Missione difficile, Presidente

Il paese tra
corruzione e deficit

Joyce Banda è la seconda
presidente donna dell’Africa. Già militante nella società civile, è chiamata a
guidare il suo paese fuori dal guado di corruzione e crisi economica. Scoppia
però l’ennesimo scandalo e tutto l’esecutivo viene licenziato. Intanto si
avvicinano le elezioni generali di maggio.

Da subito è indicata come la figura più adatta a
riformare la disastrata economia nazionale e far fronte alla corruzione
endemica nel suo paese quando, ad aprile 2012, diventa presidente del Malawi
Joyce Banda, la seconda donna a raggiungere la massima carica di uno stato in
Africa dopo Ellen Johnson Sirleaf in Liberia.

Il
Malawi è un paese senza sbocchi sul mare, chiuso tra Tanzania, Mozambico e
Zambia, in cui più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia
di povertà e che, in base alle statistiche delle Nazioni Unite, risulta il
settimo più povero al mondo. Il 10% dell’intera popolazione nazionale è affetto
dall’Aids ma gli ospedali sono costretti a chiudere perché non hanno i soldi
per acquistare le medicine più banali come gli antibiotici.

Dopo
il decesso improvviso del suo predecessore Bingu wa Mutharika, Joyce Banda
diventa presidente ad interim con il benestare
della comunità internazionale che la vede in grado di lottare contro un sistema
in cui la corruzione è una pratica all’ordine del giorno a tutti i livelli
dell’amministrazione pubblica e l’economia dipende dagli aiuti economici
estei.

Da attivista a
presidente

Il
cammino di Joyce Banda per arrivare alla guida di questo paese dell’Africa
australe è legato soprattutto alla coincidenza di essere stata chiamata nel
2009 da Mutharika a ricoprire la carica di sua vicepresidente, dopo tre anni al
dicastero degli Affari esteri di Lilongwe, più che altro nel ruolo di una
figura di rappresentanza da mostrare sulla scena politica internazionale.

La morte di Mutharika, dopo otto anni di governo, e la
capacità di Joyce Banda di mostrarsi intenzionata a proseguire il mandato
istituzionale, hanno contribuito a fare di lei quel volto di cui necessitava il
paese per continuare ad avere il sostegno internazionale.

In politica dal 1999, Joyce Banda è stata ministro per la
Parità di genere nel secondo governo democraticamente eletto del Malawi,
guidato fino al 2004 dall’allora presidente Bakili Muluzi, dopo una carriera
passata in diverse organizzazioni della società civile impegnate per
l’emancipazione della donna. La sua storia e le sue prime dichiarazioni da
presidente, come quelle relative a un maggiore impegno nel raggiungimento degli
Obiettivi di sviluppo del Millennio in favore di una maggiore legittimazione
del ruolo delle donne e dell’istruzione universale, ottengono subito il plauso
del presidente statunitense Barack Obama e dell’allora Segretario di Stato
Hillary Clinton.

Tra le sue prime azioni una volta salita al potere dopo
la morte del suo predecessore, i media enfatizzano subito la vendita dell’aereo
presidenziale e il dimezzamento del suo stipendio come esempi lampanti del suo
impegno a ridurre le spese della classe politica.

Corruzione in agguato

Nonostante
ciò, alcuni scandali recenti legati ancora una volta alla corruzione cominciano
a offuscare la sua immagine, coinvolgendo anche diversi ministri e alti
funzionari governativi. Alcuni di questi sono ora sotto processo proprio a
ridosso delle elezioni generali che si terranno il prossimo 20 maggio, le
quinte organizzate in Malawi dopo la svolta democratica del 1999.

Tutto
è cominciato lo scorso settembre con il fermo, durante un controllo della
polizia stradale di un impiegato ministeriale, il cui stipendio si aggira
intorno ai 100 dollari al mese. Nel bagagliaio della sua auto sono state
rinvenute valigie piene di banconote per un totale di 25.000 dollari. Pochi
giorni dopo, il direttore del bilancio presso il ministero delle Finanze ha
subito un’aggressione e rimanendo gravemente ferito da diversi colpi di
pistola: i giornali locali hanno sostenuto che era sul punto di recarsi dalla
polizia per denunciare una serie di frodi e pratiche di corruzione che
avrebbero sottratto almeno 80 milioni di dollari alle casse dello stato,
coinvolgendo direttamente una settantina tra funzionari, uomini politici e
imprenditori.

La
presidente Banda ha agito con prontezza sospendendo immediatamente tutta la
squadra di governo, chiedendo a ciascuno che dimostrasse la propria estraneità
ai fatti e licenziando in tronco il ministro della Giustizia e quello delle
Finanze, che oggi risultano peraltro essere tra i più invischiati nelle
pratiche di malgoverno e nel tentato omicidio del dirigente ministeriale.

