Berretta rossa per il popolo

Chibly Langlois,
incontro con il primo cardinale della storia di Haiti

Nato da una famiglia
umile di contadini del Sud, la sua è una vocazione adulta. Da subito impegnato
con i ragazzi più poveri. Si distingue dopo il terremoto. Da oltre un anno
tenta una mediazione per risolvere la crisi di Haiti.

Monsignor Chibly Langlois è il primo cardinale della storia di Haiti.
Vescovo di Fort Liberté nel Nord Est dal 2004 e poi di Les Cayes, Sud, dal
2011, è anche presidente della Conferenza episcopale haitiana (Ceh) dal
dicembre dello stesso anno. Papa Francesco lo nomina cardinale il 12 gennaio
2014, quarto anniversario del terremoto ad Haiti. È durante il concistoro del
22 febbraio dello stesso anno che mons. Langlois riceve le insegne
cardinalizie.

«Accolgo questa nomina come una grazia per Haiti»
dichiara in una prima intervista all’agenzia Alterpresse il
giorno della nomina.

Tra i cardinali più giovani (56 anni), mons. Langlois è
figlio di contadini del comune La Vallée de Jacmel, zona rurale e impervia nel
Sud Est di Haiti.

Uomo estremamente dinamico, si è subito distinto dopo il
terremoto del 2010 per la ricostruzione morale e materiale del paese.

Ha assunto, inoltre, un importante ruolo di mediazione
politica nella grave crisi tra il presidente della Repubblica, i partiti e
altre parti sociali, tra fine 2013 e il 2014, promuovendo l’iniziativa di
riconciliazione nazionale «Insieme per il bene di Haiti».

È attualmente membro del Pontificio consiglio Giustizia
e Pace e della Pontificia commissione per l’America Latina.

Molto disponibile, nonostante la sua agenda
sovraccarica, ha accettato di incontrare MC in esclusiva lo scorso 31 gennaio
ad Haiti.

Papa
Francesco ha richiamato l’attenzione su Haiti convocando un incontro
internazionale in Vaticano il 10 gennaio scorso. Quali risultati ha portato?

«Abbiamo
accolto con gioia l’organizzazione (da parte del Pontificio Consiglio Cor
unum
e della Pontificia commissione per l’America Latina, ndr) di
questo incontro. Ci attendevamo molto da esso. A cinque anni dal terremoto
volevano sapere come è andata la ricostruzione, e che speranze abbiamo ad
Haiti. Io sono soddisfatto di questo incontro, perché ha avuto il risultato di
incoraggiare le “chiese sorelle” e gli organismi che hanno l’abitudine di
aiutare Haiti. C’è stata una risposta molto positiva e massiccia da parte degli
invitati a questo incontro.

La strada è stata tracciata dal Papa stesso che ha
insistito sul fatto che l’essere umano è al centro dell’azione ecclesiale.
L’evangelizzazione concee gli uomini e le donne, comprendendo l’ambiente e
tutto quello che aiuta a sviluppare le dimensioni dell’essere umano, e ne aiuta
la realizzazione.

Il secondo punto verteva sulla comunione che ci deve
essere tra chiese sorelle e la chiesa locale e pure tra le diverse istituzioni
facenti parte della chiesa haitiana. Il papa ha sottolineato che dobbiamo agire
uniti, perché siamo tutti membra di un corpo, e per questo è importante la
cornordinazione delle azioni ecclesiali e l’unità tra i diversi attori sul
terreno.

Nel terzo punto il papa ha sottolineato l’importanza
della chiesa locale, perché è attraverso essa e le sue istituzioni che la
missione si fa molto più tangibile. Ecco perché occorre rinforzarla. E penso
che questo sia particolarmente importante ad Haiti perché abbiamo una chiesa
che si cerca ancora, nel senso che sta cercando di rendere solide le proprie
basi per meglio rispondere alle esigenze di evangelizzazione nel paese.

Questi tre punti orientano le azioni da realizzare sul
terreno, e le relazioni con le chiese sorelle e le diverse istituzioni. Per me è
già un buon risultato sapere che abbiamo queste indicazioni. Dobbiamo dunque
lavorare per avere dei risultati palpabili, concreti. Noi della Conferenza
episcopale e le diverse istituzioni dobbiamo lavorare per materializzare quello
che il papa ha detto il 10 gennaio, così gli organismi e i diversi
partecipanti, devono lavorare in concerto con noi».


La
chiesa cattolica ha giocato un ruolo importante in questi cinque anni dopo il
terremoto. Può tracciare un bilancio?


«A livello di ricostruzione la priorità è stata data
all’accompagnamento delle vittime. Ci sono stati feriti, morti, famiglie molto
colpite. Ci sono state conseguenze non solo dal punto di vista fisico ma anche
psicologico, e sul piano della fede. La chiesa ha accompagnato donne, uomini,
bambini e giovani a riprendersi. Accompagnamento psicologico, ma anche
materiale: alloggio, cibo, salute, educazione. In tutte le diocesi. Perché
molte persone hanno lasciato Port-au-Prince per andare nelle altre diocesi.
Allora ci accordavamo su come accogliere questi profughi. Quindi la priorità è
stata data alla ricostruzione della persona umana. Anche dal punto di vista
della fede.

C’è stato chi ha diffuso l’idea che il terremoto sia
stato voluto da Dio per castigare Haiti. Noi abbiamo detto che è stata una
catastrofe naturale. Dio ci ama e ci aiuta e certo non ha voluto colpire gli
haitiani. Abbiamo accompagnato dunque le persone affinché potessero riprendere
coraggio.

In secondo luogo abbiamo dovuto anche lavorare per la
ricostruzione materiale. Abbiamo messo in piedi delle istituzioni con le chiese
sorelle degli Usa, Germania, Francia, Repubblica Dominicana. Abbiamo potuto
fare la nostra parte. Si va avanti lentamente, occorre costruire con tecniche
anti sismiche e anti cicloniche, in modo diverso rispetto a prima. Anche per
questo è stato necessario molto tempo.

Ma occorre anche che i fondi siano gestiti in modo
trasparente. Per questo motivo abbiamo creato un’équipe che aiutasse nella
gestione. Ricostruire bene e gestire bene è necessario per restare in perfetta
comunione con i nostri partner, che da parte loro devono rendere conto di
quello che fanno per Haiti.

Ultimamente abbiamo usato dei fondi per la ricostruzione
di chiese, e questo costa caro oggi. A Port-au-Prince la priorità è stata data
a chiese, canoniche, scuole, conventi distrutti. Così anche a Jacmel e a
Nippes. Le chiese di Grand Goave, Miragoane, una chiesa a Pétion-Ville. E
l’importante chiesa del Sacro Cuore a Pacot, in capitale. Abbiamo anche
ricostruito alcune scuole a Port-au-Prince con l’aiuto di Cor unum. Sono
dei passi che sono stati fatti, ma ad Haiti noi vorremmo che si andasse avanti
molto più rapidamente. C’erano molte diocesi che aspettavano aiuti anche prima
del terremoto, ma con l’evento si è fermato il processo in corso per rispondere
all’emergenza. C’è una certa impazienza, ma occorrono fondi, tecnica, buona
gestione.

L’équipe della Ceh ha inventariato i bisogni: sulla
lista di 200 progetti, circa 130 non sono ancora stati attivati».

Il
paese attraversa oggi una grave crisi politica, e c’è anche un contesto sociale
esplosivo. La chiesa cattolica sta giocando un ruolo molto importante. Può
spiegarcelo?

