Tutta un’altra storia

Preti d’America, alla scoperta di esistenze ed idee

L’Argentina non è soltanto terra d’immigrazione. Come negli altri paesi delle Americhe, anche qui ci sono popoli autoctoni, antecedenti la conquista bianca. I più noti sono i Mapuche (anche per la lunga disputa con Benetton), ma le popolazioni indigene sono una ventina. Ne abbiamo parlato con padre José Auletta, missionario italiano, che da 30 anni lotta al loro fianco.

Buenos Aires. Piccolo ed occhialuto, di prim’acchito sembra più un professore di liceo che un difensore dei diritti civili. Invece, ancora una volta, l’apparenza inganna. Lui è padre Auletta, missionario della Consolata, in Argentina dal 1976. Di nome farebbe Giuseppe, ma per tutti ormai è José. Lo incontriamo a Buenos Aires, dove si trova di passaggio. Il suo lavoro è infatti nelle lontane province del Nord, dove la vita è molto diversa da quella della capitale, metropoli in cui il fascino della città si scontra con il degrado delle immense periferie (villas miserias).

In questa sua lunghissima permanenza in Argentina (30 anni sono molti), lei ha sempre preferito lavorare con le popolazioni indigene di questo paese. Una prima domanda potrebbe allora essere la seguente. Rispetto ad altri paesi dell’America Latina, per esempio la confinante Bolivia o lo stesso Perù, le popolazioni indigene dell’Argentina sono decisamente minoritarie. Non soltanto come numero, ma anche come visibilità. È così?

«Sopravvive l’idea che l’Argentina abbia pochi popoli indigeni. In realtà, in questo momento si ritiene che siano presenti da 500 mila ad 1 milione di indigeni di diversi gruppi etnici, dal nord al sud dell’Argentina».

Che non sono pochi rispetto alla popolazione dell’Argentina, che non arriva a 37 milioni di abitanti…

«Non sono pochi, soprattutto se si tiene conto che, fino a non molto tempo fa, si credeva che in Argentina non ci fossero indigeni…».

Addirittura…

«Sì, e non solo tra la gente comune ma anche nell’ ambito della chiesa. Non sono pochi i vescovi che hanno scoperto solo ultimamente gli indigeni dell’Argentina».

Ho visto un bel manifesto di Endepa. Ci può parlare di questa organizzazione?

«L’Équipe nazionale di pastorale aborigena (Endepa) è nata più 20 anni fa come un organismo dipendente dalla Commissione episcopale di pastorale aborigena (Cepa). Il momento forse più importante si è avuto nell’anno 1994, in occasione della riforma della costituzione nazionale che risaliva al 1853. In quell’occasione, la presenza nella costituente di rappresentanti dei popoli indigeni fu elemento decisivo affinché venissero riconosciuti i loro diritti, soprattutto quando nessuno se lo aspettava. Dopo quel riconoscimento oggi si può parlare dell’esistenza di 20 gruppi etnici in Argentina».

Questi gruppi etnici dove sono dislocati principalmente?

«In buona parte delle province, da Nord a Sud, dalla Patagonia a Salta. Cominciando dal Sud, incontriamo i Mapuches (Neuquen, Rio Negro, Santa Cruz); i Wichis a Formosa; i Guaranies a Misiones; i Tobas nel Chaco; gli Ona, i Kolla, i Tehuelche, i Quilmes…».

Quilmes è una famosa marca di birra, è una città della Gran Buenos Aires…

«Ma è soprattutto il nome di un popolo indigeno. Anzi, è il nome del popolo indigeno che più ha sofferto nella storia dell’Argentina… Dopo essere stati sconfitti dai conquistatori spagnoli (1666), tutta la comunità fu deportata nella provincia di Buenos Aires, a 1.500 chilometri da Tucumán, suo luogo natale».

Dallo sterminio al riconoscimento del 1994

In generale, c’è una condizione particolare che caratterizza tutte queste popolazioni indigene dell’Argentina? Voglio dire: sono sempre state, come sembra dalle sue parole, popolazioni umiliate oppure questo, qui in Argentina, non è accaduto?

