L’altalena non danza più

Reportage dalla piana di Camp Garba, periferia Nord di Isiolo

Isiolo è una città di frontiera. Lo era ai tempi coloniali; lo è oggi, ancor di più, perché punto naturale di incontro con Somalia ed Etiopia.
Circondata da un territorio vastissimo e dalle bellezze incontaminate, Isiolo è diventata il
centro di un ambizioso programma turistico ed economico. Ma da anni questa terra è segnata da scontri tribali, che nel 2011 hanno visto una nuova recrudescenza. Forse in gioco c’è molto di più di quello che si vuol far credere.

Non è nei miei piani di fermarmi a Camp Garba. Devo solo passarci, scaricare il mio passeggero e continuare il viaggio sulle orme dei primi missionari del Meru. Da Nairobi arriviamo alla missione nel primissimo pomeriggio. P. Pierino Tallone, quasi cinquant’anni di Kenya, ci accoglie. Dopo le solite piacevolezze da vecchi amici, ecco che cominciano a venire fuori le notizie recenti. «Ieri sera hanno assalito la missione di Campi ya Juu, ci sono stati nove morti. La gente è molto spaventata e non si sa neppure se martedì – 3 gennaio – inizieranno le scuole come da calendario». Sento scoraggiamento nella voce del vecchio missionario che in questi ultimi anni, dal 1996 in avanti, di morti ne ha visti troppi a causa delle cosiddette violenze tribali. La missione di Campi ya Juu (campo, accampamento di sopra) si trova alla periferia sud-ovest della città di Isiolo, quasi di fronte alla grande cattedrale, nei cui grandi cortili la gente si sta riversando in cerca di rifugio.
Quando arriva il parroco, p. Simon Wambua, uno dei nostri missionari kenioti, capisco che la situazione è grave e incancrenita.
È dal 22 ottobre 2011 che gli eventi sono precipitati. Quel giorno, meglio quella notte, una banda di pastori Borana, scendendo con migliaia di cammelli dalle montagnole ai piedi del Monte Kenya, cominciarono ad uccidere indiscriminatamente e a bruciare i villaggi turkana che trovavano sul loro passaggio. Passando, rasero al suolo il villaggio di Mashakwata, uccisero diverse persone inermi e devastarono il bell’asilo-cappella costruito dalla missione. La gente terrorizzata abbandonò Mashakwata e Lokiki e si riversò nella missione di Camp Garba, dove si accamparono per parecchi giorni.
«Vuoi che andiamo a vedere?», mi chiede p. Simon. «Andiamo!».

