Un sogno avverato

Le Suore di Maria
Immacolata arrivano in Italia
.
Fondate nel 1918 a
Nyeri, in Kenya, da monsignor Filippo Perlo, uno dei primi quattro missionari
della Consolata in Africa, le suore missionarie di Maria Immacolata sbarcano in
Italia. Frutto della missione italiana in Africa: segno della Chiesa che modifica,
e a volte inverte, le sue traiettorie.



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«Il nostro fondatore è
senz’altro felice di vederci aprire una comunità nella terra dei suoi antenati».

Fondate nel 1918 in Kenya da un missionario della Consolata, monsignor
Filippo Perlo, le suore di Maria Immacolata hanno aperto la loro prima missione
in Italia.

Incontriamo la loro Madre generale, suor Mary Isaac Waithira, al suo
arrivo a Roma per la costituzione della nuova comunità di tre suore pioniere
nella Diocesi di Termoli.

Una grande gioia

«Venire in Italia non è stato facile», dice suor
Isaac. «C’è voluto un cammino arduo per poter realizzare il sogno di venire
nella terra del fondatore. Ho sempre pensato: “Chi potrà portarci nella patria
del nostro fondatore e quando?”. Ho sempre sentito dentro di me che noi eravamo
debitrici ai primi missionari. Penso che anche mons. Perlo non fosse contento
di noi per il fatto che non fossimo ancora venute in Italia».

Suor Mary ci confida che sarà bello per la sua congregazione celebrare
il Centenario della loro fondazione festeggiando quello che lei definisce «un
magnifico sogno avverato». È convinta infatti che è il Signore ad aver aperto
loro la strada per l’Italia.

«Siamo riconoscenti ai missionari che sono venuti da noi, e vorremmo
restituire, nel piccolo modo a noi possibile, ciò che abbiamo ricevuto». Sul
suo viso si legge una gioia profonda, e una grande gratitudine verso il Signore
che le ha chiamate, e verso il vescovo, mons. Gianfranco De Luca, che le ha
ricevute nella sua Diocesi. «Vedere le mie suore in una comunità italiana è una
gioia indescrivibile. Non so come ringraziare il vescovo per averci accolte in
una delle sue parrocchie».

L’ora di Dio

All’avvicinarsi del Centenario, molte persone si
chiedevano perché le suore di Maria Immacolata non avessero nessuna comunità
nel paese natale di mons. Filippo Perlo. La Madre generale dice semplicemente: «L’ora
di Dio è la migliore. Lui ha voluto che questo grande passo nella storia della
nostra Congregazione si realizzasse ora. Sì, penso proprio che Dio l’abbia voluto
oggi». Senza nascondere la sua soddisfazione, la Madre dice che anche il modo
con cui sono state accolte nella diocesi, e ancor più nella parrocchia di
Guardialfiera, ha mostrato loro che era esattamente questa l’ora giusta del
loro arrivo.

«Sono molto contenta perché Dio ha reso possibile
il nostro essere qui. Il modo con cui il vescovo ci ha accolte è
inimmaginabile: non abbiamo mai avuto una tale accoglienza da nessun altro
vescovo».

Il loro fondatore diceva sempre di non aver paura
di uscire e andare in altri posti, perché Cristo avrebbe sempre aperto loro le
porte. «Aprendoci le porte dell’Italia, penso che il Signore ci stia offrendo
un’opportunità feconda per ripagarlo, servendo fedelmente quella comunità da
cui noi stesse siamo state servite in passato».

Un futuro luminoso di grandi sentimenti

«Oggi sogno di seguire i nostri fratelli missionari della Consolata a
Taiwan. Sarebbe bello essere presenti in Cina, in Asia, nell’America del Sud, e
in tutte le nazioni africane possibili: siamo missionarie chiamate ad andare, a
predicare la Buona Notizia dappertutto».

L’ottimismo di suor Waithira è lo specchio dell’ottimismo di tutta la
sua congregazione che vede nella loro venuta in Italia una chiave per aprire
nel futuro tante altre porte per altre nazioni e continenti.

«La nostra vita e il nostro sogno consiste in un autentico servizio al
popolo di Dio in tutta la terra e ora vedo che ciò comincia ad avverarsi».

Ella vede il futuro del suo istituto molto luminoso e prega il
fondatore di intercedere perché il Signore gli conceda di raggiungere gli
estremi confini del mondo.

«Mi sento molto realizzata e animata: riconosco le meraviglie di Dio e
in esse la conferma che egli concede tutto ciò che gli si chiede. Per questo il
nostro futuro è limpido e splendente».

Sfide e speranze

Ora che la nuova comunità si è stabilita, suor Mary Isaac, oltre che
delle speranze, parla anche delle sfide che le sue consorelle affronteranno.

«Le mie missionarie sono pronte per un duro
cammino. Vivere in Europa non è facile, ma è possibile perché la gente è buona
e ci darà la possibilità di servirla».

Pensa ad esempio al grande lavoro richiesto per
raggiungere i giovani: «Le suore dovranno sviluppare l’abilità di stabilire
contatti con la gioventù per mostrare loro la vera vita». E continua: «La gente
ha bisogno di vedere Cristo in loro; lo Spirito Santo sosterrà il loro
entusiasmo e lo shock culturale si cambierà in gioia: confido molto in loro»,
dice con un sorriso.

Una parola alle suore pioniere

Augurando ogni bene alle suore Lydia Macharia,
Mary Maguta e Piera Njoki, la Madre generale dice loro: «Voi siete state
benedette per aprire una nuova pagina nella storia della nostra Congregazione.
Siate forti come lo era il nostro fondatore; amate la gente; aiutate i vecchi;
visitate gli ammalati e accogliete la gioventù nel vostro convento. La gioventù
ha bisogno di persone che sappiano mostrare il Cristo; siate pazienti e non
stancatevi mai di servire».

Invocando poi benedizioni e preghiere per le tre
suore dice: «Prego che rimaniate forti in tutte le difficoltà. Preservate la
vostra identità di suore di Maria Immacolata e il Signore vi benedirà. Il
nostro fondatore, mons. Perlo, e Maria nostra Madre vi accompagneranno sempre».
E infine conclude: «Rimanete radicate profondamente nella grazia di Dio per
mantenere vivo quel nostro sogno dorato che si è ora avverato».

Joseph Caesar
missionario della Consolata

 


Suore di Maria Immacolata
 

Congregazione africana fondata a Nyeri, Kenya, da mons.
Filippo Perlo, nel 1918 per rispondere all’aspirazione di cinque ragazze ad
accogliere la chiamata di Gesù a seguirlo nella vita religiosa.

Attualmente le suore di Maria Immacolata sono presenti in
Kenya, Uganda, Tanzania, Stati Uniti d’America e Italia. Nella zona dell’Africa
orientale lavorano in dieci scuole primarie e tre secondarie, in tre
orfanotrofi, due ospedali e cinque dispensari. Foiscono anche la formazione
professionale attraverso tre centri e aiutano giovani uomini e donne poveri a
frequentare studi di livello universitario.(sistersofmaryimmaculate.org)


Mons. Filippo Perlo

Nato a Caramagna Piemonte (Cn) l’8 febbraio 1873, nel 1902
entrò nell’Istituto Missioni Consolata e partì per il Kenya, dove, in 22 anni,
diede un impulso formidabile allo sviluppo della Chiesa locale. Tra le iniziative,
anche la fondazione delle suore di Maria Immacolata di Nyeri. Alla morte
dell’Allamano nel 1926 divenne superiore generale dell’Imc. Durante la visita
apostolica del 1930 si ritirò a Roma. Morì il 4 novembre 1948.

Partito col primo drappello di quattro missionari
destinati al Kenya, padre Filippo Perlo raggiunse Tuthu, villaggio del capo
kikuyu Karuri, la sera del 28 giugno 1902.

Come
superiore del gruppo l’Allamano aveva scelto padre Tommaso Gays; ma il capo
naturale e motore trainante risultava a tutti Filippo Perlo, che l’anno
seguente fu nominato superiore.

Sapeva
trattare con le autorità locali e coloniali senza lasciarsi condizionare; con
intelligenza, diplomazia e un po’ di furbizia contadina, riusciva a ottenere il
massimo e concedere l’indispensabile. Sognava una rete di missioni, distanti
una giornata di cammino una dall’altra (secondo la regola imposta dal governo
coloniale), entro cui abbracciare tutta la regione dei Kikuyu […]. Capiva che
quello era l’unico modo per non restare esclusi a causa degli insediamenti
protestanti. A un anno e mezzo dall’arrivo in Kenya erano nate sette missioni,
un collegio per catechisti, una segheria e una fattoria agricola in embrione.

All’inizio
del 1904 i missionari si radunarono a Fort Hall (oggi Murang’a) e gettarono le
basi del loro metodo di apostolato: formazione d’ambiente, cura dei malati,
visite giornaliere ai villaggi, scuole, soprattutto di arti e mestieri,
formazione di catechisti. Principi e regole diventate punto di riferimento fino
ai nostri giorni. […] Il 14 settembre 1905, […] fu creata la missione
indipendente del Kenya e quattro anni dopo fu eretta a vicariato: padre Perlo
fu nominato vicario e consacrato vescovo.

Il
consolidamento del lavoro tra i Kikuyu mise le ali a mons. Perlo, deciso a
estendere l’attività missionaria ad altre etnie. Nel 1911 visitò la regione del
Meru, ancora sconosciuta; individuò varie località adatte in cui fondare nuove
missioni e, superati ostacoli e reticenze da parte delle autorità governative,
vi inviò i primi quattro missionari per iniziare l’evangelizzazione dei Meru.

[…]
Intanto l’attività dell’Istituto si estendeva all’Etiopia (1916) e Tanzania
(1919). Mons. Perlo metteva a disposizione i suoi migliori missionari; da
Torino veniva consultato o suggeriva nuovi progetti e mezzi per attuarli. Al
tempo stesso il vescovo escogitava per il vicariato una miriade di iniziative e
ne controllava strettamente l’esecuzione. Tra di esse la fondazione della
congregazione delle suore di Maria Immacolata di Nyeri (1918).

Alla
morte dell’Allamano divenne superiore generale dell’Istituto. Roma lo fece
ritirare dalla carica nel 1930. Morì [a Roma] nel 1948.

Adattato da
 MC, Speciale 100 anni, febbraio 2001.

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Joseph Caesar




Le illusioni di Sofia

Ai confini dell’Europa (5): La Bulgaria

La Bulgaria è entrata
nell’Unione europea nel 2007, proprio in coincidenza con lo scoppio della crisi
economica. Afflitto da povertà, emigrazione e corruzione, il paese balcanico
contesta la propria classe politica. In attesa di tempi migliori.



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La Bulgaria è membro a pieno titolo dell’Unione europea dal primo gennaio
2007. A certificarlo, fisicamente e simbolicamente, le bandiere blu-stellate
dell’Unione che sventolano accanto al tricolore bulgaro davanti alle facciate
di tutte le istituzioni, grandi e piccole. Sul tetto in elegante stile liberty
dell’ex palazzo reale, nel cuore della capitale Sofia, campeggia addirittura lo
spartito, scolpito in bronzo, dell’attacco dell’«inno alla gioia» di Ludwig Van
Beethoven, dal 1972 anche inno dell’Unione.

Sfortunate
coincidenze

A otto anni di distanza da quel sospirato
traguardo, i sentimenti nel paese restano però contrastanti, quasi schizofrenici,
e molti cittadini bulgari si chiedono ancora se e quando potranno sentirsi
davvero europei.

È nella distanza tra quel successo formale e le
aspettative in buona parte disattese, che – a venticinque anni dalla caduta del
muro di Berlino – si misura l’incompiutezza della transizione. Non che in
Bulgaria si guardi a strade alternative: la scelta europea non viene messa in
discussione, e l’opinione pubblica bulgara resta oggi una delle più pro Ue del
Vecchio continente, con percentuali di sostegno intorno al 70%.

I dati dell’Eurobarometro, che piazzano
regolarmente il paese in fondo a tutte (o quasi) le classifiche comunitarie,
con la Bulgaria ormai abbonata al poco invidiabile titolo di «membro più povero
dell’Ue», raccontano però di un’opportunità colta soltanto in parte. Anche
perché, per un’amara coincidenza, l’ingresso della Bulgaria nel club europeo è
coinciso con lo scoppio della crisi economica, che ha aperto la fase più
critica e complessa che l’Unione deve affrontare dalla sua fondazione.

«La tempistica è stata tutt’altro che fortunata, è
evidente. D’altra parte, i cittadini bulgari sono consapevoli del fatto che,
anche e soprattutto in tempi difficili, è meglio essere parte dell’Unione che
restae fuori», è l’opinione dell’analista politico Dimitar Bechev, già
direttore della locale sezione dello European Council on Foreign Relations (Ecfr). «Senza i fondi di coesione di Bruxelles la Bulgaria sarebbe in
recessione. Il denaro proveniente dalle casse europee ha permesso al paese di
rimanere a galla in un momento turbolento e difficile».

Cifre alla mano, in questi anni l’economia
bulgara sembra essersela cavata meglio di molti altri paesi europei, pur
partendo da livelli iniziali molto più bassi del resto del continente. Dopo il
periodo ruggente della prima metà degli anni 2000, che ha visto sostanziosi
investimenti esteri, crescita sopra il 6% annuo e disoccupazione in calo, lo
stop che ha segnato la fase più acuta della crisi è stato seguito da tassi di
crescita più bassi, ma comunque col segno positivo. Molto più problematico è
invece il capitolo della ridistribuzione della ricchezza, dato il divario
crescente tra la piccola minoranza agiata e una larga maggioranza che fatica ad
arrivare a fine mese, tra i centri più grandi e le periferie sempre più spopolate
e depresse.

Le luci della
capitale

Sofia, la città che «cresce ma non invecchia»
(così recita il motto inciso ai piedi dello stemma della capitale bulgara), è
il luogo dove si possono meglio vedere i cambiamenti positivi che hanno
accompagnato gli ultimi anni, anche grazie ai fondi europei. Molti problemi
restano, ma cospicui investimenti nelle infrastrutture hanno rapidamente
trasformato il volto della città: due linee della metropolitana sono state
completate, l’aeroporto ha un nuovo terminal, il centralissimo bulevard «Vitosha»,
reso pedonale, è diventato un lungo salotto a cielo aperto.

