BUDDISMO

Generosità: primo gradino per la pace

Il buddismo è stato fondato dal Buddha Sakiamuni. Nato in India nel 500 a.C., quindi di religione indù, ebbe l’intuizione della sofferenza, da cui cominciò il suo insegnamento. Uomo qualsiasi, con esperienze comuni a tutti gli individui normali, è quindi una figura storica, nonostante la sua realtà umana sia «condita» di leggenda.
Sakiamuni diffuse le conoscenze dai bramini (indù) al popolo, proponendo una liberazione non solo spirituale ma anche concreta e la rivalutazione della figura femminile (ad esempio, prima non c’erano monache). Comunque resta anche lui un po’ maschilista: nella tradizione tibetana i monaci hanno 253 ordini (voti), le monache 436!
Pur nascendo come una filosofia, a mio avviso, il buddismo può essere considerato una religione. Di essa ha, ad esempio, gli ordini monastici. Il fatto che Buddha non abbia parlato di Dio non è perché non ne ritenesse vera l’esistenza, ma perché la figura di Dio è indicibile e la mente umana non può comprenderlo. Penso questo, nonostante sul suo insegnamento ci sia incertezza: sono infatti trascorsi tantissimi anni e altrettante interpretazioni prima che si cominciasse a trascriverlo.
Storicamente in India il buddismo diventa anche religione di stato, ma ne viene espulso dai bramini dopo 700 anni. Successivamente fece presa nel nord della Cina, Giappone, Corea… e oggi in Occidente.
Cercando di adattarsi all’ambiente sociale in cui viene a trovarsi e innestandosi in tutte le culture dei paesi dove arriva, il buddismo ne ingloba le tradizioni locali. Questo genera tante scuole diverse, che seguono differenti tradizioni, legate a quella originaria e tutte fondate sul concetto base e comune della sofferenza.
In Tibet, ad esempio, avviene il sincretismo con la preesistente tradizione sciamanica, che porta a sviluppare il metodo della visualizzazione. In Giappone, invece, si sviluppa un altro modo di concentrarsi: lo zen. Infatti le differenze nell’ambito del buddismo sono legate alla meditazione, assimilabile in un certo senso alla preghiera, perché esistono tanti modi diversi per praticarla e pacificare la mente e gli animi.
Il buddismo, non proponendo una fede o dogmi ma un obiettivo, è una tradizione trasversale applicabile a tutte le religioni e fondata su quattro nobili realtà, fra cui pacifismo, equilibrio, armonia… L’illuminazione (realizzazione) della persona nasce dalle sue esperienze e qualità, la «buddità» viene dall’interno, impegnandosi e agendo secondo i principi di pace, armonia e positività.
Nessuna preghiera e influenza estea ci può cambiare se non vogliamo cambiare noi. Le scritture (per quanto possano essere attendibili, visto quanto detto in precedenza) e il maestro possono solo indicarci la via.
Desiderio, avversione (discriminazione) e confusione mentale (per desiderio ci creiamo illusioni) sono i tre elementi fondamentali che ci impediscono di redimerci. L’io e il mio condizionano la nostra esistenza. In sostanza il buddismo è una religione facile da descrivere e difficile da attuare.
All’attuale realtà di guerre il buddismo si rapporta considerando alcune parole chiave, fra cui altruismo, compassione, generosità… L’amore è augurare a tutti di essere felici; la compassione è far di tutto per vincere la sofferenza altrui.
Il primo gradino per costruire la pace è la generosità: il saper dare. Molti amici della tradizione buddista sono impegnati per la pace, ma se non la viviamo nel nostro quotidiano, anche praticando il dubbio, dal quale nascono la ricerca e la capacità di migliorarsi, questo genere di impegno è un impegno inutile.

Lama Paljin Tulku Rinpoce

In ogni persona brilla una fiamma

Qualsiasi riflessione sulla pace deve partire dal presupposto che nel cuore di ogni persona brilla sempre una fiamma, una scintilla d’intelligenza. Bisogna poi recuperare la consapevolezza, la forza del «sentire» e del sentirsi parte di un tutto: se io respiro, l’intero universo respira; se raccolgo da terra un mozzicone, è l’intero universo che compie questo gesto; e sbaglia chi, vedendomi, pensasse che sto pulendo il marciapiede: è il mondo che sto pulendo!
È il principio di separazione dal tutto che genera i conflitti. Il buddista rispetta tutti e tutto, perché sa che compongono il «Tutto Universale», al quale appartiene anche lui. Togliendo qualcosa all’universo, lo togliamo anche a noi stessi, e viceversa.
È fondamentale l’azione della persona, il far bene quel che si fa: perché serve al mondo. È la nostra vita che deve essere messa in gioco e costruita sui grandi pilastri dell’Armonia, del Rispetto, della Purezza, e della Pulizia interiore. Non è attraverso il male degli altri che si raggiungono la felicità e la realizzazione di sé. Perciò dobbiamo cambiare partendo da noi stessi e dal nostro ambiente.
Anche la pace non va cercata negli altri, ma dentro di sé. Imparando ad affrontare i problemi quando si presentano, senza vacillare al solo pensiero che «forse arriverà il vento!». Come nulla intacca il diamante, nulla potrà compromettere una coscienza adamantina e pura.
Venendo alla domanda se, ai fini della pace, la religione sia troppa o troppo poca, penso che, se ha radici profonde nella storia dell’uomo, la religione non è mai troppa: i vertici delle organizzazioni e delle religioni predicano sempre bene!
Il mondo però non è migliorato, nel senso che non ha accolto i loro insegnamenti e non vi regna la pace. Sembrerebbe quindi che i grandi maestri abbiano fallito. Ma il maestro può solo aprire la porta; è il discepolo, con il suo piede, che può entrare. Chi non è se stesso fino in fondo deve sapere che nessuno può esserlo al suo posto.
Dunque la religione non sarà mai troppa in quanto a principi etici. Semmai sono troppo pochi a praticarla. Oggi dobbiamo quindi domandarci fino a che punto siamo praticanti: la nostra generazione non sa più bene in cosa sta credendo, ha bisogno di ritrovare i riferimenti giusti.
Dobbiamo anche considerare che mai ci sarà una religione unica sulla terra. Ci sarà, forse, un’integrazione interreligiosa, in vista della quale è necessaria una maggiore comprensione della religione altrui, anche da parte di chi non crede. È quindi importante lo sviluppo di tutte le religioni e la ricerca di opportune occasioni per praticarle assieme.
Per questo credo nella necessità e nel valore del lavoro culturale nella nostra società. I bambini già ci hanno superato, sono già uniti, ma gli adulti devono creare un ambiente favorevole, perché questo atteggiamento spontaneo possa radicarsi nelle loro coscienze.
Più delle ore di religione passate a scuola, conta la testimonianza vissuta dai genitori in famiglia; dove la religione potrebbe aiutare a crescere meglio i figli e a costruire una società migliore. Anche se essere buoni praticanti non è garanzia di successo.
Vorrei infine segnalare che, dal 2000, i leader delle religioni presenti a Milano si stanno incontrando con continuità. Un lavoro che ha portato alla firma, il 21 marzo 2006, dello statuto costitutivo del Forum delle religioni a Milano. Anche se è stato uno sforzo impegnativo, raggiungere questo obiettivo è stato più facile di quanto non sembrasse al principio.

Rosa Myoen Raja

DOMANDA

La malvagità è innata nell’uomo?
Il bene è equilibrio e positività. Il male è confusione, che arriva quando ci si allontana dal bene.
Paljin

Constato che nell’essere umano esiste la dimensione del male, ma la domanda mi supera. Nella mia attività con i carcerati sento che non mi è estraneo quel che hanno commesso. Nelle stesse condizioni forse avrei fatto di peggio, la vita mi ha dato una realtà estremamente favorevole. Quando apprendo di eventi drammatici o tragici non riesco a prendere parte per qualcuno.
In realtà, purtroppo, c’è indifferenza in tutti noi per le tragedie dell’umanità che accadono anche in questo stesso istante.
Myoen

Paljin Tulku Rinpoce (Aaldo Graglia) è da oltre 30 un monaco buddista di tradizione tibetana. Fondatore e guida del centro studi tibetani Mandala di Milano, siede fra i maestri reggenti il monastero di Lamayuru a Ladakh (India) ed ha assunto la guida del monastero di Atitse destinato a diventare un centro internazionale di meditazione.
Rosa Myoen Raja ha iniziato nel 1988 la pratica zen presso il centro «Il Cerchio» di Milano, di cui è diventata presidente, avendo ricevuto dal maestro Tetsugen l’ordinazione monastica. È membro fondatore della sezione milanese di «Religioni per la Pace», Forum delle religioni a Milano, associazione Buddhist Peace Fellowship Italia.

Paljin Tulku Rinpoce e Rosa Myoen Raja




INDUISMO

L’UOMO: ARBITRO DEL PROPRIO PENSIERO

L’induismo è un mondo complesso e affascinante che risale al iii millennio a.C. e al cui centro è l’uomo: che siano volte al bene o al male, le sue azioni influiscono sulla sua esistenza presente o nelle sue vite successive. Una catena di reincarnazioni di cui l’uomo percepisce la costrizione e che cerca di interrompere purificando i suoi atti.
Può riuscirci percorrendo le vie spirituali del rito, della devozione e della conoscenza. Così ogni azione della giornata diventa una liturgia, un’offerta: ad agire non è più l’uomo ma la volontà divina che attraverso la purificazione ne abita l’anima.
È un cammino di progressiva spoliazione, che porta a scoprire che niente ci appartiene, quindi alla disperazione… Ma proprio a questo punto avviene il miracolo dell’illuminazione, per cui l’anima si apre al mistero dell’infinito e della felicità eterna.
Mentre anela a questa liberazione, l’uomo vive un’esistenza scandita da regole ben precise, come l’appartenenza a una determinata casta: di essa è responsabile, avendola acquisita per nascita come diretta conseguenza delle vite passate. Regole che la società indiana si è data e che l’hanno strutturata e consolidata: solo seguendole, interiorizzandole e rispettando il proprio ruolo l’uomo può venie trasformato e salvarsi. Questo spiega perché in India le disuguaglianze sociali non abbiano portato rivoluzioni cruente.

Ma l’India è anche un universo composito, con almeno 16 lingue nazionali, centinaia di lingue locali, migliaia di dialetti, razze diverse; ha visto nascere e diffondersi le più grandi religioni della terra; è un’enorme democrazia che non ha conosciuto golpe o dittature militari. La sua storia è quella del difficile obiettivo di unire nella diversità.
Il primo incontro con l’islam (xii-xiii sec.) fu tragico: le incomprensioni portarono a grandi massacri. Poi i musulmani concessero agli indù (come a ebrei e cristiani) di esercitare la propria fede pagando una tassa di capitazione.
Nei secoli successivi, sotto imperatori musulmani illuminati, ormai indiani di sangue, l’incontro tra le due culture, pur senza esiti di sincretismo religioso, diede vita a uno dei periodi più splendidi della storia dell’India dal punto di vista artistico-letterario e di fioritura della civiltà.
Pur in declino dalla metà del xvii secolo, la presenza musulmana ha però imposto all’India la grande e terribile scissione dalla quale sono nati Pakistan e Bangladesh. Ancora una volta un confronto forte tra le due religioni che ha lasciato solchi di incomprensione e dolori, ma che ben poco ha di religioso ed è stato fomentato e scatenato per ragioni politiche e interessi commerciali. Perché in effetti indù e musulmani vivono fianco a fianco e partecipano addirittura a cerimonie composite.
Diverso da quello musulmano, ma altrettanto determinante sulla realtà indiana, fu l’avvento degli inglesi nel xvii secolo. Il loro intento di costituire quadri locali utili nell’apparato governativo, produsse una categoria di indiani anglicizzati che, avendo studiato in Inghilterra, avevano conosciuto il pensiero occidentale e, tornati in India, l’avevano rielaborato in una versione assolutamente personale, dedicandosi al recupero della dignità indiana, dell’autonomia e dell’indipendenza.
Gandhi è l’esponente più famoso fra questi personaggi di grande rilievo; pensatori e mistici che, oltre le vicende politiche, hanno avuto la capacità di rileggersi, rivisitare e riproporre la propria cultura in termini estremamente interessanti. Questo probabilmente è il segreto della vitalità di una visione religiosa che ha ormai più di 4 mila anni di storia.