«Abbiamo assunto un ruolo di mediazione e anche di
accompagnamento. La chiesa ha sempre accompagnato il popolo haitiano nei
momenti difficili. Per questo, l’anno scorso abbiamo offerto il nostro servizio
per aiutare gli attori politici a dialogare. Abbiamo organizzato degli incontri
di lavoro. Siamo riusciti a raggiungere un accordo tra le parti che però,
purtroppo, non ha portato ai risultati desiderati. Ma ha aiutato la gente ad
andare avanti nel dialogo e nel cercare altre soluzioni. Siamo arrivati a oggi.
È vero che c’è una situazione piuttosto esplosiva, ma finalmente non si possono
evitare le elezioni, occorre organizzarle (vedi box).

Ancora oggi la chiesa non è lontana da questa realtà ma
continua ad accompagnare nella misura delle sue possibilità. Siamo sempre
pronti ad aiutare gli attori a dialogare. La situazione è piuttosto delicata,
dobbiamo trovare il modo di favorire la realizzazione delle elezioni e avere
delle persone elette dalla popolazione che possano gestire il paese secondo dei
criteri democratici».

Ma
qualcuno potrebbe dire che la chiesa non deve immischiarsi nelle questioni
politiche. Cosa risponderebbe?

«Bisogna evitare la confusione in quelli che chiamiamo “affari
politici”. C’è l’impegno in attività politiche, che riguarda persone attive nei
partiti e poi nella gestione di beni e del potere. Noi non interveniamo a quel
livello. Noi siamo impegnati ad aiutare gli attori a incontrarsi e a dialogare,
per trovare il cammino che possa portare a gestire meglio il paese e a offrire
alla popolazione la possibilità di una società più giusta, la pace e la serenità
per occuparsi delle loro attività. Noi non siamo dunque impegnati in modo
attivo nella politica. E quindi ci ritireremo e continueremo il nostro lavoro
di evangelizzazione, con atti di carità e con tutte le nostre istituzioni, le
parrocchie, le commissioni episcopali e parrocchiali, per accompagnare fedeli e
popolazione».

E
papa Francesco vi ha incoraggiati in questo ruolo di mediazione?

«Non abbiamo bisogno di una parola diretta del papa su
questa realtà per incoraggiarci. Di fatto il papa ci incoraggia tramite la
Commissione pontificia Giustizia e Pace, di cui io faccio parte. Questo
significa che il papa accoglie favorevolmente l’accompagnamento che diamo qui,
perché è suo desiderio che la chiesa susciti la giustizia sociale, ovvero
favorisca un ambiente in cui le persone possano sentirsi fratelli, nella realtà,
senza vivere gli uni contro gli altri, come se fossimo in guerra. Siamo
chiamati sviluppare una una cultura di giustizia e una cultura dell’amore e
della carità. E qui la chiesa ha il suo ruolo da giocare».

La
mediazione sta continuando o siamo in una fase di puro accompagnamento?

«In maniera esplicita, come abbiamo fatto prima (durante
il 2014, ndr), la mediazione non continua, ma con l’équipe che è
stata messa in piedi continuiamo a riflettere per vedere quando e come
intervenire in modo tale da migliorare la situazione. Facciamo degli incontri
per riflettere sulla realtà e portare il nostro apporto nella risoluzione della
crisi».

Guardando
la situazione di oggi, con un governo non legittimato, un Parlamento non
funzionante e un nuovo Consiglio elettorale (vedi box), secondo lei cosa
succederà? Che speranze ci sono?

«Siamo a un bivio per cui il governo non può non
organizzare le elezioni, perché altrimenti conosceremo una situazione ancora
peggiore. Per far questo ognuno deve portare il suo contributo per la
costruzione di un contesto che possa aiutare allo svolgimento dello scrutinio.
Se questo avvenisse è sicuro che si andrebbe verso una normalizzazione della
situazione. È questo che speriamo e dovrebbe essere il desiderio di tutti.
Volere che il paese ritrovi una situazione di pace. Per questo pensiamo che la
maggioranza degli haitiani vuole le elezioni, per cambiare i dirigenti a
livello del governo e avere della gente capace di gestire il paese secondo
criteri democratici attraverso istituzioni democratiche».

La
comunità internazionale ha sempre giocato un ruolo molto forte in Haiti. Come
vede la sua influenza nel contesto di oggi?


«Non possiamo funzionare in modo isolato. Ai giorni
nostri il pianeta è interconnesso. Vuol dire che abbiamo bisogno dell’apporto
della comunità internazionale per arrivare all’organizzazione di buone elezioni
nel paese, avere osservatori inteazionali, un aiuto finanziario, consigli per
risolvere la crisi. Non possiamo tagliare le relazioni con la comunità
internazionale. Quindi è buona cosa che ci accompagni, ma ben inteso, non
significa fare al nostro posto, quanto piuttosto darci l’illuminazione affinché
noi siamo in grado di organizzare delle buone elezioni e scegliere i politici
idonei per ben gestire il paese».

E
cosa pensa delle organizzazioni inteazionali sbarcate in gran quantità dopo
il terremoto?


«Il papa ha appena detto che occorre rinforzare la
chiesa locale: qui c’è la Caritas Haiti e in ogni diocesi c’è una Caritas
diocesana. Occorre dunque rinforzare queste Caritas. Succede invece che vengono
dati soldi ad organizzazioni terze venute dall’estero. È importante che la Cei
e Caritas Inteationalis sostengano direttamente la nostra Caritas.

Se il papa parla in questo modo è per evitare che si
moltiplichino in eccesso gli interventi sul terreno, a nome della chiesa. La
chiesa locale deve assumere la sua responsabilità nei confronti della gente, ma
per questo ha bisogno dell’appoggio della comunità internazionale e delle
istituzioni sorelle.

Sarebbe importante non frammentare i diversi interventi. È
quello che è successo dopo il terremoto: diverse Caritas sono arrivate ad Haiti
e si sono installate. Molte hanno aiutato la Caritas Haiti, ma allo stesso tempo
hanno fatto i loro progetti. A volte c’è stata duplicazione, a volte molti
soldi sono stati spesi in amministrazione o nell’acquisto di veicoli e affitto
di case. E questo ha fatto sì che la popolazione alla quale questi soldi erano
destinati abbia ricevuto solo una piccola parte di essi. Ci lamentiamo molto di
questa situazione in Haiti.

Se un’altra istituzione viene a lavorare ad Haiti deve
farlo in cooperazione, in comunione con la struttura locale, per dare anche una
visibilità alla chiesa locale. Non escludiamo il partenariato».

 

A
livello sociale vediamo un grande scontento rispetto all’esecutivo attuale,
perché forse la gente sperava in qualcosa che non è arrivato. E la crisi è
peggiorata. Cosa bisognerebbe fare e che programma ha la chiesa a livello
sociale?

«A livello sociale la situazione è molto tesa. Occorre
dire che la gente sta vivendo un momento disastroso, nel senso che molte
famiglie vivono in povertà, manca lo stretto necessario. Per questo è una
situazione davvero esplosiva. Sarebbe importante che noi chiesa riuscissimo ad
accompagnare le nostre comunità per arrivare a una normalizzazione della
situazione sociale. Ma la chiesa ha potuto dare l’accompagnamento nei limiti
delle sue capacità. Noi chiesa haitiana viviamo la crisi del nostro paese. Per
questo sarà ancora necessario il supporto delle chiese sorelle per aiutare la
gente. Ma chiese e istituzioni sorelle devono intervenire per fare in modo che
la chiesa haitiana faccia il lavoro di accompagnamento e di evangelizzazione
della popolazione. Gli haitiani conoscono la loro chiesa e sanno che ha
attualmente ha grossi problemi economici».

