La Consolata si è fatta coreana

Ridipinto in stile coreano il quadro della Madonna Consolata.

Lo scorso 20 giugno, anche noi qui in Corea
abbiamo celebrato solennemente la festa della nostra Consolata.

La
pioggia cadeva a dirotto quel giorno, ma in realtà è stata una vera e propria
benedizione perché da oltre un mese il paese stava soffrendo una siccità
terribile, che ha già distrutto molte coltivazioni e non ha nemmeno permesso a
molti contadini di piantare il riso.

Inoltre
pensavamo che la paura del Mers (Middle East respiratory syndrome), del
virus che ha contagiato molte persone, uccidendone quasi 30, e costringendone
migliaia a sottostare alla quarantena, frenasse la gente dal partecipare.
Invece, all’ora stabilita, alle 15, ci siamo ritrovati 200 persone nel salone
sotterraneo della nostra casa centrale di Yokkok.

La
festa della nostra tenerissima Madre è sempre una bella festa, con la gente che
partecipa attenta e commossa. Ma quest’anno c’era un motivo particolare che ha
colpito ancor di più l’attenzione dei nostri amici e fedeli coreani: lo «svelamento»
e la benedizione di un nuovo quadro della Consolata, dipinto in perfetto stile
coreano.

I
nostri amici e fedeli coreani, al vedere il nuovo quadro, sono tutti usciti in
un grande «oh!» di meraviglia, e davvero a loro piace molto: ce lo hanno detto
in tutti i modi possibili.

 

Un po’ di storia

Fin
dall’inizio della nostra presenza in Corea, ci siamo prodigati per fare
conoscere la nostra Consolata, quella originale, intendo. Poi, dopo diversi
anni, ha cominciato a far capolino in comunità l’idea di avee, prima o poi,
una versione «coreana». Si era fatto allora qualche timido tentativo, ma senza
grandi risultati. Qualche anno fa, in un’altra festa della Consolata, avevamo
addirittura lanciato una campagna di brain storming tra i nostri amici,
affinché ci dessero idee e suggerimenti su come sarebbe dovuta essere la
versione coreana della Consolata, ma anche in quell’occasione i risultati erano
stati piuttosto scarsi. La cosa, poco a poco, era finita nel serbatornio dei «sogni
irrealizzati». Fino all’anno scorso, quando il nostro missionario coreano Han
Pedro, durante un’eucaristia celebrata in uno dei santuari dei Martiri a Seoul,
ha avuto la buona sorte di conoscere personalmente la signora Shim Sun-hwa
Caterina: pittrice il cui nome è già molto noto nel paese e la cui arte molto
apprezzata nella Chiesa cattolica. Da quell’incontro provvidenziale e dal
susseguente rapporto di amicizia che ne è nato, il nostro desiderio di avere
una Consolata coreana ha ripreso forza e vigore. Abbiamo così chiesto alla
signora Caterina se poteva cimentarsi nell’impresa. E ha detto di sì.

Hanno
fatto seguito vari incontri, tra Caterina, padre Han Pedro e il nostro
superiore padre Pedro Louro, per presentare e far apprezzare all’artista il
quadro della Consolata nei suoi dettagli, e per rivedere e correggere diverse
volte, poi, le bozze di dipinto che la signora Caterina andava presentando.

Nel
frattempo, altri tasselli del mosaico sono andati provvidenzialmente al loro
posto: per esempio una corposa donazione da parte di una coppia di amici, e la
riflessione in comunità su come fare, una volta che fosse stato pronto il nuovo
quadro, per intronizzarlo solennemente all’entrata della casa di Yokkok, e per
la riproduzione dell’immagine in vari formati e materiali.

Alla
fine siamo arrivati alla bozza che ci soddisfaceva, e l’artista si è messa
d’impegno a «scrivere» l’icona della Consolata nella sua versione coreana.

 


Le parole dell’autrice

«Ho cercato di immergermi nei simboli dell’immagine della
Madre Consolata, e ho cercato di esprimere la stessa simbologia con lo stile
proprio delle immagini coreane. Il volto della Vergine l’ho reso con i
lineamenti teneri e leggermente arrotondati dei volti coreani, mentre lo
sguardo dolce della madre si fissa sul figlio Gesù. I capelli di Maria
Consolata stretti da una bella spilla tradizionale, dal colore oro, indicano in
lei la Madre celeste. Il colore del vestito tradizionale coreano della
Santissima Madre, salvando il senso simbolico della santità, è di un azzurro
oceano profondo, mentre la sua verginità è resa dalle parti in rosso. Il
riflesso dorato dell’anello esprime la sua fedeltà eterna, mentre la pietra di
giada simboleggia la sua mateità.

Gesù è
stato rappresentato in atteggiamento regale, simboleggiato dalla tunica verde
che ricopre l’indumento intimo e viene coperta a sua volta da un mantello
rosso. Un cordoncino tradizionale rosso ne completa l’abbigliamento».

 

A mo’ di conclusione

I missionari della Consolata sono arrivati in Corea ben
27 anni fa, nel 1988. Abbiamo potuto sperimentare sulla nostra carne come i
tempi per ogni cosa, in Corea, dall’imparare la lingua, all’assuefarsi a cibo e
cultura, sono molto lunghi. Anche i tempi per «mettere radici» in Corea,
dunque, sono stati molto lunghi. Ma, con l’aiuto della grazia del Signore,
crediamo proprio di averle messe, e abbastanza profonde. Il quadro della
Consolata «coreana» ne diventa per noi un po’ il simbolo e una bella evidenza.
Dopo tanti anni in Corea, finalmente la Consolata è diventata pienamente
coreana. Ora tocca alla Corea raccogliee il messaggio, e l’invito a diventare
sempre più «missionaria».

Diego Cazzolato

Diego Cazzolato




Il ritorno dell’impero?

Gli interessi di Istambul
in Africa e Medio Oriente

La Turchia ha
intrapreso un allargamento  dei propri
orizzonti. In particolare ha espanso la sua influenza in Medio Oriente e
Africa. Non senza intrecci con le primavere arabe. Per interessi economici,
religiosi o puramente geopolitici?

«Neottomanesimo», così è definito il
recente fenomeno dell’inedito protagonismo della Turchia in politica estera. A
partire dagli inizi degli anni Duemila, infatti, Ankara ha iniziato a tessere
intensi rapporti politici, economici e culturali in aree in cui non era
presente (a volte neanche con propri diplomatici). Questa espansione ha
ricordato a molti la vasta influenza che l’impero ottomano esercitò nei secoli
passati nei suoi domini non solo in Asia centrale e in Medio Oriente, ma anche
in Africa. Alcuni analisti vi hanno scorto una volontà di dominio regionale,
altri l’hanno letta come una necessità economica, altri ancora come un modo per
esportare l’islam. Ma di che cosa si tratta realmente? E quali effetti ha
avuto?

 

Origini e fondamenti

La nuova politica economica
turca nasce nel 2002 quando Ahmet Davuto?lu, fino ad allora, un anonimo
professore dell’Università di Beykent a Istanbul, dà alle stampe un corposo
volume dal titolo «Profondità strategica». Il volume teorizza un allargamento
degli orizzonti della politica estera turca verso altre regioni sulla base
degli interessi economici e strategici di Ankara. È una nuova visione del ruolo
della Turchia nel mondo che stravolge gli schemi adottati fino ad allora dai
politici della penisola anatolica. «A partire da Mustafa Kemal Atatürk – spiega
Eugenio Dacrema, esperto di politica mediorientale, ricercatore presso
l’Università di Trento -, la classe politica turca ha sempre guardato Stati
Uniti, Europa e Nato come uniche sponde di interesse. I rapporti con i vicini
sono stati per molto tempo conflittuali, quando non erano un ignorarsi a
vicenda. Con il nuovo trend dettato dall’opera di Davuto?lu, la visione si
amplia. La Turchia dovrebbe diventare un nuovo attore egemonico in una regione
più vasta e, pur non tagliando i rapporti con Europa e Usa, le relazioni con
l’Occidente dovrebbero passare in secondo piano.

Le direttrici dell’espansione della Turchia quindi si
indirizzano verso l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Africa (soprattutto il
Nord Africa). Davuto?lu viene progressivamente coinvolto in questa politica. Da
semplice teorizzatore, ne diventa protagonista, prima come ministro degli
Esteri e poi come premier (carica che ricopre attualmente). Così, le sue tesi
diventano la dottrina ufficiale dell’Akp, il partito al governo, e del suo
leader Recep Tayyip Erdo?an».

Quello
della Turchia è un espansionismo prevalentemente economico e politico. I politici
di Ankara non hanno mai accennato a un ruolo delle forze armate in questa
strategia. Ma ciò è comprensibile, se si considerano le cattive relazioni tra
l’Akp e le forze armate turche, depositarie dell’eredità laica di Atatürk.
Molto di questo entusiasmo deriva dal successo economico degli anni Duemila
quando la Turchia sembrava essere in grado di attrarre nella sua sfera i paesi
del Medio Oriente e di trasformarli in mercati per i propri prodotti. «In realtà
– aggiunge Dacrema -, l’economia turca si è rivelata molto fragile. Il sistema
si è basato sul credito facile volto al consumo e su un’industria nascente, ma
che produce beni di basso valore aggiunto, che fanno fatica a competere sui
medio-alti livelli tecnologici. Ciò ha aumentato la ricchezza, ma si è trattato
di una bolla. La Turchia ha vissuto la stessa crisi della Grecia ed è rimasta a
galla solo perché ha potuto svalutare la moneta (-40% nell’ultimo anno)». Ma
per tutti gli anni Duemila, è l’economia a far da traino alla politica estera
turca. In questo senso va letta la creazione di accordi di libero scambio con i
paesi limitrofi (Libano, Siria e Giordania) accompagnati dalla liberalizzazione
dei visti. Così come l’intesa con l’Iran che, per anni, diventa un partner
strategico per Ankara.

 

 

Le Primavere arabe

Sarebbe limitante, però,
vedere il «Neottomanesimo» solo in chiave economica. La nuova politica turca si
è nutrita anche di una visione politica che si è rivelata «attraente» per molti
paesi arabi.

Da anni, la Turchia si
presenta come un paese musulmano nel quale un partito islamico governa secondo
i principi della democrazia. Questa impostazione è diventata un modello di
riferimento per quelle nazioni che, uscite dalle rivolte arabe, stavano
cercando nuovi assetti politico costituzionali. «Va detto – osserva Valeria
Talbot, ricercatrice dell’Ispi, esperta in Medio Oriente e Nord Africa – che i
rapporti politici con i paesi del Medio Oriente e il Nord Africa hanno subìto
diverse fasi. Dopo la Primavera araba, la Turchia era certamente un modello
politico da imitare. Il successo delle visite di Erdo?an in Egitto e di Davuto?lu
in Tunisia ne sono la dimostrazione più lampante. La successiva apertura alla
Fratellanza musulmana ha però creato tensioni con i paesi del Golfo e con lo
stesso Egitto. Solo da qualche mese i rapporti con Riad sono nuovamente
migliorati e si sono registrate convergenze sul dossier siriano».

È proprio in questo legame
con la Fratellanza che molti hanno visto il limite della politica del
presidente turco. «Erdo?an cercava di prendere sotto la propria protezione la
Fratellanza musulmana internazionale – osserva Dacrema -. Voleva diventare cioè
un modello per gli altri paesi. Un progetto ostacolato tanto dalla Fratellanza
egiziana, che da sempre ha un ruolo di guida dell’organizzazione, sia dalla
tunisina Ennahda che, nonostante la buona accoglienza dei politici turchi, si è
sempre dimostrata piuttosto fredda rispetto all’idea di una guida turca della
Fratellanza. Qui giocano anche un po’ i rapporti non sempre facili tra il mondo
turco e quello arabo.

È un po’ come se la Cdu/Csu
tedesca in passato avesse voluto imporre un suo ruolo guida ai partiti
democristiani europei: i valori in comune c’erano, ma poi ogni Dc ha sempre
lavorato in modo autonomo nel suo paese».

A ciò si è aggiunto un
sostanziale fallimento della penetrazione economica nel Nord Africa e in Medio
Oriente. Inizialmente pareva che la Turchia potesse rubare il mercato agli
imprenditori occidentali. In realtà, non è avvenuto. Le imprese turche sono di
piccole dimensioni e realizzano beni con basso valore aggiunto. Questo, insieme
alla scarsa conoscenza delle dinamiche economiche dei paesi arabi, ha fatto sì
che la Turchia non sia riuscita a scardinare i decennali rapporti che le
aziende europee intrattenevano con i sistemi locali. E, complice la crisi
globale che ha interessato anche il sistema economico turco, la penetrazione
sui mercati arabi è sostanzialmente fallita.

 

 

L’Africa a portata di mano

La Turchia però è andata al
di là del Medio Oriente e del Nord Africa, spingendosi anche nell’Africa
subsahariana. «Il dinamismo turco nell’Africa subsahariana – osservano Marco
Cardoni e Andrea Marino, due funzionari diplomatici del ministero degli Affari
esteri e della Cooperazione internazionale, in una recente analisi pubblicata
per l’Ispi – si caratterizza per un approccio multidimensionale che si
concretizza in un intenso sforzo diplomatico senza precedenti. Ankara ha
proceduto ad ampliare la rete diplomatica, aprendo 19 ambasciate in Africa dal
maggio 2009 al 2014. Oggi in tutto il continente ne possiede 35, di cui 30
nella regione subsahariana». La rete diplomatica ha supportato anche un impegno
crescente negli investimenti diretti e, in particolar modo, nel campo della
cooperazione allo sviluppo. «I numeri parlano chiaro – sostengono Cardoni e
Marino -: il totale degli aiuti nella regione, sommando quelli governativi a
quelli delle Ong, è passato dai 28 milioni di dollari nel 2006 ai 425 nel 2011».
In questo settore il punto di riferimento è l’Agenzia ministeriale per la
cooperazione e lo sviluppo che opera in 37 paesi africani e ha tre sedi: Addis
Abeba, Dakar e

Khartoum. Ciò ha comportato
un impegno nella costruzione o ricostruzione di infrastrutture (porti,
aeroporti, strade, scuole, ospedali), ma anche un’assistenza capillare
attraverso la cooperazione e il volontariato.

L’impegno turco però non si è
realizzato solo attraverso il rafforzamento dei rapporti bilaterali, ma anche
mediante una sempre più ampia partecipazione a missioni inteazionali.
Attualmente, Ankara partecipa a cinque missioni di pace nel Continente: Monusco
nella Repubblica Democratica del Congo, Unamid in Darfur (Sudan), Unmiss nel
Sud Sudan, Unoci in Costa d’Avorio e Unmil in Liberia.

Due simboli della
penetrazione turca sono le Turkish Airlines e Hizmet, il movimento fondato dal
predicatore musulmano Fethullah Gülen. Le linee aeree hanno aperto numerose
rotte verso l’Africa. Oggi la Turkish ha 39 destinazioni in 26 paesi tra i
quali quelli più importanti politicamente e interessanti sotto il profilo
economico: Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Ruanda, Nigeria.
Ma anche destinazioni non coperte da nessun vettore non africano come la
Somalia e l’Eritrea.

L’organizzazione di Gülen,
che vanta più di 10 milioni di seguaci e ha creato un impero mediatico e
culturale, pur non essendo sempre in sintonia con l’Akp ha aperto una rete di
scuole in Africa che hanno contribuito ad avvicinare la società africana a
quella turca. Non solo ma ha favorito l’incontro tra imprenditori africani e
turchi.

Tutti
questi fattori hanno portato a un forte incremento dell’interscambio
commerciale (dai 742 milioni di dollari del 2000 ai 7 miliardi nel 2013) e a un
aumento dell’influenza politica (libera da fardelli coloniali che
appesantiscono i concorrenti). Ma questa influenza è destinata a durare? «Oggi
l’Africa concede molti spazi alla Turchia – concludono Cardoni e Marino -, ma
Pechino, Washington e Bruxelles hanno dalla loro la possibilità di far valere
sul medio-lungo periodo una dimensione economica complessiva maggiore».