Marilia Albanese

MIGLIORARE SE STESSI PER PORTARE LA PACE

In passato l’India era il paese misterioso dei fachiri, giungla, fiumi sacri… Oggi è uno dei mercati più dinamici del mondo, in progressiva espansione, dove la globalizzazione convive con le antiche tradizioni. In questo contesto come possiamo ragionare sull’induismo in relazione alla pace?
Intanto, cosa intendiamo con religione? Penso che abitudini, idee e valori tramandati da una generazione all’altra, o meglio il «patrimonio sociale» di una cultura, possono essere definiti come «sua religione». Gli uomini inventano e trasmettono la propria religione, con folclore, miti, leggende…
Una volta, mi fu chiesto, essendo io indù, come vedevo il cristianesimo. Fino a quel momento sapevo d’essere indù, ma non sapevo cosa questo significasse. Pensandoci credo che l’essenza dell’induismo sia proprio il suo inglobare una somma di valori comuni e tradizioni, che costituiscono la cultura indù, che include anche l’aspetto religioso.
L’induismo costituisce una complessa e continua totalità che si esprime negli aspetti sociali, economici, letterari e artistici. Perciò la religione è solo una parte dell’essere indù.
La mia relazione con l’induismo è cominciata il giorno in cui sono nata; in una famiglia dove si praticavano i riti e si celebravano le feste indù: cerimonie che consacrano la mente e il corpo della persona e la preparano per la comunità.
Non sono stata costretta a niente in nome della religione. Ho potuto crescere libera e tollerante nei confronti di tutti. Ogni giorno incontro, frequento e mangio con persone di caste e religioni diverse. Soprattutto mi è stata data l’opportunità di cogliere gli insegnamenti migliori di tutte le religioni.
Tolleranza e non-violenza sono i principi che guidano le mie azioni.
Mi è stato insegnato ad agire senza pensare ai risultati. Ciò enfatizza l’introspezione personale per esaminare la propria condotta. Devo sempre fare del mio meglio. La competizione è una buona cosa, ma deve essere con me stessa, non con gli altri. Sto bene con me stessa se riesco a migliorarmi.
Nell’induismo quel che è importante è la persona, non la razza o la religione. Non posso provare l’esistenza e attribuire qualità al mio Dio come non posso screditare o criticare il Dio degli altri. La religione mi deve dare la capacità di pensare liberamente secondo la mia natura.
A mio parere, la colpa delle guerre e ingiustizie nel mondo non è della troppa, poca o mal compresa religione, ma della globalizzazione, che sta cambiando la società troppo in fretta. Nelle scuole ci sono bambini di diverse culture che cominciano a vivere insieme: fanno amicizie, conoscono altre tradizioni, mangiano cibi diversi e così si arricchiscono culturalmente. In futuro diventeranno tolleranti alle altre religioni senza accorgersene. Ma ci vuole un tempo di assestamento.
Credo che comprensione e cooperazione siano molto importanti per essere felici in qualsiasi società. Facciamo un modesto sforzo per migliorarla recitando una preghiera per l’umanità tratta dalle Upanishad (vi secolo a.C.): «Noi siamo uccelli dello stesso nido, possiamo avere una pelle diversa, possiamo parlare lingue diverse, possiamo credere in una religione diversa, possiamo appartenere a culture diverse, ma dividiamo la stessa casa, la nostra terra. Nati sullo stesso pianeta, sovrastati dallo stesso cielo, guardando le stesse stelle, respirando la stessa aria, dobbiamo imparare a progredire insieme con gioia, o periremo insieme con dolore, perché l’uomo può vivere da solo, ma sopravviverà come umanità, soltanto se unito agli altri».

Sushama Swarup Sahai

DOMANDA

Come gli indù vedono gli altri e le loro religioni?

Nell’antichità come barbari. Ma è la storia del mondo: facevano tutti così. Oggi vedono lo stato di ciascuno, religione compresa, come frutto del suo cammino spirituale. L’acqua è sempre acqua, anche se ha nomi diversi, e tutte le religioni sono mezzi per elevarsi. Sul tetto si sale con la pertica, la scala o arrampicandosi… è il fine che conta. Concettualmente, l’indù ha grande rispetto e accettazione di quel che gli altri sono. Sottolineo concettualmente, perché in pratica, soprattutto negli ultimi tempi questo atteggiamento è stato dimenticato anche in India dove, proprio per il sistema indu che abbiamo detto inclusivo, la guerra di religione non ha alcun senso. Ahimé, non aveva senso: le cose purtroppo sono cambiate.

Albanese


Marilia Albanese, docente di lingua e cultura indiana, grande esperta dell’India e sue religioni, attualmente dirige l’Is.I.A.O. (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) presso l’Università degli studi di Milano. Presidente della Yani (Yoga associazione nazionale insegnanti) è autrice di articoli, saggi e libri.
Sushama Swarup Sahai, psicologa indiana, in Italia dal 1970, ha collaborato con diverse istituzioni accademiche milanesi (Bocconi, Università degli studi). Indian cultural ambassador, collaboratrice di Microcosmo, insegna lingua hindi e collabora con l’Is.I.A.O ed è presidente dell’associazione Magnifica India.

Marilia Albanese e Sushama Swarup Sahai




Nello spirito di Assisi

Il legame fra pace e religioni è uno dei temi di maggiore attualità: troppo spesso strumentalizzato e fatto oggetto di polemiche feroci e pretestuose. Fra le diverse iniziative attivate su di esso, di cui siamo venuti a conoscenza, abbiamo trovato particolarmente interessante, per taglio e pacatezza di ragionamenti, quella organizzata dal Comune di Cusano Milanino, una cittadina alle porte di Milano. La presentiamo in questo dossier.

Per diverse ragioni il 2006 è stato un anno significativo per le religioni e la pace. In primo luogo perché lo scorso 27 ottobre ricorreva il ventesimo anniversario del primo storico incontro interreligioso per la pace convocato ad Assisi da Giovanni Paolo ii nel 1986.
È stato anche il primo anno nel quale, dopo il suo lungo pontificato, non è stato Giovanni Paolo ii a tenere il consueto messaggio del primo gennaio per la Giornata Mondiale della Pace (tradizione della chiesa cattolica cominciata dal papa Paolo vi nel 1968).
Nel raccogliere il testimone dal suo predecessore, papa Benedetto xvi, nel proprio messaggio del 1° gennaio 2006, ne citava un’affermazione di grande attualità: «Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell’essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine».
Sensibile a queste problematiche, il comune di Cusano Milanino ha voluto celebrare la ricorrenza citata in apertura. Così, facendo propria la frase di papa Wojtyla, ha proposto alla cittadinanza una serie di incontri dedicati al tema della pace e alle sue implicazioni con le religioni attualmente più seguite nel mondo.
Se tutti concordiamo sul fatto che l’umanità soffre per guerra, terrorismo, sfruttamento, ingiustizia, schiavitù, degrado sociale e ambientale… non c’è invece convergenza di opinioni sulle cause di tutto ciò.
Per il nostro tempo, ma anche per i secoli passati, c’è chi individua nella religione la causa di questi problemi. Altri ritengono sia vero il contrario: è proprio l’assenza, o l’insufficiente comprensione della religione, a impedire che la pace si instauri definitivamente nel mondo.
Per confrontarsi con queste tesi e con il pubblico, una serie di esperti e testimoni della propria religione sono stati invitati ad animare sei affollate serate tenutesi nella sala del consiglio comunale.

Organizzata senza la pretesa di voler proporre considerazioni di valore assoluto, né di voler presentare la posizione ufficiale delle religioni protagoniste di ogni serata, l’iniziativa voleva semplicemente essere un primo approccio con l’argomento. Un tentativo di capire se, sulle vie della pace che l’umanità vorrebbe percorrere, le religioni possono essere un aiuto o se invece sono proprio loro la causa prima dei conflitti.
Gli esperti hanno introdotto ciascuna religione (in particolare le meno conosciute perché più lontane dalla nostra cultura occidentale) dai punti di vista teologico, storico, socio-politico ed anche geografico, esaminati in relazione al tema conduttore del ciclo.
Da parte loro i testimoni, personalità anche di rilievo nell’ambito delle rispettive comunità religiose, si sono proposti in veste di semplici credenti, disposti a condividere con il pubblico l’esperienza individuale di persone che si sforzano quotidianamente di vivere la pace secondo i principi dettati dalle proprie religioni; anche mettendosi in discussione sulle questioni più problematiche.
Un aspetto importante, questo del chiedere agli ospiti di far emergere la propria spiritualità, anche attraverso la lettura di brevi brani tratti dai testi sacri di ognuno. In occasioni analoghe viene spesso messo un po’ in secondo piano; col rischio di ridurre le religioni a semplici espressioni della cultura e della filosofia di alcuni gruppi umani. Cosa che effettivamente sono, ma che non le descrive compiutamente: gli aspetti spirituali e trascendenti di una religione ne sono infatti l’elemento più importante senza del quale perderebbero il loro specifico significato.

L’iniziativa, impostata col preciso intento di favorire un serrato dialogo fra relatori e pubblico, sembra di poter dire che sia riuscita nello scopo. I presenti, credenti e non credenti, accorsi sempre in buon numero, hanno approfittato con interesse dell’ampio spazio loro dedicato, riservando ai relatori una fitta serie di domande che, anche quando non strettamente inerenti con il tema della serata, erano sintomatiche del diffuso bisogno di spiritualità esistente nella nostra società.
Più in generale dimostravano il desiderio di capirsi, di trovare punti di incontro… di dialogare. Il fatto che tutto ciò sia avvenuto in un clima estremamente sereno e rispettoso del pensiero di ciascuno è il risultato dell’iniziativa di cui andare tutti più soddisfatti, pubblico e organizzatori.
Spesso incontri di questo genere, soprattutto sotto la spinta della drammatica attualità e dell’inopportuna politicizzazione, degenerano presto in poco fruttuose polemiche. Nel nostro piccolo, abbiamo dimostrato che la pace non è fatta solo dalle cancellerie, dalla politica, dalle autorità religiose…, ma può e deve cominciare anche dagli atteggiamenti più semplici e quotidiani di ciascuno; con un impegno forse maggiore per chi è credente: la pace si costruisce più sforzandosi di vivere con coerenza la propria fede (cosa per niente facile) che rivendicando la supremazia della propria religione.
Convinzioni queste espresse da tutti i relatori e principale filo conduttore del ciclo di incontri.

Con estrema soddisfazione abbiamo accolto l’invito di Missioni Consolata a raccogliere in un dossier un’ampia sintesi, non rivista dai relatori, di quanto emerso nel corso dell’iniziativa. Considerando la diffusione nazionale della rivista, fa piacere se quanto di buono siamo riusciti a fare a Cusano Milanino potrà contribuire alla crescita di una cultura di pace anche in altre parti d’Italia.

Giovanni Guzzi

Giovanni Guzzi




Non ancora scomparsa

Malattie dimenticate (5): lebbra

Il 28 gennaio è la Giornata mondiale dei malati
di lebbra, una malattia che ancora oggi porta sofferenza ed emarginazione.

Una discesa continua nel numero di infezioni, oltre 111mila casi in meno (riduzione pari al 27%) nel 2005, rispetto alle nuove diagnosi del 2004. Un andamento positivo che ha portato a una caduta intorno al 20% ogni anno del numero di persone infettate. Eppure la lebbra non è ancora scomparsa: tutti gli anni centinaia di migliaia di malati e milioni di persone nel mondo vivono con i segni e le conseguenze dell’infezione.

Miglioramenti insufficienti
Ogni anno, l’ultima domenica di gennaio è la Giornata mondiale dei malati di lebbra, quest’anno il 28. La giornata è stata voluta nel 1954 da Raoul Follereau, un giornalista e scrittore francese che si è impegnato nella lotta alla malattia, tanto da essere definito «apostolo dei malati di lebbra». Per Follereau l’attività contro la lebbra aveva un significato più ampio, viste le forme di emarginazione dalla vita sociale a essa collegate: significava impegnarsi per la pace, contro l’emarginazione e l’ingiustizia.
La storia della lebbra è lunga. Le prime descrizioni della malattia risalgono al 600 a.C. (vedi il riquadro); la scoperta del germe responsabile, il Mycobacterium leprae, è arrivata nel 1873; il primo farmaco negli anni ‘40; l’introduzione della polichemioterapia (Mdt, multi drugs therapy), con l’utilizzo di più farmaci, negli anni ‘80. Ma il bacillo della lebbra non può ancora essere considerato sconfitto, nonostante siano a disposizione gli strumenti per contrastarlo.
Milioni di persone sono state curate: oltre il 99% dei casi registrati di lebbra ha ricevuto la politerapia, e non sono stati riportati casi di resistenza al trattamento. La maggior parte dei paesi ove l’infezione era diffusa è ormai riuscita a eliminare la lebbra dall’elenco dei problemi di salute pubblica; ma in alcuni la diffusione rimane alta. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si basano su quanto riportato da 115 paesi, la prevalenza globale della lebbra (cioè il numero di persone con il Mycobacterium leprae) all’inizio del 2006 comprendeva quasi 220 mila casi, mentre il numero di nuovi casi ufficialmente segnalati nel 2005 era poco meno di 300 mila. Questi dati rappresentano tuttavia solo le persone infettate cui è stata fatta la diagnosi.
Secondo quanto riportato dall’Associazione italiana amici di Raoul Follereau (Aifo), in base ai dati del 2005, ogni giorno si ammalano 820 persone, ma rappresentano solo la metà degli infettati: altrettanti casi non vengono identificati e non si è in grado di dire il numero esatto delle persone malate.

Cicatrici sociali
La lebbra è una malattia infettiva cronica causata da un bacillo, il Mycobacterium leprae, scoperto nel 1873 dal ricercatore Gerhard Armauer Hansen. Dal suo scopritore la malattia prende il nome, meno conosciuto, di hanseniasi o morbo di Hansen, e i malati sono chiamati hanseniani.
La moltiplicazione del Mycobacterium leprae è molto lenta e la malattia ha un periodo di incubazione, dall’infezione alla comparsa dei sintomi, che può durare diversi anni (da 5 a 20). È poco infettiva e la trasmissione dell’infezione avviene tramite goccioline provenienti dal naso o dalla bocca di persone ammalate non trattate.
Dal punto di vista delle manifestazioni cliniche la lebbra colpisce soprattutto la pelle e i nervi: se non curata, può portare a danni e deformazioni progressivi e permanenti in queste sedi, oltre che agli arti superiori e inferiori e agli occhi. Proprio la sua capacità di causare invalidità permanenti e mutilazioni ha portato all’emarginazione dei malati in diversi contesti sociali e storici.
Il decorso della malattia è variabile: può non dare sintomi o essere causa di dolori forti e sfigurare il paziente. Le lesioni sulla pelle possono andare incontro a una cicatrizzazione e scomparsa spontanea o, al contrario, progredire, deturpando il malato. I danni ai nervi comportano una perdita di sensibilità per il coinvolgimento di quelli sensitivi, debolezza e atrofia muscolare per l’interessamento di quelli motori.
Negli anni ‘40, le prospettive dei malati di morbo di Hansen sono cambiate con la disponibilità del primo farmaco contro la lebbra, che tuttavia non uccideva il bacillo: ne arrestava la proliferazione, rallentando la malattia. Andava quindi assunto per lunghi periodi, anche per tutta la vita, e vi era il rischio di comparsa di micobatteri resistenti al trattamento. All’inizio degli anni ‘80 è stata introdotta la polichemioterapia, con l’associazione di più medicine, raccomandata fin dal 1981 dall’Oms; ora il trattamento del paziente con hanseniasi può durare da sei mesi a due anni.

