Questione di vita o di morte

La lotta per l’acqua nel semiarido Nordeste brasiliano

Con il termine sertão viene indicata una vasta regione semiarida, estesa su molti stati del nordeste brasiliano, battuta da un sole feroce e siccità cronica. Per rispondere a tale emergenza, un missionario della Consolata, da 20 anni, scava pozzi e costruisce cistee, lottando contro la rassegnazione della gente e la corruzione dei politici.

Le previsioni dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali (Inpe) già diversi anni fa non erano affatto incoraggianti per il Nordeste del Brasile: la regione sarebbe stata colpita da una grande siccità, che si sarebbe estesa dal 2006 al 2011. Purtroppo tali previsioni si sono avverate e il periodo è già passato: dei 400 municipi della Bahia, 186 hanno dichiarato lo stato di emergenza.
Padre Moratelli Vidal, missionario della Consolata, da 20 anni affronta la questione dell’acqua nei municipi di Jaguararí e Monte Santo, a 300 km da Salvador, capoluogo dello stato di Bahia; egli è convinto che, per convivere nel territorio semiarido, prima di tutto sia necessario superare la mentalità della dipendenza tanto religiosa che politica.
lotta alla rassegnazione
«Dopo tante sofferenze e tanti fallimenti nelle semine e nell’allevamento del bestiame, ingannata dalle promesse dei politici, la gente del sertão si è rassegnata a subire la situazione: un’attitudine che toglie la forza per organizzarsi e protestare», afferma il missionario e fa notare come l’espressione più frequente della gente sia: «Se Dio vuole, pioverà». E continua: «Sarebbe più conveniente dire: aiutati che Dio ti aiuta, nel senso che Dio manda la pioggia, ma la gente deve usare il proprio cervello per sviluppare progetti e rivendicare i propri diritti, spronando l’amministrazione pubblica a fare il suo dovere».
La situazione è grave, ma non tragica come era anticamente, quando molti contadini dovettero abbandonare la campagna. Oggi ci sono molte più risorse che in passato, come la pensione, il sussidio mensile del governo per le famiglie più povere per l’acquisto di prodotti alimentari di base (bolsa família) e per la scuola (bolsa escola), assicurazioni e microcredito bancario per fattorie a conduzione familiare (bolsa safra), costruzione di cistee per l’acqua, estensione della rete elettrica con il programma «luce per tutti» e altre forme di aiuto.
Grazie a tali benefici la gente si sente soddisfatta e magari non esige più riforme strutturali per una soluzione definitiva. E per quanto riguarda la siccità, gli specialisti dicono che è quasi impossibile eliminarla. Allora non rimane altro che darsi da fare e imparare a convivere con il clima semiarido, caratterizzato da 300-750 millimetri di pioggia l’anno.
Chiesa e siccità
Ne è un esempio la parrocchia di San Giovanni Battista di Jaguararí, formata da 80 piccole comunità e, dal 1985, affidata ai missionari e missionarie della Consolata. In quella zona sono stati già perforati centinaia di pozzi artesiani e poste tubature per decine di chilometri. Oltre a questo, il Centro culturale della parrocchia ha già costruito più di 800 cistee per l’acqua potabile e per l’uso agricolo.
Il gruppo missionario è composto da tre padri e quattro suore. I progetti, iniziati dal padre Vidal, continuano con il sostegno del Centro culturale e del municipio e sono cornordinati da 45 associazioni locali, legate a una Associazione centrale con sede in Jacobina che assicura l’assistenza tecnica.
Un’altra zona in cui l’acqua è questione di vita o di morte è il territorio della parrocchia di Monte Santo con oltre 140 comunità, assistita dai missionari della Consolata dal 1987. Attualmente vi lavorano tre preti e un diacono. Uno di essi è padre Moratelli, specialista nella prospezione del sottosuolo (rabdomanzia), da tutti conosciuto come il «padre dell’acqua».
Egli spiega che la regione si trova in un sistema geologico semiarido causato dall’essere umano, che ha disboscato il suolo senza controllo. Il processo di desertificazione si trova in uno stadio tale che la natura non riesce a ricuperare da sola. Nonostante piova fino a 700 mm l’anno, il suolo non è in grado di trattenere l’acqua.