 

Enrico Casale

Enrico Casale




2 Istituti, 1 Missione


Stesse domande, due intervistati: la superiora e il superiore generali delle missionarie e dei missionari della Consolata, eredi, insieme, del beato Giuseppe Allamano.

Suor Simona Brambilla è brianzola, cinquant’anni, infermiera e psicologa, a fine anni Ottanta sceglie la missione ad gentes e diventa missionaria della Consolata. Nel 2011 è eletta superiora generale. I suoi modi tranquilli e un’apparente timidezza incuriosiscono i suoi interlocutori, almeno quanto la luce, la gioia e l’entusiasmo che ha negli occhi quando racconta della missione e del suo Istituto.

Padre Stefano Camerlengo, marchigiano Doc ma cittadino del mondo, cinquantanove anni, ordinato sacerdote il 19 marzo del 1984 a Wamba, Congo RD, nel 2011 è eletto superiore generale dei missionari della Consolata. Ciò che colpisce di padre Stefano è l’entusiasmo irrefrenabile, l’amore, la dedizione alla missione, e un’apertura mentale plasmata dal pensiero del beato Allamano.

Quando ha scelto di diventare missionario/a? Cosa l’ha spinto/a a lasciare tutto per dedicarti a Dio e alla missione? E perché proprio in questo Istituto?

SUOR SIMONA – Ho deciso quando avevo circa 22 anni e lavoravo come infermiera professionale in un ospedale. Il contatto coi malati ha suscitato in me una serie di domande sul senso della vita e della sofferenza. Da lì è iniziato il mio avvicinamento al Signore e il progressivo e intenso desiderio di consacrarmi a Lui. Ero indecisa tra la clausura e la missione ad gentes. Ho conosciuto i Missionari della Consolata e, dopo un cammino di accompagnamento spirituale con uno di loro, ho chiesto di conoscere le Suore Missionarie della Consolata. A 23 anni sono entrata nel mio Istituto e… eccomi qua. Da allora sono passati, velocissimi, altri 27 anni!

PADRE STEFANO –  La storia della mia vocazione è molto semplice e molto «umana». Ancora molto giovane ho sentito la necessità di condividere la mia vita con i più poveri, da questa spinta iniziale è nato tutto il resto. Sono stati i poveri che mi hanno portato a Gesù, e poi è stato Gesù che mi ha riportato ai poveri. Per questo dono ringrazio in primo luogo il Signore che mi ha fatto «degno» di questa «sublime vocazione», come la chiama il nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano. In secondo luogo, ringrazio i miei confratelli missionari che mi hanno aiutato e plasmato sulle orme della missione, e infine ringrazio tutte le persone che ho incontrato finora nella mia vita che mi hanno aiutato a essere quello che sono, senza dimenticare la mia famiglia che con la sua presenza e vicinanza mi ha insegnato i valori che contano e che non si dimenticano più. Ho scelto l’Istituto dei Missionari della Consolata perché sono stati i primi missionari che ho incontrato sulla mia strada e che, ora, amo come la mia vera famiglia.

Mi racconti l’emozione più grande che ha provato girando il mondo e incontrando tante realtà in questi anni.

SUOR SIMONA – C’è un’emozione che provo tante volte visitando i nostri posti, i nostri popoli: è quella di sentirmi accolta, di ricevere tantissimo. Questo mi fa sentire piccola davanti a tanta gratuità. L’emozione di arrivare alla missione di Arvaiheer in Mongolia e trovare donne, vestite col bellissimo abito tradizionale, che ci offrono la loro bevanda tipica e la sciarpa blu in segno di accoglienza. Di arrivare a Vilacaya, Bolivia, e trovare i rappresentanti del popolo indigeno che ci ornano con pannocchie di mais e un aguayo (panno tipico boliviano, coloratissimo) in segno di benvenuto; di arrivare a Gibuti e trovare i ragazzi del centro di alfabetizzazione di Ali Sabieh coi loro maestri che per dimostrare l’amore verso le nostre sorelle ci decorano le mani con impasto di henna… e tanti, tanti gesti di accoglienza che ci fanno sperimentare come la missione è davvero uno scambio, è un dare e un ricevere.

PADRE STEFANO –  In questi anni di servizio all’Istituto, in cui mi trovo a visitare tanti paesi, tante comunità e tanti missionari, la cosa che più mi emoziona è la forza della debolezza. Mi meraviglia sempre e mi fa cadere in ginocchio a ringraziare, vedere che piccoli uomini in posti sperduti e difficili, con pochi mezzi, tra tantissimi problemi, possono cambiare la storia di un popolo, di un gruppo, sono riferimento e segno di speranza per tanti, sono luci accese in mezzo alla notte del mondo. Un’altra emozione forte te la danno sempre i bambini. Lo sguardo dei bambini, la loro gioia di vivere, la loro pura bellezza sono sempre e ovunque un’emozione fortissima che ti riempie il cuore e ti fa camminare.

Infine, mi piace ricordare che, come missionario, mi sento sempre a casa sua dovunque sia e dovunque vada. Che spettacolo poter trovare sempre delle persone amiche che ti accolgono, ti fanno trovare il calore di una famiglia. Che dono grande l’organizzazione e lo spirito missionario.

Come vede il futuro dell’Istituto. Quali sono secondo lei i punti di forza e quali, qualora ci fossero, le debolezze?

SUOR SIMONA – Un punto di forza è senza dubbio la vivacità del nostro carisma, la missione rivolta ai non cristiani nel segno della Consolazione. L’identità nostra, il nostro Dna è vivo, originalissimo, e chiede di esprimersi oggi in forme nuove, diverse. È sempre se stesso e proprio per questo capace di rinnovarsi, di rivelare aspetti inediti a seconda delle epoche, delle culture, delle circostanze. Un altro aspetto di forza è la passione missionaria che davvero non ci manca.

Di debolezze ne abbiamo. Una è rappresentata dalle quotidiane sfide della vita comune, che chiamano ciascuna di noi a uscire da se stessa, verso la «mistica dell’incontro», vissuta non solo con l’altro là fuori, ma prima di tutto, con la sorella dentro casa nella fruttuosa convivialità delle differenze.  Siamo in cammino, un cammino non facile ma che assolutamente vale la pena di percorrere. Non si può pensare la missione se non a partire dalla comunione.

Il futuro dell’Istituto? Lo immagino luminoso. Dico luminoso, non grandioso. Stiamo diminuendo numericamente, ridimensionando e ridisegnando le nostre presenze, in vista di un rilancio secondo il fine specifico dell’Istituto che è la missione ad gentes nel segno della Consolazione. Per il futuro vedo un Istituto piccolo, umile, gioioso di essere ciò che è chiamato ad essere, impegnato a «fare bene il bene, senza rumore».

PADRE STEFANO –  Personalmente non sono eccessivamente preoccupato per il futuro dell’Istituto, sono più attento alla qualità dell’Istituto. Mi guida una frase della grande santa Edith Stein, Benedetta della Croce: «Noi spesso non sappiamo dove Dio ci conduce. Ma sappiamo che è Lui a condurci. E questo ci basta!». L’Istituto è opera di Dio, è nelle sue mani. Era questa la certezza dell’Allamano e sulla sua scia anche la nostra. I punti di forza della nostra famiglia missionaria sono diversi. Prima di tutto la persona dei missionari. Nelle nostre Costituzioni diciamo chiaramente che «la persona del missionario è il primo bene dell’Istituto», la meraviglia più grande è incontrare questi testimoni, e vederli vivere e lavorare con gioia e generosità nei luoghi più sperduti e difficili dell’umanità. Legata alle persone c’è anche la ricchezza dell’interculturalità: appartenere a diversi popoli e culture e cercare di essere segno insieme della comunione e della solidarietà universale, vivendo e servendo insieme la missione, è un grande messaggio per la nostra società oggi. L’Allamano parlava di «spirito di famiglia».

Certamente siamo umani e, grazie a Dio, non siamo perfetti. Abbiamo anche noi le nostre difficoltà e i nostri problemi a essere fedeli alla grande vocazione che Dio ci ha donato. Anche noi combattiamo ogni giorno con le nostre piccole e grandi infedeltà e fragilità, con il nostro individualismo che rende, a volte, dura la vita comunitaria, con una mancanza di spiritualità forte, per cui ci lasciamo prendere dai modi e dai ragionamenti del mondo. Inoltre, facciamo fatica ad aprirci e accogliere il nuovo, il rinnovamento…

Si parla di crisi di vocazioni, secondo me dovremmo parlare di crisi di valori e d’identità in Europa. Cosa ne pensa?

SUOR SIMONA – Sì, la crisi di vocazioni mi sembra un segno, un aspetto di qualcosa di molto più vasto. E non solo in Europa. Certamente questo fenomeno ci fa pensare. Che cosa stiamo proponendo? Il Vangelo è bello. Il nostro carisma, intuito e accolto dal Fondatore, il beato Giuseppe Allamano, e poi trasmesso a noi, è un tesoro inesauribile; la vocazione a essere Missionaria della Consolata è vocazione alla gioia. E allora, perché il calo vocazionale? Al di là di tutte le analisi sociali, credo che occorra chiedersi: che cosa proponiamo? Che cosa si vede e si legge sui nostri volti, nei nostri rapporti, nelle nostre scelte concrete? Non si tratta di colpevolizzarci. Ma di responsabilizzarci e di risvegliarci, sì. Non saremo mai, credo, un istituto dai grandi numeri e sono convinta che il discernimento vocazionale debba essere un processo molto serio, approfondito e esigente in tutte le sue fasi: «La porta stretta per entrare e larga per uscire» diceva l’Allamano. Per questo non spero in grandi numeri, ma nel coltivare in profondità la chiamata di quelle giovani donne che portano nel loro cuore «il Dna della Consolata», donne a cui possiamo proporre una vita che è davvero bella e intensissima. Non ho detto facile, ho detto bella, che è molto diverso.

PADRE STEFANO –  Circa la crisi vocazionale in Europa non ho molte letture sociali e psicologiche da fare, ma appare evidente la crisi di valori che blocca ogni ideale e sogno. Soprattutto, per me, c’è una crisi della gratuità e della donazione: siamo in una società dove tutto ci è dovuto e in cui io non devo niente; senza la gratuità non si capisce la vocazione, la donazione, l’attenzione all’altro. L’assenza di gratuità provoca anche una mancanza di amore verso i poveri, gli ultimi, gli esclusi. Quando si è troppo piegati su se stessi non si può più dare spazio agli altri; quando i miei problemi sono più grandi e importanti di tutto, non posso chinarmi sulle sofferenze degli altri; quando si perde la compassione non ho più passione per la vita e per la fede e vivo male.

Quali sono le realtà del suo Istituto che secondo lei hanno bisogno di maggiore attenzione e sacrificio?

SUOR SIMONA – Accennavo prima al processo del ridisegnare le presenze. Siamo un Istituto con «lavori in corso», in ristrutturazione, in ripensamento, proprio per essere fedeli nell’oggi al dono originario e originale che abbiamo ricevuto più di 100 anni fa. In questo processo abbiamo riscoperto come fondamento biblico l’icona evangelica della vite e dei tralci. Ogni vite che voglia produrre buon vino ha bisogno di molte cure, tra cui la potatura. Ecco, occorre saper potare i tralci giusti e curare i germogli giusti. La vite potata piange, ma il pianto della vite è preludio a nuovi tralci, a nuovi grappoli, a vino nuovo.

PADRE STEFANO –  Ce ne sono diverse perché siamo sempre in cammino e dobbiamo cercare di migliorare, di andare avanti. Ma posso fermare la mia attenzione su tre aspetti che oggi sono più urgenti.

La formazione:

oggi più di ieri siamo chiamati a curare la formazione dei nostri giovani missionari per ben preparare l’avvenire. Senza una buona formazione non possiamo realizzare una buona missione. I giovani di oggi sono molto più preparati di noi di ieri, ma sono anche figli del loro tempo, per cui dentro di sé vivono profonde contraddizioni e fragilità.

Inoltre, c’è tutto un cambiamento sociale che necessita di introspezione e comprensione. In poche parole, oggi dobbiamo studiare molto per capire come funziona la realtà e che cosa possiamo fare per cambiarla o migliorarla. Anche i cambiamenti della teologia e della prassi missionaria meritano grande attenzione e riflessione e tutto questo rientra nella formazione che oggi preferiamo chiamare continua. Continua appunto, per significare che non ci si dovrebbe fermare mai, che lo studio, la riflessione, l’approfondimento dovrebbero essere il nostro pane quotidiano e la base su cui fondare tutto il nostro servizio alla gente nella missione.

La vita comunitaria:

è chiamata a essere il segno più importante e profetico della missione di domani. Le nostre comunità sono espressione dell’interculturalità e per questo sono un grande segno e progetto di solidarietà per un mondo nuovo e migliore. Tuttavia, anche se riconosciamo che è l’elemento fondamentale, tutti sappiamo che è uno degli aspetti più difficili da vivere in profondità. Sinceramente siamo ancora lontani dall’ideale, a volte viviamo la vita fraterna solo «sulla carta» o seguendo ciascuno il proprio gusto. Tutto questo è inconciliabile con la nostra vocazione e dobbiamo sempre essere vigilanti. Questa situazione necessita di una rivitalizzazione della vita fraterna in comunità, tenendo presente che questo è uno dei termometri principali per verificare la qualità della nostra vita evangelica.

L’economia:

la crisi economica, se da un lato è positiva perché ci permette di recuperare alcuni valori fondamentali e l’umanità di ognuno, dall’altro ci fa cadere in un’eccessiva preoccupazione per noi stessi, per la nostra sopravvivenza. Credo che sia un aspetto importante da curare per una conversione profonda. Il futuro della vita consacrata e della missione ce li giochiamo nell’economia. La crisi ci «obbliga» a rivedere il nostro stile e metodo di fare missione, ci invita a maggiore sobrietà e condivisione con la gente, a fare progetti e cammini decisamente insieme e in cordata con i popoli, le comunità e le persone che serviamo, e non da soli, da protagonisti. Un cammino questo che nello stesso tempo deve prendere in considerazione la difficoltà reale di reperire fondi per realizzare la missione e per dare un minimo di stabilità alle comunità.

Ecco, in sintesi, alcuni aspetti che reputo importanti da approfondire perché su questi si fonderà la vita consacrata per la missione di domani, almeno credo. Molto è il lavoro e ardua la fatica che ci attende su questi temi, ma merita la pena porre mano all’opera, perché dall’attenzione alla qualità dipenderà la fecondità della nostra missione e della nostra vita.

Messa festa della Consolata a Casa Madre, Torino, presieduta da p. Stefano Camerlengo superiore generale

Come pensa possano aiutare i laici e cosa potrebbero fare per l’Istituto?

SUOR SIMONA – Abbiamo diversi tipi di rapporto coi laici… ci sono gli amici, i benefattori, i volontari, e ci sono i «Laici missionari della Consolata», ai quali ci lega un particolare rapporto di fraternità nel carisma. Nel senso che i Lmc condividono con noi suore e con i confratelli missionari il dono dello stesso carisma, vissuto secondo le modalità proprie della vocazione specifica di ciascuno. Il primo aiuto che sicuramente essi ci offrono è quello dell’essere parte di una unica famiglia, con tutte le possibilità di dialogo, confronto e crescita nella comunione che questa appartenenza comune ci dona.

