Cana (8) A CANA FINISCE LA VEDOVANZA DI GERUSALEMME

Il racconto delle nozze di Cana (8)

Più andiamo avanti nella presentazione del racconto dello «sposalizio di Cana» e più ci rendiamo conto che esso ha senso dentro il contesto del vangelo come anticipo della rivelazione «dell’ora della gloria», che coincide con la morte e la risurrezione del Signore. Nello stesso tempo, abbiamo coscienza che il racconto acquista un significato ancora più profondo all’interno del contesto remoto che comprende tutta la Scrittura, perché, come abbiamo anticipato diverse volte, il racconto di Cana ha il valore di «commento» all’evento del Sinai in prospettiva cristologica. In sostanza, l’autore ci dice che la chiave di comprensione (ermeneutica) dell’Esodo, cioè della salvezza che è entrata nella storia, è Gesù di Nazaret. Egli, infatti, si presenta come il discendente di Mosè, ma più grande di Mosè, perché compie ciò che a Mosè fu impossibile realizzare: fare entrare il popolo di Dio nella terra santa della promessa che egli annuncia e presenta come Regno di Dio.

Chi studia la parola espia i peccati
Il racconto di Cana e i temi in esso contenuti sono una rilettura cristologica delle tradizioni del Sinai, che l’autore descrive con i criteri dell’esegesi giudaica, secondo il metodo specifico che si chiama midràsh. Questa affermazione è importante perché colloca il vangelo di Giovanni nel contesto diretto del Giudaismo, che fu la culla del cristianesimo nascente. Noi siamo abituati a leggere e interpretare il vangelo con categorie quasi esclusivamente greco-romane e rischiamo di perdee l’anima stessa con il rischio di travisae il senso. Cercheremo di spiegare con semplicità in che modo il racconto di Cana sia un midràsh dell’Esodo e così offriremo uno strumento di rilet-tura del testo capace di andare ben oltre l’ovvio senso letterale che altrimenti, da solo, direbbe poco.
L’ebraicità di Gesù, degli apostoli e della Chiesa nascente appartiene al cuore della rivelazione del Nuovo Testamento e condiziona la nostra fede, in forza della quale noi stessi, credenti in Cristo, ebreo, figlio di ebrei, siamo discendenti di ebrei o, come affermava Pio XI, «spiritualmente semiti».
La banalità e la superficialità sono nemiche della verità evangelica e della dignità umana che indaga, cerca, trova e vive. Ogni volta che diciamo cose scontate o improvvisiamo i nostri commenti sulla Parola di Dio, diventiamo colpevoli di «lesa Parola» perché la riduciamo a favola o a racconto morale, trasformando spiegazioni ed omelie in pillole di ovvietà che pretendono avere una dignità edificante. Spesso gli annunciatori del vangelo mancano di vera «professionalità» e si riducono ad essere professionisti del banale, alimentando così l’ignoranza del popolo di Dio. Il quale popolo ha diritto ad avere invece il meglio degli studi esegetici, affinché il messaggio evangelico non si riduca ad una pia esortazione insipida, frutto magari di manie soggettive e di una dottrina moraleggiante che lascia il tempo che trova.
Già al tempo di Gesù i Rabbini insegnavano che lo studio della Toràh equivale al sacrificio offerto al tempio, ha, cioè, valore espiatorio. Oggi, noi diremmo che lo studio della Parola ha valore «sacramentale» ed è l’equivalente dell’Eucaristia. Questo insegnamento attraversa la storia di Israele e arriva fino a noi:
«Chi si dedica allo studio della Toràh, ovunque nel mondo [anche fuori Gerusalemme], è considerato da Me [il Signore] come se bruciasse offerte al mio Nome» (Rabbì Samuel bar Nahman a nome di R. Yonathan). «Chi dedica la notte allo studio della Toràh è considerato dalla Scrittura come se avesse partecipato al sacrificio del Tempio» (R. Yohanan) e un altro Rabbi, anonimo, commenta: «Senza il Tempio (= in diasporà?), come puoi ottenere l’espiazione dei peccati? Studia le parole della Toràh che sono paragonate ai sacrifici e così otterrai l’espiazione dei peccati per te». Il midràsh Sifre Deuteronomio 41, commentando Gen 2, 15 («Il Signore Dio prese Adam e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse») afferma: «Perché lo coltivasse» si riferisce allo studio della Toràh e «perché lo custodisse» si riferisce all’osservanza dei comandamenti [1].
L’interpretazione corrente delle nozze di Cana si è adagiata anonimamente sul versante sacramentale perché bisognava giustificare in che modo e in che senso il matrimonio cristiano era ed è sacramento. Quale risposta migliore delle nozze di Cana? Vi è lo sposalizio, vi è Gesù, vi è la Madonna, vi sono gli apostoli; la Chiesa intera è presente e tutto è pronto: la presenza di Gesù diventa la «garanzia» della sacralità del matrimonio.
La Madonna, poi, ha un posto ancora più privilegiato, perché è lei che intercede per il vino che viene a mancare e, come si è soliti dire, con la sua sensibilità di donna e di madre si è preoccupata perché gli sposini non facessero brutta figura. Che abisso! La rivisitazione in chiave cristologica dell’irruzione di Dio nella storia di Israele e dell’umanità, la teofania del Sinai riletta alla luce del Figlio di Dio, Gesù di Nazaret, è ridotta a semplice intervento di buon senso e di galateo perché una sposina assente e uno sposo distratto non facciano brutta figura. Veramente siamo colpevoli della scristianizzazione del nostro popolo. Come possiamo pretendere che il mondo creda se noi annunciamo un messaggio evangelico che il vangelo non ha?

Una simbologia corretta
Nel contesto messianico dell’alleanza, abbiamo scoperto che nulla è fuori posto o superfluo: la madre, i servi e le giare, oltre il loro senso immediato e ovvio, diventano simbolo dell’antica alleanza e rappresentanti del popolo d’Israele e dell’umanità, invitati a guardare a Gesù come Messia e salvatore. «È lui lo sposo! Corretegli in-contro!» (cf Mt 25, 6). Anche l’assenza della sposa e la presenza puramente coreografica dello sposo sono simbolo non già del matrimonio cristiano (e come potrebbero esserlo?), estraneo alla preoccupazione dell’evangelista, ma dello stato di Gerusalemme divenuta «come una vedova fra le nazioni», in cui «nessuno si reca più alle sue feste» perché «dalla figlia di Sion è scomparso ogni splendore» (Lam 1, 1.4.6).
La Madre, in rappresentanza dell’umanità-vedova, e il Figlio, nella sua veste nuziale di Sposo, garantiscono che è già giunto a noi «il principio dei segni» (Gv 1, 11), il tempo della «alleanza nuova», preconizzata dal profeta (Ger 31, 31). In altre parole, ora possiamo cominciare a vedere il volto di Dio, rivelato nell’uomo Gesù, che risplenderà nell’ora della morte, morte che a sua volta esprimerà l’ora della gloria: il mistero pasquale, «principio e fondamento» della vita credente, della fede accolta e della nuzialità che siamo chiamati a testimoniare nel mondo dove viviamo. Poiché le nostre forze non sono in grado da sole di comprendere e accogliere questo mistero, «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8, 26), sostenendoci nella ricerca, nello studio e nell’adorazione.

La ricerca esegetica e lo sviluppo del magistero
Aristide Serra, esegeta dell’ordine dei Servi di Maria, ha dedicato tutta la sua vita di studioso alla figura di Maria nella Scrittura e ha approfondito il brano delle nozze di Cana sotto ogni aspetto, tanto nella tradizione biblica cristiana, quanto in quella giudaica, aprendo prospettive inesplorate e straordinarie [2]. Seguendo la sua ricerca e prima di passare all’esegesi, parola per parola, vogliamo anticipare, anzi, desideriamo puntualizzare la matrice giudaica del racconto perché, quando lo commenteremo, possiamo gustarlo con grandi respiri e soddisfazione.
Facciamo anche riferimento ad un altro testo magisteriale, che riteniamo essere fondamentale. Nel 2001, la Pontificia commissione biblica, allora presieduta dal card. Joseph Ratzinger in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, pubblicò un documento, «Il popolo Ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana» [3], della cui dirompenza solo gli specialisti si resero conto. Il documento, che è una mirabile sintesi degli ultimi quattro secoli di studi biblici, dedica un capitolo intero ai «Metodi esegetici giudaici usati nel Nuovo Testamento» (pp. 34-45), rendendo così ufficiale l’approccio alla Scrittura che noi sosteniamo da queste pagine ormai da diversi anni. Dopo la costituzione conciliare sulla Parola di Dio «Dei Verbum» del 1965 questo documento ufficiale della Chiesa è il secondo pilastro che non può essere disatteso da chi è responsabile della predicazione, della catechesi e della celebrazione eucaristica e/o sacramentale.

Dal Sinai a Cana e da Cana al Sinai
Abbiamo a più riprese accennato che il racconto delle nozze di Cana è un midràsh cristiano dell’evento del Sinai e, quindi, una spiegazione dell’Esodo alla luce della novità che è Cristo. Ne esaminiamo alcuni aspetti in modo organico, considerando ancora il racconto nel suo insieme. Questo metodo di prendere e lasciare, anticipare e sottolineare potrebbe disturbare chi è addentro alle questioni bibliche e che vorrebbe andare subito al sodo dell’esegesi, ma è necessario per coloro che sentono questo discorso per la prima volta. Bisogna procedere per gradi e salire la scala gradino dopo gradino, anche per abituare la ragione e il cuore ad assaporare, gustare senza ingolfarsi. È il metodo del «ruminare» la Parola affinché diventi sangue e vita.
Una rilettura giudaica dello sposalizio di Cana non è agevole per i nostri lettori che non sono abituati a considerare l’ebraicità di Gesù come condizione essenziale per comprendere lui come persona e per capire il senso autentico del suo messaggio. Per questo motivo dobbiamo essere molto schematici e chiari, a costo di essere ripetitivi. È meglio ripetere più volte lo stesso pensiero piuttosto che esprimerlo una sola volta malamente e in modo oscuro. Per capire il nesso stretto che c’è tra il racconto di Cana e la letteratura giudaica, è necessario fare un confronto tra ciò che accadde a Cana e ciò che accadde al Sinai, sottolineando fatti, idee e testi che aiutino a cogliere il legame stretto che c’è tra di essi. Il confronto tra Primo e Nuovo Patto passa attraverso il confronto Cana – Sinai, all’interno del quale troviamo diversi temi: il «terzo giorno» (che abbiamo già anticipato nelle puntate precedenti); le parole che la madre dice ai «diaconi»; il simbolismo del vino e l’allusione alla scala di Giacobbe (Gv 1, 51) che precede immediatamente il racconto delle nozze di Cana. Questi temi devono essere letti nel contesto della Bibbia, poi in quello della tradizione giudaica e infine nel contesto del vangelo che, a sua volta, vive e si sviluppa «dentro» una Chiesa che lo accoglie e lo consegna ai posteri.
(continua – 8)

Paolo Farinella

Note
1. Cf Urbach 627-628; 950, nota 402
2. Ci ispiriamo pertanto alla sua opera, che è una pietra miliare nella storia dell’esegesi, specialmente il poderoso Contributi dell’antica letteratura giudaica per l’esegesi di Gv 2,1-12 e 19,25-27, Edizioni Herder, Roma 1977, pp. 494.
3. Il popolo di Dio e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, pp. 218.

