Serve anche la pipì. Huaycán, il centro di medicina olistica «Anna Margottini»

Il diritto alla salute in Perù / 1:
Siamo stati a
Huaycán, una delle periferie di Lima, per visitare il «Centro medico Anna
Margottini» gestito dalla suora italiana Goretta Favero. Abbiamo scoperto un
modo diverso di curarsi, al di là dei dettami della medicina ufficiale e delle
imposizioni delle multinazionali farmaceutiche…

Huaycán. A circa 20
chilometri da Lima, sorge Huaycán, tipico esempio di pueblo joven,
espressione con cui in Perú si indica un centro urbano di recente costituzione.
In realtà, il termine è un eufemismo per indicare un insediamento cresciuto in
luoghi inospitali e senza servizi primari per mano di gente povera o poverissima,
di solito emigrata dall’interno del paese.

In 30 anni – la sua fondazione risale al 1984 – la città
di Huaycán è cresciuta e migliorata, ma rimane un luogo dove vivere è
difficile. Soprattutto se si abita una casa di esteras1 (o di altri materiali
poveri: lamiera ondulata, cartoni, teloni) costruita in alto, sulle aridissime
pendici della montagna. Eppure è in luoghi come questi che la speranza può
prendere forma e concretezza, anche in modi inusuali. Lo testimonia la «Casa naturista
peruano-italiana Anna Margottini», un centro di medicina nato e cresciuto sulle
sabbie desertiche della città2.

Nella parte bassa di Huaycán la concentrazione di
abitazioni – cresciute una a ridosso dell’altra – è altissima ma, grazie al suo
colore bianco, la Casa Margottini s’individua facilmente. È una struttura a tre
piani, modea e semplice ad un tempo. L’ingresso per il pubblico si trova
accanto all’omonimo negozio di prodotti naturali ed erboristici. Varcata la
soglia, ecco il banco dell’accettazione e, davanti a esso, una serie di sedute
per la gente in attesa. Sulla parete di fronte al bancone una targa ricorda il
giorno dell’inaugurazione ufficiale – era l’11 gennaio del 2008 -, avvenuta
alla presenza del presidente della Camera dei deputati italiana e
dell’ambasciatore in Perú.

L’ambiente è accogliente e rilassante, pur
nell’andirivieni delle persone. Pannelli e poster colorati raccontano a
pazienti e visitatori filosofia e pratica della Casa Margottini: le consulenze
mediche e le terapie (dall’agopuntura all’odontologia) sono fatte nell’ottica
dei saperi naturali e della metodologia olistica3. Visite e terapie sono
a pagamento ma i prezzi sono bassi o comunque accessibili.

Nel Centro di Huaycán la medicina vuole essere naturale,
alternativa, semplice, ma anche popolare, economica e solidale ovvero l’esatto
contrario di quella che conosciamo. Siamo curiosi di scoprirla.

Curarsi (rompendo schemi, preconcetti e
tabù)

Ci viene incontro una donna tutta verve ed entusiasmo.
Sorride con la bocca ma soprattutto con gli occhi. Lei si chiama suor Goretta
Favero Miotti, padovana, infermiera, cofondatrice e attuale responsabile della
Casa Margottini.

Il percorso peruviano di suor Goretta inizia nel 1980.
Dieci anni dopo è a Huaycán. «Dal 1991 abbiamo lavorato a San Andres4, la parrocchia di Huaycán,
per formare promotrici di salute con le quali rispondere alle esigenze di
attenzione medica primaria. Con attenzione particolare per la prevenzione di
diarree, bronchiti, disidratazione, le patologie più diffuse». Suor Goretta e
le promotrici davano aiuto, ma allo stesso tempo ricevevano, scoprendo ad
esempio la medicina ancestrale della gente che veniva dalle Ande. «Abbiamo
recuperato e riscattato la fitoterapia, le cure con l’argilla e con l’urina».
Forse non abbiamo sentito bene. «Con l’urina?», chiediamo, facendo finta di non
essere troppo sorpresi. «Sì – spiega la suora -, bere la propria urina è una
chiave per rivoluzionare la nostra salute e la nostra vita. È una terapia
applicabile a tutte le età e per quasi tutte le malattie. È economica e
inesauribile»5.

Premesso che la medicina «ufficiale» è geneticamente
scettica (perlomeno) rispetto a qualsiasi strada alternativa, secondo la
medicina olistica le malattie vanno affrontate guardando all’uomo nella sua
globalità. Dunque, non soltanto nei suoi aspetti fisici. «Siamo convinti che
dietro ogni malattia, anche grave come un tumore, ci sia sempre un problema
emozionale e spirituale su cui occorre lavorare».

Diversa la ricerca delle cause, diversa la ricerca delle
soluzioni. «Tutti noi dentro il nostro organismo abbiamo le risorse per
curarci, per autosanarci. Basta dare al corpo un aiuto». Chiediamo in cosa
dovrebbe consistere questo aiuto. «Ad esempio, cambiando gli stili di vita,
seguendo un’alimentazione più organica e naturale, eliminando tutti gli
alimenti sofisticati e trattati (come lo zucchero, il pane bianco, il riso
bianco), facendo più movimento, adeguando la respirazione, aprendosi a
relazioni nuove, avendo più rispetto per i propri bioritmi».

È sempre
una questione di fegato

La struttura di Casa Margottini è divisa in tre aree
distinte. Nella prima ci sono la reception e gli ambulatori medici; nella
seconda, collegata da un elegante patio fiorito, ci sono gli ambienti per i
corsi e per i ritiri disintossicanti; nella terza, infine, c’è il laboratorio
erboristico.

Guidati da suor Goretta, sbirciamo nell’ambulatorio di
agopuntura dove quasi tutti i lettini sono occupati da pazienti in terapia.
Bussiamo quindi all’ambulatorio della dottoressa Yolanda Anco Torres, che è
anche direttore medico del centro. Pur essendo occupata con una donna e i suoi
due bambini piccoli, ci invita a entrare. Lei lavora qui da 4 anni ed è
convinta che la medicina naturale sia la migliore. «Mi sono convinta vedendo i
risultati ottenuti con i pazienti», ci dice.

Saliamo al piano superiore dove c’è l’ambulatorio di
odontologia. Ferruccio Fasanelli, di Conegliano Veneto (Treviso),
dentista italiano di 62 anni, si è trasferito a Huaycán con la moglie
peruviana. Due figli minori qui e ben sei in Italia. Il dottor Fasanelli segue
una odontologia olistica, escludendo l’uso di prodotti potenzialmente dannosi
per l’organismo. È molto felice della scelta di vita e professionale che ha
fatto. «La Casa è molto attenta agli aspetti umani, fa un ottimo lavoro medico
e la gente mi pare contenta. E poi si cerca di portare la salute dove ci sono
gli ultimi».

Lasciamo il dottor Fasanelli ai suoi pazienti
e proseguiamo lungo il corridoio del secondo piano. Ecco l’ambulatorio degli
psicologi. «Dietro a una malattia c’è spesso depressione, paura, collera. È
essenziale – ci spiega suor Goretta – sostenere la gente dal punto di vista
emozionale. Non soltanto il malato ma anche la sua famiglia».

Vicino c’è l’ambulatorio della massoterapia
dove Ines sta trattando un paziente. Accanto c’è la sala per la riflessologia
plantare, tecnica olistica tra le più note. Infine, l’ambulatorio della
idrocolonterapia, nella quale suor Goretta ripone molta fiducia. «Si fa con
acqua e ozono. Per noi è fondamentale perché con essa si previene e si cura.
Quando si fa una pulizia accurata del colon, l’organismo ha più difese»,
spiega. Corridoi, sale d’attesa, ambulatori: tutto è ordinato e lindo come si
conviene a una struttura sanitaria. Ma l’aria che si respira è rilassata «per
favorire – racconta la religiosa – un’attitudine mentale positiva».

In un’altra ala dell’edificio, accanto alla
cappella e alla ariosa sala dei corsi (biodanza, reiki), ci sono le stanze per
gli ospiti. La struttura può accogliere fino a 60 persone. «Non c’è una vera e
propria degenza. Facciamo inteamenti soltanto per i ritiri depurativi,
digiuni e massaggi, e soprattutto per motivi di prevenzione. La
disintossicazione del fegato e delle vie biliari è un trattamento a cui
attribuiamo molta importanza. Abbiamo infatti notato che la maggioranza delle
malattie viene a causa di un fegato sporco. Così, dopo un mese di preparazione,
alle persone in cura chiediamo di intearsi per tre giorni».

I sapori della vita

Terminato il tour conoscitivo della Casa
Margottini, lasciata momentaneamente suor Goretta ai suoi impegni lavorativi,
andiamo al piano dove si trova il ristorante naturista «Sapori della vita».
Nome italiano come italiana è la volontaria che lavora con le cuoche peruviane.
Il menù è (ovviamente) coerente con la filosofia del luogo, perché
un’alimentazione sana è essa stessa una medicina. Mangiamo una minestra di quinua6, un
tortello di zucchini e, come bevanda, un bicchiere di chicha morada7.

Dopo il pranzo, messi da parte lo
scetticismo, il recondito senso di superiorità (o forse la banale spocchia
occidentale) e una certa sudditanza al determinismo scientifico, siamo pronti
per sottoporci alla visita medica. Ci accoglie la dottoressa Heliana Febres.

Usciamo dopo oltre un’ora di colloquio con in
mano il nostro «Manuale pratico di orientamento per una vita sana». Per
iniziare il nostro nuovo corso, come a tutti, ci è stata suggerita una fase di
disintossicazione: 15 giorni di dieta rigorosa (soltanto verdure crude e
frutta), una serie di piante medicinali e anche la prescrizione più temuta
(…).

Il primo passo: decidere di cambiare

Toa suor Goretta per mostrarci l’ultima
parte del progetto. Lei e i suoi collaboratori non si limitano infatti a offrire
un servizio di cure mediche. In coerenza con una visione dell’uomo nella sua
globalità, davanti al centro Margottini funziona anche una struttura
assistenziale di stampo (apparentemente) più convenzionale: la Casa hogar Niños
esperanza de Huaycán
. L’edificio ospita una casa famiglia (casa hogar)
con una decina di bambine, un piccolo istituto educativo per il doposcuola, una
mensa per bambini ma anche un’aula dove si insegna agli adulti a produrre
saponi naturali e una grande cucina dove alcune donne (comprese mamme con
bambini al seguito) sfoano pane e torte. «Con soia e farine integrali», ci
spiega suor Goretta.

Prima di lasciare Casa Margottini ci fermiamo
nella bottega dei prodotti naturali, in gran parte usciti dal laboratorio
interno. Le erbe sono contenute in sacchettini di carta con un’etichetta bianca
che ne descrive il contenuto; i prodotti liquidi sono in piccole boccette
scure. Yolanda, la signora addetta alla vendita, ci prende dagli scaffali
quanto richiesto. Quando ci saluta, suor Goretta ci ricorda che «la prima cosa,
la più importante, è decidere di cambiare». Poi il cammino da seguire sarà
identico in Perú come in Italia o in qualsiasi altro paese del mondo.

Paolo Moiola
Note
1 – Le esteras sono stuoie e canne di bambù intrecciate.
2 – Occorre ricordare che, dopo Il Cairo, Lima è la seconda città
più grande del mondo nata e cresciuta su un deserto.
3 – Dal greco όλος = totalità. Un sistema – e dunque anche
un corpo umano – non va mai visto come una semplice sommatoria delle parti che
lo compongono.
4 – Su Huaycán e la sua parrocchia MC ha pubblicato: Paolo Moiola, Enmanuel Radio 100,5 FM, gennaio 1998.
5 – Dopo la visita al Centro Anna Margottini, abbiamo scoperto che
esistono molti libri dedicati all’urinoterapia.
6 – Coltivata sulle Ande da tempi antichissimi, la quinua è uno pseudocereale ad
alto valore nutritivo. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2013 anno
internazionale della quinua.
7 – La chica morada è una tipica bevanda peruviana risalente all’epoca inca. È fatta
con una varietà di mais di colore viola scuro.
 

Nella
prossima puntata:

racconteremo di Tablada del Lurín,
un’altra periferia di Lima metropolitana; a Tablada abbiamo visitato il centro
medico «Jampi Wasi».

 
Videoreportage:

suor Goretta Favero ci guida all’interno del «Centro
medico Anna Margottini» di Huaycán.

La scheda
Il Centro di medicina olistica Anna Margottini

Luogo: Huaycán, distretto di Ate (Lima
est).
Nome completo: «Casa naturista peruano-italiana
Anna Margottini».
Inizio attività: gennaio 2008.
Responsabile: suor Goretta Favero Miotti.
Responsabile medico: dott.ssa Yolanda Anco Torres.
Servizi principali: medicina naturale, psicologia,
odontologia, ecografia, agopuntura, idrocolonterapia, terapie energetiche e
massaggi, neuralterapia, bagni di ipertermia alle erbe, zapper, biodanza, soggiorni
per disintossicazione epatobiliare.
Altri servizi: laboratorio e bottega di prodotti
fitoterapici, ristorante naturista.
Personale e
collaboratori:
Yolanda Anco,
Heliana Febres, Ferruccio Fasanelli, Carolina Morillo (medici); Violeta
Carranza, Maggie Palacios, Carola (psicologhe); Carlos Luyando (agopunturista);
Ines (massoterapista); addetti al laboratorio erboristico; personale
amministrativo e di pulizia; volontari provenienti dall’Italia. 

Siti web:
• www.centroholisticoperuano.com (*)
• www.fondoitaloperuano.org

(*) Il sito fornisce un’idea del
Centro Margottini, ma – all’ottobre 2013 – non risulta adeguatamente
aggiornato.

Vivere in salute e curarsi in Perù


Quando avere soldi è «salutare»




Come in troppi paesi del mondo, anche in Perù la salute è un
diritto più teorico che effettivo. Da anni il paese registra una elevata
crescita economica e un livello di povertà in diminuzione. Tuttavia, ai dati
macroeconomici positivi non sempre corrisponde un identico miglioramento della
sanità. In Perù, come altrove, per vivere in salute e curarsi disporre di
denaro rimane un prerequisito essenziale.

Lima. La
lunghissima Avenida Arequipa collega il centro con San Isidro e Miraflores, due
tra i quartieri più esclusivi della capitale peruviana. La via, sempre
trafficatissima e inquinata, è un susseguirsi di scuole e istituti educativi
privati, che cercano di accaparrarsi i clienti-studenti con giganteschi e
coloratissimi cartelloni pubblicitari. A San Isidro e Miraflores le scuole
private lasciano il posto alle cliniche private, dove i clienti-pazienti
vengono attratti anche aggiungendo al nome una provenienza extranazionale
(clinica svizzera, angloamericana, italiana e via così), come se l’aggettivo in
questione fosse garanzia di maggiore serietà.

Per curarsi, il cittadino di Miraflores
o San Isidro ha dunque un ampio ventaglio di scelte. Ma siamo in quartieri
ricchi. Usciti da questi ambiti territoriali, la situazione è diversa.

A parte i militari e le forze di
polizia (che hanno strutture sanitarie proprie), ogni cittadino peruviano può
farsi curare in strutture pubbliche. Ci sono gli ospedali del ministero della
salute (Minsa) e quelli di EsSalud. Negli ospedali del Minsa
tutto è a pagamento e la qualità del servizio è molto variabile. Agli ospedali
di EsSalud possono accedere soltanto i cittadini che hanno un regolare
contratto lavorativo (e dunque pagano i contributi) o che si sono affiliati su
base volontaria (da 64 soles al mese). Gli unici utenti esentati dal
pagamento sono quelli che rientrano nel «Seguro integral de salud» (Sis)1,
servizio creato dallo stato per la popolazione più povera (e aperto agli altri
tramite affiliazione volontaria: circa 15 soles al mese). Per gli
affiliati al Sis la qualità delle cure è sovente molto scarsa e non vengono
coperte tutte le patologie.




In questo quadro variegato, dal
2004 a Lima è entrato in funzione il «Sistema metropolitano de la
solidaridad» (Sisol). Negli Ospedali della solidarietà – sono 20 nella
capitale e pochi altri nel resto del paese – gli utenti hanno un buon servizio
a un costo abbordabile. Ma comunque, anche in questo caso, visite mediche,
esami e medicine si pagano.

Da anni il Perù è in crescita economica. Anche la povertà,
pur rimanendo alta (27,8%), si è ridotta notevolmente (vedi riquadro).
Tuttavia, nonostante questi dati positivi, il sistema sanitario peruviano non è
cresciuto in maniera equivalente. In generale, fuori dalle città e nelle
regioni di montagna (sierra) e di foresta (selva) curarsi è
complicato e a volte impossibile.

«La diseguaglianza, la esclusione e
la povertà – scriveva la rivista peruviana Otra Mirada in un’ottima
monografia del 20092 – sono fattori che rendono le persone più vulnerabili
ai problemi di salute e, a loro volta, diventano barriere all’accesso a servizi
sanitari adeguati. (…) Il diritto alla salute, identicamente al diritto
all’istruzione e altri diritti sociali, non è stato attivamente protetto dallo
stato negli ultimi decenni».

In Perù il diritto alla salute è riconosciuto (senza
enfasi) dalla Costituzione del 1993, una carta di netta impronta neoliberista.
Se è vero che la protezione della salute è un diritto riconosciuto a tutti
(art.7), è altrettanto vero che lo stato si limita a garantire il libero
accesso alle prestazioni attraverso entità pubbliche, private e miste (art.11).
Il risultato è che troppo spesso il diritto alla salute rimane teorico per la
maggioranza della popolazione. Difficile dunque negare l’esistenza
dell’equazione «più denaro, più salute». Un’equazione valida – magari in gradi
diversi – in moltissimi paesi, soprattutto in quelli dove lo stato sociale non è
mai arrivato o è stato schiacciato dall’avvento del modello neoliberista.



Paolo Moiola


Note



1 – Per maggiori informazioni,
di seguito riportiamo i siti delle varie organizzazioni: www.minsa.gob.pe; www.essalud.gob.pe;
www.sis.gob.pe; www.sisol.gob.pe.
2 – Otra Mirada, La democracia no goza de buena salud, novembre 2009: www.otramirada.pe.



La salute dei peruviani


Dati economici:



•  
Tasso di crescita annuale (stima 2013): 5,9%.
•  
Tasso di povertà (2011): 27,8% (era 48,7 nel 2005).





