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Il «paradiso» dimenticato

Viaggio in uno stato «semi fallito»

Piccolo stato dell’Africa dell’Ovest ha una storia difficile. Oggi è diventato crocevia del traffico di cocaina. Ma la  popolazione è ospitale e ricca di cultura. Il paese vanta angoli stupendi e incontaminati. I guineani però stentano a prendere in mano il proprio destino.

Si arriva di notte a Bissau. Il caldo e l’umidità ti avvolgono immediatamente. La pista di atterraggio è illuminata grazie ad un generatore, mentre la città è per lo più al buio. Gli spazi appaiono subito ridotti, a partire dalla sala dell’aeroporto. Si tratta di un paese di piccole dimensioni, una superficie di appena 36.120 km2, per cui tutto, per certi versi, è più vicino e semplice. I suoi abitanti sono  un milione e seicentomila e la capitale ha il volto di una cittadella in cui è molto facile incontrarsi. Questo, insieme ad un certo fascino lusitano e ad una natura rigogliosa, la rende amabile, così come paiono subito simpatici e cordiali i guineani.
Ma molte sono le problematiche che il paese affronta.

Una storia travagliata
La Repubblica della Guinea-Bissau1, paese dell’Africa Occidentale, è stata per secoli colonia del Portogallo con il nome di Guinea portoghese. L’indipendenza è arrivata solamente il 24 settembre 1973, dopo una lacerante guerra decennale. È  il Paigc (Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde)  a liberare il paese dal giogo straniero. È un partito di ispirazione socialista, alla cui guida era il carismatico Amilcar Cabral, assassinato da uno dei suoi compagni sei mesi prima dell’indipendenza, la causa per cui si era battuto per più di vent’anni.
Il Paigc ha governato ininterrottamente fino al 1991, ma, dopo aver giocato un ruolo chiave per guidare il paese alla liberazione, non è stato in grado di condurlo allo sviluppo e al buon governo negli anni successivi. Solo nel 1994 si sono tenute le prime elezioni con un sistema multipartitico.
Uscita quindi dal colonialismo solo una trentina di anni fa, la Guinea-Bissau ha attraversato molti momenti di forte instabilità politica2, il cui culmine è stato raggiunto con lo scoppio della guerra civile il 7 giugno 1998. Gli scontri tra l’esercito nazionale e i ribelli sono durati 11 mesi e si sono conclusi con la vittoria dei rivoltosi al comando del generale Ansume Mané e la cacciata del presidente della repubblica João Beardino Vieira, detto Ninho. Si è trattato di una guerra particolarmente traumatica che ha provocato decine di migliaia di profughi, devastato la già debolissima economia e depotenziato le strutture statali.
Gli ultimi anni hanno visto succedersi numerosi golpe e sostituzioni di presidenti e capi delle forze armate. Nel marzo del 2009 nel giro di pochi giorni il presidente della repubblica, João Ninho Vieira (che era stato rieletto nel 2005, ndr.), e il capo di stato maggiore dell’esercito, Tagmé Na Waié, vengono uccisi da un commando militare. E nell’aprile 2010, è avvenuto un tentativo di colpo di stato comandato da due generali dell’esercito, Antonio Idjai e Bubo Na Tchuto, che si risolve con la nomina dei due a ruoli chiave di potere.