Paolo Farinella




Futuro: sempre più donna

Ben tre Obiettivi del millennio riguardano la situazione femminile: oltre
ad essere vittime principali della crisi economica, le donne continuano
ad essere discriminate ed escluse dalle risorse fondamentali per lo sviluppo, nonostante stiano dando prova che il futuro del mondo è nelle loro mani.

Il Comitato Onu per l’Eliminazione delle discriminazioni contro le donne ha espresso grave preoccupazione per l’impatto della crisi economica sui diritti delle donne e delle bambine. Il Comitato teme l’incidenza di fattori negativi, quali l’aumento della disoccupazione femminile, la diminuzione del reddito, l’acuirsi della violenza domestica, il regresso nel campo dell’educazione e della salute, a causa dei minori investimenti sociali.
La crisi si abbatte soprattutto sulle donne perché, da sempre, esse sono la maggioranza dei poveri, degli analfabeti e degli affamati. La popolazione femminile continua a rimanere esclusa da risorse fondamentali per lo sviluppo, come il credito, la terra, la formazione e la tecnologia.
Secondo l’Ifad (l’agenzia dell’Onu per il cibo e l’agricoltura) nell’ultimo decennio la partecipazione delle donne al lavoro agricolo, a causa dei conflitti e della migrazione maschile, è aumentata di un terzo; in Africa il 30% delle piccole attività agricole è condotto da donne ed esse producono ben l’80% del cibo, ma non possiedono titoli di proprietà.
Anche nei paesi ricchi le donne subiscono discriminazioni nel lavoro e nelle retribuzioni: nell’Unione Europea la differenza salariale tra maschi e femmine è in media del 17,4%, provocando un maggiore rischio di povertà per le lavoratrici, soprattutto se sole o in età avanzata.
Nelle «zone franche» del Centro America o dell’Asia, che foiscono manufatti ai mercati del Nord, le donne lavorano fino a 14 ore al giorno, prive di tutele sindacali, lontano dalle famiglie, spesso vittime di abusi e incidenti.
I crimini transfrontalieri, esplosi con la globalizzazione, colpiscono soprattutto le donne: l’Ufficio Onu contro la droga e il crimine (Unodc) ha da poco presentato il primo Rapporto sulla tratta degli esseri umani: la maggior parte sono donne, vendute e comprate per lo sfruttamento sessuale o per il lavoro forzato.
La discriminazione contro le donne è connaturata ai processi economici e sociali che generano o accentuano le ingiustizie, ma almeno non è più stabilita per legge: la Convenzione delle Nazioni Unite contro ogni forma di discriminazione contro le donne, infatti, è stata firmata da 185 paesi su 192.

La condizione delle donne è talmente importante per il progresso economico e sociale che tre degli otto Obiettivi di sviluppo del millennio riguardano specificatamente le donne: il secondo che punta all’istruzione per tutte le bambine del pianeta, il terzo che prefigura una piena equiparazione e partecipazione delle donne, il quarto che si focalizza sulla salute delle madri e delle partorienti.
All’ultimo summit economico di Davos, è stato presentato l’indice della disparità di genere, il Global Gender Gap, che tiene conto di 4 fattori: partecipazione economica, educazione, potere politico, salute e aspettativa di vita; sono stati misurati 115 paesi e nella maggioranza di essi la condizione delle donne sta migliorando, in 22, tuttavia, sta peggiorando.
Nonostante un ambiente sfavorevole, talvolta ostile, le donne riescono a diventare leader politici, animatrici di movimenti locali e mondiali, protagoniste di progetti economici di successo.
Ovunque, sono le ideatrici e le promotrici di iniziative straordinarie che si ispirano ai valori dell’innovazione, della partecipazione, della promozione del bene comune. Ormai è a tutti nota l’esperienza del microcredito della Grameen Bank: milioni di donne in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del mondo, grazie a piccoli prestiti riescono ad avviare attività produttive i cui benefici ricadono sulle loro famiglie e sull’intera comunità.
Esistono migliaia di esperienze simili in tutti i paesi del mondo e le protagoniste sono quasi sempre le donne.
Ho partecipato ai diversi World Social Forum che si sono celebrati nei 5 continenti dal 2001 a oggi: la presenza delle reti femminili, soprattutto africane, latinoamericane e asiatiche è sempre formidabile: donne coraggiose e tenaci, che non si scoraggiano di fronte agli enormi problemi dei loro paesi, ma continuano a lottare. Credo che il futuro del mondo sia nelle loro mani.

Di Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi




La resistenza degli «uomini di mais»

Latifondisti e speculatori contro gli indigeni

Nello stato di Morelos, che diede i natali a Emiliano Zapata, gli indigeni nahua, eredi degli aztechi, lottano per la terra e l’acqua da cui dipende la loro stessa esistenza. Gli usurpatori di oggi sono imprenditori che, con l’appoggio delle istituzioni, comprano la terra per fae centri commerciali, villaggi di casette a schiera, campi da golf. Un ecocidio e un desplazamento cui gli indigeni hanno risposto unendo le forze nel «Consiglio dei popoli per la difesa dell’acqua, dell’aria e della terra». Una lotta difficile, ma carica di significati. Anche per noi.

Lo stato di Morelos dista un centinaio di chilometri da Città del Messico. È uno degli stati più piccoli del paese, con i suoi due milioni di abitanti.
Qui, l’8 agosto del 1883 – o forse nel ’73 – nacque Emiliano Zapata, a San Miguel Villa de Ayala. Fu proprio dalla sua terra, da questi spazi larghi che alternano deserto a foreste, che meno di trent’anni dopo – o meno di quaranta, a seconda –  Zapata, divenuto generale, fece partire la rivoluzione agraria, che distribuiva terre ai contadini e attaccava al cuore il latifondismo asservito al dittatore Porfirio Diaz. Era il 1910.
Un secolo dopo a Morelos si stanno ricostituendo i latifondi contro i quali aveva lottato Emiliano Zapata. Questa volta la mano è quella delle immobiliarie e dei ricchi imprenditori, avallati dalle istituzioni locali e statali.
La politica di stampo dichiaratamente neoliberista del  presidente conservatore – del «Partito di Azione nazionale» (Pan) – Felipe Calderon, ha dato carta bianca ai governatori del Morelos, che oggi sono Marco Adame Castillo e Jesús Giles. Essi e il sistema che rappresentano, stanno smembrando e vendendo a quarti alla macelleria del mercato questa terra di rivoluzionari, abitata per larga parte da popolazioni indigene. Le nuove frontiere della ricchezza non sono più i grandi appezzamenti agricoli dove venivano a schiavizzare i peones per massimizzare guadagno e rendimento. Più sguaiatamente, la terra di Zapata oggi serve a fare campi da golf, centri commerciali, migliaia di casette a schiera dai colori pastello e dai muri di cartone, per allettare i vicini cittadini col sogno della casa full confort poco fuori dalla metropoli. Chi abita da sempre questi territori non è consultato né rispettato. Così come non lo è il fragile equilibrio naturale di uno degli ultimi ecosistemi integri della regione. Uno sfruttamento selvaggio – un ecocidio – che sta avvelenando falde acquifere ed uccidendo specie animali. E che prevede il violento desplazamento (allontanamento coatto) degli indigeni contadini, coltivatori di mais.
Non è che a noi suoni tanto strano, perché è quello che anche in Italia succede di continuo: ecomostri, casette «schierate», che nascono come funghi e che in effetti non rispondono ad una reale richiesta abitativa, «figliolo, un giorno qui era tutta campagna…» ed ora è centro commerciale… Però Zapata è Zapata. Il simbolo della rivoluzione messicana è l’espressione anche di altro, che non è morto con lui e che era nato molto tempo prima: gli indigeni.
Lo stato di Morelos vanta una forte presenza di indigeni, in particolare di etnia nahua. Lo stesso Zapata parlava nahuatl. Gli indigeni contadini, gli «uomini di mais», come essi stessi si definiscono perché esperti coltivatori di questa pianta, erano al suo fianco allora, per difendere le loro terre dai loro sfruttatori; prima, avevano fieramente combattuto i conquistadores spagnoli in difesa della loro cultura. E anche oggi continuano con altre rivoluzioni.
Loro, i nahua, discendenti dagli aztechi, dicono: «Dalla nostra Madre Terra abbiamo imparato a leggere la nebbia, il freddo e il calore, le piccole scosse della terra e le eclissi; ad interpretare il suono dei ruscelli e parlare al vento che esce dai pozzi naturali e dai fiumi sotterranei. Nel dialogo con gli elementi abbiamo imparato ad interpretare gli spazi e da lì, a pianificare le attività dell’anno. Veneriamo la relazione con le nostre terre e con le nostre acque e per questo siamo organizzati collettivamente, e sappiamo che il giorno in cui questa morirà, morirà anche la nostra terra portandosi via le sue risorse. Per questo conserviamo le nostre danze. Perché attraverso di esse  parliamo con l’acqua e possiamo chiederle di scendere dal cielo».
Queste parole di pura poesia provengono dal «Manifesto de Los Pueblos de Morelos», redatto nel 2007 in occasione di un grande congresso delle popolazioni indigene dello stato.
Un quarto di secolo fa infatti, alcune comunità indigene di Morelos si sono spontaneamente unite – indignate per il sopruso che stava di nuovo avvenendo sotto i loro occhi e a loro danno – per tentare di arginare il frazionamento della propria terra e l’inquinamento delle loro acque. In principio, furono 13, i pueblos, che si unirono in un congresso: i «13 Pueblos en defensa del agua, el aire y la tierra».