India e brasile in testa
Nel 1991, l’Assemblea dell’Oms ha approvato una risoluzione che prevedeva l’eliminazione della lebbra come problema di salute pubblica entro l’anno 2000. Questo significava arrivare a una prevalenza della malattia nel mondo inferiore a un caso ogni 10 mila persone, obiettivo che l’Oms riferisce come raggiunto.
Molti paesi, in cui in precedenza la lebbra era diffusa, sono riusciti a eliminarla grazie alla polichemioterapia; ma ve ne sono ancora alcuni in cui le attività di controllo continuano. In queste aree ad alto rischio di trasmissione del Mycobacterium leprae, l’Oms sottolinea come siano cruciali campagne di informazione per i pazienti e loro famiglie, perché escano dall’ombra e si facciano curare, non nascondano l’infezione nel timore di essere isolati o segnati dalla società.
La diffusione della polichemioterapia ha dunque ridotto drammaticamente il carico di malattia: negli ultimi 20 anni oltre 14 milioni di pazienti sono stati curati (4 milioni dal 2000) e la prevalenza della malattia è scesa del 90%, ovvero da 21,1 casi per 10 mila abitanti a meno di uno, sempre nel 2000.
Nel 2005, in 17 paesi sono stati registrati oltre mille casi di lebbra per paese. Fra questi, ove si verificano oltre il 94% dei casi totali nel mondo, spicca al primo posto l’India, con 161.457 casi, seguita, seppur con molto distacco, dal Brasile, con 38.410 casi. Confrontando i dati con quelli degli anni precedenti, si nota un calo consistente nel numero di nuove diagnosi: in Brasile di quasi 10 mila casi rispetto al 2004, ma soprattutto in India, con numeri più che dimezzati fra il 2002 e il 2005 e scesi di circa 100 mila casi rispetto al 2004.
La riduzione sembra riguardare in particolare il sud del paese, dove ormai da 20 anni funziona un programma contro la lebbra, mentre il miglioramento è meno evidente nel nord, che ha visto un funzionamento di tali programmi di controllo solo negli ultimi 4-6 anni.
Sempre secondo gli ultimi dati dell’Oms, vi sono tuttavia alcune zone in cui, fra il 2004 e il 2005, i casi segnalati sono addirittura aumentati: per esempio in Indonesia, dove nel 2004 sono stati segnalati 16.549 casi, contro i 19.695 nel 2005, o in misura minore, in Mozambico (da 4.266 a 5.371), nelle Filippine (da 2.254 a 3.130) e in Cina (da 1.499 a 1.658).

L’incognita dell’hiv
Ma è proprio la situazione dell’India che desta preoccupazione, a fronte di un nuovo rischio che sembra profilarsi all’orizzonte. Secondo quanto segnalato a fine ottobre 2006 su The New York Times, la terapia contro l’Aids potrebbe riportare alla luce nel paziente una infezione nascosta da Mycobacterium leprae. La comparsa della malattia sarebbe da collegare al recupero, grazie ai farmaci contro l’Hiv, delle capacità immunitarie di difesa dell’organismo, che ritoerebbe in grado di reagire all’infezione del Mycobacterium leprae con le relative manifestazioni cliniche.
La prima segnalazione di questo insolito effetto collaterale della terapia contro l’Aids risale al 2003 e finora i casi descritti in letteratura sono una dozzina. Potrebbero però essere molti di più: in diverse aree geografiche, come Brasile, India, Africa, Caraibi, vi sono descrizioni di lesioni dolorose al viso o perdita della sensibilità alle dita, compatibili con la lebbra, in malati in trattamento con antiretrovirali. Il Brasile e l’India sono forse i paesi che preoccupano maggiormente. Nel primo, come già visto, la lebbra è diffusa e nello stesso tempo è in atto uno dei programmi di trattamento per l’Aids fra i più efficaci nei paesi poveri. L’India, dal canto suo, accanto alla lebbra conta 5,2 milioni di persone con l’Hiv. Altre zone considerate a rischio sono Myanmar (ex Birmania), Madagascar, Nepal e Mozambico, oltre a tutte quelle aree in cui le informazioni sulla situazione sanitaria non sono precise.

Valeria Confalonieri

Si ringrazia l’Associazione italiana Amici di Raoul Follereau (Aifo), organizzatrice per l’Italia della Giornata mondiale dei malati di lebbra.

La lebbra nella storia

La prima segnalazione scritta sulla lebbra risale al 600 a.C., in India, mentre la sua prima descrizione trova posto in un trattato di medicina cinese di 200 anni dopo.
In Occidente, l’infezione inizia a essere considerata come problema per la salute della popolazione nel vii e viii secolo d.C.; è del 643 l’editto di Rotari, a Pavia, con le prime indicazioni riguardo l’isolamento dei malati e perdita dei loro diritti civili. Commerci, pellegrinaggi e crociate hanno poi incrementato la diffusione della lebbra in Occidente intorno al 1000 d.C. Dall’Oriente all’Occidente, la malattia è arrivata in paesi lontani come Islanda e Groenlandia, senza distinzioni di ceto sociale.
I casi di lebbra iniziano a diminuire solo fra il xiv e il xv secolo, in seguito alla diffusione della tubercolosi, la riduzione dei contagi con le misure di isolamento dei malati adottate e i morti per la peste del 1300, fra i quali anche i malati di lebbra. In Europa, i casi locali di lebbra (non provenienti da altri paesi) iniziano a scomparire dal 1700 fino alla seconda metà del 1900 (Italia compresa, negli anni ‘70).

Valeria Confalonieri




Malawi – Strade Africane  (prima puntata)

Dario Devale è un giovane antropologo torinese. Da anni si impegna sul campo per lo sviluppo dell’Africa. Dopo aver lavorato in Burkina Faso, ha vissuto in Etiopia e ora si trova in Malawi, uno dei paesi più poveri del continente. Presta la sua opera come volontario delle Ong. Mette a frutto la sua formazione anche con un’attenta osservazione delle culture presso le quali vive. Cercando di non dar nulla per scontato e di “assorbire” al massimo quello che la società di cui è ospite gli insegna. E scrive avvincenti resoconti. Su questo diario, Dario ci porta con sé nella quotidianità di un africano, affrontato ogni giorno dai pendolori di quel paese..

Io vivo a Blantyre (la maggiore città del sud del Malawi), il villaggio del progetto si chiama Ndanga, a circa 60 chilometri, raggiungibile in auto in un’ora scarsa di viaggio. Con i mezzi locali è tutta un’altra storia, sai quando esci di casa ma…è inutile che dici di buttare la pasta in pentola per il tuo arrivo, che è oltre ogni possibile previsione (Beh, sarebbe inutile comunque aspettarsi un piatto di pasta in piena campagna malawiana..).


Prendo il primo minibus da Blantyre a Limbe, zona commerciale e sede delle principali industrie manifatturiere del sud del paese, nata come cittadina a sè, ora costituiscono quasi una sola realtà urbana. Una passeggiata di quindici minuti mi porta alla successiva fermata dei minibus, direzione Chirazulu, sede di uno dei più importanti ospedali del sud, sopratutto nel campo della pediatria. I minibus sono delle scatole con quattro ruote lanciate su strade che sopratutto in questa stagione di piogge sono realtà fatte di vuoti circondati da scarse presenze di asfalto. Le prime volte prendevo posto e a distanza di qualche fermata mi ritrovavo a sgranare gli occhi alla vista dell’ennesima persona che entrava in quell’abitacolo, per i miei parametri saturo già quattro o cinque passeggeri fa. Oggi non ci penso neanche più, salgo, mi appiccico alla persona di tuo, in attesa dell’imminente ingresso di altra gente. A volte guardo perplesso il fondo posteriore del mezzo, temendo la presenza di un foro che risucchia passeggeri e di cui a distanza di tempo e chilometri potrei rimanere vittima anche io. Ma non è così, ci sono tutti, ben pressurizzati, un pastone umano fatto di donne che vanno al mercato, venditori, studenti, uomini in giacca e cravatta che con agilità leggono angoli di articoli del quotidiano nazionale, trasformato in una pallottola di carta dalle schiene e gomiti dell’abitacolo. Ho imparato col tempo che non ci si deve spaventare di fronte ai minibus che si aprono già affollati. In realtà sono proprio quelli da prendere, perché faranno meno fermate per far salire altra gente. Anche se è un’utopia sperare che non ne facciano del tutto dopo il tuo ingresso, che ti vede quasi seduto sulle ginocchia del passeggero vicino. Il controllore è in genere un ragazzo con un mazzo di banconote luride in mano, che urla tutto il giorno dal finestrino la direzione, destinazione e costo (questo diminuisce man mano che ci si avvicina al capolinea). Il ragazzo a fine mattinata ha una voce roca e ombrosa, a fine giornata gesticola solo più, invitando con ampie sbracciate la gente ad entrare sul «suo» minibus piuttosto che su quello che si affianca a distanza di pochi secondi. Una mattina ho chiesto al ragazzo di tuo di avere pazienza, avrei pagato la mia corsa una volta arrivato, perché non riuscivo a raggiungere con le mani il portafogli nella tasca posteriore dei pantaloni. (fine prima puntata, continua).


 


Dario Devale, dal Malawi


 

Dario Devale




Nuovi protagonisti in America Latina

Introduzione a «Radio di carta»

Dopo
l’articolo dello scorso settembre in cui si raccontava dell’esperienza
radiofonica di 4 giovani latinoamericani (Carlos, Maria Helena, Sania
ed Alvaro), abbiamo pensato di offrire loro una collaborazione con la
rivista. Da qui nasce Radio di carta, la nuova rubrica che ora avete
sotto agli occhi. In essa si affronteranno alcuni argomenti trattati
nel programma «Tropico Utopico», in onda ogni domenica sull’emittente
torinese Radio Flash (www.radioflash.to).
Le puntate di Radio di carta – a cadenza mensile o bimensile – saranno
firmate di volta in volta da uno o più conduttori della trasmissione.

Paolo Moiola



CONTADINI ED INDIGENI


Dopo una interminabile tornata elettorale, l’America Latina

si ritrova diversa. Chi ha vinto? Chi ha perso? Cosa succederà ora?


Negli
ultimi decenni i fenomeni politici in America Latina si sono generati
per «ondate»: governi militari, violenza e guerriglie negli anni
Settanta e parte degli anni Ottanta, democratizzazione
socialdemocratica nel resto degli anni Ottanta, globalizzazioni e
modelli neoliberisti negli anni Novanta e attualmente il sorgere di
«un’ondata» di governi progressisti. Con la fine del 2006 si è chiuso
il ciclo elettorale che ebbe inizio nel 2005. Nell’ultimo anno si sono
svolte elezioni presidenziali nella maggioranza dei paesi dell’America
Latina, definendosi in questo modo il profilo politico del continente
per i prossimi cinque anni.

Alla
radice di questa corrente di rinnovamento – con un protagonismo mai
raggiunto prima – si trova il  movimento indigeno e contadino, che
ha giocato un ruolo centrale «nell’incubazione» del cambiamento che
oggi sta tracciando un nuovo destino politico per il continente. 

Tutto
ebbe inizio nel 1992, in coincidenza con la celebrazione del quinto
centenario di resistenza alla Conquista, in cui si organizzarono, per
la prima volta, adunate indigene a livello continentale. In queste
riunioni gli indigeni e i contadini si resero conto di essere vittime
dello stesso tipo di soprusi nei diversi paesi del continente americano
da cui provenivano: abbandono, esclusione, schiavitù (dalle piantagioni
di banane dell’America Centrale alle miniere della Bolivia e del Perù).
Pur davanti ad un mare di difficoltà, decisero tuttavia di rispondere,
costituendo diverse piattaforme d’informazione e di cornordinamento
continentale per globalizzare la resistenza e difendere i loro diritti
sotto una visione unitaria. In mezzo a questo processo s’inserisce
l’offensiva diplomatica nordamericana degli ultimi anni che – con
l’obiettivo di giungere all’approvazione dell’Alca (vedi Glossario) –
ha servito da «catalizzatore» nel sorgere  di una sinistra
popolare (si potrebbe dire extra-parlamentare, cioè non rappresentata
nei parlamenti nazionali) organizzata.

I
movimenti indigeni e contadini latinoamericani «tra l’incudine della
globalizzazione e il martello dell’abbandono statale della campagna»,
hanno innalzato la bandiera della sovranità e dell’autosufficienza
alimentare, riconoscendosi nella difesa di una «utopia basilare», cioè
il diritto a non morire di fame.

Il
tipo di globalizzazione e il modello agricolo applicati in America
Latina (con pratiche obsolete basate su una visione meccanicista e
abiotica dell’agricoltura), hanno costretto le popolazioni rurali a
intraprendere un esodo di massa verso le città sognando di sfuggire
alla miseria.  In questo modo è stato messo a rischio il fragile
sistema eco-compatibile, che reggeva la sicurezza alimentare delle
campagne e, al tempo stesso, contadini con esperienza generazionale si
sono convertiti in venditori ambulanti di città (figure irrilevanti per
l’economia nazionale) oppure hanno regalato alla delinquenza giovani
disoccupati disposti a tutto o ancora sono diventati schiavi nelle
maquilas. I contadini di queste migrazioni hanno ingrossato le
bidonvilles, che circondano le megalopoli centro e sudamericane e si
sono piano piano avvicinati alla resistenza popolare, che oggi lotta
contro l’estrema povertà, cresciuta esponenzialmente nell’ultimo
ventennio.

