Sulla pelle dei siriani

 


(La Siria) È uno dei pochi paesi mediorientali dove è stata possibile la convivenza tra etnie e fedi religiose diverse. Dove esiste una Costituzione, un governo laico e in cui la donna ha un ruolo paritario. Da oltre 30 mesi questo paese è sconvolto da eventi tragici. Un paese in cui vari stati stranieri – mediorientali e occidentali – stanno combattendo per i propri interessi e dove si sono moltiplicate le bande jihadiste, incontrollabili e molto pericolose. Mentre tutto si svolge sempre e soltanto sulla pelle dei Siriani.
 


Da oltre 30 mesi la Siria è sconvolta da tragici eventi. Per cercare di districarsi è importante capire cosa sia quel paese, come sia strutturato, quali siano le differenze con gli altri paesi del Medio Oriente, soprattutto di quelli che si sono schierati a fianco dei ribelli.

Fino a oggi la Siria ha garantito la convivenza tra almeno 7 etnie e 17 fedi religiose diverse. In Siria il governo (laico) non distingue i cittadini in base all’appartenenza etnica o religiosa.

Tra mille contraddizioni, errori, limiti e, in alcune fasi della storia siriana, anche durezze e repressioni feroci, per quarant’anni la Siria è riuscita ad essere questo. È riuscita a costruire una società con uno stato sociale minimo garantito (sanità, scuole, università), con un ruolo paritario della donna, con diritti civili e sociali superiori alla media dei paesi mediorientali. Se si fa un sintetico raffronto con i paesi dell’area, emergono dati e situazioni a dir poco sconcertanti.

Ecco chi sono i paladini della democrazia?

La domanda è: paesi come l’Arabia Saudita, il Bahrein, il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti come possono ergersi a paladini della democrazia – armando e finanziando le bande criminali e terroriste che stanno insanguinando la Siria e la sua popolazione -, quando a casa loro tutto ciò che invocano e pretendono da Damasco è totalmente negato o inesistente?

Questi paesi, in prima linea con gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali (Gran Bretagna e Francia in primis), nell’attaccare – mediaticamente, politicamente e militarmente – la società siriana, a casa loro negano qualsiasi tipo di diritto civile minimo alle minoranze etniche, religiose e politiche e non solo alle minoranze.

Sono paesi dove la condizione della donna è ferma al medioevo. Da decenni, in Siria le donne sono ministri, medici, docenti, giudici e anche ufficiali dell’esercito, normalmente.

Sono paesi dove la fede religiosa può essere solo quella dei regnanti e le altre non possono essere dichiarate o praticate. In Arabia Saudita, il più grande e fedele alleato degli Stati Uniti e dell’Occidente in quell’area, il solo fatto di portare una croce al collo può essere causa di arresto. In Siria sono riconosciute e sostenute dallo stato 17 fedi diverse, persino la sinagoga ebraica di Damasco è stata ristrutturata con i contributi del governo.

Sono paesi dove le minoranze etniche non hanno alcun diritto civile e non sono riconosciute. In Siria da decenni 7 etnie hanno medesimi diritti e doveri, e ogni cittadino è uguale davanti alla legge. La struttura statale è fondata su una rigida ripartizione delle cariche e dei funzionari. Per esempio, il 62% dei medici, degli ingegneri, dei giudici, degli insegnanti, sono sunniti, il 12% sono cristiani, il 7% alawiti, e poi armeni, curdi, drusi. Identica divisione percentuale si ha nell’esercito siriano.

Sono paesi dove i diritti sociali di lavoratori e immigrati non sono minimamente riconosciuti o praticabili. In questi paesi orari di lavoro, paghe, contratti, sicurezza sono a discrezione dei vari sceicchi e padroni, e, ove siano reclamati, si va incontro all’accusa di sedizione e sovversione, o al carcere. In Siria esistono vari sindacati di settore, legalmente riconosciuti con relativi diritti e relative proteste. Sono paesi dove non esistono opposizioni politiche e dove, come accaduto in Arabia Saudita o in Bahrein, pacifiche dimostrazioni popolari vengono schiacciate nel sangue da feroci repressioni con decine di morti nelle piazze, migliaia di arresti e decine di condanne a morte,  coprifuoco per settimane. In Siria qualsiasi manifestazione pacifica e non armata è legale; da sempre esiste una opposizione politica legale al governo, esistono partiti politici (anche due partiti comunisti), non allineati e critici al governo. E dopo la riforma del 2012 ci sono diciotto partiti nuovi legalizzati e nell’attuale governo del presidente Bashar al-Assad, due ministri appartengono all’opposizione.
Sono paesi dove il diritto allo studio, a essere curati, a migliorare la propria condizione sociale è esclusiva delle famiglie dei funzionari dello stato e dei clan regnanti, o discende dall’appartenenza alla fede religiosa dominante. In Siria ogni cittadino parte dalle stesse possibilità, qualsiasi sia la sua etnia, la sua fede religiosa, il suo ceto sociale.

Da ultimo, un aspetto che, se non avesse risvolti tragici, sarebbe comico: l’Arabia Saudita chiede modifiche e riforme della Costituzione siriana quando in quel paese non esiste una costituzione!

Ma c’è un altro paese dell’area mediorientale che sta fomentando questa guerra ed è storicamente coinvolto da oltre sessant’anni in tutti i conflitti di quell’area: Israele. Un paese che con forza e arroganza chiede il disarmo delle dotazioni chimiche dell’esercito siriano (in sè una cosa giusta, se valesse per tutti), ma che possiede ufficialmente – senza che alcun paese importante osi protestare – armi nucleari, armi di distruzione di massa e chimiche. Un paese che invoca il rispetto dei diritti umani in Siria, ma che ha la possibilità del cosiddetto «arresto amministrativo», la possibilità cioè di detenere una persona anche senza accuse specifiche, e che in questi decenni ha portato centinaia di migliaia di cittadini (ovviamente palestinesi) nelle carceri israeliane come forma di prevenzione. Un paese che ha la tortura legalizzata e praticata normalmente.

Insomma, viene da dire: da che pulpiti provengono le morali dirittumaniste per la Siria!

Le parole della minoranza cristiana e del Papa

Mons. Giuseppe Nazzaro, francescano, ex vicario apostolico di Aleppo, racconta: «Per come io la conosco, la Siria era il paese islamico più democratico di tutto il Medio Oriente (…). Quello che mi sta a cuore è che in Europa si sappia bene che cosa sta succedendo qui e in tutto il Medio Oriente e per colpa di chi. Questa è soprattutto una guerra di commercio. Siamo in una nuova colonizzazione che si traduce così: “Io vi dò le armi, voi vi autodistruggete e poi vengo io a ricostruire tutto”».  

«Io lancio un allarme per tutta la situazione che siamo obbligati a vivere oggi. I potenti della terra che l’hanno causata, la devono smettere, la devono finire. Noi stavamo benissimo. Vivevamo in pace. Ci hanno portato una guerra che è diventata guerra fratricida, che sta distruggendo un paese che era bellissimo, ricco di storia, ricco di civiltà».  

Un discorso che viene confermato dalla testimonianza di padre Daniel Maes, sacerdote cattolico belga del Monastero S. Giacomo di Qara: «Qualche anno fa, quando siamo venuti in Siria, non abbiamo incontrato una società politica perfetta, ma abbiamo incontrato una società prospera e sicura, e abbiamo anche sperimentato l’uguaglianza di tutti i gruppi religiosi.
C’era la libertà di religione, l’ospitalità e una sana e serena vita di famiglia. Nella vita pubblica, discriminazioni, furti e criminalità erano sconosciuti.
All’improvviso sono apparse le atrocità più orribili. Si massacra, si saccheggia e ci sono attentati in tutto il paese. Quella società abbastanza armonica si è trasformata in un incubo. I villaggi cristiani circostanti sono stati distrutti e tutti i fedeli che potevano essere catturati sono stati uccisi, secondo una logica di odio settario. Per decenni cristiani e musulmani hanno vissuto in pace in Siria. Il fatto che bande criminali possano scorrazzare e terrorizzare i civili, questo non è contro le leggi internazionali?… I giovani sono delusi, perché le potenze straniere dettano loro l’agenda. I musulmani moderati sono preoccupati, perché salafiti e fondamentalisti vogliono imporre una dittatura totalitaria di stampo religioso.
I cittadini sono terrorizzati perché vittime innocenti di bande armate». Parole isolate? Non proprio se anche Papa Francesco, durante l’Angelus dell’8 settembre 2013, ha detto: «Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale per vendere queste armi o è per incrementare il commercio illegale. (…) Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida… Dire no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Questi sono nemici da combattere uniti e con coerenza, non seguendo altri interessi se non quelli della pace e del bene comune».

Trame e registi occulti (o indicibili)

Un’altra domanda da porsi è: chi sta dietro questa guerra? chi sono i registi occulti? Un dato emerge chiaramente: questa guerra è parte di disegni, strategie di cui la Siria è solamente un tassello, in realtà la partita si gioca su tutto il Medio Oriente nel suo insieme. Quella che segue è una sintetica e parziale documentazione, ma dà notevoli elementi di riflessione.

• Nel febbraio 1982 viene pubblicato A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties, un saggio di Oded Yinon, allora alto funzionario del ministero degli Esteri di Israele, dove si indica un progetto strategico di disgregazione e frammentazione dell’intero Medio Oriente e paesi arabi, in parti le più minuscole possibili, fomentando e favorendo conflittualità su basi etniche e religiose, fino allo smantellamento di tutti gli stati vicini o ostili a Israele. Nell’articolo si indicano nello specifico, persino descrivendo le province e regioni di ciascun paese, dal Libano all’Iraq, dall’Egitto alla Siria, con Libia compresa. Per la Siria si descriveva – siamo nel 1982 – come andasse disgregata: dividerla su basi etnico-religiose in più stati (sulla costa uno stato alawita e sciita, nella regione di Aleppo sunnita, nella regione del Golan druso, eccetera). «Questo progetto è l’obiettivo prioritario di Israele a lungo termine, a breve nel frattempo l’obiettivo è la dissoluzione militare di questi stati (…). È un progetto alla nostra portata».

• Il 15 settembre 2001, a Camp David, subito dopo gli attentati alle Torri gemelle, dall’amministrazione Bush vengono pianificati una serie di attacchi: Afghanistan, Iraq, Somalia, Sudan, Libia e infine Siria e Iran. Lo rivela pubblicamente il generale Wesley Clark, a capo di una cordata di alti ufficiali che ritengono non sia interesse degli Usa fare queste guerre, sostenute da lobby filo-israeliane negli Stati Uniti. • Il 15 marzo 2005, il Washington Institute for Near East Policy (www.washingtoninstitute.org), un ramo molto influente della lobby israeliana, detta una strategia per la Siria, indicata da Robert Satloff, l’ebraico direttore dell’Istituto, che consigliava tre tipi di azioni:
1) la raccolta del massimo di informazioni sulle contraddizioni sociali ed etniche dentro la Siria;

2) cominciare ad agitare campagne sui temi della democrazia, dei diritti umani, sullo stato di diritto;

3) non offrire al regime siriano alcuna via d’uscita, a meno che Assad non sia disposto a recarsi in Israele per negoziare, o non espella tutte le forze anti-israeliane da lui protette e non rinunci alla «resistenza nazionale».

• Nel dicembre 2003 il Congresso Usa approva il Syrian Accountability Act, che dà il mandato al presidente Bush di preparare l’attacco alla Siria.

• Nel 2006 relazioni pubblicate da ex agenti dei Servizi segreti francesi, definiscono la politica statunitense in Medio Oriente fondata sulla «instabilità costruttiva», una strategia che, come essi dicono, «posa su tre principi: creare e gestire conflitti a bassa intensità, favorire lo spezzettamento politico e territoriale dell’area e promuovere il settarismo e la pulizia etnico-confessionale».

• Il 5 marzo 2007 sul New Yorker, Seymour Hersch rivela che Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Fratellanza musulmana siriana e Hariri in Libano, hanno costituito, finanziato e armato frange di estremisti e fondamentalisti qaedisti per rovesciare la Siria e il Libano. 

Si potrebbe, anzi si dovrebbe, continuare con altri attori e burattinai occulti, di solito nascosti dietro fondazioni o istituti di ricerca nonprofit. Come il Canadian Centre for Responsibility to Protect  (www.ccr2p.org), l’Albert instein Foundation (www.aeinstein.org), la Freedom House (www.freedomhouse.org), l’Inteational Republican Institute (www.iri.org), il National Democratic Institute (www.ndi.org), la National Endowment Democracy (www.ned.org), o la lobby saudita dei Sudairi, ecc. Ma sarebbero necessarie molte più pagine di quelle disponibili.

La disinformazione strategica

Per poter perseguire questi obbiettivi vi è un’arma senza la quale, come stabilì il dipartimento di Stato Usa, non si possono più vincere le guerre: è la cosiddetta «Quarta Armata», la Disinformazione Strategica. Quella scienza cioè, che prepara, manipola, falsifica, occulta, inganna e orienta le opinioni pubbliche internazionali (a dire il vero, soprattutto quelle occidentali). Una vera e propria guerra mediatica scatenata contro popoli e paesi con le loro leadership, da aggredire e conquistare poi con le armi, anzi con le «guerre umanitarie».

La «Quarta Armata» funziona sulla base di uno schema ormai collaudato negli ultimi vent’anni, e con meccanismi di dispiegamento quasi fissi, passaggio dopo passaggio. Essa consiste in una serie di fasi:

• Una campagna mediatica martellante e incessante di Tv, giornali, radio, siti web, sui temi dei diritti umani, della democrazia, del regime, dei diritti di opposizioni ininfluenti o residenti all’estero, di minoranze etniche oppresse non sufficientemente tutelate. Una comunicazione ossessiva su quanto siano democratiche le forze di opposizione e la cosiddetta società civile, le Ong create ad hoc e su quanto sia importante finanziare questi attori per lottare contro il regime.

• Si passa poi a sanzioni ed embarghi contro i governi che non collaborino o non siano disponibili ad accettare i diktat.

• Terzo passaggio è la demonizzazione e criminalizzazione scientifica e incessante dei leader, dei partiti, forze locali «renitenti o recalcitranti», o non disponibili a svendere la loro politica e gli interessi nazionali o indipendenti. Nel mentre, se nel paese cominciano insorgenze militari, si inizia a paventare la «minaccia e la necessità di un intervento» o l’apertura di «corridoi umanitari e no fly zone».

• Scatta l’aggressione militare, naturalmente sotto la veste di  «guerra umanitaria», per portare democrazia e libertà in quel paese, e difendere i diritti umani.   Il paese recalcitrante viene occupato militarmente e affidato alle forze «nuove» garanti di un nuovo sistema libero e democratico come Al Qaeda in Libia o personaggi alla Quisling (nome di un noto collaborazionista norvegese, ndr) screditati dalle popolazioni locali (come Karzai in Afghanistan o Chalabi in Iraq), se non mafiosi (come in Kosovo). Nel frattempo le risorse di quel paese passano sotto la «tutela» delle varie multinazionali occidentali e vengono installate basi militari Nato o Usa.

Come abbiamo cercato sinteticamente di spiegare, l’uso dei media e della guerra mediatica per assopire le opinioni pubbliche occidentali, sono fondamentali e imprescindibili nel nostro tempo per qualsiasi aggressione e conflitto. Pensiamo quali tragedie umane e sociali e quali conseguenze hanno prodotto le ultime guerre umanitarie in Somalia, Afghanistan, Iraq, Kosovo, Libia. Sarà lo stesso per la Siria?

Preservare popoli, culture e fedi 

È necessario sottolineare e ribadire che a
essere contro la guerra in Siria e a chiedere la fine dell’aggressione, dell’ingerenza delle potenze occidentali e delle violenze delle milizie qaediste, non si difende un partito, un presidente, una ideologia, una fazione. Agendo così si difende la realtà di un popolo, di una società, di un sistema politico e sociale, fondati sulla laicità dello stato, la multireligiosità, la multietnicità, la multiculturalità. Si difende, in altri termini, la ricchezza di un mosaico di popoli, culture e fedi millenarie, l’equilibrio di un sistema unico in tutta l’area mediorientale.

Nell’essere dalla parte della Siria e del suo popolo, si stabilisce che il presidente Assad e il governo siriano sono e devono essere un problema dei siriani che vivono in quel paese. Scelte e decisioni sul presente e sul futuro di quel paese spettano soltanto a loro.

EnricoVigna*

(*) Enrico Vigna è presidente di «Sos Yugoslavia Onlus», associazione di solidarietà che, a dicembre 2012, ha ricevuto a Belgrado il «Premio Novosti», il più alto riconoscimento della Serbia. È autore di numerosi saggi. Il suo ultimo lavoro è: Le Chiese d’Oriente e il “regime” siriano, prefazione di padre Haddad, Zambon Editore, Francoforte 2013 (www.zambon.net).

 

 


INTERVISTA _____________________________________________

Incontro con mons. Haddad della Chiesa cattolica greco-melchita


Il paese strappato e la guerra importata

Il mosaico religioso della Siria è stato infranto da una guerra importata. Mercenari pagati dai paesi sunniti (Arabia Saudita, in primis) e armati dai paesi occidentali (Stati Uniti e Francia in testa), stanno distruggendo l’unico paese arabo in cui la convivenza interconfessionale era una pratica quotidiana, l’unico dotato di una Costituzione laica. Da quest’intervista esce un quadro molto diverso da quello dipinto dalla maggior parte dei media internazionali.