«Ci chiamano terroristi e criminali»

Saul Roque Morales, in testa ad un folto corteo, dice: «Siamo indigeni, parliamo nahuatl, veniamo dalla comunità di Morelos, e per questo diciamo al segretario di Goveo che guardi bene quanto siamo terroristi, che guardi bene quanti criminali ci sono fra di noi, perché ci mandi poi i suoi elicotteri ed il suo esercito per farci paura. A noi che solo chiediamo di difendere la nostra acqua».
Quando parla, Don Saul tiene sempre la stessa espressione imperturbabile di chi conta le nuvole all’orizzonte, e il tono della voce non s’increspa mai. Giusto quando parla del suo matrimonio, della sorpresa che la sua gente fece agli sposi, organizzando una festa con cibo e fiori; della moglie, che sembrava essere afflitta da un male incurabile e poi fu guarita dallo sciamano del villaggio vicino. Allora sì, s’addolciscono i suoi tratti.
Sennò, alle adunate e di fronte all’esercito armato, alle riunioni e ai convegni in giro per il mondo, il suo viso di contadino, di rivoluzionario, di saggio e di coraggioso, si muove sempre dentro  un’espressione eterna.
È considerato il capo spirituale della popolazione di Xoxocotla, una piccola cittadina di qualche migliaio di abitanti. Oggi è anche il referente politico di un movimento che arriva a contare 800.000 persone in tutto lo stato di Morelos: praticamente, metà della popolazione.
Quando Don Saul aveva pronunciato quelle parole era il luglio dell’85. L’esercito era intervenuto da pochi giorni con violenza spropositata per sedare le manifestazioni – pacifiche -, che i 13 popoli di Morelos avevano messo in atto per opporsi alla costruzione di un enorme complesso abitativo che voleva sorgere esattamente sopra i quattro bacini idrici che davano da bere a tutto il Creato di Morelos. Tale progetto, conosciuto come la Cienega, prevedeva la costruzione di migliaia di casette in un’area adibita alla coltivazione comunitaria del mais. I contadini indigeni erano scesi in corteo ed avevano occupato le arterie d’accesso a Morelos. L’esercito aveva picchiato e sparato. Una loro compagna – la signora Carmen Lucila González Gómez – aveva perso l’uso delle gambe in seguito alle botte.
Fu allora che i primi 13 popoli di Morelos cominciarono ad organizzarsi per difendere «l’acqua, l’aria e la terra». Non vinsero la battaglia – ancora in corso -. per salvare la cuenca di Chihuahuita e gli altri tre bacini d’acqua. Ma da allora le tante vertenze che li vedevano sconfitti in partenza per la violenza militare, per le difficoltà burocratiche, per la povertà e l’analfabetismo e la disgregazione sociale che l’indigenza e il frazionamento del loro territorio stava portando, vennero affrontate insieme.
È stato così che la comunità di Cuentepec, nel municipio di Temixco, è riuscita a sopravvivere con il suo modello di organizzazione nonostante la vicinanza dell’aeroporto Mariano Matamoros. E che la mobilitazione in Tepoztlán ha vinto contro la costruzione, nel 1997, di un club da golf. Qualche anno dopo, gli abitanti della comunità di Ocotepec si sono opposti all’installazione di uno spaccio della catena Soriana, del gruppo Monterrey, evento che ha costituito la prima sonora sconfitta dell’amministrazione panista di Sergio Estrada Cajigal Ramírez.
Ma i 13 pueblos riuscirono anche in un’altra importante vittoria: obbligarono il governo a riconoscere la gestione comunitaria delle proprie risorse idriche.  Venne creato il Sistema di Acqua potabile di Xoxocotla. Consta di 110 dirigenti e si considera in «lotta permanente per la difesa e protezione delle proprie sorgenti e di ciò che le circonda». E salvaguarda la dimensione fondamentale della vita indigena, la comunitarietà.
Da allora, ogni domenica, i 13 popoli si ritrovano nelle loro assemblee. Ogni domenica, una comunità nuova si aggiunge.
Il 28 e 29 luglio del 2007 venne organizzato il primo Congresso dei Popoli del Morelos a Xoxocotla: erano 49 popolazioni originarie. Oggi, a distanza di due anni, sono 64.
Nella Dichiarazione dei Popoli Indigeni di Morelos, essi dichiarano:  «Che vogliamo, che chiediamo? Che ci rispettino come popoli indigeni. Che non ci arrestino perché difendiamo le nostre terre. Che ci sia un’autentica giustizia. Che non costruiscano mega-progetti industriali e commerciali sulle terre comunali e ejidali (da ejidos, le porzioni di campi comunitari, ndr).  Che non distruggano i nostri boschi, le nostre acque e le nostre risorse naturali. Che non si imponga una modeizzazione neoliberale che significhi la sparizione dei popoli indigeni. Che tengano conto di noi quando si deve decidere».
A questo appello hanno risposto in tanti. L’Università statale Unam, che da anni si è affiancata alle lotte dei nuovi rivoluzionari discendenti di Zapata foendo gli studi di fattibilità ambientale, che dimostrano come i megaprogetti proposti dalle autorità non hanno nessun riscontro scientificamente rilevante sul reale impatto ambientale. E poi molti docenti, intellettuali, avvocati, artisti.
Ma è stato nell’agosto di due anni fa che si è capito come la strenua lotta di questi contadini poveri ma resistenti era diventata davvero qualcosa di esemplare: da tutti i paesi americani, dall’Alaska alla Terra del Fuoco, vennero in pellegrinaggio i delegati delle popolazioni indigene del continente. Per dare il proprio appoggio alla lotta dei «Pueblos», 153 fra sciamani ed alti rappresentanti delle comunità indigene americane, si riunirono ai piedi del sito archeologico azteco di Xochicalco, per un rito comune in difesa «dell’acqua, dell’aria e della terra».

L’acqua della Coca-Cola e la perdita dei beni comuni

Don Saul  è stato recentemente in visita in Italia, assieme all’associazione Yaku. Incontrando le comunità italiane che lottano anch’esse per difendere i propri territori – dagli impianti di geotermia sul Monte Amiata, in Toscana alla privatizzazione dei servizi idrici in Trentino -, spiegava: «Le fonti d’acqua nel Morelos sono in mano alla Coca-Cola, nessuna restrizione viene imposta alle imprese edili. Con la Colonia eravamo peones. Oggi è peggio. La nostra lotta è per difendere gli spazi di convivenza collettiva, per forme razionali di sviluppo economico; e per governi onesti. Noi, popoli del Morelos in lotta, aspettiamo il giorno in cui rivedremo splendere il luogo in cui viviamo, e in cui potremo riunirci con chi è stato costretto ad emigrare e con chi ancora deve nascere. Anche se si tratta di un sogno profondo, in realtà, lo stiamo facendo ad occhi aperti». Parole che ricongiungevano gli spazi e aprivano gli occhi, sotto la luce della semplicità inattaccabile propria del pensiero delle culture indigene.
Enzo Vitalesta dell’associazione Yaku, nella prefazione della versione italiana del «Manifesto de los Pueblos del Morelos», lo spiega bene: «Leggendo il Manifesto ci rendiamo conto quanto siamo lontani dallo stare bene. E quanto ci stiamo allontanando dalle cose che ci appartenevano e ci appartengono. Dai beni comuni che sono il luogo in cui viviamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, l’energia che ci tiene in vita, la terra, i boschi, i mari, i ghiacciai. Ma stiamo allungando le distanze anche dal patrimonio collettivo che alimenta lo spirito comunitario di ogni territorio».
I 13 popoli tengono vivo questo spirito anche per noi. 

di Francesca Caprini

Francesca Caprini




Perù, «come stai»?

Un breve racconto dal paese latinoamericano

In questi mesi, il paese andino è stato sulle prime pagine a causa della durissima repressione del presidente Alan García contro le popolazioni amazzoniche insorte a difesa dei propri territori. In questo racconto di Wilfredo Ardito, una classe di bambini peruviani parla del proprio paese e dei suoi problemi. Con una sorpresa finale…

«José Gabriel lascia il computer che adesso arriva l’autobus e non hai fatto ancora colazione!», disse la mamma, mentre apriva il microonde per servire il succo di arancia che aveva riscaldato. 
«Mamma, soltanto un momento, che sto per battere il mio amico tibetano!».
«Ma lascialo stare!  Lo sai che a quest’ora lui va a letto!».
José Gabriel ingurgitò la colazione in fretta e furia. Un momento dopo suonò il campanello, che il papà aveva programmato con la musica di Star Trek. Si avvolse nella giacca termica acquistata al Saga Falabella di Sicuani (1):  fuori c’erano sei gradi sotto zero. Si mise il cappello di alpaca e, dopo aver salutato la mamma, corse al pullman.
 «Allinllachu?» (2), disse  l’autista, Richard Quispe.  Quando nacque lui, nei primi anni del secolo XXI, ancora erano di moda fra i contadini i nomi in inglese. 
 L’autobus continuò per la strada in mezzo alla puna (3), fermandosi presso altre case per fare salire i figli dei contadini. 

Siccome era ancora presto, José Gabriel ebbe tempo per giocare una partita di basketball nel ginnasio e lavarsi la faccia con acqua calda prima della lezione iniziale.
Nell’aula  appese la sua giacca all’attaccapanni, che si trovava a un’altezza adeguata per bambini di 8 anni. 
Fra tutte le facce andine dei suoi compagni si staccavano due bambini bianchi, che erano venuti da Lima per un programma di intercambio. Così potevano migliorare il loro quechua e anche approfittare di due o tre mesi di sole, nel periodo in cui sulla costa il cielo è sempre coperto.
La prima lezione era Storia peruviana.  Parlando in quechua, l’insegnante ricordò ai bambini il loro compito:  «Avete fatto la ricerca sulla vita al tempo dei vostri genitori?».
«La mia mamma ha detto che a quel tempo non c’era il riscaldamento», disse José Gabriel.
«Neppure energia elettrica o solare», disse Kusi, che sedeva accanto a lui.
«Non c’erano bagni nelle case», aggiunse Cahuide.
«Ne autocarri che portavano via la spazzatura», precisò Ollanta.
«Ma che schifo!», esclamò la piccola Chaska, con una espressione tanto disgustata, che tutti gli altri scoppiarono in una risata.
«Tutto questo è vero, bambini – spiegò la maestra -. La vita era molto difficile a quei tempi…  Ma tutti i peruviani soffrivano tanto?».
«No, assolutamente – rispose Inti, il più bravo della classe -. A Lima e in altre città della costa c’era gente che viveva molto meglio.  Alcuni avevano in casa anche la donna di servizio proveniente dalla sierra e che veniva trattata molto male». 
«Sì, quelle donne dovevano sempre chiamare i padroni “señor” o “joven” e parlare sempre con “usted”», aggiunse José Gabriel, usando quelle parole in spagnolo. 
 «Io sono andato al “Museo della segregazione” alla spiaggia di Asia (4) ed era molto interessante», intervenne Sinchi, uno dei bambini di Lima, pronunciando con precisione i suoni più difficili della lingua quechua. 
«I  visitanti dovevano mettersi addosso dei grembiuli bianchi o blu per poter capire come lavoravano le donne di servizio». 