Marco Bello




Anno 2015: elezioni
necessarie per uscire dalla crisi infinita

I fantastici 9 per
salvare il paese

Il
paese sta attraversando una grave crisi politico – sociale. L’esecutivo del
presidente Michel Martelly non è stato in grado di organizzare alcun tipo di
elezione, alcune delle quali, le amministrative, sono in ritardo di 4 anni.
Scaduti i sindaci e i consigli comunali, il presidente ha proceduto per nomine
dirette dal ministero dell’Inteo. L’ultima impasse, dell’ottobre 2014, è
anche dovuta ad alcuni senatori che bloccano la modifica della legge
elettorale.

Si è arrivati quindi, al 12 gennaio scorso, alla
scadenza del mandato della camera dei deputati e di due terzi dei senatori (ad
Haiti il Senato si rinnova un terzo ogni due anni, mentre la camera ogni 4 anni
e il presidente della Repubblica resta in carica 5 anni). Il Parlamento è
dunque tecnicamente «non funzionante» con solo 10 senatori attivi.

La
crisi, che si trascina dal 2013, ha visto un tentativo di mediazione importante
da parte della Conferenza episcopale haitiana. Solo a fine 2014, il presidente
Martelly, allarmato soprattutto dalla pressione delle manifestazioni di strada,
aveva iniziato a cedere su alcuni punti con l’opposizione. A dicembre il primo
ministro Laurent Lamothe, fedelissimo di Martelly, aveva dato le dimissioni,
per essere sostituito dall’oppositore Evans Paul, politico di lungo corso,
cresciuto nei movimenti sociali. Ci si aspettava un grosso cambiamento di
governo con l’ingresso massiccio dell’opposizione. In realtà, Evans Paul ha
cambiato solo una parte dei ministri, e qualcuno parla di «governo fotocopia».

Il primo ministro non ha fatto però in tempo a
presentare la sua politica al Parlamento e avere la fiducia, perché questo è
scaduto, e il suo è diventato un «governo de facto».

Importante l’accordo, in extremis, dell’11 gennaio tra
il presidente Martelly e alcuni partiti d’opposizione. I partiti più radicali
non negoziano, piuttosto fomentano le folle e organizzano manifestazioni che
chiedono le dimissioni del presidente. Si tratta di Fanmi Lavalas, il partito
di Jean-Bertrand Aristide, della coalizione Mopod, e di Pitit Dessaline.

«L’accordo dell’11 gennaio ha fatto sì che il paese non
sia esploso, perché sarebbe stato possibile. Il presidente ha accettato di
rifare completamente il Consiglio elettorale provvisorio (Cep)», ci dice
Ricardo Augustin, vice preside all’Università Notre-Dame d’Haiti e già membro
nell’équipe di mediazione politica condotta dalla Ceh nel 2014.

Il punto è cruciale: il Cep è l’organo che gestisce le
elezioni. Da quando è stato eletto, Martelly ha voluto imporre la maggioranza
dei propri uomini sui nove membri che lo compongono. È la prima volta che cede
e accetta che il Cep sia fatto secondo i dettami dell’articolo 289 della
Costituzione: ovvero ogni membro sarà espressione di un settore della società
civile, e non di partiti politici o dei tre poteri. È il quinto Cep dell’era
Martelly, ed è l’unico segno di speranza nella crisi.

 

Il
23 gennaio il nuovo Cep è entrato in funzione con l’obiettivo di organizzare,
entro l’anno, elezioni amministrative, politiche e presidenziali. Ricardo
Augustin ne fa parte in qualità di rappresentante scelto dalla Conferenza
episcopale haitiana
(Ceh). «Si può dire che è l’unica istituzione che
attualmente ha una certa legittimità» ricorda Augustin in un perfetto italiano.
«Fino adesso non sento sfiducia nei confronti del Cep, anche grazie al profilo
delle persone che lo compongono. I diversi settori dicono: vediamo i primi
passi. Io, dopo la nomina, sono stato subito chiamato da un politico
dell’opposizione radicale, mi ha fatto i complimenti».

Il nuovo Cep si è subito messo al lavoro. Occorre
verificare i tempi tecnici e i mezzi economici e definire un calendario
elettorale. Le opzioni sono due: dividere le legislative dalle presidenziali,
iniziando le elezioni a luglio per poi passare a ottobre, oppure indire
elezioni generali. «Abbiamo delle scadenze che ci vincolano. La lista
elettorale deve essere chiusa 90 giorni prima della data delle elezioni. Ma
oggi almeno un terzo degli elettori ha la tessera scaduta. Questa è un’altra
preoccupazione su cui decidere» ricorda Augustin.

Il 10 febbraio il Cep propone un calendario elettorale
con la prima opzione, ma viene duramente criticato dai partiti politici.

«Adesso non c’è aggressività nei confronti del
consiglio. Suppongo perché questo Cep è composto da tecnici e quindi non ci
sono interessi politici immediati. La sfida per noi è riuscire a mantenere una
coesione nel gruppo, fare sì che le decisioni al nostro interno siano sempre
democratiche, con votazione per ogni decisione: siamo 9 e quindi si decide
almeno in 5».

Le
manifestazioni dei gruppi più radicali, che hanno spesso risvolti violenti,
possono avere una grande influenza su questo processo così delicato: «Per noi
l’obiettivo è anche creare un clima che permetta la realizzazione delle
elezioni. Se continuano queste manifestazioni la situazione diventa critica. La
questione è politica. Con questo comportamento possono arrivare a bloccare
tutto e impedire le consultazioni. Ma se non si fanno, è peggio per tutti».

Marco Bello

 

Marco Bello




Terra viva di pescatori e migranti (2)

Storie di «ordinaria»
migrazione

Libertà a caro prezzo
Nei centri di prima
accoglienza le giornate passano tra la noia, la sfiducia accumulata in mesi di
attesa e la tensione per l’incertezza sul proprio futuro. Mustaqim dal
Bangladesh, Sheriff dal Gambia raccontano un pezzo delle loro storie. Bakari è
«rinchiuso» nel centro di accoglienza di Mineo da più di un anno. Mammut vi è
stato trasferito da appena due mesi, dalla tendopoli di Messina, e già pensa
alla fuga. Ma c’è anche chi lì dentro attende da più di tre anni una risposta
sul proprio destino. Rifugiati, perseguitati, migranti in cerca di una vita
migliore, sopravvissuti all’indicibile, sono condannati a una vita sospesa.

Dopo
lo sbarco, i minori stranieri sono condotti nei centri di prima accoglienza: a
Pozzallo, in un palazzetto dello sport messo a disposizione per la stagione
estiva da un privato, dove una trentina di ragazzi egiziani dormono su
materassi di gommapiuma e il loro unico svago è ballare al ritmo della musica
rap araba trasmessa da due grandi amplificatori, e ad Augusta, in una scuola in
disuso. Per le centinaia di ragazzi che arrivano nel porto della città a bordo
delle navi della Marina militare, nel cortile della «Scuola Verde» sono state
predisposte brandine di fortuna, mentre al piano superiore le aule sono state
adibite a camerate, ciascuna occupata da otto ragazzi, divisi per nazionalità.

Nella stanza dei bengalesi, considerata la più pulita e
ordinata, ci riceve Mustaqim il «retto». Indossa una maglietta con la scritta
United Colours of Benetton; non sa nulla del crollo del Rana Plaza, la fabbrica
tessile alla periferia di Dacca che nell’aprile del 2013 era costato la vita a
più di 1.000 suoi connazionali. Doveva essere già in viaggio. È pettinato come
uno studente di un college inglese, forse per apparire più giovane. In effetti
aspetta un permesso per minore età. Mostra la foto dei genitori: la mamma,
avvolta in un sari viola, sembra piuttosto anziana. Comunque Mustaqim è il
maggiore di nove fratelli e spetta a lui il compito di mantenerli. Dice che la
sua famiglia ha chiesto un prestito in banca per pagare il costo del viaggio.
Ma è più probabile che dietro ci sia una catena transnazionale di «imprenditori»
del traffico di persone che chiede ai migranti e alle loro famiglie interessi
esosi.