Dati sanitari:



•  
Spesa sanitaria (pubblica+privata) (2010): 5,08% del Pil  (media dei paesi latinoamericani: 7%; in
Italia, sempre nel 2010: 9,2%, di cui 7,3% pubblica).
•  
Spesa sanitaria annuale procapite:circa 400 dollari (suddivisi a metà tra pubblici e privati).
•  
Mortalità infantile (ogni 1.000 nati vivi, 2010): 17,0 (era 75 nel 1990;
in Italia, nel 2010: 3,3).
•  
Mortalità matea (ogni 100.000 nati vivi, 2011): 92,7 (in Italia: 3
ogni 100.000 nati vivi).
•   Denutrizione cronica infantile (2012): 19,5%
(era 30% nel 2000).
•   Principali cause di mortalità prima dei 5
anni di vita (2013): infezioni vie respiratorie (40,5%), infezioni intestinali
(7,7%), denutrizione (5,2%).
•   Principale causa di morte da agente
infettivo dopo l’Aids: tubercolosi, 96 casi ogni 100.000 abitanti nel 2013
(erano 198 nel 1990; in Italia: 10 ogni 100.000).

Fonti: Banco mondial,  Organización Panamericana de la Salud, Minsa,
Instituto Nacional de Estadística e Informática (Inei), Oms, Istat (Italia).

Paolo Moiola




Mama Fatuma, una donna musulmana alle prese con la poligamia

Fatuma è
musulmana, madre di dodici figli e moglie di Said, che dopo 25 anni di matrimonio
sposa una seconda donna. Padre Francesco Beardi ci offre un suggestivo ed
emblematico racconto tratto liberamente da un romanzo della scrittrice
senegalese Mariama Ba. Ci ha detto l’autore di queste pagine: «Ho scritto
l’articolo perché è interessante l’approccio verso l’islam nell’Africa francofona,
espresso da una scrittrice africana. Il romanzo, essendo stato tradotto in
swahili, parla anche al Tanzania, Kenya, Uganda, Congo».

È una musulmana piacevole,
intelligente e pia. Tutti i venerdì prega in moschea e ogni giorno legge il
Corano. Si chiama Fatuma, sposata con Said, una figura di spicco nella società
locale africana. Nonostante cognate e suocera «Voglio molto bene a mio marito – confida Fatuma -, tanto da
ridimensionare la mia antipatia verso la sua famiglia, specialmente le donne…».

Fatuma pazienta con le sorelle di Said, che invadono la sua casa
mangiando a sbafo. I loro bambini, maleducati, ballano sui sofà indossando le
scarpe, e le mamme non dicono «beh». Sopporta persino gli sputi con cui
insudiciano i tappeti. Per non parlare della madre di Said. La suocera spesso
visita la nuora, accompagnata sempre da amiche diverse: entra in casa per
mostrare loro il successo del figlio Said, e si vanta della bellezza
dell’abitazione, quasi fosse sua. Nonostante tutto Fatuma ama e rispetta Said.
Da 25 anni vive con lui, e gli ha partorito ben 12 figli.

Una delle figlie, Aisha, mentre si sta preparando per l’esame di
maturità liceale, sovente rincasa con delle compagne di classe. Una di loro è
Amina, tacitua, scontrosa, ma bella. Un giorno Amina incomincia ad indossare
abiti costosi. Sorridendo ironicamente dichiara ad Aisha: «Questi vestiti me li
ha comprati un vecchio». Poco dopo, la notizia-bomba: Amina sposa il vecchio.
Specialmente i genitori bramano il matrimonio della figlia, perché il vecchio è
ricco. Il cuore umano, insondabile da sempre sotto molti aspetti, ora si misura
con il parametro denaro! Fatuma domanda ad Aisha: «Quando sarà il matrimonio?».
«Domenica prossima, ma senza festa, perché Amina non può reggere la derisione
delle amiche».

Come seconda moglie

«La sera del matrimonio di Amina – racconta Fatuma – mi sorprende
il fatto che tante persone vengano a casa mia, senza essere state invitate…».
Tra loro c’è l’iman della moschea e Shukuru, il fratello maggiore di Said.
«Dov’è tuo marito Said?».
«È uscito questa mattina e non è ancora rientrato».

L’imam e il cognato sogghignano, mentre cresce il disagio di
Fatuma. Dopo aver sorseggiato il tè, l’iman annuncia: «Oggi, signora Fatuma, suo
marito Said ha sposato una seconda moglie. Veniamo proprio ora dalla moschea,
dove si è celebrato il rito».

Subito Shukuru aggiunge: «Sorella Fatuma, Said ti ringrazia molto.
Allah gli ha donato una seconda moglie, e non può certo rifiutare tale regalo.
Said si congratula con te, poiché hai vissuto con lui 25 anni con la deferenza
che una moglie deve al marito. Tutta la parentela ti ringrazia, specialmente
io, fratello maggiore di Said».

Fatuma resta di sasso. Ma cela il suo imbarazzo, nonché la sua
collera. Abbozza persino un sorriso e prega di salutare Said, «il marito
diventato amico». E lei, la seconda moglie, chi è? Amina, la ragazza spigolosa,
ma affascinante.

«Mamma, piantalo!»

La figlia Aisha è più adirata della madre, alla quale non fa
sconti: «Mamma, piantalo subito, separati! Non voglio che tu litighi con un
uomo e con una ragazza della mia età».
Al che Fatuma replica: «Devo proprio romperla con il marito, dopo
aver vissuto con lui un quarto di secolo e aver partorito 12 figli? Devo poi
allontanarmi dal tradimento subito?».

Dopo una lunga e dolorosa riflessione, Fatuma decide di restare
dov’è, perché… «Non ho mai pensato che si possa trovare gioia al di fuori del
matrimonio».
I figli contestano la decisione della madre, e Aisha rincara la
dose: «Mamma, i tuoi guai non sono ancora finiti, vedrai!».
Ma tant’è. Intanto gli sforzi degli amici stretti di Said di farlo
ritornare a casa, almeno per un po’, falliscono. Ogni volta che Said menziona
Fatuma ed esprime il desiderio di rivedere i suoi 12 figli, quella ragazza-moglie
sviene seduta stante. Said scompare per sempre. Così l’esistenza di Fatuma muta
radicalmente. Secondo la legge islamica, è obbligata a vivere nella poligamia e
a dipendere economicamente da «ciò che resta».
Ma per lei non resta mai nulla. «Non è facile la poligamia! Le donne che vivono nel matrimonio
poligamico ne conoscono le amare conseguenze: falsità e martirio. Tutto ciò
indurisce il cuore».

«Non sono un giocattolo»

«Taxi, taxi, in fretta!». La gola di Fatuma è secca come una
foglia morta. Il cuore è impazzito e la fa sussultare. «Taxista, più veloce!
Corri, corri…».

Arriva all’ospedale, ma il marito Said è già morto. Il dottore
spiega: «È stato un infarto fulmineo, mentre era in ufficio. I massaggi al
cuore e la respirazione artificiale sono state armi inefficaci contro la volontà
di Dio…».

La morte di Said gremisce la casa di Fatuma di molti conoscenti.
Lei indossa un velo nero sul capo e sopporta l’andirivieni della gente. Grida e
lamenti funebri eccessivi acuiscono il dolore della vedova. Secondo i costumi
locali, Amina, da cinque anni con Said, partecipa al funerale. La presenza
della seconda moglie irrita la prima. Dopo la sepoltura, i partecipanti al rito
salutano i familiari del morto, porgono condoglianze alle vedove e tessono le
lodi del marito: «Said, amico dei giovani e dei vecchi. Said, vero fratello,
marito premuroso, musulmano fedele. Allah abbia misericordia di lui!».

Il lutto dura 40 giorni. Però Shukuru, il fratello maggiore di
Said, è già nella stanza di Fatuma per dichiarare: «Appena terminato il lutto
ti sposerò. Voglio proprio che tu sia mia moglie».

Fatuma da 30 anni è avvezza al silenzio di fronte agli uomini. Ma
quel giorno la sua voce esplode rabbiosa e carica di scherno. «Shukuru, tu
dimentichi che anch’io ho un cuore e un’intelligenza. Io non sono un giocattolo
da passare da una mano all’altra. Tu non capisci che cosa significhi per me
“sposarsi”. È un atto di fiducia e di amore. È un dono reciproco tra chi
sceglie e chi è scelto». Fatuma sottolinea con forza la parola «scelta». Shukuru
ammutolisce. Se ne va colmo di rancore.

Il ladro della figlia

Aisatu, un’altra figlia di Fatuma, è rimasta incinta fuori del
matrimonio. All’inizio non lo ammette.

«Come immaginare che mia figlia giochi
licenziosamente con un ragazzo? Come accettare questa realtà che mi colpisce
come un fulmine a ciel sereno?».

Fatuma è affranta. La domanda è: «Chi? Chi è
il ladro? Perché un giovane di condotta lasciva è un ladro!».

Delusa, la mamma scruta la figlia, sempre
dolce e pronta ad aiutarla in casa. Alla fine Aisatu rivela il nome del suo
amante: è Iba, studente universitario. Si sono conosciuti durante la
festicciola di compleanno di un amico. Poi Iba ha cercato Aisatu a scuola, e
quel giorno la figlia non è tornata dalla madre per mezzogiorno. Il ragazzo ha
accolto la ragazza con gioia e gentilezza nella sua stanza dell’università… Iba
ha saputo che Aisatu è incinta. Però ha rifiutato l’aiuto di chi si prestava a
farla abortire.

«Mamma – dichiara Aisatu -, Iba verrà a
spiegarti tutto ciò che desideri sapere».

Ed eccolo Iba a tu per tu con Fatuma. È un
ragazzo che veste normalmente. Ma i suoi occhi sono un fascino. Il sorriso
riscalda il cuore. Questo giovane, tentatore di Aisatu, incanta la madre
dicendo: «Signora Fatuma, da tempo desideravo incontrarla. Aisatu mi ha
raccontato molte cose di lei e dei suoi parenti. Sua figlia è il mio primo
amore, e sarà l’unico. Chiedo scusa per quanto è capitato. Se lei è d’accordo,
sposerò Aisatu. Mia madre si prenderà cura di nostro figlio, mentre noi
proseguiremo gli studi. Grazie di tutto…».

Davanti agli occhi di Fatuma, madre
intelligente, premurosa e credente, sta nascendo una nuova famiglia. «Allah
benedica il cammino che Aisatu e Iba hanno intrapreso insieme. Salaam
aleikum
! La pace sia con voi!».

Francesco Beardi

Ndr: il titolo originale del
romanzo di Mariama Ba in lingua francese è Une si longue lettre. In
Swahili: Barua ndefu kama hii. In Italiano: Cuore Africano (Edito
da Sei nel 1981). Mariama Ba (1929-1981) è stata una figura di spicco tra gli
intellettuali africani che hanno sviluppato il dibattito sulla condizione
femminile nel continente.

Francesco Beardi




40 anni: ma è solo l’inizio Cisv di Torino: anniversario della presenza in Africa

Anni Sessanta.
Un prete e un gruppo di volontari laici. Operano nel sociale a Torino. Poi il
salto. Un vescovo del continente «nero» chiede aiuto. E loro non si tirano indietro.
Inizia così l’avventura della Cisv in Burundi. Che si allarga in seguito ad
Africa dell’Ovest, America Latina, Caraibi. Oggi in 12 paesi di tre continenti.

«Polvere. Rossa e ovunque. Nelle
scarpe, nei capelli e nella tosse. Spesso sotto i denti. Nella stagione delle
piogge diventa fango, nei giorni di vento brucia gli occhi. Non riuscivo mai a
lavarmela via di dosso…». Donatella Barberis, infermiera di Chieri (To),
ricorda così il primo impatto con il Burundi, dove approdò nel 1986 come
cornoperante dell’associazione Cisv (www.cisvto.org). «Cosa mi ha spinto ad
andarci? All’epoca, poco più che 20enne, sintetizzavo così: “gli ideali non
sono mortadella, bisogna viverli fino in fondo!”. La verità è che sentivo il
bisogno di fare qualcosa di grande, di aiutare i poveri, ma soprattutto di
scappare. Dal reparto di bambini leucemici in cui lavoravo e in cui moriva
anche la mia giovinezza». Così, dopo un periodo in Kenya con le suore della
Consolata, sentendosi più matura e consapevole Donatella ha deciso di tornare
in Africa per una nuova esperienza. Stavolta «per due anni senza rientri, in un
progetto sperduto sulle colline di un paese a forma di cuore».

L’avventura
Cisv in Burundi è però iniziata ben prima, quando – il 4 agosto 1973 – un
manipolo di volontari passati alla storia come i «magnifici sette» lasciarono
tutto per mettersi al servizio dei più poveri tra i poveri. Questi primi
volontari – donne e uomini di varia provenienza, operai, sarte, infermiere, meccanici…
– partirono senza appoggi, senza un progetto definito, armati solo «della fede
in Dio, di fiducia e buona volontà, forti della generosità degli amici rimasti
in Italia e pronti a sostenerci a costo di grandi sacrifici» ricorda Mario
Foero, esperto falegname, oggi 81enne.

L’occasione
per questa «avventura burundese» arrivò su stimolo dell’arcivescovo di Torino
Michele Pellegrino, che da tempo – sull’onda del Concilio Vaticano II –
auspicava una missione animata anche da laici, ritenuti in grado di creare
maggior vicinanza con la gente. Monsignor Pellegrino aveva rilanciato l’appello
del vescovo burundese di Gitega, mons. Makarakiza, preoccupato per le gravi
condizioni economico-sociali del suo paese. Facendo proprio questo appello, don
Giuseppe Riva, fondatore della Cisv, di cui ricorrono 10 anni dalla scomparsa,
scriveva: «Si è operata la scelta del Burundi perché è uno dei popoli con
reddito più basso del mondo dei poveri […] si è preferito vivere e lavorare
in comunità, mettendo tutto in comune per superare l’isolamento,
l’individualismo…».

Così
i volontari ruppero gli indugi dando il via all’impegno dell’associazione nel
Sud del mondo, che oggi si concretizza in dodici paesi tra Africa e America
Latina.

Lunghi anni di guerra

Il Burundi, con i suoi 9 milioni di abitanti, è ancora tra i paesi
più poveri al mondo, al 185° posto su 187 nell’Indice di sviluppo umano (dati
2012). Qui Cisv lavora per garantire i diritti essenziali – cibo, acqua,
istruzione, salute… – ormai da 40 anni. Un aspetto da sottolineare è lo sforzo
di continuità degli interventi, per cui la Cisv ha messo più radici in alcune
località del paese, come la provincia di Karusi. Un impegno riconosciuto e
apprezzato dalla popolazione stessa, come ricorda Anacleto Gahene, un infermiere
locale: «Mi torna spesso in mente la scena del gran numero di donne che, con i
bambini gonfi per il kwashiorkor (marasma infantile, malnutrizione
accompagnata da addome gonfio) iniziavano a frequentare il Centro di Nyabikere
in cui si foivano lezioni di alimentazione. Le mamme hanno acquisito la
capacità di salvare la vita dei propri figli senza ricorrere a stregoni e
amuleti. Dopo un po’ molte non dovevano più essere seguite a casa dagli
animatori, tanto bene avevano capito l’importanza di un’alimentazione adeguata».

L’opera dei volontari è continuata anche negli anni più bui della
guerra civile, dal ‘93 al 2005, che ha mietuto numerose vittime tra gli stessi
amici e collaboratori locali più stretti della Cisv.

«A distanza di anni, faccio ancora fatica a parlare di quel
periodo» dice Mariangela Rapetti, cornoperante in Burundi negli anni ’93-’94. «Era
ottobre, a Gitega mancava la corrente elettrica, dicevano che i contadini
avevano danneggiato un traliccio. Forse c’erano dei segnali, ma noi non avevamo
l’esperienza per interpretarli. Fino al fatidico mattino del colpo di stato. In
capitale tutto si risolse in una notte, ma da noi uccisioni e sparatorie non
diedero tregua. Ricordo gli occhi delle persone, grandi, pieni di terrore o di
odio, il rumore degli spari, il latrare dei cani e le lunghe notti buie». I
volontari iniziarono allora a mobilitarsi per accogliere le persone in fuga. «Godance,
direttrice della scuola per sordomuti, con i suoi collaboratori e 40 bambini
furono accompagnati nel centro dell’arcivescovado, alcuni trovarono rifugio a
casa nostra, e nelle case Cisv di Rabiro dove i volontari diedero ospitalità a
200 persone. In 48 ore si radunarono 2.000 persone all’arcivescovado, molte
ferite, lascio immaginare le condizioni igieniche e… cosa dare da mangiare?
Ogni giorno andavamo lì, ognuno faceva quel che sapeva e poteva, avevamo così
poco».

«La gente ci chiedeva di non andarcene, volevano che restassimo a
vedere quel che succedeva. Per loro eravamo un po’ come sentinelle, la nostra
presenza li faceva sentire più sicuri» ricorda Alessandra Casu, veterinaria,
che è stata in Burundi dal ’91 al ’96, e oggi è responsabile dei progetti Cisv
nel paese.

«Durante la guerra era difficile lavorare,
occorreva stare attenti a dove si andava e a cosa si faceva, si rischiava la
propria incolumità» dice Marco Bello, volontario nel paese africano dal ’98 al
2000. Marco, ricorda che all’epoca furono uccisi diversi amici religiosi (vedi
MC marzo 2001
), «testimoni scomodi che lavorando a fianco della popolazione
più abbandonata erano tra i pochi a sapere e, a volte, a denunciare». In
effetti «la Chiesa, le parrocchie, le missioni erano riferimenti importanti per
la gente; su quel territorio privo di strutture industriali e commerciali,
erano sedi di potere reale» racconta Francesco De Falchi, cornoperante Cisv in
Burundi dal ’94 al ’99, ricordando anche lui «la tragedia della Chiesa locale
così compromessa nella contrapposizione etnica e con il suo tributo di morti
ammazzati». Francesco ha un po’ di nostalgia della religiosità burundese: «Ricordo la messa della domenica. Da quella
dei centri minori come Muyinga, dove il ritmo dei tamburi esaltava i canti
tradizionali, a quella della cattedrale di Bujumbura, trasmessa per radio, a quella
più di élite nel chiostro della Nunziatura. Testimonianze di una grande
tensione religiosa, lontana dal tiepido clima delle nostre parrocchie».

Burundi oggi

Ma qual è adesso, dopo le devastazioni della guerra civile, la
situazione del Burundi, alle prese con i problemi endemici di fame, scarsità di
terre, isolamento, difficoltà di scambi? «Oggi il paese inizia finalmente a
vivere in pace, anche se non mancano le tensioni, e a sperimentare nuove
pratiche democratiche» spiega Federico Perotti, presidente Cisv e cornoperante in
Burundi a inizio anni ’90 (vedi box). «Quanto ai nostri 40 anni di lavoro,
posso dire con una punta d’orgoglio che quanto Cisv ha fatto è rimasto, dimostrandosi
sostenibile nel tempo». Ne sono un esempio non solo le decine di scuole
primarie, le 13 cornoperative agricole, i centri di salute, gli impianti per
l’acqua costruiti grazie alla collaborazione tra l’Ong e le associazioni
locali, ma anche il contributo alla ricostruzione del tessuto sociale del
paese: dai progetti per garantire la partecipazione democratica della
popolazione a quelli per il rientro dei profughi rimasti senza terre. «I
risultati del lavoro Cisv hanno un impatto anche visivo» aggiunge Alessandra
Casu. «Ad esempio a Rabiro, il primo luogo in cui sono stata, all’inizio non
c’era nulla, solo capanne sparse. Adesso ci sono le scuole, l’ospedale, strade
più curate, c’è un centro per la trasformazione del caffè. E i tetti delle
abitazioni, prima in lamiera, sono oggi tutti in cotto».