Tutti i bambini si misero a chiacchierare sull’ ultima volta che erano andati in vacanza al mare, a Asia, Camanà o Paracas. Finché l’insegnante chiese loro di tornare attenti:   «E i vostri genitori vi hanno raccontato come erano le scuole?».
«Non c’era acqua calda o carta igienica nei bagni», disse Ollanta.  
«A volte non c’erano i bagni», aggiunse Ayar.
«I miei dicono che dovevano camminare parecchie ore per arrivare alla scuola, ma deve essere una bugia.  Sarebbero morti con tanto freddo!», borbottò Huáscar.
«Anche i miei hanno detto questo», disse Kusi, sorpresa. E aggiunse: «Ma,  è vero che non c’era l’autobus della scuola?». 
«Se questo è vero, erano proprio scemi! – esclamò Cahuide -. Invece di camminare potevano rimanere in casa a seguire le lezioni collegati ad internet».
«Non c’era internet nelle case a quel tempo!», si burlò Inti. Seguì una risata generale.
«Una domanda, maestra – intervenne Micarnela, la bambina limeña -. Ho sentito dire che a quel tempo c’erano delle “scuole private”.  Cos’erano?».
«Erano scuole dove le famiglie con più danaro pagavano per dare ai loro figli una migliore educazione – spiegò l’insegnante -. A quei tempi si doveva pagare per molte cose, anche per le medicine in ospedale». 
Ogni volta che arrivava a questa parte della spiegazione, la maestra sapeva che nella classe sarebbe calato il silenzio e che tutti i bambini sarebbero rimasti a bocca aperta. 
Nessuno voleva dire quello che tutti pensavano. Dopo alcuni minuti, Cahuide ebbe il coraggio di parlare:  «… E per chi non aveva i soldi, cosa succedeva?».

Non c’era bisogno di risposta.  Tutti avevano capito. «Quello che io non riesco a capire – disse José Gabriel -, è perché a Lima si sprecava tanto danaro in cose che non servivano a niente, ma a quella gente non interessava che qui i contadini morivano di fame o di freddo». 
«Signorina, come mai le cose cambiarono?», chiese Kusi.
«Perché adesso tutti ci trattano come esseri umani?», continuò Huáscar. 
«Cosa successe?», insistette Cahuide.
«Ma perché piange?», domandò Chaska, vedendo che una lacrima scendeva lungo la guancia della maestra. 
«Bambini, piango perché ricordo tutto quello che soffrivamo senza che a nessuno importasse».
O forse la maestra piangeva, perché lei e i suoi bambini sono soltanto parte di un racconto di un Perù del futuro, che non si sa quando potrà tradursi in realtà.  

Di Wilfredo Ardito

Note:
(1) Saga Falabella, di proprietà cilena, è uno dei principali negozi di vestiti di Lima, con prezzi molto elevati.  Vende anche i prodotti di Benetton. Sicuani è una piccola città delle Ande, molto lontana da questo tipo di negozi.
(2) «Stai bene?», in lingua quechua.
(3) La puna è la parte più fredda delle Ande, ma dove ancora è possibile abitare, fino a 4.000 metri di altitudine.
(4) Asia è una città di villeggiatura, 100 chilometri a sud di Lima, dove oggi vanno soltanto i peruviani più ricchi, quasi tutti bianchi.  Ad Asia, è vietato (!) alle donne di servizio accedere al mare. Di solito, i bambini delle Ande non conoscono il mare.

Wilfredo Ardito




Terra del drago tonante

Reportage dal piccolo regno himalayano, ultimo Shangri-La

Un piede nel passato e l’altro nel futuro, il Bhutan si sta aprendo alla modeizzazione, ma a modo suo, con leggi di avanguardia nella tutela dell’ambiente, con imposizioni restrittive per conservare le secolari tradizioni culturali. Ma l’invasione mediatica ed economica, con i suoi modelli e stili di vita occidentali, mette a rischio un sistema sociale che considera la felicità degli abitanti più importante del prodotto interno lordo.