Movimenti
indigeni e contadini si sono incorporati via via nelle file della
resistenza popolare urbana e dell’azione sociale diretta e, in questo
modo, hanno «iniettato» nuova forza ai movimenti politici delle grandi
città e in particolare alla sinistra latinoamericana. È così che
recentemente candidati come Evo Morales in Bolivia, Michelle Bachelet
in Cile, Lula in Brasile, Daniel Ortega in Nicaragua, Rafael Correa in
Ecuador (inatteso vincitore nelle presidenziali del 26 novembre) e Hugo
Chávez in Venezuela (riconfermato presidente a furor di popolo lo
scorso 2 dicembre) hanno potuto arrivare o restare al potere ed
imprimere un cambiamento di rotta alle politiche economiche e sociali
dei loro paesi.

Gli
indigeni e contadini con la loro visione della dignità, vincolata alla
terra e all’economia collettiva, hanno insegnato e messo in pratica –
con nuovi valori – l’idea che «un altro mondo è possibile». Per questo
negli ultimi anni tali movimenti popolari hanno influenzato le
politiche nazionali, ponendo le basi per il cambiamento in America
Latina.  •

Carlos Bonino


IN ATTESA DELL’«ALBA»?

Nel Centro del continente soffiano altri venti. Anche l’America
Centrale e i Caraibi, infatti, si trovano in un ciclo elettorale, che è
iniziato con l’Honduras nel novembre del 2005, seguito da Costa Rica,
Haiti e Giamaica e che è finito con il ritorno dei sandinisti di Daniel
Ortega in Nicaragua (novembre 2006), il secondo paese più povero
dell’America Latina dopo Haiti. Dopo il fallimento nordamericano
dell’Alca – reso manifesto nel vertice di Mar del Plata, in Argentina
–  la regione centroamericana si trova «sotto un fuoco
incrociato», da nord e da sud. Da nord si è mosso il governo
statunitense, che, promuovendo trattati commerciali bilaterali secondo
il classico schema «dividi e vincerai», ha costruito il consenso
necessario per giungere all’approvazione a livello regionale del
Dr-Cafta («Dominican Republic-Central American Free Trade Agreement»,
Accordo di libero commercio per l’America Centrale e la Repubblica
Dominicana).
Con una chiara intenzione egemonica, Washington ha azionato la sua
pesante macchina diplomatica per creare una grande struttura
commerciale come quella del Dr-Catfa, per paesi dai quali gli Usa
importano solo lo 0,97% delle sue importazioni globali e ai quali
destina l’1,2% delle sue esportazioni.
Da sud, invece, i governi progressisti del Sudamerica hanno aperto le
porte al Centroamerica e ai Caraibi offrendo alleanze dalla filosofia
opposta: potenziare un modello d’integrazione e sviluppo autoctono
costruito attorno all’Alba («Alteativa  Bolivariana per le
Americhe»). L’Alba intende utilizzare i profitti derivanti
dall’impennata dei prezzi del greggio per promuovere la cooperazione
sud-sud e lo sviluppo endogeno. Questo significa privilegiare i
vantaggi cornoperativi, ovvero gli scambi inteazionali basati sulla
solidarietà tra i popoli, invece che sui vantaggi comparati costruiti
sull’opportunismo commerciale, che sta alla base della logica
neoliberista e del fondamentalismo economico.

Carlos Bonino

Carlos Bonino




L’assassinio di Anna nella Russia di Putin

Riflessioni di un osservatore privilegiato

Perché l’opinione pubblica russa accetta con indifferenza gli abusi del presidente-padrone? Quando il nazionalismo paga più della democrazia…

Non è un caso, forse, che un personaggio come Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata il 7 ottobre 2006, avesse finito per svolgere un ruolo da attivista, salvando molte vite con le denunce contenute nei propri articoli. Attenta alla violazione dei diritti civili e umani, era una delle poche voci libere nella Russia di Vladimir Putin, dove i media che contano sono controllati dagli oligarchi dell’economia, strettamente legati al Cremlino. L’omicidio di questa coraggiosa giornalista ha segnato una svolta nella storia della Russia dei nostri giorni, il punto di arrivo di un processo di involuzione che ha avuto nel presidente Vladimir Putin e nella sua corte di personaggi provenienti dai servizi segreti, il Kgb, i principali artefici. Tuttavia neppure la morte di Anna, ha fatto traboccare il vaso dell’opinione pubblica russa. Perché?

Per cercare di capire occorre risalire alla «seconda rivoluzione russa», quella che il paese tuttora vive, dopo che – Natale 1991 – fu ammainata la bandiera rossa dalla cupola del Cremlino che sovrasta il mausoleo dove ancora è ospitato il corpo di Lenin. Cominciò con quella  liberalizzazione dei prezzi che subito diventò l’immagine più eloquente dell’implosione dell’Urss. Per primo era rincarato il pane di 6 volte, smuovendo riflessi automatici e primordiali in una cultura contadina come quella russa. Il suo prezzo era fermo dal 1954, così come quello dello zucchero e dell’olio, in un blocco artificiale che aveva impedito ogni rincaro anche per il latte e la carne.
L’impennata del costo del pane aveva funzionato come simbolo, scatenando l’allarme in quella Russia in cui l’ospite riceve ancora oggi il sale e il pane come segno di rispetto delle famiglie che lo accolgono, così come in Asia Centrale nessuno taglia mai la focaccia con il coltello, ma tutti aspettano che il più anziano la spezzi con le mani. Cae e latte che costavano il triplo erano diventati il segnale concreto e terribilmente eloquente in un paese in cui il cibo è ancora oggi politica, i capi vengono ricordati in base ai sapori perduti e l’approvvigionamento rimane ancora oggi la misura di un’epoca.
La transizione all’economia di mercato faceva fatica a decollare, sicché il deficit alimentare che aveva già raggiunto la soglia della tollerabilità sociale rischiava di appesantirsi mentre i giornali, ricordo, tentavano di diffondere le idee del libero capitalismo, di stimolare l’iniziativa privata. Lo slogan «rivoluzione economica» era ripetuto nelle università, nei giornali, alla televisione, come se fosse dietro l’angolo la fine dell’economia nata col bolscevismo, stravolta dai piani quinquennali, affondata dalla gestione burocratica. Una speranza ossessiva collegava tuttavia intimamente i governanti di allora ai nuovi economisti, e cioè che prima o poi sarebbe naturalmente scattata quella legge dello sviluppo ineguale e combinato, secondo la quale l’arretratezza può essere uno stimolo che spinge un paese sottosviluppato a saltare con tenacia le tappe intermedie. Legge che era stata teorizzata da Lev Trockij (1879-1940) negli anni della rivoluzione bolscevica: «i selvaggi rinunciano all’arco e alle frecce per prendere immediatamente il fucile, senza percorrere la distanza che nel passato aveva separato queste armi». E che Che Guevara aveva cercato di applicare in America Latina, con risultati disastrosi. I governanti russi di allora puntavano sul miracolo del risanamento per esportarlo nelle altre Repubbliche ex sovietiche. Così, la Russia che aveva perduto di colpo la sua supremazia, poteva riprendere la sua missione storica davanti ai popoli dell’ex Impero, offrendo sé stessa come esempio di emancipazione dopo essere stata per quasi due secoli esempio d’oppressione.
A rassicurarli c’era un ben altro precedente storico che con l’evidenza dei fatti aveva anticipato, due secoli prima quella teoria: la rivoluzione di Pietro il Grande che con un colpo storico di cesoie strappò la barba orientale dal mento della Russia ortodossa e contadina costringendola ad aprirsi all’Occidente; che fece emergere dal vuoto la prima città europea dell’impero, San Pietroburgo; che già nel 1718 riuscì a far fondere 30mila tonnellate di ghisa, mentre l’Inghilterra, matrice della rivoluzione industriale, arriverà alle 20mila tonnellate appena nel 1740. Sicché Pietro il Grande aveva potuto offrire all’Europa esterrefatta la visione di un improvviso quanto gigantesco balzo in avanti. Sebbene, come scrisse lo storico Karamzin, San Pietroburgo fosse stata costruita «sulle lagrime e sui cadaveri».
Dunque due secoli dopo, la grande sfida capitalista appariva come l’unico modo per liberare nella società quelle energie che il regime sovietico aveva devitalizzato attraverso i decenni, trasformando i vecchi sudditi zaristi in bolscevichi senza mai farli diventare cittadini. La cosa più paradossale era che il tutto si era svolto nel giro di pochi mesi, in un paese in cui il rapporto tra politica e velocità era qualcosa di totalmente sconosciuto poiché il problema del tempo era stato, per 70 anni, irrisolto, stratificato dai «piani quinquennali» e scandito dagli anniversari che ogni volta lo riportavano al punto di partenza.

Anna Politkovskaja, il testimone scomodo del guasto profondo prodotto dalla guerra cecena e dalla spirale di terrore con la conseguente limitazione delle libertà democratiche che questa ha alimentato, spiegava che la popolarità di Putin era la stessa dei leader sovietici di una volta: le ue piene di voti, ma nessun vero consenso. Succede, poiché all’origine c’è un paese che si sente umiliato dall’aver perso il suo ruolo di superpotenza e che si salda giorno dopo giorno con dosi massicce di un nazionalismo che è più tenace del desiderio di democrazia. Ha delegato a Putin il compito del proprio riscatto assieme al sogno della conquista di un benessere che mai ha conosciuto prima. Anche perché non c’è nessun altro che lo sostituisca: l’opposizione non ha risorse, non ha il sostegno dei network televisivi, e fuori da Mosca è praticamente invisibile. E così, sebbene la libertà di espressione sia calpestata e ben 13 giornalisti siano stati assassinati a Putin  il sostegno popolare non  è venuto meno. Sicuramente lo conserverà ancora per molto.
Anche dopo il cruento assassinio (avvelenamento con il Polonio 210, avvenuto a Londra il 24 novembre 2006) di Alexander Litvinenko, ex agente del Kgb, che – come Anna Politkovskaja – sapeva e parlava troppo.  •

Vincenzo Maddaloni

Vincenzo Maddaloni




Nel ghetto della cronaca

L’immigrazione sui mass media italiani

Quale immagine dell’immigrato viene data dai media italiani? Che linguaggio si utilizza?
Quali situazioni vengono descritte? In Italia i professionisti dell’informazione
sono generalmente succubi degli stereotipi e lontani da quella funzione civile ed educativa
a cui il giornalismo dovrebbe mirare.

Sui mass media italiani l’immigrazione – e con essa la diversità religiosa e culturale – è vista come un problema. La si associa a illegalità, devianza, criminalità o comunque a disagio sociale sia per i protagonisti dei fatti raccontati (i soggetti immigrati, trattati come autori di atti o, meno spesso, come vittime), sia per i cittadini italiani (costretti a «subire» le conseguenze dell’immigrazione). Le fonti che trattano dell’immigrazione, che producono quindi fatti «notiziabili» (neologismo giornalistico, ndr), sono soprattutto quelle istituzionali: forze dell’ordine, magistratura e, quando si tratta di esprimere commenti, classe politica. Gli elementi, le occasioni che rendono gli immigrati soggetti meritevoli di essere rappresentati sulle pagine dei giornali, nei notiziari radiofonici, in Tv o sui siti Web informativi sono gli «sbarchi dei clandestini», le azioni delittuose, i problemi sociali (inserimento sociale difficoltoso, abitazione, credenze religiose), talvolta il lavoro; quasi sempre situazioni, fatti, eventi e casi che creano problemi alla collettività. Se il soggetto immigrato non è un problema – possiamo affermare sulla base delle ricerche – non è «notiziabile», ovvero non interessa ai media.

Il giornalista seduto
L’immagine del singolo soggetto immigrato tratteggiata dai mass media è quella dell’irregolare, del «clandestino», del criminale, di colui/colei che causa insicurezza, ansia, tensione e conflitto. Molto spesso è di sesso maschile; e talvolta è una vittima, ma comunque una vittima che dà problemi. Il taglio giornalistico dato all’informazione sui cittadini stranieri che vivono in Italia è soprattutto quello delle brevi notizie e degli articoli di cronaca. I cittadini immigrati sono «confinati dentro il ghetto della cronaca», per usare un’espressione della ricerca del Censis del 2002 Tuning into diversità, sull’immagine dell’immigrazione nella stampa italiana. I media offrono notizie e articoli senza scavo, senza approfondimento, senza problematizzazione, senza inchiesta, senza indagine, insomma senza ciò che fa del giornalismo una delle professioni più nobili e affascinanti. Le notizie e gli articoli sull’immigrazione nascono, si alimentano di particolari e sono scritti soprattutto al «desk», alla scrivania del giornalista, nel chiuso della redazione, alla stretta dipendenza delle fonti (carabinieri e polizia soprattutto); fonti dalle quali i giornali mutuano il linguaggio.
Il linguaggio con cui sono rappresentati l’immigrazione e i suoi protagonisti impiega il «lessico dell’estraneità»: extracomunitario, straniero, immigrato; oppure albanese, romeno, marocchino, nomade. Si tratta di un linguaggio il quale definisce la persona che «viene da fuori» e continua a restare fuori della comunità. All’estraneità viene associata l’aggressività, la criminalità, l’illegalità, l’irregolarità, caratteristiche – anche queste – che sono fuori di qualche cosa (della calma, dell’ordinario, della legge, delle regole). Quando l’estraneo è una vittima, entra in campo il linguaggio della compassione, della lacrima, dell’intenerimento temporaneo.