«Questi risultati sono stati possibili perché, oltre alle
competenze tecniche, i volontari ci hanno messo il cuore» tiene a precisare
Perotti, «mantenendo questo stile anche in Italia». Degli oltre 70 espatriati
in Burundi, infatti, molti hanno costruito reti di solidarietà e sviluppo anche
al rientro nel nostro paese: come Mario Foero e la moglie Maria, che hanno
animato due comunità laiche, o Gabriella Ambrosi, che si occupa di accoglienza
a profughi e senza fissa dimora, o ancora Sara Fischetti, giovane veterinaria
impegnata per il diritto al cibo e l’agricoltura biologica e sostenibile.

40 anni e non sentirli

Ognuno di questi volontari ha lasciato in
Burundi un segno, ricevendone a sua volta un ricordo indelebile, come Donatella
Barberis: «Non sono malata di mal d’Africa, ho sempre avuto chiaro in mente che
le mie radici sono qui e che ogni terra appartiene al suo popolo. Ma non potrò
mai dimenticare… Si è volontari per sempre, legati a una terra e a un popolo da
legami di solidarietà inestricabili. Non so se ho fatto e dato qualcosa di
buono al Burundi, ma lui ha dato e insegnato moltissimo a me. Ho spesso pensato
che prima o poi avrei dovuto dire grazie, e forse questa ricorrenza dei 40 anni
Cisv nel paese è l’occasione giusta. Urakoze, grazie».

I volontari hanno festeggiato la ricorrenza a cominciare da
Bujumbura, capitale del paese, dove il 4 agosto, giorno del «compleanno», si è
organizzata una serata di riflessioni e cena condivisa con i collaboratori vecchi
e nuovi. Per l’occasione sono state realizzate magliette e striscioni che, con
le loro tinte patriottiche, hanno evidenziato i legami tra Italia e Burundi:
verde bianco e rosso sono infatti i colori delle bandiere di entrambi i paesi.
Mentre i cooperanti giunti da tutta Italia (qualcuno anche da più lontano) si
sono incontrati a Torino a fine settembre per una giornata di festa dove, tra
gioia e commozione, è stato riconfermato l’impegno Cisv a continuare il cammino
con il popolo burundese. Perché, come dice Mariangela Rapetti, «lì abbiamo
ricevuto un grande insegnamento: l’importanza di condividere. Indipendentemente
da quello che sai o puoi fare, condividere è l’unica cosa che conta».

Stefania
Garini



       Burundesi? Gente di montagna                                 

Federico Perotti è presidente Cisv dall’aprile di
quest’anno (2013). Ingegnere idraulico, all’inizio del suo percorso fu anche
volontario in Burundi. E da sempre è buon amico dei missionari della Consolata.
Ecco la sua visione del paese.


Tu sei stato la prima volta in Burundi a inizio anni
Novanta. Com’era allora il paese?

«Al mio arrivo, nel gennaio ’91, era in corso il
processo di democratizzazione avviato dal leader Buyoya. Fu approvata
tra l’altro la Carta di unità nazionale che doveva evitare scontri e tensioni
tra le etnie. Nel giugno ’93 le elezioni presidenziali si conclusero con la
vittoria di Ndadaye. Fu un momento di grandi speranze, anche per l’andamento
dei nostri progetti, che stavano avendo impatti significativi con
collaborazioni importanti con i municipi e i servizi tecnici. Ma, poche
settimane dopo il suo incarico, Ndadaye fu assassinato e il colpo di stato
infranse tutte le speranze. La distinzione etnica tra hutu e tutsi
non fu la sola causa del conflitto, ma fu usata come pretesto per mascherare
interessi politico-economici».

Quanto ha pesato la guerra civile sul lavoro dei volontari?

«La guerra, con il suo corredo di morti, tensioni e
instabilità ha avuto forti ripercussioni per oltre una decina d’anni: nel 2005
il Burundi si trovava nelle stesse condizioni del 1993; di fatto una grossa
retromarcia da tutti i punti di vista: economico, sociale, delle relazioni.
Diversi nostri collaboratori burundesi furono uccisi. I volontari però, a parte
un brevissimo periodo in cui furono evacuati per motivi di sicurezza,
continuarono a lavorare durante gli scontri e anche in seguito, intervenendo su
più fronti: dai progetti di sviluppo per la produzione e l’autosufficienza
alimentare, agli interventi per la ricostruzione di quanto era andato
distrutto, scuole, ospedali, case. È anche merito dei nostri volontari se circa
30.000 rifugiati hanno potuto rientrare in patria trovando un tetto ad
accoglierli. L’anno scorso a Bujumbura ho incontrato monsignor Simon Ntamwana,
arcivescovo di Gitega; lui ha seguito Cisv in tutti questi anni e mi ha
confermato la sua stima, ci considera “amici e fratelli del suo popolo, fedeli
fino in fondo in tutti questi anni travagliati”».

Il popolo burundese è piuttosto schivo e riservato. Che
rapporti si sono creati tra i volontari e la gente?

«I burundesi sono gente di
montagna, o meglio, di collina, un po’ chiusi e diffidenti. A differenza di
altre popolazioni africane non vivono riuniti in villaggi ma sparsi sul
territorio, ognuno nella sua capanna. La dimensione è quella delle famiglie e
dei clan, si creano relazioni solo in occasioni particolari, come al mercato. È
solo di recente che hanno iniziato a formarsi alcuni villaggi, per esigenze di
elettrificazione. In questo contesto lavorare per lo sviluppo è più faticoso,
ci va più tempo. Malgrado ciò, soprattutto con alcuni volontari, si sono creati
buoni legami personali. Io stesso, dopo oltre 20 anni, sono ancora in contatto
con alcuni amici burundesi, con cui mi sento regolarmente».

Qual è la situazione attuale del paese?

«L’economista Paul Collier nel libro L’ultimo
miliardo cita, tra le caratteristiche che rendono i paesi a rischio di
ricadere in spirali di miseria e instabilità, la povertà, il problema delle
risorse naturali, la corruzione, i conflitti. Il Burundi presenta questi
tratti, cui va aggiunta la fortissima pressione demografica: quasi nove milioni
di abitanti su un territorio pari a Piemonte e Valle d’Aosta, concentrati
soprattutto nelle aree rurali dove i fazzoletti di terra sono sempre più
esigui. Qui è molto difficile intervenire, stimolando iniziative autonome che
poi procedano sulle proprie gambe. Noi però proviamo a raccogliere la sfida,
confidando nei risultati del processo di stabilizzazione appoggiato anche
dall’Onu, che ha favorito le nuove istituzioni democratiche del paese in cerca,
faticosamente, della propria strada».

Sapresti fare un bilancio di questi 40 anni Cisv in
Burundi?

«Dal ’73 a oggi si sono realizzati molti interventi:
scuole, ospedali, magazzini, sorgenti d’acqua, centri di formazione. Ma la cosa
importante è che la maggior parte di queste infrastrutture e servizi continuano
a funzionare bene, mostrandosi sostenibili nel tempo, e con una gestione
totalmente locale. Un po’ meno soddisfacente il lavoro per promuovere la
federazione delle cornoperative, proprio per la cultura individualista cui
accennavamo prima. In generale, si è rivelata vincente la strategia di
lavorare con le istituzioni e le cornoperative locali favorendo i processi nati
dalla base, senza imporre nulla dall’alto. Poi, come sempre, molto dipende
dall’impegno delle persone e delle istituzioni nel continuare e valorizzare ciò
che è stato messo a loro disposizione».

Quali sono le vostre prospettive per il futuro?

«Continuare a lavorare nel settore agricolo, promuovendo
la sovranità alimentare e migliorando l’organizzazione dei contadini. L’idea è
di focalizzarsi sulla produzione locale (riso, patate, mais) e di sostenere il
ruolo produttivo e commerciale delle donne, che sono pilastri della società e
dell’economia burundese. Da sempre puntiamo a realizzare progetti pilota,
visibili e facilmente replicabili, che possano servire da modello anche per
altri. E sempre più ci stiamo dedicando alle tematiche dei diritti umani e
della partecipazione democratica».

Stefania
Garini

Per sapee di più:

www.cisvto.org
http://cisvto.wordpress.com (racconti dei volontari)
http://www.flickr.com/photos/cisvto (album fotografico)



Stefania Garini




Missionari di «frontiera» Aperta la nuova missione Imc in provincia di Tete

Sono tre. Un italiano, veterano del Mozambico, un colombiano
e un tanzaniano. Tre continenti. Tre culture. Un solo approccio: stare con gli
ultimi, i più isolati e lontani. Condividendo
il più possibile. Nello spirito dell’Allamano. E nel ricordo dei primi
missionari della Consolata giunti a Tete nel lontano 1925. Prima «fotografia»
da Finguè.

Venti anni dopo gli accordi di pace di Roma, il Mozambico
sta vivendo ancora la ricostruzione post-bellica. Dopo la guerra civile, il paese si trovò in una precaria situazione economica,
con quasi tutte le infrastrutture distrutte. In passato si colpevolizzava la
guerra, ora sembra quasi tutto tranquillo e pacifico, nonostante ogni tanto ci
sia qualche atto di guerriglia. La bomba a orologeria è il divario sempre più
crescente tra la classe borghese dominante e la povera gente. I poveri lasciano
le campagne e si riversano in città alla ricerca di un lavoro che non trovano.
Chi soccombe in tutto questo sono sempre vecchi, bambini e ammalati.

Il
governo sembra schiavo delle multinazionali e delle donazioni dell’estero.
Fondi che non sono mai disinteressati, così si rischia una dipendenza cronica,
illudendosi di risolvere i problemi.

Per
farsi un’idea basta pensare che la paga minima legale mensile è di 3.000 meticais
(moneta locale) al mese (circa 77 euro).

Il
governo ha dichiarato «guerra alla povertà». L’intenzione è ottima, ma la realtà
è ben diversa, e sono numerose le persone che sopravvivono con un reddito di un
dollaro Usa al giorno.

A
livello sanitario esiste un’organizzazione ben strutturata e abbastanza
funzionale, specie nelle città. Non altrettanto nelle periferie e nei villaggi,
dove le difficoltà si moltiplicano e le
strutture sono paurosamente carenti. Le malattie più frequenti sono malaria e
Aids.

L’educazione, in generale, lascia molto a desiderare,
anche se le università si moltiplicano. Le iscrizioni alla scuola all’inizio
dell’anno sono moltissime, ma passando i mesi, il numero dei frequentanti si
riduce, cosicché molti non finiscono l’anno scolastico. Il risultato è che
molti ragazzi non terminano neppure la scuola di base. Il fenomeno coinvolge
soprattutto le bambine.

Il livello d’insegnamento resta molto basso: dopo anni
di scuola talvolta si stenta a leggere e scrivere. Nonostante le molte denunce
di questo problema sembra non esserci soluzione. Il miraggio è sempre la città,
ma purtroppo molti vi soccombono. In questa lotta per la sopravvivenza è
favorita la prostituzione e il formarsi di gruppi sbandati di giovani.

In generale, la Chiesa ha un fascino morale rilevante.
Non ha grandi strutture perché nel periodo marxista-leninista ha subito una
purificazione che le ha fatto bene. A quel tempo si è sviluppata una Chiesa
molto viva in cui veramente si «camminava assieme». Con il passare degli anni
forse la freschezza iniziale si è affievolita, ma è senza dubbio una Chiesa
piena di ministeri (servizi alla comunità da parte di laici), con un ruolo
importante nella storia del Mozambico.  

Verso Tete

La provincia di Tete conta circa due milioni
di abitanti sparsi in un’area di 100.715 Km quadrati (un terzo dell’Italia, ndr),
ed è suddivisa in 12 distretti. Il territorio è molto vario: vi si trova una
zona fertile, molto popolata, l’altipiano di Agonia, e una zona secca e arida,
lungo il rio Zambesi e il lago artificiale di Cahora Bassa. Centro propulsore
di tutta la provincia è la città di Tete.

Le popolazioni appartengono alla stessa etnia bantu, ma
sono differenti per lingua e tradizioni. Vi sono due strade asfaltate che
portano al confine con Malawi e Zambia. La gente vive di agricoltura
tradizionale e, quando può, di commercio informale, con bancarelle lungo la
strada. L’altipiano di Angonia ha un livello di vita superiore alle altre parti
della provincia.

A 170 Km da Tete si trova la diga idroelettrica di Cahora Bassa,
che potrebbe dare energia a quasi tutta l’Africa australe. L’elettricità arriva
quasi ovunque, dando una potenzialità grande di sviluppo.

A 20 Km da Tete, a Moatize, è stato trovato
un enorme giacimento di carbone. Altrettanto pare stia accadendo nei distretti
di Magoè, Zumbo e Changara. Per questo fatto tutta la provincia di Tete sta
vivendo un momento di esplosione economica e di «occupazione» da parte delle
grandi compagnie minerarie, soprattutto quella del carbone.

Le enormi potenzialità energetiche e minerarie della zona hanno
attirato qui le multinazionali. La gente locale è costretta a lasciare le terre
per cedere posto alle miniere. Viene in qualche modo indennizzata, ma perde il
suo habitat naturale che gli garantiva una vita dignitosa. Ci si trova così
immersi in un flusso caotico di gente che si sta spostando, con i prezzi che
crescono vertiginosamente. A questo si deve aggiungere l’invasione di tecnici e
di personale delle grandi compagnie minerarie, come la Vale e la Rio Tinto, che
arrivano dall’estero con l’unico scopo del profitto e completamente estranei al
mondo africano. Nei loro insediamenti vivono isolati e allergici a tutto ciò
che capita attorno, chiusi e aggrappati alla propria sicurezza culturale.

Una missione lontana

Dalla città di Tete parte una strada che va alla frontiera con lo
Zambia. Percorsi 163 Km, si apre a sinistra una strada sterrata che si snoda in
mezzo alla foresta fino al rio Capoce, da dove inizia il distretto di Marávia.
Di qui la strada incomincia a salire con un continuo saliscendi fino ad
arrivare, dopo 115 Km, alla cittadina di Finguè (scritto anche Fingoè o Fingwè).

Situata in un anfiteatro molto bello e con alte colline che le
fanno da corona, Finguè si presenta con un susseguirsi di capanne e casette e
offre un clima fresco e salubre, molto diverso dalla calura della città di
Tete. Lungo la strada incontriamo il mercato, ciò che vi si trova viene in gran
parte dallo Zambia e Zimbabwe, molto vicini. Finguè è la sede amministrativa
del distretto di Marávia (99.000 abitanti, dati 2007) e ha una popolazione di
circa 20.000 persone.

In Finguè è in costruzione un grande ospedale e in attività una
scuola secondaria che nei prossimi anni porterà gli alunni fino all’università.
Queste strutture servono tutto il distretto. Le ragazze e i ragazzi che vengono
dai villaggi vivono in continua precarietà. Sono sempre alla ricerca di un
alloggio o di una casa di parenti o amici, a fine settimana ritornano alle
proprie case per rifoirsi di cibo.

I missionari della Consolata sono arrivati
nel distretto e nella cittadina di Finguè il 16 febbraio 2013. Siamo venuti qui
per rispondere all’invito del nuovo vescovo di Tete, mons. Inácio Saure, anche
lui missionario della Consolata, che si è trovato con un territorio immenso
senza personale. Siamo arrivati in tre: i padri Hyacinth Mwallongo tanzaniano,
Eduardo Reyes colombiano e il sottoscritto Franco Gioda.

C’è anche un collegamento in spirito ai primi missionari della
Consolata, che nel lontano 1925, arrivarono nel distretto di Zumbo, confinante
proprio con quello di Marávia.

In questa grande area abbiamo trovato una realtà molto complessa.
Ci sono tre centri, Finguè, Unkanha e Malowera, attorno cui convergono molte
comunità e popolazioni con caratteristiche proprie, quindi con
l’esigenza di una pastorale diversificata.

A Finguè si trovano molti nuovi villaggi, ma le comunità
cattoliche sono poche, è il regno delle diverse chiese pentecostali. Unkanha,
sede di un’antica missione spagnola, è una zona molto abitata con varie comunità
cattoliche, ma lasciate a se stesse da decenni. A Malowera troviamo molte
comunità che in passato erano fuggite nello Zambia, e ora sono ritornate in
Mozambico, ma vivono molto isolate.

Un po’ di storia

La cittadina di Finguè, e la sua zona, sono state toccate
dall’annuncio del Vangelo negli anni ’50 con i missionari spagnoli di Burgos
che iniziarono una missione a Unkanha, a circa 80 km. A quel tempo Fingoè era
un’area poco popolata, ma già un luogo strategico per il controllo della zona.
C’era un quartiere militare e dei commercianti che di qui partivano per le zone
dell’interno molto popolose. Dicono che allora l’ambiente non fosse molto
accogliente e abbastanza corrotto. I missionari intensificarono la loro attività
altrove. A Finguè fecero una cappella salone, ancora esistente, che serviva da
punto di appoggio per le attività missionarie, ma l’evangelizzazione rimase
molto superficiale e limitata a due o tre comunità.

I missionari furono costretti, a causa della
guerra d’indipendenza, a lasciare Unkanha nel 1971 e da allora non ci fu più
una presenza in tutto il distretto di Marávia. Ci si limitava a tenere contatti
sporadici con qualche messa, poi tutte le attività erano lasciate agli
animatori. In questi quattro decenni sono passate due guerre e un governo che
soffocava ogni dimensione spirituale. Ciò nonostante, la fede è continuata, le
comunità sono aumentate. Oggi ne stiamo trovando alcune aggrappate alla
preghiera, alla parola di Dio, alla carità. La presenza dello Spirito è
palpabile.

In questi anni nell’area di Finguè stanno sorgendo numerosi
villaggi, specie ai lati della strada. Ne contiamo una trentina, nei quali sono
presenti una quindicina di comunità cattoliche. Nella cittadina i cattolici non
sono molti. Possiamo dire che sia il regno delle religioni più disparate che si
rifanno in qualche modo alla Bibbia. I gruppi pentecostali pullulano. La
presenza dei Testimoni di Geova è la più numerosa e meglio organizzata, si fa
sentire con la sua tipica aggressività e con una struttura molto efficiente.
Ogni villaggio importante ha la «Sala del Regno», centro della loro attività.

Il marasma di fedi in questa zona, è dovuto senza dubbio
all’abbandono in cui furono lasciate le comunità e all’invasione di gruppi
religiosi provenienti dai paesi vicini: Malawi, Zambia e Zimbabwe.