stato «fallito»?
Oggi la Guinea-Bissau è definito tecnicamente uno «stato fallito», con un governo che non controlla la totalità del territorio, ed è incapace di assicurare i servizi di base e di sicurezza3. Ha un bilancio statale fortemente deficitario e l’esercito è un apparato indipendente che sfugge ad ogni controllo. Con tali condizioni il paese è diventato il principale crocevia per il traffico della cocaina dall’America Latina all’Europa. Piccoli aerei e navi mercantili sfruttano la particolare conformazione territoriale, che conta uno splendido arcipelago (le Bijagos) di oltre 80 isole, dove non esistono controlli e frontiere. E sono proprio l’esercito e i suoi generali ad essere coinvolti in questi traffici. Secondo l’agenzia antidroga statunitense, la Dea (Drug enforcement administration, ndr.), le organizzazioni criminali colombiane riescono a trasportare ogni giorno circa una tonnellata di cocaina in Guinea-Bissau4. C’è chi oggi parla addirittura di «narco-stato».
Recentemente l’Unione europea ha annunciato di mettere in stand-by il suo programma per la riforma delle forze di sicurezza, uno dei punti strategici per il miglioramento dello stato. Spazientita dal mancato rispetto delle regole dello stato di diritto ha ritenuto impossibile svolgere ancora il suo compito. Per di più, a dicembre 2010, ha minacciato di sospendere del tutto gli aiuti allo sviluppo se la Guinea-Bissau non ristabilirà al più presto una situazione politica un minimo accettabile.
La popolazione vive guardando ai fatti con disincanto, consapevole dei gravi problemi ma troppo occupata dalle fatiche quotidiane. Spesso con la sola speranza di emigrare. Vediamo alcuni dati: oltre due terzi della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e oltre il 21% con meno di 1 dollaro. L’aspettativa di vita, 45 anni, è tra le più basse al mondo. Si stima che solo oltre la metà della popolazione sia alfabetizzata e poco più di un terzo scolarizzata, nonostante negli ultimi anni stia crescendo molto l’accesso alla scuola, frutto di maggiore consapevolezza nella gente dell’importanza dell’educazione. Il livello di insegnamento, però, rimane scarso: basti pensare che la lingua utilizzata nelle scuole è (quasi sempre) il portoghese ma solo il 10% degli abitanti è in grado di parlarlo correttamente. Infine, il tasso di mortalità infantile è di circa il 13%. La situazione nutrizionale dei bambini dai 6 ai 59 mesi mostra che il 32% soffre di malnutrizione cronica, soprattutto nell’ambiente rurale5. Nell’ultimo periodo poi, con l’aumento generalizzato dei prezzi dei beni primari, le cose rischiano di aggravarsi ulteriormente. Il prezzo del pane e il costo dei mezzi di trasporto pubblici, un bene ed un servizio primari, sono aumentati del 50% in poche settimane.

Le 4 Debolezze
Dal punto di vista macro-economico, il paese presenta quattro elementi di debolezza6. In primo luogo, la Guinea-Bissau ha un elevatissimo livello di dipendenza da un unico prodotto d’esportazione, l’anacardo (castanha de cajù), coltivato dalla maggioranza dei piccoli agricoltori del paese. La scelta di questa pianta è stata fatta dal primo governo indipendente e, se da una parte ha permesso di ricavae dei proventi, dall’altra, ne ha creato una monocoltura che soffoca la differenziazione dei prodotti agricoli. Circa il 5% della superficie totale del paese è coperto dall’anacardo, che rappresenta circa il 98% dei proventi delle esportazioni e il 17% delle entrate complessive dello stato. L’oscillazione del prezzo internazionale ha un impatto molto forte sull’economia e sui contadini guineani.
Il secondo punto debole è la dipendenza dalle importazioni di beni primari come il riso, che in passato era addirittura esportato. Il paese risente perciò gravemente dell’impennata dei prezzi mondiali di questo prodotto. 
In terzo luogo, la Guinea-Bissau ha una rete infrastrutturale molto degradata. Le strade non hanno una sufficiente manutenzione e la presenza di molti fiumi renderebbe necessaria la costruzione di ponti. Inoltre, il porto di Bissau è fatiscente ed avrebbe bisogno di un completo restauro.
Quarto: il governo riceve il 50% delle sue entrate dalla concessione di licenze per la pesca a navi battenti bandiera straniera, le quali portano il pesce in altri paesi. Molto spesso però i dati relativi alle licenze non vengono registrati in modo completo e trasparente, alimentando dinamiche di corruzione.
Dal punto di vista delle risorse minerarie – soprattutto fosfato, bauxite e petrolio – si prospetta che nei prossimi anni possa aumentare il loro sfruttamento, che oggi è ad un livello basso a causa della mancanza di infrastrutture e investimenti (il petrolio non è ancora estratto, ndr).