In città si concentra buona parte della vita
economica e sociale bulgara: i livelli di Pil pro capite sono comparabili, se
non superiori, a quelli delle regioni dell’Italia meridionale. Ecco perché la
capitale è una vera calamita per i giovani in cerca di opportunità che
difficilmente riescono a trovare nel resto del paese. È a Sofia che nascono
iniziative imprenditoriali in grado di essere competitive e innovative anche a
livello internazionale. Come la «Telerik», compagnia di produzione di software
pensata e sviluppata da giovani imprenditori bulgari, e recentemente acquistata
dall’americana «Progress Software Corporation» per la cifra record di 260
milioni di dollari.

Basta lasciarsi alle spalle le ultime luci della
capitale, però, per incontrare una realtà molto contrastante.

Emigrazione e
spopolamento

In direzione Nord si alza la lunga catena dei
Balcani che taglia la Bulgaria da Ovest a Est, dal confine con la Serbia alle
acque del mar Nero. Quando si scollina al passo montano di Petrohan, appare un
paesaggio, fisico e umano, profondamente diverso.

«La nostra vita è difficile, e l’Unione europea
non l’ha resa migliore», racconta nella sua modesta cucina, riscaldata da
un’arroventata stufa a legna, Danche Milanova, 69 anni, una vita spesa come
commessa e foaia nel villaggio di Bela Rechka. «Dei 130 leva (75
euro) di pensione che prendo, 80 se ne vanno per le medicine. Col resto, si
prova ad arrivare a fine mese».

Bela Rechka, come il resto della Bulgaria Nord
occidentale, è l’emblema estremo di quanto in questi anni è andato storto. Dopo
l’affossamento del sistema economico pianificato socialista, la regione non è
riuscita a trovare una nuova vocazione economica durante la turbolenta
transizione verso l’economia di mercato. Risultato: spopolamento ed emigrazione
massiccia diretta soprattutto all’estero.

La cittadina di Varshetz, tanto per fare un
esempio, si è guadagnata in questi anni il nome di «città delle badanti», a
causa delle decine di donne partite per l’Italia, la Grecia e la Spagna in
cerca di lavoro, quasi sempre nel campo della cura degli anziani. Nonostante le
loro rimesse, i dati macroeconomici fanno ufficialmente della Bulgaria Nord
occidentale la regione più povera dell’intera Unione europea, con un Pil pro
capite di appena 6.500 euro l’anno.

Una situazione drammatica, certificata da un
gioco di parole disincantato e un po’ cinico, che ha trasformato la Bulgaria
Nord occidentale («severo-zapadna» in
lingua locale) in Bulgaria Nord decadente («severo-zapadnala»). Altre aree del
paese non se la passano però molto meglio. Secondo un recente studio,
finanziato dalla fondazione tedesca Friedrich Ebert, il 50% dei cittadini
bulgari vive oggi sotto la soglia di povertà, «con forti deprivazioni materiali
e difficoltà a realizzarsi sul mercato del lavoro». Tra gli anziani e le
minoranze etniche, soprattutto quella rom, le cifre appaiono ancora più
drammatiche.

A una situazione sociale pesante, negli ultimi
anni si è aggiunta forte instabilità politica. Nell’ultimo anno e mezzo la
Bulgaria ha visto succedersi due elezioni politiche anticipate, proteste di
piazza durate lunghi mesi e ben quattro governi, di cui due tecnici nominati
direttamente dal presidente per superare momenti di crisi istituzionale.

L’ultima tornata elettorale, nell’ottobre 2014,
ha portato alla formazione di un governo di centro destra guidato dal populista
Boyko Borisov, al suo secondo mandato. Davanti al nuovo esecutivo, supportato
da una maggioranza tutt’altro che solida, si erge ora il difficile compito di
ridare energia al processo democratico in Bulgaria. I livelli di fiducia nella
classe politica sono oggi ai minimi storici.

«Sulla carta la Bulgaria ha tutti gli attributi
di una vera democrazia – elezioni libere, sistema multipartitico, media
diversificati e così via -. Ma se si va sotto la superficie, ci si accorge che
la libertà di espressione è in declino dal 2006, che l’amministrazione non è
trasparente, che esistono censura e propaganda nel mondo politico.
L’impressione è che il potere politico sia ermeticamente chiuso, al di là della
capacità di influenza di cittadini e società civile», sostiene preoccupato
Bechev.

Le proteste della
piazza

Proprio la distanza tra l’élite e i cittadini è
stata la molla profonda che ha portato alle proteste di piazza più durature
della storia recente del paese. Per mesi le strade del centro di Sofia sono
state il palcoscenico di manifestazioni quotidiane, scatenate prima da bollette
energetiche «impazzite» e poi dal tentativo del governo socialista, salito al
potere nella primavera del 2013, di procedere a nomine importanti (nello
specifico, quella a capo dei servizi di sicurezza) con procedure non
trasparenti e forte sospetto di «scambio politico» tra gruppi di potere. Le
proteste, rafforzate dall’occupazione dell’Università statale «Sveti Kliment
Ohridski» di Sofia da parte degli studenti, hanno portato a un lunghissimo
braccio di ferro che ha mostrato una nuova vitalità politica della base, ma anche
tutti i limiti dell’attuale assetto di potere. «Il sistema partitico bulgaro
non ha reagito in modo profondo alle proteste», sostiene Antoniy Galabov,
professore di Scienze Politiche alla New Bulgarian University di Sofia. «Questo
significa che i partiti sono ormai così cinici e autoreferenziali, che non
riescono a cogliere le chiare richieste di un sistema trasparente e
responsabile provenienti dalla società».

La classe dirigente bulgara, che presenta oggi i
tratti di un’oligarchia chiusa, è emersa e si è consolidata durante gli anni più
difficili della transizione economica e politica, e non ha problemi di
credibilità soltanto con i propri cittadini. Anche le istituzioni europee, col
passare degli anni, sono state sempre meno timide nel criticare apertamente la
gestione del potere in Bulgaria: sotto processo soprattutto l’incapacità di
contrastare in modo efficace criminalità organizzata e corruzione.

(su i “muri” che dividono il mondo, leggi «Un mondo di muri» sul sito di Popoli.)

Il ritorno del filo
spinato

La tensione latente tra Bruxelles e Sofia ha
trovato sfogo negli ultimi anni sull’accesso del paese all’area Schengen di
libero movimento. Nonostante la Bulgaria abbia raggiunto da tempo standard
tecnici sufficienti per esservi ammessa, la crescente resistenza da parte di paesi chiave come Francia e Germania – che
tentano di utilizzare la questione come leva per forzare Sofia a rilanciare la
lotta alla corruzione – hanno bloccato ogni possibile progresso, tanto che l’«obiettivo
Schengen», a lungo sbandierato come priorità assoluta, è oggi mestamente
scomparso dal discorso pubblico in Bulgaria.

La discussione sui confini e il loro
attraversamento è però tornata al centro dell’attenzione, in modo drammatico ed
inaspettato, a partire dalla metà del 2013. Spinti alla fuga dal deteriorarsi
della situazione mediorientale, e soprattutto dagli orrori della guerra civile
in Siria, migliaia di profughi e richiedenti asilo hanno infatti iniziato a
varcare il confine tra Turchia e Bulgaria, nella ricerca di una via di fuga.
Per molti, la Bulgaria, confine esterno dell’Unione europea, è soltanto una
tappa verso la destinazione sognata, di solito la Germania o i paesi
scandinavi, dove sperano di ricostruire la propria vita.

Il paese balcanico, terra di fortissima
emigrazione e relativa povertà, si è fatto trovare del tutto impreparato ad
accogliere la massa di disperati che bussavano alla sua porta. I pochi centri
di accoglienza sono diventati in breve sovraffollati e ingestibili, e il
rischio di una catastrofe umanitaria s’è presto delineato all’orizzonte. Col
passare dei mesi, la situazione si è lentamente normalizzata, ma il dibattito
interno su cosa fare ha assunto toni sempre più allarmati.

Per dare un segnale forte, il governo di Sofia ha
deciso di ordinare l’innalzamento di una barriera di rete e filo spinato lunga
più di trenta chilometri sul confine, per fermare o almeno controllare il
fenomeno, a imitazione di quanto già fatto dalla Grecia alcuni anni fa.

Nelle politiche di chiusura della «fortezza
Europa» la Bulgaria non è certo da sola, né la principale protagonista. In
questo angolo del continente, però, è difficile non cogliere l’amara ironia del
destino nel ribaltamento avvenuto in poco più di vent’anni. Fino al 1989
barriere e reticolati sui confini bulgari servivano a sbarrare la via a chi
tentava di uscire dal mondo ermetico del regime totalitario. Smantellati nel
nome degli ideali europei, oggi nuovi muri vengono nuovamente levati, sempre in
nome dell’Europa, ma per un obiettivo molto meno ideale: tenere lontano ospiti
sgraditi.

Francesco Martino


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Francesco Martino




«Annunzia quanto ti dirò» Convegno Nazionale Missionario – Sacrofano 2014

IV CONVEGNO MISSIONARIO NAZIONALE /1
Sacrofano (Roma) 20-23/11/2014

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«
Annunzia quanto ti dirò»

Dopo la prima tappa, la preparazione durata un anno,
si è conclusa la seconda: la celebrazione del «IV Convegno missionario
nazionale 2014», organizzato nei giorni 20-23 novembre dall’Ufficio
nazionale per la cooperazione tra le Chiese della Cei
, dalla Fondazione
Missio
e dalla Fondazione Cum a Sacrofano (Roma). Inizia ora la
terza tappa: la continuazione. La sfida è narrare e testimoniare quanto
si è vissuto, passare dalle parole ai fatti. È l’impegno raccolto dagli 880
partecipanti provenienti da ogni angolo d’Italia: 520 giovani e adulti (di cui
50 volontari) impegnati con i Centri missionari delle varie diocesi d’Italia o
in associazioni di sostegno alla missione, 230 sacerdoti, missionari e fidei
donum
, e 130 religiosi e religiose.

Cominciato nel pomeriggio di giovedì, e concluso col
pranzo di domenica, il Convegno ha seguito un ritmo intensissimo, marcato da
preghiera, incontri, relazioni, lavori di gruppo, testimonianze e momenti di
festa. L’udienza con papa Francesco alle nove di sabato 22 ha scaldato il cuore
di tutti.

I relatori sono stati:

* il biblista mons. Ambrogio Spreafico, vecovo di
Frosinone e presidente dell’Ufficio nazionale per la cooperazione tra le
Chiese, che ha presentato una relazione dal titolo «Alzati e va’ a Ninive – La
Parola di Dio nella globalizzazione»;

* suor Antonietta Potente, della famiglia
domenicana, insegnante di teologia presso l’Università cattolica di Cochabamba
in Perù, che ha proposto una riflessione a partire dalle tentazioni di Gesù;

* il prof. Mauro Magatti, sociologo ed economista, e
la prof.ssa Chiara Giaccardi, sociologa, che – come coniugi e come
esperti – hanno affrontato il tema dell’incontro da un punto di vista
antropologico;

* il prof. Aluisi Tosolini, filosofo e pedagogista,
che ha presentato una fotografia del «battito della missione» oggi in Italia
attraverso la rilettura dei contributi arrivati negli scorsi mesi alla
commissione preparatoria del convegno;

* padre
Gustavo Gutiérrez
,
peruviano, uno dei padri storici della teologia della liberazione.

Pubblichiamo le prime tre parti del testo conclusivo del
Convegno, preparato dalla segreteria dello stesso. La seconda parte apparirà
sul prossimo numero di MC, riservandoci di tornare in futuro sulle singole
relazioni, per offrire ai nostri lettori materiale su cui continuare il cammino
del Convegno, e «far ricadere a livello locale (regionale e diocesano) quanto
vissuto a Sacrofano».

Gigi Anataloni


Linee e orientamenti pastorali per un rinnovato impegno
missionario «lontano» (fuori dall’Italia) e «ai lontani» delle nostre comunità
cristiane

A. LO SGUARDO INIZIALE

Ci sembra importante iniziare riaffermando brevemente gli
obiettivi generali che questo Convegno si era prefisso.

<
Riaccendere la passione e rilanciare la dedizione dei singoli e delle comunità
cristiane per la missio ad gentes e inter gentes, a
partire dai poveri, come paradigma dell’annuncio (missione «lontano»).

<
Studiare nuovi modi e stili di
presenza missionaria
nella nostra realtà (missione «ai
lontani»).

B. RIPARTIRE DALLA PAROLA

Vorremmo tornare sull’icona biblica che ha fatto da sfondo
al Convegno, quella di Giona, unendola a un’altra icona biblica, il racconto
evangelico della tempesta sedata nella versione di Marco 4. Proponiamo alcuni
spunti:

< «Alzati e va’ a Ninive, la grande città». Dio ci
chiama a «uscire» per andare verso la grande città, periferia ostile, abitata
da nemici. È Dio che chiama e manda, non siamo noi a scegliere.
Il problema di Giona è accettare di andare nella direzione giusta, non dove lo
spinge la paura. Ninive è la grande città, che fa paura a Giona e al mondo.
Giona non viene mandato per chiamare alla conversione. La parola che deve dire è
semplice: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». Giona cioè deve far
emergere il male e la violenza della città. Certo il profeta si sarà chiesto:
chi sono io per andare a dire questo agli abitanti di Ninive? Noi siamo in un
mondo, dove il male è forte. Il male e la violenza sono il vero dramma di
Ninive
e del mondo. Lo abbiamo detto in questi giorni: la guerra, la violenza,
la povertà, l’abbandono dei vecchi, i profughi, le persecuzioni… in una parola:
la missio ad gentes è missio ad pauperes.