Mashakwata
Detto fatto siamo in Land Rover e imbocchiamo una pista che partendo dalla strada asfaltata che punta a Nord, si dirige decisamente ad ovest attraverso una vastissima piana sul cui sfondo si stagliano le ultime propaggini del grande monte, il Kenya. Qua e là capanne turkana, giovani sfaccendati, campi coltivati a granoturco. Tutto è verde intenso. Le piogge sono state abbondanti e ci sarebbe cibo e pascolo per tutti. Ci fermiamo ad una specie di barriera. P. Simon invita un giovane leader locale – lo chiamiamo David Lorupe, anche se questo non è il suo vero nome – a salire in macchina con noi. Non è un politico di professione, ma gode della stima della sua gente. La pista è battutissima, spesso dobbiamo metterci in disparte per lasciar passare camion stracarichi di sabbia. Sembra tutta una piana a perdita d’occhio, ma di tanto in tanto bisogna fermarsi: un torrente ha scavato una profonda fessura nel terreno, un piccolo canyon. Sono i torrenti stagionali che scendono dal Kenya, violentissimi durante le piogge, ma facilmente guadabili in tempi ordinari. Grazie al monte hanno sempre un po’ di acqua e sulle rive i Turkana hanno sviluppato un’intensa attività di orticoltura che trova un mercato insaziabile nella vicina città.
Di colpo, nel letto di uno di questi torrenti, vedo decine e decine di camion che caricano sabbia. Arrivano da Meru carichi di pietre, scaricano ad Isiolo, entrano nella piana, si riempiono di sabbia e via di nuovo per Meru. Un ritmo incessante dalle prime ore dell’alba agli ultimi raggi di sole. La comunità turkana ha ottenuto dal governo la concessione della cava: ogni camion porta due suoi operai e due spalatori turkana e alla barriera comunitaria paga il valore di 5 euro, 2,5 per ogni spalatore; altri 5 euro li paga alla barriera della città. Ogni camion di sabbia: 10 euro. Valore a Meru? Certo molto di più.
Lasciata la cava, Lorupe ci guida verso Mashakwata, meglio quel che rimane del villaggio. Risalito il torrente stagionale attraverso un passaggio improvvisato siamo di nuovo nella piana. Nella vegetazione lussureggiante si indovinano recinti, qua e là rigogliosi campi di granoturco e resti di capanne bruciate o abbandonate ormai coperte dall’erba. «Qui hanno ucciso due anziani, uno era zoppo, non poteva neanche scappare», dice Lorupe indicando uno spiazzo sabbioso. Più avanti ecco il traliccio del serbatornio dell’acqua, il supporto da cui sono stati rubati i pannelli solari, la struttura semplice e solida dell’asilo, vetri rotti ovunque, la finestra del magazzino divelta per rubare tutto, e l’altalena e lo scivolo assaliti dalle erbacce. Una scena di desolazione.
Guardando l’altalena immobile, chiudo gli occhi e vedo il sorriso radioso dei bimbi elettrizzati dalla macchina foto, il loro volare sullo scivolo per farsi fotografare e lo spingere l’altalena sempre più su, quasi a toccare il cielo. «I bimbi toeranno a giocare qui!», penso in una preghiera che è anche una promessa.
«È stato un attacco improvviso», ricorda Lorupe. «Erano lassù – indicando la montagna – coi loro cammelli. Hanno cominciato a uccidere e bruciare, così, come se qualcuno glielo avesse ordinato». Dopo quello, altri attacchi sono seguiti, qua e là, all’improvviso, senza altro scopo se non quello di terrorizzare la gente con uccisione di bambini di scuola e anziani, sventramento di donne incinte e incendi di capanne. L’ultimo assalto è stato proprio quello della sera prima, 30 dicembre, alla missione di Campi ya Juu e ad altri quattro villaggi, dove l’obiettivo era la missione stessa e una serie di persone rappresentative della comunità turkana. Hanno attaccato alle 18.30, al crepuscolo, vestiti in tenuta militare con fucili automatici e pallottole in dotazione al personale di sicurezza governativo, cercando di penetrare nella missione. Per fortuna il cancello è stato chiuso in tempo. La macchina del parroco, p. Munene, ha ricevuto due pallottole e lui si è salvato per miracolo. Non così fortunato è stato il catechista (ammazzato a sangue freddo sulla soglia della sua casetta di legno, il corpo ritrovato solo il giorno dopo) ed altre otto persone, scelte – sembra – di proposito. Niente è stato rubato. Chiaro lo scopo: terrorizzare.

Rifugiati
Quando con p. Simon arriviamo alla missione di Campi ya Juu è già quasi buio. Ci sono militari ovunque e gruppi di volontari armati di arco e frecce, lance e coltellacci. Facce tese, niente donne e bambini in giro. La statua dell’Assunta, a cui la parrocchia è dedicata, è lì, proprio di fronte al cancello, indifesa come quella povera gente. Passiamo in cattedrale. Centinaia di persone, soprattutto bambini, donne e anziani, sono accampati nei vasti cortili. Qua è la ci sono fuocherelli accesi. Nella casa del parroco è in corso una riunione delle autorità locali. Il vescovo, mons. Anthony Mukobo, insiste per avere uno spiegamento di forze di sicurezza tale da rassicurare la gente e permettere loro di tornare a casa. «Questo non sarebbe successo se tutti i posti di comando e potere non fossero nelle mani di una sola tribù!», si mormora sottovoce. Poi i politici devono rispettare il loro ruolo di facciata. Parlano alla gente, «il governo è con voi, stiamo facendo di tutto per garantire la vostra sicurezza». Qualcuno ascolta nel buio della notte, ma la maggior parte continua a sedere attorno ai fuocherelli, indifferente: vecchi tristi, madri ansiose, bimbi senza lacrime dagli occhi sbarrati. Quante volte hanno sentito lo stesso ritornello?
Toando alla missione p. Simon racconta del periodo successivo al 22 ottobre e come una volta sia stato fermato da un posto di blocco borana (i Borana-Somali avevano creato una barriera di pietre tra la missione e la città, i Turkana un’altra tra la missione e il nord) dopo essere andato a portare cibo a dei rifugiati turkana. La banda di giovinastri che controllava il posto di blocco lo aveva tirato giù dalla macchina e malmenato perché aveva portato da mangiare a «quegli animali»! Tornato a casa malconcio aveva rassicurando i cristiani che già lo davano per morto.
È l’ultimo giorno dell’anno. mi è difficile dire grazie stasera. Ma lo dico per la fede di questo popolo, il coraggio dei miei confratelli e dei preti locali che stanno con la gente anche se hanno paura. Grazie per il dono di essere qui, in questa notte stellata così carica di dolore.
Poi mi rifugio nella cappelletta, per vegliare un po’ e ritrovare la quiete di cui ho bisogno.