È un universo «invisibile» quello dei migranti dal
Bangladesh, da cui si registrano i primi arrivi in Italia già nel 1982. Non
possono chiedere lo status di rifugiato politico – ciò creerebbe all’Italia
tensioni con un governo democraticamente eletto – né di profugo ambientale –
categoria che non gode ancora di un riconoscimento giuridico -, definizione che
calzerebbe perfettamente su coloro che fuggono dal paese asiatico, il cui
territorio, notoriamente, è flagellato da pesanti inondazioni e ora sempre più
soggetto a periodi di siccità.

Le giornate passano tra la noia, la sfiducia accumulata
in mesi di attesa e la tensione per l’incertezza sul proprio futuro. La «Scuola
Verde» non è certamente il luogo più adatto a ospitare dei minori: era già
stata dichiarata non agibile, e i ragazzi sono lasciati soli nelle ore
nottue. Molti di loro però hanno costruito relazioni positive con il
territorio: operatori, volontari, tutori che li hanno avuti in consegna per
mesi.

Il mattino del 21 ottobre arriva il trasferimento
a sorpresa: saranno portati tutti in una nuova struttura, un altro centro di
prima accoglienza a Melilli, nella frazione Città Giardino.

Proprio come Kunta
Kinte

Sheriff arriva dal Gambia, dal villaggio di Badibù, lo
stesso di Sarjo, ma lui è partito prima.

Appartiene al gruppo etnico Mandinka, proprio come Kunta
Kinte, il protagonista di Radici, fortunato film per la televisione
tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore afroamericano Alex Haley. Erano gli
anni ’70 e un’intera generazione di ragazzi italiani fece il tifo per quel nero
forte e coraggioso che lottava per i suoi diritti. Per Sheriff, Kunta Kinte è
esistito davvero: «È il nostro eroe nazionale», dice. Lui ha seguito il destino
del suo illustre antenato imbarcandosi su una modea nave negriera, verso un
luogo in cui la libertà si conquista ancora a caro prezzo.

Anche il suo è stato un viaggio lungo e difficile.
Sheriff mostra un tesserino da giornalista e racconta che, grazie a una borsa
di studio, aveva iniziato uno stage presso la radio privata «Kids with talents»
(Kwt 107.6 fm) che si occupava di sport e giovani di talento. Sheriff aveva
visitato alcune comunità rurali per raccogliere le opinioni degli abitanti
sulla decisione del presidente Jammeh Yahya1 di vietare il gioco del calcio
durante la stagione delle piogge – giugno-ottobre – per indurre i giovani a
lavorare nei campi di arachidi, principale prodotto di esportazione. Un
intervistato aveva espresso delle critiche, e Sheriff poco tempo dopo aveva
ricevuto una telefonata: la cosa era arrivata alle orecchie di Yahya, che non
aveva gradito il contenuto dell’intervista. Avrebbe potuto mandare i suoi jungullers
(una specie di milizia privata al soldo del dittatore) a ucciderlo. Sheriff
allora non ha perso tempo ed è fuggito. Ha percorso 200 km a piedi per entrare
in Senegal, di lì in Mauritania, e poi in Marocco da dove ha tentato più volte
di raggiungere l’Europa. Per pagare il resto del viaggio, ha lavorato per un
periodo come muratore a Tangeri, dove viveva in edifici abbandonati alla
periferia della città. Ma una notte è stato costretto a scappare per una retata
della polizia. Raggiunta Tetouàn, si è nascosto nella foresta di Cassiago, dove
erano accampate centinaia di «fratelli» di altri paesi del West Africa.
Per entrare a Ceuta, l’enclave spagnola, ci sono due modi: attraversare a nuoto
quel lembo di mare che la separa dal Marocco, oppure scavalcare il muro fatto
di recinzioni alte sei metri e sormontato da reticolati di filo spinato2.
Sheriff era su quel muro quando è stato catturato. In prigione, i poliziotti
marocchini gli gridavano sporco negro e lo hanno lasciato senza mangiare per
due giorni. Al secondo tentativo è stato deportato alla frontiera con
l’Algeria. Superato il confine, è stato nuovamente arrestato a Maghnia, dove è
stato costretto a passare la notte dentro a una buca. Fuggito di là, ha capito
che la sua ultima speranza era la Libia.

Ora vive con Sekou «il Saggio», che ha incontrato a
Tripoli ed era con lui sulla barca che lo ha portato in Sicilia, in un
appartamento dello Sprar (il Sistema di Protezione per Migranti e Richiedenti
Asilo) ad Aci Sant’Antonio, proprio sotto al Vulcano. «La notte sembra che la
casa si muova e abbiamo paura».

Sekou, che ha una brutta ferita sul viso ed è orfano di
entrambi i genitori, parla bene italiano, ma fa finta di non capire. Dice di
essere in contatto diretto con Ousainou Darboe, un avvocato per i diritti
umani, leader del principale partito dell’opposizione in Gambia. Sekou e
Sheriff sarebbero potuti rientrare nel loro paese prima del previsto se il
colpo di stato, tentato nella notte tra il 29 e il 30 dicembre scorso, non
fosse fallito.

C’è ancora qualcuno
che nasce o muore nel centro di Mineo

Sheriff e Sekou sanno di essere stati comunque più
fortunati di tanti loro compagni di viaggio. Bakari è «rinchiuso» nel centro di
accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo (Cara)3
di Mineo da più di un anno. Mammut vi è stato trasferito da appena due mesi,
dalla tendopoli di Messina, e già pensa alla fuga. Ma c’è anche chi lì dentro
attende da più di tre anni una risposta sul proprio destino. Malgrado il
recente scandalo denominato dalla stampa «Mafia capitale» che ha riguardato
l’intero «sistema italiano dell’accoglienza» e, in particolare, proprio la
gestione del centro nato nel 2011 sull’onda dell’ennesima emergenza, c’è ancora
qualcuno che a Mineo nasce o muore.

Pochi chilometri separano il centro dalla base
aeronavale Usa di Sigonella. Percorriamo la statale che da Catania porta a
Caltagirone, e di lì a Gela. Alla nostra destra c’è la distesa di filo spinato
che protegge la base, interrotta solo da qualche cespuglio dove si nascondono
le prostitute, tutte ragazze africane ospiti del Cara. Più avanti, sulla
sinistra, vediamo sbucare all’improvviso un gruppo di villette tutte uguali,
color pastello e, poco oltre, un agrumeto. Ha il nome bucolico di Residence
degli aranci, ma per entrare ci vuole «un’autorizzazione speciale», dicono i
funzionari all’ingresso. Anche per uscire, gli ospiti devono passare il badge e
sono obbligati a rientrare entro 48 ore.

Il primo centro abitato sulla strada, Mineo appunto, è
arroccato sulla collina ed è difficilmente raggiungibile a piedi. Sulla
striscia d’asfalto che separa il centro dai campi lasciati incolti, un pastore
pascola le pecore, sorvegliate da un cane che zoppica. Mentre la foto,
pubblicata sul web, che mostra i migranti appesi al «muro» di Ceuta e gli
spagnoli, dall’altra parte, che giocano a golf, fa il giro del mondo, sulla
strada del ritorno, anche noi abbiamo un flash: dietro la recinzione che cinge
il perimetro di Sigonella, un militare in maniche corte passeggia con la figlia
– i capelli biondi e lo stesso diafano pallore – su un prato all’inglese
perfettamente curato e di un verde talmente intenso da sembrare finto.