A Roma mons. Mtianos Haddad è rettore della Basilica di Santa Maria in Cosmedin. La chiesa sorge in piazza Bocca della Verità. Proprio sotto il portico della chiesa è collocato – dall’anno 1632 – il notissimo mascherone in marmo dove tutti introducono la mano per dimostrare che non mentono. «E anch’io oggi dirò la verità, signor Paolo», aggiunge con un sorriso il prelato (*). Siriano, archimandrita della Chiesa cattolica greco-melchita a Roma, mons. Haddad appare come una persona pacifica e gioviale, ma con idee molto chiare sull’«amata Siria», un paese dilaniato da una guerra importata da siriani espatriati e da gruppi islamici foraggiati dai soldi di alcuni paesi sunniti (in primis, Arabia Saudita e Qatar) e dalle armi vendute dai paesi occidentali.

Mons. Haddad, la Siria è un paese dalle molte confessioni religiose.

«La Siria è una culla della cristianità. I cristiani e gli ebrei sono lì da ben prima dell’islam. Dopo 600 anni sono arrivati anche i musulmani. Un mosaico religioso, ben vissuto e ben accettato, che è diventato una ricchezza. Prima di questi ultimi 32 mesi, “maledetti” (mi scuso del termine, ma è così), la Siria era un esempio della convivenza e convivialità tra cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti), musulmani e comunità ebraiche. Come prova di quanto affermo, ricordo che, da tanti anni, il governo ha cancellato la voce “religione” dalla carta d’identità, cosa impensabile negli altri paesi arabi. Così, al momento di iscriversi all’Università, nessuno ti chiederà quale sia la tua fede. Ma c’è di più. Nelle scuole pubbliche, che sono gratuite, pure le differenze sociali tra ricchi e poveri sono state azzerate introducendo per ogni studente la stessa uniforme. Anche in questo modo il governo ha aiutato tutti noi a essere semplicemente cittadini siriani. Io sono orgoglioso di essere siriano».

Si potrebbe però obiettare che le decisioni di governo sono prese da un solo partito…

«Con tutte le cose che possiamo dire sul Bath – partito unico, dittatore e altro -, dobbiamo ammettere che esso ha dato stabilità alla Siria. Ricordo che Michel Aflaq (1910-1989, ndr), il suo fondatore, era un cristiano. Egli riteneva che con un unico partito laico si sarebbe potuti andare oltre le differenze dell’appartenenza religiosa. Ricordo che, prima dell’avvento del Bath, la vita media di un governo non superava gli 11 mesi. Oggi si protesta contro la lunga permanenza al potere di Assad, dimenticandosi che in Germania Angela Merkel è appena stata eletta per il terzo mandato».

Dal marzo 2011 in Siria c’è un conflitto. Come spiegarlo?

«Hanno iniziato a dire che in Siria era arrivata la primavera araba e che il governo doveva andarsene. Vediamo cos’è successo negli altri paesi. In Egitto, si è tornati a prima della primavera: un fallimento. In Iraq, la maggior parte della popolazione e delle minoranze rimpiange i tempi del dittatore. I giornali non ne parlano più, ma la pace di oggi costa (almeno) 60 vittime al giorno. In Libia, la liberazione è costata migliaia di morti e adesso il paese è diviso tra tribù. Io come cristiano non posso andare in Arabia Saudita con la bibbia e con la croce. In quel paese le donne non possono neppure guidare un’automobile! L’esempio della Siria era pericoloso per i paesi del Golfo. Pertanto, hanno cominciato a lavorare per distruggere il modello siriano. E non dimentichiamo la confinante Turchia. Quando era in amicizia con Israele, era contro la Siria. Poi, dopo l’incidente della “Freedom Flotilla per Gaza” (maggio 2010, ndr), i due paesi si sono riavvicinati. Adesso le cose sono di nuovo cambiate, dato che Erdogan sogna di far rivivere il califfato ottomano».

Per questo lei parla di una guerra importata…

«Per abbattere il governo sono arrivati in Siria combattenti jihadisti da 17 paesi! Si parla di 80-100 mila uomini armati stranieri nel paese. Sono mercenari, jihadisti per vocazione o fanatici. Un esempio. Sono arrivati nella bellissima Aleppo, città di cultura e commerci, e si sono impossessati di un quartiere. Ebbene, questi personaggi hanno imposto la sharia nella zona conquistata. Hanno usato le persone come scudi umani, hanno ucciso bambini davanti ai familiari. Altri fanatici jihadisti hanno attaccato (settembre 2013, ndr) il villaggio cristiano di Malula1».

Abbiamo parlato dei paesi arabi. Vediamo adesso il comportamento dei paesi occidentali.

«È stato negativo. Si pensi alla Francia. È andata in Mali a combattere al-Qaeda. Adesso la stessa Francia vuole abbattere – assieme ad al-Qaeda – il governo siriano. Dunque, per Parigi al-Qaeda è un diavolo in Mali e un santo in Siria. Dato che non può essere così, è evidente che si tratta soltanto di una questione di interessi. Vediamo ora gli Stati Uniti, che predicano la democrazia dei popoli. Perché vanno contro un governo eletto dal popolo siriano? E infine non dimentichiamo Israele».

Già, non possiamo dimenticare Israele…

«Prima di tutto, io voglio distinguere tra lo stato di Israele e la popolazione ebraica. In Siria, l’ho già ricordato, viviamo bene con le comunità ebraiche. Se gli Stati Uniti vogliono essere gli arbitri o i garanti della giustizia internazionale, allora debbono occuparsi anche del popolo arabo palestinese, privo dei suoi diritti dal 1948. Questa ingiustizia è una spina nel fianco di tutto il mondo arabo. Israele e gli Stati Uniti ne sono responsabili. Ma c’è dell’altro. Perché non si parla mai del nucleare israeliano? Perché non si parla delle emissioni radioattive della centrale di Dimona2?».

Mons. Haddad, diciamo due parole anche sui paesi più vicini alla Siria
come la Russia e l’Iran.

«La Russia è sempre stata legata alla Siria per questioni strategiche e commerciali (il grano e il gas, ad esempio). L’Iran – vedendo questa coalizione di paesi sunniti contro la Siria –  ha pensato di aiutare Assad per riequilibrare la situazione nella regione. Un esempio tra i tanti possibili: l’ex presidente egiziano Morsi, esponente dei Fratelli musulmani, ha fatto chiudere l’ambasciata siriana al Cairo (giugno 2013, ndr)».

Lei nega che quella siriana sia una guerra tra sunniti e sciiti.

«Certamente. In Siria abbiamo tra il 60 e il 65 per cento di sunniti. Hanno il 60 per cento dei posti nell’amministrazione e nell’esercito oltre che una parte rilevante della ricchezza. Se fosse stata una guerra tra sunniti e sciiti, il governo di Assad avrebbe potuto resistere soltanto alcune settimane».

Come sono le relazioni con il Libano dopo i conflitti degli anni passati?

«È una bella storia di vicinanza. La Siria ha bisogno del Libano per accedere al mare, al tempo stesso il Libano ha bisogno della Siria. La guerra iniziò da uno scontro con i palestinesi (aprile 1975, ndr) e poi da alcuni comportamenti dell’esercito siriano che era andato lì per ripristinare la pace. Quel conflitto si trasformò in una trappola per Damasco, come quando fu accusata di aver ucciso il primo ministro Hariri (14 febbraio 2005, ndr). Tuttavia, i nostri popoli sono rimasti in ottimi rapporti come dimostrano i numerosi matrimoni tra cittadini dei due paesi. Durante la guerra in Libano molti si rifugiarono in Siria, mentre adesso avviene il contrario».

Chi sono i ribelli? E soprattutto chi sono i loro capi che parlano dalle capitali europee?

«Abbiamo già detto che la quasi totalità dei combattenti non sono siriani. Poi ci sono alcune persone che hanno lasciato la Siria perché avevano problemi con il governo (per esempio, non volevano fare il servizio militare) e che sono fuori del paese da oltre 20 anni. I loro figli neppure sanno dove sia la Siria! Io non li giudico (molti di loro hanno lasciato il paese per la paura – legittima – delle guerre), ma vogliono decidere le sorti del paese senza averne più diritto.

Io rispetto l’opposizione siriana che dialoga con il governo per cambiare le cose, ma non quella che chiede l’intervento di eserciti stranieri per colpire il paese. Questo è un tradimento. Questi personaggi (che spesso vivono in hotel a 5 stelle) non mi rappresentano. Adesso sono stati chiamati a partecipare alla conferenza di “Ginevra 2”3, ma non ci vogliono andare perché pretendono di imporre le loro condizioni. Il governo al contrario non ne ha poste. A Obama hanno dato il premio Nobel della pace prima che facesse qualcosa. Vediamo se adesso saprà meritarselo».

Dell’opposizione siriana non armata si parla poco. Ci dica lei qualcosa al riguardo.

«Nell’attuale governo di Damasco ci sono 2 ministri dell’opposizione siriana pacifica. Uno è ministro della riconciliazione4. È una dimostrazione della serietà del governo, che vuole ascoltare i bisogni dei suoi cittadini, lavorando per la pace. Anche la Costituzione è stata cambiata: nell’articolo 8 non si parla più di partito unico».

Il presidente Assad viene quasi sempre dipinto come un dittatore sanguinario e senza scrupoli.

«Assad non è nato nell’esercito. È un uomo di cultura, che parla bene le lingue. È un medico oculista. È un uomo che rimane umile anche nella sua vita personale. Quando fummo ricevuti come rappresentanti della Chiesa melchita, ci salutò uno a uno dialogando con ognuno. È un presidente laico e di fede. Va a pregare nelle festività musulmane, va a porgere gli auguri ai patriarchi5 nelle festività cristiane. È stato detto che Assad ha accettato la soluzione sulle armi chimiche perché ha avuto paura. E se invece fosse soltanto un uomo di buona volontà? Per questo e altro Assad è un presidente che non può fare paura».

Come si fa per uscire da questa situazione di guerra e ricostruire un paese distrutto.

«La prima cosa è chiedere l’aiuto dell’Onu. La seconda è rispedire a casa ogni jihadista affinché nel paese rimangano soltanto i siriani».

Un bel proposito, ma come fare per realizzarlo?

«Occorre chiudere i rubinetti: quando non arriveranno più soldi, i jihadisti se ne andranno. Agli oppositori non armati che chiedono cambiamenti va ripetuto: parliamoci. Adesso i siriani hanno perso la fiducia. Occorre riconquistarla. Senza armi sarà molto più facile arrivare a una riconciliazione. Una riconciliazione che sia fondata sulla giustizia e sulla dignità».

 Paolo Moiola
Note

1 – Il villaggio siriano di Malula è molto noto in quanto vi si parla ancora l’aramaico, lingua antichissima diffusa nel Medio Oriente prima di essere soppiantata dall’arabo.
2 – La centrale di Dimona è anche famosa per l’incredibile vicenda di Mordechai Vanunu, il tecnico rapito e imprigionato per aver osato svelare i segreti del nucleare israeliano.
3 – Conferenza di pace sulla Siria alla presenza di Onu, Usa e Russia.
4 – Ali Haidar, medico, è stato nominato ministro per la riconciliazione nazionale nel giugno 2011, pochi mesi dopo lo scoppio della guerra.
5 – La capitale siriana Damasco ospita i patriarchi di alcune chiese cristiane, sia cattoliche che ortodosse.

(*) Questa intervista – riprodotta soltanto nei suoi passaggi essenziali – nasce da due incontri con mons. Haddad. Il secondo di questi è integralmente visibile su YouTube (clicca qui).

Gli anti-Assad

Esercito siriano libero: nato nel luglio 2011, è stata la prima formazione anti-Assad, ora molto indebolita dalle defezioni.
Esercito islamico: il Jaysh al-Islam è nato a fine settembre 2013, include 43 gruppi islamisti.
Alleanza islamica: nato a metà settembre 2013, include 13 gruppi islamisti, tra cui il Jabhat
al-Nusra e Ahrar al-Sham.
Consiglio nazionale siriano: nato nell’agosto 2011, è un’autorità politica anti-Assad con sede
a Istanbul.

Sponsors politici e/o finanziari degli anti-Assad:

Paesi sunniti mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia), Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele.

Fonti mediatiche anti-Assad:

Osservatorio siriano per i diritti umani (Londra), al-Jazeera (Qatar), al-Arabiya (Arabia Saudita).

L’OPINIONE_________________________________

La Chiesa Ortodossa Russa: Una «sinfonia» contro i fanatismi

La Chiesa ortodossa russa non è solo la più grande delle Chiese ortodosse nel mondo, ma anche quella che storicamente non è mai stata sotto una dominazione musulmana. Questa combinazione le ha permesso lungo i secoli di difendere gli interessi dei cristiani ortodossi perseguitati, in particolar modo quelli del Medio Oriente. Oggi, il sostegno al popolo siriano, espresso attraverso la preoccupazione per la minoranza cristiana a rischio in Siria, trova le dichiarazioni dei portavoce del patriarcato di Mosca e dello stato russo tanto concordi che è difficile distinguere da chi vengano gli appelli, nonostante negli ultimi anni ci sia stata una coerente pratica di non interferenza nelle rispettive sfere di competenza: si vede qui realizzato il principio di «sinfonia» tra Chiesa e Stato che ha caratterizzato per oltre un millennio l’Impero romano (il riferimento è all’Editto di Tessalonica del 27 febbraio 380 con cui si proclama il cristianesimo niceno religione ufficiale dell’Impero, ndr). Le campagne di raccolte di aiuti per i cristiani in Siria nelle chiese ortodosse del Patriarcato di Mosca, e le prese di posizione del governo russo per scongiurare un intervento armato straniero in territorio siriano (nonché l’appoggio statunitense a bande di ribelli islamisti che di siriano non hanno nulla) sono ben più di un’alleanza per fini politici comuni: sono un esempio di rappresentazione della volontà popolare che avrebbe qualcosa da insegnare alle nostre «democrazie».

L’accordo tra leader di stato e di fede è ancor più sorprendente quando si pensa che da poco più di un ventennio la Russia è uscita da una lunga esperienza di ateismo di stato. Curiosamente, la diffidenza verso il fanatismo di matrice musulmana sembra andare di pari passo con la diffidenza verso il fanatismo laicista nel mondo occidentale. La Russia un tempo ufficialmente atea dimostra un grado di democrazia maggiore di quello del mondo cosiddetto libero, rispettando la volontà della stragrande maggioranza della popolazione più di quanto facciano i regimi occidentali, sia in tema di intervento militare (che vede l’opposizione di una maggioranza della popolazione in tutti i paesi), sia in tema di introduzione di false leggi di «tolleranza», forme di suicidio anti-cristiano non sostenute dalle popolazioni locali, sia in Russia che in Occidente.

Padre Ambrogio , Chiesa ortodossa russa di Torino (*)

(*)  Padre Ambrogio (al secolo Andrea Cassinasco) è dal 2001 il parroco della chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca a Torino. Il Patriarcato di Mosca (noto anche con il nome di Chiesa ortodossa russa) è rappresentato in Italia da oltre una cinquantina di parrocchie e comunità. Sito web: www.ortodossiatorino.net.

 



Giustizia riparativa 6 – Riconoscere le vittime

Nella Colombia del conflitto permanente


Nel paese del narcotraffico e della guerra civile più
duratura dell’America Latina, alcune idee e pratiche di giustizia riparativa si
fanno strada. Anche come strumenti di un’auspicata chiusura del conflitto. E
alcune politiche (troppo ambiziose?) puntano a reintegrare i paramilitari, a
far emergere le verità delle tante violenze, a riconoscere le vittime, alla
restituzione delle terre, a consolidare la memoria.

La
Colombia vanta il caffè migliore del mondo, così come gli smeraldi; è chiamato
il «paese-continente» per il mosaico di climi presenti nel suo territorio;
detiene il primato per la biodiversità per metro quadro. Nonostante questi e
altri elementi, per i quali dovrebbe essere una delle mete più ambite del
turismo mondiale, la Colombia è universalmente nota come il «paese della
cocaina» nel quale si combatte uno dei conflitti armati interni tra guerriglia
e paramilitari/esercito più lunghi della storia dell’America Latina, con
effetti devastanti sulla popolazione civile. Quattro milioni di sfollati
interni, sei milioni di ettari di terra usurpati, 15mila persone torturate,
50mila scomparse, 80mila esecuzioni extragiudiziarie, 1.282 massacri, 11mila
bambini soldato.

La legge di giustizia e pace e la domanda di verità

È interessante allora, e anche sorprendente, notare come
in un paese così scosso dalla violenza si stiano diffondendo iniziative
governative e della società civile improntate ai principi della giustizia
riparativa. Due esempi emblematici sono la Ley de justicia y paz e la Ley
de víctimas y restitución de tierras
. La prima, voluta dal presidente Álvaro
Uribe Vélez nel 2005, che aveva come finalità quella di offrire una fuoriuscita
rapida e indolore ai paramilitari, basandosi sui principi della giustizia
riparativa (pace e riconciliazione), è stata però profondamente innovata dalla
Corte costituzionale sulla base dell’evoluzione del diritto penale
internazionale (non applicazione di indulto e amnistia ai crimini
inteazionali) e della giustizia di transizione, ovvero dei diritti delle
vittime (diritto alla verità, giustizia, riparazione, garanzia di non
ripetizione dei crimini). Tale legge ha permesso a 50mila paramilitari di
smobilitarsi e reintegrarsi nella vita sociale attraverso programmi appositi. A
coloro che invece avevano commesso crimini di guerra e contro l’umanità (4mila
persone) ha dato accesso a un sistema penale ad hoc: al posto di una
pena carceraria di almeno 30 anni, una pena detentiva ridotta a 5-8 anni, alla
condizione di raccontare tutta la verità sui delitti commessi. La principale
particolarità di questo procedimento è che durante le udienze in cui il reo
racconta la verità, le vittime sono presenti in un’altra stanza, hanno la
possibilità di ascoltare in diretta quanto viene confessato, e possono porre
domande ai carnefici in merito alla sorte dei propri cari. Sovente accade che i
rei chiedano perdono per i crimini commessi e che le vittime trovino pace
sentendosi riconosciute, oltreché per essere finalmente divenute consapevoli di
quanto è successo.