Anno nuovo, speranza rinnovata
L’anno nuovo comincia presto. La prima messa è alle 8.30 a Kiwanjani (campo, spianata, pista), pochi chilometri a nord della missione. Mi aggrego a p. Tallone. Il tratto è breve. Mi fa notare i mucchi di pietre usati in passato per bloccare la strada e mai totalmente rimossi; questa era la zona turkana. Arriviamo in anticipo. Mi guardo attorno. L’asilo cappella è una struttura solida, due aule divise da una parete mobile di metallo, porte in ferro, solide inferriate. Don Giuseppe Zousa e Don Giulio Balocco della diocesi di Cagliari, fondatori della missione nel 1994, hanno fatto un buon lavoro. Ritiratisi a fine 2009, hanno lasciato il tutto ai Missionari della Consolata.
Le due aule sono diventate uno spazioso saloncino. La gente arriva alla spicciolata. La maggior parte sono donne e bambini, pochi gli uomini. È domenica, è il primo dell’anno: bisogna far festa e lodare il Signore. Si danza a volontà: all’ingresso, alla presentazione del libro della Parola, all’offertorio, alla comunione e alla fine. Non ci sono sconti sui canti. Il tempo non ha importanza, occorre celebrare. P. Tallone, lavagna alle spalle, predica, guida, celebra. La preghiera dei fedeli è spontanea, piccoli e grandi vi partecipano. La preghiera di una donna tocca il cuore di tutti. Prega per la pace: una preghiera intensa, appassionata, fiduciosa, quasi un pianto sommesso rivolto a Dio. C’è dentro tutto il dramma vissuto dalla comunità: il dolore delle donne, le lacrime dei bambini, la frustrazione degli uomini impossibilitati a proteggere le proprie famiglie. Invitano anche me a parlare. Condivido il mio dolore e aggiungo che forse ho capito perché i missionari della Consolata sono stati quasi forzati ad accettare Camp Garba: la Madonna Consolata li ha mandati per essere presenza di «consolazione» in questi tempi difficili.
La partecipazione a questa umile celebrazione mi riempie di speranza. La tristezza della sera è svanita. La forza, la fede, la semplicità di questa gente umile è contagiosa. «Il Signore davvero abbassa i potenti ed innalza gli umili!».

Cosa c’è sotto?
Ma i problemi restano. È vero che le comunità pastoraliste (come i Samburu, i Borana, i Turkana e anche i Somali) hanno sempre vissuto situazioni di conflittualità per il controllo delle risorse, dei pascoli e dell’acqua. La razzia ai danni delle altre tribù era una pratica normale, da celebrare nelle feste con danze, poemi e canti. Un tempo, prima della colonizzazione inglese, i grandi spazi attorno a Isiolo erano terra di nessuno in cui pascolavano anche i Maasai e che i Somali consideravano estensione naturale della loro terra. All’inizio degli anni Ottanta quegli spazi immensi sono stati pian piano occupati da migliaia di Turkana fuggiti in diverse ondate da zone lontane ad alta conflittualità. In quella pacifica invasione di disperati, c’è stata una tacita divisione del territorio: i Turkana si sono stabiliti a ovest della strada, i Somali e Borana sono rimasti soprattutto nella parte est, con ampi spazi di movimento soprattutto nei tempi di siccità affinché tutte le comunità, Samburu compresi, potessero usare le sempre verdi montagne a nord del Monte Kenya. I Turkana, di per sé pastori, per sopravvivere si son trasformati in agricoltori e lavoratori precari in Isiolo. Molti sono diventati cristiani, la maggioranza cattolici. Pur disorganizzati, sono una realtà che ha il suo peso nella politica locale soprattutto nelle elezioni.
Ed ecco una delle cause principali della conflittualità in cui i Turkana sono soprattutto le vittime, anche se spesso – sulla stampa – passano per essere i villani: la politica! Il parlamentare che rappresenta Isiolo è un Borana, ex cristiano – chierichetto dell’ucciso vescovo mons. Luigi Locati – tornato all’Islam. La sua rielezione a fine 2012 o inizio 2013 è a rischio. Se i Turkana e i Meru (altra presenza importante, soprattutto in città) si alleassero per un candidato unico, per lui sarebbe la fine. Le sue parole di miele chiamano alla convivenza, pace e riconciliazione, ma molti sostengono che sia lui a far arrivare da fuori migliaia di persone della sua tribù per farle registrare per le elezioni, aiutato in questo dalle autorità locali dominate dalla sua tribù. Turkana e Meru hanno sì qualche consigliere comunale e altri rappresentanti nell’apparato governativo, ma tutti in posizioni subordinate.