< Giona fugge. Questa missione fa paura. Ma senza coscienza
della forza del male non si capisce l’urgenza e la necessità della missione.
Per questo Giona deve sperimentare in se stesso la forza del male nell’abisso,
nel ventre di un pesce. Giona scopre così il bisogno di essere liberato,
salvato. Scopre che da solo non si può salvare, che esiste una forza
invincibile, che da soli non possiamo combattere.
Così è avvenuto ai discepoli di Gesù nel mare in tempesta. Erano sulla barca
con lui, ma con loro c’erano altre barche. Si potrebbero identificare le altre
barche con la vita dei tanti nella tempesta del mondo. C’è Gesù, ma c’è anche
la tempesta. Quel mare in tempesta è come quello di Giona. Paura, pericolo. Da
soli i discepoli non ce la fanno.
Gridano e Gesù li salva, fa tacere il mare e il vento.
Ma nel mondo si è persa la coscienza del male e della sua forza. Tutto è
anestetizzato, esorcizzato, giustificato. Tutto è normale, anche gli stranieri
che muoiono nel Mediterraneo o i vecchi abbandonati in istituto. Poca coscienza
del peccato, perché scarsa è la coscienza del male. Eppure non siamo liberi,
siamo al contrario pieni di paure che non riusciamo a vincere.
Solo nell’abisso, solo nella tempesta, i discepoli capiscono che c’è Ninive,
il male, ma che c’è anche Gesù.
Lui solo può vincere quella tempesta (che
rappresenta il male).

< La vita cristiana è lotta contro il male. Questa è
la missione ad extra e ad intra.
E il racconto della tempesta sedata, in Marco, giunge dopo le parabole del
seme, della Parola di Dio gettata nel campo del mondo. Il male la contrasta, la
vorrebbe soffocare. La missione fa rivivere la Parola annunciandola.
I Vangeli sono pieni di racconti di guarigione. Nel nostro tempo sono molte le
persone che vanno a Medjugorje, ai santuari, che si affidano a volte a
guaritori e santoni. Esiste una domanda di guarigione nella gente. La domanda è:
il Vangelo che noi viviamo e comunichiamo, guarisce, libera dall’abisso del
male?

< Senza andare
a Ninive, senza andare nelle periferie più ostili, non c’è missione.
I poveri ci evangelizzano, come ci ha detto in questi giorni Papa Francesco,
innanzitutto perché ci trascinano là dove il dramma del male è più forte.
Questa è la domanda della missione. Bisogna imparare a guardare con
compassione, entrando nella lotta per il bene.

Lasciamoci come icona finale quella che l’apostolo Paolo,
grande missionario del Vangelo alle genti, usa in Efesini quando esorta a
rivestirsi dell’armatura di Dio (Ef 6,10-20). Questa è anche una Chiesa in
uscita, una Chiesa che vive per la strada, incontra, ascolta, parla, dialoga,
lotta.

Il mondo non ha bisogno di una Chiesa dietro le barricate,
ma di una Chiesa che esce
e incontra,
perché la gioia del Vangelo raggiunga tutti, a cominciare dalle periferie più
lontane. Solo così sarà attraente.

Rivestiamoci allora di un nuovo entusiasmo e viviamo a
pieno la gioia e la bellezza della vita cristiana, senza pessimismi e lamenti.

C. QUELLO CHE NOI ABBIAMO UDITO, VEDUTO, CONTEMPLATO

Nell’elaborazione di questo nostro Convegno è stato scelto
di dare grande rilievo alla fase preparatoria e alla fase del post-Convegno. La
fase celebrativa che abbiamo vissuto non può infatti essere scissa dalle altre
due. E questo vorremmo sottolinearlo con forza: oggi non terminiamo il
nostro Convegno, ma iniziamo la terza fase del percorso
.

Riprendiamo i tre verbi da cui siamo partiti nel cammino
di preparazione: «Uscire, incontrare, donarsi», utilizzando come riferimento
quello da cui derivano tutti gli altri: uscire.

USCIRE.

< È la Parola di Dio la protagonista del cambiamento a
Ninive. Possiede una forza inaspettata. Ma non opera da sola: c’è bisogno di
qualcuno che accetti di uscire per andare alle periferie.

<
Uscire è rispondere alla chiamata di
Dio che ci chiede di andare al di là di noi stessi, del nostro individualismo
ed egoismo. In un mondo globalizzato, ma frammentato e tribale, la missione usa
una parola che unisce, crea comunione e aiuta a sognare la pace.

< Mentre viviamo la percezione di essere sotto assedio
perché non abbiamo ancora elaborato il lutto della fine della civiltà cattolica
(come abbiamo visto dall’analisi del materiale raccolto durante la fase
preparatoria), dobbiamo sfidare noi stessi per scegliere di uscire
dall’assedio.

< Uscire per correre il rischio di camminare in spazi
sconosciuti. Uscire per avere il coraggio di affrontare nuove domande e nuove
sfide.

Dal verbo «uscire», che dobbiamo imparare a declinare nel
nostro quotidiano, si dipanano, come in un lungo filo, altri verbi che sono
ricorsi in tutte le relazioni ascoltate in questi giorni.

Ma elencare questi verbi non esaurisce il processo che si è
messo in moto attraverso il Convegno. Ascoltare questi verbi è ascoltare una
storia che non avrà fine finché ci saranno narratori che avranno voglia di
raccontarla.

Immaginiamo quel vecchio gioco in cui un bambino comincia
una storia, che viene continuata dal suo vicino, e poi da un altro bambino, e
così via. Ecco, questo è quanto dobbiamo fare noi con le tante parole di questo
nostro Convegno, con i verbi che prendono slancio da «uscire». Non c’è nulla di
chiuso, nulla di concluso in queste righe che fanno da sintesi. Ciascuno di noi
è, anzi, invitato a riprendere questi verbi e a continuare il racconto.

< D’altronde, uno di questi verbi è proprio NARRARE.
Uscire dalle retoriche consuete per assumere nuove narrazioni. Evangelizzare è
narrare.
Per questo è tempo di testimoni che mostrino come l’eccedenza di fede sia
generatrice di vita. Quello che abbiamo sperimentato viene, così, detto
nuovamente, con una parola che racconta, che narra, in una prospettiva di
significato e di relazione.
Occorre trovare un linguaggio nuovo che non abbia come unico intento
quello dell’informazione, ma anche quello della narrazione, che è un’arte da
coltivare. Come l’antico griot africano capace di dare senso alla
memoria, alla tradizione, all’identità di un popolo.

< GUARDARE. Non è possibile fare a meno di uno sguardo
attento sulla realtà. Uno sguardo che sia capace di compassione. Giona non sa
guardare in questo modo, e la mancanza di compassione coincide con l’incapacità
di guardare oltre se stessi.
La missionarietà è coltivare uno sguardo nuovo e generativo, in grado di
cogliere il piccolo nel grande, di creare novità, e di ricomporre la
frammentazione in un mondo globale come quello in cui viviamo. Dobbiamo
cambiare il nostro sguardo per guardare la realtà, imparare a leggere i segni
dei tempi.

< E poi, ANDARE e STARE. L’uscire è un movimento
fatto di andare e stare. Che non sono due movimenti contrapposti, ma bensì
legati in un dinamismo che radica l’andare e apre lo stare. Allora andare non è
seguire l’itinerario tracciato da un altro, una strada prestabilita, ma essere
disponibili all’incontro
, a fermarsi per narrare, per testimoniare. E stare
non è rinchiudersi in se stessi in una dimensione intimistica, ma significa
stare con la porta aperta.

< ABITARE. Il quadro in cui stiamo vivendo in questi anni è quello
del villaggio globale, affiancato dalla città-mondo, in cui si concentra il 50%
della popolazione mondiale divisa tra luoghi di élite e luoghi di scarto. In
questo contesto abitare il mondo significa rendere reale una possibilità di
vita
.

Il rapporto tra centro e periferia non dipende più solo da fattori geografici.
Viviamo continue situazioni di frontiera, condizione che può essere luogo di
opposizione, ma anche di incontro.
Se utilizziamo uno sguardo nuovo, saremo capaci di abitare tempi, spazi e luoghi,
di far percepire la nostra presenza, abitare per esserci, dove la parte
importante del termine è la particella «ci».

< Guardare e abitare il villaggio globale, provoca
un’ulteriore azione inscindibile dalle altre due: DENUNCIARE. Non
possiamo solamente aiutare i poveri, gestire l’emergenza, ma dobbiamo
denunciare le cause della povertà
. La povertà dipende dall’uomo, è una
creazione dell’uomo. Non esiste solo l’aspetto economico, ma anche quello
spirituale, culturale e sociale. La povertà è multidimensionale. Siamo chiamati
a denunciare ingiustizia e oppressione, soprusi e violenze. Piccoli e grandi.
Partendo dai mille gesti quotidiani delle nostre giornate fino alle strutture
inique che governano il mondo.

< Ma dobbiamo anche FARE RETE.

Come Chiesa missionaria non possiamo che scoprirci come una grande rete
globale
.
Fare rete è l’azione chiave, elemento costitutivo su cui progettare e
concretizzare ogni nostro obiettivo e intento.
Viviamo nel tempo della società in rete, ma ci sentiamo incerti, fragili,
incapaci di controllare la realtà. La paura ci spinge a fare come Giona che
fugge. Invece noi siamo chiamati a camminare lungo tutte le strade delle Ninive
di oggi e scoprire che abbiamo già una grande rete globale che possiamo
utilizzare da un lato e servire dall’altro.

< Infine, STUDIARE.
Questa sollecitazione è emersa dai relatori, ma è emersa anche dai gruppi che
hanno lavorato insieme nei laboratori: il bisogno di formazione a vari
livelli
e la richiesta di orientamenti per concretizzarla.

Le parole chiave del Convegno sono quindi questi verbi che
abbiamo citato, ma i verbi sono lemmi grammaticali che hanno bisogno, per
connotare meglio l’azione che esprimono, di avverbi e di aggettivi. Per questo,
ci viene in aiuto Papa Francesco, con il discorso a noi rivolto durante
l’udienza privata di sabato 22 novembre.

Il Papa ha sottolineato come lo
spirito della missio ad gentes deve diventare lo spirito della missione
nel mondo
. «Una chiesa missionaria non può che essere in uscita: non ha
paura di incontrare, di scoprire le novità, di parlare della gioia del Vangelo».
E per questo – ha aggiunto – «vi chiedo di impegnarvi con passione».

Uscire significa superare la tentazione di parlarci tra
noi. Il Vangelo di Gesù si realizza nella storia. Gesù stesso fu un uomo di
periferia e la sua Parola è stata l’inizio di un cambiamento nella storia. «Tenete
alto nel vostro impegno lo spirito di Evangelii Gaudium» e siate testimoni «con
entusiasmo».

I nostri verbi quindi devono essere declinati «con
passione»
, «tenendo alto» e «con entusiasmo».

Un altro elemento da cui attingere per coniugare i verbi
chiave del Convegno, è indubbiamente il clima respirato, il tipo di interazione
che si è creata tra i partecipanti, che è stata certamente positiva. Non è
riduttivo definirla così: durante il confronto nei laboratori, si è infatti man
mano abbandonata la categoria del lamento, l’uso come filtro visivo della
fatica sperimentata quotidianamente, per lasciare invece spazio alla gioia
dell’incontro, dello scambio e al desiderio di ripartire. Alcuni spunti sono emersi dai
laboratori, ma altri sono venuti con libertà: ci sono stati ad esempio
rappresentanti di alcune diocesi che si sono riuniti spontaneamente per
riflettere, altri che si sono organizzati per proporre degli interventi comuni
in assemblea, dimostrando un forte desiderio di concretezza e la volontà di abitare
questo Convegno come gli spazi della nostra vita.

L’elenco dei verbi può forse apparire troppo schematico o
riduttivo. Ma leggiamolo come un’occasione di orientamento del nostro lavoro di
animazione missionaria, come, parafrasando Gianni Rodari, una «grammatica
della missione»
.


Continua il prossimo numero
con la quarta parte del documento:
«D. Quello che noi abbiamo narrato, ora lo desideriamo».


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Gigi Anataloni (a cura)




Cari Missionari

Bahá’í
Reverendo Padre,

ho letto con piacere sulla vostra rivista di novembre
l’articolo sulla Fede Bahá’í. Vorrei congratularmi con lei e con l’autore del
documento Vittorio Stabile per l’accuratezza dell’articolo, anche nei minimi
particolari. Attendo il prossimo numero sulle persecuzioni dei Bahá’í.

Come saprà, proprio a Torino nel lontano 1880 (esattamente
il 5 e 12 dicembre), il noto naturalista e letterato piemontese Prof. Michele
Lessona tenne due conferenze sulla Fede Bahá’í. Il testo della sua relazione di
66 pagine fu pubblicato dall’editore Ermanno Loescher. Era la prima volta che
gli italiani venivano a conoscenza della Fede Bahá’í.

Ora a distanza di 134 anni, la vostra rivista aiuterà molti
altri a comprendere che la base di tutte le religioni è amore e che tutti i
profeti di Dio proclamano la medesima fede. Cordialmente,

Feri Mazlum
Locao, Svizzera, 16/11/2014

Le mani sul Mozambico

Per nessun paese il Prodotto Inteo Lordo (Pil) è un buon
indicatore del livello di benessere e il Mozambico non fa eccezione. I calcoli
alla base della determinazione del Pil hanno un valore scientifico prossimo
allo zero e nulla hanno a che vedere con le regole dell’aritmetica.

Se i Mozambicani vogliono davvero progredire, lascino da
parte la determinazione del Pil e pensino a conservare i loro tesori
naturali che si chiamano acqua, suolo agricolo, foreste, oceano…

Assieme a Malawi e Tanzania trovino il modo per tutelare
efficacemente il Lago Niassa (o Malawi) che, con i suoi 31mila chilometri
quadrati di superficie e 8400 chilometri cubi di volume, è una delle maggiori
riserve d’acqua dolce del pianeta e, con le sue oltre 500 specie endemiche di
pesci, è uno dei templi mondiali della biodiversità. Pensino a mettere in
sicurezza la Foresta del Monte Mabu che la scienza ufficiale ha scoperto,
grazie ai satelliti, solo alla fine del 2008, ma che rischia di essere
distrutta ancor prima che gli studiosi riescano a compiere delle ricerche degne
di questo nome. Pensino a valorizzare convenientemente il Parco Nazionale di
Bazzaruto e gli ecosistemi marini, il cui valore è infinitamente superiore a
quello di tutti i giacimenti di gas e petrolio presenti in Africa e nel resto
del mondo.