Si tratta dunque di un sistema penale alternativo che
affianca alla pena detentiva la ricerca di una risposta alla domanda di verità
delle vittime. In più intende favorire la risocializzazione del reo
permettendogli di riconoscere le sue responsabilità e accompagnandolo nel
percorso di reinserimento nella società.

Vittime e restituzione della terra

La seconda legge, la Ley de víctimas y restitución de
tierras
, entrata in vigore il 1 gennaio 2012, ancor prima di dare
soddisfazione ai diritti delle vittime, dà compimento a quello che è uno degli
obiettivi primari della giustizia riparativa, ovvero il riconoscimento della
voce delle vittime. Per la prima volta in 60 anni il governo ha riconosciuto
l’esistenza di un conflitto armato interno, e dunque l’esistenza di milioni di
vittime di soprusi da parte delle varie fazioni.

Il governo ha capito che la fuoriuscita dal conflitto
non si ottiene solo con lo smantellamento dei gruppi armati, ma anche e
soprattutto attraverso l’attenzione dedicata alle loro vittime.

La Ley de víctimas y restitución
de tierras
, dunque, si pone come finalità principale la ricostruzione del
tessuto sociale e della fiducia reciproca, e quindi la riconciliazione
nazionale. Prevede la creazione di un programma che punti alla riparazione
integrale delle violazioni subite dalle vittime, inglobando anche le iniziative
già presenti: la restituzione, l’indennizzo, la riabilitazione. A livello
collettivo la riparazione avverrà tramite il riconoscimento pubblico delle
responsabilità dello stato, atti commemorativi e iniziative simboliche rivolte
alla comunità. Mentre l’intento di restituire 4 milioni di ettari di terra
illegalmente usurpati, e di avviare programmi che agevolino il ritorno alle
terre in totale sicurezza è a dir poco ambizioso. Così come l’intento di
aiutare le vittime a costruirsi un’alternativa di vita attuando programmi per
la creazione di posti di lavoro, sia in ambiente rurale che urbano, e avviando
le vittime senza titoli di studio a corsi di formazione per imparare un
mestiere.

Preservare la memoria

Interessanti, in ottica di giustizia riparativa, sono
infine le iniziative della società civile nazionale e internazionale: il
sostegno alle vittime e alle loro voci, l’impegno a mantenere viva la memoria
del conflitto perché non venga dispersa, le campagne di sensibilizzazione.
Numerosi sono infatti i reports scritti al fine di ricostruire e
preservare la memoria storica del conflitto, perché il popolo colombiano
conosca quanto è successo per più di mezzo secolo nel suo paese e si impegni
per la pace.

In questo filone possono rientrare le molte iniziative
che nascono dal basso: dalle piccole comunità in cui le vittime si riuniscono e
si danno forza a vicenda in gruppi di auto mutuo aiuto, alla costruzione di
musei della memoria. O, ancora, piantare un albero in ricordo dei cari uccisi
dal conflitto, partecipare a laboratori in cui rielaborare il lutto o
semplicemente ricominciare a pensarsi come persone utili.

Carolina
Bedoya Maya

Carolina Bedoya Maya




Giustizia riparativa 5 – Un’esperienza israelo-palestinese

L’associazione Parents Circle – Families Forum

Un ragazzo rapito e ucciso da Hamas. Un’associazione fondata
dal padre per promuovere la riconciliazione tra israeliani e palestinesi. Donne
dei «due fronti» che si raccontano in cerchio il conflitto e i loro lutti.
Testimoni che vanno nelle scuole dell’una e dell’altra parte, per far
incrociare i propri occhi palestinesi con gli occhi israeliani dei ragazzi, e
viceversa, e condividere i sogni, le aspirazioni, le vite interrotte dalla
violenza. Esperienze di giustizia riparativa.

«Nel luglio del 1994
mio figlio Arik è stato rapito e poi ucciso da Hamas. Da allora lo scopo della
mia vita è portare la riconciliazione e la pace tra israeliani e palestinesi». Yitzhak
Frankenthal è un ebreo ortodosso, uno da cui, stando a come vanno le cose in
Israele, non ti aspetteresti grandi aperture nei confronti dei palestinesi.
Eppure dopo la morte del figlio durante il servizio militare abbandonò il
lavoro alla ricerca di risposte alla sua tragedia, risposte che nessuno pareva
in grado di dare: «Mio figlio è morto perché non c’è pace nella nostra terra.
Cos’è che ci spinge in continuazione l’uno contro l’altro? Cosa devo fare per
fermare questa spirale di violenza?».

Famiglie in lutto per la pace

Quando iniziò a parlare con gli amici dell’intenzione
d’impegnarsi per una riconciliazione tra i due popoli si ritrovò solo. «Non
riuscivano a capacitarsi che io volessi mettermi a lavorare per la pace e la
riconciliazione con chi aveva ucciso mio figlio. Il mio primo passo fu una
lettera inviata al primo ministro
Yitzhak Rabin, a Shimon Peres e a Ehud Barak: li incoraggiavo a continuare la
ricerca di una soluzione pacifica al conflitto. Rabin venne a trovarci a casa,
diventammo amici»1. Erano tempi in cui le speranze suscitate dagli Accordi
di Oslo venivano erose da una realtà fatta di attentati, rappresaglie, morte.

Nel corso del 1995 l’Associazione israeliana dei parenti
delle vittime del terrorismo palestinese protestò fortemente contro gli sforzi
di dialogo politico. Come lo stesso Frankenthal racconta: «Mi recai da Rabin e
gli dissi che quella gente non parlava a mio nome». Così decise di inviare una
lettera a 350 famiglie che avevano subito un lutto a causa del conflitto nei
precedenti 18 anni, proponendo loro di unirsi per chiedere, con l’autorevolezza
morale che la sofferenza conferisce, di interrompere la spirale di vendetta e
intraprendere finalmente la via della pace, del rispetto e della
riconciliazione con i palestinesi. Ricevette un paio di lettere cariche di
insulti, ma ciò che più conta è che 44 famiglie risposero affermativamente. Al
loro primo incontro Frankenthal propose di rivolgersi anche alle famiglie
palestinesi che avevano subito un lutto a causa dell’occupazione israeliana.
Così nacque il Parents Circle – Families Forum (Circolo dei genitori,
forum delle famiglie) chiamato Bereaved families forum (Forum delle
famiglie in lutto), del quale fanno parte oggi circa 600 famiglie palestinesi e
israeliane.

«Io comprendo i tuoi sentimenti»

Nella penombra del salotto di casa sua, la signora M. ci
racconta la sua storia. Alle sue spalle una grande foto di suo figlio, che non
ha mai fatto ritorno dal servizio di leva. L’onda del dolore della madre ci
avvolge, mischiandosi all’aria troppo calda di Gerusalemme. Le domandiamo cosa
l’abbia spinta a entrare nel Parents Circle: «Quando un israeliano parla
con i palestinesi la prima reazione è che loro sono nostri nemici e noi siamo i
loro nemici. È molto importante quindi sedersi e parlare: comunicare è la sola
via per trovare una soluzione. Per me non è stato affatto naturale, è stato un
percorso difficile. Ma ora posso sedere e ascoltare quanto donne e uomini
palestinesi hanno da dire, e posso rispondere: “Io comprendo i tuoi
sentimenti”, e a volte posso anche dire: “Ma non concordo con le tue opinioni”».

Ritroviamo la signora M. a un incontro delle donne
dell’associazione. Carta, stoffa, pennelli e colori permettono di esprimere le
emozioni superando la differenza linguistica e il pudore. Così il desiderio di
pace si trasforma in arcobaleni e mani che si stringono nei disegni sulla
carta. Prendiamo parte alla realizzazione di un cartellone, e l’atmosfera
serena, diremmo giorniosa, ci fa per un attimo dimenticare dove siamo. Ma basta
uno sguardo all’alberello di carta realizzato da alcune donne per ricordarci
che il fratello della giovane che dipinge è morto mentre era soldato di leva,
colpito da un cecchino, che il figlio della signora che le passa i colori è
invece stato ucciso durante un’incursione dell’esercito nel campo profughi.
L’uno israeliano, l’altro palestinese. L’uno potrebbe aver ucciso l’altro, e
viceversa. Così notiamo che le foglie dell’alberello sono in realtà lacrime con
delle scritte: «Mamma, rendimi più forte», «lacrime d’amore», «sto piangendo un
mare di lacrime perché tu non ritorni». Un brivido ci attraversa insieme alla
sensazione di stare assistendo a qualcosa di eccezionale.

Ci disponiamo in cerchio. Una donna palestinese e una
israeliana conducono le attività del gruppo. Ci spiegano che l’elemento più
importante dei loro incontri è la condivisione della propria storia, ovvero il
racconto, semplice e spontaneo, della propria vita e dell’evento luttuoso che
l’ha segnata. Ciascuno ha la possibilità di leggere, con e per gli altri, il
conflitto dal proprio punto di vista, di presentare la vicenda della propria
famiglia e del familiare scomparso restituendole quel calore, quei particolari,
«quell’anima» che le fredde cronache di guerra non conoscono. Non è una terapia
di gruppo ma un incontro di giustizia riparativa, ovvero uno spazio dove,
attraverso il «linguaggio delle emozioni», può avvenire il riconoscimento
dell’umanità del nemico.

Il testimone della parte opposta

Qualche giorno dopo, Rami, un signore israeliano la cui
figlia quattordicenne perse la vita in un attentato suicida, c’invita a un
incontro con un gruppo di giovani. In quell’occasione conosciamo Aisheh, una
giovane donna palestinese il cui fratello, ferito senza motivo da un soldato
israeliano, morì, a distanza di anni, per le conseguenze riportate. Possiamo
così osservare uno dei più di mille incontri che, ogni anno, l’associazione
organizza nelle scuole da entrambi i lati del muro, per i gruppi di israeliani,
palestinesi o stranieri che ne facciano richiesta. Vanno sempre a due a due,
per consentire ai ragazzi di ascoltare, spesso per la prima volta, il punto di
vista dell’altro, e osservare un esempio concreto di dialogo e di
riconciliazione. I «testimoni» svolgono il ruolo di mediatori tra i due popoli
cercando di aprire uno spazio per la condivisione cognitiva ed emozionale di
significati profondi. Gli uditori di una parte possono ritrovare, nel racconto
delle vicende del proprio connazionale, esperienze e vissuti simili ai propri e
sentirsi provocati e incoraggiati dal suo impegno nonviolento e concreto. Ma è
l’incontro con il «testimone» della parte opposta a essere, per alcuni giovani,
un’esperienza folgorante: l’«altro» astratto, stereotipato, odiato, per la
prima volta acquista un volto umano, uno sguardo da guardare e da cui sentirsi
guardati, una storia che interpella. Ascoltare la sua sofferenza, il suo
dramma, i suoi sogni e desideri infranti porta a scoprire che essi sono
inaspettatamente simili ai propri e aiuta a superare i pregiudizi e la
propensione a «gerarchizzare» la sofferenza sminuendo quella altrui. Ciò non
annulla le differenze, ma apre alla comprensione e al riconoscimento.

La giustizia riparativa, che cerca la pace attraverso il
dialogo e la riparazione delle offese piuttosto che la punizione e la
separazione delle parti in lotta può assumere, in Israele e Palestina, la forma
di un alberello di carta, del cerchio in cui siedono vittime che sono anche
nemiche, e di un’accorata e coraggiosa testimonianza davanti agli studenti di
una scuola.

Annalisa
Zamburlini

Note:

1- Le
parole di Yitzhak Frankenthal sono tratte da: B. Bertoncin (a cura di), Per
mano. Per mano dell’altro, per mano con l’altro
, Una Città, Forlì 2005, e
da A. Da Sacco (a cura di), Israele – Yitzhak Frankenthal: la
riconciliazione parla il linguaggio della sofferenza
, in «Bumerang,
grassroot information», 22.02.2007, www.bumerang.it.

 

Annalisa Zamburrini




Giustizia riparativa 4 – Si tratta di liberare l’uomo

Padre Gianfranco Testa.
Se il mondo missionario s’interessa della persona, il tema
della giustizia riparativa è importante. Si tratta di liberare l’uomo. Parola
di padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata che da decenni si occupa
di perdono e riconciliazione.

Nato a Bra nel 1942,
ordinato nel ’67 a Torino, a 30 anni è partito per l’Argentina. Al tempo dei
generali ha fatto 4 anni di prigione. A 40 anni è andato in Nicaragua, tentando
l’avventura in un paese che in quel momento era per lui molto interessante per
la rivoluzione sandinista, «una rivoluzione cristiano marxista, chiamiamola così,
tanto per spaventare qualcuno», ci ha detto. E poi a 50 anni è partito per la
Colombia. «Adesso, a 70, vado di qua e di là. Sono stato in Albania, in
Palestina. Muovo i miei ultimi passi sempre cercando di riflettere». Di
recente, a Torino, è nata, grazie a lui, l’università del perdono:
www.universitadelperdono.org.

Che senso ha, secondo te, parlare
di giustizia riparativa su una rivista missionaria?

«Se una rivista missionaria s’interessa dell’uomo, della
persona, certamente il tema della giustizia riparativa è importante. Purtroppo
ancora poco dibattuto. Si tratta di liberare l’uomo. Nella giustizia riparativa
il centro di tutto è la persona umana. E mettere l’uomo al centro vuol dire
fare un buon servizio missionario».

Come si sposa la missione della
Chiesa con il tema della giustizia riparativa?

«Io preferisco la parola “restaurativa”. Perché
“riparare” vuol dire mettere le cose a posto, invece qui si tratta di
restaurare la persona, ridarle dignità. Credo che questo discorso sia una sfida
fondamentale per la Chiesa oggi. Un discorso che i politici non sanno fare o non
vogliono fare. È quello per cui l’uomo, nonostante i suoi errori, e anche
l’uomo vittima, viene riconosciuto come persona degna di rispetto, degna di
amore. Oggi, nel sistema di giustizia la vittima scompare, non è importante. La
giustizia cammina da sola senza ascoltare il dolore di chi ha sofferto. Allo
stesso tempo, il colpevole non viene ristabilito come persona. Io penso che la
funzione della giustizia non sia di castigare, ma neppure di essere
indifferente. La funzione della giustizia è di restaurare: la vittima, il
colpevole, la società. Certo, ci sono delle condizioni: se il colpevole non
riconosce quello che ha fatto, allora deve intervenire una giustizia che
diventa “retributiva”. Ma se il colpevole è capace di assumersi la
responsabilità di quello che ha fatto, allora si entra in un dialogo di umanità.
Non di castighi, di leggi, ma di umanità, dove le persone acquistano un rilievo
fondamentale, e ognuno assume le proprie responsabilità, trovando anche le
strade di riparazione».

La Chiesa si è mai espressa in
maniera ufficiale ed esplicita sul tema della giustizia restaurativa?

«No. Finora no. Sarebbe una bella sfida. Penso che
sarebbe bello se ci si sedesse un po’ di teologi, di filosofi, qualche giurista
a pensare, riflettere insieme. L’importante cos’è? È la persona umana! Sempre.
Il cuore della nostra fede non è Dio, di cui possiamo parlare molto poco, ma
siamo noi. Noi che entriamo in noi stessi in profondità, e poi nello spirito,
nella verità, riscopriamo Dio. E siamo capaci anche di perdonare, di restaurare
e di lasciarci restaurare.

Questo mi sembra che sarebbe per la Chiesa un “buon
campo di battaglia”. Aiutare la società ad affrontare la domanda che da 2.800
anni ci si pone: “Come castigare un crimine senza commettee un altro?”. Noi
normalmente perseguiamo i crimini facendo altri crimini. Basti pensare a come
sono gestite le prigioni. Basti guardare la carica di odio, di rancore che si
accumula con la nostra giustizia. Ma che giustizia stiamo facendo? Noi abbiamo,
come Chiesa, un’esperienza di fede, di vita, di sensibilità che è insuperabile.
Forse non abbiamo riflettuto ancora abbastanza su questo tema. Sarebbe un
annunciare un’umanità nuova. La famosa civiltà dell’amore, del rispetto per la
persona, anche per il colpevole, ancora di più per la vittima.

La giustizia restaurativa è, alla fine dei conti, una
prassi quotidiana. Faccio un esempio: in Colombia seguivo dei ragazzi che un
giorno sono entrati in una casa a rubare. Una volta scoperti abbiamo applicato,
in modo informale, tra noi, la giustizia restaurativa: ho proposto loro due
tipi di castighi, oppure di scegliere loro. Il mio castigo sarebbe stato di
farli tornare a casa e di non accettarli più, oppure di non dare loro la prima
comunione alla quale si stavano preparando. E loro, chiamati a partecipare alla
decisione, hanno scelto di lavorare per un certo tempo per la persona che
avevano derubato, di restituire quello che avevano preso. Non è stato un
castigo: quei ragazzi si sono restaurati, hanno assunto le loro responsabilità.
In più abbiamo guadagnato nella vittima un amico, che ha detto: “Questi ragazzi
sono dei disgraziati, dei delinquenti, però sono anche capaci di fare del bene.
Sono capaci di riconoscere il male che fanno”. I ragazzi lavoravano talmente
tanto per “la loro vittima” che doveva fermarli lui stesso. Così si sono
restaurati la vittima, i colpevoli e la comunità.

Ho raccontato questo aneddoto per dire che anche in casa
si può usare la giustizia riparativa. Anche a scuola. Questo è il punto di
arrivo: la giustizia restaurativa non è solo per i palazzi di giustizia, ma
anche per la vita quotidiana. Evitare di castigare. Allo stesso tempo non
lasciare passare mai niente di sbagliato: ogni errore deve essere corretto».

Nella tua vita missionaria sei
stato e vai in diversi paesi del mondo affrontando il tema del perdono e della
riconciliazione. Ci puoi raccontare qualcosa di queste tue esperienze?