Secondo il parere del missionario è urgente «immagazzinare l’acqua nei periodi piovosi e costruire sbarramenti, una specie di piccole dighe per gli animali». Egli suggerisce ancora che in tutti i centri abitati «il governo investa in pozzi artesiani e trasformi l’acqua salata in acqua potabile, mediante strumenti desalinizzatori, con la partecipazione della comunità locale. Per tale collaborazione si potrebbe ricorrere a una tessera elettronica, con cui ognuno pagherebbe per la quantità di acqua processata». Inoltre, ogni fattoria dovrebbe avere il suo pozzo artesiano per il bestiame: «Tale investimento valorizzerebbe la proprietà e salverebbe il bestiame».
siccità è… potere
L’Aquifero Tucano, riserva d’acqua sotterranea, seconda per grandezza in tutto il Brasile, è a 100 km da Monte Santo. Le comunità chiedono al governo di fare investimenti in un progetto d’acqua potabile sicuro e permanente, con tubature che rifoiscano la città e i centri abitati. «Tale progetto eviterebbe che l’acqua, elemento vitale per l’essere umano e gli animali, diventi causa di malattie come sta capitando al momento. L’acqua che si utilizza attualmente non è adatta al consumo», ammonisce padre Vidal.
«La pubblicazione del numero dei municipi in stato di emergenza è stata accolta con esultanza, come un’occasione per ricevere molto denaro pubblico, invece di vederla come motivo di vergogna per il disinteresse e la mancanza di organizzazione nel superare tali situazioni critiche che si ripetono anno dopo anno. Mentre alcuni portano in processione immagini sacre sul santuario della Santa Croce, altare del sertão, altri, in città, rubano a piene mani» afferma indignato il missionario.
L’elettrificazione rurale è stata una grande impresa del governo. L’energia elettrica ha portato benefici alla campagna e aumentato il commercio. «Perché la questione dell’acqua non è trattata con altrettanto impegno e serietà?» domanda padre Moratelli; e commenta: «Il fatto è che la siccità continua a essere l’asse di briscola per la carriera dei politici che gestiscono autobotti in cambio di potere. L’intervento di un progetto governativo abolirebbe le autobotti, cosa che per i politici locali sarebbe un pessimo affare per tutto ciò che ruota attorno all’industria della siccità».
Tale tesi è convalidata dagli abitanti di Monte Santo. Una fonte, che preferisce non essere identificata, afferma che la regione è un’arena elettorale del deputato dello stato di Bahia; ogni potere è in mano sua. «Mentre era solo segretario del sindaco, questo deputato ha speso 5 milioni di reali per la campagna elettorale e dopo la sua elezione ha continuato ad arricchirsi: in 64 anni di vita, è stato il primo impiegato statale che ho visto diventare milionario» afferma e accusa: «La siccità è la situazione che permette maggiori guadagni. Le autobotti valgono voti; c’è un controllo integrato di tutti i poteri. Le denunce non vanno avanti e chi denuncia è intimidito. L’amministrazione è una fonte d’impieghi; chi non vi lavora, ha qualche parente impiegato e non vuole che perda il posto, per cui tace».
mistica dell’acqua
Un altro personaggio che si distingue nella lotta per l’acqua è il padre Nelson Nicolau, originario di Chapecó (Stato di Santa Caterina), che da 20 anni lavora nel municipio di Cansanção, 35 km da Monte Santo. «È necessario sviluppare e preservare la mistica dell’acqua – afferma -. Quando la vita è minacciata dalla siccità, la Chiesa deve agire per difenderla. Per questo i cristiani devono coinvolgersi nella lotta per l’acqua».
Grazie alla sua opera di coscientizzazione nelle comunità, negli anni ‘90 fu creata l’Arpa, (Associazione regionale pro-acqua), che riunisce quattro parrocchie (Queimadas, Cansanção, Nordestina e Monte Santo) e cornordina iniziative e progetti a tutto campo. Con l’aiuto della Caritas sono stati comprati i macchinari per la perforazione dei pozzi; per mezzo delle autorità regionali l’Arpa ha ricevuto una retro-scavatrice e un camion con cassone ribaltabile per la pulizia e costruzione di piccole dighe. Al tempo stesso si è riusciti a costruire una rete di tubi per portare l’acqua in città e a piccole comunità rurali.
acqua per tutti
La professoressa Maria da Gloria Cardoso, cornordinatrice della pastorale dell’infanzia e membro dell’Arpa, dice che «la questione dell’acqua è trattata con molta approssimazione: i politici non la prendono mai sul serio. Tutto diventa manipolazione politica. C’erano progetti per la costruzione di cistee e per macchine perforatrici, ma sono fermi. Il suolo ha una crosta dura e occorrono strumenti adeguati per perforarla. Venti anni fa con l’aiuto della Banca mondiale furono costruite molte cistee, ma fu un lavoro malfatto e la maggior parte è andata in rovina», ricorda.