Quanto all’Italia e all’Eni, dopo la lettura dell’articolo
di Chiara Giovetti (MC n.10 p.29), prendo atto ancora una volta della
disinvoltura con cui il nostro paese continua a investire decine di miliardi di
euro per sfruttare le fonti di energia non rinnovabile a fronte delle cifre
irrisorie destinate a quelle rinnovabili.

Credo che ciò accada anche perché una gran parte degli
Italiani non è consapevole degli abusi e delle devastazioni che le compagnie
energetiche perpetrano nei paesi del Sud del mondo dietro il paravento dello
sviluppo, del progresso, del rilancio economico e occupazionale, della
crescita del Pil.

Gli autori anglosassoni, quelli dotati di un minimo di
sensibilità ecologica, lo chiamano «encroachment» (entrare nella proprietà
altrui senza diritti o senza permessi), in italiano una traduzione abbastanza
fedele di questo termine potrebbe essere «usurpazione».

Cari Missionari Italiani che siete in Mozambico e paesi
limitrofi per servire Dio e il prossimo, state attenti a non farVi
infinocchiare da quei nostri connazionali che arrivano in Africa soltanto per
servire la dea Europa e il dio Denaro…Cordiali saluti,

Mario Pace
Email, 30/10/2014

L’orrore di Beslan
Gentilissima Redazione,

vi leggo con attenzione da tanti anni e vi rinnovo la mia
stima, spesso la rivista è uno strumento che uso a casa o a scuola per far
avvicinare figli ed allievi a tante realtà mondiali che conosciamo poco o,
spesso, male.

Però ho fatto un balzo sulla sedia leggendo a pag. 58 del
n.11 (novembre 2014), nel trafiletto sulle guerre cecene: «2004, un gruppo di
ribelli caucasici tra cui separatisti ceceni “occupano” la scuola di Beslan». Occupano?
Ma la sapete la differenza tra occupare una scuola (termine che tra l’altro dà
l’idea di un’allegra sarabanda studentesca) e tenere in ostaggio una scuola (e
soprattutto le persone che sono lì)? Perché di questo si è trattato, non certo
di sostituirsi al normale svolgimento delle lezioni! Ho dovuto spiegare a mia
figlia tredicenne, che stava leggendo l’articolo e nulla ancora sapeva di
quell’evento atroce, che non si era affatto trattata di un’occupazione, ma di
una carneficina pianificata, e ahimè poi avvenuta; lei stessa si è detta
sconcertata dall’uso del termine, che era del tutto fuorviante.

Grazie per l’ascolto. Beslan è stato un tale orrore, che non
chiamare quel piano micidiale con il suo vero nome mi sembra un’ulteriore
offesa alle vittime.

Charlotte, mamma
Email, 11/11/2014

Gentile signora Charlotte,
concordo con Lei che «prendere in ostaggio» è un termine più appropriato e non
porta con sé le ambiguità del termine «occupare», ambiguità che non era nelle
mie intenzioni creare e che è stata causata anche dal numero ferreo di battute
in cui siamo costretti in questi box. La tragedia accaduta nella scuola di
Beslan è stato un crimine contro l’umanità.

Roberta Bertoldi
(Osservatorio Balcani e Caucaso)

Una voce in meno

Caro Padre,
ho letto l’editoriale «Una voce in meno» e mi unisco al dispiacere per la
chiusura della rivista «Popoli». Sono stata un’abbonata fino a qualche anno fa
e poi ho dovuto sospendere l’abbonamento per motivi economici e non per il
valore del contenuto. Che cosa dire? L’impegno per collaborare, tenere attivo,
vivere lo Spirito di Cristo non può venir meno perché verrebbe meno anche
l’uomo, ma il tempo presente è un tempo che impone delle riflessioni e dei
cambiamenti, che non sono motivati solo dalle ridotte risorse economiche. Sono
coinvolte l’dea di uomo e della sua pienezza, della cosa pubblica e della sua
funzione, dell’educazione e dei suoi obiettivi, della società e della sua amministrazione,
del lavoro e delle sue garanzie, della religione e delle sue forme, in ultima
analisi è in gioco l’idea della «ragione» e del suo significato. Auguro a
«Missioni Consolata» di continuare a contribuire a tali riflessioni e ad
approfondire il compito della «missione» che non può non esserci ma che deve
svincolarsi, a mio parere, da alcuni tradizionali connotati che potrebbero
indurre degli equivoci rispetto alla sua nobile funzione. Ringrazio e saluto
con tanta cordialità!

Milva Capoia
Collegno, 07/11/2014

Caro Direttore,

nel tuo editoriale di novembre racconti di esserti commosso
dopo avere appreso la notizia della chiusura di «Popoli». Sappi che io mi sono
commosso a mia volta nel leggere il tuo articolo, così ricco di solidarietà e
di stima. E anche da altri colleghi di «Missioni Consolata» mi sono arrivate
testimonianze di affetto. Ringrazio tutti voi, augurandovi ovviamente migliore
fortuna…

Quanto ai contenuti del tuo editoriale, hai certamente
centrato una questione cruciale: la crisi dell’editoria missionaria non è in
fondo specchio della crisi della stessa missione, almeno in Italia? Devo
aggiungere, però, che il caso di «Popoli» è in parte diverso e sui generis: da
tempo la rivista aveva scelto di togliersi l’etichetta di rivista missionaria
in senso stretto, provando a raccontare – naturalmente con un’ispirazione
cristiana di fondo ben riconoscibile – le questioni inteazionali con lo stile
e il linguaggio dei media laici. Questo per provare a far uscire l’informazione
su certi temi dal ghetto in cui, non sempre per scelta loro, spesso finiscono
le riviste missionarie.

In questo senso, le migliaia di giovani nuovi abbonati
conquistati in questi anni e le decine e decine di lettere arrivate in
redazione alla notizia della chiusura, ci confortano e dicono che la strada
forse non era sbagliata. Il problema è che per far sì che questo tipo di
operazione stia in piedi, e dunque stia a tutti gli effetti «sul mercato», come
dicono gli economisti, occorre che l’editore possa e voglia investire anche
nella promozione e nel marketing, cosa che nel caso di «Popoli» non è stata
fatta.

Infine una precisazione: «Popoli» non chiude perché
«strozzata dai debiti», come hai scritto. Il deficit della rivista certamente
non era piccolo, ma veniva regolarmente ripianato con altre entrate su cui può
contare l’editore della rivista, ovvero la Fondazione Culturale San Fedele di
Milano, di proprietà dei Gesuiti: in questi anni la Fondazione non si è
indebitata per un solo euro per sostenere «Popoli». Semplicemente è stato
deciso di usare diversamente tali risorse, privilegiando altre priorità.

So bene che hai scritto queste cose solo motivato da affetto
e ti ringrazio nuovamente, ma mi sembra doveroso fare arrivare questa
precisazione ai lettori per rispetto verso il lavoro mio e dei miei colleghi e
verso l’editore di «Popoli».Un abbraccio

Stefano Femminis
Direttore di «Popoli»
Email, 24/11/2014

Grazie della precisazione, che certo non addolcisce quanto è avvenuto.

Quanto all’etichetta di rivista missionaria, sai bene che dal dopo
Concilio abbiamo tutti noi fatto un grande cammino per scrollarci di dosso gli
stereotipi che ostinatamente rimangono legati a una antiquata concezione di
missione. Quanti missionari hanno pagato con la vita e a volte col sangue per
una missione nuova fatta di giustizia e pace, dialogo e rispetto, accoglienza e
incontro, e cura e difesa del creato. Una nuova visione di Chiesa popolo di
Dio, tutta missionaria perché testimone e serva dell’amore di Dio per gli
uomini, una Chiesa non clericale, una comunità di comunità, lievito e fermento
di vita e di bene nella famiglia umana. Sulle pagine delle nostre riviste, nei
nostri siti, abbiamo speso fiumi di parole per questo. Ma gli stereotipi sono
duri a morire, soprattutto quando superarli richiederebbe un profondo cambio di
mentalità, e non solo nella Chiesa. I retaggi di colonialismo, razzismo,
patealismo e superiorità culturale sono duri a morire in tutti.

Noi viviamo in una società in cui si pensa di risolvere i problemi
cambiando le parole senza modificare i contenuti e il modo di pensare. Mi sento
di dire che noi missionari, circa la Missione, non abbiamo fatto un semplice
lavoro di cosmesi o metamorfosi linguistica, ma l’abbiamo davvero liberata
dalle incrostazioni e dall’usura del tempo facendola diventare una parola
«potente», capace di rivoluzionare il mondo sullo stile di Gesù.

Forse dovremmo cambiare le testate delle nostre pubblicazioni, salvando
la sostanza. Anch’io mi sento ferito quando qualcuno, senza conoscerci, rifiuta
la nostra rivista perché, vedendo la parola «missioni», pensa a soldi e
beneficenza patealista che crea dipendenza.

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Risponde il Direttore




Sventola Bandiera Nera

L’Islam e la guerra del Califfo.

Dietro lo «Stato
islamico» (IsIslamic State)

Clicca sull’immagine per leggere tutto il dossier inclusivo dei box nello sfogliabile pdf

Nessuna compassione per
gli «infedeli»

L’islamismo radicale
si sta diffondendo in molte regioni. Gli attori sono molti, ma oggi il
principale si chiama «Stato islamico» (Is). Guidato dal califfo
(autoproclamato) al-Baghdadi, l’Is si basa su alcuni concetti chiave: l’Islam è
la soluzione e l’Is ne è l’unico vero custode; i paesi occidentali, guidati da
miscredenti, sono responsabili dei problemi in Medio Oriente; i governanti
locali sono agenti cornoptati dall’Occidente. In queste pagine cercheremo di
capire perché e come nasce l’Is. Tra alleanze cangianti e propaganda mediatica,
le sorprese non mancano. 

Azioni di guerra, conquiste
territoriali, decapitazioni, esecuzioni, rapimenti, violenze di ogni genere.
L’islamismo radicale e conquistatore, si potrebbe dire «colonizzatore», si sta
diffondendo nel Maghreb, nell’Africa subsahariana e in ampie regioni
mediorientali, dalla Siria all’Iraq.

Il network di al-Qa‛ida (per comodità, d’ora in poi: al-Qaida) e le
sue nuove filiazioni, comprese le antagoniste (come vedremo), stanno diventando
un potentato, grazie alla conquista dei pozzi petroliferi in varie aree e alle
armi ricevute dai paesi occidentali (Stati Uniti, Europa) e sunniti (Turchia,
Qatar, Arabia Saudita).

In particolare, il 2014 è stato
segnato dalle gesta del gruppo che, lo scorso giugno, ha annunciato la nascita
dello «Stato islamico di Iraq e Siria»1 (Is, da Islamic State, come si legge anche in Dabiq,
la rivista in lingua inglese e grafica modea edita dall’organizzazione), e ha
invitato al-Qaida e altri gruppi a stipulare un’alleanza per una «nuova era di
jihad internazionale».

Quello attuale è un caso complesso
di fondamentalismo, nel quale si mescolano religione (nella sua visione più
oscurantista, arretrata e reazionaria), un uso sfrontato dei mezzi di
comunicazione di massa (video, internet, social network, riviste come il già
citato Dabiq), un ampio arsenale bellico, ingenti capitali provenienti
anche dall’accaparramento delle fonti petrolifere, rabbia e aggressività verso
l’Occidente invasore e «infedele» (kafir), odio settario contro le
minoranza religiose e etniche, e contro gli apostati (kuffar e murtadin)
musulmani (tutti coloro, cioè, che non condividono la linea politico-religiosa
dell’Is), lotte intee, vendette e orgoglio sunnita dopo anni di dominazione
sciita e alawita in Iraq e Siria, e altro ancora. Si tratta di un fenomeno
aggressivo, spettacolare fino alla teatralità più macabra che riscuote successo
sia nel mondo arabo-islamico sia in Occidente, in particolare tra le giovani
generazioni di immigrati musulmani.

Così, tra i jihadisti, troviamo:
benestanti e laureati (molti arrivano dall’Europa e dagli Usa); giovani
emarginati delle periferie urbane occidentali e arabe alla ricerca della
propria identità e dai progetti di integrazione falliti; poveri e disperati
delle città e villaggi del mondo arabo-islamico invaso dalle truppe americane;
oppressi da regimi dispotici locali o stranieri; notabili e membri di tribù
sunnite che vogliono vendicarsi dei loro vicini o di leader di altre fazioni
islamiche; ovviamente mercenari e larghe schiere di criminali e psicopatici. È
un «melting pot» trasversale a luoghi, censo e età, e catalizzatore di
sentimenti e aspirazioni contrastanti e differenti. Indubbiamente, ciò che li
contraddistingue è la rabbia e la ferocia con la quale si abbattono su città e
villaggi e su chi osa rifiutarli, e contro le minoranze etniche e religiose.

Il nuovo
fondamentalismo dell’Is

Questo fondamentalismo non è più
solo un luogo semantico in cui sono verbalizzate le differenze tra Occidente e
Oriente, tra «voi» e «noi», tra «infedeli» e «credenti». È una separazione
materiale, un’esclusione e eliminazione fisica della «differenza», dell’alterità,
nel nome di una credenza soggettiva di un’appartenenza a un gruppo religioso
ritenuto «eletto» e per tanto migliore e più fedele alla «Verità» rispetto a
tutti gli altri. È un’adesione a una linea di «parentela» religiosa stretta,
escludente e discriminante, che, attraverso un «patto» di fedeltà, crea una
sorta di «coscienza storica» di gruppo che include chi vi aderisce rispettando
alla lettera norme e vincoli, e elimina chiunque non vi si riconosca del tutto.