«Ieri sono stato in un campo Rom a Collegno (To).
Sappiamo che gli immigrati sono mal visti, ma i Rom sono rifiutati. Certamente
hanno i loro limiti, però mi sono trovato benissimo. Sono stato in Albania a
incontrare cattolici e musulmani sul tema della violenza tradizionale. Tengo
dei corsi sul perdono. Sono dei semi gettati. Non è che si risolvano i
problemi. Ma cerco, insieme ad altri che collaborano con me, una pedagogia del
perdono. Il papa Giovanni Paolo II, per la Giornata mondiale della Pace del
2002, alla fine del suo messaggio chiedeva che si costruisse una pedagogia del
perdono. Noi parliamo sempre del perdono, ma non insegniamo come si fa. Ecco. È
importante tentare di balbettare qualcosa su questa pedagogia del perdono».

Luca Lorusso

SCHEMA COMPARATIVO*

GIUSTIZIA RETRIBUTIVA
GIUSTIZIA RESTAURATIVA
VALORI
Interesse dello STATO al primo posto
Interesse delle PERSONE COINVOLTE e della COMUNITÀ al primo posto
Fuoco sulla PUNIZIONE – prigionia o pene
alternative inefficaci (carità a terzi)
Fuoco sulla RESPONSABILITÀ e sulle
NECESSITÀ delle parti e della comunità

COLPEVOLEZZA
INDIVIDUALE

CORRESPONSABILITÀ
INDIVIDUALE e

COLLETTIVA

Uso
DOGMATICO del Diritto

Uso
CRITICO del Diritto

PROCEDURA
FORMALE, ritualistico / scenario di POTERE
INFORMALE, semplificato / scenario
extragiudiziale o COMUNITARIO

Linguaggio
e regole COMPLESSI

Linguaggio COMUNE e regole FLESSIBILI
Processo decisorio delle AUTORITÀ / operatori giuridici
Processo decisorio CONDIVISO con i coinvolti e la comunità
IMPATTO ED EFFETTI PER LA VITTIMA

MINIMA
PARTECIPAZIONE

VOCE e RUOLO ESSENZIALI nel processo
MINIMA assistenza PSICOSOCIALE e GIURIDICA
Risposta effettiva alle necessità PSICOSOCIALI e GIURIDICHE
INSODDISFAZIONE e FRUSTRAZIONE con il Sistema
SODDISFAZIONE e CONTROLLO sulla situazione, ricupero dell’autostima
IMPATTO ED EFFETTI PER L’ACCUSATO
ALIENATO dal processo, comunicazione tramite l’avvocato

PARTECIPAZIONE
RESPONSABILE nel processo

Necessità
praticamente dimenticate

Necessità
effettivamente considerate

INNACCESSIBILE
e senza interazione

ACCESSIBILE, interagisce con la vittima e la comunità
IMPATTO ED EFFETTI PER LA COMUNITÀ
Restaurazione del tessuto sociale
Reintegrazione dell’accusato e della vittima
Efficacia di un sistema multiporte
Potenziale di riduzione della reincidenza
Pace Sociale con dignità e senza tensioni

* Basato in comparativo schematico di
Renato Sócrates Gomes Pinto, presidente dell’Istituto di Diritto Comparato ed
Internazionale di Brasilia e pensionato dopo una carriera di avvocato,
difensore d’ufficio, promotore e procuratore di giustizia.

Luca Lorusso




Giustizia riparativa 3 – Un’idea scandalosa di giustizia

Intervista a Claudia Mazzucato, docente alla Cattolica.

Autori e vittime di reato sono portatori di domande,
bisogni, speranze, aspettative. Com’è possibile che entrambi, e la società,
lavorino sul domani senza scordare il passato? La riparazione è qualcosa che
nasce dal dialogo libero e costruttivo sugli effetti distruttivi del reato. È
dirompente parlare di programmi liberi e consensuali dentro la giustizia penale
che in genere è invece il luogo della coercizione, della privazione della
libertà. La giustizia riparativa rimarrà sempre un’aspirazione, che però ha già
prodotto dei grandi risultati: nel Sudafrica dell’apartheid ad esempio.

Professore aggregato di
diritto penale all’Università cattolica di Milano, Claudia Mazzucato si occupa
di modelli alternativi di giustizia penale allo scopo di trovare una coerenza
tra la risposta al reato e i principi della democrazia. Nel corso dei suoi
studi si è imbattuta, nei primi anni ‘90, nel tema della giustizia riparativa,
della mediazione reo-vittima, e da allora ha dedicato la sua vita, non solo
professionale, a questo. È mediatrice volontaria per l’osservatorio del
ministero della Giustizia sulla giustizia riparativa. Ha occasione, quindi, non
solo di studiarla, ma anche di praticarla a titolo volontario. All’Università
segue la formazione degli studenti di giurisprudenza, di sociologia e di
scienze della formazione sui temi del diritto penale e della giustizia
minorile.

Nessuno sa cos’è la Giustizia

La giustizia riparativa suscita
interesse nei suoi studenti?

«Sì moltissimo. Questo tema suscita interesse in tutti.
Da anni io e un gruppo di altre persone teniamo incontri un po’ dappertutto:
scuole, parrocchie, quartieri difficili, fino al Consiglio superiore della
Magistratura. Incontriamo diversi “mondi”, e dovunque troviamo interesse.
Sempre. Anche perché la giustizia riparativa solleva la domanda più generale di
giustizia, che riguarda chiunque.

Il cardinal Martini diceva che nessuno sa bene cosa sia
la giustizia, ma tutti sappiamo molto bene cosa sono le ingiustizie. E la
giustizia riparativa è un itinerario in cerca della giustizia a partire dalle
ingiustizie. Lavora su quello che è andato storto per ripararlo.

Non è un lavoro campato in aria. È, anzi, con i piedi
saldamente per terra. Tanto da occuparsi della quotidianità materiale
dell’autore del reato e della vittima: ci capita negli incontri di mediazione
di dedicare ore a definire le regole di saluto, di distanza o di vicinanza, di
comportamento: “Cosa succede se domani vi incontrate per strada o
sull’autobus?”.

La giustizia riparativa ha anche quest’attenzione: da
domani che cosa succede?

Autori e vittime di reato sono portatori di domande,
bisogni, speranze, aspettative che intrecciano il passato prima del reato, il
momento del reato, il presente e il futuro. Allora noi chiediamo a vittime e
rei di esprimere che cosa c’è nel loro oggi e com’è possibile lavorare
costruttivamente sul domani, senza dimenticare ciò che c’era prima del reato, né
il fatto che un reato è stato commesso, che qualcuno lo ha agito e un altro lo
ha subito».

Risocializzare in gabbia?

«Questo lavoro sul futuro è una cosa che la giustizia
penale tradizionale non può fare perché è tutta retrospettiva: anche quando
condanna una persona all’ergastolo, cioè determina l’interezza del suo futuro, è
tutta ferma sul reato, sul passato. È solo dopo l’inizio della detenzione che
compare un educatore, un assistente sociale che dice: “Beh, adesso pensiamo
alla rieducazione”, che vuol dire ritorno in società. Ma qui spuntano le
incoerenze della giustizia: come parlare di rieducazione a uno che sta in una
gabbia, o di risocializzazione quando tra la persona condannata e la società ci
sono un muro di sei metri, un muro di cinta, uno di intercinta, il blindo, le
sbarre, eccetera? Come si può parlare di risocializzazione se la società è
esclusa dal contatto con il reo?

La riparazione è qualcosa che nasce dall’incontro e dal
dialogo costruttivo sugli effetti distruttivi del reato. Ha l’ambizione di
promuovere responsabilità individuali e collettive per reintegrare il colpevole
e la vittima. Sì, perché anche la vittima ha bisogno di essere risocializzata.
A volte addirittura di essere “rieducata”: può capitare, infatti, che la
vittima appartenga allo stesso mondo deviante del reo. Nell’opinione pubblica
in genere c’è l’immagine della vittima buona, onesta, che subisce
improvvisamente qualche cosa, mentre il reo è cattivo, ma raramente la realtà è
così netta».

Qualcosa di scandaloso

Nel suo saggio Appunti per una
teoria dignitosa del diritto penale
scrive: «La giustizia riparativa può
arrivare addirittura a ridisegnare una nuova geometria della giustizia». È
davvero così rivoluzionaria?

«La giustizia riparativa costringe a guardare al
problema del crimine e al tema della giustizia con occhi nuovi. Essa ha
qualcosa di scandaloso: “Ma come? Reo, vittima e comunità insieme dopo un
reato?”. Tutto l’itinerario millenario della giustizia fino a ora ha diviso il
reo dalla vittima, e ha ripetuto sul reo il male che egli aveva fatto alla
vittima. La giustizia riparativa invece propone: “Mettiamoci insieme,
volontariamente, per pensare a qualcosa di diverso”.

È dirompente parlare di un intervento libero, volontario
e consensuale dentro la giustizia penale, la quale in genere è invece il luogo
della coercizione legittimata, della privazione della libertà. È proprio un
prendere la giustizia così com’è oggi e rovesciarla».

Quali sono gli strumenti della
giustizia riparativa?

«La mediazione diretta, o indiretta, tra autori e
vittime di reati, i community circles, i family group conferences.
Sono programmi costruiti intorno all’incontro a tu per tu, oppure allargato ai
componenti delle famiglie dell’uno e dell’altra, alle comunità. Questi sono gli
strumenti. Ma la cosa fondamentale è che si possa chiamare giustizia riparativa
solo ciò che porta le persone a incontrarsi volontariamente e liberamente.
Quando un magistrato impone un lavoro di pubblica utilità, può fare una cosa
bellissima, ma non è un programma di giustizia riparativa, è una pena. Quando
una persona svolge un lavoro di pubblica utilità che corrisponde a un lavoro
fatto sulla sua dignità, in dialogo con le vittime, con la comunità, e quindi
il soggetto sente di ripararsi, e non solo di riparare, e lo sceglie liberamente
in dialogo con altri, questa è giustizia riparativa. Altro elemento è che gli
incontri sono liberi, aperti, quindi si costruiscono anche in base a ciò di cui
si sente il bisogno. La presenza di un mediatore è importantissima. Anche perché
il facilitatore rappresenta a sua volta la comunità, e fa sì che le persone non
siano sole, sta con loro, e accoglie entrambe le parti con dignità e rispetto,
anche se ha di fronte una persona gravemente colpevole».

Sudafrica: la verità è più importante della pena

Questa nuova idea di giustizia potrà mai realizzarsi?

«Non potremo mai mettere fine al problema della
giustizia. La giustizia riparativa rimarrà sempre un’aspirazione. Però ha già
prodotto dei grandi risultati: l’esperienza del Sudafrica, ad esempio. Nel
momento più drammatico in cui, finito l’apartheid, si sarebbe potuta
scatenare una vera guerra civile, Nelson Mandela, e poi Desmund Tutu e gli
altri che hanno costruito la Commissione verità e riconciliazione hanno
sostenuto a gran voce che se gli oppressi si fossero fatti giustizia in modo
“tradizionale” sugli oppressori, avrebbero riprodotto la stessa violenza che
avevano subito, impedendo l’unità del popolo arcobaleno. E quale giustizia
poteva affermare l’unità dopo la separazione e la segregazione dell’apartheid?
Una giustizia non retributiva dove la verità è più importante della pena.

La giustizia punitiva è reo-centrica, ed essendo
punitiva non può chiedere all’autore del reato di dire la verità. Il diritto
dice che l’accusato non è tenuto a dire la verità, perché se la dicesse
andrebbe incontro alla pena.

Il Sudafrica ha dovuto scardinare il meccanismo della
pena per chiedere la verità».

La verità è «terapeutica»?
Affermarla, riconoscere ciò che è accaduto, di per sé realizza la giustizia e
lenisce le ferite?

«Possiamo dire che la verità può fare molto più di una
pena. Poi probabilmente ci sono persone, vittime, comunità che sentono che
nelle sedute della Commissione la verità non è stata detta abbastanza, e che
non si sentono risanati da quella verità. Ciò che possiamo dire senz’altro è
che alle vittime e alle comunità vittimizzate, quel percorso non ha tolto
nulla. Ha aggiunto semmai qualcosa di positivo. Se ci fosse stato un percorso
di giustizia tradizionale quelle persone non avrebbero ottenuto di più. Anche
solo perché la giustizia penale tradizionale è molto selettiva: soprattutto
dove ci sono state delle atrocità massive non può arrivare a processare e a
punire tutti quelli che in una logica retributiva lo meriterebbero».

Una novità antica

La giustizia riparativa è una «scoperta»
recente o se ne conoscono esperienze in tempi e società del passato?

«È una scoperta, però è anche una riscoperta. Della
giustizia riparativa come la conosciamo oggi possiamo identificare l’origine
negli anni ‘70 in Canada con percorsi di incontro tra giovani autori di reato e
le loro vittime. La pratica, che aveva dato buoni risultati, si è poi espansa
nel mondo, a cominciare dagli Usa, dove però rimane una nicchia. Paesi come la
Nuova Zelanda e l’Australia, partendo da modelli riparativi, sono arrivati
addirittura a ricostruire la giustizia. Anche in Europa ci sono molti paesi che
hanno leggi sulla giustizia riparativa o sulla mediazione reo-vittima.

Dall’altro lato però la giustizia riparativa è una
riscoperta: se andiamo a studiare i modelli di giustizia di certe società
tradizionali, constatiamo che dove è necessario tenere unita la comunità
esistono forme di giustizia di tipo relazionale, dialogico, compositivo, e non
retributivo.

Si può supporre che pratiche di giustizia riparativa ci
fossero anche in tempi antichi: per esempio forme di giustizia riparativa si
trovano nella Sacra Scrittura. Nel Nuovo Testamento (amare i propri nemici,
porgere l’altra guancia, perdonare settanta volte sette…), ma anche nel Vecchio
Testamento (la lite dialogica per ricostruire l’alleanza). Ci sono studi
biblici stupendi su come, attraverso questo tipo di pratica di giustizia, si
possa leggere il rapporto di Dio con il popolo di Israele: un continuo
richiamare l’altro a rispondere del suo tradimento dell’alleanza in un dialogo
che è molto forte, anche violento a tratti, ma che ha sempre come obiettivo la
ricostruzione della relazione».

I casi di Nuova Zelanda e Australia
sono isolati o ci sono altri paesi che si stanno orientando alla giustizia
riparativa? In Italia cosa si fa?

«In Italia ci sono buone pratiche che si stanno
consolidando soprattutto nella giustizia minorile, la giustizia riparativa però
in generale è molto marginale. La Nuova Zelanda ha ripensato il suo sistema penale
usando moltissimo i programmi riparativi con una dimensione comunitaria come i communities
circles
che coinvolgono la comunità, il vicinato, la famiglia, le famiglie
del reo e della vittima. È stata importante la cultura nativa dei Maori.

Tra le altre esperienze, quella sudafricana è
emblematica. Io sento la presenza di una traiettoria culturale nel mondo. La
giustizia penale non è più ferma sulle risposte punitive tradizionali: è stata
scombussolata, movimentata dall’arrivo del tema della giustizia riparativa. E
un po’ dappertutto tra i paesi democratici sta cambiando qualcosa».

Mass Media e «tolleranza zero»

Come spiega questa crescita di
consenso per la giustizia riparativa in un clima globale in cui domina la «tolleranza
zero»?

«Il consenso globale sulla giustizia riparativa è al
livello di studiosi, di Nazioni unite, di Consiglio d’Europa. Quindi la
traiettoria positiva c’è, ma in un contesto generale che va ancora in
tutt’altra direzione. È vero, infatti, che chiunque oggi pensi alla giustizia
penale, pensa al carcere. Non perché il carcere sia una risposta più
realistica. I media, che hanno un ruolo importantissimo sulla giustizia,
purtroppo la banalizzano: ad esempio fanno pensare che quando una persona va in
carcere è tutto risolto, mentre in quel momento si aprono un’infinità di
problemi. Bisognerebbe fare un lavoro di formazione dei giornalisti. Ad esempio
si sentono chiedere alle vittime: “È di-sposto a perdonare?”. Io penso che una
domanda del genere sia inopportuna. Così come: “È soddisfatto dell’ergastolo?”.
Ma come fa la vittima, con il suo bisogno di sentire la propria dignità
reintegrata, a essere soddisfatta dalla sofferenza imposta al colpevole? Se c’è
una soddisfazione, è momentanea. Poi rimane il vuoto che si aggiunge a un altro
vuoto».

Ci mancano profeti

Ci sono esperienze di paesi che
abbiano dei tratti in comune con quella del Sudafrica?

«Il Sudafrica ha aperto una via perché è stata la prima
esperienza a mettersi in mezzo ai due modelli: quello del colpo di spugna con
le amnistie, e quello dei processi penali da Norimberga in giù. Altri paesi
hanno tentato di fare delle cose simili: in Perù con la Commissione verità e
riconciliazione del 2000, ad esempio. In Ruanda con i tribunali Gacaca per il
genocidio del 1994. Il punto è che nessun’altra esperienza è riuscita a
raggiungere il livello di quella sudafricana che è stata particolarissima per
una serie di situazioni convergenti. Il Sudafrica ha cambiato la Costituzione
alla luce dell’idea di Ubuntu (“Io sono perché noi siamo”), ha prodotto un
diritto nuovo. C’è stato un ruolo della Corte Suprema che credo sia l’unico
tribunale del mondo ad avere come logo un albero sotto al quale ci sono persone
bianche e nere intrecciate, invece della bilancia con la spada… E poi i
sudafricani avevano Mandela e Tutu, cioè due vittime esemplari. Mandela diceva:
“Non bisogna vendicarsi”, e Tutu: “Le persone possono cambiare, e noi dobbiamo
crederlo”. Erano dei pulpiti da cui non venivano delle prediche, ma delle
esperienze che avevano una forza di testimonianza pazzesca. Dove non ci sono
figure profetiche così, diventa molto difficile far passare queste idee a
livello pratico.