Unkanha

La strada che passa a Finguè continua
inerpicandosi su una salita ripidissima, impossibile per i camion, per
diventare una spericolata discesa. Si prosegue poi in una valle per
un’ottantina di chilometri, per arrivare così a Unkanha. Questa era la sede
della missione degli spagnoli. Vi si trovava l’abitazione dei missionari e
delle missionarie, la chiesa, gli inteati (per 150 ragazzi e ragazze), un
posto sanitario e una mateità. Era il centro propulsore di tutto, anche se
l’amministrazione civile era in Finguè.

Ad Unkanha tutto è andato distrutto: restano
solo ruderi. Le popolazioni si sono stanziate a distanza di alcuni chilometri,
ritornano in questo luogo solo per qualche riunione che loro stessi organizzano
per sostenersi nella fede. Si adattano, servendosi di quanto è rimasto
dell’antica missione.

Accanto alla vecchia missione abbandonata, troviamo 34 comunità
molto vive: qui i cattolici sono numerosi e vivono in profonda comunione tra di
loro. Nel tempo della guerra civile molti fuggirono nello Zimbabwe, e al
ritorno hanno vivacizzato le comunità rimaste. Molte di esse ancora vivono
isolate per parecchi mesi all’anno, perché durante la stagione delle piogge è
impossibile ogni comunicazione.

Stiamo facendo una mappa della zona, ma non siamo ancora riusciti
a raggiungere tutte le comunità e speriamo di farlo prima di dicembre. Delle
comunità visitate, alcuni non vedevano da anni un missionario, o mai avevano
partecipato a una messa.

Prima di arrivare alla missione di Unkanha, lungo la strada si
apre un cammino che ci porta, dopo 75 km, alla frontiera con lo Zambia. Una
strada pessima, impossibile durante il periodo delle piogge. Qui c’è un centro
molto importante: la cittadina di Malowera. Attoo a essa si aprono a raggiera
alcune strade che ci portano a diverse comunità cristiane vissute, fin dalla
loro nascita, aggrappandosi alla diocesi di Chipata (Zambia). Qui si vive sotto
l’influsso del paese vicino, compresa la lingua (inglese) e il denaro (kwacha).

Ritoo alle origini

L’idea iniziale dei missionari della Consolata che hanno scelto di
venire nella diocesi di Tete, era quella di andare nel distretto di Zumbo, e
raccogliere in qualche modo l’eredità dei primi confratelli e consorelle giunti
in questa zona, precisamente a Miruru, una località vicina al fiume Zambesi a
una settantina di chilometri da Zumbo. Si fermarono per due anni poi, per
motivi politici e religiosi, furono costretti a lasciare quel luogo per andare
nel Niassa e a Porto Amelia (attuale Pemba). Finguè si trova a metà strada, per
noi è quasi un trampolino di lancio per quella zona, dove ci sono ancora una
ventina di comunità cristiane che sopravvivono, nonostante quaranta e più anni
d’abbandono. Sentiamo un dovere morale di essere presenti a Zumbo e Miruru. Lo
faremo nei prossimi mesi nel nome della Consolata.

A Finguè le uniche strutture sono 
tre capanne di fango con tetto in paglia. C’è anche una piccola chiesa
costruita dai padri spagnoli di Burgos tanti anni fa per la minuscola comunità
cristiana che stava nascendo. Adesso ce ne serviamo per la preghiera, per
momenti di formazione e come punto d’incontro della comunità.

Si vuole fare il cammino con la gente in uno
stile comunitario e partecipativo e con strutture ridotte all’essenziale. In
questo momento la gente sta facendo i mattoni per offrire una mini struttura
per i missionari. Questo stile di presenza esige pazienza, ma garantisce una
partecipazione costante e attiva della comunità alla vita della missione.
Vorremmo andare avanti così rispettando i tempi e i metodi perché la gente
possa sentire sua la missione che iniziamo.

Presenza e formazione

La nostra azione si basa su due linee orientative: presenza e
formazione. Come presenza intendiamo visitare sistematicamente tutte le comunità.
Come formazione, invece, intendiamo: fare incontri, riunioni «sonkhano»
e un cammino formativo per gli animatori e catechisti delle comunità e avere
per loro un’attenzione particolare. Ci interessano tre settori: formazione
umana, biblica/catechetica e liturgica.

Si parte dunque da una sola missione, Finguè, ma con tre aree
molto distanti l’una dall’altra, con caratteristiche e cammini di fede diversi,
con idiomi differenti. La stessa lingua portoghese non è molto conosciuta,
mentre in molte zone di frontiera si parla inglese. La moneta è differente, si
compra difatti con la kwacha zambiana. Tenendo presente questa
situazione e volendo conoscere bene gli animatori, si crede opportuno che,
perlomeno per questi primi anni, la formazione sia fatta separatamente nelle
tre aree: Finguè, Unkanha e Malowera. Ci si limiterà a un incontro assembleare una
volta all’anno per tutta la parrocchia. Per attuare questo abbiamo bisogno il
più presto possibile di alcune strutture essenziali nei tre centri di cui è
composta questa missione.

Franco Gioda

 
      Il progetto sonkhano (incontro)                        
Parola d’ordine: «partecipazione»


Una missione senza grosse infrastrutture. Con materiali e
tecnologia locali. Affinché non si crei distacco con la gente. E i parrocchiani
la sentano «loro». Ecco come inizia la missione di Finguè.

Se il nostro programma è riassumibile in due parole «presenza
e formazione», la metodologia per attuarlo è riducibile a una parola sola: «partecipazione»
cioè condivisione e corresponsabilità sempre e in tutto. Questo esige pazienza
e nello stesso tempo strutture semplici, a volte anche provvisorie. Vorremmo
che non si vedesse la nostra presenza come l’intervento di persone che fanno
tutto perché hanno denaro, ma fratelli di fede che camminano con semplicità con
loro. Quanto si sta facendo deve essere sentito come «cosa propria» dalla
comunità locale, non donazione che viene da fuori. Tutto ciò sarà forse utopia,
ma… lasciateci sognare!

Per l’andamento dei corsi di formazione: ogni comunità
provvederà il cibo per le persone che invierà. Per l’arredamento (coperte e
stuoie): ogni centro provvederà la quantità di cui si ha bisogno con il nostro
appoggio.

La mano d’opera in buona parte sarà soddisfatta dall’apporto
locale. La gente parteciperà alle costruzioni in tutto quello che potrà. I
nostri interventi riguarderanno solo quello che, di fatto, concretamente la
gente non è in grado di fare.

A Finguè vorremmo per questo primo periodo mantenere la
struttura attuale. In questo momento la gente è impegnata a preparare il
materiale per la casa in mattoni dei missionari. La partecipazione dei
parrocchiani continuerà a tutti i livelli, ma a un ritmo che rispetti le
esigenze delle famiglie e della comunità stessa. Il volere subito una casa
efficiente per i missionari ci sembra inopportuno. Così non ci pare il momento
di prospettare strutture grandi e definitive per la formazione degli animatori,
ci pare che il rispettare la semplicità e l’accoglienza della tradizione locale
sia la cosa migliore.

Vorremmo dunque costruire due case di tipo tradizionale per
gli animatori e animatrici a Finguè e Malowera.

Si vogliono poi realizzare tre «alpendre» nei tre centri. Si
tratta di una grande capanna circolare senza pareti con dei pali o colonne che
sorreggono il tetto. Nella circonferenza intea si possono fare anche due o
tre gradini per sedersi, è una specie di piccolo anfiteatro che può contenere
fino a 80 e più persone. Sostituisce molto bene un saloncino con il vantaggio
della frescura.

A Unkanha si possono riabilitare gli edifici della vecchia
missione per avere un complesso di costruzioni degne e confortevoli. Questo
servirà sia per gli incontri di formazione degli animatori, sia per dare
un’abitazione funzionale e tranquilla ai missionari che sistematicamente per
prolungati periodi vengono ad abitarci. In questa zona difatti si trova la
maggior parte delle comunità della missione di Finguè. 

A Malowera fino all’anno scorso, oltre a un salone
polivalente che serve ancora adesso da chiesa, non c’era niente altro.

Le attuali strutture dove abitano i missionari sono molto
precarie, sembrerebbe logico intervenire innanzitutto in questo settore, ma la
scelta di stare con la gente e camminare con essa, comporta anche questo. Si
accetta tutto serenamente e con gioia. Si tenga presente del resto che questo
progetto contempla per i missionari la sistemazione a Unkanha di una casa
abbandonata.

Crediamo inoltre che si rimanga perplessi nel pensare di
intervenire in alcuni casi con materiale locale e quindi in qualche modo
provvisorio. Si vorrebbero costruzioni stabili e definitive. Siamo del parere
che, in questo momento e in questo luogo ciò sia sconveniente, sia perché la
missione inizia solo adesso sia perché ci si trova in comunità che hanno atteso
anni e anni l’arrivo dei missionari. Perdere altro tempo in attesa di strutture
efficienti ci pare un venir meno al nostro dovere e un deludere l’attesa della
gente.

Il progetto presentato sembra alquanto dispersivo perché gli
interventi che proponiamo si dirigono in tre centri distanti tra loro,
riguardano però un settore di capitale importanza per la realtà di queste
popolazioni, soprattutto per i cristiani per decenni abbandonati a se stessi.
Senza la formazione degli animatori il nostro lavoro non può riprendere e
andare avanti. Da troppi anni sono vissuti aggrappati solo alla fede e alla
loro buona volontà, senza momenti formativi e senza l’aiuto di sussidi per la
catechesi.

Franco Gioda

Franco Gioda




L’immigrazione e il dramma dei «boat people» «Torna da dove sei venuto»

Paese di emigrati, l’Australia ha adottato una politica
durissima nei confronti degli stranieri che arrivano con imbarcazioni di
fortuna. Lo scorso anno sono sbarcate 17.000 persone (contro le 24.000
dell’Italia). La maggior parte recluse in centri situati in sperdute isole del
Pacifico. Dal 2014 sarà ancora più dura e i soli migranti accettati sul
territorio australiano saranno quelli dotati di specifiche competenze (skills).

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La consultazione elettorale del 7 settembre è stata certamente una delle più combattute e importanti dell’Australia degli ultimi decenni. A conferma dei sondaggi ante voto, gli elettori hanno dato la vittoria alla Coalizione liberal-nazionale e al suo leader Tony Abbott, neopremier australiano.

Molti e complessi i temi sul tappeto della campagna elettorale: frenata dell’economia, occupazione, distribuzione della ricchezza, interventi sociali... Tuttavia uno in particolare l’ha segnata e ha raccolto l’interesse dei 14 milioni di elettori: la politica immigratoria.

Un tema su cui il confronto tra i conservatori della Coalizione Liberal-nazionale e i Laburisti (al potere dal 2007, con la curiosa alternanza intea al premierato tra il navigato politico Kevin Rudd e la sua rivale intea Giulia Gillard) è stato particolarmente acceso, ma che alla fine si sintetizza - con poche distinzioni e sottolineature -nel respingimento coatto verso centri di raccolta e di valutazione in paesi limitrofi, comunque al di fuori delle acque territoriali australiane di quanti continuano ad arrivare via mare in precari e rischiosi «battelli della speranza».

Alla fine, una scelta con pochi oppositori all’interno, in particolare in un paese preoccupato della recente frenata di export e attività minerarie, del caro-dollaro (australiano) e di nuove povertà. Una scelta, tuttavia che per molti ha indebolito la credibilità internazionale del paese. Va ricordato che l’Australia, dall’Assemblea generale di fine settembre, detiene la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Nessuna accoglienza per i nuovi «boat people» 

La campagna elettorale aveva avuto un inizio insieme emblematico e drammatico. Il 19 luglio, in quello che una parte della società civile ha definito «giorno della vergogna», il premier australiano avviato alla sconfitta, Kevin Rudd, annunciava la fine di ogni possibilità di asilo per quelli che, recuperando una terminologia legata al conflitto vietnamita e che sembrava relegata al passato, i media hanno chiamato «boat people». Migliaia di mediorientali e asiatici meridionali che si affacciano sulle acque al confine australiano alla ricerca, più che di benessere, di sicurezza in un paese terzo. «Da ora in poi qualunque richiedente asilo che arrivi in Australia via mare non avrà alcuna possibilità di essere ospitato in Australia come profugo», aveva spiegato Rudd durante la conferenza stampa congiunta con il collega della Papua Nuova Guinea, Peter O’Neill. Dal 2014 le imbarcazioni non autorizzate saranno dirottate sulla Papua Nuova Guinea per valutare le domande di asilo.

«Gli australiani sono stanchi di vedere gente morire nelle acque territoriali settentrionali... il nostro paese ne ha abbastanza di trafficanti di esseri umani che sfruttano quanti cercano asilo e stanno a guardare mentre annegano in alto mare», sintetizzava il premier spiegando le ragioni della scelta.

L’obiettivo della nuova linea è di disincentivare i pericolosi viaggi della speranza che molti asiatici intraprendono - solitamente dall’Indonesia - a bordo di barconi, e che spesso si concludono con naufragi e annegamenti. In particolare, Canberra vuole scoraggiare i «migranti economici» che non fuggono da persecuzioni ma cercano migliori condizioni di vita in Australia.

«La nostra aspettativa è che quando questo accordo regionale sarà applicato e il messaggio sarà ascoltato forte e chiaro, il numero di imbarcazioni diminuisca per rendere possibile procedere normalmente con le domande di asilo come prevede l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati», aveva aggiunto Rudd.

Quindi non vi saranno più rifugi - come annunciato solo pochi mesi fa dallo stesso governo laburista, prima di confrontarsi con le posizioni più radicali dei rivali politici poi risultati vincitori nelle elezioni politiche - sul territorio australiano (nemmeno in aree estee e defilate) per i boat people che qui arrivano dopo viaggi lunghi e pericolosi, spesso pagando con la vita il tentativo. Sarà ulteriormente inasprita la procedura di screening per chi cercherà la qualifica di profugo; infine, se sarà approvato lo status di rifugiato, la destinazione finale non sarà l’Australia, con le sue opportunità e i difficili equilibri etnici, ma la Papua-Nuova Guinea, uno dei paesi più poveri dell’area Asia-Pacifico.

Uno shock per una parte del paese e per la comunità internazionale, ovviamente un rischio ancora maggiore, in prospettiva, per chi tenterà il passaggio.

Il mercato dei profughi

La nuova politica immigratoria non ha portato a Rudd la vittoria sperata e il suo terzo mandato da premier. Una linea ancora più severa ha agevolato l’affermazione del rivale Tony Abbott, al punto da andare verso un’attribuzione di ampi poteri sull’immigrazione marittima e sul controllo del traffico di esseri umani alle autorità militari, ma anche verso una revisione restrittiva dei tempi e delle possibilità di permanenza per i profughi già nel paese con visti temporanei.

Oggi, come sottolineato da un ex primo ministro liberale, Malcom Frazer, «la protezione dei diritti umani sotto i Laburisti non è migliore di quella sotto i Liberali. Come parte di una politica accelerata alla ricerca di un deterrente per fermare il flusso di irregolari verso l’Australia, si è arrivati a minacciare i boat-people con una residenza in Papua-Nuova Guinea. Un modo per scaricare la responsabilità su un paese del terzo mondo». «Il governo – ricorda Frazer - ha sempre avuto la possibilità di fermare le imbarcazioni in arrivo dall’Indonesia, se avesse scelto di prendersi carico dei profughi che arrivano in quel paese e li avesse portati direttamente in Australia».

Davanti alle ripetute assicurazione che il trattamento nella nuova e indesiderata sede - per molti teoricamente provvisoria prima della ripartenza per paesi di accoglienza finale - sarà adeguata agli standard inteazionali, David Manne, acceso sostenitore australiano dei diritti dei migranti, ricorda la pessima reputazione della Papua-Nuova Guinea rispetto ai diritti umani.

Manne è stato determinante nel fermare un’altra controversa iniziativa del precedente governo: la «soluzione malese» che avrebbe consentito di mandare nel paese asiatico 800 profughi non ancora scrutinati in cambio di 4.000 già certificati come rifugiati.

17.000 migranti in Australia  (24.000 in Italia)

A fine agosto, il paese ha salutato con indifferenza l’avvio del procedimento giudiziario contro tre cittadini afghani, un iraniano e un pachistano indagati per 12 mesi come membri di una organizzazione criminale che avrebbe reso possibile l’arrivo di 132 boat-people a Christmas Island. Un loro giudizio dovrebbe, secondo le autorità, «influenzare quanti sono coinvolti nei gruppi criminali e l’arresto renderà possibile altri arresti».

La legge australiana (Migration Act) indica che coloro che entrano o lavorano in Australia senza autorizzazione o privi di regolare visto, sono considerati immigrati illegali e per questo sottoposti a detenzione e a deportazione, salvo casi particolari. Sono circa 50 mila le persone che si trovano nel paese senza un visto appropriato o con visto scaduto, soprattutto cittadini britannici.

Negli ultimi anni, i troppi naufragi al largo o sulle coste di Christmas Island, avamposto di territorio australiano proiettato verso l’Indonesia, hanno evidenziato ancora una volta la situazione di migliaia di persone che affidano a imbarcazioni foite da trafficanti senza scrupoli le loro speranze di fuggire da aree di conflitto o dall’emarginazione per raggiungere l’Australia. Secondo i dati ufficiali foiti dal dipartimento dell’Immigrazione australiano, sono state 278 le imbarcazioni intercettate lo scorso anno con un totale di oltre 17.000 passeggeri (secondo il ministero, sono stati 24.000 i migranti arrivati in Italia negli ultimi 12 mesi, ndr). Un numero cresciuto notevolmente rispetto all’anno precedente ma che sarà ampiamente superato quest’anno, dato che nei primi sei mesi del 2013 oltre 14 mila migranti hanno raggiunto l’Australia in carrette del mare e circa 240 sono annegati in una serie di naufragi. Abitualmente, ma in modo non esclusivo, sono afghani, iracheni e srilankesi di etnia tamil a tentare il viaggio lungo e pericoloso verso le coste australiane, transitando abitualmente dalle acque indiane, thailandesi e malesi prima di approdare in Indonesia per poi essere imbarcati da una tratta organizzata e con pochi scrupoli verso la meta finale. In alternativa, un percorso più lungo porta centinaia di disperati a percorrere l’immenso arcipelago indonesiano da Giava a Bali, Flores, Timor occidentale, Lombok o Papua occidentale prima dell’imbarco. Aree dove distanza dal potere centrale e corruzione consentono ai «passatori» di correre pochi rischi. Altri, ancora finiscono per arrivare a Timor Est, e qui attendere il momento propizio per l’imbarco verso le non lontane coste settentrionali australiane.

Sulle isole del Pacifico

Almeno la metà degli arrivi degli ultimi anni riguarda cittadini afghani, che l’Australia tende a non accogliere per il presunto miglioramento delle condizioni nel loro paese e per gli accordi bilaterali, ma che Kabul non vuole indietro nel caso in cui non viene loro riconosciuto lo stato di rifugiato. 