PADRE STEFANO –  Prima di parlare dei laici nell’Istituto e della loro importanza, vorrei sottolineare un atteggiamento che, reputo, dovrebbe essere alla base di tutto, e cioè la simpatia per il mondo, per la società in cui viviamo. La nostra missione comporta anche una simpatia con la società alla quale desideriamo portare la bella notizia del Vangelo, una simpatia che ci permette di entrare in dialogo con gli uomini e le donne di oggi per incontrarli e per condividere il Vangelo. La simpatia ci conduce ad avere una visione positiva del contesto e della cultura nella quale siamo immersi, scoprendo nella nostra realtà le opportunità inedite della grazia che il Signore ci offre per la nostra missione. In questo modo la missione sarà un cammino di andata e ritorno che comporterà l’atto di dare, ma anche quello di ricevere, in attitudine di dialogo fecondo e costruttivo. Con questo atteggiamento di simpatia possiamo valorizzare anche la presenza dei laici e l’importanza del loro ruolo e servizio nella Chiesa e nell’Istituto. La presenza dei laici è fondamentale nella missione, essi sono l’espressione di un carisma che non appartiene a un gruppo ma che va condiviso con tutti. Il carisma più è donato e più è credibile, fecondo e visibile. Nella diversità dei ministeri tutti i cristiani sono chiamati a rispondere generosamente al Signore che chiama ad annunciare la Buona Novella ai vicini e ai lontani. Oggi siamo chiamati a promuovere una missione condivisa con i laici, con le altre comunità religiose e con tutte le forze d’impegno per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato. Certamente per arrivare a questo è necessaria una conversione profonda che ci faccia superare la mentalità «clericale» che tuttora ci portiamo dentro, in modo che i laici possano esercitare il loro diritto e dovere di partecipare alla conservazione, all’esercizio e alla professione della fede ricevuta e della missione condivisa.

Animazione missionaria. Come l’Istituto la sta portando avanti e cosa pensa dei nuovi metodi di comunicazione come i social network (Facebook, Twitter)? Potrebbero essere d’aiuto?

SUOR SIMONA – Beh, questa per noi è una domanda che si colloca nell’ambito dei «lavori in corso». Credo che anche nell’animazione missionaria la dimensione della comunione sia essenziale: comunità aperte, accoglienti, spazi di ascolto, di preghiera, di riflessione e di azione concertata (in unità di intenti, direbbe l’Allamano!), dove si veda, si assapori il carisma della Consolata in azione.

Vediamo la necessità di aperture missionarie nel mondo virtuale, nelle reti sociali. Stiamo pensando come fare per esserci di più e meglio, in questo mondo. Non abbiamo ancora risposte, ripeto, siamo nei «lavori in corso».

PADRE STEFANO –  Per una buona animazione missionaria sono fondamentali due cose: la testimonianza e la forza del Vangelo. Senza testimonianza evangelica missionaria della nostra vita non c’è un’autentica animazione. Ma la missione è fondata sulla forza del Vangelo. Se il Vangelo non ci riscalda il cuore e non lo conosciamo, le nuove tecniche non potranno fare nulla autonomamente. Personalmente credo che non ci sia cosa migliore del Vangelo come metodologia di animazione missionaria ma considerando il contesto sociale in cui viviamo oggi, ritengo che sia anche importante servirsi dei nuovi mezzi di comunicazione affinché la Parola e la missione arrivino a tutti, anche ai lontani. E su questo abbiamo già un problema, perché oggi noi facciamo fatica a entrare in contatto con i giovani e i lontani, abbiamo bisogno di creatività e fantasia evangelica, abbiamo bisogno di «sporcarci le mani di fango» per condividere con gli ultimi la loro situazione e allora saper narrare il Vangelo dell’esperienza, e non solo quello delle parole. La strada dell’animazione missionaria oggi è quella della vita vissuta e condivisa nelle aeree più difficili e povere del mondo. Come missionari dovremmo rimanere costantemente in contatto con la realtà della nostra gente e sentirci «mendicanti di senso». Ma troppo spesso siamo lontani dalla realtà, chiusi nelle nostre sicurezze, rispondiamo a domande che nessuno pone.

Per rispondere alle esigenze della missione attuale è necessaria una grande sensibilità sociale. In questo modo il contatto con la realtà, letta con gli occhi della fede, indicherà il progetto che il Signore propone per noi. È necessario leggere attentamente i segni dei tempi e dei luoghi, e lasciarsi interpellare da questi. L’impegno nella animazione missionaria comporta una profonda conversione personale, comunitaria e pastorale, altrimenti siamo come «cembali squillanti». La missione è sempre nel segno della speranza: speranza fondata in Cristo e nel Vangelo. Sperando contro ogni speranza. Una speranza d’origine pasquale che certamente avrà futuro perché fondata in Lui. Vivendo e facendo così ci saranno, certamente, ancora giovani generosi che sceglieranno di dare la vita per il Vangelo e per i poveri.

Voglio terminare con un messaggio di san Francesco, a me particolarmente caro in questo tempo, perché lo considero d’ispirazione riguardo la nostra presenza costruttiva nella storia attuale e guida della Chiesa e del nostro Istituto. Egli scriveva ai suoi frati inviati in missione: «Siamo pochi e non abbiamo prestigio. Che cosa possiamo fare per consolidare le colonne della Chiesa? Contro i Saraceni non possiamo lottare perché non possediamo armi. E poi che cosa si ottiene combattendo? Non possiamo lottare contro gli eretici perché ci mancano argomenti dialettici e preparazione intellettuale. Noi possiamo offrire solo le armi dei piccoli, cioè: amore, povertà, pace. Che cosa possiamo mettere al servizio della Chiesa? Solo questo: vivere alla lettera il Vangelo del Signore».

Che questo sia il nostro cammino e la nostra strada!

Romina Remigio




Chiesa, dialogo contro terrore

Laurent Lompo, il
primo vescovo nigerino della storia

Giovanissimo, ma già
sperimentato. La sua parola d’ordine è «dialogo interreligioso», non
raccontato, ma applicato. È la nuova guida della piccola comunità dei cattolici
nella diocesi di Niamey. Con approccio «missionario».

1. Intervista con mons. Laurent Lompo

Niamey. Monsignor Laurent Djalwana Lompo è il nuovo arcivescovo
dell’arcidiocesi di Niamey. È il primo vescovo del Niger di nazionalità
nigerina ed è stato intronizzato dal cardinale Philippe Ouedraogo (del Burkina
Faso) il 14 giugno scorso. Originario di Makalondi, 100 Km a Ovest della
capitale, è nato nel 1967. Dopo la scuola primaria nella città natale, il
collegio a Say e il liceo a Niamey, ha passato dieci anni di seminario in
Burkina. È stato ordinato prete nel 1997, e in seguito ha lavorato un anno alla
parrocchia St. Gabriel a Niamey. È stato poi responsabile al foyer Samuel, dove ci si occupa dei giovani che
vengono per maturare la loro vocazione.

Dopo una fase di studi in Francia è rientrato nel 2003, e monsignor Michel
Cartateguy, arcivescovo di Niamey, lo ha nominato vicario generale. Ruolo che
ha ricoperto per dieci anni. Nel 2013 papa Benedetto ha nominato mons. Lompo
vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Niamey e dall’11 ottobre 2014, è stato
chiamato a sostituire mons. Michel.

In Niger, paese a maggioranza
musulmana, i cristiani sono un’esigua minoranza: si parla di alcune decine di
migliaia di persone su 17 milioni. Le diocesi sono due, quella metropolitana di
Niamey e quella di Maradi, il cui pastore è monsignor Ambroise Ouedraogo (cfr.
MC settembre 2007).

Il 29 giugno scorso mons. Lompo era
a Roma per concelebrare la messa con papa Francesco, durante la festa dei santi
Pietro e Paolo. In quell’occasione il santo padre ha benedetto il palio per i
46 arcivescovi metropoliti nominati nell’anno. L’insegna ecclesiastica di lana
bianca «è simbolo del pastore che sente l’odore del gregge e ne porta il peso,
facendo l’unità della Chiesa», ci racconta monsignor Lompo, che incontriamo nel
suo ufficio, a ridosso della sobria cattedrale di Niamey, in pieno centro città.

«Voglio continuare la missione di
mons. Michel, che ha molto operato per questa diocesi, e ha vissuto il suo
motto “Che lui diventi più grande e che io diminuisca”, spingendo il clero
diocesano a prendere le sue responsabilità. Penso sia in questa linea che papa
Francesco mi ha nominato arcivescovo».


Che sentimento prova, in quanto nigerino, a ricoprire questo ruolo
importante per la Chiesa cattolica, in un paese in cui i cattolici sono una
minoranza?

«In un paese in cui il 98% della
gente è musulmana, per me è una gioia, un onore, sapere che la comunità
cristiana ha fatto il suo cammino, è arrivata a maturità. È anche un dovere,
quello di mettere le basi per consolidare il dialogo interreligioso in questo
paese. Gli avvenimenti del 16 e 17 gennaio scorso (manifestazioni anti
cristiane, vedi box, ndr) ci danno ancora l’occasione concreta per
affermare che il dialogo interreligioso è di una importanza capitale. E non
deve restare solo a livello della gerarchia, ovvero dei responsabili e leader
religiosi, ma deve partire dalla base e andare fino in cima. Perché gli eventi
che si sono prodotti hanno mostrato che la gioventù è molto coinvolta. Quindi
vogliamo fare in modo che il dialogo sia vero e sincero. Siamo in un paese
laico, le autorità politiche devono tenere conto del rispetto delle minoranze.
I cristiani hanno il loro posto. Preghiamo affinché questo impegno possa essere
concreto, e noi cristiani possiamo intenderci con i musulmani e continuare la
missione in Niger».

Nella pratica, quale programma avete con i capi religiosi musulmani?

«Siamo rimasti molto stupiti delle
manifestazioni di gennaio. Viste le relazioni che abbiamo, non avremmo mai
immaginato che in Niger si sarebbero potuti produrre degli eventi simili. Noi
stiamo continuando quanto faceva mons. Michel Cartateguy: il dialogo
interreligioso, a tutti i livelli. Il programma sul quale abbiamo riflettuto si
chiama “Vivere insieme”, e tiene conto della formazione della gioventù di oggi.
Una gioventù sbandata, che ha bisogno di contatto tra cristiani e musulmani.
Contiamo di mettere in opera un programma, con il supporto di partner interni
ed estei, affinché possiamo formare i giovani alla tolleranza, al rispetto
mutuo, alla conoscenza dell’altro. Perché quando conosci qualcuno lo rispetti.
Questo rispetto, pensiamo si possa avere se ciascuno è radicato nella sua fede:
i cristiani nella propria fede e così i musulmani. Insieme possiamo coltivare
la pace di cui il Niger ha bisogno oggi».

Vi cornordinate con i leader musulmani?

«Lavoriamo con tutti gli strati
sociali. Abbiamo diverse scuole cattoliche, nelle quali la maggioranza degli
studenti sono musulmani. La formazione mette l’accento sul vivere insieme, e
questo per ogni ordine e grado di scuola. Lo stesso accade nelle attività come
la Caritas, in cui lavoriamo con i musulmani. Anche a livello dei nostri
dispensari cerchiamo la collaborazione con gli altri.

Abbiamo una Commissione nazionale di
dialogo interreligioso che raggruppa musulmani e cattolici a livello di diocesi
di Maradi e di Niamey, insieme costituiscono la commissione interdiocesana, di
cui monsignor Ambroise Ouedraogo è cornordinatore. Alla mia intronizzazione c’è
stato un gran numero di musulmani presenti. Penso che la Commissione permetta
di avvicinarci ulteriormente e di togliere le paure e le incomprensioni dovute
agli eventi del 16 e 17 gennaio scorso. In quei giorni, in seguito alle
caricature del profeta Maometto uscite su Charlie Hebdo, c’è stata una reazione a livello internazionale, che
in altri paesi si è potuta contenere, ma in Niger purtroppo no. C’era un certo
numero di giovani infiltrati, e la gioventù sbandata è una porta aperta agli
attacchi, ai saccheggi e alla profanazione che abbiamo vissuto nelle nostre
diverse chiese. Ci siamo visti con le spalle al muro. Hanno bruciato tutto. Non
accusiamo la comunità musulmana, ma c’è stata una intromissione dall’esterno.
La tattica secondo noi è quella di Boko Haram. Il modo con cui hanno attaccato
le chiese era pianificato, si erano organizzati per bruciare. Stiamo lottando
contro questo nemico comune, che sia cristiano come musulmano. Boko Haram è un
nemico di tutti».

In Niger l’islam è stato sempre molto tollerante. Queste infiltrazioni
riescono a influenzare e radicalizzare i musulmani comuni?

«Oggi non possiamo non parlare di
radicalizzazione, quando vediamo il comportamento esteriore, l’abbigliamento,
le reazioni, penso che l’islam si stia radicalizzando poco a poco in un paese
in cui è stato sempre tollerante. L’influenza estea ha un peso, e noi nel
dialogo interreligioso lo diciamo. Non credevamo che sarebbe potuto succedere,
ma il fatto che ci sia questa radicalizzazione può avere un effetto negativo.
Durante gli assalti a Zinder c’erano delle persone con la bandiera di Boko
Haram, che gridavano parole d’ordine tipiche del gruppo. Queste cose hanno buon
gioco con la grande massa.

Al momento non abbiamo preoccupazione
perché non crediamo che possano capitare ancora questi fatti. Quando
incontriamo i musulmani, le associazioni, i leader politici, tutti condannano
quello che è successo. E penso che delle disposizioni siano state prese. Per
questo diciamo, rispetto a quello che è successo: occorre che lo freniamo con
il dialogo, il mutuo rispetto e il rispetto delle minoranze. Se continuiamo a
operare, cristiani e musulmani insieme, in questa direzione possiamo fermare
questo fenomeno».

Collaborate con altre chiese sorelle in altre parti del mondo?

«In Niger ci sono cattolici ed evangelici. Collaboriamo e
vogliamo impostare l’ecumenismo, affinché tra cristiani ci possiamo conoscere
ancora meglio e lavorare insieme di più.

A livello regionale facciamo parte
della Conferenza episcopale Burkina Faso – Niger e lavoriamo con le chiese
sorelle del Burkina e del Benin. All’intronizzazione c’erano cinque vescovi del
Benin.

Collaboriamo anche con l’Europa, ad
esempio con le diocesi italiane di Lodi, Belluno, Milano e Genova, delle quali
abbiamo dei missionari qui con noi. Recentemente ho fatto un viaggio
nell’ambito di questa collaborazione per rinforzare la cooperazione missionaria
e allo stesso tempo presentare i progetti di ricostruzione per le nostre
chiese.Ho avuto un’accoglienza calorosa e
sono tornato con un’immagine molto bella della chiesa italiana».

Ci sono anche dei missionari di ordini religiosi?

«Sì, ci sono i padri Bianchi, i
Redentoristi, la Società delle missioni africane oltre ai sacerdoti fidei donum, sia dell’Italia che della Francia. Inoltre
abbiamo molte altre congregazioni religiose che vengono dal Benin, Togo,
Burkina Faso, ma anche da Canada e Francia. La maggior parte delle
congregazioni lavorano nelle scuole e nei dispensari. È una fetta importante
della cooperazione missionaria».

Quali sono le sfide maggiori che sente e qual è il suo programma per i
prossimi anni?

«Portiamo avanti la visione che
recita: “Tutti sono missionari in una chiesa famiglia che testimonia l’evangelo
nella realtà del Niger”. Vivere la parola di Dio nel Niger di oggi ha come
sfide, prima di tutto, il dialogo interreligioso, la formazione dei nostri
cristiani alla cultura della tolleranza, la formazione dei cristiani ad avere
una fede solida e a radicarsi ancora di più nella Parola. Perché quando si è
forti a livello spirituale, si regge meglio davanti alle prove. Vogliamo
sviluppare la Caritas diocesana, come servizio ai più poveri del paese, che
sono molti. Mettere l’accento sulla responsabilizzazione. I missionari ci danno
uno stimolo esaltante e dobbiamo fare in modo che tutti i preti, i religiosi, i
laici, ad ogni livello, possano essere responsabili. Una chiesa che poco a poco
prenderà se stessa in carico. È il nostro programma. Noi abbiamo bisogno delle
chiese straniere, ma dobbiamo prima di tutto contare sulle nostre forze. Le
altre vengono a complemento».