«Basta un esempio: la famosa “conquista del deserto” (1875-1884), portata avanti con piena coscienza dallo stato attraverso il generale Julio A. Roca, che tendeva semplicemente a sterminare gli indigeni per fare posto agli emigranti che arrivavano da altri paesi, dall’Europa in particolare. Quindi, c’è stata una lunga storia di ingiustizia verso questi popoli indigeni. Addirittura, se analizziamo l’articolo dove si parlava di indigeni, non c’è niente di lusinghiero. La costituzione affermava infatti che bisognava…».

Mi scusi, padre, stiamo parlando della costituzione del 1853?

«Sì, quella prima della riforma. Essa diceva che bisognava difendersi dagli indigeni, quasi fossero il nemico numero uno dello stato. E, per coronare il tutto, convertirli al cattolicesimo. Una contraddizione tremenda».

«Convertirli al cattolicesimo…» Posso scrivere proprio così?

«Lo può scrivere, perché proprio questo diceva quella Costituzione…».

Per fortuna, la revisione costituzionale del 1994 ha introdotto l’articolo 75…

«Sì. È un articolo veramente completo: riconosce la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni argentini, rispetto alla stessa formazione dello stato nazionale; riconosce i diritti alla proprietà comunitaria delle terre che storicamente occupano; riconosce il diritto alla propria organizzazione e all’insegnamento delle proprie lingue, il diritto ad essere informati su questioni che li interessano direttamente. Questo è l’articolo n. 75 comma 17 della Costituzione del 1994».

La terra: un diritto per pochi?

Torniamo alle sue esperienze. In precedenza, ha detto di aver lavorato molti anni con gli indigeni tobas. Che tipo di esperienza fu?

«Arrivai a Machagai, nel Chaco, alla fine dell’anno 1983, quando ricominciava la democrazia in Argentina. Il territorio della mia parrocchia aveva una configurazione molto ricca, nella quale appariva evidente la realtà indigena, come nella vicina Colonia Aborigen Chaco. Terminato il mio servizio di parroco, chiesi all’istituto di vivere direttamente nella stessa comunità. Non fu facile, ma, mi fu concesso. Nel maggio 1991 cominciai la nuova esperienza fino all’ottobre del 2000, vivendo lì prima da solo, poi con l’aiuto di un confratello e alla fine con le suore della Consolata. Si costituì una piccola équipe e riuscimmo a portare avanti un lavoro organizzato. A livello di promozione umana cercammo di impostare lavori comunitari centrati su tre aspetti: la comunicazione, ovvero strade interne perché la gente potesse muoversi con più agilità verso scuole, ospedali o la città di Machagai; la formazione di centri comunitari; terzo, un progetto abitativo, però con aiuto, lavoro e costruzione comunitari».

Tuttavia, la battaglia più importante e difficile era un’altra, vero?

«Il reclamo fondamentale era quello per la terra. Si riuscì ad avere il titolo comunitario di proprietà nell’anno 1996 con molte difficoltà».

Quanti sono i Tobas?

«Lì, nella colonia sono circa 4 mila persone».

Parlano ovviamente una loro lingua?

«Sì, c’è un processo di recupero della lingua. Sono stato responsabile di un’équipe diocesana di pastorale indigena, che si occupava proprio della preparazione di docenti aborigeni, che potessero insegnare nella loro lingua».

La regione del Chaco che tipo di caratteristiche fisiche e soprattutto sociali presenta rispetto ad altre province argentine?

«Più o meno ha le caratteristiche di tutto il Nord: fondamentalmente povero, ma con risorse forestali immense, in questi anni saccheggiate da imprese multinazionali con la connivenza del governo che lascia fare. Personalmente, ho assistito a momenti di grande siccità e a grandi inondazioni provocate proprio dall’uso indiscriminato delle risorse naturali».

Chi è il colpevole di aver venduto tutta la terra alle multinazionali straniere?