I raggi del sole appena sorto lambiscono batuffoli di vapore che rimbalzano tra la vegetazione della foresta attorno a Trongsa. Mentre seguo con lo sguardo i contadini intenti a trapiantare il riso, dallo dzong le voci gutturali dei monaci elevano le preghiere mattutine al cielo. Tutto attorno è silenzio: nella valle sottostante solo il Puna Tsang, il fiume che scorre sinuoso come il drago che decora la bandiera del Bhutan, rivela la sua presenza.
PAURA DELLA DEMOCRAZIA
È da questa regione che, sul finire del XIX secolo, il penlop (governatore) di Trongsa, Ugyen Wangchuck, con l’appoggio dei britannici, sconfisse il rivale filotibetano di Paro, dando vita all’attuale dinastia dei Wangchuck e gettando le basi per la modeizzazione del paese. Ancora oggi, le incoronazioni ufficiali dei Druk Gyalpo (re dragone), vengono svolte in questo monastero, a sei ore di auto dalla capitale Thimphu.
La devozione verso la casa regnante è, a dir poco, impressionante: quasi ogni casa bhutanese mostra i ritratti dei cinque monarchi succedutisi, dal 1907 a oggi, alla guida della nazione. Ma ci si deve chiedere se, dopo l’attuale re, il ventinovenne Jigme Khesar Namgyal Wangchuck, ne seguirà un altro. La modeizzazione voluta da Jigme Singye Wangchuch, padre dell’attuale Druk Gyalpo, ha infatti gettato le basi per la democratizzazione, da molti vista come un primo passo per un eclissamento della monarchia.
Paradossalmente, in un’area geopolitica caratterizzata da una gestione assolutistica e personale del potere, qui in Bhutan è proprio il massimo rappresentante a volersene privare. L’imposizione democratica non è stata accettata dal popolo bhutanese, il quale ha così dimostrato di aver sviluppato un elevato grado di maturità sociale e politica.
«Siamo preoccupati – mi dice Tshering Lhadin, una ragazza impiegata in un centro di informatica a Thimphu -. La storia dimostra che, ogni qualvolta un paese raggiunge la democrazia, subisce un tracollo sociale e morale. È stato così per il Nepal e l’India. Non vogliamo che anche il Bhutan segua questi esempi».
Sono in molti a pensarla come Lhadin, ma decenni di cieca fedeltà alla corona hanno convinto i bhutanesi a partecipare, nel marzo 2008, alle prime consultazioni elettorali nella storia della nazione. «Elezioni farsa – accusa dalla sua casa di Kathmandu Vikalpa, nome di battaglia del segretario generale del clandestino Partito comunista maoista bhutanese -. I partiti con idee e programmi alternativi, repubblicani e antifeudali non hanno potuto presentarsi. Gli unici due schieramenti in lizza non differivano nei loro manifesti».
In effetti la schiacciante maggioranza dei voti è andata al Druk phuensum tshogpa (Dpt, Partito della pace e del progresso), più per la popolarità del suo leader, il primo ministro Jigme Yoser Thinley, che per i contenuti programmatici.
PRODOTTO
DI FELICITà LORDA
Lo sviluppo raggiunto dal Bhutan in questi 30 anni di modeizzazione è un motivo più che sufficiente affinché lo status quo sia, una volta tanto, l’obiettivo più ambito dalla maggioranza dei 690 mila bhutanesi. Elaborando un singolare metodo di misura della crescita, chiamato Prodotto di felicità lorda (Pfl), il Bhutan è il primo paese al mondo a stimare il progresso sociale della nazione non solo su base materiale, ma monitorando l’effettivo sentimento popolare verso nove principali fondamenti: buon governo, cultura, sanità, educazione scolastica, equilibrio psicologico, ecologia, standard di vita, utilizzo del proprio tempo e qualità della vita comunitaria.
«Il concetto che abbiamo in occidente di economia si misura esclusivamente dalla quantità di risorse economiche messe a disposizione dell’uomo. In Bhutan, ma più in generale nelle economie buddiste, l’economia si misura sulla serenità che la produzione materiale può dare a ciascun individuo» spiega Sender Tindeman, direttore del Maitreya Institute di Amsterdam.
Criticato dagli economisti «materialisti» per l’inaffidabilità scientifica di valutazione, il Prodotto di felicità lorda è forse ciò che più vicino oggi ci sia a quello che il Premio Nobel per l’Economia, Amartya Sen, afferma essere uno sviluppo sostenibile: «La libertà di scegliere e di poter scegliere compatibilmente con le proprie responsabilità».
Durante un’intervista alla fine degli anni ‘90, avevo chiesto proprio ad Amartya Sen come si potevano creare i meccanismi sociali e culturali per rendere partecipi anche gli impoveriti allo sviluppo economico. La sua risposta, mi accorgo ora, potrebbe essere un riconoscimento al Pfl: «Purtroppo in un mondo sempre più globalizzato, per i poveri è arduo entrare nel processo di sviluppo. Occorrono basi che non tutti gli stati possono o vogliono garantire: l’istruzione in primo luogo, ma anche la sanità, il cibo, un’informazione esauriente e corretta, la possibilità di viaggiare, non dico all’estero, ma nella città più vicina. È difficile per chi non sa scrivere o leggere, per chi è malato o per chi non sa nulla del mondo esterno, sentirsi parte di un meccanismo economico che vada al di là dei limiti del proprio villaggio».
Mi tornano in mente queste parole mentre visito una comunità nella sperduta valle di Tang, nella regione centrale del Bhutan. Nel piccolo dispensario si assiepano una trentina di persone. Alcune, come l’analfabeta Chukie, si sono portate il nipotino per compilare i formulari necessari per ricevere le medicine; altre, come Trishan, hanno dovuto camminare quasi due ore per farsi visitare: «Solo due anni fa avrei dovuto recarmi direttamente a Jakar, a quattro o cinque ore di cammino. Ora abbiamo anche una strada e se troviamo i mezzi possiamo arrivarci in un’ora».
VANTAGGI E RISCHI           DELLA MODERNIZZAZIONE
Trishan è fortunato: è riuscito a separarsi da quel 21% della popolazione che vive a più di 4 ore di cammino dalla prima strada carrozzabile. In soli tre decenni, le infrastrutture di questa minuscola nazione, poco più grande della Svizzera, sono state accresciute in modo esponenziale. La rete stradale che nel 1974 si sviluppava per 1.300 chilometri attorno a Phuntsholing, Paro, Thimphu e Punakha, oggi attraversa l’intero paese da est a ovest su 5.000 chilometri di asfalto, permettendo un migliore e rapido trasferimento di persone e merci.
Grazie a una politica di capillarizzazione dei presidi sanitari, i bhutanesi vivono in media 66 anni, venti in più di quanto ci si potesse aspettare solo tre decenni fa. Il sistema scolastico statale, totalmente gratuito, oltre ad aver ridotto l’analfabetismo dal 90 al 25%, ha introdotto l’inglese, come lingua accoppiata allo dzongha nell’insegnamento di alcune materie, permettendo ai bhutanesi di dialogare con il mondo.
Ma il Bhutan si affaccia al XXI secolo portando con sé anche una serie di incognite che gettano preoccupazione nella classe politica. Se nei secoli scorsi bastavano le formidabili catene dell’Himalaya a sfiancare ogni esercito e mantenere salda e integra la cultura drukpa, permettendo al governo di scegliere gli interlocutori con cui interfacciarsi, oggi la modeizzazione ha di fatto fagocitato anche questa minuscola nazione nei circuiti di scambi inteazionali. Le inevitabili aperture al mondo esterno, iniziate timidamente negli anni ‘60 con re Jigme Dorji Wangchuck e perseguite con più vigore dal suo successore, Jigme Singye, hanno costretto i bhutanesi a raffrontarsi con cambiamenti sociali mondiali.
Nel Tiger Pub di Thimphu le luci soffuse proiettano ombre di ragazzi e ragazze che si sbaciucchiano sorseggiando una birra; a Paro, in occasione di una partita di calcio della Champions League, un bar promette hard rock music per tutta la nottata, a Wangdue osservo un ragazzo che, indossando jeans Levi’s e una maglietta Armani, ha raccolto i capelli meschati in treccine rasta, mentre nei pressi del monastero di Gangtey, nella valle di Phobjkha, diversi monaci poco più che tredicenni si passano un paio di sigarette.
Viaggiando per il paese noto diversi centri di aiuto per disintossicati e affetti da Hiv. «Fino a cinque anni fa nessuno sapeva cosa fosse la droga o l’Aids. Oggi è divenuta una piaga sociale, per ora ancora contenuta, ma destinata ad allargarsi» spiega un ragazzo di 29 anni in cura presso il presidio di Thimphu. Piccoli segni, se vogliamo, ma che denotano un cambiamento in atto difficilmente contrastabile con decreti e imposizioni.
Dagli aerei della Druk Air nel 2008 sono scesi quasi 18 mila turisti che importano modelli di vita affascinanti per i giovani bhutanesi, il 40% dei quali ha meno di 20 anni. Il gho e la kira, i vestiti tradizionali per gli uomini e le donne imposti obbligatoriamente dal governo durante attività pubbliche e nelle cerimonie ufficiali, sono dismessi appena possibile. Al loro posto vengono indossate magliette del Manchester United e jeans attillati. Il tiro con l’arco, sport nazionale, sta per venire soppiantato da attività più fisiche che mentali quali calcio, cricket e basket (il principe stesso gioca in una squadra di pallacanestro).
turismo E INQUINAMENTO AMBIENTALE E CULTURALE
Per far fronte alla crescente disoccupazione, che nelle città raggiunge il 30% della forza lavoro, il governo punta sul turismo, unica voce economica con un settore privato in espansione. I 200 dollari al giorno che ogni straniero deve pagare per visitare il paese dovrebbero selezionare un turismo d’élite e intellettualmente rispettoso della cultura locale, ma questo non sempre è un fatto positivo. Il turismo dei ricchi non si accontenta degli alberghetti, di viaggiare su mezzi pubblici, di mangiare nei ristorantini e i contatti con i bhutanesi sono estremamente limitati.
Tutto questo impone al governo il miglioramento delle infrastrutture logistiche con le ricadute del caso. La costruzione di alberghi di lusso richiede maggior consumo di risorse energetiche e idriche, nonché un notevole aumento di rifiuti che dovranno essere trattati, mentre il viaggiare su mezzi privati implica una congestione del traffico con la necessità di migliorare la rete stradale e un conseguente innalzamento dell’inquinamento.
Come si concilierà tutto questo con la volontà di integrare lo sviluppo con il rispetto dell’ambiente? Per legge il 60% del territorio deve essere coperto da foreste, ma il vertiginoso aumento demografico e il fatto che il 40% delle case utilizza legna per cucinare e riscaldarsi, mette in serio pericolo la rigogliosa vegetazione. E se il turismo è una fonte di inquinamento culturale e ambientale, tuttavia ancora relativamente controllato, visto che la maggior parte della popolazione ne è immune, televisione e internet sono mezzi che più subdolamente entrano nelle abitazioni dei bhutanesi e ne cambiano la mentalità.
Si calcola che un terzo delle famiglie del paese possieda un apparecchio televisivo e che 40 mila persone utilizzino internet. Il governo ha cercato di correre ai ripari criptando i canali, a suo parere, più offensivi verso la morale: Mtv, Fashion Tv e quelli che trasmettono il wrestling. A Paro, però, vedo diversi ragazzini imitare le mosse della lotta e, nell’isolata Ura, un bambino sfoggia orgoglioso una maglietta serigrafata con l’immagine di John Cena. Le ragazze, inoltre, recepiscono immediatamente gli ultimi dettami della moda dalle copertine patinate delle riviste o dai film indiani proiettati al Luger Cinema di Thimphu.
«Non sono contraria alle trasformazioni. Una cultura per sopravvivere deve adattarsi anche ai cambiamenti estei – confida Kunzan Yeshey, una scrittrice in erba incontrata a Punakha -. Ho però paura che non siamo ancora pronti. Ci sono troppi esempi che ci consiglierebbero di rallentare il processo di modeizzazione». La grande paura di Yeshey si chiama storia e integrazione.
INTOLLERANZA ETNICA
Già alla metà degli anni ‘60 il Bhutan era entrato in una pericolosa spirale di violenza, quando l’allora primo ministro, Jigme Palden Dorji, dopo aver varato delle riforme in campo militare e religioso, fu assassinato in una faida tra la famiglia Dorji e il consigliere tibetano del Druk Gyalpo, Yangki. La stessa Yangki complottò dieci anni più tardi per assassinare il quarto monarca, appena incoronato.
Ma sono gli sviluppi più recenti che hanno svegliato i bhutanesi dal loro sogno di vivere in una Shangri-La (utopico paradiso himalayano descritto nel 1933 da James Hilton nel romanzo Orizzonte perduto, ndr). Dopo che, nel censimento del 1988, il governo scoprì con sgomento che i lhotshampa, l’etnia di origine nepalese, hinduista, di lingua nepali e concentrata nelle regioni meridionali, aveva raggiunto il 45% dell’intera popolazione, il re varò la campagna «Una nazione, un popolo». Oltre a bandire la lingua nepali nelle scuole, costrinse i lhotshampa a conformarsi al Driglam Namzha, i valori tradizionali bhutanesi, non tutti confacenti alla cultura del sud.
Il terrore del governo bhutanese era seguire l’esempio del confinante Sikkim, che nel 1975 perse l’indipendenza divenendo il 22° stato dell’India a seguito di un referendum il cui risultato fu condizionato dalla maggioranza nepalese. Per evitarlo, si emanò una serie di leggi di cittadinanza che discriminavano le etnie meridionali nei confronti dei bhote, la razza maggioritaria. Ne seguirono scontri e circa 100 mila persone si rifugiarono in Nepal, dove tutt’ora sono confinati in sette campi profughi.
«Quello che è chiaro è che, dopo il 1988, il governo ha implementato una politica di intolleranza verso i bhutanesi di lingua nepalese» ha detto lo scrittore Christopher Strawn, autore del libro Bhutan.
Nei campi profughi la vita è miserrima e sia Bhutan che Nepal cercano di rimpallarsi responsabilità e soluzioni. Secondo il governo bhutanese il 25% dei rifugiati non avrebbe neppure diritto alla cittadinanza. Dopo che l’ambasciatrice Usa in Nepal, Nancy J. Powell, ha dichiarato che il suo paese, assieme ad altre sei nazioni, ha accettato di accogliere i rifugiati, nei campi si è innescata una serie di violenze il cui scopo è quello di impedire un insediamento in paesi terzi. Suhas Chakra, direttore dell’Asian Centre for Human Rights (Achr) di New Delhi, avverte che «il reinsediamento senza un diretto coinvolgimento del Bhutan è pericoloso, perché potrebbe favorire la politica di pulizia etnica del governo bhutanese e aggravare la situazione delle popolazioni di origine nepalese».
Sempre a New Delhi incontro quello che forse è il più famoso dissidente bhutanese: Devi Bhakta Lamitarey, fondatore del Bhutan State Congress e autore di due libri di discreto successo: Dankido Bhutan e Murder of Democracy. La sua tesi, per certi versi allucinante e pericolosa, è che «per essere indipendente il Bhutan dovrebbe avere almeno 5 milioni di abitanti, così da disporre di un esercito di 500 mila soldati. Se non raggiungerà tali traguardi, l’unico destino è l’assorbimento da parte dell’India, così come avvenuto con Sikkim». E alla fine aggiunge: «Sempre meglio essere uno stato indiano che un servo della Cina».
FOBIA INGLOBAMENTO
Attraversando il Bhutan incontro diverse squadre di manutentori stradali: tutti, o quasi, sono di origine nepalese, così come di origine nepalese sono i lavoratori che svolgono attività di fatica. Negli uffici statali, invece, le sedie sono monopolio dei Bhote. «Dobbiamo salvaguardare la nostra cultura. Siamo un piccolo paese schiacciato tra due giganti. Non vogliamo diventare il 23° stato dell’India e neppure un’appendice del Tibet» giustifica Tsheltrim, un impiegato della Banca del Bhutan.
La fobia dell’inglobamento, se non politico almeno culturale, in una delle due grandi aree geopolitiche confinanti col Bhutan, è presente ovunque. Il Trattato di Punakha del 1910, siglato tra il primo re, Ugyen Wangchuck, e la Gran Bretagna, in base al quale Londra, pur non interferendo negli affari interni della nazione himalayana, ne avrebbe guidato la politica estera, è stato sostituito pari pari nel 1949 dal Trattato di amicizia con l’India. Ma con la democratizzazione, Thimphu potrebbe adottare una politica estera più autonoma, cercando una equidistanza tra New Delhi e l’altro potente vicino, Pechino, entrambi interessati alle enormi potenzialità energetiche offerte dal paese.
India e Cina hanno anche un contenzioso con l’Arunachal Pradesh, regione che Pechino considera di propria competenza e che, assieme all’Assam, ha dato non pochi grattacapi al Bhutan. Al passo Dochu La, i 108 stupa costruiti sul valico testimoniano la lotta condotta nel dicembre 2003 dall’esercito bhutanese in collaborazione con l’India, contro i guerriglieri dell’Ulfa (United Liberation Front of Assam), del Ndfb (National Democratic Front of Bodoland) e del Klo (Kamatapur Liberation Organization), tre organizzazioni indipendentiste che controllavano una trentina di campi nel Bhutan.
L’ingombrante presenza dell’India, principale partner commerciale, non sembra però allarmare i bhutanesi, che hanno addirittura esentato i cittadini indiani dall’esorbitante tassa turistica imposta agli altri paesi.