A Monte Santo la Commissione dell’Arpa, che raggruppa rappresentanti della Chiesa, del Sindacato dei lavoratori rurali, dell’Asa (Organizzazione del semiarido) e dell’amministrazione pubblica, fa rilevamenti ed elabora progetti, ma il lavoro procede con lentezza. «Negli anni passati facemmo un progetto, chiedendo di destinare il 3% del bilancio municipale alle risorse idriche. Il progetto fu approvato nel consiglio comunale, ma al momento di elaborare il calcolo di bilancio, questa voce non comparve. La gente, poi, è anche molto passiva, aspetta sempre che Dio mandi la pioggia e la siccità continua ad apparire come un castigo meritato», lamenta Maria da Gloria.
Secondo Anna Maria Campos de Oliveira, assessore all’agricoltura di Monte Santo, municipio con 53 mila abitanti, la situazione si è aggravata negli ultimi sei mesi. La strategia del comune è pulire le fontane, perforare e ricuperare pozzi e distribuire «borse basiche» (alimenti di prima necessità) alle famiglie più bisognose. Per questo il sindaco ricevette l’aiuto del governo federale per il valore di 60 mila reali (25 mila euro).
D’altra parte ci sono molte critiche riguardanti le autocistee, che rappresentano la maggiore fonte di corruzione. Nel municipio ci sono 53 autobotti affittate e pagate dall’Esercito tramite il governo federale, al costo di 500 mila reali al mese (200 mila euro). Secondo alcune informazioni, ci sono camion che ricevono mensilmente da 12 a 17 mila reali (5-7 mila euro). La maggior parte è controllata dai consiglieri comunali. Oltre a ciò, l’acqua trasportata non è di buona qualità. La segretaria chiarisce che il prezzo mensile per camion varia da 3 a 10 mila reali (1.220-6.000 euro).
«Il prezzo è alto, ma il municipio non riceve alcun soldo; tutto è fatto attraverso l’Esercito», commenta Anna Campos e confessa, al tempo stesso, che è difficile controllare l’approvvigionamento. Essa stessa ha già sporto varie denunce. «Ma non posso portare le prove concrete, perché non ho informazioni esatte su queste autobotti».
Anna Campos osserva che nel municipio non c’è più posto da cui estrarre l’acqua potabile. Le autocistee dovrebbero trasportarla da Quinjigue, ma recentemente l’analisi di un campione ha rivelato che l’acqua portata a una comunità era inadatta al consumo umano. «Ho già ricevuto perfino minacce di morte per aver controllato l’acqua attinta a un deposito per il bestiame e distribuita per il consumo umano», rivela.
Evaristo Rodrigues de Lima, un rappresentante della Commissione dell’acqua, collabora con «Articolazione del semiarido-ASA», istituzione non governativa che lavora insieme alle diocesi e ad associazioni locali. Egli spiega che dal 2002 furono costruite nel municipio circa 3 mila cistee da 16 mila litri ciascuna. Si prevede che per il 2014 ne saranno costruite almeno altre 5 mila per portare a tutti l’acqua potabile. «Il lavoro è fatto in forma collettiva per non favorire nessuno. È una risorsa per tutti», sottolinea.
Inoltre, ci sono anche cistee riservate per gli allevamenti di bestiame e produzione di ortaggi. «Nel 2011 ne furono costruite 40, da 50 mila litri ciascuna. In questi progetti abbiamo coinvolto le famiglie. Ciò garantisce la produzione degli ortaggi. Li stanno ancora vendendo», commenta Evaristo con soddisfazione.
La signora Olivia Gonçalves de Carvalho della comunità «Fattoria vecchia» ha investito 7 mila reali (3 mila euro) in una cisterna per coltivazione, con recinto e aiuole per la produzione di ortaggi. «La cisterna è una terapia, perché per estrarre l’acqua devo azionare la pompa e col movimento fisico mi sento meglio; poi, con i miei ortaggi non mangio veleno. Gli animali non berranno più acqua sporca. È una benedizione! Magari ogni famiglia avesse una di queste cistee!» esclama.
La vita nel sertão gira attorno all’acqua, che normalmente è gestita dalla donna. Oggi la gente si rende conto che è importante avere una cisterna a portata di mano, per garantire la buona qualità dell’acqua e conseguentemente della vita. L’acqua accanto a casa risparmia lunghe camminate e allevia il lavoro della donna, che così può dedicarsi di più ai figli e alla propria casa.
I pozzi danno sicurezza alle famiglie nel lavoro dei campi e le cistee rendono possibile la coltivazione di piccoli orti familiari. Con tutto ciò si riscontra una diminuzione delle malattie nei bambini e anziani.
Jaime C. Patias