«Senz’altro l’indiziato primo è lo stato stesso. Nel Chaco, la prima tappa si ebbe all’inizio del secolo con le piantagioni di cotone, per far posto alle quali si disboscò una grande quantità di terreno usando manodopera indigena schiava, come d’altra parte nelle vicine miniere. Nell’anno 1924 ci fu un eccidio, uno sterminio di circa 500 indigeni tobas nella zona Aborigen Chaco, che è ricordato come la “matanza di Napalpí”. Un migliaio di indigeni tobas iniziò uno sciopero della raccolta del cotone. La repressione fu feroce: il 19 luglio un centinaio di poliziotti armati di fucili Mauser e Winchester uccise senza pietà circa 500 Tobas indifesi.

E dopo il cotone, arrivò l’allevamento del bestiame. Insomma, ogni progetto era buono per ampliare l’area coltivabile a danno dell’area boscosa. L’equilibrio naturale si ruppe, come dimostravano l’alternanza di inondazioni e siccità».

Morire per fame (nel granaio del mondo)

Dopo i 10 anni di Carlos Menem, l’Argentina sprofondò in una paurosa crisi economica, che culminò con la rivolta del dicembre 2001. Come si manifestò quella crisi nelle regioni del Nord?

«Dalla povertà si passò alla miseria, per dirlo in forma molto sintetica. Si vissero 10 anni di illusione e di inganno. Si parlava di un’Argentina da primo mondo, però solo in alcuni ambienti. A Buenos Aires si perse la cultura del lavoro e della solidarietà e venne imposta la cultura del “si salvi chi può in qualsiasi modo”».

Nel 2002, nelle province di Tucuman e Misiones ci furono decine di bambini morti per fame. Una cosa che ha dell’incredibile per un paese come l’Argentina, no?

«Certamente, soprattutto se si considera che quelle province avevano ed hanno risorse sufficienti per tutti purché equamente distribuite. Tra l’altro, la denutrizione è un problema ancora attuale, che sarà difficile sradicare in poco tempo».

A proposito di alimenti, anche nel Nord dell’Argentina si è avuta la diffusione delle coltivazioni di soia?

«Nella provincia di Salta, dove io lavoro, la tendenza è quella di ampliare sempre di più le aree coltivate a soia».

Perché la soia? Dicono, si dice, che abbia portato molta ricchezza al paese, ma anche molti svantaggi, legati al fatto di essere soia transgenica.

«Oggi la soia è un prodotto per l’arricchimento facile e immediato di molte imprese. Ma è soprattutto un prodotto che impoverisce la terra. Anzi, secondo alcuni è una causa scatenante dei problemi alimentari del paese».

Percorrendo le terre attorno alla grande Buenos Aires, ho visto molti campi racchiusi dietro barriere di filo spinato ed ognuno aveva la sua marca: Cargill, Monsanto, eccetera. Cosa significa questo esattamente?

«Significa che in quei terreni sono stati utilizzati prodotti agro-chimici per “migliorare” (tra virgolette) le coltivazioni stesse. I nomi sono quelli dei gruppi industriali internazionali che sfruttano queste terre per lasciarle, un domani non molto lontano, senza sostanze. Un deserto».

Guaraní contro Seaboard Corporation

Dal Chaco lei è passato ad Oran, nella provincia di Salta. Con chi sta lavorando?

«La parrocchia di San José si trova in una zona urbano-periferica di Oran. Comprende quartieri degradati in una città che di per sé è povera, anche se ricca di risorse. Oltre alla popolazione urbana, ci occupiamo di 4 comunità di indigeni kollas che vivono sulle montagne. Vivono lontani dalla città, per cui li raggiungiamo ogni fine mese per una settimana e soltanto da maggio ad ottobre quando non piove. Da qualche anno lavoro inoltre nella commissione diocesana di pastorale sociale, che si occupa soprattutto di “terra”, l’asse attorno a cui girano tutti i problemi di Oran. Con diverse pastorali – aborigena, della carità, della sociale, della salute – si è formata una commissione interpastorale con un’équipe giuridico, un gruppo di avvocati volontari che si sono presi a cuore i problemi della terra».

