Società civile, americana

Forum sociale delle Americhe: terza edizione

Pochi mezzi ma molto entusiasmo per il terzo Forum sociale delle Americhe.
Gli incontri continentali si alternano a quello globale,  il più famoso Forum sociale mondiale, con scadenza biennale.  Nell’atmosfera variopinta e fiera della cosmogonia Maya donne e uomini del Nord, del Centro e del Sud America si sono incontrati per 4 giorni. In un momento storico importante, con il continente attraversato
da venti di cambiamento, i movimenti sociali hanno discusso di sovranità alimentare, agrocombustibili, ambiente, sfruttamento delle risorse naturali… Reportage da Città del Guatemala.

Al grido: «un’altra America è possibile» si è aperto il 7 ottobre scorso a Città del Guatemala il terzo Foro sociale delle Americhe (Fsa). «Tutti i paesi del continente sono rappresentati» sostiene lo staff dell’organizzazione. Sono stati registrati 7.200 partecipanti per i 526 eventi organizzati del Forum (Foro in spagnolo). Non sono certamente mancate le critiche al comitato organizzativo che negli ultimi dodici mesi ha lavorato in Guatemala per gestire al meglio l’evento. L’organizzazione si può dire abbia rispecchiato uno spaccato veritiero del tessuto sociale guatemalteco, contraddistinto da una estrema frammentarietà e divisione intea.
A inizio pianificazione si era stabilito un budget di oltre un milione di dollari che è stato successivamente ridotto, a causa della carenza di finanziamenti estei, a 111.000 dollari. Malgrado i vari momenti critici dei preparativi, le numerose polemiche e un repentino tentativo di boicottaggio all’ultimo minuto da parte del rettore dell’Università di San Carlos, che ha concesso gli spazi per il Foro, il risultato finale è notevole.

obiettivi ambiziosi

Il Fsa fa parte del Forum sociale mondiale (si veda MC luglio 2006, ndr) e nasce come spazio di incontro a livello continentale per dialogare, analizzare e proporre soluzioni o strategie di lotta contro le regole della globalizzazione capitalista.
Il primo Forum a livello americano fu realizzato a Quito in Ecuador mentre il secondo in Venezuela. Il 2008 è invece l’anno del Guatemala. Il terzo Fsa viene realizzato in un momento chiave per il continente americano, in cui si presenta una doppia sfida: ampliare e consolidare un percorso di cambiamenti che si è aperto negli ultimi anni e fronteggiare la persistenza di forme di dominio oligarchico, vecchie e nuove, che ostacolano la corrente trasformatrice. 
Gli obiettivi del Foro sono quattro: creare uno spazio ampio per la costruzione di una strategia condivisa a favore della difesa delle risorse naturali e del territorio; articolare i movimenti sociali del continente favorendone la cornordinazione; rafforzare i processi di resistenza e identificare vie alternative di sviluppo basate sulla cooperazione tra i popoli americani; potenziare l’intercambio socio-culturale degli abitanti del continente.
Il Guatemala contraddistingue l’apertura del Foro con il richiamo alle tradizioni ancestrali dei popoli indigeni. Il giorno dell’inaugurazione, davanti al rettorato dell’Università, si svolge una cerimonia sacra Maya. Le guide spirituali bruciano aghi di pino, foglie e petali invocando la protezione degli antenati, del sole e della luna. Le migliaia di partecipanti che giungono per ultimare l’iscrizione, osservano il rito attonite.
La pioggia cerca di ostacolare il momento, ma per i guatemaltechi non è sufficiente a fermare la tradizione. Il sindaco indigeno, autorità che affianca il sindaco eletto, di Chichicastenango, cittadina che vanta il mercato indigeno più grande del centro America, indossa con fierezza il suo abito tradizionale. Attraverso un interprete dice che mai aveva visto così tanta gente da così tanti paesi diversi: per questo il Foro è un atto sociale e di solidarietà, perché riunisce i popoli.