Che giornalismo vogliamo?
Lo «straniero» rappresentato dai giornali è afono, senza voce o (quando va bene) con una voce flebile. Non viene mai intervistato, ascoltato; non ha quasi mai diritto di parola o di scrittura, pur in presenza di un giornalismo che ricorre sempre più alla narrazione e alle dichiarazioni – messe fra virgolette – dei protagonisti dei fatti. Senza voce e senza diritto di parola, l’immigrazione sembra non avere neppure una cultura meritevole di essere narrata, se si escludono i casi considerati «curiosi» o le occasioni in cui pratiche diverse (ad esempio, la macellazione degli animali fatta da persone di religione musulmana) sono viste con sospetto o denunciate come fuori della norma.
Quanto sia importante comprendere a fondo – in un quadro pedagogico-interculturale – la produzione giornalistica italiana sull’immigrazione, è Luigi Secco a sottolinearlo. In un suo fondamentale testo sulla pedagogia interculturale, il pedagogista scrive: «La situazione interculturale, in cui si trovano soggetti di diversa provenienza, non può essere risolta dalla scuola da sola. La scuola è sempre un istituto entro la collettività. Lo scolaro passa a scuola un certo numero di ore della giornata; il resto del tempo lo passa in famiglia, nei club di vario genere, sulla strada, ecc. Entra allora urgente e cogente il tema della società educante nel senso più ampio del termine».
La trasformazione sociale della nostra società – con 3 milioni di cittadini stranieri che sono parte attiva del tessuto economico-produttivo ma anche della convivenza civile – richiede un giornalismo all’altezza; capace di leggere, interpretare e offrire ai lettori la «nuova Italia» multiculturale che è sotto i nostri occhi tutti i giorni, nelle città più grandi e nei piccoli paesi di provincia. Un giornalismo che sia consapevole del proprio ruolo civile ed educativo.

Raccontare le diversità
oltre stereotipi e pregiudizi
Un cambio delle routines redazionali, una diversa organizzazione del lavoro giornalistico con il superamento del fenomeno della «deskizzazione» (lavoro giornalistico svolto stando alla scrivania, ndr), l’impiego di un nuovo linguaggio, la formazione e l’aggioamento dei giornalisti: sono queste alcune delle azioni da compiersi per arrivare ad una stampa «diversa» che sia in grado di raccontare la diversità e l’Italia multiculturale; per un giornalismo che sia «interculturale». Sono gli «uomini macchina» – i giornalisti che lavorano alla scrivania – ad avere una visione meno sensibile, più stereotipata dell’immigrazione.  La routine uccide la professionalità: il ricorso al «formato breve» della notizia, il lavoro al desk che costringe il giornalista a guardare il mondo con una specie di cannocchiale rovesciato che allontana gli eventi, il distacco dalla realtà aggravato dall’abuso di stereotipi linguistici, la perdita di spessore dell’identità giornalistica, portano ad una perdita di credibilità della professione. D’altra parte, il compito primario dei media è di restituire ai lettori una realtà che soddisfi la loro richiesta di comprensione dei fatti che accadono nel mondo e che formi la loro coscienza critica.
Il giornalismo interculturale raccoglie la sfida educativa e – anziché presentare il fenomeno immigrazione con toni negativi, caratterizzandolo come invasione, emergenza, minaccia – cerca di cogliere, di comprendere e di presentare le opportunità, i vantaggi, gli arricchimenti che derivano dalla situazione multiculturale.
Il giornalismo interculturale è quindi disponibilità alla ricerca e al cambiamento, per offrire a lettori assetati di conoscenza le basi per capire la nuova realtà e per interagire con essa. Esso punta all’approfondimento, alla ricerca, all’indagine, al dibattito civile, alla promozione culturale per offrire una rappresentazione del fenomeno immigrazione e dei suoi protagonisti libera da generalizzazioni, stereotipi, pregiudizi e che eviti così ogni forma di discriminazione. Il giornalista interculturale deve dare prova di preparazione professionale e di responsabilità civile, sviluppando attenzione e consapevolezza per il contesto multiculturale in cui si trova a lavorare; considerando la differenza come un bene da tutelare e mettendo in atto un’autentica comprensione di fenomeni, problemi, persone, popoli appartenenti a culture diverse dalla propria.
Si tratta di una professionalità consapevole e rispettosa della diversità etnica; di una professionalità che comprende sia competenze tecniche, sia conoscenze specifiche e inoltre una particolare impostazione mentale aperta al dialogo, al confronto, allo scambio. È così che i mass media possono indirizzare in modo positivo, costruttivo e creativo, opinioni e sentimenti dei lettori verso l’«Altro», il «diverso» e favorire un processo di conoscenza, integrazione e arricchimento reciproco fra persone portatrici di usi, costumi, lingue, tradizioni, religioni e valori differenti.
L’informazione è invece la risorsa basilare per assicurare a ciascuno una prima forma di inclusione sociale. Essa può essere considerata il primo elemento di cittadinanza. I mezzi di comunicazione di massa, grazie alla loro pervasiva presenza nella odiea società globalizzata e al loro ruolo di «scuola parallela», assumono un’importanza fondamentale nell’attuale contesto pluriculturale e multietnico, in quanto possono sia favorire l’inserimento dei cittadini immigrati, sia educare i cittadini autoctoni a dialogare e a comprendere le culture «altre». Ecco che il giornalismo interculturale si impegna a valorizzare la presenza immigrata come risorsa per la società di accoglienza, favorendo la conoscenza, l’accettazione reciproca, l’integrazione e lo scambio fra culture diverse: obiettivi raggiungibili se si seguono i principi fondanti e le indicazioni della Pedagogia interculturale, ben espressi dai testi del pedagogista Agostino Portera; se si acquisisce un nuovo atteggiamento  culturale basato sul rispetto, sull’accoglienza, sul dialogo. Non dobbiamo dimenticare, poi, che nei mass media aperti all’intercultura i cittadini di origine straniera possono trovare una forma positiva di rispecchiamento; una ragione in più per amare la nuova patria dove vivono, per sentirsene parte attiva e costruttiva.

Un nuovo giornalismo
per una società più giusta
Vi è, inoltre, un aspetto di «giustizia sociale» nell’azione del giornalismo interculturale. Come sottolinea Nobre Correia (in Problemi dell’informazione n. 4,  anno 2005), ci avviamo verso una società duale anche in campo mass-mediale: da una parte la grande maggioranza della popolazione che fruirà di mass media gratuiti, fornitori di emozione e intrattenimento senza informazione aggiornata e di spessore su quanto accade nel mondo; dall’altra parte un’élite in grado di pagare per avere un’informazione che foisca gli strumenti per affrontare le difficoltà della vita e per conservare una posizione di privilegio nella società. Solo un giornalismo «diverso», che non si rassegni alla profezia della sua «morte annunciata», può lavorare per una società che non sia così ingiusta; e può affermare di non volersi arrendere alla discriminazione, allo sfruttamento, all’imbonimento ai danni di chi non ha potere economico e politico per alzare la voce e pretendere condizioni di vita e di comunicazione democratici ed eguali per tutti.
Visione critica del mestiere di giornalista (ma anche del mestiere di autore di fiction e prodotti multimediali), rigore professionale, uso riflessivo della tecnica giornalistica, rispetto dei codici deontologici e sensibilità umana: sono questi i pilastri del giornalismo interculturale. Su questo fronte si gioca la battaglia per avere professionisti dell’informazione – già in servizio o in procinto di entrarvi – capaci di cogliere le sfide di una società pluralistica, complessa, multiculturale e multireligiosa. In questo ambito si pone l’aver avviato, due anni fa,  all’Università degli studi di Verona – grazie al Centro studi interculturali (vedere riquadro) – un insegnamento di giornalismo interculturale che è una novità nel panorama della formazione universitaria. Perché la sfida è quella di avere giornalisti e comunicatori in grado di rispondere in modo adeguato alla sfida – affascinante e inquietante – che la società multietnica ci pone di fronte. 

Maurizio Corte*

(*) Maurizio Corte è professore a contratto all’Università degli studi di Verona, dove insegna comunicazione interculturale e giornalismo interculturale. Collabora da anni al Centro studi interculturali dell’ateneo veronese. Gioalista professionista, lavora al quotidiano L’Arena di Verona. Ha pubblicato «Stranieri e mass media. Stampa, immigrazione e pedagogia interculturale» (Cedam, Padova 2002) e «Comunicazione e giornalismo interculturale. Pedagogia e ruolo dei mass media in una società pluralistica» (Cedam, Padova 2006).

ll’Università di Verona
Un altro giornalismo è possible

La ricerca sulla rappresentazione dell’immigrazione nei media – affidata a Maurizio Corte – è solo una delle attività svolte dal Centro studi interculturali (Csi) dell’Università degli Studi di Verona, diretto da Agostino Portera, direttore del Dipartimento di Scienze dell’educazione della Facoltà di scienze della formazione e professore ordinario di pedagogia e di pedagogia Interculturale. Il Csi, infatti, promuove e realizza supporti scientifici, culturali e strumenti metodologico-didattici nel campo dell’educazione e dell’istruzione in una società pluralistica e multiculturale. Fra i suoi obiettivi vi sono quelli dell’educazione, dell’istruzione, della consulenza, della ricerca e dell’alta formazione interculturale, in ambito scolastico e dell’extrascuola.
Il Csi collabora con enti, istituzioni, associazioni (pubbliche e private, nazionali e inteazionali), con singoli professionisti accreditati e con istituzioni universitarie italiane e straniere. Il direttore del Centro studi interculturali, Agostino Portera, è membro dell’esecutivo dell’Iaie (Intercultural association for intercultural education) ed è il direttore di due Master promossi e organizzati dal Csi: il Master, con formazione a distanza in «Comunicazione interculturale e gestione dei conflitti» e il Master Fse, con didattica in presenza, in «Comunicazione interculturale nelle organizzazioni e nelle relazioni inteazionali». Entrambi i Master sono proposti anche nell’anno accademico 2006-2007 e si inizieranno a primavera di quest’anno: le informazioni sono reperibili sul sito del Csi. Fra i membri del comitato scientifico dei Master tre studiosi di livello internazionale: Donata Gottardi, professore ordinario di diritto del lavoro, Nicola Sartor, professore ordinario di scienza delle finanze, e Luigi Secco, pedagogista e professore emerito di pedagogia.
«Miriamo allo studio e alla ricerca, nonché alla qualificazione dei percorsi scolastici ed extrascolastici, agli interventi educativi, di consulenza psicopedagogica, di formazione e di specializzazione professionale, così come delle politiche di intervento nel settore interculturale», spiega Portera. «In questo modo, il Csi si propone a livello locale, nazionale ed internazionale, come una struttura che svolge servizi ed attività rivolti a ricercatori e studiosi nel settore della pedagogia interculturale; a educatori ed operatori impegnati nel settore; agli insegnanti; ai giovani laureandi e ai laureati; a professionisti».
Ogni anno il Centro studi interculturali organizza convegni di livello internazionale. Sia l’attività convegnistica che quella di ricerca trovano poi espressione nella pubblicazione di testi scientifici a disposizione della comunità degli studiosi e introdotti nei corsi di pedagogia, di pedagogia interculturale, di comunicazione interculturale e di giornalismo interculturale proposti dall’Università degli studi di Verona. L’ateneo veronese è il primo in Italia ad avere un insegnamento pedagogico di giornalismo interculturale nell’ambito dei due Master organizzati dal Csi e del corso di laurea specialistica in giornalismo della Facoltà di lettere e filosofia.

Centro studi interculturali
Dipartimento di Scienze dell’educazione
Facoltà di Scienze della formazione
Università degli studi di Verona
via Vipacco 22
37129 Verona

Telefono / E-mail / Sito Web:
045.8028147 (dal martedì al giovedì, ore 9.30-13.00)
csi.intercultura@univr.it
http://fermi.univr.it/csint.

Testi di riferimento:
Maurizio Corte
Comunicazione e giornalismo interculturale. Pedagogia e ruolo dei mass media in una società pluralistica
Cedam, Padova 2006

Maurizio Corte
Stranieri e mass media. Stampa, immigrazione e pedagogia interculturale
Cedam, Padova 2002

Agostino Portera
Globalizzazione e pedagogia interculturale
Edizioni Erickson, Trento 2006

L’annuale dossie della Caritas
Avanza l’Italia multietnica

Con 300.000 nuovi immigrati (regolari) all’anno  il nostro paese si sta trasformando. Anche se 4 italiani su 10 li considerano dei criminali.

Qual è la situazione «reale» dell’immigrazione in Italia? La grande stampa italiana – sempre puntuale nel denunciare reati e crimini commessi da persone di origine straniera – ne ha parlato poco e male quando, lo scorso ottobre, si è trattato di presentare i dati del Dossier Caritas-Migrantes sui migranti in Italia, giunto alla sedicesima edizione («Al di là dell’alternanza»). Eppure si tratta di numeri che interessano cittadini, educatori, operatori sociali, imprenditori e professionisti dell’informazione e della comunicazione. Infatti, senza cittadini immigrati la situazione economica e sociale italiana sarebbe destinata al disastro: fra 15 anni, i lavoratori italiani giovani (entro i 44 anni) saranno diminuiti di 4.500.000. E senza persone di origine straniera, nel 2050 l’Europa, vedrebbe diminuire di 7 milioni la popolazione nel suo complesso e di 52 milioni la parte di popolazione in età da lavoro. 
Con un ritmo di 300 mila nuovi ingressi regolari l’anno, rivela lo studio della Caritas, l’Italia è sempre più multietnica. Il nostro paese supera, in percentuale, gli ingressi di immigrati regolari negli Stati Uniti. Gli attuali 3.035.000 regolari (l’incidenza con la popolazione italiana è del 5,2%) – stimati a fine 2005 – sono destinati a diventare entro 10 anni il doppio, oltre 6 milioni (10%). È lo scenario che emerge dal Dossier 2006.