Ancora una volta conflitti per la terra. Sembra un problema infinito…

«In questo momento ci sono 6-7 casi di cui uno di non indigeni, di criolos. Il caso più conosciuto è quello della comunità di Iguopeigenda (in lingua spagnola, Rio Blanco Banda Sur), composta da indios tupí-guaraní. La comunità si sta confrontando con un “mostro”, l’industria zuccheriera Tabacal, che dal 1996 è proprietà della multinazionale statunitense Seaboard Corporation.

Questa ha comprato dai Costas, la famiglia di latifondisti già proprietaria di Tabacal, una grande quantità di terreno, circa 1 milione di ettari».

Dunque, siete in lotta addirittura con una multinazionale. Un confronto impari…

«Sono già 3 anni che ci troviamo a lottare con la multinazionale statunitense. Gli indios di Iguopigenda erano sotto minaccia di sfratto dalla terra che occupavano da tempo. Intervennero i nostri avvocati che presentarono istanza alla giustizia per reclamare il diritto al possesso di quella terra. Nel frattempo, ci furono minacce alla comunità e a noi. Dopo 2 anni, il giudice, una donna, ha deciso di accogliere la richiesta degli indigeni, riconoscendo alla comunità il diritto di poter recuperare 224 ettari».

Parliamo di 224 ettari su un’estensione di 1 milione…

Una comunità composta di 60 famiglie (una media per ogni famiglia di 5-6 persone), che vogliono vivere del lavoro della terra. Un lavoro peraltro rispettoso, nel senso che non distrugge, ma produce lo stretto necessario per poter vivere e vendere i frutti della terra. Favorendo anche la società, riuscendo cioè a vendere ad un prezzo non esagerato. In questo momento siamo in attesa che i nostri avvocati richiedano l’esecuzione della sentenza».

Perché una compagnia con tanto terreno nelle proprie mani non capisce quanto irrilevante sia, rispetto alla sua attività economica, un pezzettino di terra di pochi ettari? Come mai accanirsi contro 60 famiglie, che con quella terra sopravvivono?

«Da una parte, la compagnia statunitense si fa forza di un pezzo di carta che le accredita la proprietà della terra, approfittando del fatto che i popoli indigeni non si sono mai preoccupati delle cose formali. Abitano le terre senza definire i confini del territorio che occupavano o che occupano. Dall’altra parte, alla Seaboard Corporation, come a tutte le multinazionali, interessa soltanto il profitto, da perseguire ad ogni costo. Salvo poi presentarsi ai cittadini con il suo lato positivo-umanitario con donazioni a istituzioni pubbliche che le consentono di apparire sui media come un’associazione benefica. Una vergogna in tutti i sensi».

L’Argentina di Kirchner e la sete di potere

Lasciamo un attimo gli indigeni, per parlare dell’Argentina di Nestor Kirchner. Il suo parere su questa presidenza.

«Si è cercato di riordinare la cosa pubblica in diversi aspetti, ma non si può nascondere la sete di potere che sta invadendo un po’ tutti i politici, a cominciare dall’attuale governo che pretende di continuare al potere».

La sete di potere è una caratteristica del peronismo…

«E non solo, perché anche partiti diversi, che governano in altre province, hanno la stessa tendenza. Abbiamo avuto un caso significativo nella provincia di Misiones dove il governatore Carlos Rovira pretendeva di cambiare la costituzione solo per essere rieletto in forma indefinita. La stessa popolazione ha chiesto a mons. Piña, vescovo in pensione, di mettersi alla testa del reclamo popolare. Così è entrato nella costituente, per evitare che si riformasse l’articolo che avrebbe permesso al governatore di essere rieletto indefinitamente. La risposta è stata tale che, per una volta, la gente ha sconfitto la mania dei politici di sentirsi padroni del potere».

Mi sembra di capire che la sua fiducia del cambiamento è una fiducia condizionata.