Intoppi linguistici e
organizzativi

La musica spontanea, i colori, i banchetti dei prodotti più svariati, fanno da coice a quattro giorni di eventi densi e significativi. Il calendario prevede tre sessioni giornaliere di seminari, dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio, dislocati in svariate aule sul campus universitario.
I temi di confronto e di approfondimento sono innumerevoli ed è difficile scegliere cosa seguire. Il comitato organizzativo ha cercato di individuare sei assi tematici ma questo non facilita i partecipanti ad orientarsi. Una linea seguita da molti è selezionare i seminari in base all’ente responsabile del contenuto, che spesso ne garantisce la validità.
I temi più discussi riguardano la sovranità alimentare e la difesa delle risorse naturali, soprattutto in relazione allo sfruttamento minerario e allo sviluppo degli agrocombustibili; l’uguaglianza di genere; il riconoscimento e il rispetto delle diversità. 
Tutti i workshop sono in spagnolo e questo risulta un punto di critica diffuso: molta gente delle comunità rurali non parla castillano ma solo le lingue indigene, così come i numerosi partecipanti degli Stati Uniti e Canada si trovano in forte difficoltà a seguire gli eventi.
Don Santo Perez, promotore agricolo del Municipio di Comitancillo, nel Nord del Guatemala, è giunto al Foro con la moglie e il figlio maggiore. Incontrare altri contadini, rendersi conto della grandezza del movimento sociale e capire che la lotta dei campesinos della sua comunità è la stessa lotta di milioni di altri campesinos in tutto il continente americano, è una gioia immensa per lui.
La moglie invece sembra un po’ persa, non parla una sola parola di spagnolo e per lei gli agrocombustibili o gli Ogm (organismi geneticamente modificati) sono soggetti senza significato. È difficile valutare l’impatto del Foro su gente semplice, spesso analfabeta, che per la prima volta esce dal proprio piccolo mondo per unirsi al grido di: «Un altro mondo è possibile, un’altra America è possibile».

Evo manda un messaggero

Giovedì 9 ottobre tutti si chiedevano se il tanto annunciato Evo Morales sarebbe davvero arrivato per condividere la sua lotta all’interno del Fsa. La gente lo aspettava ma si è dovuta accontentare di un messaggio letto sul palco centrale, che il presidente boliviano (indigeno) ha voluto trasmettere ai movimenti sociali riuniti nella giornata continentale di solidarietà con la Bolivia. 
«Fratelli e sorelle, quello che è successo il 10 agosto con il referendum revocatorio in Bolivia (vedi MC ottobre 2008, ndr) è un atto importante non solo per i boliviani ma per tutti i popoli dell’America Latina. Lo dedichiamo a tutti i rivoluzionari del continente e del mondo, rivendicando la lotta di tutti i processi di cambio. Io venivo a esprimere la forma per recuperare il buon vivere, ritrovare la nostra visione della madre terra, che per noi è vita, perché non è possibile che il modello capitalista converta la natura in merce.
Vediamo sempre maggiori coincidenze tra i movimenti indigeni e le organizzazioni sociali, che lottano per il vivir bien.  Il mio saluto abbraccia tutti, perché possiamo, in forma unita, trovare un certo equilibrio nel mondo».
Un ampio programma artistico e culturale completa il quadro del Foro: lo spazio del Cinema Alteativo, il Teatro Permanente e il Teatro all’aria aperta consacrano l’arte come espressione di lotta e di educazione popolare. E quando i riflettori si spengono e i cancelli dell’Università di San Carlos si chiudono il Foro si sposta nelle strade del centro storico o nei tanti luoghi allestiti per dare ospitalità alle migliaia di persone a simboleggiare una mobilizzazione vera, condivisa e continua.
Non importa se i mezzi di comunicazione di massa non ne parlano e se non esce un solo articolo sui quotidiani locali: il movimento sociale americano esiste e ha dimostrato in questi giorni del Foro di essere forte e combattivo. 