U na volta visitato questo stupendo paese, viene istintivo chiedersi se il Bhutan riuscirà a convivere con i modelli che gli provengono dall’esterno o se questi avranno il sopravvento sulla sua cultura. Nella storia, il Drago Tonante è riuscito a respingere gli assalti di eserciti ben più potenti e armati di lui, ma di fronte all’invasione mediatica ed economica, forse i suoi artigli non sono in grado di difendere questa terra di miti e leggende. 

di Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali




Bianchi da morire

Albini: persecuzioni in Africa centrale

Ci sono tante superstizioni in Burundi. Negli ultimi mesi se ne è aggiunta una, importata dalla Tanzania. Una macabra idea per cui gli albini varrebbero tanto oro quanto pesano. E questo diventa una forte minaccia per la loro sicurezza. Un’associazione locale lotta per i loro diritti.

Tutto è cominciato verso la fine del mese di agosto 2008. Alcune superstizioni arrivate dalla Tanzania, raccontano che gli albini sono sì portatori di handicap, ma che ogni parte del loro corpo vale oro. Rapidamente, le voci si trasformano in fatti. L’8 settembre dello stesso anno a Nyabitsinda, in provincia di Ruyigi, una ragazzina di 14 anni viene sgozzata da due individui.
Questo assassinio è come lo sparo di partenza. In tutto il paese inizia la caccia agli albini. Almeno altri tre bambini sono ammazzati in diverse province.
Gli albini non sono più sicuri nelle loro località. Terrorizzati sentono la loro vita costantemente minacciata. In molti decidono di lasciare il loro domicilio e andare a vivere nei capoluoghi di provincia dove c’è qualche garanzia in più di sicurezza. Alcuni partono soli, altri con la famiglia o con un membro della stessa. Altri cambiano radicalmente regione.
A Ngozi sette albini vanno a vivere nel capoluogo, mentre a Ruyigi sono in 23.  Le famiglie sono distrutte e chi ancora va a scuola è costretto ad abbandonare la propria classe, con il rischio di perdere l’anno. Godefroid Hakizimana, albino di 27 anni, sposato e con un figlio di due anni ha lasciato la sua famiglia, spiegando che: «Sento che alla lunga sto diventando una minaccia per i miei cari, anche se questi assassini cercano solo le persone come me».

Discriminazioni

Un albino nella società burundese è visto come un essere con molti difetti, per il fatto che il suo handicap sia così visibile: la pelle. Per questo motivo una vecchia pratica è sempre nelle credenze di un burundese: quando vedi un albino si dice una preghiera, sputandosi sul cuore e chiedendo di non mettere mai al mondo degli albini. Un’altra superstizione recita che non bisogna mai guardare negli occhi un albino, altrimenti si rischia di avere dei figli con questo problema.
Per Liduine Nyamushirwa, storica, di superstizioni ce ne saranno sempre, ma quello che è sicuro è che in passato «Un albino era considerato come un individuo qualsiasi. È vero che il suo aspetto fisico sembrava strano, ma i nostri antenati avevano capito che tutti i bambini vengono da dio, Imana, e che nessuno aveva il diritto di togliergli la vita con il pretesto che il colore della sua pelle è diversa dalla nostra».
Secondo la studiosa: «Il Burundi tradizionale era una società che rispettava la vita degli innocenti e che non accettava assassini ed altre pratiche di carattere criminale». All’epoca degli antenati un albino era considerato alla stregua di ogni altro essere umano. Essi avevano capito che si trattava di una malformazione cutanea, per cui si spalmava la loro pelle con burro per proteggerla dai raggi solari.
«Posso anche affermare che gli antichi non hanno mai creduto che il corpo o il sangue di un albino avesse dei poteri magici», continua.
Ricorda che durante la sua infanzia, la famiglia aveva per vicina una donna albina, di nome Kabura. Spesso lei chiedeva a sua madre perché la vicina era «bianca» e la risposta era che il colore della pelle non le impedisce di essere burundese.
Ciononostante il presidente dell’associazione Albini senza frontiere (Asf), Kassim Kazungu, ci confida che in passato si raccontava che un albino non può morire, ma solo scomparire. Inoltre, secondo Kassim, che è lui stesso albino, è spiacevole constatare che per certe famiglie, avere un figlio albino è una vergogna a tal punto che si vuole dimenticare la sua esistenza.

Un orrore importato

Ma da dove viene questo recente fenomeno di uccisione degli albini?
Nella vicina Tanzania gli stregoni utilizzano gli organi e le ossa degli albini negli intrugli portafortuna che, secondo credenze locali, permettono ai cercatori di diamanti di trovare le gemme più preziose, mentre i pescatori utilizzano i loro capelli per preparare le esche e pescare nel lago Vittoria.
Sono dunque gli stregoni spesso i mandanti di questi assassini. Si serviranno poi di parti del corpo della vittima come capelli, braccia, gambe, e soprattutto il sangue, per preparare delle pozioni che, assicurano, renderanno i loro clienti molto ricchi.
Dopo una quarantina di omicidi, il governo tanzaniano ha deciso di reprimere il fenomeno, cercando gli autori dei crimini e facendo anche un censimento degli albini viventi sul territorio. Questo per poter meglio assicurare la loro sicurezza.
Rapidamente gli omicidi sono diminuiti, ma con l’effetto di trasferirsi nel vicino Burundi, a cominciare dalle province di frontiera (Ruyigi, Cankuzo e Muyinga).
È in questo modo che cominciò il misterioso e macabro «commercio». Dopo aver sgozzato o pugnalato la vittima, i criminali ne amputano gli arti e ne prendono il sangue.
Il bottino dei malfattori è venduto in Tanzania a somme colossali, come 600 milioni di franchi (circa 400mila euro) per il corpo di un albino.

Crisi di valori?

Secondo l’onorevole François Bizimana, deputato dell’East African Community, queste pratiche si aggiungono ad altre già in uso in Burundi. Il tutto è segnale di una reale crisi di valori che sta attraversando il paese: «La povertà non può in nessun caso essere presa come fattore esplicativo di questo fenomeno, si tratta piuttosto d’ignoranza».
I sostenitori di queste pratiche di stregoneria si nascondono dietro la miseria per giustificarle, ma in realtà approfittano dell’ignoranza delle persone.
La lega Iteka, associazione burundese per la difesa dei diritti umani, nel suo ultimo rapporto (2008) ha denunciato energicamente questo fenomeno che tende a prendere una ampiezza inquietante. Allo stesso tempo Iteka critica la passività della quale fanno prova le autorità amministrative per contrastarlo.
Gli attivisti aggiungono che questi omicidi premeditati sono un attacco a ogni diritto alla vita e al fatto che tutti gli uomini nascono liberi e uguali.
L’assistenza degli albini che lasciano le loro famiglie per cercare luoghi più sicuri nelle città sembra essere un compito difficile. Le autorità amministrative non vogliono affrontare il problema in modo radicale. I costi della casa per 25 albini raggruppati a Sanzu saranno foiti dall’associazione Asf. Il procuratore della repubblica a Ruyigi, Nicodeme Gahimbare, si è impegnato a fornire a questi sfollati viveri e protezione per mezzo di poliziotti.
Ma il raggruppamento di albini in un posto più o meno sicuro è come una «quarantena» o ancora una stigmatizzazione, secondo il deputato Bizimana: «Con questo metodo di protezione, un bambino albino crescerà sapendo che non è accettato, che è perseguitato e che per poter vivere deve essere messo in quarantena».
Proibito manifestare

Il presidente dell’Asf ha dichiarato che ogni mese almeno quattro albini sono assassinati. Di fronte a questo fenomeno, che ha preso oggi un’ampiezza inquietante, lo scorso marzo Asf voleva organizzare una manifestazione per denunciare queste pratiche e, soprattutto, per chiedere che queste persone siano considerati esseri umani e siano accettati per quello che sono.
Purtroppo, il governo del Burundi, ha rifiutato il permesso, dicendo che l’associazione non è legalmente riconosciuta. Ma si tratta di un falso pretesto secondo Kassim Kazungu, il riconoscimento dell’associazione è arrivato nel dicembre 2002.
Il presidente di Asf chiede che ci sia un censimento degli albini come è avvenuto in Tanzania, e che si facciano delle sensibilizzazioni della popolazione. Ma anche che gli albini, e tutti i burundesi possano essere coscienti che la sicurezza dei primi non può essere garantita che dalla popolazione. 

Di Amandine Inamahoro

Prime Condanne
A fine luglio, in Burundi, c’è stata una prima sentenza. Otto degli undici imputati, accusati dell’omicidio di dieci albini,  sono stati condannati a pene che vanno da un anno di detenzione all’ergastolo.


Amandine Inamahoro




A colpi di fax

Carlos Cardoso:  per non dimenticare

Sono passati nove anni, ma chi abbia pianificato e deciso la morte del giornalista Carlos Cardoso dorme ancora sonni tranquilli. Il giornalista investigativo più noto del Mozambico lottava contro le misure strutturali imposte dalla Banca Mondiale e contro la corruzione nel suo paese. Lo ricorda un suo collega e compagno di lotta.

È il 22 novembre 2000, quando Carlos Cardoso, giornalista di 48 anni, viene freddato da due killer in pieno centro a Maputo (foto in alto). Cardoso era «il migliore e il più rispettato giornalista mozambicano» riporterà l’inglese The Guardian due giorni dopo.
Nato a Beira nel 1951, figlio di immigrati portoghesi, Cardoso era un giornalista investigativo che non lasciava nulla al caso. Aveva moglie e due figli.
Dopo una carriera nei media di stato, aveva co-fondato Mediacornop, la prima cornoperativa di giornalisti indipendenti (1992) e Media fax, primo quotidiano che usa il fax come mezzo di diffusione.
Cardoso fonda poi da solo il giornale economico Metical (1997, dal nome della moneta del paese), anch’esso via fax. Si dedica in particolare alle battaglie contro le misure imposte dalla Banca Mondiale e dalle altre organizzazioni inteazionali per il suo paese.
In quelle settimane sta lavorando a un’inchiesta scottante. La frode di 14 milioni di dollari nel caso della privatizzazione del Banco Comercial de Moçambique, la maggiore banca del paese.

«C’è libertà di stampa in questo paese, ma è una libertà condizionata – ci racconta Feando Lima, giornalista, presidente del consiglio di amministrazione di Mediacornop, e amico di Cardoso -. Sembra che tutti in Mozambico siano favorevoli a questo governo, ma non è così.
Quando un giornalista fa delle domande alla prima ministra, se sono superficiali non c’è problema, ma se vuole approfondire le cose si complicano, come quando si vuole scrivere di corruzione del governo o dei funzionari dello stato».
E continua: «Ci sono molte barriere per chiedere, e ottenere la libertà che dovrebbe essere insita a questo mestiere. Le pressioni poi non mancano».
Il panorama mediatico non è eccellente. Continua Lima: «I giornalisti sono in genere mal preparati e mal pagati, questo porta al fatto che non riescono a fare articoli di una grande profondità. Ci sono varie scuole, ma non molto buone».