Ci vogliono dei profeti. Ed è quello che ci manca oggi.
Certamente nel nostro paese».

Luca Lorusso

        «… E BUTTIAMO VIA LA CHIAVE!»                            

Frasi dal web su carcere e giustizia all’indomani del
messaggio alle camere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

«Credo che i lavori forzati nel senso vero della parola sia
l’unica soluzione per eliminare il problema del sovraffollamento. Anche perché
tu che sei stato vittima e vedi che il tuo aguzzino viene liberato non puoi
continuare a credere in un paese come questo. I lavori ci sono di svariati tipi
e modi con orario come dico io dal sorgere del sole al tramonto come facevano i
contadini».

«In Italia ormai da decenni si pensa solo a salvare ed
aiutare i cittadini disonesti e non quelli onesti e, ancora una volta, questo
viene confermato dalle dichiarazioni rilasciate dal capo dello Stato che
dovrebbe essere il garante della Costituzione nonché super partes e non il
difensore di indifendibili, condannati e delinquenti».

«Il carcere serve per lo sconto della pena, la rieducazione
casomai la fanno quando escono dal carcere e prima di inserirsi nella società.
Pene alternative? Come in Alabama ai primi del ‘900, incatenati a tagliare
l’erba sulle strade o rattoppare l’asfalto che ce n’è un gran bisogno!!! Prima
pensare ad aiutare i cittadini onesti e poi, se avanza tempo, si pensa a quelli
disonesti. […] Se l’Europa ci multa perché le nostre carceri non hanno celle
singole con internet e aria condizionata per il benessere dei criminali credo
che dovremmo mandare […a quel paese] l’Europa: non capisco perché dovremmo
avere a cuore i diritti umani di persone che di umano hanno solo la forma! Più
rispetto per le vittime!!!».

(Tre commenti scelti a caso tra i molti in calce a un
articolo sul blog di Beppe Grillo:
http://www.beppegrillo.it/2013/10/il_piano_carceri_del_m5s.html)

Luca Lorusso




Giustizia riparativa 2 – Il perdono responsabile

Un dialogo con Gherardo Colombo
Si può educare al bene
attraverso il male? Partendo da questa domandal’ex magistrato Gherardo
Colombo illustra l’inefficacia della risposta punitiva alle
trasgressioni. Per la difesa e la promozione della dignità della persona
(di chiunque, anche dei colpevoli e delle
loro vittime) sono più appropriati e più efficaci,
rispetto alla carcerazione, i programmi della cosiddetta giustizia
riparativa,
che prevedono l’incontro e la responsabilizzazione di rei, vittime e
società. Abbiamo chiesto a Colombo di
parlarci del suo attuale «lavoro» e del tema del perdono responsabile al
centro di uno dei suoi ultimi libri.
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Lo contattiamo via telefono mentre viaggia in treno per raggiungere una scuola superiore in Liguria. Da quando si è dimesso dalla magistratura, Gherardo Colombo spende molte delle sue energie e giornate parlando con giovani e ragazzi di tutta Italia di «regole»1, di cittadinanza responsabile. Ogni tanto la voce cordiale che ci parla sparisce nelle gallerie insieme alla linea telefonica. Ma il messaggio è chiaro: non si può educare al bene attraverso il male. È necessario trovare una strada alternativa alla punizione e alle pene tradizionali, perché queste, la carcerazione in primis, in molti casi non sono condivisibili sul piano ideale e non sono efficaci sul piano pratico.

L’affabilità della voce di Colombo s’intona perfettamente col ricordo di quell’uomo alto e riccioluto, in abbigliamento casual, che nel maggio 2012 presentava il suo volume Il perdono responsabile al Salone del libro passeggiando tra il pubblico e cedendo il microfono a chiunque volesse intervenire. In quell’incontro, così come nelle pagine del libro, l’ex magistrato ha illustrato con semplicità l’opposizione tra due modalità di risposta ai reati, tra due tipi di giustizia: quella «retributiva» e quella «riparativa».

La prima è quella più comune, diffusa a ogni livello, dall’educazione dei figli alle relazioni inteazionali: la punizione è la giusta conseguenza della trasgressione. Alla base della giustizia retributiva c’è l’idea che la persona non ha valore in sé, ma solo in base ai suoi comportamenti «buoni» o «devianti»: se fa bene riceve il premio, se fa male la punizione. Nella visione retributiva, la sofferenza della pena viene inferta per insegnare al colpevole l’obbedienza. Ma chi obbedisce, sostiene Colombo, non è completamente responsabile delle proprie azioni. La pena quindi non crea responsabilità, ma al contrario la distrugge. Le persone seguono le regole non perché le condividano, ma per evitare la punizione, o meritare il premio. Se una regola non è interiorizzata, c’è il forte rischio che essa verrà violata non appena mancherà il controllo, cioè il timore di essere «beccati».

La giustizia «riparativa» fa capo, invece, a una cultura in cui la persona vale in quanto persona, ha dignità - anzi, è dignità - indipendentemente dai suoi comportamenti buoni o cattivi. È la cultura (cui s’ispira la Costituzione italiana e la Dichiarazione Onu sui diritti dell’uomo) per la quale non è la persona a essere finalizzata alla realizzazione dell’ordine, ma è l’ordine a essere finalizzato alla realizzazione della persona. Nella visione «riparativa» il centro è la persona, la sua dignità (che rimane integra anche dopo aver compiuto un crimine), la ricerca dell’inclusione, il recupero, la riconciliazione. E le esperienze di giustizia riparativa realizzate nel mondo dimostrano che l’alternativa al carcere è più efficace anche per la sicurezza sociale.

In più, nella prassi retributiva le vittime vengono in genere dimenticate, perché l’attenzione è esclusivamente sul reato, mentre nella visione riparativa la vittima, insieme alla comunità (anch’essa vittima) e al reo (anch’egli vittima di se stesso), viene coinvolta in prima persona e può davvero trovare un ristoro che non sia la semplice e svilente realizzazione dell’istinto di vendetta, che si esaurisce velocemente lasciando il vuoto ancora più ampio.

Come entra il tema del perdono in tutto questo? In una situazione di rottura di una relazione (tra il reo, la società e la vittima) il perdono, al contrario di ciò che si pensa generalmente, non è uno sgravio di responsabilità, ma al contrario richiama alla responsabilità. La vittima e la comunità hanno la responsabilità di ri-accogliere il reo, il reo ha la responsabilità di riparare in qualche modo la vittima e la comunità. Il perdono rovescia l’ostilità in reciprocità. Questo può avvenire concretamente, ad esempio, nella mediazione penale, una delle pratiche di giustizia riparativa più diffuse in tutto il mondo.

Siamo ancora alla legge del taglione

Proviamo a immaginare l’ex magistrato Gherardo Colombo alle prese con un’assemblea di duecento ragazzi di seconda superiore mentre parla di regole e responsabilità e propone il perdono e la riconciliazione al posto di carcere e punizione. Gli domandiamo se gli capita di trovare ragazzi scettici: «Sì, sì... si arrabbiano anche! Le risposte che le persone hanno a questo mio modo di vedere sono varie. Possiamo dire che più le persone conoscono il carcere (operatori, volontari…), più lo condividono. Mentre invece capita che persone informate sul carcere solo alla lontana, per sentito dire, assumano un atteggiamento di rifiuto. Un rifiuto viscerale di fronte al quale diventa a volte impossibile approfondire l’argomento. Io credo che sia molto comprensibile tutto questo, perché per millenni l’approccio al tema della sanzione è stato molto retributivo. Noi siamo ancora purtroppo alla legge del taglione come impostazione abituale generale. La giustizia retributiva ha come strumento l’eliminazione, l’espulsione, l’allontanamento, l’abbandono della persona che ha commesso il male. C’è in essa l’indisponibilità al recupero di una relazione, se non in modo oneroso. Invece la caratteristica della giustizia riparativa sta nel ritenere che al male commesso da una persona si rimedia attraverso il recupero della persona alla collettività. È un’impostazione inclusiva che si basa sul riconoscimento dell’altro. Solo riconoscendo l’altro, il reo può comprendere la sofferenza causata dalla sua azione, e quindi astenersi dal commettere altre azioni che procurino sofferenza».

La vittima abbandonata

A sentirlo parlare sembra che Colombo sia arrivato a sposare l’idea della giustizia riparativa non a partire dai ragionamenti, ma dall’osservazione della realtà carceraria e dei dati che la riguardano: «Sappiamo che in Italia il 68% delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati: c’è da chiedersi perché. Se fosse vero che il carcere serve a prevenire la commissione di reati il tasso di recidiva sarebbe molto più basso». In più il carcere non aiuta le vittime a superare il trauma, e a ricostruire la propria dignità violata dal reato, istigando, anzi, un istinto basso (e distruttivo per la vittima stessa) come la vendetta: «Nel sistema attuale le vittime sono abbandonate, forse peggio ancora che abbandonate. Alle vittime non si offre null’altro che il soddisfacimento di un desiderio di vendetta. E anzi, sovente, le vittime sono chiamate a rivivere a fini processuali il dolore che era stato loro inferto attraverso la commissione del reato. Ad esempio: una persona che avesse subito uno stupro, poi deve raccontare nei dettagli come sono andate le cose prima davanti alla polizia, poi davanti al pubblico ministero, poi ancora in aula davanti ai giudici e davanti agli imputati e ai loro avvocati, i quali faranno di tutto per metterla in imbarazzo e per contraddirla e screditare la sua versione. Questa è la prospettiva della vittima nel sistema attuale. Invece la giustizia riparativa ha come scopo da una parte quello di responsabilizzare colui che ha commesso il fatto, e dall’altra di riparare, per quanto possibile, la vittima, in modo che essa ricostruisca la dignità che era stata messa in crisi dalla commissione del reato».

Il perdono responsabile

La parola «responsabilizzare» ci fa tornare alla mente il titolo del libro di Colombo: Il perdono responsabile. E allora gli domandiamo: «In che modo si legano i due termini, perdono e responsabilità?». «Il perdono è la disponibilità a riallacciare una relazione interrotta sulla base di una duplice responsabilità. Il perdono in primo luogo non è amnesia, cancellazione del passato, ma anzi presuppone una consapevolezza sicura di ciò che è successo. Data questa consapevolezza il perdono è la disponibilità al recupero di una relazione che si era interrotta con la fiducia che anche dall’altra parte ci sia la medesima disponibilità. Non è uno scambio. Ciascuna delle due parti ha una disponibilità unilaterale. Quindi il perdono coinvolge la responsabilità della persona».

Leggendo la Bibbia

Colombo ci racconta che il suo percorso di avvicinamento al tema della giustizia riparativa è stato lungo: «Ho fatto per più di tre decenni il magistrato. All’inizio della mia attività la mia convinzione era che il carcere fosse utile per assolvere a una funzione educativa, in un quadro di rispetto per la persona. Poi però progressivamente ho riflettuto, ho letto, e ho avuto l’esperienza degli effetti del carcere. L’approfondimento teorico da una parte e l’osservazione della pratica dall’altra». Nel breve riassunto delle tappe del suo percorso, Colombo cita la lettura di Eugene Wiessnet, un gesuita che nel 1960 pubblicò un libro dal titolo Pena e retribuzione nel quale aveva fatto un’analisi del rapporto tra trasgressione e retribuzione nelle Scritture. Infatti, nel leggere il libro di Colombo, siamo rimasti molto colpiti dall’abbondanza dei riferimenti biblici: «Per me è molto importante vedere come ci sia stata un’evoluzione. L’idea retribuzionista parte dalla convinzione che Dio sia un giustiziere, che punisce. La credenza che questo sia il messaggio delle Scritture è piuttosto diffusa. Io penso che ce ne sia un altro. Non solo nel nuovo testamento, ma anche nel vecchio. Nella misura in cui Dio è un Dio amoroso».

Passi concreti, partendo da un’amnistia

Toiamo al piano pratico: nonostante alcune esperienze positive abbiano iniziato a diffondersi, soprattutto in ambito minorile, la giustizia riparativa in Italia è decisamente distante dalla sua realizzazione. Quali passi concreti si possono fare?

«Se vogliamo parlare della situazione attuale, io credo che adesso, vista la condizione di vita delle persone che stanno in carcere, una prima soluzione sia quella di prevedere un’amnistia per i reati di minore gravità. Finché sono così tante le persone in carcere credo che sia impossibile che esse vivano in modo dignitoso, o comunque nei modi suggeriti dalla nostra Costituzione. Ci sono molte persone che stanno in carcere pur non essendo per niente pericolose. Poi credo che sarebbe necessario stimolare la creazione di un sistema di giustizia riparativa, come del resto ci è richiesto dall’Unione europea2: noi siamo inadempienti nei confronti dell’Ue sotto questo profilo. Bisognerebbe che si ricorresse, da parte di chi ha il potere di farlo, molto più frequentemente alle misure alternative piuttosto che non alla detenzione in carcere. Sarebbe però soprattutto necessario operare sul piano culturale, sul piano dell’educazione. Educazione diretta non all’obbedienza, come generalmente succede, ma diretta all’elaborazione di una capacità di gestire consapevolmente, responsabilmente la propria libertà».

Luca Lorusso

Note:

1 - «Quel che faccio più di tutto è girare per l’Italia, nelle scuole e nei circoli, a parlare di giustizia e della relazione tra regole e persone e di come questa relazione influisca sulla vita pratica di ciascuno di noi. […] Ho fatto il magistrato per oltre trentatré anni. […È] progressivamente maturata in me la convinzione che per far funzionare la giustizia fosse necessaria una profonda riflessione sulla relazione tra i cittadini e le regole».
www.sulleregole.it.

2 - È vincolante per gli stati membri dell’Ue la Decisione quadro 2001/220 GAI (sostituita dalla Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del consiglio del 25 ottobre 2012) sull’uso della mediazione nelle cause penali.

 
        Il piano pratico. L’inutilità del sistema.                             

Testo tratto e adattato dai cap. 10 e 11 di G. Colombo, Il perdono Responsabile, in cui l’autore elenca alcuni luoghi comuni da sfatare.

1- I detenuti fanno una bella vita. I detenuti (64.758 al 30 settembre 2013, stipati in carceri con capienza di 47.615 posti, ndr.) vivono 22 ore al giorno in celle piccole e sovraffollate, insieme a persone non scelte, a volte arroganti, problematiche, violente. Solo il 13% di loro lavora. Il tempo non passa mai. Possono avere sei colloqui al mese, di un’ora ciascuno, coi famigliari, sotto gli occhi delle guardie, senza intimità alcuna. I colloqui con persone non famigliari sono rare eccezioni. Le condizioni disumane del carcere sono confermate dal numero annuale di suicidi: uno su mille (0,1%, mentre tra le persone libere è 1 su 200mila, lo 0,0005%), di tentati suicidi: uno su cento (1%), di atti di autolesionismo: uno su dieci (10%).

2- La certezza della pena: «Chi ha commesso un omicidio, dopo due giorni è fuori». Non bisogna fare confusione tra la custodia preventiva e la detenzione dopo la condanna. Prima della condanna non si può essere incarcerati senza motivi validi, senza comprovata pericolosità. Quando la condanna è definitiva, la pena si sconta secondo regole prestabilite: quindi è «certa». Le pene alternative sono concesse (dove le risorse lo consentono) solo a persone non pericolose e disposte alla rieducazione. Gli errori sono rari, tanto che fanno quasi sempre notizia. Non è frequente che torni a delinquere chi ha usufruito delle misure alternative al carcere: la recidiva di questi è del 20% contro il 68% di recidiva delle persone che hanno scontato la pena in cella. A giugno 2011: dei 67.394 detenuti, solo 17.582 usufruivano di misure alternative. La pena è certa, ma la certezza non serve ad aumentare la sicurezza dei cittadini perché in carcere si è spesso «dis-educati» a una vita sociale sana.

3- La pena è utile come deterrente. Se si vede che alla violazione segue la pena, per paura della sofferenza della punizione, ci si astiene dal violare la legge. Deterrenza e intimidazione sono inadeguate a stimolare il rispetto della dignità propria e altrui, e quindi delle regole. Incutere paura insegna a obbedire (ostacolando il discernimento e la libertà). L’obbedienza obbliga ma non convince, e se una regola è rispettata per obbligo, il suo rispetto viene meno appena manca il controllo. Quasi tutti rispettiamo le regole perché le condividiamo, non perché temiamo la sanzione. Un killer della mafia non si lascia intimidire. Un tossicodipendente che fa rapine nemmeno, perché ha bisogno della droga. Un omicida per raptus non si ferma per il timore del carcere. Infine la minaccia della pena non intimidisce anche perché la gran parte dei trasgressori sfuggono alla sanzione: solo l’8% delle denunce sono seguite da condanne.

4- Bisogna aumentare il sistema repressivo. Sarebbe un costo insostenibile: più polizia, magistrati, caserme, palazzi di giustizia, processi, carceri, ecc. E poi creerebbe un vero e proprio stato di polizia in cui tutti sarebbero sottoposti a esasperanti controlli. Tutta la vita sociale si bloccherebbe. Non bisogna aumentare la repressione ma diminuire la devianza.

5- I carcerati sono tutti pericolosi. Il carcere attualmente colpisce sia pericolosi che non. A fine 2009 i detenuti «comuni» erano 50mila contro i detenuti «pericolosi» che erano 9mila. A metà 2008 ben 14.743 detenuti sui 55.057 allora reclusi erano tossicodipendenti. Al 30 settembre 2013 solo il 62% dei detenuti aveva una condanna definitiva (il 19% erano in attesa di primo giudizio, un altro 19% erano condannati in primo e secondo grado). Questa iper-carcerazione è costata 29 miliardi di Euro tra il 2000 e il 2010. In più, la nostra cultura esclude non solo i carcerati, ma anche gli ex detenuti, i quali non trovano lavoro, casa, affetti, ecc. ricadendo in nuovi reati.