BOX
Dionisia: donna forte del sertão

Il giorno 8 marzo, Giornata internazionale della donna, gli abitanti di Barreira, Pedra Vermelha, villaggio della parrocchia di Monte Santo, si sono riuniti per celebrare i 112 anni della signora Dionisia, simbolo della resistenza del sertão. La nipote, Martinha das Neves Nascimento, racconta la storia della donna più vecchia della regione.
Dionisia Maria nacque nella fattoria Serra de Lopes, Monte Santo; fu registrata all’anagrafe l’8 marzo del 1900; si sposò con José das Neves dal quale ebbe 14 figli (due dei quali morti, una figlia in tenera età, un’altra da adulta).
Oggi Dionisia vive con una delle figlie: ha 102 nipoti vivi, circa 245 bisnipoti e 46 trisnipoti. Ebbe una vita molto difficile, arrivando fino a patire la fame con tutta la famiglia. Durante la grande siccità del 1932 aveva già tre figli ed era in attesa del quarto. Il marito andava a lavorare a giornata nei campi dei fazendeiros; con la paga giornaliera (2 reali, meno di un euro) poteva comprare due chili di farina.
Dionisia restava con i figli senza niente da mangiare. Allora prendeva i bambini, un machete, una zappa e andava nel campo; tagliava un licuri, palma tipica del sertão, ne estraeva il palmito (cuore di palma) e lo dava da mangiare ai bambini. Essi mangiavano il palmito, bevevano acqua e andavano a giocare, mentre essa puliva la piantagione della manioca. Alle 11 prendeva il machete, tagliava il tronco del licuri, lo portava su una lastra di pietra e lo batteva fino a ridurlo in polvere; poi tornava a casa, mescolava la farina in una padella e faceva una specie di focaccia. I bambini mangiavano fino a saziarsi e andavano a dormire tranquilli.
La sera, quando il marito tornava, le domandava:
– Dove sono i bambini? Sono già morti di fame?
– No, stanno già dormendo, rispondeva.
– Che cosa hanno mangiato?
– Palmito, focaccia di licuri e acqua: sono a pancia piena.

In quei tempi lunghi e difficili i fratelli di Dionisia se ne andarono in cerca di altre terre e di condizioni migliori, abbandonando i vecchi genitori; ma essa diceva fiduciosa: «Accada quello che deve accadere, io non abbandonerò mai i miei genitori». Li assistette fino alla fine. Dice che è viva perché non ha abbandonato i suoi genitori: i suoi fratelli sono già tutti morti; è rimasta solo lei per raccontae la storia.