In Niger molti cattolici sono di origine straniera. Avete una pastorale
per la diffusione del cattolicesimo?

«È vero, molti cattolici vengono da
altri paesi, ma molti cristiani nelle parrocchie di campagna sono autoctoni.
Prendo il caso di Dogon Doutchi, in zona haussa (prima etnia per numero,
presente anche in Nigeria, ndr) oppure la
zona sonrai: entrambe hanno molti cristiani. Un centro importante è Makalondi,
che raggruppa le parrocchie di Makalondi, Bomanga, Torodi e Kankani. Non posso
dire che si tratta del polmone dei cristiani nigerini, ma in quella zona sono
tutti nazionali. Quest’anno su 400 battesimi, oltre 150 sono stati di persone
originari di quella regione. Lì la gente ha sete di fede, le chiese sono piene
e quando sono stato in visita pastorale, mi hanno detto: “Siamo in
soprannumero, non è che potete trovare i mezzi per costruire altre chiese?”.
Conteremo sulla partecipazione locale per poter costruire luoghi di culto in
queste regioni, dove il cristianesmo avanza rapidamente in numero e qualità.

Penso anche, in questa prospettiva,
alla promozione delle vocazioni, perché il clero diocesano è una necessità.
Abbiamo una pastorale vocazionale. A livello del seminario maggiore ci sono
nove seminaristi, e altri tre stanno facendo l’anno propedeutico. Altri giovani
sono al foyer
Samuel dove si
preparano fino all’esame di maturità.

I missionari sono venuti in passato,
ma adesso vediamo la rarità di quelli che vengono dall’Europa. È il nostro
tuo di fare uno sforzo missionario affinché le comunità comprendano
l’importanza della missione oggi in Niger. Facendo la promozione delle
vocazioni preghiamo ogni giorno e ci mettiamo in opera affinché ci sia un
accompagnamento a livello delle parrocchie. Nella diocesi di Niamey ci sono
circa 45.000 cattolici. La maggioranza si trova della zona di Makalondi. E ogni
anno aumentano».

Come concilia la sua cultura e tradizione africana con la spiritualità
cattolica?

«A livello della nostra diocesi
crediamo molto nello sforzo dell’inculturazione: partire dai valori positivi
delle nostre culture e li leggiamo alla luce del Vangelo che viene a
purificarli in modo che possiamo comprenderli. Un impegno importante è la
traduzione della Bibbia nelle diverse lingue del Niger. Il giorno della mia
intronizzazione abbiamo fatto la processione delle offerte, e hanno partecipato
tutte le etnie del paese nel loro vestito tradizionale, per mostrare
l’universalità. Il Vangelo è venuto per tutte le etnie, non per una sola, tutte
hanno la possibilità di aprirsi al Vangelo. Abbiamo anche utilizzato il griot (importante figura del cantastorie in Africa
dell’Ovest, ndr). Nel paese gourmanché (altra etnia
presente in Niger e Burkina, ndr), il messaggio
trasmesso dal griot diventa un messaggio popolare,
ascoltato da tutto il mondo. Per questo anche il testo che ratifica che sono
diventato arcivescovo e stato tradotto in lingua locale e letto, in modo tale
che tutti potessero comprendere meglio. Prendiamo quello che è positivo nelle
nostre culture e vediamo come si inserisce nel Vangelo. Facciamo questo sforzo
in modo che la Parola prenda più forza nelle nostre culture, perché sappiamo
che il Vangelo entra nella cultura e la purifica, così la nostra fede diventa
solida».

Marco Bello


2. La situazione

A pochi mesi dalle
elezioni, il Niger deve fare i conti con Boko Haram

Stretto tra due
fuochi

Un paese tra i più poveri al mondo si vede costretto a
combattere una guerra. E a vegliare sulla propria sicurezza intea. Un governo
che in oltre quattro anni è riuscito a realizzare infrastrutture e promuovere
l’agricoltura. Una società che tende a islamizzarsi sempre di più a causa di
infiltrazioni e influenze estee.

Niamey. È un torrido
pomeriggio di fine giugno, le piogge stagionali sono in ritardo, e
dall’aeroporto internazionale di Niamey, Diori Hamani, vediamo uno strano
velivolo decollare e dileguarsi rapidamente. È un drone militare,
verosimilmente Usa (non ne esistono altri nella regione). È pilotato da
qualcuno dietro a dei monitor, molto lontano dal caldo e dalla sabbia del
Niger. Si alza in missione verso Est, per ricognizione o per sparare contro gli
uomini di Boko Haram, con i quali è ormai guerra aperta dal febbraio scorso.

Qualche settimana fa, sulla pista del piccolo aeroporto
di Zinder, seconda città del paese, a 900 km a Est della capitale, due caccia
bombardieri Sukhoi, di fabbricazione russa e con insegne nigerine, erano
parcheggiati in attesa di decollo. Sempre all’aeroporto di Zinder, il 24
giugno, una quindicina di militari francesi, facevano una rapida sosta, per
ripartire con il loro turboelica alla volta di Diffa, città a 460 km più ad
Est, zona di guerra.

Paese saheliano con territorio in gran parte desertico, tra i più
poveri del mondo, il Niger è ormai da alcuni anni stretto in una morsa di
guerra. A Nord imperversano i jihadisti di Aqmi (Al Qaida nel Maghreb
islamico, cfr. MC luglio 2012) e vari altri gruppi, attivi in Mali, contro i
quali è in corso una guerra che ormai dura da marzo 2012, con l’intervento
della Francia nel gennaio 2013 (operazione Barckhane) e della successiva
Missione di stabilizzazione delle Nazioni unite (Minusma).

A Sud Est, nella confinante Nigeria, opera da metà anni
‘90 la setta, gruppo integralista Boko Haram (cfr. MC luglio 2012). Questa ha
di fatto cambiato il livello del conflitto, quando nel febbraio scorso, ha
attaccato la città nigerina di Diffa e cominciato incursioni in diversi
villaggi lungo il confine. Oltre al Niger e alla Nigeria sono coinvolti nella
guerra Ciad e Camerun, tant’è che militari nigerini e ciadiani controllano
alcune città in Nigeria, nello stato del Boo (Nord Est), dopo averle
sottratte a Boko Haram. È del luglio scorso la creazione di una nuova
coalizione militare per combattere i terroristi: la Forza d’intervento
multinazionale
, della quale fa parte, oltre ai quattro paesi citati, anche
il Benin, confinante con la Nigeria a Ovest.

Il Niger, è da sempre patria di un islam tollerante, ma qualcosa
sta cambiando. Il paese ha vissuto alcuni avvenimenti mai visti il 16 e 17
gennaio scorso. In seguito all’attentato al settimanale satirico Charlie
Hebdo
a Parigi e alla reazione del mondo contro l’accaduto, a Zinder e
Niamey si sono verificate due violente manifestazioni, rapidamente degenerate,
contro la minoranza cattolica. Chiese e case parrocchiali sono state attaccate
e incendiate, così come scuole cattoliche. Le forze dell’ordine sono riuscite a
intervenire troppo tardi. Monsignor Ambroise Ouedraogo, vescovo di Maradi,
diocesi di cui fa parte anche Zinder, ci racconta: «Qualche giorno prima degli
eventi, padre Léo (missionario d’Africa, originario della Rdc, da anni nel paese,
ndr) aveva mandato una lettera al prefetto per chiedere protezione.
Erano state mandate due camionette di gendarmi. Ma quando c’è stato l’attacco
nessuno ha fermato gli assalitori. Solo la Guardia nazionale, in seguito, è
intervenuta per fermare i manifestanti quando questi hanno tentato di attaccare
l’altra scuola cattolica. A Niamey sono state bruciate sei chiese su otto, di
cui una inaugurata pochi mesi prima. I preti e le suore hanno abbandonato
Zinder per paura. Andiamo a celebrare la messa ogni due settimane da Maradi
(230 km). Ma la chiesa è stata completamente bruciata, come la scuola e i
locali parrocchiali. La celebrazione si effettua sotto una tettornia».

Secondo un professore dell’Università di Niamey, che ha chiesto di
mantenere l’anonimato: «I partiti politici di opposizione hanno usato il
pretesto di Charlie Hebdo per tentare di destabilizzare il paese e i
cristiani sono stati le vittime innocenti della manovra. Diversi esponenti di
questi partiti sono stati riconosciuti durante le violenze e poi arrestati. Gli
studenti del campus di Niamey hanno testimoniato che elementi dei partiti di
opposizione sono andati dalle associazioni studentesche per convincerle a
partecipare massivamente alle manifestazioni, ma queste si sono rifiutate».
Un’analisi, questa, condivisa anche in ambito ecclesiale. Sta di fatto che
membri di Boko Haram erano infiltrati tra i manifestanti e i metodi usati sono
stati quelli della setta nigeriana.

«È certo – ci dice ancora mons. Ouedraogo – che membri
di Boko Haram sono in mezzo a noi».

Il governo di Issoufou Mahamadou è giunto ormai al suo quinto anno
e, a inizio 2016, si terranno le elezioni. Mahamadou, del partito Pnds (Partito
nigerino per la democrazia e il socialismo), oppositore storico dei regimi
succedutisi a partire dagli anni ’90, è arrivato finalmente al potere grazie
alle elezioni del gennaio 2011, che misero fine a 13 mesi di governo di
transizione della giunta militare (cfr. MC giugno-luglio 2011). È stato come se
i nigerini avessero chiesto una svolta, affidando la guida del paese a chi non
l’aveva mai avuta.

L’anno prossimo Mahamadou potrebbe vedere confermata
questa fiducia, oppure potrebbero tornare alcuni falchi del passato, come il
potente ex primo ministro Hama Amadou. Per questo, la campagna elettorale è, di
fatto, già cominciata e il tema «sicurezza contro il terrorismo» è cruciale.

Il governo ha ingaggiato una guerra a trecentosessanta
gradi contro il terrorismo islamico, sul fronte Sud Est e su quello Nord,
intervenendo con il pugno di ferro. Dopo gli attentati a Bamako (capitale del
Mali, a marzo) e a Ndjamena (capitale del Ciad, giugno e luglio), i servizi
segreti – molto efficienti in Niger – mantengono l’allerta alta. La nostra
fonte universitaria: «Si tratta di una guerra “asimmetrica”, un esercito contro
singoli attentatori incontrollabili che si mischiano alla popolazione. Il
governo ha sensibilizzato la popolazione dicendo che se si osserva qualcuno di
sospetto si deve subito avvisare il capo quartiere. Adesso la gente è più
tranquilla, non c’è la fobia che si è avuta subito dopo gli eventi di gennaio.
Penso che il governo sia stato bravo ad assicurare la sicurezza, in un paese
povero, senza mezzi, stretto tra Libia, Mali e Nigeria».

Ma nell’Est, vicino alla frontiera con lo stato nigeriano di Boo,
gruppi di Boko Haram attaccano direttamente i villaggi. È della notte tra il 17
e 18 giugno uno dei peggiori massacri, compiuto nei villaggi Lamana, Boulamare
e Goumao, a circa 50 km da Diffa. Trentotto civili uccisi, di cui 10 bambini,
tre feriti, un centinaio di case bruciate, così come i granai e alcune auto. Un
attacco peggiore era avvenuto solo sull’isola Karamga nel lago Ciad, ad aprile,
con 74 morti tra civili e militari. Gli attacchi sulle isole hanno anche creato
oltre 30.000 sfollati interni, sempre all’estremo Est del paese.

Ci confida una personalità vicina al primo ministro: «Molti
membri di Boko Haram che agiscono sulla frontiera sono ormai nigerini, non
nigeriani. Molti nostri giovani hanno ingrossato le fila dei miliziani. Li
conosciamo e la gente del posto sa chi sono».

Intanto si osservano evidenti cambiamenti nella società nigerina.
Secondo monsignor Ouedraogo «assistiamo a una certa radicalizzazione islamica,
che avviene poco a poco. Ad esempio nel 2001 erano ancora molte le donne che
non portavano il velo. Oggi sono tutte velate». Secondo il professore
universitario «si assiste a una “islamizzazione” piuttosto che a una
radicalizzazione. La gente è più islamizzata a causa della povertà crescente.
Non è tanto dovuto al fatto che abbiano paura dei gruppi radicali. Quella è
stata palpabile dopo gli avvenimenti del 16 e 17 gennaio e l’entrata di Boko
Haram in Niger a febbraio».

E mentre il governo impone regole più stringenti sulle
prediche nelle moschee, in particolare quelle, sempre più diffuse, realizzate
da imam mediorientali, la chiesa cattolica incontra i leader islamici grazie
alla Commissione per il dialogo interreligioso, che ha lo scopo di
sensibilizzare e promuovere dialogo e tolleranza.

Marco Bello

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Marco Bello




Cari Missionari

Volontariato

Carissimi,
ho appena finito di leggere l’interessante, e in gran parte condivisibile,
esperienza del volontario Alberto Zorloni (MC 8-9/2015 p. 51). Non ho letto il
libro, ma quanto scrive Marco Bello, per me, è più che sufficiente, chiaro e
circostanziato sulla vita di Alberto.

Sono un professore universitario di lingua araba, in
pensione, appena rientrato dalla Guinea (grazie a Dio senza ebola!) completando
così i miei primi 13 anni di volontariato. I primi 5 anni in Medio Oriente,
precisamente la Palestina, dove ho potuto dare sfogo e sfoggio della lingua
locale e ricevere i migliori apprezzamenti e incredulità di fronte alla mia
ottima loquacità. Quindi sono approdato in Africa, passando in vari paesi:
Egitto, Darfour, Sudan, Burundi, Sud Sudan, e ora, per la terza volta, in
Guinea: canto ogni giorno «misericordias Domini in aeteum cantabo». Vi scrivo
per complimentarmi dell’esperienza di Alberto e volevo non solo abbracciarlo
ma, soprattutto, incoraggiarlo a continuare nel testimoniare quei valori di «ieri»
che saranno la sua corona e il suo trofeo, non da parte di qualche Ong, ma dei
bambini, delle persone, dei bisognosi che avrà incontrato. Dico spesso anch’io:
«Gli occhi dei bambini africani mi giudicheranno». La mia attività è stata ed è
nel campo educativo-scolastico e ne vale veramente la pena: ciò che ho e ricevo
è molto di più di quanto cerco di dare. Quindi, bravissimo

Alberto e sempre alla grande: questa è una grande sfida e
dobbiamo fare di tutto per lasciare questo bel mondo un po’ migliore di come
l’abbiamo ricevuto.

Un abbraccio,

Gianni
Foccoli
12/08/2015

Coi soldi dei
poveri?

Caro padre Gigi,

lei non può ricordarsi di me, ma io mi ricordo molto bene
di lei perché l’ho incontrata durante il mio primo viaggio in Kenya nel 1991,
quando lei era missionario a Maralal. Sono tornata laggiù altre volte negli
anni per accompagnare mio marito che aiutava i missionari come falegname e
fabbro. In particolare nel 1998 eravamo a Karaba, dal caro amico padre Alex
Moreschi (1944-2011), quando abbiamo avuto l’onore di conoscere e pranzare con
il vescovo John Njue (allora primo vescovo di Embu) in occasione di una grande
festa della chiesa locale. Oggi però non lo considero più un onore, alla luce
delle notizie da me apprese da fonti sicure: lussuosi palazzi a uso ufficio ed
affitto per le banche, e il progetto di un parcheggio multipiano, il tutto
costruito con le offerte raccolte tra la gente delle parrocchie di Nairobi.