«Sì, anche perché uno continua a sentire discorsi ambigui, che possono facilmente trasformarsi in un nuovo inganno per la gente, troppo spesso utilizzata per i fini del governante di tuo».

Per lei che ha lavorato con popolazioni indigene per molti anni, cosa significa l’esperienza della Bolivia, dove c’è da poco un presidente aymara? Mi riferisco ovviamente a Evo Morales.

«È stato un passo importante, ma anche qui bisogna stare attenti. Far sì che ci sia una vera partecipazione popolare e che non si cada in eccessi demagogici, che possono essere pericolosi. Certamente è fondamentale che sia stato eletto un presidente indigeno, con la forza dei popoli indigeni, che sono la gran maggioranza della popolazione».

Dopo 30 anni in Argentina, che sensazione personale si porta dentro?

«Senz’altro di arricchimento umano, culturale, un grande insegnamento che ho ricevuto nei diversi posti, in particolare nel Chaco. Anche le altre tappe sono state importanti, di preparazione per vivere il grande amore che è stato l’incontrare la realtà indigena che peraltro io non ho mai idealizzato. Come tutti gli esseri umani, anche gli indigeni hanno pregi e difetti».

(fine 6.a puntata – continua)

Paolo Moiola

Paolo Moiola




Missione compiuta

Un «necrologio» appassionato

Il 29 giugno scorso, con la benedizione del vescovo ausiliare di Westminster e vari discorsi di circostanza ha chiuso i battenti il Missionary Institute di Londra. Iniziativa unica nel suo genere, per quasi quarant’anni il MIL ha continuato a ripetere profeticamente ciò che oggi appare sempre più evidente e necessario: la missione bisogna imparare a farla e a viverla insieme.

Scrivendo queste poche righe di «commemorazione» per il Missionary Institute London (MIL), mi rendo conto di ubbidire essenzialmente a un’esigenza personale: considerare ancora viva e importante un’esperienza di formazione che ha occupato quattro irripetibili anni della mia vita come missionario della Consolata. Penso anche – anzi, ne sono quasi sicuro – di interpretare il sentimento dei tanti confratelli, ora sparsi a servire il Regno di Dio nei quattro angoli della terra, che al MIL hanno studiato o insegnato, alimentando uno scambio di sapere che per 40 anni ha contribuito a tenere in piedi un’istituzione unica nel suo genere, esempio di collaborazione e condivisione fra forze missionarie e laboratorio di evangelizzazione per futuri agenti della missione. Un tempo breve e intenso, giunto al suo termine il 29 giugno scorso quando una toccante cerimonia di commiato ne ha decretato il precoce pensionamento.
Oggi il MIL non c’è più. I suoi locali hanno chiuso e saranno presto riconvertiti in qualcosa di differente. «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo», scriveva l’autore del libro dell’Ecclesiaste, frase che ben si adatta allo spirito missionario, fatto di dinamismo e continue ripartenze. Sono spariti i contorni della campagna inglese che ne facevano da coice,  ma resta attuale l’ideale che aveva portato alla fondazione di questa «università della missione», un ideale che continua a vivere in altre istituzioni che da questa esperienza hanno tratto ispirazione e che in altre parti del mondo ne continuano a trasmettere il messaggio.
Ci si conosceva tutti al MIL;  innanzi tutto perché si era in pochi: circa 150 studenti provenienti di volta in volta da una trentina di paesi diversi. Ma anche perché, al di là dell’impegno accademico, molte erano le occasioni di aggregazione fra studenti, insegnanti e staff. Fra queste ultime spiccavano i 30 minuti di intervallo, curiosamente previsti dopo la prima ora di lezione, in cui si aveva modo di socializzare, parlare del più e del meno o terminare, allargando la platea dei partecipanti, la discussione di classe che la fine dell’ora aveva lasciato in sospeso. Mezzora in cui si creava un ambiente propizio allo scambio, all’integrazione e al dialogo. L’atmosfera del MIL, che tutti ricordano e apprezzarono, era il frutto di una scelta ben precisa: dar vita a un esperimento di collaborazione e comunione fra forze missionarie come strumento imprescindibile della missione evangelizzatrice della chiesa. Il MIL, infatti, è stato frutto dello sforzo congiunto di sette istituti missionari (Missionari d’Africa, di Mill Hill, della Consolata, Comboniani, dello Spirito Santo, della Società per le Missioni Africane e del Verbo Divino) che, per rispondere all’esigenza di offrire ai propri studenti una formazione in linea con il loro carisma, si sono riuniti in consorzio dando vita a un ateneo orientato interamente alla missione.