Ci giriamo un’ultima volta verso il «villaggio della
solidarietà» (il Cara di Mineo è stato chiamato anche così) dove centinaia di
uomini e donne nel fiore dell’età, dopo essere sopravvissuti all’indicibile,
sono condannati a una vita sospesa, che ha più il sapore di una morte lenta che
di una seconda nascita a un’esistenza nuova, dall’altro lato di questo mare nostro.

Note alle pagine
44-47:

1
Jammeh Yahya era balzato agli onori della cronaca nel 2013 per aver
definito, nel corso di un’assemblea generale dell’Onu, i propri concittadini
omossessuali una «sciagura», e l’omosessualità la «maggiore minaccia per l’esistenza
umana». Per rimanere su questo tema, già nel 2008 aveva ammonito gay e lesbiche
a lasciare il paese, se non volevano vedere le loro teste tagliate. Nel
febbraio 2014, parlando alla televisione di stato dichiarava: «Combatteremo
questi animali infestanti chiamati omosessuali nello stesso modo in cui stiamo
combattendo le zanzare portatrici di malaria». Lo scorso agosto l’assemblea
nazionale del Gambia ha approvato un disegno di legge che prevede l’ergastolo
per il reato di «omosessualità aggravata», ovvero per coloro che ripetono il
presunto crimine in forma recidiva, e per le persone che hanno contratto l’Hiv.

2 
Ceuta e Melilla, enclave spagnole in territorio marocchino, hanno
rappresentato per tutti gli anni Novanta due porte d’ingresso per l’Unione
europea. Per questo sono state separate dal Marocco da una doppia rete
metallica alta inizialmente tre metri, e poi raddoppiata a sei. Nell’estate e
autunno del 2005 le due enclave sono state oggetto di veri e propri assalti di
migranti che tentavano, in alcuni casi riuscendoci, di scavalcare il muro.
All’inizio del 2014, l’uso di proiettili di gomma e il lancio di lacrimogeni da
parte della Guardia Civil spagnola avrebbero causato la morte di 15 migranti.
Il nuovo giro di vite spagnolo ha fatto storcere il naso all’Unione europea,
che pure aveva finanziato, con 20 milioni di Euro, la recinzione.

3 
Riprendendo alcune intuizioni di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben,
alcuni studiosi di scienze sociali hanno mostrato come ci sia una continuità di
logica tra i campi di concentramento e i vari centri di identificazione,
detenzione e accoglienza, in quanto spazi in cui viene normalizzata una
condizione di eccezione al diritto, essendovi reclusi soggetti che non hanno
commesso alcun reato.

Decisamente rilevante,
a questo riguardo, è la difficoltà, anche per parlamentari, giornalisti e
avvocati, di essere ammessi in queste strutture.

Silvia Zaccaria




Terra viva di pescatori e migranti (1)

Reportage dalla Sicilia sull’«emergenza sbarchi»

Sicilia, tappa di un’umanità in fuga


Dove gli eroi non sono dèi

 

Nel canale che divide la Tunisia dalla Sicilia passa il
confine tra due continenti, tra il Nord e il Sud del mondo. Ma i confini sul
mare sono per loro stessa natura liquidi ed effimeri, così come i confini tra i
gesti degli dei dell’antichità classica e quelli dell’umanità ferita che oggi
nell’isola di Verga vive e resiste. In quel mare nostrum si mescolano i destini
dei pescatori siciliani con quelli dei migranti. Lì si consuma quel fenomeno
strutturale, inarrestabile e prevedibile che impropriamente politici e media
chiamano «emergenza sbarchi».

Ad
Aci Trezza, in provincia di Catania, tutti conoscono «Grillo» il pescatore. «Da
giovane mi chiamavano Fellini», dice accennando un sorriso sotto la barba
bianca. Quando lo vediamo uscire dall’acqua con la sua preda, a noi ricorda
piuttosto Tritone, il figlio del dio del mare, per metà uomo e per metà pesce.

Carlo Levi, durante uno dei suoi viaggi nella Sicilia
del secondo dopoguerra, esperienza da cui nacque il libro Le parole sono
pietre
(1955), ebbe modo di visitare il borgo marinaro immortalato da Verga
ne I malavoglia e da Visconti ne La terra trema, e raccolse le
impressioni di una signora straniera che, come lui, viaggiava alla scoperta
dell’isola: «Camminando per le vie di Aci Trezza, le era parso “di passare in
mezzo a un popolo di dèi tanto era chiaro in ciascuno che il suo viso, i suoi
gesti, le sue vicende, il suo destino, erano fissati ed eterni, non seguendo
una storia individuale ma uno stile o un costume a tutti comune ed immutabile.
Non mi sembrano uomini, donne, bambini di oggi, ma alberi di una foresta, o
esseri antichi, come gli dèi. Mi pare che qui tutto debba essere sempre stato
così e che sarà sempre così”».

Grillo-Fellini ha catturato da poco una murena: «Nel
mese di maggio – spiega ai turisti che si accalcano curiosi attorno a lui – le
vipere in calore si spingono sugli scogli e si accoppiano con certe specie di
pesci e così nascono le murene».

Nella cultura popolare gli eroi non sono dèi, ma piccoli
uomini, persone comuni le cui gesta però, nel momento in cui essi superano il
confine dei mondi, assumono contorni mitici. Mito e fiaba, infatti, raccontano,
in modo più o meno diretto, soprattutto viaggi di scoperta, in cui la
conoscenza di sé e la generosa apertura verso l’Altro a volte costa il
sacrificio dei loro protagonisti. Così, se nella mitologia greca Tritone può
trascinare fino al Mediterraneo la nave Argo arenata nel deserto della Libia
grazie ai suoi poteri soprannaturali, nella leggenda sicula, Colapesce, un
pescatore di Messina1 trasformato in una creatura anfibia da una maledizione,
può salvare la Sicilia decidendo di rimanere per sempre in fondo al mare per
sostituirsi a una delle colonne che sorreggono l’isola, quella consumata dal
fuoco dell’Etna2, e per essere d’aiuto ai marinai.

Per la gente di Sicilia «Colapisci» non è morto, e un
giorno toerà sulla terra: quando nessun uomo soffrirà più per dolore o per
castighi, per quell’atavica condizione d’ingiustizia che Levi trovò radicata nella terra siciliana, «antica, composita,
enormemente stratificata che forze etee, oscure e prepotenti tengono da
sempre in soggezione». Lo scrittore riteneva di poter comprendere quella terra «solo
indugiando su quanto ancora in Sicilia ristagna e imputridisce, di violento
investe, di penoso sgomenta, di dolce sfiora, di mitico-storico-poetico torna
alla memoria».

Tappa di un’umanità
in fuga

Tappa di passaggio per naviganti della mitologia antica,
l’isola è oggi sulle rotte di un’umanità in fuga «che si imbarca, senza
geografia, da qualunque spiaggia, verso qualunque approdo»3,
estremo baluardo, suo malgrado, di quella «fortezza Europa»4
che proprio nel mito classico va a cercare i nomi per le sue operazioni di
controllo delle frontiere, forse nell’intento di dare un’aura eroica alle
imprese poco gloriose del presente: Hermes, Aeneas, Poseidon, fino all’ultima
Triton, che però, per l’appunto, della divinità benevola, capace di calmare le
acque e d’indicare la rotta agli Argonauti, non ha nulla.