La Chiesa permette ai suoi pastori di ripetere i grandi
errori della sua storia? Almeno nel Medioevo era stata costruita la basilica di
San Pietro con i soldi della povera gente… L’arcivescovo di Nairobi non vede
più gli occhi degli street boys perché forse la sua automobile ha i
vetri oscurati? Vorrei fargli arrivare il messaggio che sono sicura che sono
altre le opere di cui necessitano i suoi fratelli e sorelle kenioti: mi vengono
in mente promozione sociale e umana, tutela dell’infanzia, formazione ad un
mestiere onesto, come ci hanno indicato i miei compaesani padre Allamano e don
Bosco.

Grazie e cordiali saluti,

Caterina
S.
22/07/2015

Gentile
Caterina,
conosco il progetto a cui lei si riferisce: riguarda un’area proprio nel centro
di Nairobi, dietro alla cattedrale. Quando ho lasciato il Kenya a metà del 2009
non era ancora stato realizzato, ma era in discussione ormai da molti anni. Per
questo posso precisare i seguenti punti.

1. Il
progetto, chiamato «Cardinal Otunga plaza»,
è un edificio di nove piani con l’interrato. Sei piani sono di uffici da
affittare, mentre gli ultimi tre sono riservati per le attività della diocesi. È
costato cinque milioni di euro ed è stato inaugurato il 23 agosto 2013. Ma tale
costruzione non è frutto della fantasia del card. Njue. Quando lui è diventato
arcivescovo di Nairobi, nel 2007, il progetto era già in stato molto avanzato,
approvato dall’arcivescovo precedente, dal Consiglio economico e dal Consiglio
presbiterale dell’arcidiocesi e dalle autorità civili competenti.

2.
All’origine del progetto
c’è il desiderio della Chiesa di Nairobi di rendersi indipendente dalle
donazioni fatte dalle Chiese sorelle d’Europa e d’America, e dai sussidi di
Propaganda Fide. Essendo chiaro che le offerte dei fedeli non sono sufficienti
per le spese che una diocesi in continua crescita deve affrontare (seminario,
sacerdoti, uffici, nuove parrocchie – ce ne vorrebbero subito almeno 40 nuove
di zecca: terreno, chiesa e strutture parrocchiali) e che non si può contare in
eterno sulle donazioni dall’estero (in diminuzione, anche per la crisi
economica generalizzata), la Chiesa del Kenya ha lanciato una politica per «contare
sulle proprie forze» (self-reliance) e «auto sostenersi» (self-supporting).

3. Per quanto il progetto sia discutibile, l’idea è
valida, anche se il vecchio giardino dietro alla cattedrale era più romantico.
Una volta pagati i debiti, sarà un investimento sicuro, pulito e duraturo, pur
rimanendo sempre un fattore di rischio: l’uomo. Infatti quando ci sono di mezzo
molti soldi, anche dei buoni cattolici possono essere tentati dalla corruzione.
Forse per questo hanno dedicato la «plaza» (un nome che ben si associa con «affari»)
al card. Otunga (1923-2003) che era invece un uomo molto sobrio e staccato dai
soldi, un santo.

4. Il card.
John Njue rimane
sempre lo stesso: guida personalmente la sua auto, che non ha i vetri oscurati,
ed è sempre molto attento alle necessità dei suoi fedeli, sapendo bene che solo
un milione degli abitanti di Nairobi è benestante o davvero ricco, mentre gli
altri quattro (o più) milioni vivono sotto il livello di povertà.

5. Il
parcheggio multipiano. Non ho
informazioni in merito, ma tenendo conto del traffico ipercongestionato di
Nairobi e della cronica mancanza di parcheggi nel centro storico della città
dove si trova la cattedrale, ritengo che anche questo potrebbe essere un
investimento intelligente. A mio parere la questione dovrebbe essere vista come
un fatto positivo, perché segna un’inversione di tendenza: invece di continuare
a elemosinare aiuti dalle Chiese sorelle, la Chiesa d’Africa sta cominciando a
valorizzare le risorse locali per rispondere ai suoi crescenti bisogni.

Dio cerca l’Uomo

Cari, anzi,
carissimi missionari,
prima di tutto grazie di seguitare a mandarmi la vostra rivista… ho ormai
compiuto 90 anni, ma non ho mai finora trovato stampa che chiamasse pane al
pane e vino al vino senza paure né timidezze, svelando le occulte (ma non
tanto) violenze dei potentati.

Però ogni qual volta finisco di leggere sono impaurita
del potere demoniaco che sta stravolgendo la vita dei terrestri,
sottomettendoli al predominio del potere e dell’avere.

Certo, Cristo, e il suo popolo, cioè il corpo mistico,
seguiteranno a essere perseguitati fino alla fine del mondo. E questo mi
spaventa.

Perché vi scrivo? Sì, sono forse presuntuosa e un po’
sfacciata. Ma voglio dirvi una cosa che mi pare assai importante. L’apertura
agli altri – anche alle altre religioni – mi fu insegnata fin dai 18 anni. Mi
fu insegnato che tutti gli onesti davanti a Dio, appartengono al Logos, sono il
Suo corpo mistico – anche se non lo sanno. Ma mi fu pure insegnato, che non
tutte le religioni sono pari, come sembra indicare un certo sincretismo
religioso che si va diffondendo a macchia d’olio.

Mi fu insegnata una verità senza la quale non so davvero
se avrei potuto appartenere a una Chiesa che, allora, predicava più che altro
un perbenismo molto borghese e ipocrita, chiusa nelle forme esteriori, senza
vita spirituale. La verità è che il Cristianesimo non è una religione, (ma) è
una rivelazione!

Fin da quando Abramo parte da Ur, è Dio che lo muove, e
attraverso i secoli parla per mezzo dei profeti al popolo «di dura cervice»,
sempre disposto all’idolatria, correggendolo e sostenendolo perché «i tempi
sono maturi». Allora Dio si fa addirittura uomo.

È forse questa verità che fa paura alla gente?

Anche sfrondando tutte le sovrastrutture – liturgiche e
filosofiche –, la base è questa. Non è l’uomo che cerca Dio, ma Dio che si
rivela all’uomo. E se Gesù non fosse risorto, dimostrando di non essere un
invasato, e se chi lo ha visto risorto (dichiarando di aver faticato a crederlo
risorto) non avesse preferito morire che negare la verità, saremmo stolti a
esser cristiani.

Dio seguita a cercare l’uomo. Ma l’uomo è assente e
sordo. E specie ora che l’uomo si sente molto «evoluto», fa fatica a credere al
Risorto.

Sbattiamo continuamente in faccia la verità incredibile.Scusatemi, ma mi vedo intorno tanta nebbia. Fate chiaro
voi! A tutti!

Pina
Tiezzi Moscaldi
Asciano (Si), 01/08/2015

Padre Tarcisio

Vi sono grato per aver ricordato il fante, il semplice,
il piccolo grande Tarcisio (Crestani). L’ho incontrato nella missione di Mater
Dei
a Kimbondo, Kinshasa, dieci anni fa. Mi ha dato molte chiavi per
conoscere la Rdc. L’avevo conosciuto a Torino nei primi anni Settanta e poi più
nessuna sua notizia. Quando glielo dissi mi rispose: «Caro mio, sono stato
dimenticato, da 30 anni nessuno mi ha mai cercato, non sono nessuno».

E invece quanto conta essere semplice (la sua camera
aveva solo l’essenziale) per essere in sintonia con le persone che incontri.
Grazie Tarcisio

Maurizio
M.
02/08/2015

Scusate se mi permetto un piccolo ricordo. Padre Tarcisio
lo conoscevo, o meglio l’ho conosciuto, quando avevo tre anni (34 anni fa).
Allora gli ho regalato il fiocco rosa che era stato appeso alla porta della
nostra casa perché era appena nata la mia sorellina. Mi avevano detto che stava
partendo per l’Africa, così poteva portarlo a quei bambini là, che non ce
l’avevano.

Di
lui mi ricordo un enorme barbone nero e crespo, così lungo che mentre mi
spingeva con il triciclo mi faceva il solletico! Forse anche lui si ricorda di me, da lassù, e sorride insieme
a zio Benedetto (Bellesi) di quel lontano episodio.

Alice
Bellesi
18/08/2015

Svenditore di
Cristo

Al signor (o padre) Gigi Anataloni,
sostenitore dei negatori di Cristo (musulmani).

Sono il marito di una vostra lettrice e ho letto con vivo
rincrescimento e sgomento il suo editoriale su Missioni Consolata del
luglio u.s. Rilevo che anche lei fa parte di quei cristiani che sono pronti a
svendere Cristo e il cristianesimo purché si dica di loro che sono a posto e
accoglienti, cioè buoni e considerati tali dalla maggioranza dominante
cattocomunista e massonica.

Vorrei portare alla sua attenzione le parole
dell’apostolo Giovanni nelle sue lettere: «Chi è menzognero se non colui che
nega che Gesù è il Cristo? (musulmani). L’Anticristo è colui che nega il Padre
e il Cristo» (1Gv 2, 22). E ancora: «Se qualcuno viene a voi e non porta questo
insegnamento (di Cristo) non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo
saluta partecipa alle sue opere perverse» (2Gv 10-11).

Non ho bisogno di aggiungere altro alle sante parole;
soltanto la diffido dal mandare ancora al mio domicilio la sua rivista, né
ricevere alcuna risposta.

Lettera
firmata
07/08/2015

In
quasi quarant’anni di servizio missionario nella stampa me ne sono sentite dire
molte, ma mai di essere uno che svende Cristo. A «cattocomunista» mi ero
abituato, ma questa mi mancava. Comunque non è niente in confronto a quanto si
stanno sentendo dire i vescovi italiani, con mons. Galantino in testa, e
soprattutto a quanto viene vomitato sul nostro amato papa Francesco.

Venezuela Pro e
Contro

Egregio Direttore, ho letto con attenzione gli articoli
dedicati al Venezuela nel numero di agosto-settembre. Sono stupefatto della
superficialità con cui si descrive la Venezuela di oggi, e delle affermazioni
dei due personaggi intervistati. Ma questo è il tipico modo di operare del sig.
Moiola: non dare mai numeri o cifre a supporto di una tesi.

La Venezuela di oggi, e la conosco bene, è un paese con
una democrazia al limite della dittatura, perché il governo ha in mano tutte le
leve del potere e di tutti gli organismi di contrappeso. Il che permette a
Maduro di dire che il sig. Lopez, che è in carcere in attesa di giudizio, è un
assassino e va condannato. Questo è qualcosa di impensabile in qualsiasi paese
democratico. La situazione economica è disastrosa perché gli ammanicati al
potere hanno fatto sparire negli ultimi 15 anni qualcosa come 250 miliardi di
dollari (è un dato ormai accettato da tutti). Il regime attuale in Venezuela
assomiglia molto al fascismo. Il sig. Moiola dovrebbe riportare non solo
interviste di compiacenti al governo, ma anche i dati economici del paese.

Mi dispiace che una rivista del calibro di Missioni
Consolata cada nel racconto della verità.
Distinti Saluti

Alvise
Moschen
04/08/2015

Salve! Conosco e apprezzo il lavoro dei missionari e
delle missionarie della Consolata in vari paesi. Ora ho avuto modo di
apprezzare anche il lavoro della rivista (che comincerò a seguire); grazie ai
servizi di Paolo Moiola sul Venezuela. Danno voce a persone che in Venezuela
vivono, e che presentano un quadro ben diverso da quello offerto dalla
dittatura mediatica internazionale e italiana, la stessa che aiuta guerre
devastanti (in Medioriente e Africa) con la disinformazione. Cordiali saluti

Marinella
Correggia
Torri in Sabina (Ri), 18/08/2015

Due
opinioni opposte sullo stesso articolo, riflesso della difficoltà che si
incontra a voler conoscere la verità e scrivere su situazioni complesse e
polarizzate come quella del Venezuela e di altri paesi.
È un dato di fatto che gran parte dell’informazione che arriva sui nostri
quotidiani o sui nostri notiziari televisivi è controllata da poche agenzie
fortemente interconnesse con gli interessi europei e nordamericani. Pochi
giornali o televisioni possono permettersi oggi di avere propri corrispondenti
in loco.

Noi
non abbiamo la pretesa di fare concorrenza ai grandi network, non è il nostro
scopo. Ma siamo liberi da influenze politiche o economiche, e abbiamo un
vantaggio: la libertà di contattare testimoni sul posto, possibilmente
testimoni fuori dal coro, che non cantino lo stesso spartito di tutti gli
altri. Al lettore la valutazione e il confronto.

Circa il nostro
giornalista, non è vero che sia tipico suo «non dare mai numeri o cifre a
supporto di una tesi». Paolo è un professionista serio e preciso e basta una
rapida scorsa ai suoi articoli pieni di box, cartine e tabelle per avere la
conferma della sua accuratezza, a volte
persino pignola. La stessa professionalità l’ha posta nello scrivere l’articolo
che il sig. Moschen critica, anche se forse, in questo caso, s’intuisce
simpatia e una severità meno accentuata del solito nel porre domande
alle sue fonti.

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risponde il Direttore




Dalla parte dei Poveri

È il tema che la
Chiesa italiana propone per questo Ottobre missionario come risposta a papa
Francesco il quale ha ricordato ai direttori delle Pontificie Opere Missionarie
che «L’evangelizzazione, che deve raggiungere tutti, è chiamata a partire dagli
ultimi, dai poveri, da quelli che hanno le spalle piagate sotto il peso e la
fatica della vita. […] La Chiesa è il popolo delle beatitudini, la casa dei
poveri, degli afflitti, degli esclusi e dei perseguitati, di coloro che hanno
fame e sete di giustizia. A voi è chiesto di operare affinché le comunità
ecclesiali sappiano accogliere con amore preferenziale i poveri, tenendo le
porte della Chiesa aperte perché tutti vi possano entrare e trovare rifugio» (Ai
direttori delle PP.OO.MM.
, 9 maggio 2014).

Essere dalla parte dei poveri è nel Dna della Chiesa fin dalle sue
origini, anche se spesso uomini di Chiesa hanno tradito questo ideale. È un
impegno che nei secoli ha generato miriadi di attività e per il quale centinaia
e centinaia di santi hanno dato la vita, non ultima la nostra beata Irene. Ma
dove c’è «il grano» trovi sempre anche «la zizzania». Già san Giacomo se la
prendeva con i cristiani che davano i primi posti ai ricchi impomatati e
cacciavano in un angolo i poveri puzzolenti (Gc 2,1-4). E se fosse tra noi
oggi, cosa direbbe a noi cristiani del «bel paese»?

Nella nostra bella Italia ci sono due facce della stessa medaglia: da
una parte una generosità incredibile ed eroica, dall’altra una durezza di cuore
da vergognarsi. L’Italia che amo ha un cuore grande che batte in milioni di
volontari, negli angeli del fango, in chi è impegnato in migliaia di onlus, in
chi sostiene l’adozione a distanza, nei gruppi missionari, nei benefattori e
amici di missionari e volontari, nei laici impegnati, in chi lotta per la pace
e la giustizia e sfida la mafia e la camorra, in chi accoglie rifugiati,
fuggitivi e migranti senza se e senza ma… L’altra faccia ha il volto dello
sfruttamento della prostituzione dove mafia e camorra e cartelli di trafficanti
di uomini prosperano al servizio dei gusti perversi di clienti insospettabili;
delle industrie agroalimentari a caccia di tutto quello che costa meno anche
sapendo di sfruttare migliaia di lavoratori schiavizzati da caporalati
criminali e mafiosi; dei politici che cavalcano e alimentano le paure della
gente con l’occhio ai sondaggi e poi non fanno il loro dovere al servizio del
bene comune persi come sono nelle loro diatribe, ripicche, ricatti; dei giornalisti
che provano un godimento morboso nello scrivere di «invasioni, masse,
conquiste, furti, violenze, contagi e contaminazioni», dimenticando che paesi
molto più poveri del nostro hanno accolto centinaia di migliaia di fuggitivi,
rifugiati e migranti senza fare tutte le storie che facciamo noi che pure
abbiamo tantissimi alloggi sfitti, interi paesi disabitati e abbandonati e un
gran numero di posti lavoro nell’agricoltura, nei servizi e nell’artigianato
rifiutati dai più; dei super cristiani che nella difesa della purezza della
religione vogliono insegnare il mestiere al papa che si permette di mettere in
discussione il loro perbenismo affumicato d’incenso ed esteriorità.