6- «Ci vorrebbe la pena di morte». Tutti i dati riguardanti la pena capitale mostrano in modo inequivocabile che è inefficace: prova ne sia che negli Usa, paese con popolazione 5,2 volte superiore all’Italia, gli omicidi sono 28 volte più numerosi.

7- «Col carcere almeno si fa giustizia e le vittime sono soddisfatte». Il sistema retributivo non ripara la dignità della vittima. La sofferenza imposta al reo con il carcere procura solo il soddisfacimento dell’istinto di vendetta. La vittima non viene aiutata a superare il trauma, a recuperare l’integrità perduta.

8- «Allora lasciamo circolare liberamente le persone pericolose?». No. Chi è pericoloso deve essere separato, ma la separazione dovrebbe essere mirata a prevenire l’effettiva pericolosità. Mentre solo una piccola percentuale dei detenuti oggi reclusi (circa il 20%) è effettivamente pericolosa. Non è logico, né utile ricorrere al carcere anche per chi non lo è. Nei confronti di chi è pericoloso, la limitazione della libertà di movimento deve però essere modellata caso per caso, e non deve essere accompagnata dalla limitazione, o addirittura esclusione, delle altre libertà fondamentali che non comportino pericoli per la società: il diritto allo spazio vitale, alla salute, all’affettività, all’informazione, al lavoro, all’istruzione.

Luca Lorusso
Il perdono responsabile

Ci può dire in sintesi qual è il contenuto del suo libro? «Il libro si muove su diversi livelli. Il primo è un approccio di tipo più “filosofico”: quali sono le incoerenze della pena rispetto al riconoscimento della vita e dignità della persona? Segue un breve excursus storico sulla cultura retributiva, per arrivare a un’analisi dell’inadeguatezza del carcere così com’è, e quindi della punizione, della sofferenza imposta, per raggiungere lo scopo. Il percorso del libro si conclude con la proposta di una possibile alternativa: quella della giustizia riparativa».

In sintesi, la pena:

• toglie o limita a chi la subisce diritti fondamentali connaturati alla dignità della
persona;
• non svolge funzioni di prevenzione generale (le persone
commettono reati anche se vengono minacciate pene elevate);
• non svolge funzioni di prevenzione speciale (non evita che
persone colpevoli di reati ne commettano altri);
• non serve a riabilitare i rei, visto l’alto tasso di
recidiva;
• ha un peso economico elevato (dal 2000 al 2010 il sistema
penitenziario è costato all’Italia 29 miliardi di Euro);
• non ha capacità riparative nei confronti della vittima.

Luca Lorusso




Giustizia riparativa 1 – Introduzione. Quando al centro c’è la persona

Rispondere ai delitti senza commettee altri.

Introduzione:
Quando al centro c’è la persona.

Venti pagine di dossier per
parlare poco di carceri (nonostante nel mondo siano ben 10,1 milioni le persone
detenute1) e molto di giustizia e dignità. In cerca di risposte alla
domanda che da millenni assilla l’uomo: «Come rispondere a un delitto senza
commettere un altro delitto?».

Normalmente, quando si
parla di giustizia, la prima immagine che viene in mente è quella del carcere.
I mass media in genere affrontano il tema «giustizia» contando gli anni «dati»
al colpevole di tuo.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di carceri: a
maggio 2014 l’Italia verrà sanzionata dall’Europa se nel frattempo non rimedierà
alle condizioni disumane in cui vivono quasi 65mila persone, stipate in centri
detentivi che possono ospitae 47mila. Il nostro paese è stato condannato
dalla Corte di Strasburgo (quella che nel Consiglio d’Europa vigila sui diritti
umani) per violazione grave e sistematica del divieto di trattamenti inumani e
degradanti, divieto legato direttamente al diritto alla vita. Per scuotere il
Parlamento dall’inerzia, il presidente Napolitano, per la prima volta in 7
anni, l’8 ottobre scorso, ha inviato alle Camere un messaggio nel quale uno dei
passaggi più importanti era l’invito a «ricorrere il più possibile alle misure
alternative alla detenzione e a riorientare la politica penale verso il minimo
ricorso alla carcerazione». Purtroppo in quei giorni si è parlato quasi
esclusivamente, e in forma spesso oppositiva e strumentale, delle «misure
d’emergenza» (indulto e amnistia), e non del fatto che gran parte del problema
del sovraffollamento delle carceri dipende dalle scriteriate politiche
iper-carcerarie degli ultimi anni che, ancora oggi, fanno andare in galera
molte persone non pericolose.

Di giustizia, e non di carceri

In questo dossier parleremo di giustizia senza mettere
il fuoco dell’attenzione sul tema delle carceri, nonostante la sua grande
importanza e la sua urgenza. Riteniamo infatti fondamentale una riflessione più
ampia, che non dia per scontato che la parte più importante del «fare giustizia»
sia la punizione, che provi a mettere in dubbio l’idea di poter «educare al
bene attraverso il male» (rieducare, risocializzare un «delinquente» attraverso
la sofferenza dell’esclusione, della carcerazione).

Abbiamo ascoltato alcune voci di esperti che ci hanno
messo in questione: qual è la nostra idea di persona? È la persona al servizio
della legge, dell’ordine? Oppure è l’ordine al servizio della persona? Domanda
che assomiglia a quella evangelica: l’uomo è stato fatto per il sabato, o il
sabato per l’uomo (cf. Mc 2, 27)? La persona ha un suo valore, una sua dignità
in sé, oppure solo in relazione a ciò che fa (bene o male)?

Negli ultimi decenni una nuova idea e pratica di
giustizia ha iniziato a diffondersi nel mondo: la giustizia riparativa, o
restaurativa. Essa risponde alle domande poste sopra affermando che la persona
ha valore in sé, che non può essere lo strumento, ma il fine, come dicono la
Costituzione italiana e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Essa
esclude che il compito principale della giustizia sia quello di punire, e
afferma, al contrario, che debba restaurare la persona, vittima e colpevole,
insieme alla comunità, alla società (attraverso l’ascolto, l’inclusione, la
responsabilizzazione).

«Dov’è Abele, tuo fratello?»

Tra «gli esperti» interpellati, oltre all’ex magistrato
Gherardo Colombo e alla docente della Cattolica professoressa Claudia
Mazzucato, c’è anche padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, alle
cui parole affidiamo le ultime righe di questa introduzione: «“Il Signore
impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse”. La pagina
splendida della Genesi al capitolo 4, in una quindicina di righe ci offre
l’affresco più coinvolgente della storia dell’umanità. Non c’è campo per la
vendetta. Il Dio della vita si fà garante dell’assassino, ma non dimentica la
vittima, e ci dice, allora come oggi, che i fratelli sono due e di tutti e due
ci dobbiamo fare carico.

Se pensiamo solo al carcerato e ci interessiamo solo di
lui, potremmo fare la fine del medico che spera non finiscano mai gli ammalati
per non rimanere senza nulla da fare. Il primo compito di un vero operatore
sanitario è di prevenire la malattia. Così il compito principale della
giustizia è di prevenire la devianza. Per fare questo, tra le altre cose, si può
vedere se ci sono delle alternative al carcere.

Quando qualcuno commette un delitto, egli va
innanzitutto contro una persona, non contro una legge. E la riparazione avviene
quando le due persone tornano a incontrarsi in modo positivo.
Questo è impossibile? È un’utopia?
La persona, qualsiasi cosa faccia, anche azioni
distruttive, deve stare al centro del nostro interesse. E la persona ha due
volti: della vittima e del colpevole.

Lo scopo della società è quello di recuperare le persone
in quanto vittime ferite da una azione ingiusta, aiutandole a superare la
“schiavitù” del rancore e del desiderio di vendetta. Allo stesso tempo è quello
di fare in modo che la persona colpevole che ha provocato dei danni senta di
essere capace anche di azioni positive.

Allora la giustizia non serve per “salvare” la legge, ma
per ricostruire la persona. Di qui la giustizia restaurativa, che non è semplicemente
un’alternativa alla giustizia retributiva o rieducativa, ma una modalità di
intervento sulla conflittualità sociale».

Luca Lorusso
Note:

1 – Dato del maggio 2011 ricavato dalla nona
edizione della World Prison Population List dell’Inteational Centre
for Prison Studies
.


              BIBLIOGRAFIA                              
– G. Colombo, Il perdono responsabile, Ponte alle grazie, Milano 2011;
– C. Mazzucato, Appunti per una teoria ‘dignitosa’ del diritto penale a
partire dalla restorative
justice, in Dignità
e diritto. Prospettive interdisciplinari, Libellula edizioni, Tricase (Le) 2010;
– D. Garland, La
cultura del controllo (2001), Il Saggiatore,
Milano 2004;
– E. Wiesnet, Pena
e retribuzione: la riconciliazione tradita
(1960), Giuffrè, Milano 1987;
– M. Foucault, Sorvegliare
e punire (1975), Einaudi, Torino
1993;
– I. Marchetti e C. Mazzucato, La
pena in «castigo». Un’analisi critica su regole e sanzioni, Vita e Pensiero, Milano 2006;
– G. Mannozzi, La
giustizia senza spada, Giuffrè, Milano 2004;
– P. Massaro, Dalla
punizione alla riparazione, Franco Angeli, Milano
2012;
– Pena, riparazione e riconciliazione, Atti del convegno di studi. Como 2005, Insubria
University Press, Varese 2007;
– Howard Zehr, Changing
Lenses. A New Focus for Crime and Justice,
Herald Press, Scottsdale, 1990;
– C. M. Martini, G. Zagrebelsky, La domanda di giustizia, Einaudi, Torino 2003.
– Film: One Day After Peace, di Erez Laufer e Miri Laufer, Israele-Sudafrica
2012.
Hanno contribuito a questo dossier

Annalisa Zamburlini
Dottoranda in Sociologia e
metodologia della ricerca sociale presso l’Università Cattolica di Milano. Nel
2010 si è laureata con una tesi dal titolo «Il Parents
Circle – Families Forum israelo palestinese,
un’esperienza di giustizia riparativa?».

Carolina Bedoya
Maya

Dottoressa in Scienze politiche e
relazioni inteazionali e in Scienze per il lavoro sociale e per le politiche
di welfare con una tesi dal titolo «Colombia: tentativi di porre fine al
conflitto tra Transitional
Justice e Restorative justice».

Gherardo
Colombo

Pubblico ministero presso la Procura
di Milano dal 1989 al 2005, poi giudice di Cassazione, ha lasciato la
magistratura nel 2007. È oggi presidente della casa editrice Garzanti.

Claudia
Mazzucato

Docente di Diritto penale e
penale minorile all’Università Cattolica. È stata co-fondatrice dell’Ufficio
per la Mediazione penale di Milano. Dal 2002 partecipa a vari progetti di
ricerca e programmi di formazione nazionali e inteazionali sulla giustizia
riparativa.

Gianfranco
Testa
Missionario della Consolata, ha
prestato il suo servizio missionario in diversi contesti dell’America Latina.
Attualmente è impegnato in Italia.

Coordinamento editoriale
Luca
Lorusso, redattore di MC.

 

Luca Lorusso e altri




Edith Stein

Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, è
una delle figure più straordinarie, affascinanti e complesse del ‘900, sia per
la traccia indelebile che, nel solco di Edmund Husserl, ha lasciato nella
storia della filosofia, sia per la sua straordinaria avventura umana e
spirituale, che la portò dall’ateismo alla conversione radicale al
cattolicesimo e alla scelta vocazionale del Carmelo, alla conclusione della sua
esistenza nelle camere a gas di Auschwitz. Nel 1999 Giovanni Paolo II la
dichiarò compatrona d’Europa, insieme alle sante Caterina da Siena e Brigida di
Svezia.


Di fronte a una testimone così
autentica sono un po’ in difficoltà. Innanzitutto ti devo chiamare Edith o con
il nome da carmelitana, Teresa Benedetta?

Rimanendo
in ambito familiare preferisco Edith, anche perché Teresa Benedetta della Croce
è un nome molto impegnativo che suggella un cammino di ricerca della verità che
caratterizza tutta la mia vita.

Edith, dove sei nata? Da che
famiglia provieni? Com’è stata la tua infanzia?

Sono
nata il 12 ottobre 1891 a Breslavia, città della Germania nella regione della
Slesia, ultima di 11 figli di una famiglia della borghesia ebraica cittadina.
Sono nata proprio il giorno di Yom Kippur, la festa ebraica più
importante.

Mio
papà, che aveva un’impresa per il commercio del legname, purtroppo morì quando
avevo solo due anni; mia madre, rimasta sola, donna molto religiosa, caparbia e
tenace, si rimboccò le maniche e riuscì ad accudire la famiglia e a portare
avanti l’azienda. In questo suo spendersi in favore degli obblighi familiari e
delle necessità dell’impresa, non trovò il tempo necessario per infondere a noi
figli una fede vitale.

E così, fosti travolta dagli
eventi familiari e da una prospettiva di vita in cui Dio era assente?

Non
solo smarrii ogni riferimento a Dio, ma durante la mia adolescenza smisi, in
piena coscienza e con libera scelta, di cercare ogni riferimento al
trascendente, al divino, al mistero, quindi cessai di pregare.

E con la scuola come andò?

Bene,
trascorsi i miei anni di gioventù studiando senza fatica; conseguii
brillantemente la maturità, studiai assiduamente germanistica e storia, ma ciò
che mi attirava di più era la filosofia. Per questo, nel 1913 mi recai a Göttingen,
in Sassonia, per frequentare le lezioni universitarie di Husserl, il più
illustre dei filosofi tedeschi del tempo, e ne rimasi letteralmente
conquistata, conseguendo la laurea in filosofia con lui, divenni sua discepola
e sua assistente alla cattedra di filosofia, entrai a far parte inoltre dell’«Associazione
prussiana per il diritto femminile al voto».

Eri una femminista «ante litteram»!

Fatte
le debite proporzioni sì, anche se l’insegnamento di Edmund Husserl aveva il
sopravvento un po’ su tutto il mio modo di pensare.

Ma cos’è che aveva Husserl di
tanto affascinante?

Egli
attirava il pubblico illustrando un nuovo concetto di verità: l’esistenza del
mondo – secondo Husserl – veniva percepita non solo in maniera kantiana, ovvero
quello che noi chiamiamo percezione soggettiva, ma la sua filosofia portava a
una visione molto concreta della vita e della storia, definita come un «ritorno
all’oggettivismo». La conseguenza indiretta del suo modo di intendere
l’esistenza umana fu che molti studenti ritornarono alla (o scoprirono la) fede
cristiana.

Se non erro, gli anni in cui
frequentavi i corsi di Husserl coincisero con l’inizio della Prima Guerra
Mondiale.

È
vero, in quel periodo dedicai molto tempo allo studio universitario, ma lo
scoppio della guerra mi spinse a frequentare un corso di infermieristica e a
prestare servizio in un ospedale militare. Nel 1916 seguii Husserl a Friburgo,
dove conseguii la laurea con una tesi Sul problema dell’empatia,
premiata summa cum laude. Ma di fronte al dramma della guerra, a una
tragedia che toccava tanti uomini e donne, tante famiglie e tanti popoli,
cominciai a leggere per trovare il senso di tutto quello che avveniva nel mio
paese e sullo scenario europeo.

Ritornasti ancora a Breslavia
nella tua città?

Sì,
e mi misi a scrivere saggi di discipline umanistiche e a leggere
disordinatamente tutto quanto mi capitava sotto mano, che avesse in qualche modo
attinenza con la filosofia. Lessi Kierkegaard, Newmann, Ignazio di Loyola…
finché una sera in casa di amici trovai l’autobiografia di santa Teresa
d’Avila, la lessi in una notte, quando richiusi il libro dissi a me stessa: «Questa
è la verità». Qualche anno più tardi, il 1° gennaio 1922, ricevetti il
battesimo e qualche settimana dopo lo comunicai a mia madre. Mi recai a
Breslavia e non appena entrai in casa le dissi: «Mamma, mi sono convertita alla
fede cattolica». Con queste parole mi accorsi che le davo un dispiacere, ma
subito dopo ci abbracciammo piangendo lungamente.

Cosa provavi dopo questo passo,
vivendo una condizione di vita praticamente nuova.

Mano
a mano che Dio si era impossessato del mio cuore, sentivo crescere dentro di me
una forza che mi spingeva a uscire da me stessa per dedicarmi sempre più agli
altri. Un impegno questo che cercavo di svolgere pienamente in ambito
accademico.

Intanto sulla Germania calava una
luce sinistra: l’ideologia nazista che proprio in quegli anni prendeva il potere.

Avvertii
subito l’odio che i seguaci di Hitler nutrivano verso gli ebrei, e l’incessante
ripetere che la razza ariana doveva liberarsi dai corpi estranei della società
tedesca identificati soprattutto in coloro che erano di religione ebraica, mi
fece capire più che mai che dovevo rendere testimonianza non solo della mia
fede, ma anche del popolo a cui appartenevo.

Subisti conseguenze in questo
senso?

Mi
fu tolta la facoltà di insegnamento in tutte le scuole della Germania; dentro
di me avevo preso la decisione di farmi carmelitana. Andai a casa a salutare i
miei e ancora una volta l’incontro con mia mamma fu struggente e pieno di
sofferenza, in quanto lei, donna dell’antico popolo d’Israele, vedeva la figlia
sua entrare a far parte della Chiesa cattolica, una cosa che per quanto si
sforzasse di capire non gli riusciva di intendere pienamente.

Come fu il tuo ingresso tra le
carmelitane.