Per la nipote Martinha, insegnante a Barreira, nonna Dionisia è una grande donna che si adattò a qualsiasi servizio per nutrire i suoi figli, fino a lavorare a giornata, ripulendo il terreno. «Con la sua forza d’animo, oggi, nonna Dionisa ci trasmette un’esperienza di vita, di amore e saggezza. Lo dico perché abbiamo imparato tanto dai suoi esempi; essa non ha mai frequentato la scuola, ma la scuola della vita gli ha insegnato molte attività. È stata una grande artigiana. Faceva reti di cotone: essa stessa filava gli spaghi e intrecciava le reti; era una delle sue specialità. Faceva oggetti di creta: pignatte, brocche, scodelle. Con le fibre della palma licuri confezionava stuoie, borsette, cappelli, cose che ancora oggi riesce a fare con maestria, magari solo per regalarle ad amici e parenti. Oltre a essere madre, nonna, bisnonna e trisavola, Dionisia è anche madre di tanti bambini che aiutò a entrare nella vita. Infatti, un’altra attività da lei svolta per molti anni fu quella di levatrice: migliaia di bambini sono nati con il suo aiuto; ci furono alcuni casi difficili, ma con l’aiuto di Dio, medicina naturale, orazioni e tanta fede nel Signore di Bonfim, nella Madonna Addolorata e nei santi protettori, le riuscirono tutti con successo. Fu anche un’eccellente santona: era ricercatissima per i casi di disgrazie e di malocchio».
Una volta, Dionisia con un bimbo in braccio andò a chiedere un po’ di latte a un vicinato; ma questi glielo rifiutò. Toata a casa, venne a sapere che la mucca gli aveva rovesciato il secchio con un calcio. Tale fatto segnò la sua vita e produsse in lei l’istinto della solidarietà. Contro una concezione banale del dono della vita, donna Dionisia è il simbolo della lotta per la sopravvivenza feconda di molte vite. Nel sertão, dove difficoltà e sofferenze sono maggiori, lei rappresenta la donna tenace, che non si arrende mai.

Jaime Patias

Jaime C. Patias




Cari missionari

ATTENTATI CONTRO I CRISTIANI IN NIGERIA E KENYA
Sono un’illusa?

Carissimo Direttore,
vorrei poterti scrivere in occasioni meno tragiche, ma i recenti fatti in Kenya, Nigeria e Mozambico mi hanno molto rattristato ed indignato. Mi ha colpito anche la quasi indifferenza dei media, che in altri casi avrebbero suscitato un vespaio di reazioni e di discussioni.
Solo nel quotidiano Avvenire ho trovato ampi e dettagliati servizi per cui mi sono sentita in dovere di scrivere una lettera che il Direttore ha pubblicato ieri nella rubrica delle «Lettere dei lettori».
Te l’allego. Dentro c’è tutto il mio sdegno ma anche la speranza che la gente possa capire, riflettere, risvegliarsi.
Sono un’illusa?

Grazie e … un minuto di silenzio!
Grazie «Avvenire», grazie per aver dedicato ampio spazio alle notizie e al commento degli attentati ai cristiani in Nigeria e in Kenya.
Grazie per il tentativo di risvegliare i lettori chiusi nell’immobilismo dei loro piccoli interessi, nel circolo vizioso delle vicende economiche a cui gli stati europei cercano invano di dare una soluzione quando sarebbe bastato, negli scorsi anni, non vivere al ritmo delle cicale, illudendosi di abitare nel paese di Bengodi mentre il terzo mondo arrancava, si arrabattava per sopravvivere, si affannava a chiedere visibilità ed aiuto ai gaudenti occidentali che esibivano dagli schermi televisivi il loro benessere di fronte a coloro che non potevano che raccogliee le briciole. Grazie per l’analisi seria ed impietosa delle motivazioni ideologiche ed economiche e delle cause pregresse.Grazie anche per le immagini, volutamente a colori perché meglio risaltassero le devastazioni, il sangue, il pianto delle vittime.
Ormai siamo diventati degli spettatori annoiati che solo immagini forti possono ridestare.
Fateci emozionare, fateci riflettere, fateci piangere con quelli che piangono a causa di un’insulsa violenza. Usate parole forti per farci capire l’ingiustizia di una libertà violata, di un diritto calpestato.
Amo l’Africa e mi sento particolarmente vicina agli stati del centro Africa, a questi popoli che chiedono acqua, istruzione, lavoro,che sanno pregare con spontaneità nelle loro chiese con i loro canti e le danze pittoresche.
Nella grande Chiesa della Consolata di Nairobi, nella cappella del SS. Sacramento gente di ogni ceto e di ogni età si alterna 24 ore su 24 nella preghiera di adorazione.
Una presenza continua e silenziosa. Forse anche noi dovremmo arrestarci e dedicare qualche minuto di silenzio a questi morti innocenti, nostri fratelli d’Africa che la Morte, per mano di estremisti fanatici, si è portati via in luoghi simbolo: una chiesa e un’università, luoghi da dove inizia il riscatto dalla povertà attraverso il contatto con Dio e il cammino della Conoscenza.
Giulia Borroni Cagelli
Via email, 06/05/2012