Una ricchezza intrinseca
C’è un altro settore attualmente ancora poco sfruttato ma che potrebbe portare occupazione e reddito: il turismo. L’arcipelago delle Bijagos è un’attrazione che potrebbe attirare visitatori e turisti. È un sito nominato nel 1996 dall’Unesco «riserva della biosfera», mentre il Wwf l’ha iscritto tra le 200 regioni di particolare importanza ecologica del mondo. Oltre alle bellissime spiagge incontaminate, la sabbia bianca e una varietà impressionante di specie marine (ippopotami, tartarughe e più di 150 diverse specie di pesci), sulle isole abita una popolazione dalle caratteristiche culturali e dalle tradizioni molto speciali. Gente che vive a strettissimo contatto con la natura ed i suoi equilibri. Per cui, anche in questo caso, se venisse sviluppato il settore turistico, occorrerà vigilare perché venga preservata la relazione tra il popolo bijagos e il suo ambiente.
La varietà e la diversità che contraddistingue la Guinea-Bissau passa anche per la quantità di etnie presenti. In una popolazione di piccole dimensioni sono presenti ben 36 gruppi differenti. Il più numeroso è quello dei balanta che raggiunge il 30% della popolazione totale, al quale seguono mandinga, fula, manjaco, pepel e altri. È un’ulteriore ricchezza di questa terra ed è interessante notare che le relazioni tra di essi sono solitamente segnate dalla solidarietà e da un basso livello di conflitto, pur conservando una buona dose di reciproci pregiudizi.
Dal punto di vista religioso il 55% delle persone è legato alla «religione tradizionale» ed è chiamato impropriamente animista. Il 30% è di religione islamica e il 15% circa è cristiano. In generale si può affermare che è una popolazione semplice, pacifica, profondamente religiosa e con un forte senso del sacro. Anche le relazioni tra le diverse confessioni religiose è segnata da rapporti pacifici.
L’animo pacifico, la solidarietà inter-etnica ed inter-religiosa sono sicuramente elementi positivi in un quadro economico e socio-politico non certo consolante. Di fatto, però, si percepisce un certo immobilismo generale nelle persone, abituate da anni a ricevere aiuti, per lo più calati dall’alto. Ed è proprio la logica dell’aiuto di organizzazioni inteazionali, Ong e a volte anche della chiesa che, insieme ad altri elementi storici e culturali, non ha favorito l’intraprendenza e la crescita del paese. Come scrive l’economista Dambisa Moyo7, si tratta di «un’economia aid dependent (dipendente dall’aiuto, ndr), ancorata cioè ai fondi umanitari come unica ma costante e torrenziale forma di sostentamento economico». Con la complice corruzione del governo.
Nel prossimo futuro, c’è da augurarsi che possa esserci innanzitutto stabilità politica e quindi meno potere ai militari. Un clima diverso potrebbe facilitare il lavoro delle tante persone che ogni giorno cercano di costruire una Guinea-Bissau migliore, indipendente e fiera di sé. Senza dimenticare che, come dice il detto criolo, la lingua parlata da tutti i guineani, «sorti sta na pe» (letteralmente, la fortuna viene dai piedi): solo chi muove i propri piedi e non rimane fermo, immobile, in attesa può far sì che buone cose accadano.

di Matteo Ghiglione

NOTE
1 – Al nome originario fu aggiunto quello della capitale Bissau per impedire la confusione con il vicino stato della Guinea, ex colonia francese.
2 – Nei primi vent’anni della sua esistenza (1974-1994) la Guinea-Bissau ha conosciuto cinque capi di governo, mentre nei dieci anni successivi (1997-2007) si sono succeduti ben nove primi ministri.
3 – L’Undp, l’organizzazione internazionale dell’Onu che ogni anno redige la classifica in base all’indice di sviluppo umano, le assegna in tale elenco il 173° posto su 182 paesi (Norvegia al 1° posto, Italia al 18°).
4 – F. Marzano, Il “paradiso” africano dei cartelli colombiani, www.thepostinternazionale.it, 19/02/2011.
5 – Caritas Guinée Bissau, Plano estratégico da Diocese de Bissau 2010-2014, marzo 2010.
6 – Banca Mondiale, Guinée Bissau, Para além de Castanha de Caju: diversificação através do comércio Estudo do Diagnóstico de Integração do Comércio para o Melhoramento do Quadro Integrado Assistência Técnica para Assuntos do Comércio Inteacional, 2009.
7 – Dambisa Moyo, Dead Aid, ed. Farrar, Strauss and Giroux, 2010.

Matteo Ghiglione