Quanti sono? – Nel nostro paese c’è un immigrato ogni 20 italiani. L’Italia, che a fine 2005 conta così tanti immigrati quanti più o meno sono gli emigrati nazionali all’estero (3.150.000) si colloca al terzo posto in Europa per numero di immigrati regolari, dopo la Germania (7.287.980) e la Spagna (3.371.394).
Ogni 10 stranieri, 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. Dall’Europa, spiccano in primo luogo i cittadini albanesi e gli ucraini mentre dall’Africa, i cittadini marocchini.
Nel 2005 sono nati 52 mila bambini da genitori stranieri ed hanno inciso per il 9,4% sulle nuove nascite. Le donne straniere hanno una percentuale di divorzio superiore alle italiane: 2,5% contro l’1,7%. Il 50,1% dei migranti che vivono in Italia è uomo, il 49,9% è donna. Per il 70% (contro il 47,5% degli italiani) si concentrano nella fascia di età 15-44 anni.
La Lombardia conta la maggior presenza di persone di origine straniera: ospita quasi un quarto del numero complessivo di cittadini immigrati. Roma e Milano detengono, rispettivamente l’11,4% e il 10,9% della popolazione straniera. Al Nord si trova il 59,2% degli stranieri, al centro il 27% e nel meridione il 13,5%.
Un occupato ogni 10 è straniero. Ogni anno si inseriscono nel mondo del lavoro quasi 200 mila immigrati. Lo scorso anno sono stati 727.582 i nuovi assunti su complessivi 4.559.952. I settori maggiormente coinvolti: collaborazione familiare, servizi di pulizia, edilizia e agricoltura. Sono 130.969 i cittadini stranieri titolari d’azienda, con un aumento del 38%.

A quale religione appartengono? – Il 49,1% dei cittadini immigrati sono cristiani (circa un milione e mezzo), il 33,2% sono musulmani (circa un milione), il 4,4% è legato a religioni orientali. In 5 anni sono raddoppiati i minori di nazionalità straniera: sono 586 mila, pari ad 1/5 della popolazione straniera, un’incidenza superiore a quella degli italiani. Il 56% è nato in Italia.

Quanti delinquenti? – Quattro italiani su 10 pensano che i migranti siano criminali. Non è vero, dice il Dossier della Caritas. Dati del ministero dell’interno dicono che i denunciati per qualche reato coinvolgono gli immigrati solo nel 10% dei casi, la metà di quella degli italiani.
Otto cittadini immigrati su dieci dicono di aver migliorato la loro vita in Italia. Il 91% ha il cellulare, l’80% possiede il televisore, il 75% invia rimesse in patria, il 60% possiede un conto in banca, il 55% ha un’auto, il 22% un computer. Circa il 20% è proprietario della casa.
Nel 2005 l’efficacia degli allontanamenti dalle frontiere italiane è stata una delle «più basse degli ultimi anni». Le persone effettivamente rimpatriate sono state il 45,3% di quelle che hanno ottenuto il provvedimento di allontanamento, contro il 56,8% dell’anno precedente.

Maurizio Corte

Sfogliando s’impara

Dal quotidiano «Libero»:

«Dialogo a senso unico
Sui banchi di scuola si studia l’islam. Grazie alla Cattolica»

«Per promuovere il dialogo tra le culture, all’Università cattolica del Sacro Cuore si sono convinti che, nelle scuole italiane, non si debba più insegnare la lingua di Dante, ma l’arabo. Lo strano metodo pedagogico per facilitare l’integrazione degli exracomunitari è stato  ideato dal Laboratorio interculturale e promosso, oltre che dalla Cattolica, dall’Ufficio Scolastico Regionale e sostenuto finanziariamente con il contributo della Fondazione Cariplo. (…)
In Largo Gemelli, a due passi dalla Basilica di Sant’Ambrogio, in effetti, di sostanza ce n’è in abbondanza da suggerire di mutare il nome dell’istituzione in Ateneo islamico della Mezzaluna. In attesa che un mullah rimpiazzi il Magnifico Rettore».
Andrea Morigi
(Libero, martedì 21 novembre 2006, pag. 48)

Dal quotidiano «la Stampa»:

«Una coppia di tossici terrorizza una famiglia
I domestici romeni la liberano e bloccano i rapinatori»

«Ancora violenza. Stavolta in una brutale rapina consumatasi in una palazzina fra i prati di Pino Torinese. Autori una coppia di italiani che hanno colpito e immobilizzato una ragazzina di 15 anni, prima di essere bloccati dal generoso intervento dei custodi, una coppia di romeni. (…)
Carlotta s’è messa ad urlare e l’hanno sentita i custodi romeni, che vivono in un alloggio adiacente, Elena e Vasile Zaharia, 45 e 48 anni, entrambi originari di Bacau, sono subito intervenuti.  (…) Il malvivente ha fracassato alcune suppellettili e con la gamba di un tavolo ha colpito Vasile al collo e in faccia, poi ha sferrato un calcio alla moglie, Elena. La lotta è durata alcuni minuti: alla fine, la coppia romena è riuscita ad immobilizzare l’energumeno (…)».
Angelo Conti
(la Stampa, domenica 26 novembre 2006, pag. 65)

Maurizio Corte




Il futuro siamo noi

Situazione giovanile: tratti distintivi di una generazione

In una società diversificata e complessa come quella europea, in un’epoca in cui trionfa il pensiero debole, senza le certezze e punti di riferimento del passato, i giovani sembrano spaesati e a disagio, senza valori né ideali forti, in balia delle mode e dell’effimero. Eppure sono molti gli esempi di giovani impegnati per un mondo di pace e giustizia per tutti. Nella costruzione dell’Europa vogliono solo essere ascoltati e incoraggiati.

Non è facile definire in modo univoco la situazione dei giovani in Europa: elementi di discontinuità e ambivalenza sembrano prevalere sui tratti comuni in molti aspetti della vita. Nonostante la varietà e contraddittorietà delle situazioni, si riscontrano tratti culturali di fondo ed elementi distintivi della generazione attuale, che rispecchiano il momento storico in cui è chiamata a vivere e la differenziano dalle generazioni e modelli del passato.
Analizzando le attese dei giovani, si può tracciare un quadro dei loro valori etici e culturali, del modo di percepirsi all’interno della società, degli orientamenti con cui mirano a realizzarsi, dei problemi che devono affrontare nella modeità avanzata o post-modeità: un tempo denso di opportunità, ma anche carico di tensioni e condizionamenti.
Il progresso della scienza e della tecnica, infatti, offre enormi vantaggi anche ai giovani, ponendoli al centro di molti stimoli e sollecitazioni, ampliando il loro livello di coscienza, costringendoli alla riflessione e al confronto con rapidi cambiamenti di situazioni. Al tempo stesso, questi aspetti positivi sono accompagnati da costi personali e sociali: sono scomparse le certezze, i punti di riferimento e il consenso comunitario del passato; la crisi delle grandi ideologie ha provocato la frammentazione del pensiero e l’affermarsi di modelli individualistici di realizzazione e il rischio di un «effetto spaesamento».
Il rapido cambio di scenari a livello economico e finanziario, lavorativo, culturale e politico, rende sempre più difficile fare previsioni realistiche in tanti aspetti della vita; precarietà, insicurezza esistenziale, incertezza del futuro accompagnano l’esistenza della maggioranza degli individui. In uno scenario poco chiaro, denso di sollecitazioni e imprevisti, non è facile orientarsi su problemi e scelte, siano esse di grande o minore importanza.

Europa diversificata e complessa

Attraversata dai fenomeni della globalizzazione, oggi l’Europa appare diversificata e complessa, sia per il retaggio delle diverse vicende storico-politiche (come quelle tra Est e Ovest), sia per la pluralità di tradizioni e culture: greco-latina, anglosassone, slava. Tali diversità, tuttavia, costituiscono anche la ricchezza del vecchio continente e ne rendono significative, in contesti diversi, espressioni e scelte, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino (1989) e la fine della guerra fredda. Se nei paesi orientali si avverte il problema di come gestire la ritrovata libertà, in quelli occidentali ci si interroga su come vivere l’autentica libertà.
L’attualità socio-culturale europea mostra un’eccedenza di possibilità, occasioni, sollecitazioni, in contrasto con la carenza di focalizzazioni, propositività, progettualità; ciò aumenta il grado di complessità di questa stagione storica, con ricaduta negativa sul piano vocazionale.
L’Europa post-modea assomiglia a un «pantheon», un grande «tempio» in cui sono presenti tutte le «divinità» e ogni «valore» trova la sua nicchia. «Valori» diversi e contrastanti sono presenti e coesistenti, senza una gerarchia precisa: codici di lettura e valutazione, di orientamento e comportamento del tutto dissimili tra loro.
Quando una cultura non definisce più i valori capaci di dare senso alla vita o non riesce a creare convergenze e priorità attorno ad essi, ma pone tutto sullo stesso piano, risulta difficile avere una visione unitaria del mondo e si indebolisce la capacità progettuale della vita.

Giovani e l’Europa

Questa cultura pluralista e ambivalente, «politeista» e neutra, si ripercuote nella vita di tanti giovani: da un lato essi cercano appassionatamente autenticità, affetto, rapporti personali, grandezza d’orizzonti; dall’altro sono fondamentalmente soli, «feriti» dal benessere, delusi dalle ideologie e dalle istituzioni politiche, confusi dal disorientamento etico.
Per questo, in un tempo avaro di certezze e sicurezze, essi ricercano nelle esperienze più disparate una conferma di sé stessi. I vari ambiti di vita rappresentano luoghi in cui misurare se stessi e le proprie capacità, per maturare conferme alla propria identità, comprendere chi si è e cosa si è in grado di fare. Per una condizione giovanile, che vive un processo di socializzazione molto aperto, ha continuamente bisogno di ridefinire se stessa e ottenere rassicurazioni e certezze.
Il pendolo della loro vita oscilla tra rivendicazione della soggettività e desiderio di libertà; in una cultura debole e complessa come la nostra, la soggettività spesso diventa soggettivismo, mentre la libertà degenera in arbitrio.
La capacità dei giovani di progettare il futuro è vista in un’ottica limitata alle proprie vedute, in funzione di interessi strettamente personali, di autorealizzazione, in una logica che riduce il futuro alla scelta di una professione, alla sistemazione economica o all’appagamento sentimentale-emotivo: orizzonti che di fatto riducono la voglia di libertà e le possibilità del soggetto a progetti limitati, con l’illusione di essere liberi.
Per lo più sono scelte spesso senza apertura al mistero e al trascendente, con scarsa responsabilità nei confronti della vita propria e altrui, della vita ricevuta in dono e da trasmettere ad altri. Tali sensibilità e mentalità rischiano di delineare una sorta di «cultura antivocazionale». Nell’Europa culturalmente complessa e priva di punti di riferimento, il modello antropologico prevalente sembra essere quello dell’«uomo senza vocazione».

Frammenti di un ritratto

Una cultura pluralista e complessa tende a generare nei giovani un’identità incompiuta e debole, con la conseguente indecisione cronica di fronte alla scelta vocazionale. Precarietà della vita e futuro occupazionale incerto inculcano nei giovani paura per il loro avvenire e ansia davanti a impegni definitivi.
Se da una parte cercano autonomia e indipendenza ad ogni costo, dall’altra, come rifugio, tendono a essere molto dipendenti dall’ambiente socioculturale. Vivono una «rassegnazione contenuta», descritta come «tipologia dell’abbastanza»: si va abbastanza d’accordo con i loro genitori che concedono loro abbastanza libertà; si ha abbastanza voglia di diventare adulti, ma non troppo in fretta.
Qualcuno ha definito i giovani una «generazione mongolfiera», che galleggia nel tempo senza fretta di atterrare: si assiste a un’estensione smisurata dell’età adolescenziale, al punto che si parla di «società adolescentrica».
Altra caratteristica della condizione giovanile attuale è la frammentarietà: l’esperienza di vissuto personale è divisa in tanti frammenti isolati, come pezzi di un puzzle senza coice, scollegati da una logica «vocazionale» di senso e di valori. Così, la vita è composta di gesti che non diventano mai stili di vita, azioni che si esauriscono nei gesti, progetti che si dileguano tra i sogni, passioni di un giorno cancellate da una notte, incertezza di un corpo che si fa e si disfa a seconda delle ore del giorno.
Circolano come nomadi senza fermarsi a livello geografico, affettivo, culturale, religioso; infedeli ai modelli che assumono, «tentano» di darsi contegno con trasgressioni che si rinnovano come tappe inconcluse di un eterno disordine.
Gradualmente si è imposto un modello di giovane proteiforme, che fa lo «zapping» della propria vita, passando da un’esperienza all’altra. Punto di fusione tra le varie esperienze è la gratificazione emotiva,  che deve essere immediata, da vivere nell’istante; nella successione d’istanti, un’esperienza estingue l’altra.
Rilevante tratto culturale nei giovani è l’importanza assunta dai sentimenti: ciò che si sente e si percepisce, lo stato d’animo e il piacere che si prova. Tale criterio-guida riguarda non solo la sfera privata, in particolare il campo dell’affettività e sessualità, ma anche l’orientamento della vita reale e delle scelte decisive. Le esperienze istantanee, senza durata né valore, producono appartenenze deboli e plurime nello stesso tempo a mondi vitali diversi, mai definitivi: si sceglie oggi, senza rinunciare però ad altre opzioni possibili, rinviandole solamente a tentativi futuri.
Lo sviluppo tecnologico ha invaso la nostra vita con modelli comunicativi inediti. I giovani post-modei, sommersi da una grande quantità di informazione, ma con scarsità di formazione, esistono perché «connessi», navigano in internet, parlano con gli sms, chat-lines, blogs o diari telematici: una comunicazione anonima, in tempo reale, ma «senza contatto» reale.
Essi abitano un universo simulato, invece dei luoghi tradizionali dell’incontro; anche se frequentano i luoghi ordinari, con la testa sono altrove; sono vivi e partecipi nei «non-luoghi» di evasione e trasgressione, del fascino della notte, dove è possibile sentirsi diversi; ma anche il prossimo diventa mondi virtuali, dove ci si può costruire una «seconda vita», interagendo con gli altri. Tutti espedienti  che fungono da sedativo del «vuoto» che tanti giovani sperimentano a riguardo del senso della vita e dei valori; un vuoto spesso assordato dalla musica a tutto volume.
Al vuoto lasciato dalla crisi dei sistemi di valori tradizionali è subentrato il consumismo come unico rivelatore simbolico della propria identità. In realtà a guadagnarci è solo il «mercato». Lo sanno bene i cornolhunters o trendsetters (cacciatori di tendenze, ricercatori di stili), emissari delle nuove aree di profitto, che fanno proprie le istanze stilistiche, di comportamento ed espressive dei giovani, tipiche della società dell’immagine e del mercato dell’intimità dei reality show. Pubblicità, produzione dell’abbigliamento, agenzie di viaggio, industrie del divertimento hanno decodificato la condizione di smarrimento dei giovani molto prima e molto meglio di quanto abbiano fatto le statistiche sociologiche.
Fa tenerezza incontrare giovani, pur intelligenti e dotati, in cui sembra spenta la voglia di vivere, di credere in qualcosa, di tendere verso obiettivi grandi, di sperare in un mondo che può diventare migliore grazie anche ai loro sforzi.
Sono giovani che sembrano sentirsi superflui nel gioco o nel dramma della vita, smarriti lungo sentirneri interrotti e appiattiti ai livelli minimi della tensione vitale, parcheggiati in quella terra di nessuno, dove la famiglia non svolge più alcuna funzione, la società alcun richiamo e le agenzie educative alcuna attrazione. Sono senza vocazione, ma anche senza futuro, o con un futuro che sarà una fotocopia del presente.
I giovani sono sospettati di voler conquistare visibilità nei grandi raduni, nella violenza gratuita della guerriglia urbana, nel malcontento della estraneità culturale (squatters, autonomi dei centri sociali). Di loro si elencano i «vizi capitali»:  boom dell’esoterismo e satanismo, fede «leggera» della New age, smania del rischio, sfida con la morte, delinquenza e uso di droghe… E le condanne fioccano sugli adepti di questo popolo nascosto. Ma gli strali si concentrano sul dito anziché su quello che il dito indica.

