Missionario fino alla fine

Padre Bruno Del Piero e il Caquetá


Conosco padre Bruno da sempre perché sono nato nel suo paese
d’origine, Roveredo in Piano, un abitato tranquillo nella campagna pordenonese.
Per noi del paese è come se non fosse mai partito. Anche dopo 52 anni di
Colombia era con noi, ogni momento. Lo amavamo tutti. E lui era riuscito a
farci sentire parte del suo mondo. Per questo nel 2012 sono andato una prima
volta nel Caquetá: per passare qualche settimana con il «nostro missionario» e
conoscerlo da vicino.

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Da quel primo assaggio nel 2012, è nata in me la
voglia di sapere di più, di conoscere e condividere quanto desideravo scoprire
sull’avventura missionaria della Consolata in Caquetá. Volevo scrivere della
storia corale di quella missione sui fiumi e nella foresta.

Incoraggiato
da padre Bruno, sono tornato in Caquetá per raccogliere materiale, libri,
documenti e testimonianze intervistando uomini e donne, missionari e non, che
hanno condiviso con padre Bruno più di cinquant’anni d’impegno per il prossimo
in una terra di frontiera di grandi speranze e contraddizioni.

Per
fare tutto questo, ho iniziato a vivere con padre Bruno nella parrocchia del
Torasso, a Florencia, la capitale della regione del Caquetà, la città che il 26
aprile 1952 aveva accolto il primo vescovo della Consolata in Colombia,
l’indimenticabile mons. Antonio Maria Torasso (1914-1960).

Florencia
è una città che vive grazie all’infaticabile opera dei missionari della
Consolata, che hanno plasmato queste regioni, le hanno portate al loro sviluppo
attuale, lavorando a tutto tondo nel sociale, nell’istruzione, nella sanità e
nello spirituale, facendo «il bene, bene» come esigeva il beato Allamano,
fondatore dell’Istituto. E vi assicuro che là il bene è stato fatto davvero
bene. Non lo dico io. Lo dice la riconoscenza della gente, l’affetto verso i
missionari; lo diceva, non a parole, la figura di padre Bruno: con i fatti, il
comportamento, le azioni, il suo spirito, il suo impegno, dal giorno del suo
arrivo fino ai suoi ultimi passi.

Vivendo
a Florencia non avrei mai pensato che avrei condiviso con padre Bruno i suoi
ultimi sei mesi di vita. Per me, che ora scrivo cercando di trattenere
l’emozione, era stato preparato un disegno più grande di quello per il quale
pensavo di essere partito. In Colombia si dice: «Diós sabe como hace sús cosas»
(Dio sa come fa le sue cose).

Padre
Bruno ha lasciato questo mondo e il suo Caquetá il 16 aprile 2014, mercoledì
santo. La sua morte è stata repentina e inaspettata perché aveva una salute di
ferro, era un uomo fortissimo, di quelli che non si vedono più. «È finita la
fabbrica», diceva quando la mia salute zoppicava nell’adattarsi all’ambiente
tropicale così diverso dal nostro. Ci ha lasciati per un infarto diabetico, ma
fino a poco prima stava bene.

E non
solo stava bene, ma continuava a darmi esempio di come bisogna essere «prima
santi e poi missionari», sempre secondo i dettami lasciati dal beato Giuseppe
Allamano.

Quell’ultima sera, prima della corsa all’ospedale:
«Alberto – mi ha detto -, credo di essermi stancato troppo. Pur non sentendomi
in forze ho celebrato la messa, in latino, più di un’ora nella cappella, poi ho
recitato tutto il breviario e infine ho letto un lungo articolo sulla nostra
Chiesa».

Questo
era padre Bruno, come è stato detto alle sue esequie: «Un uomo di Dio, un uomo
della Chiesa, un uomo della gente».

Dal
giorno della sua ordinazione, il 18 marzo 1961, vigilia della festa dell’amato
San Giuseppe, non aveva trascurato neppure un giorno la celebrazione della
messa e la recita del breviario. Era da lì che traeva la sua forza, lì temprava
il suo spirito. Grazie a quel supporto quotidiano era riuscito a superare tutte
le difficoltà della missione, come la mancanza della pace nelle regioni
colombiane in cui ha lavorato, gli assassinii, i problemi sociali. Lui non solo
aveva costruito scuole e chiese, ma aveva contribuito a porre le basi di una
società più fratea. Aveva superato tutto grazie a fondamenta solide: l’amore
per Dio e per la Chiesa, che diventavano amore incondizionato e gratuito per la
gente. Era questo che, agli occhi di uno come me, lo elevava sopra gli altri,
lo rendeva un grande, pur nella sua estrema umiltà.

Già due anni fa mi aveva stupito l’amore che la
gente comune aveva per padre Bruno, l’infinita riconoscenza di generazioni di
persone che lo fermavano in ogni strada per ringraziarlo, per salutarlo, per
chiedere una sua benedizione. Nei sei mesi con lui ho capito il perché di tale
amore.

Padre
Bruno era instancabile, era sempre disponibile per tutti, chiunque venisse al
Torasso con qualsiasi tipo di richiesta era sempre accolto e sostenuto dal suo
sorriso. Era sempre di buon umore e lo trasmetteva agli altri. Anche questo
elemento faceva parte della sua forza. Pur avendo ottantadue anni, si svegliava
ogni mattina alle 4.30 e, dopo un’ora di preghiera, andava all’ospedale per
celebrare la messa e visitare tutti i malati. Mai, in sei mesi, l’ho sentito
dire una volta che era stanco.