Una situazione complessiva che rende difficile la partenza, impossibile il rientro. Per questo a centinaia restano, a volte anche per anni, bloccati nei villaggi sulle coste malesi e indonesiane se una qualsiasi ragione impedisce loro di imbarcarsi verso la meta finale. Enorme il rischio anche per quanti si imbarcano per un viaggio che troppo spesso finisce in un naufragio. Una situazione che l’accentuata clandestinità imposta dalle nuove norme rischia di peggiorare dal prossimo gennaio.

Al centro della politica ufficiale dal 2012, è stata inizialmente la trasformazione di alcune aree geografiche (le isole Christmas, Manus, Melville; gli arcipelaghi dello Cocos, Ashmore e Cartier e lo stato isolano di Nauru) in zone di raccolta offshore, dove accogliere gli immigrati, sovente in situazioni drammatiche. In questo contesto rientra l’avvio della chiusura di Christmas Island, ma anche la riapertura del centro di selezione extra-territoriale di Nauru, che organizzazioni inteazionali hanno definito «un inferno»e il tentativo (bocciato dall’Alta Corte) di negare visti a persone riconosciute come rifugiati se ritenuto utile alla sicurezza nazionale. Gli sviluppi politici successivi e la devastazione del centro di Nauru (il 19 luglio 2013) hanno lasciato aperte - in prospettiva - soltanto le porte unidirezionali di Manus Island.

Stefano Vecchia

 
       La Chiesa cattolica: La dignità sopra ogni cosa                

Inevitabilmente, la politica migratoria e, in particolare, i recenti sviluppi con le prospettive di inteamento dei boat-people e il sostanziale blocco dell'accoglienza, chiama in causa la Chiesa cattolica australiana.

A parte le considerazioni ideali, è un dato di fatto che l'Australia, circondata dall'oceano, è tra le nazioni più difficili da raggiungere. Secondo, ogni azione deterrente verso chi cerca asilo non ferma le guerre e gli altri tragici fattori che spingono molti a fuggire dalla loro terra. Terzo, la maggior parte delle persone in condizione di profugo preferirebbero restare nell'area di provenienza. Per queste ragioni - conferma la Chiesa locale - il numero dei richiedenti asilo in Australia sarà sempre irrisorio se confrontato con altri paesi.

Come esplicita un recente documento diffuso dall'Ufficio per i migranti e i rifugiati della Conferenza episcopale cattolica australiana, «la Chiesa universale non incoraggia esseri umani a cercare rifugio altrove via mare, ma riconosce la loro condizione. I richiedenti asilo sono solo un problema nel nostro paese quando i boat-people si affacciano sul nostro mare. Altrove nel mondo queste attività sono assai più consistenti ma ricevono relativamente poca attenzione. Se le barche cessassero di arrivare in Australia, esse andrebbero altrove. Non avremo salvato i loro passeggeri dal viaggio ma avremo solo cambiato la loro destinazione. Quale sorte preferiremmo per loro? Morire di fame, essere stuprati, mutilati e uccisi o finire annegati? Noi siamo tutti sulla stessa barca, tutti vogliamo vedere la fine delle sofferenze degli altri e abbiamo concrete possibilità, in Australia, di operare positivamente. Contrariamente all'opinione di alcuni politici, noi non decidiamo chi arriva in Australia. Quello che decidiamo è chi viene trattato con dignità quando arriva in Australia. Noi siamo la soluzione, non il problema!».

Ste.Ve.
 
      La nuova immigrazione in Australia: Porte aperte (ma soltanto ai professionisti)                

Sempre più, la politica australiana verso i richiedenti asilo si orienta a essere un processo che garantisce i privilegi del paese ed esclude coloro che vengono considerati di disturbo. Questo nonostante nella storia l'Australia abbia beneficiato proprio dei migranti che vi hanno trovato rifugio.

Il volto immigratorio del paese sta cambiando drasticamente ed è sempre meno europeo. In particolare per quanto riguarda l'immigrazione professionale, ormai quasi esclusivamente appannaggio degli asiatici.

Nel 2011-12, India con 29.018 arrivi e Cina con 25.509, hanno superato quello che tradizionalmente è stato la principale fonte di immigrati, il Regno Unito, i cui emigrati in Australia sono stati 25.274. Complessivamente, per i gruppi immigrati, si conferma il primato dei neozelandesi, 45.000, che però non rientrano nel programma di immigrazione programmata.

Dati che segnalano anche un'altra caratteristica essenziale del volto nuovo dell'immigrazione agli Antipodi: in maggioranza gli arrivi sono gestiti dal programma di immigrazione permanente per lavoratori qualificati. Entro questa categoria, infatti, nel biennio è rientrato il 68% degli arrivi. Di fatto, l'Australia ha definitivamente cambiato la sua fisionomia da paese di immigrati-pionieri a uno di immigrati-professionisti.

A smentire che i limiti ai richiedenti asilo siano di carattere pratico (mancanza di risorse o territorio o rischio di contrasto con altri gruppi immigrati) è il dato che, sempre per il 2011-2012, il paese ha accolto un numero record di immigrati regolari: 184.998, tra i più vasti di sempre, che hanno superato di poco i 200.000 con i nuovi rifugiati riconosciuti tali. Questi numeri in crescita suscitano preoccupazione e ciò può parzialmente spiegare - andando essi in parte ad alimentare l’area dell'illegalità alla scadenza dei visti regolari  - il «giro di vite» verso i boat-people.

Ste.Ve.
 

Per maggiori informazioni: http://www.immi.gov.au/skilled/general-skilled-migration/whats-new.htm

 

        I campi di detenzione nelle isole di Christmas, Manus, Nauru: Quando anche Lampedusa sembra il paradiso                                      

Poco più di 3.500 boat-people sono detenuti nel territorio australiano di Christmas Island nell’Oceano Indiano e altri 720 in campi costruiti dall'Australia nell'Isola di Manus in Papua Nuova Guinea e nel minuscolo stato isolano di Nauru. Altri 6.250 sono in detenzione in Australia con visti temporanei in attesa di una ricollocazione.

Christmas Island è il lembo di territorio australiano più vicino al continente asiatico a poche ore di traversata dalla costa di Java meridionale. Per sette anni, i 1.400 abitanti dell'isola hanno dovuto subire una convivenza loro imposta e un'attenzione mediatica non richiesta, con conseguenze pesanti, con un alto numero di casi di depressone, servizi già precari condivisi in parte con un numero di reclusi arrivato a superare fino a quattro volte gli 800 previsti, pressati tra solidarietà e insofferenza, a  loro volta discriminati in un ruolo di secondini che non si sono scelti. Difficili, come immaginabile, anche le condizioni degli «ospiti» del campo che funge da centro di prima accoglienza, selezione e detenzione per un'immensa area oceanica (una situazione condivisa per pochi mesi con Nauru).

Diversa ma non certo migliore a situazione di Manus Island, lontana al largo della costa settentrionale della Papua-Nuova Guinea. Il suo isolamento, clima e scarsità di risorse ne spiegano il sotto-popolamento (40 mila abitanti) nonostante le dimensioni (2100 chilometri quadrati). Qui gli australiani celebrarono dal 1950 al 1951 i processi contro i criminali di guerra giapponesi arrestati in Australasia, gli ultimi ad accertare la colpevolezza di gerarchi e funzionari dell'armata imperiale nel conflitto del Pacifico. Qui hanno investito molti milioni di dollari per aprire una struttura relativamente attiva dal 2001 al 2004 come centro offshore di selezione per i rifugiati ma che dallo scorso anno è tornato al centro della politica di contenimento dell'immigrazione irregolare del governo australiano.

Stefano Vecchia
 
Stefano Vecchia




Giappone 2: l’Atomo, le radiazioni e la posizione della Chiesa giapponese

1. Cosa è successo a Fukushima

2. Le radiazioni, loro pericolosità e processo di decadimento
3. Chiesa giapponese: sviluppo di energie alternative e revisione di stili di vita troppo energivori.

        Scheda / L’atomo
e l’energia nucleare              

Abbiamo chiesto a un fisico di spiegare, in poche e
semplici parole, l’atomo, come funziona una centrale nucleare e cos’è successo
a Fukushima.

La materia che ci circonda,
compresa quella presente in noi stessi, è formata da atomi di un centinaio di
tipi diversi. Ogni atomo è composto da tre particelle fondamentali,
piccolissime: i protoni, i neutroni e gli elettroni. La stragrande maggioranza
della massa, cioè del materiale costituente un atomo, si trova nel suo
piccolissimo nucleo. In questo sono presenti un certo numero di protoni (con
carica elettrica positiva) e neutroni (questi servono a «incollare» i protoni
tra loro, che altrimenti si respingerebbero avendo la stessa carica elettrica).
Solo nel caso dell’elemento più leggero, l’idrogeno, il nucleo è privo di
neutroni; vi è presente infatti un solo protone e quindi non ci sono problemi
di repulsione elettrostatica.

La comprensione della struttura
degli atomi deve molto alla scoperta della radioattività, avvenuta nel 1896. Fu
una scoperta del tutto inattesa, che rivelò come in natura vi siano energie
enormi, milioni di volte maggiori di quelle sino ad allora conosciute. Queste
energie sono racchiuse nel minuscolo nucleo degli atomi. Fu straordinario
scoprire che, proprio nei volumi più piccoli accessibili all’indagine
scientifica, si nascondono energie fino ad allora inimmaginabili. La
radioattività permise un’affascinante gamma di studi, i quali, nel giro di
nemmeno cinque decenni, portarono alla più sconvolgente delle realizzazioni
tecnologiche: la bomba atomica. Al cuore di questo sviluppo c’è la cosiddetta
reazione a catena, nella quale i nuclei di certi rari atomi, come l’uranio 235
(il 235 indica il numero totale di protoni e neutroni presenti nel nucleo),
vengono spaccati dall’impatto di neutroni di energia appropriata. La cosa
importante è che, oltre ai velocissimi (e quindi assai energetici) frammenti di
nucleo, con l’impatto vengono liberati anche alcuni neutroni, i quali, se si è
progettato bene l’apparato, possono indurre la frammentazione (o «fissione»,
per usare il termine tecnico più appropriato) di altri nuclei posti nei pressi.
Questo processo avviene assai rapidamente e, se si riesce a far spaccare una
gran parte dei nuclei presenti, ciò consente di ottenere deflagrazioni gigantesche: le esplosioni nucleari (o, più
volgarmente, atomiche).

Ma la liberazione di energia
nucleare può anche avvenire in maniera non esplosiva. Infatti, con grande
perizia, si può controllare la reazione a catena, sfruttando la possibilità di
variare il numero dei neutroni che causano le fissioni. Questo si fa
introducendo, tra gli atomi da spaccare, alcuni atomi il cui nucleo cattura i
neutroni liberi che lo colpiscono. Si tratta dei cosiddetti veleni neutronici
(uno di questi elementi è, ad esempio, il boro). Questo apre la possibilità di
realizzare una centrale nucleare, in cui l’energia necessaria per far girare le
turbine (che producono l’elettricità) deriva dalla rottura dei nuclei di uranio
a un tasso limitato e controllato. Tra una centrale nucleare e una
convenzionale (che brucia combustibili fossili) la differenza nella produzione
energetica è tutta qui; gli altri componenti dell’impianto, pompe, condensatori,
turbine, alternatori sono fondamentalmente identici.

Per consentire la gestione in
sicurezza di una centrale nucleare si deve sempre garantire un adeguato
raffreddamento del nocciolo dell’impianto, cioè di quella zona dove avvengono
le reazioni di fissione. L’energia liberata è infatti ingentissima e assai
concentrata, non solo durante il funzionamento normale, ma per molti giorni
anche dopo che la reazione a catena si è arrestata. L’arresto viene ottenuto
inserendo una sufficiente quantità di veleni neutronici, contenuti nelle
cosiddette «barre di controllo». Se tutte sono inserite nel nocciolo la
reazione a catena si ferma; se invece man mano vengono estratte, allora la
reazione riprende con sempre maggior vigore. Per evitare danni seri e possibili
disastrose conseguenze ambientali, la gestione di un impianto elettronucleare
deve essere fatta evitando che il nocciolo del reattore superi le temperature
previste dal progetto. Nella maggior parte dei casi ciò viene fatto
convogliando grandi quantitativi di acqua sul nocciolo, grazie a potenti pompe
(per dare un’idea: 60 metri cubi al secondo per una centrale da 1000 MW). In
mancanza del raffreddamento, la temperatura delle barre di combustibile può
velocemente raggiungere le migliaia di gradi centigradi, con la conseguente
fusione dei materiali che le costituiscono e il rilascio delle sostanze (assai
radioattive) in esse contenute.

È il caso di specificare che, per
realizzare una centrale nucleare, la disposizione e la concentrazione del
materiale atomico sono assai differenti da quelle proprie della bomba. Questo
non vuol dire che una centrale non possa esplodere, ma si trattererebbe in tal
caso di una esplosione «convenzionale», dovuta all’accumulo di gas e alla loro
eventuale reazione chimica e non a una reazione nucleare di tipo incontrollato.

Negli ultimi decenni si sono avuti
alcuni gravissimi incidenti in impianti nucleari civili: Cheobyl nel 1986 e
appunto Fukushima nel 2011. Se nel primo caso ciò è stato dovuto principalmente
alla disattenzione e impreparazione dei tecnici addetti all’impianto (Cheobyl
e il Trentino. La paura atomica nel piatto
, in bibliografia, ndr) e
solo in seconda battuta alle debolezze tecniche dell’impianto stesso, nel
secondo il disastro è stato conseguenza solo dell’incapacità di stimare con
precisione il rischio dovuto agli tsunami. Per poter disporre delle grandi
quantità di acqua necessarie al suo funzionamento, la centrale di Fukuhima è
stata posizionata sulla costa. Essendo il Giappone un paese notoriamente soggetto
a forti terremoti, l’impianto era stato progettato non solo per resistere alle
scosse telluriche, ma si era anche provveduto a costruire delle barriere sul
lato mare, così da proteggerlo dalle distruttive onde di marea (gli tsunami,
appunto) che spesso accompagnano i terremoti. I progettisti avevano però
valutato male l’onda massima prevista.

Quella che l’11 marzo 2011 si
abbatte sulla terraferma ha un’altezza tale da superare le barriere, allagando
la centrale (o meglio le centrali; a Fukushima erano infatti operativi ben sei
reattori, in edifici separati l’uno dall’altro, ma vicini). Al momento delle
ondate, la reazione a catena è già bloccata, essendo intervenuti sin dalle
prime scosse i sistemi automatici di sicurezza, ma permane, come abbiamo spiegato,
la necessità assoluta di raffreddare il nocciolo del reattore. Qui cominciano i
problemi.

La forza del terremoto interrompe
le linee elettriche che collegavano la centrale alla rete elettrica nazionale.
Questo impedisce alla centrale, che – avendo fermato le proprie turbine – ora
non produce più elettricità, di ricevere dall’esterno l’energia necessaria a
far funzionare le pompe di raffreddamento. Un evento del genere era stato
previsto nel progetto di Fukushima: in questo caso dovrebbero intervenire dei
grandi generatori diesel appositamente predisposti. Gli alloggiamenti di
questi, posizionati troppo in basso, vengono però invasi dalle acque e la
maggior parte dei serbatorni del loro combustibile sono distrutti. Si fa allora
ricorso a una terza linea di difesa, costituita da grosse batterie. Per varie
ore esse garantiscono il funzionamento delle pompe (almeno di quelle non
danneggiate), ma alla fine anch’esse giungono a esaurimento. A questo punto la
situazione si fa drammatica. Stante la scala del disastro causato dal terremoto
e dal successivo tsunami, risulta impossibile ristabilire le connessioni
elettriche con la rete; non si trova il modo di far ripartire (o di
rimpiazzare) i generatori d’emergenza; non si possono portare altre batterie;
la centrale non può quindi raffreddare il nocciolo, che comincia a salire di
temperatura, fondendo i materiali che lo costituiscono e causando un accumulo
di gas. Delle esplosioni squarciano tre edifici di contenimento; tre reattori
vengono pesantemente danneggiati, oltre ogni possibilità di recupero; in
atmosfera e nel mare vengono immesse grandi quantità di sostanze radioattive,
che vanno a contaminare non solo la zona della centrale ma un territorio assai
vasto. Un vero disastro ambientale, umano ed economico. Già, anche economico,
in quanto la sola distruzione dei reattori rappresenta una perdita netta
immediata di ben oltre dieci miliardi di dollari, senza contare la perdita di
introiti dall’elettricità non più prodotta. E non parliamo poi del costo
derivante dall’evacuazione della popolazione da una zona di venti chilometri di
raggio attorno alla centrale. Ma la situazione sarebbe potuta degenerare con la
fuoriuscita di radioattività in quantità enormemente superiori, aumentando di
molto il numero di civili da evacuare dalle zone circostanti.

Per vari giorni gli addetti alla
centrale e la protezione civile giapponese cercano in tutti i modi di riportare
l’impianto  sotto controllo. Questo è
reso difficile dai danni subiti e dall’impossibilità di lavorare in molte aree
a causa delle radiazioni troppo intense. Si ricorre al getto di acqua da parte
di elicotteri, che si dimostra però assai poco efficace; si usano autopompe
giganti per spruzzare acqua sopra i noccioli esposti dei reattori. Con
abnegazione e affrontando grandi rischi i tecnici e gli addetti riescono a
tamponare come meglio possono il disastro, non riuscendo però ad evitare che
grandi quantità di sostanze radioattive finiscano nell’ambiente terrestre e
marino. Ancora al momento in cui scriviamo queste righe – fine settembre 2013 –
le perdite continuano.

Mirco Elena

 

       Scheda / Le
radiazioni e gli effetti sull’uomo                 

Le radiazioni possono essere pericolose o mortali perché
interferiscono con il Dna degli esseri viventi. Ma occorre distinguere atomo da
atomo. E ancora: cos’è il processo di «decadimento»? Proviamo a fornire qualche
conoscenza elementare.

Parleremo di radiazioni ionizzanti,
cioè di quelle forme di energia che, sconvolgendo la nuvola di elettroni che
circonda i nuclei atomici, possono causare pesanti danni al Dna delle cellule
degli organismi viventi. Storicamente si parla di radiazioni di tipo alfa,
beta, gamma, oltre che dei neutroni. Altre radiazioni, come quelle
elettromagnetiche di bassa energia (onde radio, microonde, infrarosso, luce
visibile, ultravioletto non estremo) sono tutt’altra cosa e sono assai meno
pericolose. Le alfa sono nient’altro che nuclei di atomi di elio, costituiti da
due protoni e due neutroni; le beta sono elettroni; le gamma sono un tipo di
luce di frequenza altissima. La loro capacità di penetrazione è assai varia: le
gamma possono attraversare spessori di cemento superiori al metro; le alfa
vengono invece bloccate da un semplice foglio di carta. Le beta sono intermedie
tra queste due. Anche i neutroni possono attraversare grandi spessori di
materiale.