I lettori di
questa rivista senza pretese sanno bene che stare dalla parte dei poveri fa
bene allo spirito e alla società, e non amano gli slogan, il vociare per
sentirsi e farsi sentire. Essere amici dei missionari significa condividee la
scelta preferenziale per i poveri ovunque essi siano. E non solo con un aiuto
economico, ma soprattutto con uno stile di vita che parte dal cuore. Solo
qualche settimana fa, era il 30 agosto, il Vangelo ci ha ricordato che
l’inquinamento delle persone viene dal di dentro. Gesù ha elencato 12 fattori
di inquinamento, tra cui avidità, inganno, malvagità e superbia. L’avidità, che
san Paolo definisce come idolatria, fa perdere il baricentro: non si pensa più
secondo il progetto d’amore di Dio, ma si diventa schiavi del denaro, del
potere, delle cose, del proprio piccolo mondo. Guai a chi lo tocca. La malvagità
ha molte forme, una è particolarmente pericolosa: il godimento nel diffondere
informazioni sbagliate e diffamanti sugli altri. La superbia o arroganza mette
il «sé» al centro e rifiuta ogni confronto e dialogo. L’inganno, tra le sue
molte facce, fa passare per vero quello che è spudoratamente falso.

Bisogna reagire a questo inquinamento, che è come una polvere sottile
che ci penetra e ci corrompe. La cura è quella indicata dal papa: rimanere
accoglienti verso i poveri, i migranti, i rifugiati, i disperati, i senza
lavoro, chiunque sia nel bisogno, senza distinguo. Stare dalla parte dei poveri
ci aiuta a rimanere umani, a mantenere il cuore limpido, ad avere le mani
libere per accogliere, abbracciare, accarezzare, consolare, aiutare e ricevere.

Stare dalla parte dei poveri fa bene a noi, fa bene alla Chiesa, fa
bene alla società.

Gigi Anataloni




L’Angelo dei Carriers /4

Ultima puntata della vita a fumetti della Beata Irene Stefani, Nyaatha per la gente dell’altipiano centrale del Kenya.
Una vita spesa per amore, fino alla donazione totale di sé.







SULLA TOMBA DI UNA SUORA
4.000 battesimi – Vittima volontaria
da Missioni Consolata, aprile 1931
Abbiamo annunziato, nel numero di gennaio u. s. (1931), la morte della rev. suor Irene, Missionaria della Consolata al Kenya. Ora la Superiora di quelle Suore comunica alla Madre Generale di Torino le seguenti notizie sulla dolorosa perdita, notizie che crediamo bene di pubblicare perché siamo certi che faranno del bene ai nostri cari lettori.

Ven.ma Madre Generale,
Venerdì, 31 ottobre 1930, serenamente spirava nel bacio del Signore la nostra carissima Sr. Irene, dopo breve malattia. Si può dire senz’ombra d’esagerazione, ch’era una santa. Nel suo apostolato di ben 16 anni, ci fu sempre di edificazione sia come religiosa perfetta in tutte le virtù, sia come missionaria instancabile. I battesimi da lei amministrati in articulo mortis raggiungono i quattro mila, e Dio sa le fatiche, gli sforzi eroici per convertire le anime… I neri stessi, in questa ultima sua malattia, dicevano: «Mware Irene ci ha sempre tanto beneficati ed è per questo che sì è ammalata…». Infatti cadde sulla breccia.
Il 20 ottobre, festa di Santa Irene, sua patrona, era andata in visita ai villaggi indigeni per il catechismo, e s’incontrò in un vecchio, ammalato di peste polmonare abbastanza gravemente. Cercò allora di fargli un po’ di istruzione religiosa, ma l’infermo non ne volle sapere ed ella dovette lasciarlo. Cammin facendo, seppe di un’altra ammalata, pure colpita da peste polmonare. Senza indugio si recò presso di lei ed ebbe la consolazione di poterla battezzare. Dopo una giornata così piena e faticosa, ritoò alla Missione, ma, appena giuntavi, venne a sapere che il vecchio ostinato del mattino, si era aggravato assai e difficilmente avrebbe passato la notte. Suor Irene, non badando a stanchezza, accompagnata da un bravo catechista, ritoò dal poverino. Nella lurida capanna, al bagliore del focherello che scoppiettava vicino al moribondo, si fermò per ben tre ore, dopo le quali il trionfo su quell’anima era compiuto. Il vecchio accettava il battesimo e, al mattino seguente, l’anima di lui volava in seno a Dio.
Uscita dalla calda capanna, al fresco della notte, la sorella sentì un’impressione strana… ma, benché molto tardi, se ne toò a casa tutta felice per la grande vittoria riportata sul demonio.
Intanto, da quel giorno, la sua robusta salute fu scossa. Tuttavia ella proseguì nel suo pesante lavoro ed ancora dal mercoledì al giovedì 23 ottobre, passò parecchie ore accanto ad un altro infermo. Giunta a casa, ancora digiuna, alle 10 del mattino, essendosi il rev. padre assentato perché chiamato d’urgenza, attese e si comunicò alle 11,30.
La cara Sorella si consumava per lo zelo della gloria del Signore. Lavorò sino alla domenica 26, e poi la fibra cedette. Dopo la s. Messa si mise a letto con febbre a 40°. Al lunedì accorrevo presso l’inferma, ed al martedì, visto il caso abba­stanza grave e la febbre persistente, feci chiamare il dottore di Nyeri, il quale dichiarò la malattia polmonite lobare che, salvo complicazioni, non presentava pericoli…
«La morte è eco della vita», aveva scritto un giorno Suor Irene. Potrei scrivere molte pagine se volessi riferire quanto ci fu di edificazione in quest’ultima malattia. Era assetata di bene, viveva di abnegazione e di sacrificio, e nel delirio che le sopravvenne in ultimo spiegava il catechismo, parlava di Dio alle anime.
Al giovedì il male si aggravò tanto, che alle tre di notte si dovette amministrarle la Estrema Unzione, e poi per l’ultima volta ricevette il suo Gesù, che aveva sempre fe­delmente servito. Al venerdì sera, alle 10 e mezza, serenamente e placidamente lasciava questa valle di lagrime…
Fra moltissimi altri si ricorda il seguente mirabile atto di coraggio e di zelo compiuto da Suor Irene durante la guerra mondiale. Suor Irene da parecchio tempo stava preparando al battesimo un povero portatore indigeno gravemente ammalato in un ospedaletto da campo a Kilwa, nel Tanganyka. Un mattino non trovò più il suo ammalato, e, domandate informazioni, seppe che essendo morto nella notte, era stato portato con una cinquantina di altri cadaveri sulla spiaggia del mare, per risparmiare il disturbo della fossa e della sepoltura. La Suora provò un indicibile dolore, ma non volle credere che il Signore avesse lasciato sfuggire un’anima ormai così ben preparata al battesimo, e corse sulla spiaggia del mare per cercare quel poveretto nel mucchio terrificante di cadaveri. Non avendolo trovato alla superficie, con un coraggio sovrumano rimuove ad uno ad uno quei cadaveri, finché rinviene il suo catecumeno, lo estrae dolcemente, lo adagia sulla sabbia, ascolta il polso ed i respiro… Miracolo della carità! Il creduto morto era ancora vivo… Alle grida di aiuto accorrono alcuni infermieri indigeni, che riportano il moribondo all’ospedaletto, ove per mezzo di forti eccitanti vien fatto rinvenire ai sensi. Poté così ricevere il santo battesimo e meno di un’ora dopo se ne va in Paradiso.
Madre veneratissima, abbiamo perduto un tesoro, ma abbiamo acquistato una protettrice in cielo. Quindici giorni prima di morire, stimandosi – come ella diceva – inutile e buona a nulla, anzi solo capace a guastare le cose, aveva chiesto, per essere utile, di offrire la sua vita per il bene dell’Istituto. L’olocausto fu accettato e proprio due venerdì dopo, la vittima volava al Creatore.
I funerali furono un trionfo. Per desiderio comune venne tumulata a Nyeri, ed attorno alla salma fu un succedersi continuo di visitatori. I neri tutti vollero accostarsi alla loro «Mware Irene» che tanto li aveva amati e copiose lagrime scendevano dai loro occhi. Numerosissimi intervennero alla sepoltura ed ora la sua tomba è divenuta mèta di frequenti visite, godendo essi di inginocchiarsi presso la tomba della loro mware per contarle ancora le loro giornie e i loro dolori…

Suor Ferdinanda, M.C.

a cura di Gigi Anataloni




Di Rom e Sinti, fatti e pregiudizi

Libri per aprire gli occhi e il cuore.

Leonardo Piasere, Scenari
dell’antiziganismo. Tra Europa e Italia, tra antropologia e
politica, Seid editori, Firenze 2012, Euro 13,00.

Rom: Odio razziale e democrazia

La
storia dell’esclusione sociale, quando non della persecuzione o dei tentativi
di sterminio, delle popolazioni «zingare» in Europa e in Italia è lunga. Anche
nei momenti in cui si è cercato di accoglierle è capitato di ghettizzarle. E
anche oggi, tra razzisti e «buonisti», per troppi Rom non è semplice vivere
dignitosamente.

«Viviamo in un momento di grave
crisi economica e politica: l’Europa è in pericolo; gli stati […] decidono che
la colpa è tutta degli zingari […]. All’unisono, tutti […] cacciano gli zingari
che vivono entro i loro confini. Invece di cambiare continente, gli zingari
decidono di radunarsi tutti in un’unica regione, facendosi a loro volta largo a
spallate, cacciando i non zingari locali e costruendosi […] uno stato zingaro!
A quel punto i rom come minoranza scompaiono di colpo! Non solo non sono una
minoranza, ma sono una maggioranza importante: si trovano al dodicesimo posto,
sui quarantasette stati del Consiglio d’Europa, per numero di abitanti (più di
11 milioni di persone, ndr). […] Rom è uno degli stati più popolosi
d’Europa, posizionato subito dopo la Romania e l’Olanda, ma prima di ben
trentasei altri stati, più popoloso di Portogallo, Grecia, Ungheria e così via!».

Se un lettore interessato al tema «Rom»
volesse trovare delle risposte chiare, semplici, lineari, ai quesiti che esso
ci pone, non dovrebbe leggere il libro di Leonardo Piasere. Dovrebbe leggerlo
invece chi volesse lasciarsi interpellare: come mostra l’iperbolico brano
riportato sopra nel quale l’autore usa alcune certezze (ad esempio che i Rom
sono una minoranza, la quale, secondo certe parole d’ordine, «assedia le nostre
città») per capovolgerle e quindi spiazzarle. Nella lettura del volume non si
troverebbero confermati né i razzisti (tra cui, più per calcolo opportunistico
che altro, alcuni esponenti e gruppi politici) che vorrebbero far sparire dalla
faccia della terra un intero popolo, né quelli che dai razzisti vengono, a
volte giustamente, chiamati «buonisti». Le generalizzazioni criminalizzanti così
come quelle «romantiche», allontanano dalla realtà e dalle concrete
vicissitudini di persone che cercano, come tutte, di vivere dignitosamente e
che a volte si trovano segregate sia a causa delle prime che delle seconde.
Quando il testo di Piasere cita le semplificazioni operate quotidianamente dal
discorso pubblico (e privato) nei confronti dei «Rom», lo fa per mostrae la
falsità.

Uno
dei pregi di Scenari dell’antiziganismo, è quello di argomentare e
dimostrare un’ovvietà: i Rom sono molti, e vivono in molti modi differenti.
Impossibile ridurre allo stereotipo del «ladro», del delinquente per cultura o
per genetica, della «zingara rapitrice» che «ruba» i bambini, e così via, un
popolo complesso, disperso in decine di paesi, principalmente europei ma non
solo, in decine di gruppi, con differenti credi religiosi e convinzioni
politiche, e con differenti livelli di «integrazione», a volte di «assimilazione»,
allo stile di vita dei non rom.

Forse per disattendere le
aspettative del lettore, Piasere, antropologo tra i maggiori conoscitori del
mondo «zingaro» italiano ed europeo, docente di antropologia, etnografia,
epistemologia ed ermeneutica etnografica all’università degli studi di Verona,
non apre il suo volume con la definizione di cosa sia l’antiziganismo
annunciato dal titolo, ma con l’invito, rivolto al lettore, a «non dare per
scontate» le proprie conoscenze, e nemmeno i propri criteri di comprensione del
mondo, problematizzando alcuni concetti di uso comune: cosa sono i confini
(delle nazioni, ma anche di altro tipo)? Cosa sono i contenitori, gli insiemi e
sottorninsiemi in cui siamo abituati a categorizzare la realtà che ci circonda
allo scopo di comprenderla (e di sentirci meno insicuri)? Cosa sono le culture?

La
definizione, molto poco definita, di cosa sia l’antiziganismo arriva solo al
decimo e ultimo capitolo, quando il lettore è oramai passato attraverso 160
pagine che parlano di cosa siano i nomadi – smentendo sia la convinzione
diffusa tra molti che tutti i Rom lo siano, sia la convinzione diffusa
tra altri che nessuno lo sia e che tutti lo siano stati solo per
costrizione -, di cosa siano i campi nomadi, delle due filosofie che
sottostanno ai differenti modi in cui i Rom vengono trattati, quella del
riconoscimento che tiene conto solo della cultura (i Rom sono differenti perché
Rom, e vanno trattati come differenti), e quella della redistribuzione che
tiene conto solo della dimensione socio-economica (i Rom sono differenti solo
per contingenze storiche ed economiche e vanno trattati a prescindere da
qualsiasi altra dimensione). Particolarmente interessante, a nostro avviso, il
capitolo ottavo, intitolato Flussi di bambini, nel quale si affronta la
questione dei «ladri di minori» portando alla luce la realtà inquietante –
opposta a quella narrata dalle leggende metropolitane – di uno strisciante «genocidio»
culturale perpetrato nei confronti dei Rom: se una ricerca porta alla luce che
tra il 1986 e il 2007 nessun Rom è stato dimostrato essere colpevole di
rapimento, un’altra ricerca parallela ha fatto emergere che i bambini rom hanno
una probabilità di essere sottratti alle loro famiglie biologiche per venire
dati in adozione di 17 volte superiore rispetto al resto della popolazione.

L’antiziganismo
è, secondo Leonardo Piasere, uno dei pilastri su cui è fondato l’ordine
democratico attuale. Superare l’odio antizingaro significherebbe approdare a
una nuova fase, più matura e inedita, di democrazia, ed è ciò che l’autore si
augura.

Luca Lorusso
Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato

Libro di Carla Osella, Tau editrice,
Todi (Pg) 2013, Euro 15,00.

Un viaggio a più riprese nei luoghi dello
sterminio nazista per raccogliere documentazione e testimonianze sui Rom e
Sinti uccisi o inteati nei campi di concentramento.

Carla Osella, fondatrice e presidente dell’Aizo
(Associazione Zingari Italiani Oggi), sociologa e pedagogista, da oltre 40 anni
al fianco delle comunità sinte e rom, racconta il suo itinerario europeo alla
ricerca di una memoria diretta del massacro della Seconda Guerra Mondiale.