Di Ermina Martini

Crisi o sovranità (alimentare)?
Sono vari i momenti di discussione all’interno del terzo Foro Sociale delle Americhe sugli effetti e sulle cause della crisi alimentare che si sta abbattendo sul continente.
Alcuni fattori sono specifici della situazione attuale: un 5% della causa della crisi è legato alla produzione degli agrocombustibili e alla sottrazione di terreno per produzione agricola. Indubbiamente ha anche influito l’aumento del prezzo del petrolio.
Un’altra causa molto attuale è l’ingresso del capitale speculativo nell’agrobusiness: esistono prodotti finanziari per le principali produzioni cerealicole mondiali. In Messico per esempio, è già stata comprata la produzione di mais dei prossimi tre anni, sotto forma di futures (vedi MC giugno 2008, ndr). Questo significa che non importa quanto si produrrà ma il valore dato alle azioni acquisite.

Esistono poi cause più antiche, nate nel momento in cui si è smesso di vedere l’agricoltura come cultura e la si è trasformata in business.
L’82% delle sementi presenti nel mercato mondiale è oggi retto dalle norme della proprietà intellettuale. Cinquanta anni fa 7.000 imprese commerciavano sementi, oggi ne esistono 17, tre delle quali controllano oltre il 50% del mercato.  Business piuttosto piccolo, se confrontato ad altri settori: arriva a soli 23 milioni di dollari.
Sono nate, spiega Silvia Ribeiro ricercatrice presso l’Etc Group (istituto di ricerca privato, si occupa di studi socio economici e ambientali) in Messico, quelle che vengono chiamate imprese «glocali». Neologismo nato da globale-locale, indica un’impresa multinazionale che si insedia nel mercato locale (in questo caso di sementi) e adatta i propri prodotti al contesto e alla cultura locale.

La crisi alimentare odiea non è dovuta a una crisi produttiva: dal 1961 a oggi la produzione agricola mondiale è triplicata, mentre la popolazione è solo duplicata, per cui sarebbe in grado di coprire il fabbisogno di tutti. La crisi odiea è una crisi di sistema: oggi la priorità politica non è garantire l’accesso agli alimenti ma far si che il mercato dell’agrobusiness sia redditizio. E per questo è lasciato in mano alla speculazione finanziaria.
Bisogna insistere per affermare il concetto di sovranità alimentare e non solo di sicurezza alimentare. Occorre proclamare il diritto umano ad avere accesso agli alimenti. La speranza diffusa è che la crisi finanziaria attuale sia seguita da una crisi dell’economia reale: collasseranno le esportazioni di beni quali caffè, zucchero e bisognerà riconvertire la produzione a favore di beni per il consumo locale.
Più profonda sarà la crisi più ampie saranno le possibilità di cambio politico.

E.Ma.

La sfida degli agrocombustibili

Chi pensa che la produzione degli agrocombustibili possa essere la soluzione per limitare il cambio climatico, purtroppo si sbaglia.
Questo è il concetto più chiaro che emerge da un pre-forum di due giorni sul tema svoltosi a Città del Guatemala al quale hanno partecipato i principali studiosi del settore. Concetto ribadito nei vari seminari di divulgazione promossi durante il Forum stesso. «Il tema degli agrocombustibili è estremamente complesso e quanto mai attuale» spiega Alexandra Strickner dell’Institute for Agricolture and Trade Policy, «si mischiano dinamiche differenti, come le politiche di sicurezza energetica, la minaccia alla biodiversità, lo stress idrico e l’insicurezza alimentare dei paesi produttori».

Lo scenario del continente americano è molto vario. Il caso della Colombia rappresenta indubbiamente il quadro più negativo: la struttura produttiva del paese si basa sulla canna da zucchero e la palma africana: 12.000 lavoratori sono impegnati nella produzione della prima e guadagnano 2 dollari per ogni tonnellata di canna tagliata. Il 40% dei colombiani soffre di malnutrizione e la Colombia importa tutti i suoi alimenti, fatta eccezione del riso.
Il Guatemala è invece il paese dove la produzione di agrocombustibili ha avuto un peso maggiore nella perdita di terreno utilizzato per la produzione alimentare, tale da ridurre il raccolto di grano dell’80%. Il Brasile vede gli agrocombustibili come fonte di indipendenza energetica, ma anche come sostegno alla produzione familiare, impegnata per il biodiesel. Oltre 10 milioni di ettari di terra servono per produrre etanolo e il paese è leader nel trasferimento di tecnologia per il processamento.
Stupisce quasi che sul tema si sia espressa con giudizio negativo anche la Banca mondiale. L’istituzione ha definito la produzione di agrocombustibili non redditizia sul lungo periodo e fattore causa di una maggiore insicurezza alimentare.
Una produzione si definisce sostenibile se ha un basso impatto ambientale, se non necessita di risorse estee e se rispetta una certa equità nell’uso del beneficio prodotto.