Con questa stessa retorica classicheggiante era cominciata
anche Mare Nostrum, la missione militare e umanitaria tutta italiana di «sorveglianza
e soccorso in mare», inaugurata pochi giorni dopo il naufragio in cui morirono
annegate, a largo di Lampedusa, più di 360 persone, e chiusa il primo novembre
scorso, sostituita dalla più modesta missione europea Triton.

È il 3 ottobre 2014, primo anniversario della tragedia:
la commemorazione ufficiale si svolge sull’isola con la passerella delle
autorità e le contestazioni delle associazioni locali (Askavusa, «a piedi
scalzi» in dialetto lampedusano, in primis), mentre i parenti delle vittime e i
superstiti5 sono ricevuti dal Papa. In piazza dell’Esquilino, a
Roma, si tiene una sommessa cerimonia interreligiosa: un imam legge un passo
del Corano, un prete ivoriano intona l’Ave Maria e un esponente delle «religioni
tradizionali» suona una specie di olifante come a evocare gli spiriti dei
morti. Si leggono le testimonianze dei sopravvissuti e poesie di scrittori
africani: «Per ognuno di noi c’è una stella nel cielo, ogni persona che muore è
una stella che non sopravvive». Le donne eritree, avvolte in un leggero panno
bianco, con cui nascondono il viso dai fotografi, hanno in mano una candela
accesa. La sera c’è l’anteprima del film documentario Io sto con la sposa,
dove il senso dell’incredibile viaggio di un gruppo di profughi palestinesi e
siriani attraverso le frontiere europee è espresso nei versi di un poeta
tunisino: «Se devi vivere, vivi libero. Se devi morire, muori come un albero,
immobile».

E mentre ancora si commemorano le vittime di Lampedusa,
alle operazioni di controllo e soccorso in mare si affiancano quelle di
monitoraggio delle frontiere «estee», aeree, marittime e terrestri: Mos
Maiorum6 (letteralmente «costume degli antenati», locuzione che
nell’antica Roma indicava i valori cui conformarsi per essere parte della
civiltà romana, ndr) è lo slogan della maxi retata lanciata tra il 13 e
il 26 ottobre 2014 dal ministero dell’Inteo italiano, in collaborazione con
l’Agenzia europea Frontex, per schedare gli immigrati irregolari presenti sul
nostro territorio europeo. Il richiamo al «costume dei padri», quasi a indicare
una presunta – ma fittizia – identità culturale comune a tutti i paesi membri
dell’Ue, assume inquietanti connotazioni xenofobe.

Fenomeno strutturale,
non emergenza

Al mercato del pesce di Aci Trezza il signor Liberato prepara le reti per l’indomani. Gli diciamo che siamo in Sicilia per
seguire l’«emergenza sbarchi». «Ma è vero – ci chiede – che Mare Nostrum costa
all’Italia 9 milioni di Euro al mese?».

«Tempo fa», racconta Liberato, «trovai una barca in
avaria con dei clandestini a bordo vicino a Cassibile. Chiamai la polizia marittima di Siracusa. Mi risposero: “Siamo in zona!”. Ma arrivarono quattro ore dopo e
trovarono solo il capitano. I clandestini erano già stati caricati su una barca
più piccola e portati fino alla costa. Mi chiamarono addirittura dal tribunale
per farmi l’interrogatorio: “Quanti erano?”. Ma io ci dissi: “Mentre li
salvavo, non li contavo mica”. Lo sa che c’è, signora? La prossima volta mi
faccio i fatti miei. La giornata di lavoro persa non me la paga nessuno». (Cfr.
Box pagina 35
)

La risposta alla domanda sul costo di Mare Nostrum del
signor Liberato si trova scritta a chiare lettere sul sito della Camera dei
deputati7, nel quale si legge che l’operazione è stata finanziata
per un terzo «dalle entrate dell’Inps derivanti dagli oneri di regolarizzazione
degli immigrati» dell’ultima sanatoria8, nonché da «corrispondente
riduzione del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di
tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura», la quale ha comportato
un taglio senza precedenti proprio nella Regione chiave di Cosa Nostra.

Spenti i riflettori sull’operazione Mare Nostrum,
sostituita da Triton, si è interrotta anche la «cronaca degli sbarchi» che
riportava, come un bollettino di guerra, il numero dei dispersi e dei salvati.
(Cfr. Box in questa pagina)

L’uso improprio del termine «sbarco» da parte dei media
e della politica, automaticamente collegato nell’immaginario collettivo
all’immigrazione irregolare, ha alimentato la retorica del «flusso
straordinario e fuori controllo», e quindi dell’«invasione», legittimando la
dichiarazione di «stato d’emergenza» che dal 2002 viene prorogato di anno in
anno da tutti i governi che si sono susseguiti9.
Quello degli «sbarchi», come il flusso migratorio in generale, è invece un
fenomeno strutturale, fortemente esposto alle variazioni del contesto
geopolitico, il cui andamento somiglia a un fiume carsico, con stagioni di
particolare dinamismo e improvvisa accelerazione, come quella attuale, seguite
da fasi di quiete.

Morire lontano dai
sassi che ti conoscono

Nel suo viaggio nel paese dei Malavoglia, Levi
era rimasto colpito dall’atteggiamento dei pescatori di fronte alla vita e alla
morte, dalla loro tenace accettazione di un destino stretto tra mare e vulcano.
«Un mondo pieno di luce, calmo e chiuso in gesti armoniosi», come quelli dei
marinai che riparano le reti o di quel vecchio che col pennello rinfresca la
vernice della sua barca dipinta:

«Eravamo scesi intanto tra le barche, tirate in secco
sulla spiaggia tra le grandi pietre violette e levigate, l’una vicina
all’altra, sì da rendere difficile il passaggio: erano come fiori colorati,
come carri siciliani senza ruote». Sulla prua, al posto dei Paladini di Francia
raffigurati sulle miriadi di carretti che Levi vedeva passare per le strade «come
una continua emigrazione di un popolo che non può star fermo», c’era San
Francesco da Paola, protettore dei pescatori, e l’immancabile occhio «scaccia
guai», che, oltre alla funzione apotropaica (di allontanare le influenze
maligne), aveva quella di elevare la barca a rango di persona umana.

Allo scalo di Aci Trezza, di quelle imbarcazioni
variopinte del tempo che fu, quando la pesca era abbondante e il mare faceva
ancora paura – e quindi il pescatore, per ingraziarselo, dava il meglio di sé
oando la propria barca come una «zita» («promessa sposa», in dialetto
siciliano) -, ce ne sono rimaste solo due: Venere e, naturalmente, Provvidenza,
che però stanno lì solo per bellezza, decorate da qualche amatore nostalgico.

Al porticciolo turistico oggi c’è movimento: vicino alla
banchina si scorge la sagoma sinistra di un peschereccio quasi completamente
sott’acqua con la scritta, ancora leggibile a poppa, «Water World»: il destino
nel nome. «Era tutto di legno, di legno buono. Forse era libico», commentano i
pescatori dilettanti che la sera si ritrovano sul molo, come Maurizio, il quale
di giorno fa l’operatore ecologico a San Berillo, nel centro di Catania. «C’è
crisi. Almeno per cena mi faccio una bella zuppa cu sauru».

Quando è stato ritrovato in mare aperto, all’interno del
peschereccio c’erano ancora abiti, pacchetti di sigarette. Ora una scarpa
spaiata galleggia sullo scafo. E un giornale locale titola: «È affondato il
barcone dei clandestini»10.