Il
14 ottobre 1933 entrai nel carmelo di Colonia e il 14 aprile dell’anno successivo
ci fu la cerimonia della mia vestizione. Da quel giorno la mia nuova vita fu
segnata da un nuovo nome: suor Teresa Benedetta della Croce. Il 21 aprile del
1935 presi i voti temporanei. Nel settembre del 1936 mia madre morì e avvertii
chiaramente che l’avevo al mio fianco come fedele assistente per giungere alla
meta, il cui traguardo lei aveva già superato. Il 21 aprile 1938 feci la mia
professione perpetua con voti solenni; per l’occasione feci stampare
sull’immaginetta distribuita ai presenti le parole di san Giovanni della Croce:
«La mia unica professione d’ora in poi sarà l’amore».

Un programma di vita impegnativo
di fronte all’odio contro gli ebrei che divampava in Germania e in gran parte
d’Europa, alimentato dalla propaganda nazista.

Sì!
Effettivamente i nazisti fecero di tutto per annientare il popolo di Israele,
bruciarono sinagoghe, rinchiusero gli ebrei nei ghetti e sparsero terrore fra
la mia gente. Per questo i superiori decisero che non potevo più stare in
Germania: la notte di capodanno del 1938 fui portata nel monastero delle
carmelitane di Echt, in Olanda. Lì non si respirava la tensione che c’era in
Germania, ma quando l’Olanda venne invasa dalle truppe naziste si ripresentò il
volto truce e demoniaco della svastica. Presi così coscienza che dovevo
compiere fino in fondo la volontà di Dio con una «Scientia crucis» (la
scienza della croce) che aveva caratterizzato il mio nome dal momento
dell’entrata nel Carmelo. Dal profondo del cuore pronunciavo incessantemente: «Ave,
Crux, spes unica
» (ti saluto, croce, nostra unica speranza).

A Echt ti raggiunse tua sorella
Rosa che, seguendo le tue orme, si era convertita al Cattolicesimo ed era
diventata Carmelitana.

Sì!
Ma fummo scovate dai nazisti, i quali irruppero il 2 agosto 1942 nel nostro
monastero e ci avviarono al campo di raccolta di Westerbork, da dove il 7
agosto fummo messe sul treno insieme a migliaia di altri deportati destinati
alle camere a gas di Auschwitz.

E ad Auschwitz fosti inghiottita
dall’olocausto che si compiva sul popolo d’Israele.

Giunta
ad Auschwitz mi prodigai per tutte le persone del mio popolo che erano in preda
alla disperazione e allo sconforto. Mi occupai soprattutto delle donne,
consolandole, cercando di calmarle e avendo cura dei più piccoli.

Il
9 di agosto suor Teresa Benedetta della Croce, insieme a sua sorella Rosa e a
molti altri ebrei, venne avviata alle camere a gas del campo di sterminio, dove
trovò la morte, una sorte toccata a sei milioni di ebrei e che noi oggi
ricordiamo col termine Shoah.

Ebrea
per nascita, cristiana per scelta, dopo un lungo cammino di ricerca, elevandosi
alle più alte vette della spiritualità delle due religioni che tanto avevano
inciso nella sua esistenza, è diventata esempio affascinante e luminoso per
quanti cercano la verità con amore tenace e coraggioso. Il 1° maggio 1987
Giovanni Paolo II nel duomo di Colonia, nella cerimonia liturgica di
beatificazione dichiarò che era: «Una figlia d’Israele, che durante le
persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede e amore al Signore crocifisso
Gesù Cristo, quale cattolica, e al suo popolo, quale figlia d’Israele”.

Don Mario Bandera – Direttore Missio Novara

Mario Bandera




Faccia da poker: il gioco d’azzardo (seconda parte)

Giocare
d’azzardo può diventare molto pericoloso. Per sé, per i propri familiari, per
la società. Come si diventa «malati di gioco»? Chi è più a rischio? Come si può
guarire?

Poker Face, faccia da poker. Il titolo della famosissima canzone
di Lady Gaga sintetizza in due sole parole gli aspetti, che caratterizzano un
giocatore incallito. Certamente si tratta di un’esagerazione, poiché
esteriormente non ci sono elementi per distinguere un giocatore da chi non
gioca, tuttavia diversi studi sociologici, psicologici e neurobiologici hanno
permesso di individuare nei giocatori compulsivi precise caratteristiche che li
distinguono da coloro che non giocano o che giocano senza dipendenza.

Più perdi, più giochi

Per conoscere meglio i comportamenti legati
al gioco ed alle altre dipendenze degli italiani, nel biennio 2007-08 è stato
condotto a livello nazionale lo studio Ipsad (Italian Population Survey on
Alcohol and other Drugs
), un’indagine statistica («di prevalenza»)
effettuata mediante la distribuzione di un questionario per raccogliere
informazioni sui comportamenti di dipendenza (addiction) nella
popolazione generale, secondo gli standard metodologici definiti dall’«Osservatorio
europeo sulle droghe e tossicodipendenze» (Emcdda) di Lisbona. In particolare
per quanto riguarda il gioco sono state raccolte informazioni sull’abitudine a
giocare denaro, sull’intensità della propensione al gioco, sul «gioco d’azzardo
patologico» (Gap, o ludopatia), secondo la scala Canadian Problem Gambling
Index Short Form
. Da questa indagine è emerso che il giocatore una
tantum
è uomo, tra i 25 ed i 44 anni, con un livello di istruzione medio
alto, vive da solo o con amici e ha un lavoro affermato (imprenditore
dirigente, ecc). Giocano meno le casalinghe, i pensionati e le persone con
figli oppure i commercianti e i liberi professionisti. Sostanzialmente è emerso
che un livello socio-economico alto è maggiormente associato al gioco
d’azzardo. Però sono le persone con un basso livello economico ad essere più
frequentemente giocatori problematici. Sono inoltre state riscontrate
significative correlazioni tra il gioco d’azzardo ed il consumo di alcol, di
fumo e/o di droghe. Inoltre il gioco è spesso associato a varie tipologie di
comportamento aggressivo e talora alla pregressa perdita di denaro o di oggetti
di valore.

Nello studio è stato chiesto alle persone
quanto disapprovino chi gioca e quanto pensino sia rischioso giocare. Si è
visto che nei giocatori è presente una minore percezione del rischio del gioco
e una minore disapprovazione.

Un fenomeno diffuso è la «rincorsa della
perdita», cioè molti giocatori problematici tornano spesso a giocare per
tentare di recuperare il denaro perso.

Per quanto riguarda la diffusione
dell’abitudine al gioco a livello nazionale, si gioca di più nel Sud Italia,
soprattutto in Molise, Campania e Sicilia, mentre le regioni in cui si gioca
meno sono risultate la Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige. 

Tra i giochi, che vanno per la maggiore, le
macchine elettroniche (slot machines) rappresentano quasi la metà del
comparto dei giochi pubblici e sono seguite, come volume d’affari, dal
superenalotto, dalle lotterie istantanee e telematiche, dalle scommesse
sportive ed infine dal bingo.

Chi gioca

La partecipazione a diverse tipologie di
giochi per un giocatore è risultata essere un forte indizio di gioco d’azzardo
patologico già in atto o futuro.

Si è visto inoltre che i giochi che
foiscono un feedback immediato attraggono maggiormente rispetto agli
altri, quindi danno più facilmente dipendenza. Tra questi sicuramente vanno
annoverati i videopoker, che presentano due importanti caratteristiche: in
primo luogo, l’affrettata ripetitività del tentativo successivo, che non
consente di rielaborare il gioco precedentemente effettuato ed in secondo
luogo, l’esiguità della singola giocata, che abbassa la soglia di percezione
del danno derivante dal gioco.

Come già spiegato (Gratta e perdi,
MC, maggio 2013), un’analoga indagine, denominata Espad (European
School  Survey Project on Alcohol and
Other Drugs
: www.espad.org) è stata effettuata sugli studenti italiani
delle scuole superiori. In questo studio è stato osservato che i ragazzi con
comportamenti a rischio (uso o abuso di sostanze psicoattive, legali e non;
rapporti sessuali non protetti, ecc.), quelli che hanno avuto guai con le forze
dell’ordine o che spendono più di 50 euro la settimana senza il controllo dei
genitori, hanno maggiori probabilità di diventare giocatori problematici. Altre
caratteristiche favorenti il vizio del gioco tra i giovani sono: avere amici o
fratelli, che fanno uso di alcol e/o droghe, andare spesso in giro con amici,
giocare con frequenza col Pc ed i videogiochi, navigare in internet, uscire
spesso la sera, stare davanti alla tv più di 4 ore al giorno, avere perso più
di 3 giorni di scuola nell’ultimo mese senza motivo, essere stati coinvolti in
incidenti, avere avuto gravi problemi nei rapporti con i genitori o con gli
insegnanti, essere fumatori, avere avuto un rendimento scolastico scadente. Per
contro, sono meno a rischio di diventare giocatori i ragazzi con genitori, che
sanno con chi escono i figli, quelli che leggono per piacere, che praticano
hobbies, che si prendono cura della casa, di persone o animali, che sono
soddisfatti del proprio rapporto con i genitori e della propria situazione
finanziaria.

Il giocatore patologico

Già nel 1980 il «gioco d’azzardo patologico»
è stato inserito dall’Apa (American Psychiatric Association) nel «Manuale
statistico e diagnostico dei disturbi mentali» (Dsm lll), come una vera e
propria malattia psichiatrica classificata tra i disturbi del controllo degli
impulsi. Nel manuale successivo, il Dsm IV, per definire il giocatore
patologico vengono proposti i seguenti criteri diagnostici, dei quali almeno 5
devono essere contemporaneamente presenti: 1) il soggetto è eccessivamente
assorbito dal gioco d’azzardo (è impegnato continuamente a rivivere le passate
esperienze di gioco, a pianificare le future ed a procurarsi il denaro
necessario); 2) deve giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo
stato di eccitazione desiderato; 3) ha più volte tentato di ridurre o
interrompere il gioco d’azzardo senza successo; 4) è irrequieto o instabile,
quando tenta di ridurre o interrompere il gioco; 5) gioca d’azzardo per
sfuggire i problemi o alleviare un umore disforico (stati d’ansia, di colpa,
d’impotenza, di depressione); 6) mente ai propri familiari o al terapeuta, per
minimizzare il proprio coinvolgimento nel gioco; 7) ha commesso azioni illegali
come furto, frode, falsificazione, appropriazione indebita allo scopo di
procurarsi il denaro necessario per giocare; 8) ha messo a repentaglio o perso
una relazione importante, il lavoro, la carriera o lo studio per il gioco; 9)
fa affidamento sugli altri per alleviare una situazione economica disperata
causata dal gioco, senza peraltro essere in grado di restituire le somme
ottenute in prestito.

Dentro la malattia

Alcuni studi attribuiscono un ruolo
fondamentale all’impulsività del giocatore, sottolineando una correlazione tra
il Gap e le disfunzioni del controllo degli impulsi. Secondo altre ricerche il
Gap deve essere visto come una vera e propria dipendenza, intesa come un
assoggettamento fisico dell’individuo da parte di una sostanza, che agisce e
modifica il funzionamento chimico dell’organismo. Dato che in questo caso la
sostanza non c’è, ci troviamo di fronte ad una dipendenza senza droga. Secondo
il primo gruppo di studi, il comportamento compulsivo presente nel Gap è una
malattia con basi neuro-fisio-patologiche che colpisce persone particolarmente
vulnerabili per la presenza di fattori individuali, amplificati e slatentizzati
(fatti emergere) da fattori socio-ambientali (si pensi agli stimoli
addizionali, che vengono messi all’interno delle sale da gioco e dei casinò: le
luci, la musica, gli ambienti eccitanti, l’alcol, le evocazioni sessuali). Tra
i fattori individuali vi sono importanti modificazioni dei sistemi cerebrali
come la corteccia pre-frontale (responsabile del controllo dei comportamenti
volontari), la corteccia orbito-frontale ed il giro cingolato (responsabili con
la corteccia pre-frontale del craving, vedi Glossario), il nucleo
accumbens (sistema della gratificazione), il sistema degli oppioidi
endogeni (implicato nella regolazione dell’ansia), l’amigdala estesa
(importante drive dei comportamenti aggressivi e delle sensazioni legate
alla paura), il sistema della memoria residente prevalentemente nell’ippocampo,
che è adibito alla memorizzazione del feedback (l’effetto di un atto o
di un comportamento su colui che l’ha compiuto). Inoltre l’ippocampo è
responsabile della memorizzazione delle decisioni volontarie, della magnitudo e
della durata della gratificazione correlata allo stimolo, della magnitudo e
della durata dell’effetto derivante dal gioco sull’ansia, sulla depressione,
sulla noia e sull’aggressività. In esso vengono anche memorizzati gli impulsi
attivanti il drive emozionale; la memoria stessa può da sola attivare il
drive mediante l’evocazione di ricordi, pensieri e situazioni correlati al
gioco d’azzardo. Infine un’altra struttura molto importante implicata nel
sistema motivazionale è il talamo. Il Gap è anche legato all’importanza che uno
stimolo assume per una persona rispetto al resto. Si è visto infatti che in un
cervello, che ha sviluppato dipendenza, la salienza (importanza attribuita a un
fatto) è estremamente alta rispetto alla norma. In pratica, la persona
dipendente focalizza la sua vita quasi esclusivamente sulla ricerca dello
stimolo, che ritiene particolarmente importante o addirittura essenziale.

Oltre alle caratteristiche neurostrutturali,
l’individuo presenta un sistema cognitivo, che si modifica costantemente e si
adatta alle condizioni socio-ambientali, attraverso lo sviluppo di credenze che
sono capaci di orientare fortemente le sue scelte ed il suo comportamento. Tali
credenze, nelle persone affette da Gap, tendono a sconfinare in vere e proprie
distorsioni cognitive, che si sviluppano nel tempo e sono in grado di fissare
il comportamento, nonché di reiterare e rendere permanente la dipendenza.
Queste persone presentano perciò una minore flessibilità mentale (in
particolare nella riformulazione e nell’uso di nuove strategie cognitive) e un
ridotto grado di apprendimento su come operare scelte vantaggiose. La presenza
di una minore flessibilità delle attività cerebrali è stata documentata da
studi di elettroencefalografia, che hanno evidenziato alterazioni importanti
dell’attività cerebrale, che porterebbero a perseverare nell’attività del gioco
d’azzardo, nonostante le conseguenze negative.

Studi di risonanza magnetica funzionale
hanno inoltre evidenziato che nei pazienti affetti da Gap, durante
l’aspettativa della vincita si manifesta un’accresciuta attività del sistema di
ricompensa, mentre dopo la vincita risulta minore, rispetto alla norma,
l’attività nelle aree della gratificazione. E durante il gioco c’è una minore
attivazione delle aree di controllo. Questo sbilanciamento nei giocatori
patologici può fare continuare il gioco d’azzardo.

Le alterazioni neurobiologiche che sono alla
base del Gap sono strettamente correlate all’alterazione dei sistemi di
produzione e di rilascio di vari neurotrasmettitori: dopamina (alti livelli
post-stimolo indicano maggiore effetto gratificante del gioco, rispetto ad
altri stimoli), noradrenalina (alti livelli post-stimolo comportano
intensificazione dell’eccitazione e della ricerca di sensazioni forti),
serotonina (bassi livelli post-stimolo indicano disturbi del controllo degli
impulsi da parte della corteccia pre-frontale), oppioidi endogeni, cioè
beta-endorfine (bassi livelli post-stimolo comportano alterazioni della
ricompensa, del piacere e della sofferenza). Vari studi sperimentali hanno
dimostrato che esiste una base genetica per la disregolazione di questi
neurotrasmettitori.

Elementi neurobiologici  e colpe dello stato

Sulla base delle prove scientifiche sommariamente ricordate, è
evidente che esistono persone più vulnerabili di altre, per le loro
caratteristiche neurobiologiche, quindi a maggiore rischio di dipendenza da
gioco o da sostanze psicoattive. Tali persone dovrebbero essere particolarmente
tutelate dallo stato, che invece è quanto meno corresponsabile della loro
ludopatia, avendo deciso di rimpinguare le proprie casse con i proventi del
gioco d’azzardo.

Rosanna Novara Topino
 

Tipi di Gioco

• Slot machine
• Videopoker
• Giochi da casinò (roulette, giochi di carte, ecc.)
• Gratta e vinci, Nevada, Scopri il numero
• Scommesse sportive (su corse ippiche, partite di calcio,
golf, biliardo)
• Speculazioni sui titoli di borsa
• Keno
• Lotterie
• Bingo
• Tombola

 TIPOLOGIE DI
GIOCATORI D’AZZARDO

• Giocatore sociale: che sa governare gli impulsi
distruttivi, usa il gioco come attività ricreativa e di socializzazione.
• Giocatore problematico: usa il gioco per sfuggire ai
problemi.
• Giocatore patologico: a causa di problemi psichici gioca
per distruggere inconsciamente se stesso e gli altri.
• Giocatore patologico impulsivo/dipendente: è mosso da
impulsi irrefrenabili nell’attività di gioco. 

LE FASI DELLA PATOLOGIA

• Fase vincente:
il gioco è occasionale, con vincite iniziali, che motivano a giocare in modo
crescente, spesso grazie alla capacità del gioco di produrre piacere e di
alleviare tensioni e stati emotivi negativi.

• Fase perdente:
caratterizzata dal gioco solitario, da più denaro investito nel gioco, dalla
nascita di debiti, dalla crescita del pensiero relativo al gioco e del tempo
speso a giocare.

• Fase di
disperazione:
aumenta ulteriormente il tempo dedicato al gioco e
l’isolamento sociale conseguente. I problemi lavorativi, scolastici, familiari
ed economici si ingigantiscono e talora sono la causa di tentativi di suicidio.

• Fase critica:
nasce il desiderio di aiuto, la speranza di uscire dal problema e vengono fatti
tentativi di risoluzione dei problemi lavorativi e socio-familiari.