Tuttavia, il patto in sé può non
essere sufficiente. L’unità della «comunità» deve fondarsi su un insieme di
riferimenti identitari, nel caso dell’Is, politico-culturali e religiosi. Ne
risultano, così, un senso di appartenenza e un sentimento tanto potenti quanto
irrazionali, che creano razzismo e xenofobia verso tutti gli altri, ma che
foiscono al movimento un’identità e una coesione forti, dai caratteri
specifici: la religione è l’Islam (nella versione radicale e intollerante), la
lingua comune è l’arabo (lingua sacra, in quanto emanata dal Corano), il
territorio è lo Stato islamico di Iraq e Siria, ma con una velleità di Dar
al-Islam
(Casa dell’Islam, in contrapposizione al Dar al-Kuffar,
Casa della Miscredenza, cioè i territori non ancora islamizzati) in continua
espansione, e dunque in versione «colonizzatrice».

Il prodotto finale assomiglia,
quindi, più alla concezione modea di nazione, con tutto l’apparato coloniale
al seguito, che a un neocaliffato nello stile del vecchio Impero
arabo-islamico, dove alla conquista di immensi territori non corrispondeva
l’assimilazione forzata dei popoli vinti, bensì quella dei conquistatori alle
culture dei paesi conquistati.

Al confronto dei grandi Imperi
omayyade (661 – 750), abbaside (750 – 1258) e ottomano (1281 – 1923),
l’intollerante e escludente Is risulta velleitario nei suoi progetti. E,
soprattutto, poco musulmano, in senso tradizionale.

L’introduzione di fattori di
modeità è, infatti, evidente in alcuni suoi elementi: 1) la concezione dello
Stato-nazione fondato sull’origine comune e mitizzata di una «Medina, città
ideale» (in quanto è la città dove emigrarono nel 622 i primi musulmani,
perseguitati dai politeisti de La Mecca, e dove crearono la prima comunità di
fedeli, la ummah), stretta intorno al suo novello capo, Abu Bakr
al-Baghdadi che, nonostante non si sappia veramente chi sia, viene fatto
discendere dalla famiglia di Muhammad, attraverso il nome al-Qurashi (la tribù
cui apparteneva il profeta dell’Islam). 2) L’accaparramento e lo sfruttamento
delle risorse petrolifere dei territori conquistati, del denaro (transazioni
economiche di varia natura). 3) L’uso dei mezzi di comunicazione di massa. Il
progetto di jihad (inteso come sforzo bellico, guerra) globale, infatti, è
ripreso nei social network, dove si spazia dal proselitismo al reclutamento di
combattenti, dall’incoraggiamento della lotta contro gli infedeli (dai non
musulmani fino ai musulmani sciiti, ai sunniti non allineati o ad altre
minoranze) fino alla lotta contro i «corrotti costumi occidentali» e alla
certezza che l’Europa sarà islamica, e così via2.

Ciò che a fine Ottocento nell’Islam
fu una ricerca religiosa riformista, di ritorno alla purezza delle origini, ai
fondamenti della fede (questo significa «fondamentalismo» e, in particolare, in
uno dei suoi aspetti che è il salafismo, da salaf, «pii antenati», cioè
i primi fedeli della neonata comunità musulmana), anche in reazione al
colonialismo occidentale, è stata trasformata in una ideologia
politico-religiosa con tre direttrici differenti: 1) la quietista, quella dei
puristi, dedita più che altro alle opere caritatevoli e alla missione (da’wa)
catechistica; 2) l’Islam militante che mira a ristabilire il «califfato», senza
l’uso della violenza ma attraverso il cambiamento pacifico dei governi (come
avvenuto con la Fratellanza musulmana); 3) il salafismo jihadista, o
neosalafismo, che ha l’obiettivo di ricreare il califfato attraverso il jihad,
inteso come guerra e violenza. È quest’ultimo il caso del network di
al-Qaida nelle sue varie sigle e filiazioni sparse tra Africa e Asia, e del
figlio ribelle, l’Is, ovvero il Califfato islamico di Siria e Iraq.

Quest’ultimo gruppo, in
particolare, è considerato dall’Islam ortodosso una deviazione dal «giusto
sentirnero», dalla tradizione profetica, in quanto, come abbiamo visto, introduce
notevoli elementi di modeità, rifacendosi a un Islam wahhabita (secolo
XVIII), considerato una sorta di deriva politico-religiosa.

 

Nascita e diffusione
del wahhabismo

«Non si può capire l’Is se non si
conosce la storia del wahhabismo in Arabia Saudita»: è il titolo di
un’interessante analisi di Alastair Crooke3. L’autore, un ex agente dei
servizi segreti britannici, spiega come l’attuale Stato islamico di Iraq e
Siria prenda origine dal pensiero di Mohammad ibn Abd al-Wahhab, studioso e
riformatore arabo vissuto tra il 1703 e il 1792, legato, a sua volta, alla
dottrina predicata da Ibn Taymiyyah (1263-1328).

Abd al-Wahhab, così come Taymiyyah
prima di lui, era convinto che la società musulmana dovesse rifarsi al periodo
trascorso dal profeta Muhammad a Medina, i cosiddetti «Tempi d’oro»: questa è
la base della corrente del salafismo.

Taymiyyah condannò sciismo, sufismo
e filosofia greca e si dichiarò contrario alle visite alla tomba del profeta e
alla commemorazione del suo compleanno, definendo tali comportamenti come shirk,
politeismo e idolatria, una imitazione, cioè, della venerazione cristiana di
Gesù considerato come figlio di Dio.

Abd al-Wahhab adottò questi
insegnamenti, affermando che «qualunque dubbio o esitazione da parte dei
credenti», rispetto a questa sua personale interpretazione dell’Islam, dovesse «privare
un uomo dell’immunità, delle sue proprietà e della sua vita».

Uno dei principali precetti della
dottrina di Abd al-Wahhab, ci ricorda Crooke, è l’idea cardine di takfir.
«Abd al-Wahhab denunciava tutti i musulmani che onoravano i defunti, i santi o
gli angeli. Riteneva che tali sentimenti sminuissero la completa sottomissione
nei confronti dell’unico Dio. Esigeva conformismo, che doveva essere dimostrato
in modo fisico e tangibile. Sosteneva che tutti i musulmani dovessero
individualmente giurare fedeltà a un unico leader musulmano (un Califfo, se ce
n’era uno). Egli scrisse: “Coloro che non si adegueranno a questi precetti
dovranno essere uccisi, le loro mogli e figlie stuprate e i loro possedimenti
confiscati”». Ed è ciò che affermano e praticano i membri dell’Is e le altre
bande di al-Qaida.

Tra gli apostati degni di morte
c’erano (e ci sono ancora oggi) sciiti, sufi e altre scuole islamiche, che i
wahhabiti non ritengono musulmani».

L’alleanza tra Abd al-Wahhab e Ibn
Saud (fondatore e primo sovrano dell’Arabia Saudita) e la sua tribù, nel 1741,
portò il wahhabismo al potere. «Il clan di Ibn Saud – afferma Crooke -,
riprendendo la dottrina di Abd al-Wahhab, poteva fare quello che aveva sempre
fatto, cioè razziare i villaggi vicini e impossessarsi dei loro beni. Solo che
ora lo stava facendo non più nell’ambito della tradizione araba, ma sotto la
bandiera del jihad. Ibn Saud e Abd al-Wahhab introdussero nuovamente l’idea del
martirio nel nome del jihad, garantendo ai martiri immediato accesso in
Paradiso.

All’inizio, conquistarono poche
comunità locali e imposero le loro leggi. I popoli sottomessi non avevano molta
scelta: la conversione al wahhabismo o la morte. (…) La loro strategia – come
quella dell’Is oggi – consisteva nel sottomettere i popoli conquistati, mirando
a instillare il terrore».

Risulta dunque abbastanza evidente
che non ci sono grandi differenze tra wahhabismo e ideologia dell’Is se non
quando emerge l’istituzionalizzazione della dottrina di Muhammad ibn Abd
al-Wahhab: «una regola, una autorità, una moschea».

«Questi tre pilastri fanno
esplicito riferimento al re saudita, autorità assoluta del wahhabismo ufficiale
e al suo controllo “della parola” (cioè, la moschea).

La negazione da parte dell’Is di
questi tre capisaldi, sui quali l’intera autorità sunnita poggia tuttora, è la
frattura che rende l’Is – gruppo che sotto ogni altro aspetto rispetta e si
conforma al wahhabismo – una minaccia per l’Arabia Saudita».

 

Gli interessi
divergenti di Arabia Saudita e Stato islamico

Chi ha familiarità con questa parte
di storia del mondo arabo-islamico non ha difficoltà a comprendere il legame
tra gli eventi del passato e le gesta dell’Is nell’Iraq odierno. Dopo un
periodo di eclissi, il wahhabismo toò a imporsi con il crollo dell’impero
ottomano, durante la prima guerra mondiale.

Spiega Crooke: «Gli Ikhwan4 erano la reincarnazione di quel
movimento feroce e semi-indipendente, dei “moralisti” wahhabiti, armati, che
quasi erano riusciti a conquistare l’Arabia nei primi anni del XIX secolo. (…)
Il wahhabismo subì una trasformazione forzata da movimento di rivoluzione
jihadista e di purificazione teologica takfiri a movimento di
conservazione sociale, politica, teologica e da’wa religiosa
(proselitismo islamico) e per giustificare l’istituzione che sosteneva la lealtà
alla famiglia reale saudita e al potere assoluto del re».

Con l’era del petrolio e dei suoi
enormi proventi, i sauditi cominciarono a diffondere e divulgare il wahhabismo
all’interno del mondo musulmano, a «wahhabizzare» l’Islam, creando una
religione a parte, chiusa e unificata in un’unica visione non più pluralista.

Aggiunge Crooke: «Miliardi di
dollari furono investiti – e lo sono tuttora – in questa manifestazione di soft
power
. Tutto ciò, unito alla volontà saudita di orientare l’Islam sunnita
secondo gli interessi americani (…) creò una politica occidentale di dipendenza
dall’Arabia Saudita, una dipendenza che dura dall’incontro di Abd-al Aziz con
Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense (di ritorno dalla
Conferenza di Yalta) fino ad oggi».

L’Is è wahhabita, ma con un
radicalismo diverso. Vari studiosi ritengono che potrebbe essere definito come
un movimento neo-wahhabista o una sorta di «correzione» del wahhabismo.

«L’Is – scrive Crooke – è un
movimento “post-Medina”: si rifà alle pratiche dei primi due califfi, piuttosto
che al profeta Muhammad in persona, come fonte di emulazione, e nega fermamente
l’autorità saudita. Mentre la monarchia saudita fioriva nell’era del petrolio
come istituzione sempre più vasta, l’interesse verso il messaggio Ikhwan
guadagnò terreno (a dispetto della campagna di modeizzazione di Re Faisal).
L’approccio Ikhwan ha goduto – e gode tuttora – del sostegno di molti uomini,
donne e sceicchi di spicco. Da un certo punto di vista Osama bin Laden
incarnava perfettamente l’approccio Ikhwan nella sua tarda fioritura.

(…) Nella collaborazione alla
gestione della regione da parte dei Sauditi e dell’Occidente, all’inseguimento
dei tanti progetti occidentali (la lotta al socialismo, al ba’athismo, al
nasserismo, al sovietismo e all’influenza iraniana), i politici occidentali
hanno sostenuto la loro interpretazione preferita dell’Arabia Saudita (la
ricchezza, la modeizzazione e l’influenza), scegliendo tuttavia d’ignorae
l’impulso wahhabita».

Il radicalismo islamico era
considerato dai servizi segreti statunitensi come un utile strumento (useful
asset
)5 per destabilizzare e sconfiggere
l’Urss in Afghanistan e, negli anni delle «Primavere arabe»6, è stato usato per abbattere
regimi arabi che ormai non erano più sostenibili o utili.

Si chiede dunque Crooke, e con lui
molti altri analisti e studiosi di geopolitica del Medio Oriente: «Perché
dovremmo essere sorpresi se dal mandato saudita-occidentale del principe Bandar
di gestire l’insorgenza siriana contro il presidente Assad sia poi emerso un
tipo movimento d’avanguardia neo-Ikhwan, violento e spaventoso come l’Is? E
perché mai dovremmo stupirci – conoscendo un po’ il wahhabismo – se i rivoltosi
“moderati” siriani sono diventati più rari del mitico unicorno? Perché avremmo
dovuto immaginare che il wahhabismo radicale avrebbe generato dei moderati?».

Si tratta certamente di un calcolo
che gli strateghi statunitensi avranno fatto, machiavellicamente, scegliendo
nuovamente un utile strumento per giustificare un’altra fase dello «scontro di
civiltà».

 

Coltelli e cellulari
satellitari: il Medioevo tecnologico dello Stato islamico

«Arriveremo fino a voi, invaderemo
l’Europa e distruggeremo l’America, renderemo schiave le vostre donne e orfani
i vostri figli come voi avete fatto con noi», così dichiara, quasi piangendo,
un combattente nel video sull’Is prodotto dall’agenzia Vice News nell’estate
del 20147. È un interessante, e inquietante,
servizio giornalistico embedded sul «Califfato islamico di Iraq e Siria»,
che spiega abbastanza chiaramente su quali punti si basino la propaganda e le
azioni delle bande islamiste: rabbia anti occidentale e orgoglio ferito dalle
politiche neocoloniali di Stati Uniti ed Europa, e uso strumentale della
religione come arma di vendetta, riscatto e conquista o «riconquista» dei territori
un tempo appartenenti agli Imperi omayyade (con capitale Damasco) e abbaside
(con capitale Baghdad) – da cui fanno derivare il nome di Califfato di Siria e
Iraq.

Le parole piene di collera e
rancore dell’uomo nel video ci rimandano immediatamente a 20 anni di guerra
contro l’Iraq da parte di Stati Uniti e alleati, alle vergognose immagini di
Abu Ghreib (il carcere statunitense nei pressi di Baghdad, dove i detenuti –
tra cui molti innocenti – venivano torturati e umiliati) o a quelle di
Guantanamo, o alle tante donne, anche bambine, stuprate dalla soldataglia delle
truppe di invasione.

Migliaia e migliaia di morti,
feriti e immane distruzione per portare la «civiltà occidentale» in Medio
Oriente, o meglio, per controllae le fonti petrolifere.