Ad Aci Trezza non si costruiscono più pescherecci, anzi
una ventina di essi sono stati «rottamati» per ottemperare a una normativa Ue.
Lo storico cantiere dei Rodolico, famiglia di maestri d’ascia che fece della
marineria trezzota una delle più importanti della Sicilia e di tutto il
Mediterraneo, somiglia a un museo privato di tradizioni marinare, che al
tramonto diventa il ritrovo degli anziani del paese. Loro sono sempre lì: in
silenzio, l’uno accanto all’altro, a fissare l’orizzonte. Sono quelli che non
se ne sono mai andati, ligi al monito di verghiana memoria: «Per me io voglio
morire dove sono nato. Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha fatto nascer qui; e
guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono».

Il continente
liquido: confine di mescolamento tra Nord e Sud

Fino a tempi recenti, erano pochi i pescatori che
sapessero nuotare, come i migranti che oggi affrontano il mare senza averlo mai
visto, immaginandolo come il Niger, il Gambia, o come il fiume del loro
villaggio.

«Contadini del mare» vennero definiti i pescatori da De
Seta in un documentario del 1955. Le loro sortite infatti non erano che un
intervallo o un secondo lavoro rispetto a quello del contadino. «Perché il mare
è amaro e incute timore, il mare è fatica e insicurezza, il mare è guerra».

Come «la guerra del pesce»11
che i pescatori siciliani combattono da quarant’anni nel canale di Sicilia, in
cui, per una tragica ironia della sorte, i loro destini s’incrociano con quelli
dei migranti, e che dal 2011, anno dell’«emergenza Nord Africa», si è
aggravata: a sequestrare le unità da pesca italiane in acque inteazionali ora
sono anche le motovedette foite tempo fa a Gheddafi dal governo italiano per
contrastare l’immigrazione clandestina. Il maggiore ambito di azione nelle
acque inteazionali riconosciuto alle motovedette a bandiera libica ha dato il
colpo di grazia a un settore come quello ittico già messo in ginocchio dalla
concorrenza spietata di paesi poco regolamentati (come il Giappone) e dalle
stringenti regole provenienti da Bruxelles, nonché all’intera marineria
siciliana, sui cui pescherecci sono imbarcati, da ormai quasi mezzo secolo,
anche numerosi lavoratori tunisini.

L’immigrazione tunisina in Sicilia però ha poco a che
vedere con il complessivo fenomeno della globalizzazione e va inquadrata
piuttosto nel contesto di una lunga storia tutta mediterranea. Bisogna
ricordare infatti che in passato i siciliani avevano formato una consistente
comunità nello stato maghrebino, prima e anche dopo che diventasse protettorato
francese nel 1881.

Nel canale che divide la Tunisia dalla Sicilia passa il
confine tra due continenti, tra il Nord e il Sud del mondo; ma i confini sul
mare sono per loro stessa natura liquidi ed effimeri. Il mare non conosce
discontinuità né cesure e quel breve tratto di poche miglia è sempre stato
parte capitale del «continente liquido» descritto da Ferdinand Braudel, spazio
di comunicazione e di scambio, terra di mezzo12.
«Il mare – scrive Verga – non ha paese nemmeno lui ed è di tutti quelli che lo
stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole».

Uno su dieci si perde
sul fondo

Non assomigliano di certo alle «zite» le «carrette del
mare», rese «umane» solo dalle pene degli uomini che vi hanno viaggiato. Vita e
morte si stringono dentro questi scafi. Il costo di un viaggio in coperta, «al
sicuro», può costare fino a cinquemila dollari; «solo» duecento per i bambini.
Molto minore il prezzo della stiva, il luogo più pericoloso, riservato
solitamente ai subsahariani, dove in caso di incidente nessuno sopravvive.

«Di questi viaggi, uno su dieci si perde sul fondo»13.
Come quello dei genitori di A., profughi siriani rifugiati in Sudan, dove il
nonno paterno fa il manager per una importante compagnia aerea araba, ai quali
non bastava appartenere a una famiglia benestante ed essere scampati alla
guerra per sentirsi liberi. Il sogno di ottenere la cittadinanza europea, una
qualsiasi, aveva spinto la coppia – con un bambino non ancora adolescente e A.,
che aveva meno di due anni – a recarsi in Libia, e lì a salire su una barca
diretta in Italia.

C’erano anche loro tra le vittime del naufragio del 24
agosto 2014, costato la vita a 24 persone. Del suo nucleo familiare, A. è
l’unica sopravvissuta: ritrovata miracolosamente aggrappata a una tavola e
tratta in salvo da un connazionale. Affidata per quattro mesi alle cure di una
coppia di Augusta, è stata rintracciata dal nonno, anche grazie all’intervento
di Save the Children, e riportata in Sudan.

Anche Sarjo è scampato a un naufragio.
«Che si fa in quelle circostanze?», gli chiediamo.

«Preghiamo! In barca, in mare aperto, si prega cinque
volte al giorno».

Era partito nell’agosto 2013 dal Gambia; aveva percorso
a piedi il Senegal, il Mali, prima di entrare a Sebha, in Libia, e di lì
arrivare a Tripoli. Un libico ha pagato il prezzo della traversata come
compenso per il lavoro che aveva fatto per lui. Adesso, dopo più di un anno dal
suo arrivo a Catania, Sarjo ha in tasca un permesso di soggiorno per motivi
umanitari. Alla commissione che ha esaminato la sua richiesta, ha raccontato
una storia fantasiosa: «“Sono rimasto orfano e nella famiglia adottiva c’erano
due fratelli che mi picchiavano – ha mostrato una ferita sulla tibia dovuta a
una caduta nell’infanzia – e allora sono scappato”. Ho dovuto raccontare questa
storia perché un giorno voglio tornare in Gambia»14.
«Dove pensi di andare adesso?», gli chiediamo.

Svezia, Germania, Svizzera, sono le destinazioni più
ambite dai migranti per le migliori condizioni di welfare offerte da quei
paesi.

«Anywhere, but not in Italy», dovunque, ma non in
Italia, ci risponde lui.

 

Note alle pagine
34-41:

1  Si
tratta di uno dei racconti popolari più noti e antichi della Sicilia
(risalirebbe al XII sec.) giunto a noi in tante versioni differenti: secondo
quella ripresa da Italo Calvino in Fiabe italiane, Colapesce è nato a
Messina. In altre versioni è originario di Napoli, Catania, Bari, Genova, ma lo
ritroviamo anche in Francia, Spagna, Grecia e addirittura sull’altra sponda del
Mediterraneo.

2  È
Colapesce, costretto dalla fatica a cambiare la mano di sostegno, a provocare
di tanto in tanto le scosse telluriche.

3  Cfr.
Erri De Luca, In mezzo a questo mare nostro, in «Ventiquattro»,
21/03/2007.

4
Definizione elaborata da Saskia Sassen in Migranti, coloni,
rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa
, Feltrinelli,
Milano 1999. Secondo Asher Colombo (cfr. Fuori controllo? Miti e realtà
dell’immigrazione in Italia
, Il Mulino, Bologna 2012) la «fortezza Europa» è
un’immagine più che altro suggestiva, che sopravvaluta il grado di
impenetrabilità e chiusura del continente.

5  I
superstiti, quasi tutti eritrei, furono iscritti nel registro degli indagati e
accusati di reato di clandestinità. Nessuna inchiesta o indagine è stata aperta
invece in merito a eventuali errori o ritardi nei soccorsi.

