Unione europea che ha messo a disposizione il fondo Connecting Europe Facility (Cef) e il Fondo europeo per gli investimenti strategici, meglio conosciuto come Plan Junker. Sono circa 248 i megaprogetti, spesso individuati senza un dibattito democratico nei paesi membri, in attesa di essere dichiarati Progetti di interesse comune (Pic), con cui Bruxelles spera di costruire «l’Unione dell’energia, integrando i mercati europei del settore e diversificando le fonti e le rotte». I Pic ufficialmente dovrebbero contribuire «a porre fine all’isolamento energetico che caratterizza alcuni stati membri e favoriranno la penetrazione delle rinnovabili nella rete, riducendo le emissioni di biossido di carbonio»4. Più sicurezza energetica, più servizi e più benessere: chi rifiuterebbe un’offerta così?

Tuttavia, da un esame più accurato, risulta che i progetti favoriranno più che altro la «sicurezza energetica» delle imprese che controllano il mercato degli idrocarburi. Le stesse in coda per completare il mercato unico europeo di gas ed elettricità attraverso infrastrutture di interconnessione tra i diversi paesi. Il piano lascia a desiderare per la mancanza di un processo democratico nelle decisioni e non spiega perché la Spagna debba aumentare il potenziale di produzione di energia e di trasporto di risorse quando quelle già esistenti sono sottoutilizzate e la produzione è superiore alla domanda e al bisogno. Rimane poi incredibile la mancanza di responsabilità e riparazione o compensazione delle imprese che spesso sono parte di grandi gruppi oligopolistici.

Dov’è finita la sovranità degli stati sul tema? È la garanzia democratica che ne dovrebbe guidare le scelte? A favore e a scapito di chi viene erosa la sovranità energetica, e come recuperarla?

Un’impunità che corre lungo la catena delle commodities

Quest’anno il Volt3, con lo slogan «Di fronte all’impunità corporativa, sovranità popolare!», si è interrogato su ciò che il prof. Juan Heandez Zubizarreta, docente dell’Università del País Vasco e promotore della campagna Dismantle Corporate Power5, ha chiamato l’«architettura dell’impunità» delle grandi corporazioni. Gli attivisti hanno visitato molti progetti, tra cui il polo industriale e petrolchimico della città di Terragona, enorme e costante produttore di rumore e fumi. Ciascuno indossava una mascherina foita dal collettivo di attivisti locali Cel Net (Cielo Pulito). In quel sito industriale imprese come Repsol o Dow Chemical trasformano il petrolio in derivati per gli usi più vari, da quello agricolo al bellico. Nell’aria, un forte odore di fumo e di bruciato che spesso impedisce alla gente residente nei dintorni di aprire le finestre di casa. Il collettivo locale Cel Net è impegnato nella costruzione di un «Tavolo per la qualità dell’aria», ne monitora la costituzione e denuncia i tentativi delle imprese di difendere la propria immagine a danno di verità e trasparenza.

Che cosa esattamente venga prodotto là dentro e da dove derivino le materie prime non è informazione facile da ottenere. Inoltre, la condotta di quelle stesse imprese in altri paesi non dice nulla di buono sui loro principi di trasparenza, giustizia e responsabilità. Sono casi noti, infatti, quelli di inquinamento massivo e di violenza sulle popolazioni locali nell’Amazzonia peruviana per l’estrazione di petrolio, o quello della exit strategy dall’India della Union Carbide (dal 2001 di proprietà della Dow Chemical) dopo aver provocato la più grande contaminazione della storia del paese nella città di Bhopal.

«Non avrei mai immaginato che queste imprese facessero danni anche nei paesi europei», ha affermato Aparicio, ricercatore dell’Università Indigena Autonoma del Cauca (Colombia), durante la visita, fissando la colonna di fumo: «Noi vediamo gli effetti dell’estrazione del petrolio, ma non immaginavamo cosa avviene durante la sua trasformazione e la produzione di derivati».

Un tribunale di giustizia della società civile organizzata

Il Volt3 ha voluto denunciare soprattutto il progetto Castor, la piattaforma di deposito di gas che ha drammaticamente socializzato le perdite mentre privatizzava i benefici a favore di oligarchie corporative. Di proprietà dell’impresa Escal Ugs, vede la partecipazione per il 66,7% dell’impresa costruttrice Acs, il cui presidente, Florentino Perez, è uno degli imprenditori più controversi del paese anche se il suo nome è più comunemente legato alla presidenza del Real Madrid. Al largo della costa di Alcanar, Acs ha costruito una piattaforma marina destinata a immagazzinare fino a 1,3 miliardi di metri cubi di gas, mentre nella terra ferma il suo terminale terrestre occupa una superfice di 28 ettari. La stessa impresa costruttrice in altri paesi è associata a dighe per la produzione di energia idroelettrica come la Renace in Guatemala, o la Inga in Congo RD, responsabili di violazioni del diritto ambientale e delle comunità locali. Ciò che doveva essere il progetto all’occhiello della Eu Project Bond Initiative per trovare sul mercato finanziario investitori di megaprogetti energetici, non ha fatto però i conti con il territorio e le sue condizioni geomorfologiche, nonché con le norme di legge. Il progetto di Acs ha creato più di mille terremoti che hanno recato danni materiali nei comuni di Vinarós e Alcanar e non ha rispettato le normative riguardanti il previo studio ambientale. Al manifestarsi della sua pericolosità, il governo ha sospeso l’attività nel settembre 2013 e la causa legale è tuttora in corso. Ciò che però è già deciso è chi paga il debito di 4,7 miliardi di euro venutosi a creare con lo stop al progetto: la clausola 14 del contratto prevede il diritto per l’impresa di reclamare indennizzi economici dal governo, cioè dai cittadini ignari di ciò che si celava fra le righe dell’accordo, che restituiranno il loro «debito» tramite una quota nella loro bolletta del gas per i prossimi 15 anni.