Da tutto ciò deriva una rabbia
immensa, un combustibile pronto a essere utilizzato alla prima occasione.
Occasione colta dall’abile califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Nella rivista online Dabiq,
l’Is incita alla conquista del mondo islamico e alla guerra contro l’Occidente,
alla segregazione delle donne, alla violenza contro le minoranze religiose e
etniche, e i sunniti che non condividono il progetto di jihad.

La tecnologia è usata come mezzo
per espandere la colonizzazione dei territori e per fare proseliti. Si tratta,
come abbiamo accennato, di una islamizzazione della modeità, che crea una
sorta di paradosso: i cellulari satellitari convivono con i coltelli per
sgozzare i nemici; i social network con le donne costrette a nascondersi in
casa. L’età della pietra e il futuro mescolati insieme nel jihad globale
contro i kuffar di ogni fede, musulmani compresi, in un delirio di
onnipotenza.

In questo scenario, l’aspetto
religioso, sempre presente e molto potente, agisce da catalizzatore di elementi
pronti al martirio per liberare il mondo islamico, e magari anche l’Europa,
dagli infedeli (kuffar) e dagli apostati (rafid o murtad).
È un progetto di fitna, di separazione e zizzania nella grande ummah
islamica. Per l’Is il mondo non si riduce più a «musulmani» e «non credenti»
(cristiani, ebrei, buddisti, atei, ecc.), ma a «credenti veri» (loro) e «miscredenti»
(tutti gli altri, musulmani compresi).

Questo progetto di divisione è
portato avanti anche dal neocolonialismo statunitense: il «nuovo ordine
mondiale», rilanciato dall’amministrazione Obama che propone la divisione in
piccoli stati a base etnico-religiosa di gran parte del Medio Oriente8. È un’evoluzione successiva,
sempre in ambito coloniale, dei vecchi accordi anglo-francesi di Sykes-Picot
per la spartizione del mondo arabo e islamico (19 maggio 1916).

 

Da Camp Bucca alla
moschea di Mosul: la carriera del califfo al-Baghdadi

Dell’autoproclamato «Califfo dello
Stato islamico di Iraq e Siria», ovvero di Abu Bakr al-Baghdadi al-usayni
al-Qurashi, nato a Samarra, Iraq, nel 1971, si sa poco. Sembra esistano
pochissime foto (una fu scattata quando era prigioniero degli Stati Uniti nel
campo iracheno di Bucca), e la sua apparizione pubblica nota è quella che lo
ritrae in un video9 durante un sermone nella grande
moschea di Mosul, andato in onda in streaming, dove lancia l’appello
alla guerra contro gli infedeli. 

Ha fama di essere un violento e
tiene un «basso profilo», che accresce il mistero attorno a lui. Viene
descritto come il nuovo Osama bin Laden. Di lui si legge in vari documenti su
internet: «Secondo le registrazioni del dipartimento statunitense della difesa,
Abu Bakr al-Baghdadi è stato detenuto nel Camp Bucca come “inteato civile”
dalle forze iracheno-statunitensi dai primi del febbraio 2004 fino al 2009,
quando fu rimesso in libertà grazie all’indicazione di una commissione,
definita Combined Review and Release Board, che ne raccomandò il “rilascio
incondizionato”. (…)

Il 16 maggio 2010, ad appena un
anno dal rilascio, un comunicato del Consiglio consultivo dello Stato islamico
dell’Iraq annuncia la nomina a leader di al-Baghdadi al posto di Abu Omar
al-Baghdadi, ucciso il 18 aprile di quello stesso anno in un’operazione
congiunta delle forze irachene e statunitensi. Dall’ottobre 2011 figura tra i
tre terroristi maggiormente ricercati dal governo statunitense, che ha offerto
per la sua cattura una taglia di 10 milioni di dollari, inferiore solo alla
taglia posta su Ayman al-Zawahiri, di 25 milioni di dollari».

È lecito, dunque, porsi
interrogativi su questo individuo e sulla sua organizzazione. Esistono foto che
lo ritraggono insieme a John McCain, senatore Usa, e a altri leader dei ribelli
dell’opposizione siriana (tra cui noti personaggi di al-Qaida), in una riunione
definita «segreta», nel 2013.

Secondo un’altra teoria, che
circola dal luglio del 2014, e che viene fatta risalire a rivelazioni di Edward
Snowden, al-Baghdadi sarebbe un agente del Mossad, il cui vero nome sarebbe
Shimon Elliot10.

Tra tutte queste informazioni
contraddittorie, l’unico dato certo è che è riuscito a catalizzare il consenso
di migliaia (milioni?) di sunniti tra Iraq, Siria, mondo arabo-islamico e
Occidente, e che le sue bande ammazzano con una crudeltà assoluta.

 

Il califfato nella
tradizione islamica

Il ruolo arrogatosi da al-Baghdadi,
che nel già citato video del sermone alla grande moschea di Mosul appare
vestito di nero e con il turbante, a indicare il legame con la tradizione del
califfato, rappresenta un’importante istituzione nella storia della civiltà
islamica. Secondo la tradizione, nella figura del califfo (khalîfa, «vicario»)
convergono le funzioni di comando/conduzione dello «stato» (imâra) e
quella religiosa «sacerdotale» (imâma). «Stato» e «Chiesa», «secolare» e
«religioso», in arabo: dunya wa din. Per espletare tale compito egli
deve possedere caratteristiche specifiche.

Nel trattato «al-Ahkâm al-sultâniyya»
(Le leggi del governo/governance islamico)11, Abu al-Hasan Ali ibn Muhammad ibn
Habib al-Basri al-Mawardi, noto giurista musulmano vissuto nell’anno Mille, in
Iraq, traccia un elenco di doti necessarie al califfo, tra cui: 1) giustizia;
2) sapere e conoscenza dell’arte di governare; 3) sanità di corpo e mente; 4)
capacità di governare e agire per il bene collettivo (e non per i propri
interessi, della propria famiglia, clan o gruppo); 5) coraggio nel tutelare e
proteggere il proprio paese, e condurre l’eventuale jihad contro il nemico o
chi attenti all’incolumità del watan (territorio, paese) o della ummah
(comunità); 6) discendenza dai Banu Quraysh (il clan cui apparteneva il profeta
Muhammad).

Nonostante il suo successo presso
certi ambienti musulmani, al-Baghdadi non sembra proprio possedere alcuna di
queste caratteristiche, anzi, le sue azioni criminali contro i «deboli» e le
minoranze, da sempre protette nella tradizione islamica, lo collocherebbero
fuori dalla via ortodossa. E ricorderebbero più un dajjal (mentitore,
impostore) che un khalifa. È in questa ottica, forse, che oltre 126 tra
teologi, mufti e dottori in scienze
islamiche di tutto il mondo hanno scritto una lettera aperta a al-Baghdadi
accusando lui di essersi autoproclamato califfo, il suo movimento di pratiche
che «non hanno nulla a che vedere con l’Islam», e entrambi di «atroci crimini
di guerra e violazione dei principi fondamentali dell’Islam, di uso ignorante
delle scritture islamiche separate dal loro contesto, di perversione delle
regole morali e della shari’a (la legge islamica).

Le colpe dell’Occidente: ieri finanziati, oggi terroristi

Nonostante l’Islam predicato da
questi gruppi violenti e intolleranti si ponga al di fuori della tradizione
ortodossa islamica, al-Baghdadi, attrae migliaia di persone in tutto in mondo.
Dalla stessa Europa in questi anni sono partiti centinaia di ragazzi musulmani,
tra immigrati e convertiti, per fare il «jihad» contro la Libia di Gheddafi e
poi contro la Siria di Assad.

Non è stato difficile, fino ad ora,
trovare su internet e nei social network commenti e post di giovani e adulti
che sostenevano le operazioni belliche contro questi paesi, e che, incoraggiati
da predicatori via Tv e web, si dicevano pronti a partire per la «guerra santa»
contro il nemico di tuo. 

Fino all’inizio del 2014, non c’era
quasi nessun quotidiano o Tg che fosse disposto a fare reportage sulle stragi
delle organizzazioni jihadiste anti-Assad, in Siria, in quanto ai tempi esse
lavoravano in collaborazione con la coalizione occidentale e araba.

È solo recentemente, con
l’occupazione da parte delle truppe di al-Baghdadi di vaste porzione dei
territori siriani e iracheni, che l’ex alleato è diventato il «nemico n. 1»
dell’Occidente e dell’umanità intera.

Come scrive Ghassan Michel Rubeiz
in The Arab daily news12, «la radice-causa del sistema di terrore in Medio
Oriente è difficile da sradicare. La causa è alimentata dalle rivalità tra
sunniti e sciiti, dalla povertà, dalla disoccupazione, dalle dinastie
dispotiche, dalle umiliazioni politiche e dalle interferenze straniere negli
affari locali. Il sistema di credenza dell’Is si basa su tre idee: l’Islam è la
soluzione; l’Occidente è responsabile per la maggior parte di ciò che va storto
in Medio Oriente; i governanti locali sono agenti cornoptati dall’Occidente».

In un video, l’ex segretario di
stato Usa Hillary Clinton afferma che al Qa’ida fu creata dalla Cia: «La gente
con cui combattiamo oggi l’abbiamo finanziata 20 anni fa»13.

Analogamente, alla domanda se non
fossero dispiaciuti di aver sostenuto il fondamentalismo islamico  e i futuri terroristi con armamenti e
addestramento, Zbigniew Brzezinski ha risposto: «Cos’è stato più importante per
la storia del mondo? I Taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni
musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra
fredda?»14.

Secondo l’economista e storico
canadese, Michel Chossudovsky15, ci sono prove della cornoptazione del fondamentalismo
islamico nel progetto di «nuovo ordine mondiale», rilanciato
dall’amministrazione Usa durante il discorso del Cairo, il 4 giugno del 200916.

Alla fine del 2010 cominciarono i
preparativi per far sì che la religione islamica diventasse uno strumento della
politica estera degli Stati Uniti, attraverso la manipolazione di partiti e
movimenti musulmani.

Per raggiungere tale obiettivo, nel
2011 fu ripresa l’alleanza statunitense con i gruppi deviati di militanti che
affermavano di lottare sotto la bandiera dell’Islam. L’alleanza si esplicitò
nella guerra contro Gheddafi in Libia e poi contro Assad in Siria17.

Dal 2001 in poi, gli Usa e i loro
alleati avevano condotto guerre limitate a qualche territorio islamico: Afghanistan,
Iraq, Somalia. Oggi siamo al conflitto globale e simultaneo contro diversi
stati.

Si tratta della terza fase dello
scontro di civiltà con il mondo islamico: la prima iniziò nella seconda metà
degli anni ‘90 del secolo scorso, con la creazione del progetto del nuovo
ordine mondiale-nuovo Medio Oriente, che passò attraverso la tragedia delle
Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, e le sopracitate guerre. Poi ci fu la
seconda fase, quella avviata con il discorso di Obama al Cairo, A New
Beginning
(Un nuovo inizio)18, quando, con una retorica forbita e colta, affascinò e
sedusse il mondo islamico, in particolare quello legato alla Fratellanza
islamica, e diede il via alle Primavere arabe, rivolte popolari infiltrate e
pilotate dall’esterno.

La terza fase ha come sfondo il
collasso e la trasformazione delle Primavere in colpi di stato (Egitto),
tentativi di golpe e guerra civile (Siria), instabilità in Tunisia, guerra in
Yemen, repressioni governative in Bahrayn, Qatar e Arabia Saudita, la creazione
del Califfato Islamico di al-Baghdadi  in
Iraq e Siria e la dichiarazione di guerra degli Usa al «terrorismo islamico»,
che vede impegnati diversi stati arabi, tra cui le petromonarchie del Golfo e
la Turchia.

 

Le mosse e gli
obiettivi

Enrico Galoppini, storico del mondo
arabo-islamico, scrive19: «La fase finale della guerra dell’Occidente contro
l’Islam è finalmente cominciata. Tanto più che quest’ultimo s’è dotato d’un “medievale”
e terrificante “Califfato”.

Da quando è stato proclamato un
improbabile califfato a cavallo della Siria orientale e dell’Iraq
centro-settentrionale, l’Islam è tornato prepotentemente nelle case degli
occidentali, sottoposti a dosi da cavallo di messaggi sensazionalistici e
allarmistici capaci di provocare sconcerto e preoccupazione persino tra gli
stessi musulmani. Ma prima di giungere a tanto, serviva la cosiddetta “Primavera
araba”, il cui obiettivo principale è stato l’eliminazione dei “regimi arabi
moderati” che almeno ufficialmente l’Occidente sosteneva da anni contro gli “estremisti”
(…).

Tutto però è cominciato con
l’azione terroristica in territorio americano attribuita alla fantomatica
al-Qaida. (…) A garantirci dall’orda famelica dell’Islam guerrigliero e
spietato sussistevano i “regimi arabi moderati”, i quali, dal 2011, dopo il
celebre discorso di Obama al Cairo (giugno 2009) nel quale, astutamente, “tendeva
la mano all’Islam”, sono stati rovesciati con le note tecniche di sovversione
dall’interno denominate “Primavera araba”, altrove note come “rivoluzioni
colorate”. Quando non bastava l’azione di prezzolati del posto, perlopiù tratti
dai ranghi del cosiddetto “Islam politico” preceduti da sinceri ma sprovveduti “liberali”
(oltre alla solita teppaglia che si trova sempre), l’Occidente interveniva col
classico apparato di cannoniere e bombardieri (si veda il caso libico).

Ad una prima fase islamofobica
dominata dalla figura di Osama bin Laden, del suo vice al-Zawahiri e degli
altri luogotenenti (tipo al-Zarqawi), con tutto il corredo di “attentati terroristici”
(Londra, Madrid ecc.) e teste mozzate cui facevano da contraltare le sparate da
cowboy di Bush, le tute arancioni di Guantanamo e le torture di Abu Ghraib, ha
fatto seguito la “fase della speranza”, col pubblico occidentale illuso sulle
magnifiche sorti e progressive alle quali avrebbero aspirato le masse arabe e
islamiche desideranti la “democrazia”. Una “democrazia islamica” sotto
l’insegna dei Fratelli musulmani e delle varie sigle ad essi riconducibili che
qua e là hanno preso il potere.