LE RADICI

Vari motivi di differente natura hanno concorso, verso la metà degli anni ’60, alla fondazione della nuova istituzione accademica. La prima ragione era di ordine essenzialmente pratico. In quel periodo, infatti, esistevano a poca distanza l’uno dall’altro due grossi seminari appartenenti ad altrettante congregazioni missionarie: la Società di San Giuseppe per le missioni estere (Mill Hill Missionaries) e i Missionari d’Africa, altrimenti conosciuti come Padri Bianchi. I primi, di fondazione locale, avevano la loro Casa madre e seminario nell’imponente struttura del St. Joseph College, dominante la zona di Mill Hill, nella parte settentrionale di Londra. I secondi, avevano invece acquistato, nel 1958, i locali e il terreno dell’ ex-orfanotrofio di St. Edwards, nella confinante area di Totteridge, con l’intenzione di trasformarlo in un seminario e centro di studi per i loro studenti.
È stata la collaborazione iniziale di queste due istituzioni, fatta di scambi di locali e di personale docente, che ha fatto scaturire l’idea di fondare una scuola di teologia dove la missione potesse permeare tutte le aree della formazione accademica.  Un’esigenza, questa, avvertita anche da altri istituti missionari che, poco alla volta, si unirono con entusiasmo all’iniziativa.
C’è, però, una seconda ragione più profonda e più prettamente teologica che portò all’inizio di questa nuova apertura accademica che si concretizzò, finalmente, nella fondazione del Missionary Institute. Nel 1965, a conclusione del Concilio Vaticano II venne pubblicato il decreto Ad Gentes, sull’attività missionaria della chiesa. Il documento, guardando alla vastità dell’opera missionaria da compiere, mise l’accento sulle nuove sfide della missione e, in modo speciale, sulla responsabilità della chiesa locale nel lavoro di evangelizzazione. Il documento auspicava che detto lavoro venisse portato avanti da persone adeguatamente formate e capaci di investire risorse nello studio teologico, filosofico e culturale delle chiese da evangelizzare. Il documento, inoltre, invitava tutti gli agenti della missione ad utilizzare al meglio le risorse umane e materiali disponibili, promuovendo  sforzi congiunti che dovevano portare alla costituzione di opere e strumenti comuni al servizio dell’evangelizzazione. In modo particolare, si evidenziavano alcuni ambiti di azione, quali quello accademico, pastorale-catechetico e di comunicazione sociale.
Ai primi tentativi avviati dalle due sopraccitate congregazioni, che porterà nel settembre del 1967 a dar vita a un unico programma accademico, seguirà la partecipazione degli altri istituti che progressivamente si insedieranno nella zona e offriranno studenti e personale docente alla nuova iniziativa. Nel 1968, con l’approvazione ufficiale della «Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles» e della «Sacra congregazione per l’evangelizzazione dei popoli» nasce ufficialmente il Missionary Institute of London a cui, attraverso la «Sacra congregazione per l’educazione cattolica» verrà dato il potere di conferire diplomi e certificati accademici.
A partire dall’anno accademico 1972-1973, il MIL si affilia e inizia un lungo rapporto di collaborazione con l’Università di Lovanio, in Belgio, una delle più antiche e prestigiose università cattoliche del mondo. È grazie a questo accordo che gli studenti del Missionary Institute possono accedere al programma di «Baccalaureato in Sacra Teologia» e, in seguito, al titolo di «Master in Scienze Religiose».
Nel 1994, infine, il MIL ottiene l’affiliazione alla Middlesex University di Londra, un ateneo di recente costituzione che aveva avuto uno sviluppo rapido e costante nel mondo accademico britannico. Tra le sue iniziative più interessanti poteva vantare un prestigioso istituto di filosofia e di studi religiosi. L’impegno con la Middlesex permise al MIL quel collegamento con il mondo universitario inglese che ancora gli mancava per poter attirare fra le sue fila un numero maggiore di studenti laici. Frutto di quell’accordo fu l’istituzione di corsi triennali per il conseguimento di una laurea breve in missiologia e, soprattutto, un programma di studi superiori (master) in varie aree della missione quali giustizia e pace, etica e società, evangelizzazione e spiritualità missionaria. La partecipazione a questi programmi di specializzazione di studenti con una significativa esperienza missionaria alle spalle ha garantito al MIL un apprezzamento incondizionato del mondo accademico ed ecclesiastico inglese.