Cara Signora Giulia, innamorata dell’Africa, grazie per le tue parole scritte col cuore.
L’argomento che tocchi è molto delicato perché davvero ci si abitua ai disastri, ai drammi, alla sofferenza. Per restare ai fatti che citi, un missionario ha scritto dal Kenya che ha «saputo dell’attentato alla chiesa di una piccola “setta” protestanta da amici in Italia. A Nairobi, i problemi del vivere quotidiano sono molti e in una città di oltre 5 milioni di abitanti, anche piuttosto violenta, un morto non fa molta notizia». Un altro missionario, quando gli ho chiesto dei 3.000 e più sfollati di Camp Garba (di cui ho parlato nell’editoriale del mese scorso) mi ha detto che lui non ne sapeva niente, anche perché le situazioni di violenza lassù, nelle zone del nord e verso la Somalia, sono talmente tante da non far più notizia.
In Mozambico è stato necessario che ci scappasse il morto, p. Valentin Camale (MC 5/2012, p. 7), perché i religiosi che vivono a Maputo si svegliassero e trovassero il coraggio di denunciare la situazione di insicurezza cronica in cui vivono da mesi e coinvolgessero i vescovi nel fare una protesta ufficiale.
I missionari non sono molto capaci di denunciare violenze, ingiustizie e sopraffazioni. E quando lo fanno, si sentono a disagio, perché non amano apparire. Loro ci vivono dentro, insieme alla loro gente, condividendone anche il silenzio impotente e la fede grande. Vista poi l’inutilità di gridare per l’aiuto dei potenti, troppo indaffarati con le loro crisi fatte e disfatte sulla pelle dei poveri, forse l’unica cosa che rimane da fare è pregare, almeno quello cambia di sicuro in positivo il cuore di chi prega.

RICORDANDO SUOR AGNESE BEGLIATTI
Ci sono momenti di grande prova e di grande angustia in cui affronti il dolore per la perdita di una persona cara, momenti in cui ti lasci andare e ti lasci invadere dallo sconforto e dalla tristezza, ma che ti portano a parlare con Cristo, con Colui che per amore si è portato sulla croce tutti i peccati del mondo.
Stamane (18/4/2012) ho avuto la triste notizia della morte di suor Agnese Begliatti, conosciuta come sr. Costantina, missionaria della Consolata. Ho provato uno strappo emotivo di rara intensità e tanti pensieri hanno affollato la mia mente, riportandomi ad un periodo della vita incancellabile.
Di suor Agnese non dimenticherò mai l’entusiasmo, il dinamismo a fin di bene, la grande carica umana e simpatia, ma soprattutto la forte fede in Dio, la fede dei semplici.
Con lei e suor Clarenzia, Natalina e Franca, quando prestavano la loro opera alla clinica Solatrix di Rovereto, dove era ricoverata in agonia mia moglie Serenella, ho condiviso fede, preghiera e speranza. Sì, la fiducia illimitata in Cristo ha caratterizzato la nostra amicizia, quella fede che supera la ragione ed ogni barriera umana e che ci mette in rapporto con Dio, che consola, che da gioia e speranza, infine ci salva. Il Signore ci conduce con la Sua luce, ci genera ad una vita nuova e ci insegna che con la morte nulla è finito, anzi… l’amore di Gesù si è rivelato più forte della morte!
Gli uomini privi di fede affidano ogni evento al caso, alla fortuna o viceversa. L’uomo di fede, invece, è convinto di come il caso sia nient’altro che lo pseudonimo con cui si firma Dio! Tutto accade per un disegno immenso che soltanto con la vita oltre la morte si può capire.
Chi crede in Lui, lo ringrazia per tutte le cose buone della sua esistenza!
Davvero notevole la lezione di fede e di vita che ci ha regalato suor Agnese!
Eppure, tanti anni fa non volevo proprio sapee di Lui…