Grida di aiuto

Eppure questi fenomeni dell’attuale disagio giovanile, apparentemente slegati tra loro, hanno una correlazione profonda e inosservata: sono grida di aiuto incomprese, che esprimono in modo disarticolato paura del futuro, delusioni di sogni infranti, desiderio di una vita autentica, voglia di solidarietà, silenzio, spiritualità, di una società diversa.
Invece di giudicare, bisognerebbe riconoscere che le loro insoddisfazioni rispecchiano le ambivalenze e contraddizioni della nostra società, di un malessere che è semplicemente sintomo della disgregazione dei legami sociali in stato avanzato.
Quando i telegiornali senza scrupolo mettono in scena i giovani protagonisti di tragedie familiari, violenze cittadine, stupri collettivi, limitandosi a sollevare una carica emotiva e di indignazione, senza indicare l’urgenza di una profonda riflessione anche su una responsabilità sociale, acconsentono la latitanza delle istituzioni e degli adulti, che rende possibile la ripetizione e l’aumento di certe tragedie.
In questo contesto, che dovrebbe suscitare qualche riflessione, nascono spontanee alcune domande: che ne è di una società che fa a meno dei suoi giovani? È solo una questione di spreco di energie o il primo sintomo della sua dissoluzione?
Che ne è dei milioni di giovani scesi in piazza per manifestare contro la guerra nel marzo 2003? O delle centinaia di migliaia di partecipanti alle radunate oceaniche delle Gioate mondiali della gioventù o ai concerti dei loro idoli? O quelli che hanno bruciato le periferie delle città francesi e sono rientrati temporaneamente nei ranghi della legalità?
Perché non guardare anche alla galassia dei piccoli gruppi e associazioni, che vivono le microstorie di volontariato sociale, trascorrono l’estate in campi di servizio ai poveri, impegnati nell’associazionismo, fanno pellegrinaggi a Santiago de Compostela o si isolano in monasteri alla ricerca di momenti di silenzio e solitudine?
Perché dubitare se questi giovani saranno capaci di assumere una responsabilità nel processo di costruzione dell’Europa, di superare vecchi odi e rancori, di costruire ponti di accoglienza e rispetto della diversità, di lottare per la pace e la giustizia?
Come raccogliere il grido disarmante dei tantissimi giovani anonimi, disorientati dai «vizi capitali», che soffocano la voglia di vivere nelle diverse forme di disagio sociale?

Ascoltare, comprendere, sostenere, incoraggiare

Al di là del disorientato e della mancanza di precisi punti di riferimento, bisogna guardare alla condizione giovanile con ottimismo: il cammino di costruzione dell’Europa potrebbe diventare un traguardo e offrire un adeguato stimolo ai giovani europei. In realtà essi hanno nostalgia di libertà e cercano verità, spiritualità, autenticità, originalità personale e trasparenza; hanno desiderio di amicizia e reciprocità; vogliono costruire una nuova società, fondata sui valori della pace, giustizia, rispetto per l’ambiente, attenzione alle diversità, solidarietà, volontariato e pari dignità tra i generi. 
Le più recenti ricerche descrivono i giovani europei come smarriti, ma non disorientati, impregnati di relativismo etico, ma anche desiderosi di vivere una «vita buona», coscienti del loro bisogno di salvezza, sia pure senza sapere dove cercarla. Ne fanno fede i tanti giovani animati da sincera ricerca di spiritualità e coraggiosamente impegnati nel sociale, fiduciosi in se stessi e negli altri e distributori di speranza e ottimismo.
Per questo hanno bisogno di essere incontrati e ascoltati, non solamente nelle occasioni ufficiali, ma personalmente, nella quotidianità, senza sentirsi giudicati. A partire dalla famiglia, primo nucleo dell’affettività, fino a tutte le agenzie educative (scuola, associazioni di vario tipo) i giovani chiedono attenzione significativa e interessata, indispensabile per sentirsi considerati e per costruire dentro di sé un’identità riconosciuta.
In tempi di omologazione, conformismo, ripetitività, la via d’uscita dal «pantheon» delle idolatrie esige uno sforzo di costruzione di una «cultura dell’interiorità», per abituare i giovani a uno spirito critico, ai tempi lunghi delle trasformazioni, a pagare il pedaggio del sacrificio per ottenere risultati duraturi.
Linguaggio e forma dei mezzi di comunicazione concorrono a trasformare tempo e spazio in contenitori da riempire e svuotare con  «immediatezza» e «simultaneità». Tale cultura del «tempo reale» impedisce di pensare e riflettere, frappone una «distanza» tra se stessi e un fatto o situazione e la sua interpretazione, necessaria per metabolizzare eventi e cambiamenti.
Senza le capacità di pensare e interpretare, vien meno la memoria, cioè quelle tracce dell’esperienza già vissuta che permettono di creare relazioni con gli eventi presenti e progettare il futuro. Diviene fondamentale aiutare i giovani a rileggere la propria vita e sentirsi parte e protagonisti di una storia personale, nazionale, europea e mondiale, per rintracciae gli insegnamenti e responsabilità.
La voglia dei giovani di diventare protagonisti nella vita pubblica non deve essere delusa. Essi devono essere coinvolti nel dibattito in corso sulla costruzione dell’Unione europea. I giovani rappresentano un enorme capitale per l’Europa d’oggi e del futuro. Su di essi si fanno notevoli investimenti, anche se non sempre le loro aspettative sono concretamente accolte dal mondo degli adulti o dei responsabili della società civile.
Al termine della Convenzione europea dei giovani, tenuta a Bruxelles il 9-12 luglio 2002, con la partecipazione di 210 rappresentanti di 28 paesi, i giovani hanno lanciato un appello in cui guardano fiduciosi al comune futuro europeo;  meritano di essere ascoltati.
«Vogliamo una riforma ambiziosa dell’Unione, che la attrezzi per rispondere alle sfide di oggi e cogliere le opportunità di domani. Un’Europa unita nella diversità è realizzabile. Noi vi chiediamo di più di quello che siamo disposti a fare e in grado di fare per noi stessi… Vogliamo un’Europa della tolleranza, dell’apertura e dell’integrazione; edificata sui valori fondamentali di pace, libertà, dialogo, uguaglianza, solidarietà e rispetto dei diritti umani e basata sul principio di uguaglianza degli stati membri. Al centro della nostra visione c’è un’Europa responsabile dei e verso i suoi cittadini. È giunto il momento di creare una vera cittadinanza europea…
La cooperazione internazionale è anche un antidoto contro il nazionalismo, conflitti etnici e dittature. L’Unione europea deve operare per la pace, democrazia, diritti dell’uomo,  disarmo e sviluppo in tutto il mondo. Perché ci sia un’Europa forte in futuro è indispensabile che la UE ponga un maggior accento sull’ascolto dei giovani, agevolando la comunicazione interculturale e transfrontaliera…
Noi, membri della Convenzione dei giovani dell’Europa, siamo pronti a forgiare il futuro della nostra generazione, del nostro continente». 

Antonio Rovelli

Antonio Rovelli




La parabola del «figliol prodigo» (6)

La Legge dell’impossibilità
«Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1Cor 1,27)

Il confronto presentato il mese scorso tra la parabola del «figliol prodigo» e quella del pubblicano e fariseo al tempio insegna che i vangeli devono essere letti non a pezzetti o brani separati, ma nel loro contesto e visione globale. Tale confronto mette in luce che Lc 15 e Lc 18 (così pure il confronto tra il fariseo Simone e l’anonima prostituta in Lc 7,36-50) sono due modi per spiegare ai cristiani la teologia paolina della giustificazione: cuore di tutto il NT e  nodo cruciale per i cristiani della prima e seconda generazione. I primi cristiani, in quanto ebrei, si consideravano depositari esclusivi della salvezza, ma entrarono in crisi quando videro che Dio accoglieva i pagani e su di essi effondeva lo Spirito senza differenza alcuna (cf At 10).
È un momento drammatico. L’accettazione nella comunità giudaico-cristiana dei pagani provenienti in massima parte dal mondo greco non fu pacifica né semplice. Ne fece le spese Paolo, che per tutta la vita si portò conficcata nel fianco «la spina» (cf 2Cor 12,7) del sospetto e del rifiuto da parte della comunità cristiana di Gerusalemme.
Fu uno scontro durissimo tra due correnti teologiche:  da una parte Paolo, aperto al futuro e alla libertà; dall’altra Giacomo (all’inizio anche Pietro), che pretendeva che i pagani, prima di diventare cristiani, si convertissero al giudaismo, praticando la circoncisione e sottomettendosi ai precetti della Toràh. Vinse la linea di Paolo, assunta ben presto anche da Pietro (cf At 10; Gal 2).

Quando il «no» diventa «sì»
Vi sono nella scrittura vari esempi riguardanti coppie di fratelli o gemelli con i quali può essere confrontata la parabola del «figliol prodigo» per assaporae una profondità maggiore. La prima coppia riguarda due fratelli che il padre manda a lavorare nella vigna: essi si comportano in modo opposto alle parole che dicono: uno dice di sì e poi non ubbidisce, l’altro dice di no e poi, «pentito», ubbidisce.

«28Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. 29Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: “L’ultimo”. E Gesù disse loro: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”» (Mt 21, 28-31).
Anche qui abbiamo due figli e due comportamenti: quello apparentemente obbediente, alla fine è disobbediente; quello esteamente appare ribelle, alla fine ubbidisce al padre. Il figlio che dice di sì e non va è il figlio maggiore di Lc 15 e il fariseo di Lc 18 e Lc 7; mentre il figlio che dice di no e poi esegue la volontà del padre è il figlio minore di Lc 15 e il pubblicano di Lc 18 e la prostituta di Lc 7.
Gesù commenta tale comportamento come schizofrenico: «Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?» (Lc 6,46). Mt dice che le parole non bastano per fare di noi i figli di Dio; solo l’identità con la sua volontà ci introduce nel mistero del suo cielo: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

Stare «in» casa o essere «nella» casa
La specularità tra la coppia dei fratelli di Mt e quella dei fratelli di Lc è ancora più profonda perché svela la vera natura di ciascuno, al di là delle apparenze. Il maggiore afferma di avere detto sempre di sì nella sua vita: «Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando» (Lc 15,29), mentre in realtà ha sempre onorato il padre «con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mt 15,8; cf Is 29,13). Egli è sempre stato materialmente «in» casa di suo padre, ma non è mai stato «nella» casa del padre e con il padre, perché chiuso nel suo egoismo e vigliaccheria. Non si è neppure accorto che ogni giorno se ne andava molto più lontano del fratello minore, andato via da casa a vivere «da dissoluto» (v. 14). L’ossessione dalla «roba» ancora oggi gli preclude ogni possibilità di conversione.
Al contrario, il figlio minore ha abbandonato il padre e la casa materialmente, ma in fondo al cuore il padre è rimasto sempre presente; la decisione del ritorno gli viene dalla «memoria» del padre, della cui accoglienza egli non dubita: «Rientrò in se stesso e disse… Mi leverò e andrò da mio padre» (vv.15,17.18). Il minore non è «in casa», ma è sempre rimasto «nella» casa con suo padre e, trovandosi in «un paese lontano» (v. 13) ne sente nostalgia e mancanza (v. 17).

