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BAHRAIN: REPRESSIONE IGNORATA

Abbiamo incontrato Jasim
Husain e Hadi al-Mosawi, deputati del maggiore partito di opposizione del
Bahrain, al-Wifaq.

On. Husain e al-Mosawi, quali sono le richieste che il
vostro movimento e la piazza del Bahrain fanno al regime?

Al-Mosawi: «La nostra è
una domanda di democratizzazione intea, di partecipazione alla gestione del
Paese e della politica. Non stiamo chiedendo la fine della monarchia degli
al-Khalifa, ma un sistema parlamentare vero e un governo che sia
rappresentativo del popolo e dei partiti, e la fine della presenza saudita, a
livello politico e militare. Vogliamo che le discriminazioni religiose, sociali
e professionali finiscano. Vogliamo media liberi e una società attiva. E la
liberazione dei prigionieri politici.

La rivolta è iniziata il
15 febbraio 2011, chiedendo riforme. Noi abbiamo sempre organizzato
manifestazioni pacifiche, non-violente, in stile gandhiano, ma il regime ha
risposto subito reprimendo, uccidendo».

Husain: «Siamo convinti
che il Bahrain sia pronto per la democrazia. Il paese ha un alto livello di
scolarizzazione. Ci sono tante persone colte, preparate, anche se molti
intellettuali sono in esilio. La democrazia arriverà, ne siamo sicuri. Il
regime attacca i manifestanti, pacifici, distrugge le moschee: ne abbiamo perse
35. Dove s’è mai visto un governo musulmano che abbatte le moschee? Le autorità
non vogliono che la nostra rivoluzione popolare continui in modo pacifico,
vogliono la violenza, così da poterci reprimere più duramente, ma noi siamo
non-violenti. Possono testimoniarlo le tante delegazioni parlamentari e
diplomatiche che arrivano in visita in Bahrain».

Qual è la situazione dei
diritti umani nel vostro paese? Husain: «Il regime si sta vendicando della
rivoluzione in corso. Un’ondata di licenziamenti ha colpito i manifestanti, sia
nel settore privato sia in quello pubblico: 4.400 tra bancari, insegnanti,
impiegati, medici, operai, poliziotti, ecc., sono stati mandati a casa per aver
partecipato alle rivolte. Licenziare come rappresaglia non è etico. Le autorità
non capiscono che ciò non è più concepibile nel mondo contemporaneo. Sono
rimaste indietro, sono arretrate, mentre la gente non lo è affatto, è colta e
non sopporta più un sistema dove un capo di governo è al potere da 40 anni e
dove le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno».

Al-Mosawi: «Il 23
novembre del 2011, il Bici (www.bici.org.bh), Commissione indipendente
d’inchiesta del Bahrain, che monitora la situazione dei diritti umani, ha
stilato un rapporto di centinaia di pagine, evidenziando una politica settaria
e discriminatoria e un uso eccessivo della forza da parte del regime nei
confronti dei manifestanti. La situazione sta peggiorando: all’inizio, le
proteste di piazza avevano motivazioni politiche. Ora sono contro le violazioni
dei diritti umani. E poi?».

In Occidente, certi media
hanno scritto che la rivolta in Bahrain è incoraggiata dall’Iran. Cosa
rispondete?

H. e M.: «Nel rapporto
del Bici non emerge questo. L’Iran non era dietro allo scoppio della rivolta
popolare. Noi portiamo avanti la nostra lotta per il cambiamento interno, senza
ingerenze estee: vogliamo democrazia, diritti e il rispetto di principi
universali, giustizia per tutti». (fine)

Angela Lano