Gennaio 1989
“E Dio?”. La mia risposta immediata: “Non ne ho assolutamente bisogno”.
Mi sarebbe piaciuto che esistesse, ma se ci fosse stato non sarebbe stato di sicuro di questo mondo. Ero convinto che i problemi potessero essere risolti con la volontà e con il coraggio senza l’intervento di nessuno. Per di più, le religioni erano state artefici dei più grandi conflitti. In nome di Dio si erano compiuti i più crudeli massacri e i preti erano persone fuori dal tempo che vivevano in un mondo tutto loro, spesso mi erano insopportabili.
Io credevo che ogni essere vivente dovesse godere dei propri spazi di libertà, essere autonomo, capace di tutto e padrone assoluto della propria vita.  
Spesso mi trovavo in contrapposizione con pensieri diversi, con chi pensava che l’uomo avesse nel profondo di sé un innato desiderio del ‘divino’, perché è bello pensare che continueremo ad esistere oltre la morte e che c’è qualcuno che ci protegge e ci ama. Ma io non ne avevo proprio bisogno, non cercavo una vita di speranza, tanto meno rincorrevo un percorso di immenso amore, ma soltanto forti emozioni. Tuttavia, ero sensibile al dolore degli altri e sentivo forte il desiderio della solidarietà. La mia vita era passione. Mi fidavo della gente, amavo l’umanità e chi camminava con me; amavo aiutare il mio prossimo e non per il Paradiso, ma soltanto perché era giusto farlo. Tuttavia, mi domandavo se chi credeva in Dio non lo facesse solo perché ne aveva bisogno ma sentisse qualcosa che a me sfuggiva.
Un giorno incontrai Serenella e ci sposammo. Lei aveva una grande fede. Non potevo fare a meno di osservarla quando, raccolta nell’angolo più intimo della casa, volgeva una mano in alto. Mi colpiva l’intimità con il suo Dio, traspariva con intensità e sentimento, attraverso gesti impercettibili. Era come se stesse semplicemente parlando e comunicando con qualcuno realmente presente.
Nonostante ciò il mio modo di vedere e giudicare le cose era lontano dal suo, continuavo a vivere con le mie idee ed opinioni.

Febbraio 1989
… E giunsero anche per me i così detti anni che nessuno vorrebbe mai vivere: mia moglie, nel periodo più bello della gravidanza, si ammalò e di un male incurabile.
La sofferenza la senti solo quando la provi sulla pelle e ti sconvolge, si impossessa di te e della persona che ami. Per la prima volta mi resi conto che forse l’unica possibilità che avevo per salvare mia moglie era quella di rivolgermi a quel Dio che avevo sempre rifiutato.
La grande spiritualità di mia moglie, mi portò a pensare a Cristo, venuto per annientare tutte le barriere, un Dio fatto uomo per abbracciare i lebbrosi. Un Dio degli ultimi, che non chiede la nostra purezza per avvicinarsi e tanto meno la nostra rettitudine, ma soltanto la nostra umiltà, le nostre povertà, i nostri peccati. Ed è nell’umiltà che Lui manifesta la Sua potenza. Inspiegabilmente cominciai a sentire dentro qualcosa, avevo la sensazione che ci fosse qualcuno che ci guidava, ma soprattutto che ci consolava ed aiutava, insomma non eravamo più soli!

Per un grande miracolo nacque Chiara.
Con la nostra piccola accanto, ritoò la luce abbagliante di un mattino fresco e luminoso, il buio pesto dei giorni precedenti sembrava un lontano ricordo. Così, tutti e tre cominciammo a frequentare dei luoghi dove si erano verificati eventi, grazie e guarigioni prodigiose. Stavamo facendo un cammino spirituale, con un Cristo che ci conosceva e ci amava tanto, che si era fatto uomo per noi. Gesù che a tutt’oggi tocca gli ammalati.
In quel periodo conobbi suor Agnese: una persona speciale, un’amica umile, buona, leale e generosa, che non mi ha chiesto nulla, ma dato tanto.
è per me difficile descrivere i momenti tanto intensi condivisi con lei: tanti gli incontri in sana allegria,  altrettanti quelli di preghiera, i pellegrinaggi, l’ultimo lo scorso anno a Medjugorje. Non dimenticherò mai più la sua testimonianza sul pulmann, quando ha raccontato di Serenella, di Chiara e di me. Tanto meno mi rimarrà fisso nella mente l’espressione del suo volto al ritorno della via Crucis sul Krisevac, dopo una discesa avventurosa lungo un ripido sentirnerino tra piante e salti rocciosi. Mi ha commosso ed emozionato vederla stanchissima alla base della collina, ma tanto felice. Sono convinto che proprio la Regina della pace l’abbia voluta con sé in Paradiso.
Mi ritornano altri ricordi, sensazioni, emozioni, e il mio cuore si fa triste. Tuttavia, la fede mi sussurra che suor Agnese è in Paradiso, ha soltanto cambiato vestito e ancora mi aiuterà, ancora mi guiderà e mi amerà. Ancora ci benedirà e ci indicherà un cammino che termina nel cuore di un Dio papà, perché lei è nello Spirito e lo Spirito di Dio è ovunque!
Grazie di cuore suor Agnese per la tua amicizia
Giuliano Stenghel (Sten)
Via email 25/04/12