Da quanto detto sinora si potrebbe
essere tentati di pensare che le alfa siano le meno pericolose perché penetrano
di meno; sbagliatissimo! Infatti dobbiamo riflettere sul fatto che se è vero
che esse vengono bloccate in un brevissimo spazio, ciò vuol dire che tutta
l’energia da esse trasportata viene ceduta a una piccola zona del bersaglio,
ove quindi la concentrazione del danno sarà assai elevata. Viceversa, se una
radiazione deposita la propria energia all’interno di uno spessore rilevante di
materiale, ciò vuol dire che i danni saranno più distribuiti. Pensando ai
sistemi biologici, ciò vuol dire che se i danni sono forti e concentrati sarà
più difficile che i sistemi di riparazione cellulare siano in grado di
effettuare un buon lavoro. Ecco quindi perché il rischio da particelle alfa su
tessuti viventi viene considerato venti volte superiore rispetto al caso in cui
la medesima quantità di energia viene depositata da raggi gamma. Tenendo però
presente che le alfa sono bloccate da piccoli spessori, possiamo capire che
esse presentano per noi un rischio solo nel caso vengano inalate o ingerite; in
tutti gli altri casi, la nostra pelle (il cui strato esterno è costituito da
cellule morte) è già sufficiente per schermarci.


vari atomi radioattivi posso emettere radiazioni di tipo differente. Nel
processo di «decadimento» essi si trasformano in altre sostanze, che possono
essere anch’esse radioattive. In tal caso il decadimento prosegue fino a che si
arriva ad avere un atomo stabile. Una delle cose sorprendenti della fisica è
relativa ai tempi che caratterizzano i decadimenti; questi possono essere
straordinariamente differenti da atomo ad atomo e noi non possiamo intervenire
in nessun modo a cambiarli. Si va dai miliardesimi di secondo (e anche molto
meno) di certi tipi di atomi ai 4,5 miliardi di anni dell’uranio 238, e anche
oltre. Questo vuol dire che a seguito di un incidente come quello di Fukushima
ci troviamo a far fronte ad un inquinamento complesso, con la presenza
nell’ambiente, sul terreno, nelle acque, nell’aria di atomi con tempi di
dimezzamento (il tempo necessario perché metà del materiale radioattivo
inizialmente presente decada) assai vario.

Ciò ha importanti conseguenze dal
punto di vista delle azioni di rimedio. Infatti se abbiamo un ambiente
inquinato da iodio 131 (il cui tempo di dimezzamento è di soli otto giorni),
allora basta attendere alcune settimane ed esso scompare spontaneamente
dall’ambiente, che quindi si «autodisinquina». Differente è il discorso per
quanto riguarda le persone: in quelle poche settimane di esposizione allo iodio
131 sarà indispensabile fornire loro supplementi di iodio non radioattivo da
aggiungere agli alimenti, così da – mi si passino i termini – «saziare», «intasare»
la loro tiroide, che altrimenti si «abbufferebbe» con lo iodio pericoloso. Se
invece abbiamo presenza di atomi di lunga durata, ad esempio il cesio 137 (che
dimezza in trent’anni), dovremmo aspettare qualche secolo perché la loro
concentrazione si riduca a valori sufficientemente bassi, e quindi può
risultare indispensabile intervenire direttamente, ad esempio asportando il
terreno o piantando colture che li concentrino per poi raccoglierle e
seppellirle in discariche adatte. Ancora peggiore è il caso se nell’ambiente è
stato disperso plutonio 239, con un tempo di dimezzamento di 29.000 anni.

Per misurare la quantità di
radiazioni presenti in un certo ambiente o in un organismo si usano varie unità
di misura, piuttosto complesse e, per rendere le cose ancor più problematiche,
differenti tra l’Europa, dove vige il sistema internazionale, e gli Usa dove
persiste l’uso di antiche unità tradizionali. Non ci pare essenziale fornire
qui un quadro completo. Ci limitiamo solo a fornire un paio di nozioni, utili
per interpretare le notizie che i media, di quando in quando, ci propongono nei
loro servizi.

Ecco quindi che il becquerel (in
sigla: Bq) misura la cosiddetta attività e corrisponde a un decadimento
radioattivo al secondo. Pertanto, se leggiamo che nell’aria contenuta in una
stanza l’attività è di 200 Bq al metro cubo, ciò vuol dire che nel corso di un
secondo in un metro cubo di quel volume si avranno 200 decadimenti, con
l’emissione delle rispettive radiazioni. Nel caso dei cibi si parla spesso di
Bq/kg o Bq/litro. Per dare un esempio, le normative europee indicano in 200
Bq/m3 il valore di concentrazione da non superare per il gas radioattivo radon
presente nell’aria delle nostre case.

Il sievert (in sigla Sv) misura
invece la dose assorbita, cioè la quantità di radiazione depositata in un
bersaglio (ad esempio il nostro corpo, o uno specifico organo), tenendo però
conto non solo della quantità di energia, ma anche delle caratteristiche della
radiazione incidente e delle proprietà del tessuto colpito. Una dose di un Sv è
una quantità molto grande; si pensi che mediamente un cittadino italiano
assorbe circa 3 millesimi di Sv all’anno. Una dose di pochi Sv risulta mortale
per l’essere umano.

Mirco Elena

 
 
     La Chiesa cattolica del Giappone                                                    


     «CHIUDERE IMMEDIATAMENTE GLI IMPIANTI NUCLEARI»         

Sulla questione nucleare la posizione della Chiesa
cattolica giapponese è sempre stata chiara: necessità di sviluppo delle energie
alternative, ma anche riconoscimento dei limiti umani e revisione di stili di
vita troppo energivori. L’esatto contrario delle posizioni del primo ministro
Abe.


Osaka. Scrivo questo commento
per Missioni Consolata mentre vari programmi televisivi giapponesi
stanno ripetendo all’infinto la notizia che Tokyo ospiterà le Olimpiadi estive
del 2020. L’esultanza che questo annuncio sta suscitando nei Giapponesi è più
che comprensibile. Ma appena l’eco delle urla di gioia, degli abbracci e dei
vari proclami di benvenuto si affievoliscono, ecco che altre notizie più
preoccupanti fanno capolino sugli schermi. Il problema è presto detto: Tokyo
dista appena 250 chilometri da Fukushima, e la situazione alla centrale non è
certo delle più sicure. L’ultimo problema riguarda la fuga di acqua radioattiva
(usata per raffreddare i reattori) che si starebbe riversando in mare
provocando ulteriori danni all’ambiente. Ecco perché il primo ministro Abe, di
fronte al Comitato Olimpico Internazionale, ha rassicurato gli ascoltatori
affermando che «gli effetti dell’acqua contaminata sono stati perfettamente
contenuti all’interno della baia artificiale (costruita attorno alla centrali, ndr
e che la situazione è «sotto controllo».

Che questa affermazione del primo ministro sia accurata
o meno, forse poco importa: ciò che conta davvero, e le parole di Abe lo
confermano una volta di più, è che il Giappone non sembra ancora capacitarsi
della tragedia in atto e, soprattutto, che sia troppo orgoglioso per aprire un
di-battito pubblico sull’uso o meno dell’energia atomica e sulla sicurezza
delle sue 54 centrali nucleari. Una difficoltà, questa, a cui la Conferenza
episcopale giapponese aveva negli anni scorsi più volte accennato insistendo
affinché il governo rivedesse le sue politiche nucleari e desse vita a una
consultazione popolare sulle stesse.

Una delle recenti petizioni promosse dalla Conferenza
episcopale, prima ancora che il terribile tsunami si abbattesse su Fukushima,
riguardava un incidente avvenuto presso una piccola fabbrica di combustibile
nucleare a Tokaimura il 30 settembre 1999. L’incidente, generato dalla
miscela-zione accidentale di uranio e acido nitrico al di fuori delle regole
imposte dal ministero, aveva procurato la morte di 2 operatori e la contaminazione
di molte altre persone. In quella circostanza, la Conferenza aveva scritto
all’allora primo ministro Obuchi Keizo pregandolo di intervenire sui seguenti
punti: offrire l’opportunità alla popolazione di scegliersi quale tipo di fonte
energetica usare; ricontrollare tutte le centrali attive nel paese per
accertarsi che non ci siano mal funzionamenti; preparare la gente con
esercitazioni apposite in caso di incidenti o fughe radioattive; chiedere delle
revisioni dei siti nucleari a delle organizzazioni indipendenti; rendere
obbligatorie visite mediche per coloro che lavorano alle centrali e offrire
delle assicurazioni che contemplino il caso di contaminazione nucleare; e
infine, rendere pubbliche tutte le informazioni riguardanti l’incidente e lo
stato in cui versano gli altri impianti nucleari.

Di più, al n. 75 del documento «Rispetto per la vita –
Un messaggio dai vescovi giapponesi per il XXI secolo», pubblicato il 1 gennaio
2001, i vescovi affermavano che «La scoperta e l’uso dell’energia nucleare…
hanno offerto un’inedita fonte di energia all’umanità ma, come possiamo
constatare dalla simultanea distruzione della vita umana a Hiroshima e
Nagasaki, dal disastro di Cheobyl e dall’incidente avvenuto a Tokaimura, essa
può anche trasmettere enormi problemi alle generazioni future. Per usarla
correttamente abbiamo bisogno di riconoscere i nostri limiti e di esercitare la
massima cautela. Per evitare tragedie, dobbiamo sviluppare dei mezzi
alternativi più sicuri per produrre energia». Il documento lanciava poi un
accorato appello affinché il Giappone rivedesse il suo stile di vita fin troppo
fiducioso dei risultati scientifici e eccessivamente dipendente da un uso
spropositato non solo di energia atomica, ma anche elettrica. E se,
assecondando questo ripensamento, il Giappone si fosse ritrovato a essere meno
competitivo sul piano economico, ebbene, affermava il documento, almeno sarebbe
vissuto senza più paura di incidenti nucleari e sarebbe finalmente ritornato
alle sorgenti della sua cultura, saggezza e tradizione (shintornista, buddhista e
anche cristiana) che lo vedevano coesistere pacificamente con la natura.

Tutte queste raccomandazioni, inutile dirlo, si sono
rivelate dei semplici desideri, o delle voci troppo flebili per contrastare le
urla di coloro che continuavano ad invocare il proseguimento di un sistema
economico altamente dispendioso in termini di risorse sia energetiche che
umane.

Eppure, malgrado il
silenzio che ha accompagnato le sue esortazioni, la Conferenza episcopale si è
sentita in obbligo di lanciare altri messaggi in occasione degli anniversari
del disastro di Fukushima. L’ultimo, datato 22 febbraio 2013, constatava il
fatto che a due anni dalla tragedia non si può certo dire che la pace e la
speranza siano state restituite alla popolazione di quelle zone afflitte, e
neppure che si possa dare vita a una benché minima ricostruzione. Le 160.000
persone evacuante da Fukushima, che vivono in abitazioni temporanee, vedono le
loro forze fisiche sbriciolarsi giorno dopo giorno; il numero dei giovani che
abbandono i paesi vicini in cerca di lavoro sono sempre più numerosi; aumentano
le famiglie separate perché molte mamme con i loro bambini lasciano il marito
per andare a vivere in zone del Giappone ritenute più sicure… Nonostante questo
dramma la Chiesa continua a stare accanto alle persone offrendo loro supporto
materiale e spirituale, cerca continuamente di dare loro speranza e forza
stabilendo relazioni tra gli abitanti della regione e aiutandoli a ricostruire
comunità quasi irrimediabilmente infrante dalla tragedia.

Ma forse, e più coraggioso di tutti, è stato
l’appello lanciato il 22 dicembre 2011 dal vescovo di Sendai, Martin Tetsuo
Hiraga, contro la discriminazione nei confronti di coloro che vivono nelle zone
colpite dal disastro. Una discriminazione perpetuata non soltanto nei confronti
delle persone e dei prodotti di quella regione, ma anche (e ancor più
tristemente) nei confronti della sciagura stessa. Come si afferma nell’appello:
«La situazione non migliorerà di certo rigettando Fukushima. È solo accettando,
rimanendo vicini e dimostrando solidarietà alla popolazione di Fukushima che
scopriremo la via da seguire. Ciò che dobbiamo respingere non è Fukushima, ma
la nostra volontà a escludere e discriminare, sentimenti questi che rappresentano
i veri ostacoli verso la solidarietà nei confronti della gente di Fukushima.
Dobbiamo inoltre opporci alle politiche nucleari che hanno creato questa
situazione».

Il messaggio ad Abe e al suo tentativo di
sdrammatizzare il disastro nucleare in atto non avrebbe potuto essere più
chiaro. Non resta che sperare che le stesse acclamazioni di esultanza per la
scelta di Tokyo come città ospitante le prossime Olimpiadi, possano un giorno
essere seguite da quelle che finalmente annunciano il raggiungimento di un
futuro più sicuro per tutti gli abitanti di Fukushima, nome questo ormai
diventato uno dei tanti simboli di come (e di quanto!) l’uomo possa
irrimediabilmente farsi del male se lasciato solo in balia di se stesso.

Tiziano Tosolini
 

Mirco Elena e Tiziano Tosolini




Giappone 1 / L’Eredità di Fukishima

Dopo il disastro dell’11 marzo 2011: l’incubo durerà a lungo.  Si dice che la bonifica durerà 40 anni. Intanto, nella centrale devastata dallo tsunami del marzo 2011, gli allarmi continuano. Acqua radioattiva è arrivata fino in Califoia. Nonostante gli evidenti problemi, il premier Abe ha confermato la scelta nucleare del paese. E l’ottimismo viene alimentato anche con l’assegnazione al Giappone delle Olimpiadi del 2020. A Fukushima abbiamo camminato tra le rovine e parlato con i sopravvissuti. Queste sono le loro storie.

Il semaforo giallo continua a lampeggiare ritmicamente. Incessantemente. È l’unico segnale di presenza umana rimasto nella cittadina di Futaba, meno di tre chilometri in linea d’aria dalla centrale di Fukushima Daiichi, l’impianto nucleare colpito dallo tsunami del marzo 2011 e da cui continuano a fuoriuscire notevoli quantità di isotopi radioattivi. La statale numero 6, l’importante arteria stradale che segue la costa verso nord, è improvvisamente interrotta: un cartello spiega che oltre è impossibile proseguire, ma non ne indica il motivo, del resto troppo facile da intuire. La ferrovia è completamente avvolta nella fiorente vegetazione.

Parcheggio l’auto lungo quella che era la via principale del nucleo abitato: il silenzio penetra fin dentro le ossa. Improvvisamente un grugnito: dietro me un maiale, a una decina di metri di distanza, mi scruta immobile e titubante prima di riprendere la sua strada e immergersi nel giardino incolto di una casa privata. A Minamisoma, l’ultima città prima di entrare nella zona proibita, mi avevano avvertito della presenza di animali domestici inselvatichiti: maiali, cani, gatti, mucche che si aggirano indisturbati tra i campi abbandonati alimentandosi di prodotti di un suolo dove il Cesio 137 è decine di volte superiore alla norma. Animali destinati a morire nel giro di qualche anno, uccisi da invisibili atomi che rilasciano particelle ad alta energia danneggiando il loro Dna.

Poco più avanti, a Tomioka, i segni dello tsunami sono ancora evidenti: la stazione del treno è distrutta e l’intero paese, anch’esso disabitato, è devastato. Qui il tempo si è fermato a quell’11 marzo del 2011. Nel piccolo ristorante di fronte al porticciolo i piatti sono impilati uno sull’altro in attesa di clienti che ormai non arriveranno più, mentre nelle case sventrate si intravedono giocattoli, quadri, giornali. Un calendario magnetico ha ancora il cerchietto centrato sulla casella dell’11 marzo. Da allora nessuno lo aggiorna, così come nessuno fa ripartire le lancette di un orologio fermo all’ora del disastro. Tutto intorno, per chilometri e chilometri, case distrutte, elettrodomestici accatastati, carcasse di auto, negozi sbarrati da fogli di compensato.

Della «Tepco», ovvero  del crollo del mito giapponese.

Se Chernobyl è stata una sciagura, Fukushima continua a essere un cataclisma. Gli incidenti nella centrale giapponese non sono mai cessati e la popolazione si è sentita ingannata da una compagnia elettrica – la Tepco, gestore dell’impianto – inetta e pasticciona appoggiata da un governo bugiardo e infingardo. A tutto questo si aggiunga anche l’incompetenza dei tecnici, e ci troviamo di fronte a un quadro assolutamente desolante e raccapricciante.

Per evitare la bancarotta, Tokyo ha deciso di nazionalizzare, almeno in parte, la Tepco: 22 miliardi di euro che andranno ad aggiungersi ai 190 miliardi di euro (rispetto ai 75 preventivati solo qualche mese fa) necessari per la bonifica dell’area che, secondo l’ultimo rapporto della Commissione per la Sicurezza Nucleare giapponese durerà all’incirca quarant’anni. Nonostante la centrale di Fukushima sia divenuta una divoratrice di denaro pubblico, i problemi che continuano a nascere uno dopo l’altro senza interruzione pongono una seria incognita sul futuro dell’intera regione e sulla sorte dei suoi abitanti.

Lo sversamento in mare di centinaia di tonnellate d’acqua radioattiva utilizzata per il raffreddamento dei reattori fusi è solo l’ultimo di una impressionante catena di incidenti causati, per la maggior parte, dall’imperizia e dalla superficialità con cui la Tepco e il governo hanno affrontato l’incidente. Ora si è aggiunta la paura del cedimento della struttura che ingloba il reattore numero 4, sprofondata per una ventina di centimetri nel terreno reso fradicio dalle perdite di acqua.

La situazione rischia di non essere più controllabile, come dimostra la continua oscillazione delle misure di radioattività che vengono continuamente monitorate nei vari punti della prefettura di Fukushima.