L’apice di questa seconda fase
nella quale anche i peggiori tagliagole diventavano araldi della libertà ha
coinciso con la prima parte della cosiddetta “rivolta siriana”, che – pur
inscrivendosi nella “Primavera araba” – ha posto in inevitabile risalto, data la
posizione strategica della Siria, la portata strategica di un’operazione mirata
al rovesciamento del regime di Damasco.

(…) Ad un certo punto, però, col
rovesciamento del presidente egiziano tratto dai ranghi della Fratellanza
musulmana, Muhammad Morsi, qualcosa nel dispositivo sovversivo innescato dagli
occidentali s’è inceppato. La “rivolta siriana” è entrata in crisi, così come
s’è incrinato il meccanismo sin lì tetragono della propaganda unilaterale
occidentalista, anche se, a dire il vero, le voci discordanti rispetto al mainstream
vertevano soprattutto sul “massacro dei cristiani” da parte dei fanatici
islamici delle formazioni “jihadiste”; il che prefigurava la piega da “Nuova
crociata” che finalmente s’è manifestata con l’emergere di quest’inedito “Califfato”.

Con la Libia consegnata alle bande
fondamentaliste ed enormi bacini petroliferi di Siria ed Iraq in mano ai
seguaci del “califfo”, il volto più terrificante dell’Islam può finalmente
entrare nelle case degli italiani e degli altri sudditi dell’Occidente.

Ed è questa la fase numero tre del
progetto che punta a destabilizzare definitivamente tutto il Mediterraneo ed il
Vicino Oriente, con la non troppo remota possibilità di vedersi coinvolti
militarmente in una guerra.

Da un punto di vista propagandistico,
il terrore islamofobico che questa nuova fase è in grado di suscitare negli
animi di persone ingenue, manipolate e conquistate ai “valori occidentali” è
senz’altro più elevato di quello della prima fase con Bin Laden e soci a “bucare
lo schermo”.

(…) Il temibile “Califfato”, coi
suoi alleati posizionati sulla costa libica, novelli saraceni, sta lì a
minacciarci col suo “Medio Evo”; pertanto, se si vuol salvare la “modeità”
con tutti i suoi “valori”, non è più possibile sottrarsi al richiamo alle armi
dell’Occidente a guida anglo-sionista.

Frotte di “migranti” tra i quali
potrebbero nascondersi dei “terroristi” vengono rovesciate sulle nostre
indifese coste, mentre tra i figli della cosiddetta “seconda generazione”
spopola il richiamo alla “guerra santa”. Da qualche parte, nel Levante, c’è un “Califfo”
che vagheggia di conquistare Roma, mentre “i cristiani” e le minoranze
subiscono massacri, e poco importa ai fini propagandistici se musulmani di
vedute diverse da quelle dell’Is sono sottoposti a medesimo trattamento. Questo
è quanto trasuda da giornali e tg, che in due minuti frullano tutto in un
cocktail terrificante al termine del quale il malcapitato ed impreparato
spettatore non potrà che augurarsi una selva di bombe atomiche sull’intero
Medioriente».

 

Le contromosse di
al-Qaida

È notizia del settembre 2014
l’apertura di una «filiale» di al-Qaida in India: «al-Qaida in the Indian
Subcontinent» (Aqis) da parte di Ayman al-Zawahiri.

In un lungo video postato in
internet, al-Zawahiri20, che è subentrato nella direzione del gruppo terrorista
dopo la morte di Osama bin Laden, nel 2011, ha lanciato un appello a tutti i
musulmani indiani a «unirsi alla carovana del jihad», ribadendo la lealtà al
mullah Omar, capo dei Talibani afghani, e attaccando l’Is di al-Baghdadi per
aver osato sfidare l’egemonia internazionale dell’organizzazione-madre,
al-Qaida.

Aqis dovrà farsi «portatrice
standard del messaggio globale di Bin Laden per unire il mondo islamico nella
guerra contro il nemico e liberare le terre occupate e stabilire il califfato»,
afferma al-Zawahiri nel video. Un altro, dunque, che vuole stabilire il
califfato islamico, e in competizione con l’Is.

Siamo di fronte a una nuova fase
del fondamentalismo islamico violento: la lotta intestina tra gruppi e fazioni
rivali, tra jihadisti salafi e jihadisti takfiri. I primi, legati alla rete di
al-Qaida, hanno come obiettivo bellico l’Occidente miscredente. I secondi
lottano (anche) contro gli stessi musulmani – sciiti, alawiti e sunniti – che
non condividono la loro linea di pensiero e azione.

L’organizzazione di al-Qaida e l’Is
di al-Baghdadi, quindi, sono in conflitto tra di loro sul piano della
spartizione delle aree di influenza.

È in particolare in Siria che tale
situazione si manifesta in modo drammatico: l’alleanza del terrore tra i vari
gruppi che si oppongono al regime Assad è saltata proprio sulla decisione di
al-Baghdadi di creare un «califfato islamico» arrogandosi potere e territori
per sé e il suo gruppo e attaccando tutte le altre formazioni.

La Fratellanza musulmana, che nel
2011 è stata promotrice, insieme ad altri movimenti e gruppi e a vari paesi
occidentali, della rivolta contro il regime di Damasco, è stata messa da parte
e quasi estromessa dalla lotta proprio dalle fazioni qaediste con cui si era
alleata, subendo violenze e persecuzioni.

L’esito sono le guerre in corso in
Libia, Siria e Iraq, e i bombardamenti decisi a settembre dal presidente Barack
Obama contro il «terrorismo islamico», in parallelo alla decisione paradossale
dell’amministrazione Usa di continuare a finanziare le formazioni islamiche «moderate»,
ma sempre legate al-Qaida, nella consueta logica apparente del divide et
impera
o del «male minore».

La lotta di al-Qaida è bifronte:
contro l’Occidente miscredente e conquistatore e contro il figlio traditore,
l’Is che si sta accaparrando aree sempre più ampie di influenza (oltre a armi,
pozzi e rotte petrolifere) in Medio Oriente e Nordafrica, in un appeal
crescente tra le tribù arabe irachene, i giovani musulmani in Europa e in altri
continenti.

La sua presenza, dunque, in regioni
come India, Pakistan e Bangladesh, con mezzo miliardo di musulmani, potrebbe
garantirle di nuovo visibilità e potere. Insomma, la nuova formazione
terrorista, non promette nulla di buono, anzi, fa prevedere scenari di
destabilizzazione e caos ancora maggiori.

 

Un futuro di guerre e
terrorismo

A settembre del 2014, il segretario
di stato Usa, John Kerry, ha dichiarato: «Nella nostra campagna contro l’Is,
non ci lasceremo fermare dalla geografia e dai confini nazionali»21. Ridisegnare il Medio Oriente,
scavalcando il diritto internazionale, è uno degli obiettivi della nuova guerra
statunitense. Chiunque egli sia, il califfo al-Baghdadi, con le sue orde
brutali, è il rivale d’armi ideale per chi voglia destabilizzare il mondo e
accapparrarsi le fonti energetiche di Africa e Medio Oriente. Una nuova
stagione di conflitti si è aperta.•

Angela Lano




Rompere l’assedio

Il IV Convegno missionario nazionale
celebrato a Sacrofano (Roma) dal 20 al 23 novembre scorso, è stato un bell’evento,
carico di passione missionaria, di realismo e di speranza. Ne cominciamo a
parlare su queste pagine. Prendo spunto da due relazioni per queste poche righe
di inizio 2015: dalla relazione del prof. Aluisi Tosolini e quella del padre
Gustavo Gutiérrez.

Tosolini, che ha fatto la sintesi
delle risposte al questionario preparatorio, tra le molte cose, ha anche
scritto: «Leggendo i materiali pervenuti si ha spesso l’impressione che chi
scrive si percepisca sotto assedio. Mi pare che il lutto per la fine della
“civiltà cattolica” non sia stato ancora elaborato [da chi vive in Italia, ndr].
L’essere minoranza – piccolo gregge è invece percepito in modo del tutto
differente dai Fidei Donum [sacerdoti diocesani mandati in missione
dalle loro diocesi, ndr] che operano in missione: è visto come una
ricchezza ed una sfida piuttosto che come un limite o un pericolo. Da qui la
metafora della “comunità sotto assedio” e dei tre diversi comportamenti che in
teoria si possono pensare quando si è sotto assedio. Il primo è arrendersi,
o venire a patti, trattare la resa. Il secondo comportamento è resistere.
Attrezzarsi per resistere all’infinito, sviluppando tutti i vissuti tipici
della persona sotto assedio: vittimismo, chiusura, incapacità di cogliere i
nuovi contesti e le diverse occasioni di interazione con essi, dogmatismo, … Il
terzo atteggiamento è uscire, sortire dall’assedio. Aprire le porte,
eliminare le mura. Correre il rischio di camminare su spazi sconosciuti. Avere
il coraggio di affrontare nuove domande e nuove sfide. Lasciare il centro per
rischiare la vita nelle periferie».

Gutiérrez ha ricordato (la citazione
dalla registrazione è con molte parentesi, perché parlava un misto di italiano,
spagnolo, inglese e altre lingue, ndr) che c’è un miracolo nei Vangeli
che è raccontato ben cinque volte ed è comune a tutti gli evangelisti, Giovanni
compreso: la moltiplicazione dei pani. Una tale ripetizione indica che nasconde
un messaggio molto importante. «Il messaggio non (è) tanto la capacità di
moltiplicare il pane, noi non possiamo fare questo. Credo che il messaggio sia
condividere. La comunione è entrare in contatto con altre persone (anche se
avessimo delle ragioni) per dire “non posso condividere”. (Ma Gesù ha fatto)
condividere partendo da due pani e cinque pesci (che sono) niente. Noi non
dobbiamo aspettare di condividere quando abbiamo tante cose.
Essere
cristiano è condividere la gioia di essere amato da Dio, la compassione e la
simpatia (tutte e due significano “patire con”). La compassione non solo
avvicinarsi a una persona sofferente, ma anche a altre persone, è simpatia, è
parlare di frateità. Il messaggio è che (per far presente il) Regno di Dio
nella storia, (occorre) condividere». Ha poi ricordato che Giovanni ricorda che
sono avanzate dodici ceste. Un numero non certo casuale. «Perché 12 è il numero
del popolo di Dio, 12 tribù di Israele, 12 discepoli di Gesù. Mi sembra che
queste 12 dodici ceste (siano) una sfida storica ai futuri discepoli (affinché
facciano) come Gesù: condividere».

Stiamo iniziando un nuovo anno, con
tante sfide davanti a noi. L’analisi che il dottor Caselli ci fa in questo
numero evidenzia quelle italiane. Il dossier ci butta addosso quelle a livello
internazionale. C’è di che disperare. Ma il prof. Aluisi ci ricorda che
l’alternativa vera a tutti questi problemi non è arrendersi e neppure solo
resistere, occorre uscire per rompere l’assedio. E padre Gutiérrez ci indica lo
strumento che ci permette di uscire: la condivisione (che è frateità, amore e
«con-passione») e, sull’esempio di Gesù, ci incoraggia a «con-patire» anche se
non siamo nella situazione ideale, anche se abbiamo solo «cinque pani e due
pesci».

Una cosa simile propone papa Francesco che nel suo messaggio per la
giornata della pace del 1° gennaio ci invita a vivere da fratelli per
contrastare le (nuove) schiavitù. Frateità, compassione, simpatia e
condivisione: l’antidoto alla logica di morte e di ingiustizia, alla
disperazione e alla paura. Che questo 2015 sia un anno di «grazia del Signore».
Buon anno.


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Gigi Anataloni




Il piccolo regno di Kadyrov


Ai confini dell’Europa (3):
la Cecenia
Dopo la deportazione staliniana del 1944 e due sanguinose
guerre civili, nella piccola repubblica caucasica pare vigere la calma. Il
presidente Ramzan Kadyrov, fedelissimo di Putin, tiene in pugno il paese. Senza
alcuna preoccupazione per i diritti umani.


Luci colorate brillano nel cielo di Grozny, la città è
animata da traffico e commerci. Ovunque fervono cantieri. Una situazione molto
diversa da qualche anno fa, quando la capitale della Repubblica cecena era
ancora un ammasso di edifici in rovina, crivellati dalle bombe. Oggi la strada
principale è intitolata a Putin, il presidente russo che ha distrutto Grozny in
passato ma che ora ne finanzia la ricostruzione, sotto la supervisione del capo
della Repubblica cecena Ramzan Kadyrov.

Secondo dati del ministero delle Finanze russo, negli ultimi
anni Mosca ha finanziato più del 90 per cento del bilancio totale della
Cecenia. Grazie a questa ingente iniezione di danaro – e a un sistema
repressivo ben radicato – Ramzan Kadyrov e i suoi stanno riuscendo a tener fede
allo slogan lanciato qualche anno fa: «La Cecenia senza segni di guerra».
Almeno per quanto riguarda la capitale.

Dopo le bombe, la paura

Se Grozny sta rinascendo dal punto di vista architettonico,
non tutte le tracce della guerra sono state però cancellate. Dietro la facciata
splendente della città, c’è un mondo di miseria di cui pochi parlano. Molti
ceceni vivono ancora in case provvisorie e la disoccupazione è altissima (sopra
il 40% secondo i dati ufficiali). La corruzione è molto diffusa e senza
tangenti è impossibile trovare lavoro. Molti lasciano il paese per cercare rifugio
in Europa, dove, secondo la Jamestown Foundation, vivono circa 70.000 rifugiati
ceceni. La più grande comunità si trova in Austria con circa 17.000 persone.

Su Grozny le bombe non cadono più dal 2009 (vedi riquadro
storico), ma la paura è ancora presente. Secondo le associazioni non
governative Human Right Watch e Amnesty Inteational in Cecenia minacce
e intimidazioni sono all’ordine del giorno nei confronti di chi si batte per il
rispetto dei diritti umani e cerca la verità sulle responsabilità delle
violenze e delle sparizioni.