6  «In
linea con analoghe attività pianificate a livello comunitario […], la
Presidenza italiana del Gruppo Frontiere/Comitato Misto ha programmato, dal 13
al 26 ottobre 2014, l’operazione “Mos Maiorum” […]. Scopo principale
dell’operazione sarà quello di raccogliere informazioni sui flussi migratori
nei paesi dell’Ue, con particolare riguardo alla pressione nei singoli stati
membri, alle principali rotte utilizzate dai trafficanti di esseri umani, le
principali mete di questi ultimi, i paesi di origine e transito, i luoghi di
rintraccio e i mezzi di trasporto utilizzati». Dal sito web della presidenza
italiana del consiglio dell’Unione europea,
http://italia2014.eu/it/news/post/ottobre/mos-maiorum/

7  Cfr.
www.camera.it/leg17/465?tema=immigrazione_clandestina.

8  Nel
2012, con il nome di «ravvedimento oneroso», si è dato avvio a un nuovo
provvedimento di emersione dei lavoratori non comunitari irregolarmente attivi
sul nostro territorio. Il dossier Unar 2013 sottolinea come lo stato italiano
abbia fatto ricorso ordinario a uno strumento «straordinario» per definizione.
La sanatoria prevedeva il versamento di 1.000 Euro più le somme dovute a titolo
retributivo, contributivo e fiscale, per un periodo non inferiore a 6 mesi.
Conseguenze: traffico di falsa documentazione e consolidamento della prassi per
la quale sono i migranti stessi a pagare gli oneri della regolarizzazione, e
non i datori di lavoro.

9  Nei
primi mesi del 2011, in piena «emergenza Nord Africa», per l’arrivo di 15.000
profughi soprattutto a seguito della rivoluzione dei gelsomini e dell’inizio
della guerra civile in Libia, esponenti del governo allora in carica parlarono
di «catastrofe», «tsunami umano», «esodo biblico».

10  Nel
2008, l’Ordine dei giornalisti, condividendo le preoccupazioni dell’Alto
Commissariato per i Rifugiati, ha firmato un Protocollo d’intesa denominato «Carta
di Roma», cioè un codice deontologico che obbliga a usare in modo opportuno i
termini «rifugiato», «richiedente asilo», «migrante forzato», «migrante» tout
court (chi lascia il proprio paese per ragioni economiche), «immigrato
irregolare». Nel linguaggio giornalistico dei paesi del Maghreb i migranti
illegali sono definiti harraga, letteralmente «quelli che bruciano» (le
frontiere, oppure i documenti per evitare il rimpatrio).

11  Una
guerra costata diversi morti tra i pescatori siciliani, feriti, 130 pescherecci
sequestrati dai militari dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, 150
marittimi detenuti, anche a lungo, nelle carceri tunisine, libiche, egiziane e
algerine.

12  Cfr.
www.istitutoeuroarabo.it/DM/immigrazione-e-dinamiche-linguistiche-una-ricerca-a-mazara-del-vallo.

13  Erri
de Luca, In mezzo a questo mare nostro.

14  Il
Gambia, nazione di poco più di un milione di abitanti, che gli opuscoli
turistici britannici descrivono come «The smiling coast of Africa», la costa
ridente dell’Africa, si rivela a sorpresa uno dei principali paesi di
provenienza dei minori non accompagnati: il 29% degli 11.000 segnalati in
Italia nel 2014.

Silvia Zaccaria




Luce nelle tenebre

 

Ricordo una veglia pasquale di tanti
anni fa, 1991, a Maralal: ci fu un black out totale proprio pochi minuti
prima dell’inizio. Buio completo. Alla luce di candele quella è stata una delle
veglie più suggestive che abbia mai celebrato. Un ricordo tira l’altro.
Febbraio 1983, prima domenica di quaresima. Accompagno il compianto padre Oscar
Goapper a celebrare il primo passo dell’iniziazione cristiana dei catecumeni in
un villaggio di Neisu, dove allora stava sorgendo la missione che oggi vanta il
miglior ospedale dell’Alto Huele, Nord-Est del Congo RD, allora Zaire. È buio
presto all’equatore, uniche luci, le stelle. La celebrazione comincia attorno
al fuoco e poi, pian piano, come per magia, la notte si illumina: una, dieci,
centinaia di candele si accendono. Salgo su un termitaio per essere sopra
quelle piccole luci che danzano nella notte. Stelle cadute dal cielo, gocce di
gioia e pace, isola di luce nell’oscurità della foresta. Ma too al ricordo di
Maralal. Dal fuoco nuovo viene acceso il cero pasquale. Entrare in chiesa al
buio non è un problema per la maggior parte dei presenti, abituati a vivere
senza elettricità. Entra la Luce, «Mwanga wa Kristu!» (la luce di Cristo) canto.
Piccola luce di un cero, ma grande luce di Cristo, che tutti illumina.

Il cero pasquale, icona di Cristo, icona della missione della Chiesa.
Mi affascina che in questo nostro tempo di lampade sempre più potenti, di luci
che illuminano a giorno, si continui a usare questo segno debole che è il cero
pasquale. Una luce piccola e fragile che però ha dentro una forza dirompente:
condivisa, può illuminare il mondo e incendiare la terra. Per vederla devi
essere al buio. Per lasciarti illuminare devi avvicinarti. Per sentirne il
calore devi ridurre le distanze. Per accenderti devi lasciarti toccare. E
toccato ti infiammi. Infiammato, ti consumi. Consumandoti, doni luce, accendi
speranze, scacci il buio e le sue paure, fai vedere il bello, comunichi gioia.

Ma sembra che oggi si abbia paura a
guardare questa luce che ti fa vedere dentro, che ti obbliga a incontrare te
stesso e gli altri. Altre luci ammaliano, attirano e accecano. Denaro,
divertimento, sesso, droga, potere. Luci che falsano i colori e rendono normale,
accettabile, giustificato quello che non lo è: dalla corruzione al rave,
dal sesso a tredici anni alla volgarità esibita in Tv, dalla coda per uno smartphone alla protesta contro i
rifugiati, dall’evasione alla satira senza rispetto per niente e nessuno,
dall’aborto all’eutanasia, dall’indottrinamento gender allo sfruttamento
dei precari e stranieri sottopagati e schiavizzati, … Anche il fanatismo
ideologico alla maniera dell’Isis è una delle luci che accecano tanti. Dico
fanatismo ideologico e non religioso, perché il dio dell’Isis non è Dio, ma un
mostro, una aberrazione dell’orgoglio umano che si è costruito un dio a misura
della sua superbia. Una luce violenta che esplode ogni tanto lungo la storia
dell’umanità, con nomi diversi, ma sempre gli stessi frutti di morte e
distruzione.

Niente di nuovo in quanto sto scrivendo. Ma è anche vero che noi
abbiamo la memoria corta e abbiamo bisogno di rinfrescarci le idee. Quante
volte abbiamo sentito nella nostra vita il racconto della passione, morte e
risurrezione di Gesù? Eppure ogni anno abbiamo bisogno di ridircelo, non solo
per ricordare ma per rivivere. Per rispondere alla domanda «C’eri tu alla croce
di Gesù?», «Sì, ci sono, oggi!». «Ci sono» alla sua morte e alla sua
resurrezione, perché oggi la sua morte e resurrezione danno senso alla mia
vita. E quello che «vedo e tocco» oggi dell’amore di Dio per me, lo testimonio,
lo canto, lo vivo. La luce debole del cero pasquale mi ricorda questo, fa
riconoscere dentro di me che l’amore di Dio in Gesù non è qualcosa del passato,
ma è un fatto che mi riguarda adesso, ogni adesso. E accendendo la mia candela
da quel cero, ne condivido sì la fragilità e debolezza, ma nello stesso tempo
ne moltiplico la forza. Quello che ho veduto, quello che ho ascoltato, quello
che ho toccato, quello che ho sperimentato come amore gratuito e liberante,
questo oggi annuncio e testimonio. E la tenebra è meno oscura, grazie alle
innumerevoli piccole luci che si sono lasciate toccare dalla Luce di Cristo e
come Lui si lasciano consumare per amore.

Buona Pasqua.

Gigi Anataloni