Il testo si apre con un primo capitolo di inquadramento
storico, utile per comprendere come l’antiziganismo, che ha avuto la sua
massima espressione nel Terzo Reich, e che ancora oggi continua pericolosamente
a serpeggiare nelle democrazie del Vecchio Continente, abbia radici profonde
che affondano nella storia dell’Europa fino al Medio Evo. Dal secondo capitolo
in avanti si snoda il racconto del viaggio che porta l’autrice attraverso i
campi di concentramento e gli altri luoghi in cui morirono milioni di Ebrei,
insieme a centinaia di migliaia di Rom e Sinti, omosessuali, diversamente
abili, testimoni di Geova, oppositori politici. Auschwitz e Treblinka in
Polonia, Lety nella Repubblica Ceca, Dachau in Germania, Westerbork in Olanda,
Natzweiler-Struthof in Francia, Mathausen in Austria, Komarom in Ungheria,
Jasenovac in Croazia, e altri.

L.L.

Silvio Mengotto, Sole di periferia, Paoline, Milano 2014,
Euro 11,00.

Ci sono bambini che dormono sotto i raggi della luna e si svegliano
con il canto degli uccellini nelle orecchie. Sono i bambini che non hanno la
fortuna di avere una casa, fra cui i tanti Rom che vivono nei campi nomadi.

Questo
libro raccoglie le storie e le tradizioni di coloro che abitano nella cintura
periferica di Milano, ma che appartengono alla grande famiglia rom di qualsiasi
altra periferia d’Italia. Sono racconti di coraggio e di ottimismo, nonostante
i protagonisti debbano subire i ripetuti sgomberi, operati dalle forze civili,
senza prospettive di miglioramento, nei quali vedono affondare le loro poche
cose, a volte anche i libri e i quadei che si erano faticosamente
conquistati.

(dal risvolto di copertina)

Gabriele Roccheggiani, Come
spighe tra grano e campo. Lineamenti filosofico-politici della ‘questione Rom’
in Italia
, Aras Edizioni, Fano (PU) 2013, Euro 20,00.

Si tratta di una riflessione
(filosofico-politica) su noi stessi. Sul nostro modo di simbolizzare,
categorizzare e gestire politicamente la presenza secolare di migliaia di
persone (italiane e non) definite ancora oggi “zingari” o “nomadi”. Ciò a
partire da un’analisi documentale critica, attorno ad una domanda che è anche
un dato di fatto storico: perché da decenni la presenza dei “figli del vento”
pone una costante ed irrisolta “questione problematica”, se non un’”urgenza”,
al nostro apparato politico-normativo?

(dalla quarta di copertina)

Alessandro Pistecchia, I Rom di
Romania
, Nuova Cultura, Roma 2010, Euro 12,00

Nella prima parte del volume l’autore analizza l’impatto della
minoranza rom sulle terre romene e le conseguenze della condizione sociale
marginale nei secoli della schiavitù. Nella seconda parte l’autore descrive la
parabola dell’associazionismo interbellico dei Rom romeni e le deportazioni in
Transnistria avviate dal governo Antonescu nei primi anni ’40. Il riconoscimento
ufficiale del genocidio (porrajmos, in lingua romanes) da parte del
governo di Bucarest si è realizzato in via definitiva solo nel 2007.

(dal risvolto di copertina)

Fondazione Romanì Italia, Romanipè 2.0. 99 domande sulla popolazione Romanì,

Futura Edizioni, San Vito al Tagliamento (Pordenone), dicembre 2014, Euro 9,90.

Un popolo poco e mal conosciuto

Rom,
Sinti, nomadi, zingari, camminanti, giostrai: qual è il nome giusto? Perché
emigrano ancora oggi? Sono nomadi per cultura? Perché i bambini rom frequentano
poco o non vanno a scuola? È vero che rapiscono i bambini? 99 cartoncini con
domande e risposte in un piccolo cofanetto curato dalla Fondazione Romanì
Italia allo scopo di «diffondere una diretta conoscenza delle comunità romanès
e della cultura romanì per contribuire ad avviare un diverso dibattito pubblico
con la popolazione romanì e alimentare un profondo e radicato cambiamento nelle
comunità romanès, nell’opinione pubblica e nelle istituzioni».

Se il volume di Piasere ha tra i
suoi scopi quello di mostrare la complessità e una certa irriducibilità delle
popolazioni Rom a schemi semplicistici che portano con sé il rischio delle
generalizzazioni, Romanipè 2.0 si pone come obiettivo proprio quello di
dare delle indicazioni di base semplici e chiare a chiunque non avesse alcuna
conoscenza del mondo rom, allo scopo di offrire una prima, seppur rudimentale,
infarinatura. L’operazione è rischiosa, perché proporre 99 cartoncini con una
domanda e una risposta ciascuno sui Rom, la loro storia, cultura, situazione
sociale, educativa, e sulle prospettive future, non porta certamente con sé la
realtà densa, contraddittoria, sfaccettata che ogni popolo è. Però è
un’operazione importante, soprattutto in una fase storica nella quale il
discorso d’odio nei confronti dei Rom appare completamente sdoganato, anche
nelle reti radiotelevisive e sui periodici locali e nazionali, per non parlare
di post e commenti sui social media.

 

Alla domanda n. 6: «Il paese di origine dei
Rom è la Romania?», la seconda faccia del cartoncino risponde: «I Rom non sono
originari della Romania, anche se molti Rom vivono in Romania […]. L’origine
della popolazione romanì è l’India del Nord, territorio da cui partirono le
comunità romanès circa mille anni fa. Oggi sono presenti in tutto il mondo,
stimate in 12-15 milioni di persone». Alla domanda 23: «Perché le comunità
romanès hanno scelto una “chiusura culturale”?», viene data la seguente
risposta: «I rapporti tra i Rom e la società maggioritaria sono sempre stati
tesi, con punte di ostilità esasperate, e i Rom, al tentativo di assimilazione
hanno risposto con la chiusura e l’autoemarginazione. […]». Alla domanda 39: «È
vero che vivere nei campi nomadi è un elemento della cultura romanì?», la
risposta è: «No, è una grande falsità. In Italia […] più dell’80% dell’intera
popolazione romanì vive in una civile abitazione di proprietà o in affitto. I
campi nomadi sono una scelta di politica abitativa e non un dato della cultura
romanì». Domanda 84: «È vero che le famiglie rom sono favorite
nell’assegnazione delle case popolari?», risposta: «[…] non c’è alcun tipo di
punteggio che premia l’appartenenza alle comunità romanès. Determinate
condizioni di vita di una famiglia, come il basso reddito, figli numerosi, una
condizione abitativa disagiata, ecc., permettono invece di ottenere un buon
punteggio nella graduatoria di assegnazione degli alloggi [a prescindere da
ogni tipo di appartenenza: etnica, politica, religiosa, ecc., ndr.]».

Romanipè 2.0 offre un minimo di
conoscenza semplificata nella speranza di far sorgere il dubbio rispetto alla
narrazione dominante, e di stimolare l’approfondimento.

Luca Lorusso

Luca Lorusso




I Perdenti 7. San Tommaso Moro


Tommaso Moro nacque il 7 febbraio 1477 (o 1478) a Londra da una famiglia benestante, il padre era giudice. In gioventù si dedicò agli studi giuridici, diventando avvocato. Sposatosi nel 1505, ebbe quattro figli. Pur avendo un ruolo istituzionale di rilievo, condusse una vita ascetica in stile francescano. Rimasto vedovo nel 1511, si risposò quasi subito, accogliendo in casa la figlia della nuova sposa e, cosa nuova per quei tempi, volle che le figlie ricevessero la stessa alta educazione dei figli, dando un esempio alle famiglie nobili del tempo.

Nel 1504 entrò alla Camera dei Comuni, ricoprendo incarichi sempre più importanti e diventando sempre più conosciuto per le sue capacità e la sua integrità. Segretario personale e consigliere del re Enrico VIII, seguì il cardinale Thomas Wolsey (1471-1530), dal 1515 Cancelliere del Regno, in diverse missioni diplomatiche in Europa per favorire la pace tra i vicini litigiosi come il re di Francia e l’imperatore di Spagna e Germania e per sostenere il papa alle prese con la nascita e lo sviluppo del protestantesimo luterano. Fu eletto Speaker nel 4° parlamento convocato da Enrico VIII nel 1523. Nel 1529, caduto in disgrazia Wosley, Moro venne nominato Lord Cancelliere del Regno d’Inghilterra. Durante questo periodo usò tutta la sua autorità per fermare la diffusione del protestantesimo luterano. Ma dopo solo tre anni, nel 1532, restituì al re l’incarico e il sigillo di Cancelliere adducendo motivi di salute.

In realtà aveva maturato un insanabile disaccordo con Enrico VIII circa la gestione dell’annullamento del matrimonio con la regina Caterina d’Aragona, per sposare Anna Bolena. Fedele e devoto cattolico, non concordava con le misure che il re andava prendendo per escludere ogni influenza del papa nella vita e organizzazione della Chiesa inglese. Nel 1533 si rifiutò di partecipare all’incoronazione di Anna Bolena come regina d’Inghilterra, facendo aumentare l’ostilità nei suoi confronti. Difesosi con successo da diverse accuse di tradimento e corruzione, il 13 aprile 1535 gli fu richiesto di giurare fedeltà all’Atto di Successione (che riconosceva Anna come legittima regina d’Inghilterra). Si rifiutò però di accettare un secondo documento a esso connesso: l’Atto di Supremazia che nominava il re capo supremo della Chiesa d’Inghilterra disconoscendo il primato del papa su tutta la Chiesa. Quattro giorni dopo fu incarcerato nella Torre di Londra con l’accusa di tradimento. Durante la sua detenzione fu interrogato più volte ma non cedette né alle lusinghe né alle minacce. Il primo giorno di luglio venne condannato a morte per «avere parlato del re in modo malizioso… e diabolico» e il 6 luglio dello stesso anno fu decapitato.

Tommaso, tu sei stato una delle persone più in vista del tuo tempo, noto in tutta Europa sia come statista che come uomo di cultura, polemista e strenuo sostenitore della Chiesa e del Papato. Dal tuo ritratto più famoso sembri anche un tipo arcigno. è proprio così?

Macché. La mia fede mi dava una grande pace e serenità interiore. Ero un uomo dallo spiccato senso dell’humor e non lo perdevo neanche nelle situazioni più scabrose.

Ma l’humor non è una caratteristica di tutti i sudditi di sua maestà?

Magari fosse così! Purtroppo, anche ai miei tempi c’era gente dal brutto carattere, arcigna e irascibile che non sorrideva mai e spesso e volentieri perdeva le staffe.

Ti riferisci forse a Enrico VIII, che quando veniva contraddetto, andava subito in “ebollizione”?

Enrico era un uomo intelligente, ma passionale, impetuoso e impaziente. A lui ho dedicato molto del mio impegno politico, prima come membro del Parlamento inglese, poi come segretario personale del re, vicesceriffo della città di Londra, cancelliere del ducato di Lancaster, Speaker del Parlamento e infine come Gran Cancelliere del Regno, cercando di moderare le sue intemperanze e di aiutarlo a prendere decisioni che fossero per il vero bene del paese.

Prima di addentrarci in quella che è stata la causa della tua condanna, parlarci un po’ di te…

Venni al mondo il 7 febbraio 1477 da una famiglia non nobile della piccola borghesia londinese. A tredici anni fui mandato a fare il paggio di John Morton, cancelliere del Re d’Inghilterra e futuro cardinale. Quindi proseguii i miei studi in campo giuridico, diventando un avvocato. Frequentando l’ambiente universitario ebbi modo di conoscere una delle personalità più in vista dell’Europa del mio tempo: Erasmo da Rotterdam (1466-1536, teologo, umanista e filosofo olandese, ndr).

Fu in quel periodo, in cui eri ritenuto unanimemente una delle menti più brillanti del mondo accademico inglese, che scrivesti L’Utopia, l’opera per la quale ancora oggi sei conosciuto e considerato con rispetto in campo filosofico, oltre politico?

Attraverso il mio romanzo «Utopia» volevo esprimere ciò che era il sogno di tutti gli intellettuali del Rinascimento europeo, descrivendo una società segnata dalla correttezza di relazioni fra le persone che vi abitano, in cui è la cultura a dominare e regolare la vita degli uomini. In un certo qual modo volevo ri-esprimere con un linguaggio adatto ai miei tempi quello che Platone aveva scritto nella sua opera «La Repubblica» in cui parlava esplicitamente di una città ideale. L’ispirazione di quest’opera, molto apprezzata nelle varie università, mi venne lavorando con Erasmo da Rotterdam alla traduzione dal greco al latino di alcuni scritti di Luciano di Samosata (120-190 ca.).

Tra te ed Erasmo nacque anche un rapporto di stima e di affetto reciproco.

Con Erasmo rimasi sempre legato da una profonda amicizia, tant’è vero che in una lettera mi descrisse come un «credente ardentemente ansioso di verace religiosità, agli antipodi di ogni forma di superstizione», e anche quando fui imprigionato le sue lettere furono un fermo incoraggiamento e una profonda consolazione.

Ma oltre a Erasmo anche i tuoi familiari ti furono sempre accanto…

La mia prima moglie Jean Colt mi diede quattro figli: Margaret, Elisabeth, Cecily e John. Purtroppo la mia cara Jean morì a soli 23 anni, io rimasi con quattro bambini da accudire, per questo mi risposai dopo pochi mesi con Alice Middleton, anch’essa vedova che portava con se una figlia grandicella. Le mie spose e i miei figli furono sempre un rifugio caldo e accogliente in ogni stagione della mia vita, in modo particolare quando mi trovai imprigionato nella Torre di Londra.

Nonostante i tuoi molti meriti nell’amministrazione dello stato e nella gestione dei rapporti interazionali del tuo paese, il re entrò in contrasto con te sulla questione dell’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena.

Il fatto che Caterina d’Aragona fosse la zia di Carlo V, re e imperatore di Spagna (sul cui impero «non tramontava mai il sole»), creava già per sé complicazioni interazionali. Però quel matrimonio era stato celebrato rispettando tutte le leggi della Chiesa, con documenti stilati con cura dai più competenti giuristi del tempo. Era quindi valido a tutti gli effetti e pressoché impossibile da sciogliere.

Ma la passione acceca l’animo degli uomini e in questo i re non sono da meno dei comuni mortali…

Vero. Però se la passione aveva la sua parte, la ragione principale era un’altra: il re voleva a tutti i costi un erede maschio, mentre tutti i figli di Caterina erano morti appena dopo il parto e solo Maria (che sarebbe diventata poi regina) era sopravvissuta. Per questo Enrico VIII volle l’annullamento del matrimonio con Caterina per sposare Anna Bolena. Dopo di lei ebbe altre quattro mogli. Delle sei, da due divorziò, una morì nel 1537 dopo il parto dell’unico figlio maschio del re (il futuro Edoardo VI), una gli sopravvisse e due furono decapitate per ordine suo. Una di queste fu proprio Anna Bolena, che pur avendogli dato una figlia – la futura Elisabetta I -, fu accusata di adulterio, incesto e stregoneria, e decapitata il 19 maggio 1536.

Il papa fu irremovibile nel rifiuto dell’annullamento del primo matrimonio e la conseguenza fu che il Regno d’Inghilterra si staccò completamente dalla Chiesa Cattolica.

E pensare che papa Leone X l’11 ottobre 1521 aveva conferito a Enrico VIII, primo monarca europeo a riceverlo, il titolo di Defensor fidei (difensore della fede) come riconoscimento al libro che il re aveva scritto: «Difesa dei sette sacramenti», un’opera a sostegno soprattutto del sacramento del matrimonio e della supremazia del papa. Quell’opera fu vista come un importante attacco contro la nascente Riforma protestante, e specialmente contro le idee di Martin Lutero. A seguito della decisione di Enrico VIII di rompere i rapporti con la Chiesa cattolica e di fondare la Chiesa d’Inghilterra, papa Paolo III revocò il titolo e scomunicò il re.