Quando gli chiediamo se cambiò qualcosa per la stampa in Mozambico, dopo l’assassinio di Cardoso, risponde con un velo di emozione: «Non molto, quello che succede è che ne sentiamo la mancanza. Per fare quel lavoro lui aveva qualità e non ci sono altre persone del suo livello. È una perdita molto grande, dal punto di vista umano e professionale. Una delle ragioni che portarono alla sua morte fu che si trovò molto isolato. Era un caso unico. Così decisero: attacchiamo lui e risolviamo il problema. In quel momento lo risolvettero, perché determinate inchieste caddero. Le forze politiche ed economiche legate al crimine, si salvarono».

Un evento del genere potrebbe ancora verificarsi? «Chiaro che io posso essere ucciso domani, ma qualcuno pagherà un prezzo in perdita di popolarità, prestigio, relazioni inteazionali, cooperazione. È penalizzante per un presidente, arrivare in un paese e per prima cosa ti chiedono perché è stato ucciso un giornalista. È molto imbarazzante per un governo. Non è solo incriminare persone, ma l’immagine di uno stato, soprattutto se si vuole apparire un regime di legalità democratica e garantita».
«Io so e tutti sappiamo determinate cose, non è detto che non ci saranno più morti, ma qui in Mozambico molte persone muoiono nel contesto del crimine, della droga».
Dopo diversi processi, nel gennaio 2006 è stato condannato come  mandante Annibal dos Santos junior a 30 anni di carcere. Questi, noto malvivente, è già riuscito a fuggire due volte dal carcere. Sarebbe protetto da alte personalità, e nell’inchiesta spuntò anche il nome di Nyimpine Chissano, figlio dell’ex presidente Joaquim. Ma la giustizia sui veri mandanti deve ancora fare il suo corso. 

di Marco Bello

Marco Bello




Perù: Radio «La Voz de Caybarachi»

Un prete italiano contro le prepotenze delle multinazionali nell’Amazzonia peruviana

Alla fine la storia è sempre la stessa: i deboli che debbono difendersi dalle prepotenze dei forti. Così a Barranquita, provincia di Lamas, dipartimento amazzonico di San Martin, le popolazioni contadine debbono difendere le loro terre dalle brame della società «Palmas de Espino», un’impresa che deforesta l’Amazzonia per produrre biocombustibile dall’olio di palma. L’impresa fa parte del «Grupo Romero», uno dei più grandi gruppi industriali del Perù, con interessi in svariati settori produttivi. Politici ed amministratori sostengono le ragioni dell’azienda, giustificando la loro scelta con lo sviluppo economico che ne deriverebbe.
A difesa dei diritti delle comunità contadine della Valle Rio de Caynarachi si è invece schierata una piccola, ma seguitissima radio che di nome fa «Voz de Caynarachi». Questa ha iniziato una battaglia per sostenere che le terre disputate appartengono legalmente alle popolazioni che da sempre le abitano e lavorano.
Fondatore e anima dell’emittente è padre Mario Bartolini Palombi, un prete passionista italiano di 70 anni, che da 30 opera nel paese andino. Già nel novembre del 2006, il prete italiano era stato dichiarato «persona no grata» dal sindaco di Barranquita, il quale aveva chiesto al vescovo di allontanare quel sacerdote troppo molesto. Allora mons. Astigarraga, vicario apostolico di Yurimaguas, aveva difeso padre Bartolini e le trasmissioni diffuse da «La Voz de Caynarachi». Di fronte agli attacchi di oggi, con un comunicato datato 20 giugno 2009, il prelato cattolico ribadisce il concetto: padre Bartolini obbedisce all’obbligo di «scegliere l’opzione per i poveri e i meno fortunati, cercare la verità e la giustizia, difendere i beni della creazione».

La vicenda di Barranquita ricorda quella del confinante dipartimento di Amazonas, dove, lo scorso giugno, in località Bagua ci fu una cruenta battaglia tra le locali popolazioni awajun e le forze dell’ordine peruviane. Gli indigeni erano insorti per difendere le proprie terre cedute dal governo del presidente Alan Garcia alle compagnie minerarie, infrangendo i principi stabiliti nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (settembre 2007) e nella Convenzione della Organizzazione internazionale del lavoro (Oit/Ilo) n. 169 del 1989. Alla fine, dopo decine, forse centinaia di morti, il governo e le compagnie minerarie hanno dovuto fare retromarcia, derogando ai decreti legislativi su cui fondavano la propria azione (decreti 1090 e 1064, conosciuti anche come «leyes de la selva»).
A Barranquita e a Bagua, le prepotenze del potere politico ed economico sono state (momentaneamente) fermate. Ma – questa è una certezza – la guerra per i diritti delle popolazioni indigene sarà ancora lunga.

di Paolo Moiola

Paolo Moiola




Colombia: Radio «Payumat»

I leaders dei popoli indigeni colombiani rischiano la vita, sono chiamati «terroristi» dal governo Uribe,
ma non rinunciano alla lotta. Pacifica ed organizzata.Nonostante anche la loro emittente sia stata messa a tacere da un attentato. Era il 14 dicembre 2008. Da allora, le trasmissioni di Radio Payumat sono sospese.

In Colombia, la popolazione è afflitta da una guerra intea interminabile, povertà ed ingiustizie secolari. In questo contesto, gli indigeni sono una minoranza (meno di un milione su un totale di 36), che deve difendere con le unghie e spesso con la vita le proprie peculiarità. Il governo di Alvaro Uribe non esita a qualificarli come «terroristi», per la loro contiguità fisica con i guerriglieri delle Farc. I leaders delle varie comunità rischiano la vita a causa delle violenze dell’esercito e dei gruppi paramilitari (l’ultimo dei quali si è dato il nome di «aguilas negras»). Nonostante questa difficile situazione, le istanze degli indigeni colombiani sono oscurate dai media ufficiali.
In assenza dello stato, in questi ultimi anni, gli indigeni hanno organizzato la propria esistenza-resistenza, in parte con l’aiuto di missionari e organizzazioni inteazionali, in parte trovando forza nelle proprie tradizioni più consolidate. Una delle organizzazioni indigene più attive, conosciute e meglio strutturate è l’Acin («Asociación de Cabildos Indígenas del norte»), che raccoglie le etnie della regione del Cauca. Nel «piano di vita» («plan de vida») dell’Acin sono previste 5 reti («tejidos», tessuti) operative: economia e ambiente, popolazione e cultura, giustizia ed armonia, difesa della vita, comunicazione e relazioni estee.
Dora Muñoz, giovane indigena nasa (paez), è perfettamente consapevole delle innumerevoli difficoltà e per questo svolge la propria professione di giornalista come una missione. Lavora all’emittente comunitaria della Acin, che trasmette da Santander de Quilichao. «Noi ci definiamo una “rete di comunicazione”, perché lavoriamo per unire i fili di un tessuto. Lo facciamo con la radio comunitaria, ma anche con un gruppo che lavora con i video. Abbiamo poi una pagina internet, attraverso la quale informiamo soprattutto all’esterno quello che sta accadendo. In Colombia i grandi mezzi di comunicazione non parlano degli indigeni e del nostro “Piano di vita”. Se ci fossero soltanto loro, nessuno conoscerebbe il nostro percorso esistenziale. E quando parlano di noi, è unicamente per dire che siamo terroristi…».
Il motivo di tanta avversione è presto spiegato. «I nostri territori sono occupati militarmente da gruppi di sinistra e di destra. Dall’esercito, dalla guerriglia e per finire dalle multinazionali.  Tutti vogliono appropriarsi del territorio e delle sue risorse, senza curarsi delle comunità che vivono qui. Per le comunità indigene il territorio e le risorse naturali non sono mercanzia, ma beni che danno la vita e che perciò vanno protetti». Insomma, gli indigeni danno fastidio, sono d’intralcio agli interessi di molti e per questo vanno fermati.
La radio comunitaria della Acin si chiama Payumat (Pa’yumat). Nella lingua della etnia nasa (paez), «payumat» è il termine utilizzato quando una persona arriva in una casa della comunità: con esso si annuncia il proprio arrivo e si chiede il permesso di entrare. Si usa in qualunque ora del giorno. Le trasmissioni di Radio Payumat vanno in onda dalle 7 del mattino alle 5 del pomeriggio, «ma – precisa Dora – trasmettiamo a tempo pieno quando c’è un’emergenza». Si calcola che l’emittente indigena raggiunga una audience di 110.000 persone, tra indigeni, contadini e popolazione afro.
Chiediamo a Dora come riescano a mantenersi. «La sostenibilità economica di Radio Payumat e di tutta la rete di comunicazione – spiega la giornalista nasa – è una questione piuttosto complessa. Le autorità indigene danno un sostegno annuale. Inoltre, raccogliamo qualcosa con le nostre produzioni e ogni tanto collaboriamo con agenzie ed istituzioni. Però, nonostante le perenni difficoltà economiche, molte volte decidiamo di rifiutare gli aiuti di coloro che pretendono di condizionarci».