La nuova «Las Vegas»
Un secondo motivo di tensione è il controllo dell’economia. C’è un ambizioso progetto turistico-ambientale per Isiolo. Vogliono costruirvi una resort town o città turistica, con – tra l’altro – sei alberghi a cinque stelle, campi da golf, casinò, sale per conferenze, teatri e cinema, un museo di arte locale, catene di negozi, piste per mountain bike e perfino un sito per riprese cinematografiche nel fantastico ambiente naturale. Dovrebbe diventare la Las Vegas del Kenya. Il tutto servito dalla nuova strada asfaltata che porta in Etiopia (in stato di avanzata costruzione ad opera dei Cinesi) e dal nuovo aeroporto internazionale (già in costruzione) che oltre al turismo serve a facilitare l’esportazione dal vicino Meru della miraa o tchat (ma il recente bando a questa droga da parte dell’Olanda ne ha messo in crisi il mercato milionario, mentre si teme che anche altre nazioni europee, come l’Inghilterra, ne proibiscano l’importazione) e dei prodotti ortofrutticoli che vengono coltivati abbondantemente sulle vicine falde nord del monte Kenya.
Questa città del turismo e divertimento occuperà un’area di 1000 ettari proprio alle spalle della missione di Camp Garba, con il suo centro nella gola di Kipsing Gap, un luogo tra due montagnole sempre verdi, il Katim e l’Oldonyo Degishu, circondato a sud dal famoso Lewa Wildlife Conservancy (quella di Adamson e della leonessa del film Nata libera), a nord dalle riserve nazionali di Buffalo Springs e Shaba National Reserve, più il Samburu Game Park sul fiume Ewaso Ng’iro, ricchissimo di acqua. È un luogo dalle potenzialità turistiche immense. In teoria il progetto, attualmente sotto studio con una compagnia giapponese, prevederebbe che i primi beneficiari siano i gruppi locali. Ma se uno dei gruppi, il più debole, venisse spazzato via in anticipo…
C’è anche un altro fattore che complica le cose: la sabbia. Abbondante nel letto dei fiumi stagionali è un elemento fondamentale del previsto boom di costruzioni legate allo sviluppo turistico e alla crescita continua della città di Isiolo. Per ora la comunità turkana ha ottenuto la concessione dell’estrazione, ma fino a quando? Da ultimo c’è il valore dei terreni attorno al polo turistico: sta andando alle stelle. E se gli occupanti fossero costretti ad andarsene «spontaneamente»?

C’entra la religione?
In questa difficile equazione, c’entra anche la religione? Apparentemente no, anche se di fatto da una parte ci sono delle tribù islamiche che controllano tutto il potere, e dall’altra tribù prevalentemente cristiane o tradizionaliste tra le quali solo i Meru detengono qualche reale potere economico. Un fatto sembra però evidente: la chiesa cattolica è l’unica realtà che impedisce una pulizia etnica senza testimoni. Non a caso negli attacchi più recenti sono stati uccisi due catechisti e assalita una missione, e la gente, sia dopo le violenze del 22 ottobre che quelle di capodanno, ha cercato rifugio nel perimetro della cattedrale o delle missioni (Camp Garba e Ngaremara, una quindicina di chilometri più a nord).
Inoltre non è un segreto per nessuno che i Somali hanno sempre sognato una grande Somalia che arrivasse fino a Isiolo, che a Isiolo ci sono centri di reclutamento della milizia di Al Shaabab, che la presenza dei fondamentalisti è molto estesa e che molti dei soldi sporchi provenienti dalla Somalia vengono riciclati proprio a Isiolo. Ufficialmente la religione non c’entra. Di fatto è uno degli elementi di cui tener conto.
Intanto la chiesa di Isiolo comincia a sentire il peso di questa situazione che si prevede di non facile soluzione. Anzi, nel sentire di tanti, questo 2012, prima delle elezioni, sarà un anno difficilissimo con un crescendo di violenza. Di fatto la gente di Mashakwata non è ancora tornata a ricostruire il suo villaggio, anche se avevano pianificato un ritorno in massa per il 2 gennaio. Per ora i loro bambini vanno all’asilo sotto un grande albero nella vicina scuola cappella di Kiwanjani. Sono una quarantina. Per fortuna, anche sotto un albero, i bambini sono sempre bambini e non perdono il sorriso e la voglia di giocare. Intanto l’altalena e lo scivolo di Mashakwata continuano ad aspettare che la gioia dei bambini li risvegli e li faccia ancora danzare.

Gigi Anataloni

Gigi Anataloni