• Fase di
ricostruzione:
si intravedono miglioramenti nella vita familiare, nella
capacità di pianificare nuovi obiettivi e nell’autostima.

• Fase di crescita:
in cui si sviluppa maggiore introspezione e un nuovo stile di vita lontano dal
gioco.

          GLOSSARIO                                                                 

Beta-endorfine
(oppioidi endogeni): sono sostanze chimiche prodotte dal cervello e dotate di
una potente attività analgesica ed eccitante. La loro azione è simile a quella
della morfina e delle altre sostanze oppiacee. Vengono sintetizzate anche
nell’ipofisi, nel surrene e in alcuni tratti dell’apparato digerente e hanno i
loro recettori in varie zone del sistema nervoso centrale, soprattutto nelle
aree deputate alla percezione dolorifica.

Craving: è un
forte e irresistibile bisogno di assumere una sostanza (o di tenere un certo
tipo di comportamento, come nel caso del gioco). È un desiderio compulsivo, che
diventa fortissimo e irrefrenabile e, se non soddisfatto, può provocare
sofferenza psicologica e fisica, ansia, insonnia, aggressività e altri sintomi
depressivi. Può esserci anche in assenza di dipendenza fisica e può comparire
anche nel momento in cui la persona rientra in contatto con la sostanza oppure
torna in un luogo frequentato quando era dipendente.

Dopamina: è un
neurotrasmettitore della famiglia delle catecolamine. Viene prodotta in diverse
aree del cervello ed è anche un neuro-ormone rilasciato dall’ipotalamo. La sua
principale funzione come ormone è l’inibizione del rilascio di prolattina da
parte dell’ipofisi anteriore, mentre nel cervello ha un ruolo importante in:
comportamento, cognizione, movimento volontario, motivazione, punizione e
soddisfazione, sonno, umore, attenzione, memoria di lavoro e di apprendimento.
Agisce inoltre sul sistema nervoso simpatico, determinando accelerazione del
battito cardiaco e aumento della pressione sanguigna.

Drive emozionale /
amigdala:
funzione di controllo delle emozioni (in particolare della paura)
esercitata dall’amigdala, struttura facente parte del sistema limbico e
localizzata nella parte anteriore del lobo temporale mediale dei due emisferi
cerebrali.

Ippocampo:
struttura cerebrale localizzata nella parte mediale del lobo temporale e
facente parte del sistema limbico. Svolge un ruolo importante nella memoria a
lungo termine e nell’orientamento spaziale.

Noradrenalina:
detta anche norepinefrina, è un ormone sintetizzato dalla midollare del
surrene, ma è anche un neurotrasmettitore prodotto dal sistema nervoso centrale
e simpatico (fibre post-gangliari).

Serotonina: è un
neurotrasmettitore sintetizzato dai neuroni serotoninergici del sistema nervoso
centrale e delle cellule enterocromaffini dell’apparato gastrointestinale. È
principalmente coinvolta nella regolazione dell’umore, del sonno, della
temperatura corporea, della sessualità e dell’appetito. La serotonina è
coinvolta in numerosi disturbi neuropsichiatrici come l’emicrania, il disturbo
bipolare, la depressione e l’ansia. Alcune sostanze stupefacenti come le
amfetamine e l’Mdma in particolare agiscono su questo neurotrasmettitore,
inibendone l’assorbimento. Ciò comporta un accumulo di serotonina nel cervello,
dando luogo, per il tempo dell’effetto della sostanza, a uno stato di
entusiasmo e benessere.

Talamo: è una
struttura situata anteriormente al tronco cerebrale. In esso si trovano nuclei
di sostanza grigia (neuroni) e fibre nervose connesse a grandi aree della
corteccia cerebrale, che esso eccita, attivando la funzione elaborativa dei
contenuti emozionali percepiti dal sistema limbico, con cui è anche connesso.

 
ECCO CHI AIUTA
• Piemonte
Comunità Terapeutica «Lucignolo & Co.», Via Roma 30,
Rivoli (To): Tel. 011 9584849 – Fax: 011 9533056  – 
asl5.ct.rivoli@sert.piemonte.it.

Asl To3, Dipartimento «Patologia delle dipendenze», Viale
Martiri XXX Aprile, 30 Collegno (To);  Tel.
011 4017546 –  Fax: 011 4017480

• Toscana

Sert Arezzo, II Dipartimento delle Dipendenze di Arezzo c/o
, Via Fonte Veneziana 17, Arezzo; Tel. 0575 255943 – Fax: 0575 255942

• Trentino Alto Adige
Siipac, «Società italiana intervento patologie compulsive»,
Via Siemens 29, Bolzano:
Sito: www.siipac.it – E-mail: info@siipac.it

• Veneto

Sert di Mestre, Via Calabria 17, Mestre (Ve), Tel. 041
5440526/31

Sert di Castelfranco Veneto, Via Ospedale, 18 c/o Ospedale  Castelfranco Veneto (Tv) Tel. 0423 732736
La Bussola, Piazza Niello 1, Legnago (Vr), Tel. 349 5826279

• Lazio
Studio Krisis, Roma: www.studiokrisis.it

• Puglia

«Associazione Giocatori Anonimi» c/o Parrocchia San Sabino
di Bari, Tel. 333 6513285

• Sardegna

Sert Cagliari c/o Asl 8 Sardegna, Cagliari, Tel. 070
6096310-6096322

ASSOCIAZIONI

Alea, «Associazione
per lo studio del gioco d’azzardo e del comportamento a rischio».
Associazione Orthos (Siena, Milano, Trieste, Roma).

SITI WEB

• Sos azzardo:
www.sosazzardo.it 
• Associazione
giocatori anonimi:
www.giocatorianonimi.org

 

Rosanna Novara Topino




Micro è bello (e fa bene)

Il 2 luglio del 1971 Paolo VI istituisce la Caritas
Italiana, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana per la
promozione della carità, che formalizza e lancia uno strumento di fatto
presente dal 1969: la microrealizzazione. Oggi, quarantadue anni dopo, le
microrealizzazioni portate a termine sono oltre tredicimila. Viaggio alla
scoperta di un’idea di solidarietà che continua a godere di ottima salute.

Micro azioni per macro valori

1967
– 1970: guerra del Biafra.
Le immagini e le storie di
milioni di persone colpite dal conflitto e dalla fame nella regione
sudorientale della Nigeria fanno il giro del mondo. L’entusiasmo per la
stagione della decolonizzazione – inaugurata nel 1946 in Medio Oriente da
Libano e Siria e nel Sudest asiatico dalle Filippine, mentre a Sud del Sahara
il primato spetta al Ghana di Kwame Nkrumah nel 1957 – lascia progressivamente
il posto alla presa di coscienza che nuovi drammi e crescente povertà stanno
soffocando il sogno di un’umanità pacificata e incamminata verso un avvenire di
benessere e pace per tutti dopo l’immane tragedia della seconda guerra
mondiale.

Il
Terzo mondo, termine che fino a quel momento aveva indicato quasi asetticamente
il blocco di paesi diversi da quelli aderenti alla Nato o al Patto di Varsavia,
diventa sinonimo di povertà, fame e sottosviluppo.

È
in questo contesto che sui bollettini Italia Caritas appaiono analisi in cui si
denuncia che il 30% dell’umanità dispone dell’85% delle risorse, si afferma che
«i poveri non ce la fanno da soli», che la risposta agli squilibri e
ineguaglianze può venire non solo da grandi interventi e cospicui investimenti
ma anche da piccole opere che incidano sul quotidiano e, infine, che nelle
comunità donatrici, così come in quelle riceventi, occorre un impegno politico
nutrito dalla conoscenza dettagliata delle realtà disagiate per intervenire
davvero sulle cause strutturali e non solo sui sintomi della povertà. La rete
che rende possibile la comunicazione fra le comunità è costituita da Caritas
italiana, Caritas diocesane e parrocchiali, che fanno da ponte fra i gruppi
umani coinvolti nel Nord e nel Sud del mondo e favoriscono uno scambio in
entrambe le direzioni.

La
microrealizzazione, recita il sussidio «Micro azioni per macro valori» della
Caritas (EDB, 2011), si configura come «la messa in opera, in loco, di
un’iniziativa intesa a risolvere con rapidità alcuni bisogni contingenti di una
piccola comunità» e «destinata a sviluppare sul piano umano e sociale il
livello di vita delle persone, delle comunità e quindi di tutto il territorio».
Dal punto di vista di chi dona, non si tratta di semplice «slancio emotivo e
contingente», ma di «crescita nella comprensione della carità che […] è sempre
necessaria come stimolo e completamento della giustizia». Ecco perché gli
elementi fondanti della microrealizzazione (termine sostituito progressivamente
dalla più «tecnica» definizione di «microprogetto») sono la relazione solidale
diretta fra due comunità – una, nel Sud del mondo, che chiama, e una, nel Nord,
che risponde – e l’educazione alla mondialità, che fornisce quelle informazioni
e conoscenze grazie alle quali si supera l’elemento puramente emotivo e si
percepisce la solidarietà come impegno nei confronti di altri inquilini della «casa
comune»: il mondo. Tutti siamo responsabili di tutti, scrive Giovanni Paolo II
nell’enciclica Sollicitudo rei socialis del 1987, come a voler
sintetizzare proprio questa idea.

Il
povero, dunque, non è più qualcuno che passivamente riceve aiuto e assistenza,
ma una persona che realizza la sua dignità in una comunità capace di individuare
i propri problemi, proporre soluzioni e mettersi in contatto con un’altra
comunità in grado di mobilitare le risorse necessarie per attuare quelle
soluzioni, in una collaborazione il cui obiettivo è quello di liberare dal
bisogno, di riparare la barca comunitaria e non solo di tamponare
temporaneamente una falla. Questa spinta dal basso è concepita come elemento
fondamentale anche nel determinare le scelte dall’alto: la consapevolezza dei
meccanismi alla base della povertà, da un lato, e la partecipazione attiva
all’individuazione delle soluzioni, dall’altro, hanno il potenziale di indurre
anche una serie di comportamenti diversi quanto a stili di vita e scelte
politiche dei cittadini e elettori, nel Nord come nel Sud del mondo. Nel
microprogetto, insomma,
carità e giustizia trovano la loro sintesi, sintesi che in tempi più recenti ha
cominciato a concretizzarsi anche attraverso la microfinanza, in particolare il
microcredito: questo tipo di intervento è forse quello che più di tutti
valorizza il beneficiario come persona titolare di diritti e in grado di
assumersi responsabilità di fronte alla propria comunità, che si impegna a
garantire per il singolo coprendo collettivamente i costi di un mancato
rimborso del credito. Non solo. La microfinanza porta con sé una critica
all’attuale economia disumanizzata e incurante dei diritti della persona: la
garanzia, infatti, non è data da un bene che il beneficiario mette a copertura
del credito ricevuto (ad esempio attraverso un’ipoteca sulla casa), ma viene
dal rapporto di fiducia fra il beneficiario e la comunità e fra questa e la
comunità donatrice. L’obiettivo della microfinanza è quella di permettere ai
soggetti cosiddetti non bancabili (che, cioè, non potrebbero avere accesso al
credito delle banche) di disporre comunque di un fondo con cui avviare
un’attività. Tale attività, poi, non ha il solo scopo di garantire il benessere
del beneficiario, ma di migliorare la condizione collettiva di una comunità e
di includere ulteriori persone nell’accesso al credito. La più che
quarantennale esperienza delle microrealizzazioni dimostra che sono proprio gli
anelli più deboli della catena comunitaria ad aver risposto in modo più
soddisfacente alla proposta della microfinanza e ad essee valorizzati: le
donne e i giovani emarginati.

Missioni Consolata Onlus e i microprogetti

Il
microprogetto ha un vantaggio fondamentale rispetto agli altri, più estesi e
complessi, progetti di cooperazione allo sviluppo: è concreto, immediato e più
facilmente gestibile. In un contesto come quello missionario in cui il grado di
conoscenza dei «nuovi» strumenti di solidarietà (nuovi rispetto alla più
classica forma della donazione da parte di un benefattore) varia molto da
contesto a contesto e da missionario a missionario, il microprogetto è il modo
più efficace per coniugare semplicità e rigore e per consentire alle comunità
di acquisire dimestichezza con lo strumento del progetto.

Missioni
Consolata Onlus collabora con Caritas da anni. Solo dal 2010 a oggi sono
quattordici i progetti dei missionari della Consolata che Caritas ha sostenuto
in Africa, Asia e America Latina. Ne passiamo brevemente in rassegna alcuni,
quelli che meglio permettono di illustrare i diversi tipi di intervento.

Il
progetto Emergenza zud ha permesso di assecondare lo sforzo dei
missionari nel sostenere le comunità colpite nel 2010 in Mongolia da un’ondata
anomala di gelo che aveva messo in ginocchio migliaia di persone e il bestiame
da cui queste dipendevano. Si è trattato di un tipo di intervento contemplato
da Caritas, quello appunto di risposta alle emergenze, che però riserva fin da
subito un occhio attento al «dopo» per non creare dipendenza nelle popolazioni
soccorse e per ideare fin da subito strategie di stabilizzazione post-crisi
umanitaria.

Il
progetto Avvio di un allevamento di capre a Monte Santo, Bahia
(Brasile) è un esempio di attività generatrice di reddito impeiata
sull’acquisto e distribuzione di capre a un gruppo di famiglie locali, che si
sono impegnate a fornire come contributo locale i serragli per il bestiame. Nel
medio periodo, l’intenzione è quella di passare dalla produzione di latte per
l’autoconsumo alla vendita a una cornoperativa locale che produce latticini.

Il
progetto Formazione professionale delle ragazze di Bisengo Mwambe,
Kinshasa (RD Congo) ha permesso a sessantadue ragazze congolesi di ricevere
formazione in sartoria e disporre delle macchine da cucire e della stoffa
necessarie per la pratica e la produzione, a fine corso, di manufatti per la
vendita.

Chiara Giovetti

 
L’Opinione
 


Tre domande a Francesco Carloni,


di Caritas Italiana

1. Puoi fare uno o più esempi di microprogetti «di successo»,
cioè piccoli progetti che più di altri hanno generato nella comunità ampie
ricadute innescando meccanismi di consapevolezza e volontà di elaborare autonomamente
soluzioni ai problemi della comunità stessa?

Il primo microprogetto di sviluppo, finanziato e realizzato
nel giugno del 1970, riguardava l’acquisto di materiale e attrezzatura
sanitaria per un reparto di pediatria a Maracha in Uganda; quel piccolo
intervento fu determinante per accreditare l’ospedale nel più vasto circuito
della sanità del paese. Nel 2013 l’ospedale è ancora funzionante, a pieno
regime. Da allora, senza soluzione di continuità, sono stati finanziati oltre
tredicimila microprogetti in quasi tutti i paesi e in oltre la metà delle
diocesi del mondo. Durante questo lungo percorso di cooperazione con le chiese
e le comunità locali, tanti sono stati gli ambiti di bisogno che sono stati
oggetto di microprogetto. Oltre ai tradizionali settori d’intervento, come
l’acqua, l’agricoltura, la sanità, negli ultimi anni molte delle richieste
pervenute hanno avuto come oggetto il lavoro.

Mi chiedi alcuni esempi: in Paraguay, con un finanziamento
di 3.200 euro, 15 famiglie indios trasferitesi a Ciudad del Este hanno
acquistato 10 carretti per intraprendere autonomamente la raccolta di carta e
ferro ottenendo in pochi mesi un aumento significativo del proprio reddito. In
Guinea Conacry, con 4.500 euro, 50 detenuti della prigione di Zérékoré hanno acquistato
attrezzature e materiali per avviare un laboratorio che produce sapone per il
mercato locale. In Vietnam 200 famiglie, con 5.000 euro, hanno potuto
acquistare 35 kg di semi di riso per riprendere la produzione nelle loro risaie
devastate da un tifone: la solidarietà vicendevole permette loro oggi di
congiungere la produzione per la vendita e la ridistribuzione dei semi.

2. L’educazione alla mondialità è fondamentale, specialmente
oggi, ma a volte rischia di raggiungere solo gli addetti ai lavori e chi già ha
sviluppato questo tipo di sensibilità. Che cosa si può fare per raggiungere
fasce sempre più ampie di cittadini e come la si può «raccontare» in modo che
emerga in modo comprensibile a tutti la sua rilevanza nell’oggi?

Per uscire dalla «cerchia degli addetti ai lavori» una
strada, che ritengo vincente oggi, è quella di riproporre con forza, a tutti
gli uomini di buona volontà, dei segni concreti che riportino la dimensione
della mondialità a essere trasversale e strettamente connessa alle azioni di
solidarietà internazionale e tutela dei dritti: significa costruire, proporre,
realizzare progetti «parlanti».

3. Una domanda scomoda: che cosa risponderesti a chi dice
che i microinterventi rischiano di essere delle «pezze» che tengono
faticosamente insieme nell’immediato delle realtà nel Sud del mondo? Non pensi
che richiederebbero un ripensamento molto più ampio circa le dinamiche alla
base della povertà, dell’ingiustizia, dell’esclusione e un cambio di rotta più
netto (specialmente da parte delle élites politiche locali) nella direzione di
una più equa distribuzione della ricchezza?

Rispondo che l’efficacia di un microprogetto di sviluppo
pensato, progettato e realizzato dagli stessi soggetti che si trovano in un
determinato bisogno, ha fin dalla sua fase di studio la stessa altissima
possibilità di successo di un grande progetto, che in fondo è costituito da
tanti microprogetti. La costruzione di risposte dal basso, pensate da chi ne
dovrà beneficiare, rappresenta in tutte le parti del mondo, oggi in particolar
modo, non una «pezza» ma un vestito di tessuto pregiato, il pregio derivando
dal fatto che trama e ordito sono un originale intreccio di peculiarità,
conoscenze e «voglia di fare» locali. (C. Gio.)


Chiara Giovetti