Uno
scandalo di tale portata non poteva non riflettersi su colei che solo due anni
prima era stata salutata come salvatrice della patria. Il «Cashgate»,
questo è il nome che i giornali locali hanno dato allo scandalo di corruzione e
al processo in corso, è infatti solo la punta di un iceberg. Secondo gli
investigatori del governo, negli otto anni di presidenza di Bingu wa Mutharika
la cifra finita indebitamente nelle tasche di politici, imprenditori e
funzionari corrotti sarebbe di gran lunga superiore ai 500 milioni di dollari.
La quasi totalità dei quali proveniente dai fondi concessi da donatori
inteazionali quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la
Banca africana di sviluppo, l’Unione europea e la Gran Bretagna, che
garantiscono ogni anno più del 40% delle necessità del bilancio statale del
Malawi e che, dopo la scoperta dello scandalo, hanno deciso di sospendere i
pagamenti.

Banda sotto accusa

Come
fosse un pendolo in oscillazione da un estremo all’altro, Joyce Banda che solo
all’inizio del 2013 era stata definita dalla rivista statunitense Forbes la
donna più potente dell’Africa si è trovata, alla fine dello stesso anno,
costretta a rispondere alla comunità internazionale e ai suoi stessi
concittadini del fallimento della sua azione di governo. Le accuse più aspre
provengono dalle organizzazioni per i diritti civili del Malawi. In
un’audizione fatta di fronte al parlamento di Lilongwe, il presidente della
Commissione Giustizia e Pace della Chiesa cattolica, Peter Chinoko, ha definito
la presidente: «II più grande ladro del mondo», sostenendo che lei fosse «parte
integrante e fondamentale» del Cashgate e
che la genesi dello scandalo fosse da rintracciare nel tentativo della Banda e
dei suoi sostenitori di raccogliere fondi in vista delle prossime elezioni.

Il
rapporto più duro sulle dimensioni della corruzione in Malawi è probabilmente
uno studio intitolato «Licenza di rubare» e pubblicato lo scorso novembre da
Allan Ntata, un avvocato di Lilongwe che ora vive in Gran Bretagna, ex
consulente giuridico della presidenza della Repubblica del Malawi. In 67 pagine
l’avvocato elenca laconicamente decine di episodi di corruzione, molti dei
quali avvenuti durante il periodo della sua consulenza, e ricostruisce lo
schema tipico delle frodi.

In
sostanza, i funzionari utilizzavano un computer collegato al sistema centrale
dell’amministrazione pubblica per trasferire i fondi a società di comodo per
servizi mai resi, preoccupandosi poi di cancellare tutti i dati relativi alle
società stesse di modo che fosse impossibile risalire a esse. Un procedimento
tutto sommato semplice, che induce Ntata alla seguente considerazione: «La
corruzione è una pratica endemica perpetrata dal potere esecutivo, che si
occupava deliberatamente di come coprire lo schema utilizzato per sottrarre il
denaro».

Taglio dei fondi

Numerosi
sono però i commenti che vedono la sospensione del sostegno finanziario
internazionale al Malawi come una decisione affrettata, sostenendo come il
problema centrale sia sistemico e che il compito di riformare l’economia
nazionale e combattere la corruzione che Joyce Banda aveva assunto non sia
un’azione che si possa portare a termine dall’oggi al domani.

Lo
scrittore somalo Hassan Abukar sul portale d’informazione African
Arguments, curato dalla prestigiosa Royal
African Society, e l’economista sudafricano Greg Mills sul
quotidiano di Johannesburg Business Day
sono, per esempio, solo due tra le tante autorevoli voci che in Africa hanno
cercato di inquadrare la figura di Joyce Banda all’interno di una visione più
ampia della storia del suo paese per comprenderne meglio il ruolo a pochi mesi
dal voto con il quale i cittadini del Malawi dovranno eleggere il loro futuro
presidente, rinnovare i 194 parlamentari all’Assemblea nazionale e, per la
prima volta dopo 14 anni, anche i rappresentanti presso i consigli
amministrativi locali.

Mezzo
secolo dopo l’indipendenza ottenuta il 6 luglio 1964, il reddito pro capite in
Malawi è oggi pari a poco più di 230 euro all’anno – superiore solo a quello di
Burundi e Repubblica democratica del Congo – con un’economia prevalentemente
basata sull’agricoltura, in cui è impiegato oltre il 90% dell’intera forza
lavoro. Su una popolazione che supera di poco i 16 milioni di abitanti, sono
ancora più di otto persone su dieci coloro che vivono nelle zone rurali del
paese. Tuttavia proprio l’agricoltura, che è fortemente dipendente dai sussidi
concessi all’uso di fertilizzanti, contribuisce solo per circa un terzo alla
formazione della ricchezza nazionale, ed è subordinata al prezzo sui mercati
inteazionali del tabacco, il quale rappresenta più della metà delle
esportazioni del paese.