UNO STILE DIFFERENTE

Uno dei problemi più sentiti dalla nuova istituzione fu, da subito, quello di garantire un certo equilibrio fra una formazione accademica tradizionale, che rispondesse ai requisiti obbligatori che qualsiasi università pontificia richiede ai candidati al sacerdozio, e il carattere squisitamente missionario che si voleva dare ai corsi del MIL. L’ideale perseguito è sempre stato quello di fare della missione il «minimo comun denominatore» dell’intera formazione accademica.  Da un lato si ebbe cura di introdurre nel piano di studi corsi, sia fondamentali che elettivi, di natura spiccatamente missionaria, quali: teologia della missione, antropologia culturale e sociale, etnologia, teologia delle religioni, islamismo, religioni tradizionali africane, economia e sviluppo nel mondo contemporaneo. Dall’altro, e ben più importante, si cercò di dare a tutto l’insegnamento accademico, soprattutto ai corsi fondamentali (teologia sistematica, Sacra Scrittura, liturgia) un taglio particolare che fosse spiccatamente orientato alla missione, cercando di superare la tendenza a «occidentalizzare» troppo lo stile dell’insegnamento. Questo secondo obbiettivo, a onor del vero, non sempre è stato raggiunto in maniera sufficiente. Ci si è dovuti accontentare della sensibilità missionaria e della voglia di condividere l’esperienza maturata sul campo di alcuni insegnanti, nonché del contributo offerto dagli studenti (spesso attraverso le loro domande interessate) che avevano avuto una qualche esperienza di missione come parte del loro cammino formativo.  Soltanto verso la fine degli anni ’80 il MIL iniziò a ricevere insegnanti provenienti da paesi del Sud del mondo disposti a dare un insegnamento ad ampio raggio che fosse in grado di tener conto della voce e delle teologie del Terzo Mondo. Il primo in assoluto fu un missionario della Consolata, il mozambicano padre Felipe Couto, successivamente rettore dell’Università cattolica del Mozambico e attualmente rettore dell’Università nazionale di Maputo.
Sempre a quel tempo risale l’iniziativa di invitare docenti di importanti centri accademici del Sud del mondo affinché condividessero i frutti delle loro ricerche con studenti e colleghi del MIL.
Grande attenzione venne anche posta sulla dimensione pastorale della missione. Sebbene gli aspetti formativi fossero lasciati ai singoli seminari, uno degli obbiettivi fondamentali del MIL  è sempre stato quello di garantire ai propri studenti la possibilità di integrare in maniera costruttiva l’ambito accademico con quello più squisitamente pastorale, con una spiccata preferenza per l’approccio contestuale tipico delle teologie emergenti nel Sud del mondo.  Molti corsi erano costruiti come veri e propri seminari in modo da poter raccogliere l’esperienza diretta degli studenti, facendola diventare così parte integrante della materia insegnata. Per esempio, la tesi finale del Diploma in missiologia, conferito attraverso il MIL dalla Middlesex University era volutamente impostata come un lavoro di sintesi basato su un’esperienza pastorale continuativa e significativa di almeno due anni. Guidato da un tutor scelto fra il personale docente e da un responsabile della struttura dove svolgeva il suo servizio pastorale, lo studente veniva invitato a riflettere teologicamente su un contesto ben preciso di cui doveva descrivere dettagliatamente le caratteristiche e sottolineare pregi e difetti del lavoro pastorale che veniva svolto. La seguente lettura biblico-teologica doveva poi guidarlo a suggerire linee d’azione più efficaci e nuove prospettive. In questo modo, lo studente non solo «studiava» teologia ma, cosa ben più importante, imparava a «fare» teologia. Grazie a questo approccio, impostato sul metodo del «vedere-giudicare-agire», molti responsabili di varie istituzioni caritative o pastorali hanno trovato il modo di poter analizzare e rinnovare le loro politiche di intervento sul territorio e sulle persone.