«L’impresa Escal Ugs e i suoi partner sono i veri debitori, ma ora è sparita dalla mappa degli attori coinvolti, e sembra che siamo noi i padroni di questo mostro: è diventato un impianto pubblico!», osserva sarcastico Joan Ferrando, portavoce della Plataforma en Defensa del Sénia, di fronte ai giornalisti presenti alla conferenza stampa convocata di fronte alla piattaforma terrestre6. Le entità promotrici del Volt3 seguono da anni ormai le vicissitudini del Castor e annunciano la nascita di un Tribunale Popolare per il giugno 20177. «Questo progetto è una vergogna, il simbolo dell’arroganza e dell’impunità delle imprese e dell’omertà del potere pubblico, nonché della politica europea chiaramente in difesa di interessi affaristici a discapito di un sistema energetico più ecologico e democratico», afferma il comitato promotore. Mònica Guiteras, rappresentante della Xse, afferma che «il giudizio è un’azione simbolica ma anche effettiva, perché non vogliamo che si zittisca questa resistenza».

Ricostruire il territorio

Il Volt si è riconfermato anche quest’anno come un importante momento conviviale per tessere relazioni, formarsi in una scuola itinerante, capire che lo spazio in cui abitiamo non è solo terra e aria e acqua, ma un territorio con la sua complessità ecologica, la sua memoria storica, i suoi abitanti, le persone e gli altri esseri viventi, meritano uguale ascolto. Uno spazio conviviale per ricostruire fiducia e narrative alternative, per difendere quei modi di vita e di gestire la «cosa pubblica» per il bene comune che vengono calpestati o negati; e per confermare legami di solidarietà internazionale, per arrivare laddove altri chiudono gli occhi.

Daniela Del Bene


Note:

1- La Xse (www.xse.cat) si è costituita nel 2012 su iniziativa di alcune Ong e comitati catalani allo scopo di ripensare collettivamente il modello energetico. Il Volt è uno dei suoi appuntamenti più importanti.

2- In Francia il progetto prevedeva linee sotterranee, mentre in Spagna erano previsti corridoi ampli fino a 400m sospesi su alte torri di 60 m. L’enorme impatto paesaggistico e ambientale si sarebbe sommato a quello sociale conseguente all’acquisizione forzosa di terre agricole e abitate. A Graus la popolazione si è organizzata nella Plataforma Unitaria contra la Autopista Electrica: autopistaelectricano.blogspot.com.es.

Ulteriori dettagli nell’Ejatlas: ejatlas.org

3- A Sabiñanigo, nella zona prepirenaica della comunità di Aragón, al confine con la Catalogna, dal 1975 si produceva il lindano, un insetticida usato in agricoltura per anni nonostante fosse altamente contaminante. I residui di produzione sono stati sistematicamente versati nel fiume Gallego dall’impresa responsabile, Inquinosa. Per la sua tossicità, la produzione è stata sospesa nel 1989, ma l’impresa l’ha continuata fino al 1994, dichiarando falsa attività. Successivamente il prodotto è stato bandito dall’Ue, ma l’impresa non ha mai ripulito il fiume e la terra. La fabbrica rimane in piedi, abbandonata, con barili di prodotto contaminante al suo interno. Se ne parla in ejatlas.org

4- Tratto dal comunicato stampa della Commissione europea, 18 novembre 2015.

5- La Global Campaign to Reclaim Peoples Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity (Campagna Globale per reclamare la sovranità popolare, smantellare il potere corporativo e fermare l’impunità) nasce nel 2011. Nell’ottobre 2016 raggruppa piú di 200 organizzazioni da tutto il mondo, tra cui il Transnational institute, Friends of the earth inteational, La via campesina. La campagna lavora a piú livelli, dalla base dei movimenti sociali per studiare, analizzare, raccogliere prove, fino alla pressione in seno alle Nazioni unite con la finalità di ottenere un trattato internazionale vincolante contro le violazioni dei diritti umani da parte delle imprese multinazionali. Grazie a tale pressione, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha accettato di lavorare su una proposta di trattato, nonostante le azioni di boicottaggio di molti paesi, tra cui diversi dell’Unione europea. Per maggiori informazioni: www.stopcorporateimpunity.org; e per approfondire alcuni casi: ejatlas.org

6- Il video della conferenza stampa si trova su Youtube: La Calamanda. Presentacio del Judici Popular contra el Projecte Castor.

7- Il Tribunale popolare per il progetto Castor si ispira alle molte iniziative di giurisprudenza popolare nate negli anni ’70 su iniziativa dell’avvocato e senatore italiano Lelio Basso. I Tribunali popolari si avvalgono di esperti di diritto, di diritti umani e del sapere radicato nei territori colpiti da ingiustizie con l’obiettivo che «la coscienza pubblica diventi fonte riconosciuta di diritto»: http://permanentpeoplestribunal.org/

Catalogna, Spagna
Daniela Del Bene