Il passaggio di consegne dello scettro di primo ministro da Yoshihiko Noda, esponente del Partito Democratico (Pd) a Shinzo Abe, del Partito Liberaldemocratico (Pld), avvenuto il 26 dicembre 2012, ha ulteriormente ingarbugliato la matassa politica ribaltando, per l’ennesima volta, l’agenda energetica del paese. Dopo lo tsunami del 2011, infatti, i democratici, allora al governo, avevano deciso di varare un programma che azzerasse, entro il 2040, la produzione di energia nucleare nell’arcipelago dando il via alla nascita di una serie di proposte per l’utilizzo di fonti energetiche alternative a quelle tradizionali. Il più prolifico e concreto tra gli scienziati è Tetsunari Iida, fondatore e direttore dell’Isep (Institute for Sustainable Energy Policies): «Il nostro obiettivo è quello di creare una società che possa essere alimentata per il 100% da energie rinnovabili» afferma il ricercatore con un passato da ingegnere nucleare alle spalle. L’idea, per raggiungere tale traguardo, è esattamente l’opposto di quello che è accaduto in Italia fino a qualche anno fa: anziché tappezzare vaste superfici di terreno con pannelli solari sottraendole alla produzione agricola o di creare megacentrali idroelettriche costruendo dighe ed enormi bacini artificiali, Iida, e con lui molti altri ricercatori giapponesi, propongono piccoli impianti a livello domestico e comunale. «In questo modo l’impatto ambientale sarebbe minimo e competerebbe alla stessa comunità provvedere al suo mantenimento, abbattendo i costi di gestione». Secondo uno studio del ministero dell’Ambiente giapponese, l’introduzione di piccole e medie centrali idroelettriche, l’energia eolica (da potenziarsi principalmente lungo le coste del Tohoku e di Hokkaido), l’energia geotermica potrebbero fornire un contributo energetico importante. Secondo un rapporto del Wwf, il divario tra energia prodotta e energia consumata potrebbe essere colmato entro il 2050 affiancando un aumento dell’efficienza e del risparmio energetico alle fonti rinnovabili (oggi solo il 3,79% dell’energia totale consumata in Giappone proviene da queste ultime).

 

Le certezze di Shinzo Abe

Di diverso avviso è, invece, l’attuale primo ministro Shinzo Abe il quale, dopo essere salito al governo ha confermato l’opzione nucleare adducendo come giustificazione il fatto che la tecnologia delle energie rinnovabili, con la loro stretta dipendenza dagli eventi naturali, non è ancora pronta a sostituire la continuità produttiva che garantisce la fissione dell’atomo.

Così, dopo anni di sospensione, è ripresa la costruzione di due nuove centrali: quella di Ohma-1, nella provincia settentrionale di Aomori, e Shimane-3, sulla costa meridionale del Mar del Giappone.

A Wakinosawa, nella penisola di Shimokita, Takayuki Isoyama oltre a gestire un ostello è anche membro della Commissione ambientale della Riserva naturale della regione. A lui chiedo se, dopo Fukushima, si sono levate voci contro il completamento della centrale di Ohma-1: «Ben poche» è la sua risposta; «La costruzione della centrale offre opportunità di lavoro a migliaia di locali e, visto che questa è una delle regioni più povere del Giappone, le opzioni sono due: o si emigra o si sfruttano le possibilità che si vengono a creare».

Questa scelta obbligata è uno dei principali motivi per cui il movimento antinucleare trova ostilità anche tra gli stessi abitanti della provincia di Fukushima. Nelle ultime elezioni, tenutesi nel luglio 2013, il Partito Liberaldemocratico ha ottenuto più del doppio dei voti del Partito Democratico. «Merito dei posti di lavoro che l’incidente della centrale ha creato» spiega Sachiko Goto, un membro del movimento antinucleare che, assieme alla sua famiglia, gestisce una tenuta agricola proprio alla periferia della città di Fukushima, ad una cinquantina di chilometri dalla centrale atomica. Ma non è solo questa la motivazione: un impiegato della prefettura (l’equivalente della nostra provincia), che si occupa di misurare la radioattività nel terreno, aggiunge che la vera ragione per cui le ue hanno decretato il trionfo del Pld «non è un premio alla sua politica pro-nucleare, ma un modo per spronare il premier, Shinzo Abe, a varare piani di recupero e di salvaguardia per far rientrare la situazione di emergenza creatasi dopo lo tsunami del 2011». Abe, infatti, ha sempre imputato la scarsa incisività del governo per risolvere la questione di Fukushima, alla divisione del parlamento giapponese. La camera bassa, a maggioranza liberaldemocratica, avrebbe varato leggi e decreti che sarebbero poi stati ostacolati nella loro attuazione dalla camera alta, in mano democratica. Tutti, in realtà, sanno che la vera spiegazione dell’indecisione politica è da ricercarsi nella divisione interna del Pld e nelle sue correnti, che fanno a gara per favorire questa o quella parte industriale nell’accaparramento dei lucrosi appalti. «Ora, però, che il Pld ha la maggioranza assoluta in entrambe le camere, Abe non ha più scuse» conclude l’impiegato prefettizio.

Gli interessi sono enormi, non solo a livello locale, ma anche su scala nazionale e internazionale, visto che la Abeconomy deve passare necessariamente dallo sviluppo nucleare per poter decollare.

Il Giappone ha già concluso contratti miliardari per foiture di impianti e macchinari atomici con Turchia (17 miliardi di euro) ed Emirati Arabi, mentre sta siglando accordi con India, Brasile, Arabia Saudita, Vietnam per un totale di 200 miliardi di euro.

La stessa Keidanren, l’equivalente giapponese della Confindustria, si è apertamente schierata a favore del nucleare, bollando di irresponsabilità la proposta di chiusura definitiva delle centrali atomiche lanciata dall’Enecan, l’Energy & Environment Council giapponese recentemente sciolta dal governo. Gli stessi principali conglomerati nipponici sono pesantemente coinvolti nell’industria della fissione nucleare: la Mitsubishi e l’Hitachi hanno partecipazioni nell’Areva e nella General Electric, mentre la Westinghouse è stata assorbita dalla Toshiba.

Per dimostrare che Fukushima è stato un incidente isolato, i centri di pubbliche relazioni delle centrali nucleari più esposte a eventuali tsunami, hanno aggiunto nuovi pannelli che illustrano le misure di sicurezza intraprese per fronteggiare eventi simili a quelli accaduti nel marzo 2011. Con l’assegnazione delle Olimpiadi 2020 a Tokyo, anche la comunità internazionale ha voluto dare fiducia agli sforzi che si stanno conducendo per tamponare la critica situazione che si è venuta a creare in Giappone.

Nella sua tragedia umana e ambientale, l’incidente di Fukushima ha, però, avuto il merito da una parte di sollevare il problema della sicurezza e dall’altra di rinvigorire lo stremato movimento antinucleare dell’arcipelago.

Così, le stesse industrie impegnate nel nucleare come Mitsubishi e Toshiba, oggi stanno guardando con maggior interesse alle energie rinnovabili. Con un giro di affari che si aggira, nel 2013, sui 20 miliardi di euro, l’industria dell’energia «verde» è appena agli inizi ed è ancora poco competitiva, in fatto di prezzi e di tecnologie, rispetto alle fonti tradizionali, ma la ricerca sta continuamente implementando nuove soluzioni più redditizie.

È comunque la stessa Enecan (quella tacciata di irresponsabilità dalla Keidanren) ad aver indicato che l’attuale costo per kWh dell’energia nucleare in Giappone è di 8,9 yen (0,068 centesimi di euro; in questo conteggio sono compresi i costi di gestione per il rafforzamento della sicurezza), contro i 23-58 yen/kWh (0,176-0,441 Euro) delle energie rinnovabili, a seconda del tipo di energia utilizzata e della potenza dell’impianto.

Stili di vita insostenibili

«Se vogliamo dare un futuro ai nostri figli, dobbiamo deciderci ad abbandonare l’atomo» mi dice Iwasa Miko, accesa sostenitrice del movimento antinucleare che vive ad Hippo, nella prefettura di Miyagi.

Il problema è che, per riuscire a raggiungere l’obiettivo proposto dalle associazioni ambientaliste, non basta aumentare decisamente la produzione di energia «verde»; occorre convincere milioni di giapponesi a modificare radicalmente il loro stile di vita.

Le case, ad esempio, sono un insulto al risparmio energetico: caldissime d’estate e gelide d’inverno, sono estremamente energivore. Solo in questi ultimi anni si è cominciato a costruire appartamenti secondo criteri più consoni all’economia del risparmio. Gli stessi giapponesi hanno scoperto da poco che esiste, nel loro vocabolario, la parola setsuden, «risparmio di energia», ma ci vorrà del tempo per educare un’intera fetta di popolazione a rispettare anche le più elementari regole dell’avvedutezza.

E se, nella prefettura di Tokyo, rispetto agli anni precedenti, ho riscontrato un uso più oculato dell’aria condizionata nei luoghi pubblici, al di fuori delle cinture metropolitane si continuano ad utilizzare condizionatori a temperature inaccettabilmente basse.

«È possibile che il Giappone passi a energie alternative al nucleare, ma tutti dobbiamo impegnarci a raggiungere questo traguardo» mi dice Sachiko Goto.

Lei, assieme ad altri contadini, ha subito le conseguenze del fallout radioattivo perdendo circa il 20% dei suoi clienti: «Tra gli agricoltori della nostra zona siamo stati fortunati. La maggior parte ha subito contrazioni anche del 40%. Noi ci siamo salvati grazie alla scelta di vendere direttamente ai privati, senza passare attraverso cooperative o grandi catene alimentari».

La prospettiva di Sachiko è stata profetica, così come profetica (purtroppo) è stata la sua campagna antinucleare, pressoché solitaria, iniziata all’indomani dell’incidente di Cheobyl.

 

Problemi e paure di chi è rimasto

Oggi le aziende agricole, per dimostrare che i loro prodotti non contengono isotopi radioattivi, controllano i raccolti con un contatore Geiger. «È un lavoro lungo e faticoso, oltreché costoso, ma, anche se nessuna legge ci obbliga a farlo, preferiamo effettuare le analisi per una questione di sicurezza sociale» afferma Shigeki Oota, marito della già citata Iwasa Miko. Una ventina d’anni fa hanno lasciato Tokyo per trasferirsi tra le montagne di Hippo. Qui hanno iniziato a produrre miso, la salsa usata sulle tavole giapponesi per insaporire la verdura. A differenza degli agricoltori della prefettura di Fukushima, Shigeki e Miko, che vivono nella contigua prefettura di Miyagi, non hanno diritto ad alcun rimborso per le perdite subite a causa del fallout. Le strette vallate e le coltivazioni che si arrampicano sulle pendici dei monti, rendono la vita particolarmente difficile e dura, ma la famiglia Oota, assieme ai loro quattro figli, non si lamenta. «Molti se ne sono andati dopo l’incidente alla centrale nucleare» spiega Miko. «Noi, dopo qualche settimana di trasferimento a Tokyo aspettando che i livelli di radioattività si abbassassero, abbiamo preferito tornare». Una scelta coraggiosa, oltreché difficile, e non solo per l’asprezza della vita. L’impegno antinucleare di Shigeki e Miko non è stato accolto benevolmente dalla comunità montana: «Esiste sempre il timore che prendere precauzioni per controllare i livelli di radioattività, significhi ammettere che si ha un problema di inquinamento atomico, allontanando ancora più i consumatori e incancrenendo la crisi».

Naturalmente non è così, ma il costante martellamento dei media abbinato agli allarmi, molte volte scientificamente infondati, lanciati da alcune associazioni ambientaliste e antinucleari dell’ultima ora, non fanno altro che alzare il livello di guardia dell’opinione pubblica, aggravando le tensioni sociali. Così, la popolazione di Hippo si è divisa tra chi voleva monitorare costantemente il territorio e chi, invece, avrebbe preferito non intervenire. Alla fine molti abitanti antinucleari (per lo più famiglie di recente immigrazione provenienti dalla città), si sono arresi e hanno deciso di trasferirsi. Shigeki e Miko, invece, hanno continuato a combattere per le loro idee trovando, alla fine, un felice compromesso: «Tutti hanno capito che controllare il territorio e i suoi prodotti avrebbe confortato non solo i consumatori, ma gli abitanti stessi».

Meno conflittuale, ma altrettanto drammatica, è stata la vicenda di un altro piccolo produttore locale: Yasuhiko Niida, presidente della Kinpou, una ditta che, dal 1711 produce sake secondo il metodo tradizionale utilizzando solo riso coltivato biologicamente. La nube radioattiva è arrivata anche qui, nella regione di Koriyama, ad una sessantina di chilometri di distanza dalla centrale. «A causa della radioattività il fatturato è crollato del 30%» dichiara Yasuhido. Ma per la famiglia Niida, oltre al danno si è aggiunta anche la beffa: «Nel 2011 la Kinpou avrebbe compiuto trecento anni di vita ed eravamo tutti pronti a festeggiare il traguardo con un anno di eventi già organizzati. Invece ci siamo trovati a lottare per la sopravvivenza dell’azienda».

L’attaccamento alla tradizione famigliare abbinato al carattere tenace di Yasuhido, ha permesso alla ditta di superare il periodo più buio della sua lunga storia e a guardare, oggi, a un futuro più roseo: «Pur tra mille difficoltà siamo riusciti a non licenziare nessuno dei nostri venti dipendenti». Il segreto di tanta costanza sta nell’alta qualità dei prodotti: nel minuscolo ufficio condiviso con i suoi collaboratori più stretti, Yasuhido mostra orgoglioso la lista dei premi nazionali assegnati alla sua azienda. Mentre degustiamo il suo sake mi confida il suo ultimo sogno: «Convincere, entro il 2025, quando varcherò la soglia dei sessant’anni, tutti i contadini del villaggio in cui sorge la fabbrica a coltivare esclusivamente riso biologico». Un desiderio, questo, che manifesta la volontà di riscatto lasciandosi il passato alle spalle.

 


Quel che resta del mare

Non per tutti, però, è possibile dimenticare ciò che è successo quel terribile 11 marzo 2011. A Ishinomaki, un grosso centro peschereccio a nord della centrale di Fukushima, i pescatori continuano a lottare contro la radioattività. Questa volta proveniente dal mare.

Nonostante la ricostruzione abbia rinnovato la cittadina, le rovine ancora presenti lungo la costa continuano a ricordare agli abitanti che l’oceano è sempre lì, pronto a dare la vita, ma anche a riprendersela.

Prima del 2011 Ishinomaki era il principale punto di rifornimento di prodotti marini di Tokyo. Le perdite nelle acque costiere di sostanze radioattive dalla vicina centrale di Fukushima, hanno convinto gli acquirenti della capitale a rifoirsi più a nord, ad Hokkaido, mettendo in ginocchio l’intera industria ittica della regione. Alle cinque di mattina vado a osservare i primi pescherecci che scaricano il pescato sulle banchine del porto. Alle sei i compratori cominciano ad arrivare: sono tutti locali che riforniscono ristoranti o piccoli centri commerciali della zona. Nessuno di loro manderà i prodotti acquistati a Tokyo. «Una volta che il mercato ha segnato le proprie rotte commerciali, è pressoché impossibile cambiarle» spiega un ricercatore dell’Università di Tokyo che al problema di Ishinomaki ha dedicato uno studio approfondito. Ma forse il luogo che più di tutti rappresenta il dramma che stanno vivendo i giapponesi attorno alla centrale nucleare, è Iitate. Nonostante il paesino non sia stato colpito né dal terremoto né tantomeno dallo tsunami trovandosi ad una sessantina di chilometri dalla costa, nessuno dei suoi duemila abitanti è rimasto a risiedervi. I venti che soffiano dal mare continuano a trasportare atomi di Cesio 137 e Stronzio 90, assieme a finissime particelle di Uranio liberatisi dai tre reattori fusi, che si depositano sul terreno. Le montagne che delimitano le splendide vallate di questa regione sono state una delle cause della sua rovina, incanalando le correnti provenienti direttamente dalla centrale nucleare. Così, mentre attraverso le strade di Iitate, non vedo altro che desolazione ed abbandono: case chiuse, negozi vuoti, pali della luce arrugginiti, cartelloni pubblicitari avvolti nella vegetazione. E al posto delle mandrie di mucche la cui carne era famosa in tutto il Giappone, oggi vedo solo ruspe che scavano il suolo sino a venti centimetri di profondità nella speranza di estirpare la radioattività.

Tutta la terra dragata viene poi raccolta in grossi sacchi neri numerati e stoccata in appositi siti in attesa di trovare un modo sicuro per decontaminarla.

Questo immane lavoro dovrà essere fatto su tutta la superficie colpita dal fallout, vale a dire una striscia di territorio lunga una cinquantina di chilometri e larga dai cinque ai venti. È la lingua lungo la quale gli elementi che fuoriescono dalla centrale si disperdono nell’aria prima di depositarsi a terra. Migliaia di metri cubi di suolo sono già stati raschiati, ma è solo una piccolissima parte di ciò che si deve ancora completare.

Per snellire il lavoro ed evitare di saturare i centri di raccolta, nelle zone meno colpite ci si è limitati a sotterrare il terreno radioattivo coprendolo con suolo incontaminato. Nessuno, però, è in grado di promettere che l’emergenza sia terminata: il Cesio 137 potrebbe trovare il modo di giungere in superficie o, viceversa, penetrare più profondamente trasportato dalle piogge sino ad incontrare falde acquifere inquinandole.

 


Lontani da Fukushima

Al termine del mio viaggio visito uno dei tanti centri temporanei in cui sono stati smistati circa centocinquantamila abitanti della zona evacuata. Le abitazioni sono state ricavate in container ed ogni famiglia ha diritto ad una o due camere da letto, un minuscolo bagno, una cucina. La difficoltà maggiore è rappresentata dalla totale mancanza di privacy: gli «appartamenti» sono separati da sottili pareti da cui trapela tutto, e la convivenza diviene molto difficile, specialmente per coloro erano abituati a vivere in grandi case coloniche separate le une dalle altre da distese di campi.
Così, per mitigare la disperazione, molti contadini, appena possono, durante il giorno ritornano nelle loro dimore con la scusa di dover accudire al giardino o di prendere qualche vestito.
Per aiutarli il Centro di Volontari per la Ricostruzione di Minamisoma, in collaborazione con la Caritas locale, organizza giornalmente alcuni campi lavoro. Partecipo a uno di questi: ripulire dalle sterpaglie il giardino di una casa appartenente a un vecchio contadino. Un lavoro «a perdita», nel senso che tutti i partecipanti sanno che la zona non sarà abitabile per anni (se non per decenni), ma «oltre all’aspetto pratico dobbiamo valutare quello psicologico», chiarisce il coordinatore del gruppo. «Il solo fatto di sapere che c’è gente che ti aiuta, che non sei solo a lottare, infonde quella speranza di cui molti hanno estrema necessità per poter continuare a vivere».
La speranza che molti giovani hanno già perduto, abbandonando una terra ormai sterile e cercando di rifarsi una vita. Lontani da Fukushima.