Occhi e cuore
Sono molto devota alla Madonna Consolata e mi rincresce molto di dovervi pregare di non inviarmi più la rivista missionaria. Il motivo è che non posso più leggerla. Ho perso la vista all’occhio sinistro per la macula, malattia inguaribile, non ci sono rimedi né con farmaci né chirurgici. Con un occhio solo, anche un po’ malato, mi stanco e devo smettere. Siamo in tempo di crisi, tutto costa caro e sprecare la rivista mi rincresce. Se volete farla avere a qualche persona sola, la gradirà certamente. L’offerta per i missionari ve la farò sempre avere. Pregate per me la Madonna Consolata, perché mi aiuti e mi sostenga a sopportare questi momenti difficilissimi
Maddalena A.
Villafranca, 20/04/2012

Gentile Signora Maddalena, grazie per le sue delicate parole che ci fanno bene. L’affetto e il rammarico che le sue parole rivelano ci compensano ampiamente di altre parol(acc)e che invece ci feriscono. Non è raro che nipoti o figli mandino messaggi irritati e scortesi per disdire la rivista che un loro genitore – già sincero amico delle missioni della Consolata – ha ricevuto per anni con «devozione». Anche a loro rispondiamo ringraziando per la segnalazione. Ovviamente ci dispiacerebbe di più se la rivista fosse semplicemente cestinata, anche se nel bidone della carta da riciclare. Grazie a lei, allora e tanti auguri e benedizioni nel Signore. Sono sicuro che la Madonna Consolata avrà un occhio di riguardo per lei.

Ricordando
P. Peppino
è passata da poco la Pasqua ed è un’ottima occasione per ricordare padre Peppino Maggioni (1934 Ceusco Montevecchia, Como – 29/7/2009 Alpignano, Torino) che quasi tre anni fa è «andato a stare meglio» (come ultimamente diceva, durante la sua malattia).
La sua figura piena di vita è impressa in modo indelebile nella nostra memoria, lo vediamo ancora vigoroso, instancabile, nelle missioni del Meru dove abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo.
Eravamo una ventina di giovani (…allora), inesperti in quasi tutto – figuriamoci dell’Africa – ma con il suo fare apparentemente burbero, Peppino ci trasmetteva sicurezza. Alla sera, alla fioca luce del generatore, dopo una giornata di lavoro, trovava ancora l’energia per raccontarci le sue esperienze e con dispiacere arrivava l’ora di andare a dormire.
Ricordiamo con nostalgia le messe domenicali celebrate spesso all’aperto, all’ombra di un grande albero (chiamato albero sacro da quelle parti) e della durata media di tre ore! I canti, le danze e soprattutto le omelie di Peppino in lingua locale. Quando lui parlava pareva che il tempo si fermasse: lo spazio si dilatava e tutti ascoltavano interessati senza fatica e senza segni di impazienza. Ci sentivamo, neri e bianchi insieme, parte di una stessa famiglia, a condividere un’unica esperienza.
Il trascorrere degli anni ci ha consentito di conoscere meglio Peppino, ma mai di capirlo fino in fondo – perché ci riservava sempre qualche bella sorpresa. Ci sembra ancora di vederlo venirci incontro ad Alpignano con il suo passo affaticato, ma sempre sorridente, pronto ad ascoltare ed incoraggiare.
Dopo la sua morte il gruppo dei Chukini (così ci battezzò nel 1982 al nostro primo incontro a Chuka) si è rinsaldato, cerchiamo di realizzare qualche piccolissima iniziativa per essere  d’aiuto ad altri missionari e ogni anno a settembre ci ritroviamo in corso Ferrucci per una messa che dedichiamo a Peppino.
Non è una messa per un morto, siamo sicuri che Peppino è più vivo che mai e con la messa vogliamo incontrarlo, ringraziarlo ed ascoltarlo perché lui continua a parlarci del suo amore per Gesù e per gli uomini e a suggerirci che è questa l’unica strada per vivere!
Ciao Peppino.
Roberto Rivelli e gli amici di p. Peppino di Torino