Le trasmissioni di Radio Payumat sono sospese dal 14 dicembre 2008. Racconta Dora: «Subito dopo il grande lavoro di informazione svolto in occasione della minga (mobilitazione indigena, ndr) sociale e comunitaria, mani criminali hanno sabotato i ripetitori installati sul Cerro di Munchique, la parte alta di Santander de Quilichao. Su chi sia l’autore dell’attentato non abbiamo certezza assoluta, ma in base alle investigazioni svolte abbiamo dei sospetti. Però per noi è pericoloso dirlo. Ed ancora di più pubblicarlo su un giornale…».
Esagerazioni? Macché, gli assassinii di attivisti e dirigenti indigeni sono all’ordine del giorno. Solamente durante la scrittura di questo articolo, sono stati ammazzati Héctor Betancourth Domicó, governatore indigeno di Changarra (6 luglio 2009), e Marino Mestizo, indigeno nasa assassinato nel Municipio di Caloto, Cauca (23 giugno 2009).

di Paolo Moiola

Paolo Moiola




Quando i matti regalano la felicità

Argentina: Radio «La Colifata»

Dal settembre 1991 trasmette ogni sabato dalle 14.30 alle 19.30. È una emittente particolare, essendo nata all’interno dell’ospedale neuropsichiatrico Borda di Buenos Aires. A condurla ci pensano pazienti ed ex pazienti. Oggi Radio La Colifata è famosa (ed imitata) anche grazie al cantante Manu Chao, ad uno spot pubblicitario, a documentari. Ma i protagonisti non si sono «montati la testa». Forse perché sono «matti»…

Buenos Aires. Sulla parete, sull’unica parete, c’è un mosaico con un disegno naïf. Sulla destra trova posto un mondo, sulla sinistra una mezzaluna circondata da stelle, tra l’uno e l’altra un trenino che sale una china con le sue carrozze, ognuna delle quali ospita il volto di una persona.  
Davanti a quella parete, a quell’unica parete, ci sono dei tavolini sui quali sono stati disposti un mixer, un paio di computer portatili e alcuni altoparlanti. Il resto è costituito da alberi e panchine. È in quest’ambiente che ha il proprio «studio» un’emittente radio particolare, probabilmente unica, che di nome fa La Colifata.
Ma non è il fatto di lavorare all’aperto la caratteristica principale di questa radio. La circostanza che la rende unica è di trasmettere dal cortile interno del Borda, vecchio e decadente ospedale neuropsichiatrico (oggi rinominato «ospedale psicoassistenziale interdisciplinare») di Buenos Aires. E soprattutto di essere una radio fatta da pazienti ed ex pazienti. Una scommessa che ormai dura da quasi 20 anni: La Colifata è nata nel settembre del 1991.
La diretta e le registrazioni (da distribuire ad altre radio o da diffondere via web) si fanno ogni sabato pomeriggio nel cortile alberato del manicomio, dove prendono posto tutti coloro che vogliono partecipare.
Oggi ci sono una ventina di persone e una piccola troupe televisiva francese. Fin dal suo esordio, l’esperienza de La Colifata ha infatti richiamato, oltre a medici e psicologi, anche giornalisti, produttori e artisti da ogni parte del mondo.
Su una lavagna nera con il gessetto è stato scritto il palinsesto della trasmissione odiea. Musica e parole in una situazione piacevolmente rilassata. Qualcuno dei presenti improvvisa un ballo, con in bocca una sigaretta, perenne oggetto del desiderio. Quando una canzone termina, chiunque può andare al microfono. Le persone si presentano, salutano, esprimono opinioni, cantano.  
Lo fa anche Hugo Norberto López, classe 1934, con una voce squillante e un intervento carico di umanità ed ottimismo. «Queridos amigos…». Hugo è la esplicitazione della terapia della parola, è la rottura dell’isolamento tra manicomio e società, è la connessione tra «il dentro» e «il fuori».
Ormai lui è un volto piuttosto conosciuto, anche oltre i confini argentini. Lo si è visto con il suo faccione simpatico, i suoi grandi occhiali e la sua verve in una pubblicità spagnola della Aquarius, dove gli attori sono i matti de La Colifata. Aquarius non è un prodotto alternativo o equosolidale, anzi è proprio il contrario, trattandosi di  una bevanda della Coca-Cola. Tuttavia, bisogna ammettere che il film pubblicitario è molto ben fatto, sprizzando ironia e gioia di vivere. È proprio Hugo che chiude lo spot con un benaugurante: «L’essere umano è straordinario».
Per Hugo e i colifatos non è l’unica esperienza nel mondo dello spettacolo. È del 2007 la partecipazione ad un videoclip musicale di Manu Chao, noto cantante francoiberico che da anni collabora con La Colifata. Il film, titolato Rainin in Paradize, è stato girato da Emir Kusturica, regista e musicista serbo di fama internazionale. Nel video Hugo e gli altri «fanno i matti», alternandosi con immagini di paesi in guerra, cui la canzone di Manu Chao è dedicata. 
 
Maglietta bianca e grandi occhiali, Hugo è abituato ad essere oggetto di attenzione, ma il suo entusiasmo rimane sempre genuino, travolgente e coinvolgente.
«Sono Hugo López, per età il più vecchio della Colifata. La frequento da 8 anni. Io sono stato inteato nel 1986. Mi diedero una montagna di psicofarmaci. Va bene, quando uno ha una crisi, ma quando la crisi passa, perché continuare con essi?».
Chiediamo come mai Radio La Colifata trasmetta all’aperto. «Semplicemente – risponde -, perché non abbiamo studi. Però credo che ci sia anche uno spirito di libertà in questa scelta».
Libertà in una radio nata in un manicomio e fatta da matti sembra un controsenso… «Ma è così – spiega -. I mezzi di comunicazione di massa fanno sì che la gente abbia paura. Non so se lo fanno a proposito. Per questo, anni fa, abbiamo venduto la nostra casa e siamo andati a vivere in un appartamento. Però la paura paralizza. Non bisognerebbe avere paura».
Quanto al Borda, è un ospedale decadente, ma occupa una vasta area verde che fa gola a molti speculatori. «Sì – conferma Hugo -. Il Borda sorge sui terreni più ambiti della zona sud di Buenos Aires. Si chiamano “Los Altos de Barracas”. Ci sono gruppi di potere che vorrebbero questa zona per trasformarla in un country o comunque in un luogo privato. Però questo terreno è di tutti noi. Dobbiamo fare in modo che la gente venga qui ad approfittare degli alberi e dell’ossigeno. Questo è un luogo da aprire come si aprì il manicomio di Trieste per merito di Franco Basaglia. Ho una grande ammirazione per lo psichiatra italiano, soprattutto perché si battè contro l’oscurantismo».
Nel dialetto locale el colifato significa «loco lindo, loco bueno», ovvero il matto che vorrebbe vedere tutti felici. Ma cos’è la felicità, chiediamo a Hugo, sfidando le leggi dell’ovvietà. Ma lui non delude le aspettative, rispondendo: «È quando tutti possono mangiare, avere un’educazione. Insomma, un delirio, un’utopia».
Hugo è sposato. «La mia signora – dice –  ha 70 anni. Fortunatamente abbiamo una vita degna».
Lui ha studiato e lavorato nel campo dell’arte grafica. «Per 33 anni – specifica -. Adesso sono pensionato. Sfortunatamente, la pensione è rimasta congelata per molto tempo. Però adesso pare che la attualizzeranno. In tanti non abbiamo a sufficienza per vivere e per mangiare. Ma così lo stato spende di più, perché quello che risparmia sulle nostre pensioni, lo spende in medicine, ricoveri e terapie. A meno che non sia fatto tutto a proposito: più malati, più business per l’industria della malattia».
Hugo stronca la filosofia neoliberista applicata nel suo paese. «In Argentina si è distrutta la scuola pubblica per favorire quella privata. Così oggi si distruggono gli ospedali pubblici per favorire quelli privati. Tutto si converte in lucro, in commercio. Le cose necessarie non dovrebbero essere legate al guadagno: l’alimentazione, la luce, l’acqua. Non dovrebbe esistere una differenza tra chi può pagare questi beni e chi no. Crescono l’invidia e il risentimento. E la corruzione. Il denaro è sinonimo di successo, indipendentemente dal fatto che la persona sia un ladro, un degenerato o altro».
Dunque, il futuro è grigio? «Un conoscente – racconta – si lamentava dell’Argentina, della corruzione, di una strada senza uscita. Questa persona aveva con sé due figli, allora gli ho detto: “Ma come fai a dire questo se hai messo al mondo due creature? Devi avere speranza. Dopo di ché ha chiuso la bocca perché non sapeva cosa rispondermi».
Ma dove sta la speranza? «Quando ci sarà un cambio nel sistema di produzione, allora cambierà anche il modello sociale cambierà in meglio. Questo significa che l’uomo si ammalerà meno».
Gli chiediamo di esplicitare questa sua idea. «Viviamo in una società basata sul denaro. Alimentazione, salute, abitazione, educazione dovrebbero non essere commerciali, ma beni accessibili a tutti. Ci sarebbero meno malati, meno carcerati e molta più gente felice. Se l’uomo avesse queste 4 condizioni assicurate, tutto sarebbe migliore. Ognuno facendo qualcosa, non vivendo da parassita, sia chiaro questo».
La conversazione è interrotta dall’arrivo di Claudia Alejandra, una simpatica signora con i capelli bianchi legati sulla nuca. Lei è stata inteata al Mojano, il manicomio femminile che confina con il Borda e del quale serba un pessimo ricordo. Salutata Alejandra, Hugo riprende il filo del discorso.
Lui è come un torrente in piena, ma benefico, rinfrescante. Intona una poesia e poi mi mette in mano un Cd musicale: «Canciones para la oreja izquierda», Canzoni per l’orecchio sinistro. È firmato dal «Frente de artistas del Borda», il Fronte degli artisti del Borda, un gruppo che organizza laboratori artistici con i pazienti dell’ospedale.
«Sono 16 pezzi  – racconta Hugo  -. Io ho interpretato due brani: Pedacito de cielo e A mis amigos».
Considerando che il nostro matto ha già lavorato per uno spot pubblicitario e per Manu Chao, certamente anche quest’altra performance artistica sarà all’altezza.

«Hasta que los muros caigan», fino a quando i muri cadranno. Muri fisici e muri psicologici ce ne sono molti e non soltanto tra sani e malati, tra cosiddetti «normali» e cosiddetti «matti». L’incredibile esperienza di Radio La Colifata ha fatto breccia. Ha portato frutti. E seminato. Oggi, in giro per il mondo, ci sono molte esperienze che si rifanno alla radio nata nell’ospedale Borda di Buenos Aires. Una scommessa pazza. Una scommessa vinta.  

Di Paolo Moiola

Radio La Colifata

Fondazione: agosto 1991, per merito di Alfredo Olivera, psicologo.

Luogo:  Ospedale psicoassistenziale interdisciplinare José Tiburcio Borda, rua Ramon Carrillo 375, barrio Barracas, Buenos Aires.

Trasmissioni:  ogni sabato dalle 14.30 alle 19.30; i programmi vengono ritrasmessi nel corso della settimana da altre radio e dal web.

Video su La Colifata: 2008, spot per Aquarius, bevanda della Coca-Cola; 2007, Rainin in Paradize, videoclip per il cantante Manu Chao diretto dal regista Emir Kusturica; 2004, film documentario La Colifata di Valentina Monti e Mirta Morrone. A La Colifata è stata dedicata un’apposita sezione all’XI edizione del «Festival inteacional cine de derechos humanos» di Buenos Aires 2009.

Articoli su La Colifata: Veronica Gago, «La pazzia come forma di resistenza» in America Latina dal basso, a cura di Marco Coscione, Edizioni Punto Rosso / Carta 2008; Ruben H. Oliva, «Radio libera follia», D-Donna de la Repubblica, 5 aprile 2008.

Sito web: www.lacolifata.org

Emittenti similari in Italia:
• Radio 180, Mantova, www.radio180.it 
• Radio Fragola, Trieste, www.radiofragola.com

Paolo Moiola