Come reagisti quando nel 1532, ricattando il clero inglese, Enrico VIII si fece proclamare «unico protettore e capo supremo della Chiesa Anglicana»?

Come laico non ero tenuto a giurare su quel documento, ma, non condividendolo, il giorno dopo restituii al sovrano il sigillo – segno della mia carica di Cancelliere – e mi ritirai a vita privata, preparandomi ad affrontare una dura povertà in quanto perdevo ogni stipendio dalla Corte e ogni altro introito professionale, e non avevo risparmi, avendo dato tutto ai poveri e badato al sostentamento della mia numerosa famiglia.

Con che animo, quando Anna Bolena il 1° giugno del 1533 venne incoronata regina a Westminster, partecipasti alla celebrazione?

Io quel giorno mi astenni dal partecipare alla cerimonia, rimasi a casa con la mia famiglia adducendo motivi di salute. Così facendo mi attirai le ire della nuova regina, la quale, neanche troppo velatamente tramò perché io fossi sempre più emarginato.

Il re non ti diede scampo e ti invitò a prendere una posizione netta e ufficiale sulla questione.

C’erano tre punti che avrei dovuto accettare con un giuramento: che il matrimonio tra Caterina e il re Enrico VIII era nullo e quindi mai esistito; che Anna Bolena era la legittima regina di Inghilterra; e che il re aveva la supremazia sulla Chiesa d’Inghilterra non solo per le materie temporali ma anche quelle spirituali. Riconobbi che il Parlamento aveva il diritto di dichiarare Anna regina di Inghilterra, ma rifiutai categoricamente di accettare come valido l’annullamento del matrimonio con Caterina e soprattutto non feci il giuramento con il quale avrei dovuto riconoscere l’Atto di supremazia del re sul papa anche in materia di religione. Fui l’unico laico in tutta l’Inghilterra a rifiutare tale giuramento. Del clero rifiutarono soltanto il vescovo John Fischer e alcuni monaci certosini, che vennero anch’essi giustiziati.

Possiamo dire che i contrasti che hai avuto con il Re erano dei problemi di coscienza?

Mano a mano che procedeva il dialogo a distanza con il Re e con i suoi funzionari incaricati di convincermi a firmare, mi rendevo sempre più conto che era mio preciso dovere, come credente, rivendicare il primato della coscienza per cui ognuno deve scegliere tra l’osservanza della legge di Dio e quella degli uomini.

Quando fosti interrogato nella Torre di Londra, ti torturarono?

Torture fisiche no, ma ero sempre alla presenza di diverse persone, giudici agguerriti che cercavano in ogni modo di cogliermi in fallo. Nel corso di quattro drammatici interrogatori, tenni testa con pacata fermezza alle minacce e blandizie dei giuristi asserviti al monarca. Ma alla fine fui condannato a morte: «per avere parlato del Re in modo malizioso… e diabolico».

È vero che non perdesti il tuo senso dell’umorismo neanche negli ultimi istanti della tua vita?

Mentre salivo gli scalini che mi portavano al patibolo inciampai e caddi, dissi al boia: «Per favore mi aiuti a salire, a scendere non ce ne sarà più bisogno».

La condanna a morte e l’esecuzione di Tommaso Moro fu recepita come un fatto clamoroso da tutte le Corti europee. La notizia attraversò come un lampo tutto il vecchio Continente e la devozione verso questo integerrimo servitore dello stato e della Chiesa ebbe subito inizio.

Leone XIII lo proclamò Beato nel 1886 e Pio XI lo fece Santo il 19 maggio 1935. Nel 1980 la Chiesa Anglicana d’Inghilterra ha aggiunto Tommaso Moro e l’arcivescovo John Fisher alla lista dei «Martiri ed eroi della Riforma» e ne celebra la festa il 6 luglio. Il 31 ottobre del 2000, Giovanni Paolo II lo ha nominato protettore di tutti i politici e amministratori pubblici. Con la sua vita, e con la sua morte, Tommaso Moro ci ricorda che c’è ancora qualcosa o Qualcuno per cui valga la pena di accettare il martirio. Aveva tratto dalla sua fede e dall’entusiasmo umanistico del suo tempo, il desiderio di essere un vero uomo, totalmente uomo. Ma un giorno comprese che ci sono situazioni in cui un cristiano, proprio per essere pienamente «uomo», deve consegnare a Cristo tutta la sua umanità; situazioni in cui c’è posto solo per questa alternativa: o la disumanità, o l’Umanità del Risorto. O osservare le leggi dello stato o seguire la propria coscienza. La sua scelta è un esempio ancora oggi per tutti coloro che vogliono vivere con coerenza la propria fede.

Don Mario Bandera, Missio Novara

 

Preghiera del buonumore

Dammi o Signore, una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo,
col buonumore necessario per mantenerla.
Dammi o Signore, un’anima santa,
che faccia tesoro
di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del peccato,
ma trovi alla Tua presenza
la via per rimettere di nuovo
le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere
che io mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo invadente
che si chiama «io».
Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo,
concedimi la grazia
di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po’ di gioia
e possa farne parte anche ad altri.

San Tommaso Moro

 

Mario Bandera

 

 




Moringa, l’albero contro la fame

La moringa oleifera è
una pianta nativa dell’Himalaya e diffusa specialmente in India ma molto
presente anche nel resto dell’Asia e in Africa. È oggetto di attenzione
crescente per il suo alto valore nutrizionale. Vi proponiamo un excursus sullo
stato delle conoscenze a proposito di questa pianta e sul ruolo che potrebbe
avere nella lotta alla malnutrizione.

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«Questa pianta potrebbe da sola risolvere metà dei problemi nutrizionali del paese. Anzi, dell’Africa». Non aveva dubbi padre Julius Gichure Mwangi, quando a Cuamba, Mozambico, nel luglio 2014, facendomi visitare il centro nutrizionale gestito dai missionari della Consolata, indicava le piccole tondeggianti foglie verde brillante che tremolavano sui rami di un albero accarezzato dal venticello dell’inverno australe. «Il fatto è che la gente non sempre lo sa: qui nel Niassa, ad esempio, la usano come ultima risorsa, quando non hanno più carne o pesce o altre cose più saporite con cui accompagnare la chima (polenta di manioca o di mais diffusa in tutta l’Africa con diversi nomi che vanno da fufù a ugali a, appunto, chima o shima, ndr). Per questo va benissimo monitorare il peso dei bambini e distribuire cibo, ma altrettanto importante è formare le mamme, informarle su che cosa è meglio che mangino. Contro la malnutrizione hanno un’arma potente che cresce spontaneamente dietro casa e magari nemmeno la conoscono».

Le foglioline verdi, i rami e l’albero a cui sono attaccati vanno sotto il nome botanico di moringa oleifera e mai come negli ultimi anni si è parlato di questa pianta, che è presente sul pianeta in una decina di specie oltre alla oleifera. Sul sito della Fao, che l’ha nominata coltivazione del mese nel settembre 2014, si legge che «la moringa è una coltura importante in India, Etiopia, Filippine e Sudan» e diverse specie della pianta sono coltivate in quasi tutta l’Africa, l’Asia tropicale, l’America Latina, i Caraibi, la Florida e le isole del Pacifico. La moringa oleifera è la specie dal valore economico più elevato. In Africa anglofona è spesso chiamata drumstick tree, «albero delle bacchette da tamburo», per via della forma allungata dei baccelli che ne contengono i semi, mentre in Asia è nota come malunggay.

Ma vediamo nel dettaglio quello che sappiamo per certo e quello che ancora è da verificare circa i benefici di questa pianta.

Che cosa sappiamo sulla moringa

Andreas Ebert del World Vegetable Center, citato dalla rivista Nature, sostiene che la moringa è una delle piante più salutari, sia dal punto di vista nutrizionale che medico.

l Secondo uno studio FAO del 2012 sulla composizione degli alimenti dell’Africa Occidentale, la moringa, a parità di porzioni da cento grammi, ha più potassio della banana, più vitamina C dell’arancia - ne basta mezza porzione per soddisfare il fabbisogno giornaliero di un adulto - quasi tre volte il calcio contenuto in uno yogurt, poco meno delle proteine foite dall’equivalente quantità di uova, più vitamina A e addirittura quattro volte il beta-carotene delle carote. Ha inoltre numerose altre sostanze nutritive, antiossidanti, antinfiammatorie.

l Dalle ricerche effettuate dall’Università di Uppsala (Svezia)è emerso che i semi della moringa sono inoltre efficaci nella purificazione dell’acqua: le proteine dei semi macinati, infatti, si legano meglio di altre sostanze alle particelle contenute nell’acqua, «catturate» e aggregate le quali diventa più semplice ottenere acqua potabile attraverso il filtraggio.

l La polvere di moringa, inoltre, è efficace come detergente per le mani. Uno studio, pubblicato nel 2014 e condotto da ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine, ha dimostrato che quattro grammi di moringa hanno lo stesso effetto del normale sapone nel rimuovere gli E.coli, batteri coliformi responsabili di diverse gastroenteriti e della diarrea che ancora oggi uccide annualmente mezzo milione di bambini sotto i cinque anni.

l Altro aspetto importante dell’uso della moringa oleifera è quello relativo alla produzione di latte vaccino: è molto citata in rete una ricerca effettuata dieci anni fa in Nicaragua da due studiosi austriaci che dimostrerebbe un incremento anche del trenta per cento nel latte prodotto da vacche che abbiano visto inserita nella propria dieta la moringa.

l Ulteriore uso della pianta è quello derivante dai suoi semi: da maturi, contengono fra il trenta e il quaranta percento di olio che può fare da combustibile per lampade. è in fase di approfondimento il suo utilizzo come agrocombustibile per un impiego su più ampia scala. Il valore aggiunto sarebbe che, oltre a fornire olio adatto alla combustione, la moringa è anche una pianta commestibile e dall’alto valore nutrizionale e per questo la sua coltivazione porterebbe benefici sia in termini di sicurezza alimentare che di energia sostenibile. Altre coltivazioni di agrocombustibili, ad esempio la jatropha - che pure aveva conosciuto all’inizio degli anni Duemila un momento di grande popolarità -, hanno al contrario il limite di sottrarre terra e acqua alla produzione di cibo.

 «L’albero dei miracoli», così chiamano la moringa diversi siti web che ne promuovono l’utilizzo e la commercializzazione sotto forma di integratori, polvere e foglie essiccate per infusi. «Un supermercato sopra un tronco», la definisce più prosaicamente il rapporto del 2006 Lost Crops in Africa citato dalla rivista Nature. Ma alcuni aspetti necessitano ancora di maggiori verifiche.

Che cosa non sappiamo

l Innanzitutto occorrono studi più rigorosi per stabilire l’eventuale differenza nell’efficacia delle foglie a seconda che si consumino crude, cotte o essiccate. La cottura, ad esempio, pare diminuire il contenuto di vitamina C ma aumentare la fruibilità di altre sostanze, come il ferro.

l Anche l’uso della moringa nella medicina tradizionale - ampiamente documentato ad esempio in India - ha ricevuto nell’ultimo decennio maggiori attenzioni. Già nel 2005 Jed W. Fahey, del Dipartimento di Farmacologia e Scienze molecolari della Johns Hopkins School of Medicine, affermava che «una pletora di richiami della medicina tradizionale ne attestano il potere curativo», ma «purtroppo, molti di questi richiami non sono supportati da sperimentazioni cliniche randomizzate e controllate contro placebo, né sono stati pubblicati in riviste ad alta visibilità».

l Altra importante verifica, direttamente connessa alla precedente, è quella del possibile ruolo della moringa oleifera nella prevenzione e nel trattamento di particolari patologie: il sito web The inteational moringa germplasm collection cita studi che sembrano deporre a favore della sua efficacia nel ridurre i livelli di glucosio nel sangue, dato rilevante per la cura del diabete, e della sua attività antibiotica nel proteggere dall’Helicobacter pylori, batterio che può causare l’ulcera; altri studi ancora suggeriscono un’efficacia della moringa nella prevenzione e cura del cancro e nella riduzione degli effetti collaterali della chemioterapia. Ovviamente la comunità scientifica mette in guardia contro il sensazionalismo e i facili entusiasmi a cui alcuni siti web sembrano cedere e annuncia il primo «Simposio internazionale sulla moringa» che si terrà a Manila, Filippine, dal 15 al 18 novembre prossimi. Il titolo dell’evento, che per le Filippine è il sesto simposio nazionale su questo tema, sarà «Moringa: un decennio di progressi nella ricerca e nello sviluppo».

Perché è importante

In un articolo dell’agosto 2014 dal titolo «Fame zero» pubblicato sulla rivista Science, uno dei padri della cosiddetta «rivoluzione verde» in India, Mankombu Sambasivan Swaminathan - peraltro aspramente criticato dall’attivista Vandana Shiva proprio per aver promosso la meccanizzazione e l’uso di prodotti chimici imposti da quella rivoluzione negli anni Sessanta - afferma che oggi occorre puntare non più sulla sicurezza alimentare ma soprattutto sulla sicurezza nutrizionale. «L’impulso a ridurre la fame nel mondo si è largamente poggiato su colture come il grano e il riso per fornire calorie. Ma aumentare solo le calorie non va bene. Diete migliori e buona salute richiedono un rinforzo nutrizionale. L’agricoltura commerciale», continua Swaminathan, «tende a promuovere monocolture più sensibili alle leggi di mercato che alla corretta nutrizione, mentre quella familiare è più diversificata e per questo è più adatta a soddisfare i bisogni nutrizionali specifici di ciascun luogo. Vegetali come le patate dolci, il frutto dell’albero del pane, la moringa e vari tipi di bacche, tutti ricchi in micronutrienti come ferro, zinco, vitamina A e vitamina C, dovrebbero trovare uno spazio maggiore nell’agricoltura familiare».

D’altra parte, anche papa Francesco ha sottolineato nell’enciclica Laudato si’ l’importanza di questo genere di agricoltura. «Vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala», scrive Francesco, «che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale». Tuttavia, continua il papa, gli sforzi di diversificazione si infrangono contro l’impossibilità per molti di questi produttori a accedere ai mercati locali o globali o contro l’infrastruttura di vendita e di trasporto asservita alle grandi imprese.

Ecco, dunque, che cosa dovranno tenere d’occhio nell’immediato futuro coloro che hanno a cuore la lotta alla malnutrizione: che la ricerca chiarisca sempre meglio il potenziale di risorse come la moringa e altre piante «dimenticate» e che la priorità sia utilizzarle per creare contesti di agricoltura sostenibile che mirino a contribuire innanzitutto alla corretta nutrizione delle popolazioni maggiormente svantaggiate, evitando che questi alleati naturali diventino l’ennesima preda dei colossi agro industriali da trasformare magari in cosmetici, rimedi anti età e integratori per diete dimagranti.

A questo proposito Mark Olson, esperto di dell’Instituto di Biologia all’Università Nazionale Autonoma del Messico e principale autore del sito sopra citato, The inteational moringa germplasm collection, efficacemente ironizza: «Se puoi mangiare broccoli, perché dovresti preferire la moringa? Se hai bisogno di vitamina A mangia qualche carota o cucinati un po’ di patate dolci. Se hai voglia di qualche buona verdura verde, fatti un piatto di spinaci, di bietole, di cavolo riccio coltivati da qualche produttore della tua zona. […] Il punto è che la moringa è l’albero dei miracoli non perché offre a persone ricche in paesi temperati quel che hanno già in abbondanza. La moringa è l’albero dei miracoli perché offre a chi non li ha gli stessi benefici finora riservati a chi vive nei paesi ricchi».

Chiara Giovetti
Chiara Giovetti