Nel caso degli agrocombustibili nessuno di questi elementi viene rispettato: una tonnellata di palma africana produce un’emissione di CO2 dieci volte superiore a quella del petrolio e necessita di un’enorme quantità di acqua. Tutta la catena produttiva, dalle sementi alla trasformazione è controllata da un numero ristretto di imprese multinazionali, mentre la maggior parte della produzione per agrocombustibili dei paesi latino americani è destinata all’esportazione, con l’eccezione del Brasile.
«Stiamo fronteggiando una crisi energetica perché consumiamo più di quanto produciamo» spiega Roberto Stuart del Centro de Estudios y Analisis Politico de Nicaragua, «è quindi il modello che bisogna cambiare, agendo a livello di riduzione del consumo e non solo cercando nuove fonti». Occorre iniziare a controllare la domanda di agrocombustibili, applicare un sistema di certificazione di produzione sostenibile che tuteli le condizioni dei lavoratori e preservi l’ambiente.

Ermina Martini

Accordi tranello

A volte le agende della politica internazionale si dimenticano di tenere in considerazione i grandi appuntamenti dei movimenti sociali, e così è accaduto ad ottobre in Guatemala.
Mentre infatti si svolgeva il terzo Forum sociale delle Americhe, non molto distante dal campus universitario, erano in corso all’interno dell’Hotel Camino Real il quinto Vertice di negoziazione per il tanto criticato Accordo di Associazione (Ada) tra Unione europea (Ue) e Centro America. L’Accordo di associazione coinvolgerebbe i 27 paesi dell’Ue e  gli stati centro americani Nicaragua, Guatemala, Honduras, Salvador e Costa Rica. Sembra che da entrambi i lati ci siano vari motivi per accelerare le negoziazioni.
L’Ue si trova infatti di fronte a una fase di stallo nei negoziati con i paesi della Comunità andina delle nazioni (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù). Si registra il fallimento di quelli con i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (i cosiddetti accordi Acp) e la «stanchezza» di quelli con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay). Dall’altro lato alcuni governi centro americani sono favorevoli a firmare un trattato che di per sé non si differenzia molto dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti.

Allo stato attuale delle negoziazioni l’Ada servirà soprattutto a difendere i diritti delle imprese private europee nella regione, mentre non si garantiscono i diritti fondamentali dei popoli locali. Anzi, si rischia, in mancanza dell’inserimento di norme precise di tutela dei diritti dei lavoratori, protezione dell’ambiente e  promozione dei diritti umani di compromettere una realtà regionale già altamente precaria. Sfortunatamente la strategia europea sembra piuttosto chiara, ovvero cercare di sottrarre fette di mercato a potenziali concorrenti spingendo accordi commerciali più competitivi rispetto ai trattati di libero commercio già conclusi dagli statunitensi.

All’interno del Foro sono stati organizzati innumerevoli momenti di confronto e di approfondimento sul tema e il 9 ottobre le organizzazioni Via Campesina, Amici della Terra e altre ancora hanno convocato una marcia di protesta contro l’Ada. I manifestanti, partiti dal Parque Central di Città del Guatemala sono giunti davanti all’Hotel dove si svolgevano i negoziati facendo sentire le loro grida di contestazione.
Portavoce del movimento sociale spiegano che devono essere garantiti e inclusi nell’Accordo il diritto all’alimentazione, il diritto alla salute e al lavoro, così come i diritti delle popolazioni indigene. L’Ue non può pretendere di lavarsene le mani includendo semplicemente i temi di cooperazione e dialogo politico, corollari all’asse commerciale. La gente vuole garanzie di una forma di sviluppo che possa portare benefici diffusi alla popolazione e non solo alle multinazionali europee.
E. Ma.

Ermina Martini