Il regime giustifica il metodo repressivo come parte della
lotta contro il terrorismo. La direttiva di Mosca è chiara: eliminare qualsiasi
manifestazione di ribellione o estremismo con ogni mezzo.

Ramzan Kadyrov è stato scelto da Vladimir Putin nel 2007
alla guida della Cecenia e, in cambio della fedeltà al Cremlino, ha ottenuto
potere e aiuti per la ricostruzione.

L’amicizia e la devozione di Kadyrov verso Putin è arrivata
persino a cancellare il passato più remoto. Quest’anno, per la prima volta
nella storia recente, non vi è stata a Grozny alcuna commemorazione ufficiale
della deportazione staliniana del 1944. La celebrazione del 70° anniversario
dell’evento che coinvolse ceceni, ingusci e balcari sarebbe coincisa con la cerimonia
di chiusura dei Giochi olimpici invernali di Sochi, il 23 febbraio 2014. Così
per evitare di gettare un’ombra sulla festa sportiva, tanto importante per
l’amico Putin, Kadyrov ha vietato ogni manifestazione.

Il 18 febbraio nella cittadina di Gekhi, a pochi chilometri
da Grozny, Ruslan Kutaev, noto attivista per i diritti umani e presidente
dell’Associazione dei Popoli del Caucaso settentrionale, ha sfidato le autorità
organizzando comunque una conferenza di commemorazione. Due giorni dopo il suo intervento
Kutaev è stato invitato telefonicamente dalle autorità cecene a presentarsi per
un colloquio. Il 21 febbraio il servizio stampa del ministero degli Intei ha
comunicato che Kutaev era stato trovato in possesso di 3 grammi di eroina e di
conseguenza era stato arrestato. La pratica di nascondere droghe sulle persone
ritenute scomode dal regime per poterle arrestare e metterle a tacere è
largamente diffusa in Cecenia come in altre parti della Federazione russa.

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Roberta Bertoldi




Finalmente Angola


I missionari della Consolata sbarcano in un nuovo paese africano
lo scorso mese di agosto i missionari della Consolata hanno
realizzato un sogno: inaugurare la loro prima missione in Angola. Era dal 2005,
anno del loro XI Capitolo generale, che studiavano la possibilità di
un’apertura in un nuovo paese africano.


Da quando sono arrivati in Kenya nel
1902, si sono sparsi nel continente nei seguenti paesi: Etiopia (1913-1941,
1970), Tanzania (1919), Somalia (1924-1930), Mozambico (1925), Sudafrica
(1971), Zaire-Congo RD (1982), Uganda (1985), Costa d’Avorio (2001) e Gibuti
(2004).

I primi tre giovani missionari per l’Angola sono i
padri Fredy Gomez colombiano (38 anni, ordinato nel 2011), Sylvester Ogutu (31
anni, ordinato nel 2014) keniano, e Dani Romero (29 anni, ordinato nel 2013)
venezuelano. I tre si trovano ora nella città di Viana, nella provincia di
Luanda, e vivono temporaneamente nella casa dei missionari colombiani di
Yarumal. La diocesi di Viana è geograficamente piccola, ma con un’altissima
densità di popolazione. Le parrocchie sono esageratamente grandi, non tanto
come area, quanto per il numero di persone che vi abitano.

Il vescovo, mons. Joaquim Ferreira Lopes, un francescano,
ha accolto con grande gioia i nuovi arrivati, contento che l’Istituto abbia
cominciato a lavorare e produrre vita nuova in quella porzione del Regno di
Dio. Ai missionari della Consolata ha affidato tutto il distretto di Kapalanga,
smembrando dalla parrocchia della santissima Trinità quella che prossimamente
sarà la nuova parrocchia di S. Agostino.

Il 17 agosto 2014 i nuovi pastori hanno assunto
ufficialmente dalle mani del vescovo la responsabilità della futura parrocchia,
che comprende sette grandi comunità di base, in una solenne celebrazione
eucaristica carica di gioia e di speranza. Il vescovo ha detto ai presenti: «Per
una
migliore cura pastorale della diocesi di Viana, oggi, pieni di gratitudine al
Signore, riceviamo tra di noi, e ve li presentiamo, questi tre giovani
missionari della Consolata, affinché insieme a voi costruiscano un nuovo sogno,
una nuova pagina della vostra storia, quella di farvi diventare una vera
comunità parrocchiale».

Padre Fredy Gomez, a nome dell’Istituto ha ringraziato il
vescovo, i missionari di Yarumal e tutto il popolo di Dio per la calorosa
accoglienza e la fiducia accordata.

È stato proprio un bell’incoraggiamento per i tre giovani
missionari, i cui anni di sacerdozio assommano tutti insieme a cinque,
all’inizio di nuovissima esperienza missionaria.

La quasi parrocchia di S. Agostino conta un grande
numero di fedeli provenienti da quasi tutte le province dell’Angola, un bel
miscuglio di gruppi diversi attirati dal miraggio della capitale Luanda. Ha una
vita comunitaria attiva e partecipata anche se mancano completamente le
strutture e la gente si trova a pregare sotto gli alberi.

Sono
molte le sfide che i nuovi missionari dovranno affrontare, tra queste la più
impegnativa sarà quella di riuscire ad accompagnare bene il cammino spirituale
di così tanti cristiani, dando la testimonianza che è possibile vivere insieme
pur nella diversità. La loro forza sta proprio nella testimonianza di vita che
potranno offrire come comunità composta da sacerdoti di tre paesi diversi. C’è
poi il bisogno di una formazione cristiana più approfondita per tutti, e di far
crescere il senso comunitario in una popolazione multietnica e provata da anni
di guerra, abbandonata a se stessa, lontana dai propri villaggi di origine e
senza il supporto della società tradizionale. Oltre al creare comunità, che è
la priorità, sarà poi anche necessario costruire una vera chiesa che diventi
casa di tutti e alcune strutture minime, come un salone per gli incontri e
salette per il catechismo e la formazione, e poi anche la casa parrocchiale,
per non essere più ospiti, ma «cittadini».

Dani Romero

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Dani Romero




Laici missionari sulla frontiera


Le realtà laicali del mondo missionario italiano
Dal 31 maggio al 2 giugno scorsi si è svolto, presso la casa
dei missionari della Consolata di Bevera (Lecco), il secondo convegno dei laici
missionari allo scopo di creare rete e valorizzare le esperienze in atto.



L’evento, che ha coinvolto più di cento persone provenienti da una dozzina di realtà
laicali legate a vario titolo agli istituti missionari o alle diocesi, ha avuto
come tema: «Laici Missionari: cristiani impegnati sulla frontiera tra Chiesa e
società».
Una laica missionaria ce lo racconta.

Per i membri dei vari movimenti laicali missionari
è una grande ricchezza riuscire a riunirsi e ragionare insieme sulle strategie
per fare missione qui e ora. Il
convegno – organizzato dal comitato dei laici missionari che raccoglie
esponenti dei gruppi laicali legati ai rami maschili e femminili di Consolata,
Saveriani e Pime, ramo maschile dei Comboniani e Fidei donum – tenutosi nella
scorsa primavera ha evidenziato come le diverse realtà laicali missionarie
siano unite, pur nella diversità e nella ricchezza dei carismi originari, nel
compito di impegnarsi in una missione che sempre più spesso è di frontiera.
Dopo aver riflettuto, nella prima edizione del dicembre 2012, sul ruolo del
laico missionario nella Chiesa di oggi, in questa sessione abbiamo affrontato
tematiche più legate all’agire missionario: qual è il rapporto tra noi laici e
gli istituti missionari (meglio: le famiglie missionarie) di riferimento? Quali
le difficoltà nell’annuncio del Vangelo oggi? E ancora: come fare animazione
missionaria nelle nostre Chiese locali? Quale impegno nel volontariato e sui
temi di giustizia e pace? E infine: qual è la spiritualità che sentiamo più
nostra come laici e famiglie del XXI secolo?

Testimoni in un mondo di «eterni giovani»

Il
primo giorno è intervenuto don Armando Matteo, docente di teologia fondamentale
presso la Pontificia Università Urbaniana, dal 2005 al 2011, assistente
ecclesiastico centrale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana
(Fuci), grande conoscitore del mondo giovanile e autore de La prima
generazione incredula
, edito da Rubbettino.

Egli
ha analizzato in maniera puntuale la situazione giovanile in Italia, a partire
da una spietata ma vera fotografia degli adulti di oggi che si distinguono per
un diffuso culto della giovinezza, il quale censura figure quali la crescita, l’esperienza
del limite, l’insuperabilità della malattia, e che conduce sino
all’esorcizzazione linguistica della vecchiaia e della morte. «Gli adulti
stanno costruendo una società che ruba avidamente spazi e tempi ai giovani e
non riesce più a prestare sufficiente attenzione né alla loro reale condizione
né alla possibilità del loro futuro sviluppo». In questo modo aumenta una sorta
di «risentimento» da parte degli adulti nei confronti dei giovani, dal momento
che gli stessi giovani con la loro «pura» presenza «ricordano ciò che gli
adulti vorrebbero a ogni costo dimenticare: lo scorrere del tempo,
l’avvicinarsi della malattia, l’inesorabile ora del congedo da questa vita».

Per
questo motivo i giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte
demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che
suscitino amore e dedizione. Secondo don Armando all’interno della relazione
educativa adulto-giovane, il giovane dovrebbe trovare adulti felici di essere
adulti che lo invitano a seguirli nella crescita: «Cammina, datti da fare».
L’attuale rivoluzione dell’immaginario circa le età della vita, però, comporta
che nella carne vivente di ogni adulto il giovane trovi un rifiuto dell’età
adulta e una sorta d’invidia della gioventù: «Non ti muovere. Tu sei nel
paradiso. Tu sei paradiso. L’unico a dover uscire (e-ducere) dal suo possibile
cammino sull’orlo della vecchiaia sono io adulto. Tu puoi star fermo».

Secondo
don Armando i giovani osservano gli adulti per apprendere il vero senso della
vita e del loro futuro. Per questo motivo è necessaria un’autentica conversione
del mondo degli adulti: essi sono chiamati a passare «da un amore viscerale per
la giovinezza e il suo irresistibile fascino a un amore e una cura per i
giovani e il loro bisogno d’incontrare adulti testimoni».

L’intervento
di don Matteo ha voluto rendere chiaro lo scenario in cui i laici missionari
sono chiamati a lavorare. Gettando uno sguardo ai partecipanti al convegno ci
siamo resi conto della scarsa presenza di giovani. A noi quindi, che siamo
adulti, spetta l’arduo compito di essere testimoni credibili della fede. Spesso
parliamo di giovani e ci domandiamo come lavorare con loro. La risposta
impegnativa è che dobbiamo essere adulti: contenti di essere adulti e di essere
cristiani.

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Chiara Viganò




Di guerra in guerra


Nel mondo un’inflazione di conflittualità

Esaminando i dati sulle guerre in essere, si scopre che dal
1945 la conflittualità nel mondo è in costante aumento. Per ragioni
ideologiche, per conquistare il governo, per motivi etnici, per controllare le
risorse naturali. Il panorama e le prospettive sono desolanti. Tanto che papa
Francesco parla di «Terza guerra mondiale».


Quanti conflitti si stanno consumando nel mondo? Non è
possibile dare una risposta esauriente e definitiva a questa domanda visto che,
a seconda dei vari criteri di analisi, il numero, l’intensità e la tipologia di
violenza possono risultare sensibilmente diversi da uno studio all’altro.

Una valutazione complessiva, però, la si può dare, e non è
certo positiva: nel corso del 2013, la tendenza a risolvere le divergenze con
le dispute armate è stata in costante aumento.

I dati di Uppsala

Il principale rapporto su cui molti analisti e studiosi
basano le proprie osservazioni sul tema viene stilato annualmente dal
Dipartimento di pace dell’Università di Uppsala, in Svezia.

L’istituto svedese divide l’intensità e la gravità degli
scontri secondo parametri che tengono conto sia del numero di vittime accertate
nel corso dell’intero anno, sia delle parti in causa coinvolte.

Secondo questo criterio si può parlare di guerra conclamata
solo se i morti superano le 1.000 unità, mentre se le vittime accertate sono
comprese tra un minimo di 25 e un massimo di 1.000 lo stato di belligeranza
viene declassificato come conflitto minore.

Un altro principio utilizzato dagli studiosi di Uppsala per
accertare la tipologia di scontro è l’identificazione degli attori coinvolti
nelle operazioni belliche, generalmente forze armate governative o gruppi
militari organizzati (anche se privi di una sigla o di un nome ufficiale) le
cui azioni si concentrano contro la popolazione civile.

Secondo l’Uppsala
Conflict Data Program
(Ucdp), nel 2013 erano in atto 7 guerre con più di
mille vittime all’anno e 18 conflitti armati (vedere il riquadro).

Gli scontri più sanguinosi si sono registrati in Siria
(73.455 morti), nel Sud Sudan e in Messico, nella guerra delle cosche per il
controllo del traffico di droga (ognuna con più di 10.000 morti). A ruota
seguono il conflitto iracheno (7.818 morti), quello in Afghanistan (5.648),
Pakistan (5.366), Nigeria (1.614), Egitto e Repubblica Centrafricana (più di
1.000).

In due stati i conflitti sono diminuiti di intensità (Rwanda
e Azerbaijan), ma in compenso nel 2014 si sono aggiunti il conflitto ucraino
(che a luglio 2014 ha già causato più di 1.100 morti) e la guerra
israelo-palestinese ha avuto, dopo alcuni anni di relativo stallo, una nuova
recrudescenza (8 luglio – 26 agosto 2014) con l’invasione di Gaza da parte
delle forze israeliane e un bilancio di circa 2.200 morti (2.100 palestinesi e
72 israeliani).

Rispetto al 2013, nei primi mesi del 2014 si sono registrati
aumenti di vittime in conflitti di bassa intensità nel Nagoo Karabakh,
Azerbaijan (da 2 a 16), nello Xinjiang, Cina (da 88 a 103), nello Yemen (da
230-250 a più di 400), nella Repubblica Democratica del Congo (da 63 a 288), in
Libia (da 165 a più di 500), nel Mali (da 9 a circa 100).

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Piergiorgio Pescali