Così padre Bruno ha fatto per quasi 52 anni, da
quel 15 novembre 1962 nel quale era arrivato a Florencia, nel suo Caquetá.

Come
hanno detto in moltissimi: mezzo secolo di missione nel quale non si è mai
risparmiato, nel quale ha percorso in lungo e in largo la natura selvaggia del
Sud della Colombia, a piedi, a cavallo, in barca, per raggiungere anche i più
lontani, gli ultimi. Parroco in quasi tutti i centri abitati del Caquetá,
fondatore di città, paesi e di innumerevoli chiese e cappelle. Missionario
vero. L’aveva nel sangue la passione per la missione, una passione che
alimentava a ogni Eucaristia.

L’amore
della gente si è manifestato in modo folgorante nei giorni in cui padre Bruno è
tornato al Padre. Sono stati giorni in cui il cordoglio e l’affetto avvolgevano
chiunque e si potevano toccare, giorni in cui le chiese non riuscivano a
contenere le persone, tutte con gli occhi lucidi carichi di stima e
riconoscenza.

È stato davvero emozionante ed edificante partecipare a
quei gesti di affetto tributati da gente di ogni età e ceto a colui che ha
guidato e sorretto il loro cammino per più di cinquant’anni, consumando se
stesso fino alla fine. Che bello vedere come il seme da lui piantato abbia
fruttificato rigogliosamente e si sia moltiplicato nella gente di quelle
regioni. Che bello aver già visto nascere, in nome di padre Bruno, delle
fondazioni per l’aiuto dei poveri, degli ammalati e dei più bisognosi, i suoi
prediletti che ora potranno continuare a ricevere un sostegno proprio grazie
alle persone formate da lui alla buona vita del Vangelo.

Ho avuto il dono di vivere tutto questo in prima
persona. Andato laggiù per frugare nella sua vita, scoprire il segreto della
sua passione missionaria, mi sono trovato ad accompagnarlo alla sua ultima
tappa e a dover rappresentare anche la sua famiglia e il paese che, a causa
della morte così inaspettata, non hanno potuto essere presenti. Ed ero lì non
solo per condividere il dolore di chi lo aveva perso, ma anche la gioia di chi
ha avuto la possibilità di conoscerlo, di conoscere, come dicevano tutti, «un
Santo». Tutti coloro per i quali ha donato se stesso dicono e ridicono che è un
santo.

Padre
Bruno non è stato soltanto un grande missionario, è stato un uomo esemplare per
i valori che viveva con forza e trasmetteva con la testimonianza, per l’impegno
che metteva in ogni singola cosa, per la totale gratuità di ogni suo gesto
rivolto agli altri, per l’elevatezza della sua spiritualità, per la sua
purezza, la sua rettitudine.

Lla sua forza aveva basi solidissime, e padre
Bruno me l’ha dimostrato fino all’ultimo, quando, nella corsa in taxi verso
l’ospedale dopo il malore, mi ha sussurrato le sue ultime parole: «Sono gli
ultimi rantoli prima della morte», rivelatrici della sua intima consapevolezza,
tranquillità, serenità e dell’assenza di ogni timore. Era pronto a passare a
quella vita cui, mettendoci tutto il suo impegno, aveva anelato per
ottant’anni.

In
quell’occasione mi è diventato chiaro un altro episodio vissuto in Caquetá. Era
Natale del 2013. Uscivo da casa per andare in chiesa a festeggiare la nascita
di Gesù. Ero contento perché avevo appena ricevuto la bella notizia che la
moglie di un mio carissimo amico aspettava una bambina. Appena fuori mi hanno
chiamato le suore: una di loro si era sentita male ed era morta, lì, di colpo.
Allora sono corso a chiamare padre Bruno che è arrivato per impartire l’ultimo
sacramento. Io mi sentivo stranito perché in pochi secondi ero passato dalla
notizia di una nascita a quella di una morte. Mi sono poi confidato con padre
Bruno, e lui mi ha detto: «Caro Alberto, non è come la vedi tu. Oggi hai
assistito a due nascite: una per questo mondo, una per l’altro».

Così
padre Bruno vedeva la morte, e anche la propria. Per questo era sereno, pronto,
in pace. Lui stava per nascere nuovamente fra le braccia del Dio che aveva
tanto amato, teso a raggiungere la Consolata e San Giuseppe che l’avevano
protetto nelle sue mille avventure, come i suoi genitori che, non a caso, si
chiamavano Giuseppe e Maria.

Nel
periodo di Pasqua ho scoperto quindi che quelle «nascite» di Natale erano per
me solo una preparazione a ciò che avrei dovuto affrontare durante la Settimana
Santa. Quello che avevo iniziato a capire allora, adesso è diventato più
chiaro.

Padre Bruno Del Piero giace a Cartagena del Chairá,
paese di cui è stato cofondatore, alla base della croce che egli stesso aveva
costruito a lato della cappella del
cimitero. Come è stato detto nei giorni della sua «seconda nascita», nel Caquetá
sono certi che dalla tomba di padre Bruno fioriranno vocazioni, che quel
sepolcro si convertirà in un luogo di pellegrinaggio. Ed è già così. Da ogni
parte migliaia di persone continuano ad arrivare per ringraziare padre Bruno
per tutto quello che ha donato, fino all’ultimo, fino al regalo estremo del suo
corpo affidato alla terra su cui ha fatto nascere e crescere per cinquant’anni
chiese, paesi, persone. Perché la vita, la vera Vita, continui.

Alberto Cancian

Tags: Colombia, missionari, IMC, Caqueta

Alberto Cancian