Peccato per difetto o per eccesso
Ancora una volta si capovolgono le situazioni: il «lontano» diventa «vicino»; chi crede di stare dentro la casa si trova fuori, estraneo. Tutti e due i figli peccano nei confronti del padre; ma mentre il minore, assillato da un bisogno errato di libertà, pecca per eccesso e per esuberanza, il fratello maggiore, accecato dall’egoismo, pecca per difetto, cioè per grettezza, perché dominato dalla paura e dalla religione del dovere, cioè da una religiosità basata sul tornaconto.
Chi pecca per eccesso, spesso lo fa per amore, mentre chi pecca per grettezza, lo fa sempre per interesse. La parabola dei due figli «incoerenti» in Mt precede immediatamente quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46) e anche la versione lucana dei vignaioli (Lc 20, 9-29) segue il racconto del «figliol prodigo». La conclusione sia di Mt che di Lc è inevitabile: quando il Figlio dell’uomo verrà, «affiderà ad altri la vigna» (Lc 20,16) perché i vignaioli che si era scelti sono risultati indegni. Scribi e sommi sacerdoti «avevano capito che quella parabola l’aveva detta per loro» (Lc 20,19). La parabola dei due fratelli di Mt si conclude con lo stesso insegnamento di Lc: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31).
La conclusione a cui arriva Mt è dura per gli orecchi pudichi dei benpensanti che hanno passato la vita a fare calcoli e confronti tra quanto hanno dato a Dio e quanto hanno ricevuto in cambio, tra la loro integerrima facciata di perbenismo e la pretesa di essere annoverati tra i giusti: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31). I pubblicani li abbiamo incontrati nel versetto iniziale della parabola: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo», che corrisponde nel contenuto a «pubblicani e prostitute» di Mt. Gli uni e gli altri sono impuri e Gesù, se vuole essere fedele osservante della Toràh e della morale religiosa, deve allontanarli da sé perché diventerebbe impuro anche lui. Gesù invece mangia con loro (Mt 9,11).

La persona prima della norma
Al tempo di Gesù, il giudeo era ossessionato dall’osservanza della Toràh che la tradizione aveva codificato in 613 precetti: era il primato della norma sulla persona. Gesù con le sue parabole (pastore/donna e padre con i due figli; i due figli incoerenti, i vignaioli, ecc.) opera un radicale cambiamento di prospettiva e annuncia la novità del suo messaggio, che si può sintetizzare nel principio nuovo che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,2). Gesù non esita a disubbidire alla norma e trasgredire i precetti, pur di salvare coloro che erano esclusi dalla convivenza civile e religiosa. Gli specialisti del sacro e della religione non si sporcano le mani, come il sacerdote e lo scriba che, incontrando un povero mezzo morto, pur di non toccarlo cambiano marciapiede (Lc 10,31-32).
«Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» (Lc 5,30). Non sono più i comportamenti esteriori che contano, ma la disponibilità del cuore e la coerenza nella verità. Ora nessuno può più dire che per lui non c’è salvezza: gli affamati sono invitati alla mensa e gli esclusi entrano a fare parte del Regno. In Lc 15,1 abbiamo già commentato il verbo «si avvicinavano», riferito ai pubblicani e ai peccatori. Ora però possiamo immaginae la scena più concretamente, terribile per quel tempo e affascinante nella sua prospettiva: reprobi e condannati dalla società religiosa, pieni di paura e circospezione, consapevoli di essere disprezzati per la loro innata impurità, passo dopo passo «si avvicinano» all’Uomo che pronuncia parole nuove e dense di una speranza mai udita: «Un uomo aveva due figli…» (Lc 15,11).

Il vangelo del grembo
Egli parla per loro, parla solo a loro, è venuto esclusivamente a cercare i peccatori, pubblicani e prostitute, per i quali era  «come chi solleva un bimbo alla sua guancia» (Os 11,4) e ai quali ha portato il «vangelo del grembo»:  voi siete generati e amati da Dio; voi peccatori ed esclusi siete prediletti da Dio; voi disprezzati e reietti dalla società dei finti religiosi siete i beniamini di Dio; voi che siete scappati dalla casa del Padre per paura o per pudore, tornate nel grembo di Dio, che non vi ha mai abbandonato, perché «mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore (Lc 4,18-19).
Il padre della parabola lucana accoglie il figlio minore che, secondo la giustizia umana, non ne aveva diritto e invece è di nuovo reintegrato nell’«anno di grazia» e per lui ricomincia la vita e l’avventura dell’amore: «Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”» (Lc 5,31-32). Ora è compiuto per sempre l’anelito del salmista che desiderava partecipare all’incontro della misericordia con la fedeltà e vedere la giustizia mentre bacia la pace (cf Sal 85/84,11).

La voglia di andarsene lontano
Un Midrash ebraico descrive la storia della salvezza come un costante e progressivo allontanamento dell’uomo da Dio: «Più li chiamavo, più si allontanavano da me» (Os 11,2). Da Adamo il ribelle a Caino l’assassino, da Lamech l’immorale agli uomini di Sodoma e Gomorra, alla generazione della torre di Babele e lungo tutta la storia, l’uomo ha camminato in direzione opposta a quella del giardino di Eden. Per ogni generazione che pecca e provoca l’allontanamento della Dimora/Shekinàh  di Dio dalla terra, sorge una generazione giusta che avvicina la Presenza alla terra:

«Quando peccò il primo uomo, la Dimora salì al primo cielo; peccò Caino e salì al secondo cielo; con la generazione di Enoch al terzo; con la generazione del Diluvio al quarto; con la generazione della torre di Babele al quinto; con i sodomiti al sesto e con gli egiziani ai giorni di Abramo al settimo. Al contrario, vi furono sette giusti: Abramo, Isacco, Giacobbe, Levi, Keat, Amram, Mosè con il quale la Dimora discese di nuovo sulla terra, al Sinai, come era sulla terra, all’Eden, prima del peccato (di Adam)» (cf Midrash Numeri Rabbà XIII,4; Genesi Rabbà XIX, 13 =Cantico Rabbà, V,1).
Questi insegnamenti Gesù respirò fin da bambino: coloro che si ritenevano giusti o pii erano soddisfatti di se stessi perché contribuivano a portare la Dimora di Dio sulla terra. Allontanare empi e impuri dalla loro vista e dalla vita era opera meritoria, un atto di culto.
Gesù sconvolge ogni prospettiva e modo di pensare, perché ora è Dio stesso che stabilisce definitivamente la sua dimora in mezzo agli uomini: «Il Lògos (Verbo, Parola) carne (fragilità, debolezza) fu fatto e si attendò (piantò la sua tenda) in mezzo a noi» (Gv 1,14). Veramente strano questo Dio di Gesù Cristo, che non si diverte affatto a condannare le persone, ma non si dà pace finché non li salva, specialmente se sono incapaci anche di meritarlo.
Il perdono di Dio, che è il suo unico modo di essere giusto, non si limita a cancellare il male, ma rigenera la persona a nuova vita come se rinascesse nuovamente (cf Gv 3,3-8). «Donna… nessuno ti ha condannata? Nessuno, Signore… Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,10-11). Lc nella parabola descrive il padre che «commosso, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (15,20) con una serie di quattro azioni in un rapporto di crescendo musicale, dal piano al fortissimo che  travolge il lettore in una dimensione di puro amore.

Il perdono fonte di gioia
La parabola lucana, abbiamo detto, potrebbe essere catalogata come il «vangelo del grembo», perché in ebraico il termine misericordia deriva dalla parola rahamìm che richiama l’utero materno nell’atto di generare alla vita (cf Sal 51/50,3). Il termine «commosso» usato dalla traduzione italiana è troppo povero per esprimere la densità e intensità del greco «esplanchnìsthê», che traduce a sua volta l’ebraico «rachàm», che significa «grembo/utero» materno, sottolineando che la misericordia non è una concessione benevola, ma un atto che genera e riporta alla vita. Quando si è afferrati dal perdono di Dio si scoppia di vita e questa zampilla di gioia.
Questo è il cristianesimo nel suo ideale supremo. Questo dovrebbe essere il cattolicesimo. Questa dovrebbe essere la vita e testimonianza dei credenti. Da quando Gesù è morto sulla croce, giudizio, condanne, moralismo, perbenismo, tutto è morto con lui, perché da quella croce, nuovo monte Sinai della Nuova Alleanza, scendono non più due tavole di pietra, ma il grembo e la tenerezza che hanno il volto umano e divino dell’Uomo Gesù.

Una costante: lo schema «maggiore/minore»
Nella puntata n. 3 (MC 6-7, 2006, p. 63) abbiamo accennato allo schema del fratello minore che subentra al fratello maggiore nella linea della discendenza o dell’eredità, o semplicemente nella linea della storia della salvezza, perché il minore che ha sperperato la sua parte di eredità viene riammesso di nuovo nel diritto di ereditare alla morte del padre (v. simbolismo dell’anello al v. 22).
Questo schema costituisce una «legge», una costante invariabile di tutta la rivelazione e che noi codifichiamo così: Dio sceglie ciò che agli occhi della logica umana è impossibile per realizzare il suo progetto di salvezza.
Questa norma, descritta attraverso i comportamenti nell’AT, giunge a diventare espressamente «parola rivelata» nel NT con Paolo: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-29). Ne rileviamo alcuni esempi, tra i più rilevanti.

a) Fratelli insanguinati. In Gen 4,1-20 si narra del fratricidio del fratello maggiore, Caino, che uccide il fratello minore Abele. Anche qui un conflitto tra due mondi: un contadino (sedentario) e un pastore (seminomade) vivono in perenne conflitto e reciproca gelosia. L’insegnamento del racconto è semplice: chi non accetta la dipendenza da Dio e non ne riconosce la pateità, non può riconoscere la frateità, che invece vede come impedimento e ostacolo da eliminare. Il figlio maggiore di Lc 15 non accoglie il fratello perché è lontano dal loro padre.

b) L’inganno: Esaù/Giacobbe. In Gen 25,19-34 si narra che Dio si ricordò di Rebecca, sposa sterile di Isacco, ed ella rimase incinta di due gemelli che sarebbero stati capi di due popoli. Dio disse a Rebecca: «Un popolo prevarrà sull’altro, il maggiore servirà il minore» (Gen 25,23c). Il maggiore, partorito per primo, è Esaù; il minore, partorito per secondo, è Giacobbe (Gen 25,26). Secondo il diritto Esaù avrebbe dovuto continuare la discendenza di Isacco e invece egli vende la sua primogenitura al fratello minore Giacobbe che con uno stratagemma imbroglia il padre e il fratello (Gen 27,146).

c) L’incesto: Rerach/Perez. In Gen 38 si narra la storia dell’incesto di Tamar, che pur di ottenere giustizia secondo la Toràh (Dt 25,5), non esita a travestirsi da prostituta per concepire da suo suocero che, senza saperlo, la lascia incinta di due gemelli: Perez e Zerach (Gen 38,30). Zerach avrebbe dovuto essere il primogenito; invece al momento della nascita è soppiantato dal gemello Perez che ritroveremo nella genealogia di Mt come antenato di Gesù con il nome di Fares (Mt 1,3; Lc 3,33). Un altro fratello minore che soppianta il maggiore.

d) Lo scambio: Manasse/Efraim. In Gen 48, si narra di Giacobbe che, ospite di suo figlio Giuseppe, vice re d’Egitto, ormai vecchio e cieco, vuole benedire i due figli che Giuseppe ebbe dalla moglie egiziana Asenèt: Manasse il primogenito ed Efraim il secondogenito. Giuseppe colloca il figlio maggiore davanti alla mano destra di Giacobbe e il minore davanti alla mano sinistra, affinché il vecchio padre possa compiere il rito della trasmissione secondo la legge. Ma al momento di benedire Giacobbe incrocia le braccia e inverte la benedizione: «Israele stese la sua mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse, incrociando le braccia, benché Manasse fosse il primogenito… Così pose Efraim prima di Manasse» (Gen 48,14.20c). Dio guida la storia secondo suoi criteri per noi inverosimili.

e) L’ultimo sarà il primo: Davide e i 7 fratelli. In 1Sam 16,1-13 si narra che Dio manda il profeta Samuele a cercare il successore del re Saul tra i figli di Iesse. Il profeta fa venire i primi sette uno ad uno; vorrebbe consacrare Eliab, il primogenito. Dio lo scarta, come gli altri sei. Rimane l’ultimo, «il più piccolo che ora sta pascolando il gregge» e a cui nessuno presta attenzione, tanto che non è stato nemmeno invitato. Dio, invece, sceglie lui, il più piccolo e dimenticato che diventerà il re Davide, il consacrato dal cui casato discenderà il Messia d’Israele.
Tutti questi avvenimenti hanno in comune la legge dell’impossibilità: coloro che non hanno diritto sono scelti per proseguire la discendenza di Abramo fino al Messia, mentre coloro che ne hanno il diritto naturale lo perdono. Nella logica di Dio tutto si capovolge, perché in lui non c’è la giustizia come misura tra eguali, ma l’amore senza confini, la cui misura è l’accoglienza come premessa per un amore più grande e senza condizioni.

A scuola di Maria di Nazareth
È la stessa logica che domina e dirige il comportamento del padre della parabola lucana: egli ama il figlio minore non meno del figlio maggiore, ma tra i due non fa le parti uguali: ama secondo il bisogno e la necessità di ciascuno, senza togliere con questo nulla all’altro.
La logica del padre misericordioso che accoglie il figlio minore, nonostante l’opposizione del maggiore l’ha bene capita Maria di Nazareth, l’ultima degli ‘anawin/poveri di Yhwh di cui si fa portavoce e garanzia: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53).
È la stessa logica che Lc illustra nelle beatitudini della pianura, quando il Figlio di Maria di Nazareth darà agli altri lo stesso nutrimento che egli ha ricevuto da sua madre: «Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete» (Lc 6, 21-25). [continua – 6]

Paolo Farinella

Paolo Farinella