 


       Gli Eventi                           

  • 11 marzo 2011, ore 14.46: un forte terremoto fa tremare la terra della provincia del Tohoku, nel Nord del Giappone. Con l’interruzione di energia elettrica, i generatori di emergenza della centrale nucleare di Fukushima entrano in funzione.
  • Ore 15.27: arriva la prima onda dello tsunami causando lo spegnimento della pompa di raffreddamento del reattore numero 1.
  • Ore 15.46: la situazione si aggrava con l’arrivo della seconda onda, la cui altezza (circa 14 metri) supera il muro di sbarramento a difesa della centrale, costruito per fronteggiare tsunami di massimo 10 metri.
  • Ore 19.30: i sistemi di raffreddamento si sono interrotti e il combustibile del reattore numero 1, senza liquido di raffreddamento, inizia a fondere.
  • Ore 21.00: la situazione è compromessa, tanto da indurre il governo a dare l’ordine di evacuazione di tutti coloro che vivono entro un raggio di 3 km dalla centrale.
  • 12 marzo 2011, ore 04.15: le barre di combustibile del reattore numero 3 iniziano a fondere.
  • 12 marzo 2011, ore 21.00: l’ordine di evacuazione viene esteso a 20 chilometri dalla centrale.
  • 14 marzo: è la volta del reattore numero 2 (la Tepco ammetterà soltanto nel maggio 2011 la fusione dei reattori).
  • settembre 2013: i problemi continuano. Acque radioattive vengono riscontrate dall’altra parte dell’oceano, in California.
       PER APPROFONDIRE                     

• Nicola Armaroli – Vincenzo Balzani, Energia per l’astronave Terra, Zanichelli, Bologna 2011 (il saggio ha vinto il Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica).
• Mirco Elena, Cheobyl e il Trentino. La paura atomica nel piatto, Trento 2007 (l’ultimo capitolo è dedicato a come i media dell’epoca trattarono l’evento, sottolineando anche errori e imprecisioni). Per eventuali richieste: elena@science.unitn.it.

       GLI AUTORI                        

Piergiorgio Pescali – Gioalista e scrittore, si occupa di Estremo Oriente, in particolare di Sud Est Asiatico, penisola coreana e Giappone. Suoi articoli e foto sono stati pubblicati da Bbc, Cnn, Avvenire, Il Manifesto, Panorama e riviste specializzate. Dal 2010, cura per Asia Maior (www.asiamaior.org) il capitolo sul Myanmar. Ha scritto il saggio Indocina, Edizioni Emil, Bologna 2010.
Il suo blog: www.pescali.blogspot.com.

Mirco Elena – Fisico e ricercatore trentino, lavora da anni come divulgatore scientifico. Si occupa in particolare di pace e disarmo, di rapporti tra scienza e società e di energia nucleare.

Tiziano Tosolini – Missionario saveriano. Vive a Osaka, in Giappone, e dirige il Centro Studi Asiatico. Oltre che di cultura e religioni (si veda il suo Inteo giapponese. Tracce di un dialogo tra Oriente e Occidente, Emi, Bologna 2009), si occupa anche di filosofia giapponese (Scuola di Kyoto), e ha ultimamente tradotto il
volume di Tanabe Hajime, Il nulla e la croce. Due saggi filosofici su Buddhismo e Cristianesimo, Mimesis editore, Milano 2013.

Paolo Moiola – Redattore MC, per il coordinamento giornalistico del dossier.

Piergiorgio Pescali




Piangere e «spogliarsi»

Scrivo mentre non si fa che parlare del terribile
naufragio di Lampedusa, con i pochi superstiti rei di clandestinità. Una
tragedia che ha provocato pietà e rabbia, compassione e sdegno e anche tanta
retorica. Eppure presto sarà dimenticata nella logica della
spettacolarizzazione mediatica. Chi ricorda ancora i 72 macellati nel Westgate
di Nairobi? Chi non è assuefatto al ripetersi delle bombe sui civili in Iraq? O
delle chiese bruciate in Nigeria? E degli scontri in Egitto? E in Siria? Chi fa
caso a cosa succede in Somalia, o si preoccupa della situazione in Centrafrica
o nel Nord-Est del Congo o in Libia? E quanti sono gli scomparsi dei quali non
si sa proprio niente, morti nel silenzio, nella clandestinità, nelle
reti dei trafficanti di uomini, nella follia apocalittica dei fanatici mutati
in terroristi in nome di Dio? E le vittime, gli schiavi e gli sfruttati del
perverso sistema economico in cui viviamo: giovani senza lavoro, anziani
abbandonati, esodati e licenziati, cassintegrati e senza casa, indebitati con
banche e strozzini (che è quasi lo stesso)… chi li conta più?

«Oggi sono qui con voi. Tanti di voi – ha
detto il Papa ad Assisi il 4 ottobre scorso – sono stati spogliati da questo
mondo selvaggio, che non dà lavoro, che non aiuta; a cui non importa se ci sono
bambini che muoiono di fame nel mondo; non importa se tante famiglie non hanno
da mangiare, non hanno la dignità di portare pane a casa; non importa che tanta
gente debba fuggire dalla schiavitù, dalla fame e fuggire cercando la libertà.
Con quanto dolore, tante volte, vediamo che trovano la morte, come è successo
ieri a Lampedusa: oggi è un giorno di pianto!».

Piangere! Invece prevale la tentazione di fare
la predica o di essere saccenti: «Bisogna fare così, bisogna fare cosà…». Di
fatto nessuno ha soluzioni in tasca. I problemi sono veramente complessi e
ramificati e il Male (come l’ha chiamato Domenico Quirico uscito dall’inferno
siriano) non solo penetra con i suoi tentacoli anche le istituzioni che
dovrebbero essere più integre e pure ma compromette anche la nostra capacità di
ragionare in modo obiettivo, di cercare la verità. Provaiamo solo a pensare
alla situazione dei cosiddetti «clandestini» che «vengono a invaderci», che «sono
pieni di pretese», che «conoscono solo la parola “diritti” e non quella
“doveri”», che «approfittano di noi», che «rubano il lavoro ai nostri figli»…
Da vittime sono trasformati in carnefici. Eppure chi lucra sul traffico di
uomini, fa documenti falsi, manipola le leggi, sottopaga in nero, intasca le
bustarelle o collude con le mafie, non sono certo i disperati che sbarcano a
Lampedusa ma insospettabili connazionali: funzionari, tutori dell’ordine,
avvocati, industriali, coltivatori, costruttori… In questo gioco perverso i
poveri sono usati contro i poveri, mentre molti politici cavalcano il
malcontento per una manciata di voti.

Piangere e cambiare il cuore. Piangere e spogliarci dai
pregiudizi, dall’apatia, dal pensare in piccolo, dal demonizzare le vittime. Ad
Assisi il Papa ci ha detto: «Queste cose le fa lo spirito del mondo». E ci ha
invitato a «spogliarci», sull’esempio di San Francesco. Perché «la mondanità
spirituale uccide! Uccide l’anima! Uccide le persone! Uccide la Chiesa!».
Occorre «spogliarci dello spirito del mondo, che è la lebbra, è il cancro della
società! È il cancro della rivelazione di Dio! Lo spirito del mondo è il nemico
di Gesù! Chiedo al Signore che, a tutti noi, dia questa grazia di spogliarci».

Sì, piangere i morti di tutte le Lampeduse del
mondo. Ma piangere per rinascere, spogliandoci della passività,
dell’indifferenza, dell’assuefazione, della svendita della nostra capacità
critica e, soprattutto, dell’indurimento del cuore. Per non essere solo dei «brontoloni»
inerti, ma «cristiani» cittadini d’Italia e del mondo: responsabili ed
esigenti, critici e onesti, «samaritani» e «profeti».

E ho finito per fare la predica! Scusatemi…

Gigi Anataloni




Caro Amico,

«Gli undici discepoli,
intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo
videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù,
avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.
Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che
vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”»
(Mt 28, 16-20).

È bello poter vivere
questo ottobre missionario nell’entusiasmo di un mandato: «Andate». E nella
certezza di una promessa: «Io sono con voi». È consolante sperimentare e
vivere, alla luce della fede, che il mio limite – «alcuni però dubitavano» –
non è da escludere, da seppellire tra gli scarti di cui trabocca la discarica
che intasa la mia coscienza, ma è la frattura, lo spiraglio da riconoscere
perché da lì penetri nel mondo quell’amore fornito di «ogni potere» che è il
presupposto del «dunque» andate. Mentre io sono insufficiente, Lui ha ogni
potere. Se dubito, e lo riconosco, Lui può promettere: «Sono con voi». La fede è
allora memoria di quella promessa che ieri, oggi, domani si realizza. Memoria
del futuro – «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» – che illumina lo snodo
del presente. L’unico luogo e tempo in cui nella mia fragilità può abitare la
salvezza, del mondo, e mia.

Con questo mese
riprendono tutte le attività dei nostri centri.

Ti aspettiamo per «dubitare»
insieme, e insieme accogliere il dono della fede che ci fa riconoscere la Sua

presenza in ogni luogo
e tempo della nostra vita. 

Buon mese missionario
da amico.

Buona conclusione, il
24 novembre, dell’anno della fede.

Luca Lorusso


Leggici su  amico.rivistamissioniconsolata.it
 

Luca Lorusso




Cari Missionari

Lampedusa: sfintere
dell’Africa

Signor
Direttore,
i cittadini italiani non si assumono alcuna responsabilità per gli
ennesimi Africani affogati nel Canale di Sicilia. Quei morti siano sulla
coscienza degli «Alti» fautori dell’«accoglienza», di quei partiti e di quei
politici, come la Kyenge del Pd e la Laura Boldrini di Sel, che con i loro
proclami farisaici continuano a spingere i più poveri verso l’illusione del
nostro benessere. Se fuggono dall’Africa lo addebitiamo pure a chi ha voluto
chiudere l’era coloniale, mettendo popolazioni intere in mano a politici
africani inetti e incompetenti, quando non si dimostrano ladri e criminali,
solo per permettere a governi occidentali e orientali di continuare a derubare
l’Africa delle sue ricchezze minerarie e delle sue terre più produttive.
Distinti saluti.

Giorgio Rapanelli
Corridonia (Mc) 28/07/2013

Egregio Signor Giorgio,
anche se parla a nome degli italiani, non me la sento proprio di concordare con
lei. Quei morti stanno sulla nostra coscienza come uomini, come europei e come
italiani. Forse le farebbe bene un viaggio in quelle terre, ma non di quelli
con le agenzie «tutto compreso», per capire che gli emigranti non sono attirati
nel nostro paese dai proclami dei partiti e dei politici, ma sono costretti
alla fuga da povertà, ingiustizie e violenze. Vorrei dire che forse sono
ingannati anche dai nostri (del nostro mondo ricco) film, programmi televisivi,
«soap opera» che colonizzano le loro televisioni. E forse sono attirati dalla
nostra pace, quella che godiamo da quasi settant’anni, mentre da loro c’è
guerra, fame, violenza. E c’è poi il nostro bisogno di loro per fare i lavori
(sottopagati) che noi non vogliamo più fare, quelli sporchi, di notte, senza
ferie, malpagati. Inoltre quei «governi occidentali e orientali» che continuano
a derubare l’Africa, sono i nostri governi, che noi abbiamo eletto, siano essi
di destra o sinistra. E con i nostri governi e le nostre industrie, siamo noi
che continuiamo a rubare, perché abbiamo legittimato lo spreco e il superfluo.
Vivere di spreco e superfluo, come facciamo noi (almeno fino a che la crisi non
ci ha obbligati a diventare più sobri), significa accettare l’ingiustizia come
sistema. La cosa buffa – che poi buffa non è – è che lo stesso sistema
responsabile della morte degli «ennesimi» clandestini (bello il termine «clandestini»,
così anonimamente malvagio che ci fa sentire buoni e rispettosi della legge!), è
lo stesso che cavalca la crisi che fa lievitare i prezzi, aumentare il debito,
chiudere le fabbriche e trasferirle all’estero (dove si possono sfacciatamente
sfruttare i lavoratori), rendere impossibile il lavoro ai giovani e aumentare
il numero dei senza casa. Per questo non possiamo lavarci le mani, dire non ci
riguarda e dare la colpa a chissà chi. Ci siamo dentro. La verità è che non
sono le migliaia di persone in cerca di pace, lavoro e dignità in fuga dai loro
infei verso il nostro presunto paradiso, la causa dei nostri guai, della
nostra insicurezza, della violenza, dei furti. Essi sono il sintomo di una
malattia profonda di tutta l’umanità che ha messo al centro della sua vita non
più il rispetto della legge di Dio ma quella del dio denaro. E la cura non è
certo quella di insultare la signora Cécile Kyenge e le persone come lei.

Grazie

Sono la sorella di p. Aldo Giuliani e voglio ringraziare
di cuore per l’invio della rivista di maggio dove c’era il bellissimo articolo
su Sererit dove vive mio fratello. Sono stata in quei posti nel 1981, l’anno
che mancò in situazione tragica (anche per mio fratello) il nostro carissimo
amico e paesano p. Luigi Graiff. Pur essendo un brutto triste periodo abbiamo
fatto una bellissima esperienza. Dovrebbero provarla tante persone: vale molto
per la vita in special modo per la nostra gioventù. Vi ringrazio nuovamente per
l’immenso regalo prezioso inviatomi. Complimenti per la semplicità e chiarezza
nello spiegare la storia della missione e il personaggio di mio fratello… È
un uomo burbero ma di un grande ma grande cuore missionario. Un ricordo nelle
preghiere, di cui abbiamo tanto bisogno sia per motivi di salute che per le
nostre famiglie. Con affetto

Gianna Giuliani
Romeno (Tn), 24/07/2013

Per me è stata una
gioia raccontare di padre Aldo. Se lo merita. Come cuore è davvero imbattibile.
Quanto alla preghiera, stia tranquilla. I nostri famigliari sono sempre nella
nostra preghiera e poi abbiamo la promessa dell’Allamano il quale ci ha
assicurato che a essi pensa la Madonna Consolata di persona.

Decrescita

Tutte
le volte che ho ascoltato i nostalgici della crescita e i fautori della
decrescita, le argomentazioni portate dai primi mi sono sembrate meno
convincenti di quelle portate dai secondi. Il dossier di M.C. di Luglio
non ha fatto eccezione a questa regola: come ci si può lamentare della crisi
del Pil e dell’occupazione nelle grandi aziende (quelle sulla cui produttività è
basato, in larga parte, il calcolo del Pil) quando ci sono tanti indicatori che
ci raccontano una storia ben diversa?

Perché
per esempio, stracciarsi le vesti se si vendono meno auto, se si fa un uso più
limitato e accorto dei mezzi motorizzati (l’Italia, non va dimenticato, è ai
primissimi posti nel mondo per parco veicolare e numero di autovetture pro
capite), se si consuma meno carburante, se ci sono meno sinistri, se si muore
di meno sulle strade? Perché vivere come un incubo l’eventualità che Marchionne
lasci il nostro paese? Casomai bisogna augurarsi che Fiat non ripeta all’estero
gli errori commessi in Italia, e che le nuove frontiere dell’industria automobilistica
non cadano nella trappola dell’Agnelli-dipendenza in cui sono caduti tanti
italiani.

Anche
il ridimensionamento di un’altra grande industria, quella del calcio, è un
fenomeno con ricadute tutt’altro che negative. È un bene o un male che gli
Italiani giochino meno schedine e che la Tv di stato spenda meno per i
diritti sulle partite? È un bene o un male che gli stadi siano meno affollati e
che i bagarini non facciano più gli «affari» di un tempo, e che per gli
abbonamenti non vengano più dilapidati i patrimoni di prima? È un bene o un
male che i presidenti di alcune società gestiscano con più oculatezza ciò che
incassano? Possiamo definire disfattista e antipatriottico chi prende atto con
soddisfazione che gli allenatori siedono un po’ più a lungo sulle panchine?
Possiamo ragionevolmente e cristianamente considerare recessivo il minore
spreco alimentare, nefasta la minor produzione di rifiuti, e deprimente il
minor ricorso alle vie legali nelle situazioni difficili all’interno delle
coppie?

Possiamo
affermare che è esiziale per l’economia che cali la fiducia verso il mondo
degli avvocati, dei giudici, dei periti di parte e dei tribunali mentre aumenta
quella verso la mediazione familiare finalizzata non al divorzio, al
pendolarismo affettivo e alla dilatazione patologica dei nuclei familiari,
(quelli che l’antilingua pretende di ribattezzare «famiglie allargate») ma al
risanamento spirituale, alla riconciliazione e alla pace?

Possiamo
non rallegrarci per il fatto che la diminuita propensione ad abitare ognuno per
conto proprio ha contribuito alla riduzione della domanda di alloggi?

Possiamo
continuare a raccontarci la balla che i giovani che vanno a cercare lavoro e
fortuna lontano da casa sono tutti bravi, talentuosi e coraggiosi mentre quelli
che amano o comunque accettano serenamente le occupazioni domestiche, quelli
che fanno la spesa, cucinano, lavano, stirano, curano l’orto e il giardino, si
occupano a tempo pieno di figli, nipoti e anziani, sono tutti bamboccioni?

Perché
piangere le migliaia di aziende fallite e le centinaia di migliaia di posti di
lavoro persi nell’edilizia e nell’arredamento e non esultare per il drastico
calo degli infortuni sul lavoro, per
l’altrettanto indiscutibile calo delle morti bianche, per il +9% di occupazione
giovanile in agricoltura, per il dietrofront di alcune amministrazioni locali
che, per impedire ulteriori devastanti cementificazioni in un paese sempre più
a rischio idrogeologico, hanno declassato – ma sarebbe più giusto parlare di
riqualificazione – a «verde» significative porzioni di aree che subdoli Prg
avevano dichiarato «edificabili»? Perché ostinarsi a sperare nella quantità
invece di puntare sulla qualità? Perché non riconoscere (a dirlo è anche Paolo
Buzzetti, il Presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori), che è la
qualità il vero tallone d’Achille dell’edilizia italiana, sono le licenze
facili rilasciate dalla Camera di Commercio a chi poco sa di edilizia e molto
di speculazione, a provocare sfaceli?

Francesco Rondina
Fano, 17/07/2013

Mc via email

Ricevo
la rivista in forma cartacea. Vi chiedo se è possibile riceverla via email.
Grazie e saluti

Antonio Falcone
email, 12/08/2013

Come le ho scritto, per
ora non siamo organizzati per un simile servizio, ma la sua richiesta ha acceso
una spia importante. Come avrà visto, stiamo facendo un notevole sforzo per
migliorare la nostra pagina web e offrire anche uno sfogliabile di prima qualità.
La ringraziamo per il suo stimolo: cade in terra fertile. Quanto allo sfogliabile, ricordo che è possibile sponsorizzarlo, come hanno
fatto i genitori di Marianna con il numero di luglio 2013. Rimarrà un ricordo
che accompagnerà tutta la vita.

Depennatemi

Spett.le
Redazione,
in relazione all’editoriale dell’ultimo numero (luglio 2013), vi informo che
non desidero più ricevere la vostra rivista. Pertanto vi invito a cancellare il
mio nominativo dal vostro elenco.

R. M.
           Torino, fax, 24/07/2013

No comment.
____________________

Nel prossimo numero:
la lettera di Claudio Bellavita sui «Tesori Sepolti» nella memoria dei missionari
anziani e l’affettuosa testimonianza di Liviana che ricorda «Nino Maurel», lo
zio Nino, a dieci anni dalla morte. E molto altro.

SCRIVETECI!

risponde il Direttore