Economia in
difficoltà

Il
Malawi è un importatore netto, dai prodotti alimentari a quelli petroliferi.
Infatti nel 2012 la sua bilancia commerciale ha registrato un saldo negativo di
poco inferiore al miliardo di dollari. La fine nel 1994 del regime di Hastings
Banda (nessuna parentela con l’attuale presidente), che aveva governato il
paese dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, e il passaggio a un regime
democratico non si sono tradotti automaticamente in quei cambiamenti che gli
abitanti del Malawi si aspettavano.

«La
transizione alla democrazia fu gestita male – ha scritto Greg Mills – il minore
controllo di polizia sull’opposizione e l’aumento delle libertà civili non vide
un corrispondente miglioramento della capacità politica delle istituzioni,
mentre sul versante economico le poche industrie esistenti dovettero soccombere
in seguito alle liberalizzazioni e al diminuito protezionismo. Aumentavano le
aspettative dei cittadini, allo stesso tempo cresceva anche il numero
complessivo dell’intera popolazione e i partiti politici si trovavano nella
necessità sempre più incombente di trovare fondi per mantenere la loro base di
sostenitori».

È in
un sistema come questo che si manifesta la corruzione: un’economia politica
fatta di intermediari che pretendono la loro parte sulle importazioni, sui
contratti governativi, sulle aste del tabacco. La presidente Banda si è
ripromessa di portare avanti un programma ambizioso di riforme: in primo luogo
delle stesse istituzioni dello stato che nessun leader del Malawi prima di lei
si era sognato di realizzare, diminuendo la dipendenza finanziaria dall’estero
e interrompendo quel circolo vizioso di contratti governativi, mazzette,
importazioni gonfiate, manovre politiche e interessi economici. Ma per
riuscirvi dovrebbe essere rieletta il prossimo 20 maggio. Joyce Banda sembrava
essere cosciente della sfida quando, in un incontro lo scorso dicembre, poco
prima della fine dell’anno, con un gruppo di giornalisti stranieri, dichiarava:
«Non è soltanto una questione di corruzione – riferendosi in particolare alla
questione della chiusura degli ospedali – ma è qualcosa che riguarda più da
vicino noi in quanto cittadini del Malawi e le priorità che vogliamo darci».

Nei
primi 50 anni dopo l’indipendenza, il Malawi è diventato ancora più dipendente
dall’estero in termini economici.

Michele Vollaro


Contenzioso con la
Tanzania per le prospezioni petrolifere

Il lago che dà vita,
e non solo

Per decenni ha interessato direttamente solo i
pescatori del Malawi e della Tanzania, che del lago Niassa o Malawi si
contendevano le risorse ittiche. Ma da quando nel 2011 il governo di Lilongwe
ha assegnato una licenza per l’esplorazione petrolifera dei suoi fondali, la
questione ha assunto un’altra ampiezza. Il lago è infatti al centro di una
disputa sempre più accesa tra i due paesi, che ne sono bagnati insieme al
vicino Mozambico, sulla posizione precisa della linea di confine reciproca.
Subito dopo la concessione della licenza esplorativa alla britannica Surestream
Petroleum
e le proteste della Tanzania, infatti, si sono svolti una serie
di incontri bilaterali per rivedere i fatti associati alla disputa e
individuare una soluzione che fosse accettabile per entrambe le parti. Ma i
colloqui si sono risolti in un nulla di fatto e a gennaio 2013 i due governi si
sono dovuti rivolgere al Forum degli ex
capi di stato e di governo della Comunità di sviluppo dell’Africa australe

(Sadc). Anche questo tentativo di mediazione sembra però essere arrivato a uno
stallo e non è ancora chiaro se la questione sarà affrontata direttamente al
prossimo vertice della Sadc dagli attuali capi di governo oppure riferita alla
Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite.

È evidente però che il Malawi non è in alcun
modo intenzionato a lasciarsi scappare la possibilità di trarre beneficio
economico dalla presenza di greggio nel sottosuolo e perciò lo scorso gennaio
ha reso noto di aver rinnovato le autorizzazioni ambientali alla Surestream
per portare avanti le operazioni esplorative, mentre negli stessi giorni la
società britannica ha dichiarato di stare effettuando dei sondaggi sismici e
geologici nelle acque del lago già dallo scorso novembre. Il Malawi rivendica
infatti come proprie tutte le acque del lago, sulla base di un accordo del 1890
tra le allora potenze coloniali di Gran Bretagna e Germania. La Tanzania si
appella invece alla pratica consuetudinaria che in diritto internazionale
utilizza la linea media delle acque intee per stabilire i confini tra due
paesi, oltre a richiamarsi a presunte evidenze storiche successive alla
sconfitta della Germania durante la seconda guerra mondiale e le perdite delle
sue colonie in Africa.

Michele
Vollaro

Michele Vollaro