A questo riguardo, Londra ha rappresentato un terreno ricco di opportunità: il suo carattere di metropoli multietnica ha sempre favorito innumerevoli possibilità di lavoro pastorale significativo: tra i migranti, i senza fissa dimora, i carcerati, i malati di Aids. In svariate occasioni è stato possibile collaborare con organizzazioni non governative operanti nei settori della cooperazione e di giustizia e pace. Molte parrocchie si sono avvalse della presenza degli studenti del MIL che, oltre ad offrire il loro contributo nelle varie attività, hanno rappresentato una voce critica e, attraverso le loro ricerche, hanno fornito dati utili per meglio impostare il lavoro di evangelizzazione e assistenza caritativa. Inoltre, grazie alla presenza sul territorio di una maggioranza di persone di fede anglicana e di moltissimi cristiani di altre denominazioni, Londra si è sempre rivelata un palcoscenico unico per quanto riguarda il dialogo ecumenico e interreligioso.
Di tutta questa abbondanza il MIL si è arricchito, creando con la città un proficuo scambio di sapere. Dalla realtà si auspicava prendesse spunto la ricerca; dalla ricerca si attingevano gli strumenti per una missione efficace e consapevole della realtà.
Dal 29 di giugno tutto questo non esiste più. Motivi di varia natura hanno portato gli istituti missionari che più avevano investito nell’iniziativa in termini di studenti e personale docente a ritirarsi progressivamente sino a chiudere con questa esperienza. Dopo l’affiliazione con la Middlesex University erano state manifestate alcune difficoltà incontrate a livello di programmi accademici e di orari poco compatibili con la routine di un seminario. Ma le ragioni principali sono state economiche (Londra è purtroppo una città molto cara per mantenere una comunità di seminaristi) e formative (la maggioranza dei candidati di tutte le congregazioni viene ormai da paesi del Sud del mondo e si ritiene più opportuno investire in strutture accademiche più vicine alla terra d’origine). A queste difficoltà, purtroppo, non ha fatto riscontro la sperata partecipazione dei laici, accorsi in numero inferiore alle attese e insufficiente a coprire i costi di gestione dell’università.
La storia del MIL continua a vivere in altre esperienze. Oggi, per esempio, il Tangaza College di Nairobi (un’iniziativa congiunta di vari istituti missionari)  continua a sostenere l’idea fondamentale che la missione attuale o la si fa insieme o non riesce a trovare le forze sufficienti per poter avere un impatto significativo sulla realtà. Al Missionary Institute questo sogno è stato inseguito con tutte le forze. Accademicamente, si è cercato di promuovere un lavoro interdisciplinare di insieme, fatto con la partecipazione e grazie all’esperienza di tutti. A livello di aggregazione si è cercato insistentemente di favorire tutte quelle attività che potessero unire, approfittando della ricchezza umana e culturale di ciascuno: dalle celebrazioni liturgiche ad avvenimenti sportivi, culturali e di festa.
Sarò forse apologetico e certamente di parte, ma mi sembra che, dando uno sguardo alla complessità del mondo attuale e della missione che ad esso si rivolge, la strada imboccata dal MIL è quella da continuare a perseguire. 

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli




Cari missionari

Troppa grazia…!

Cari missionari,
grazie per la vostra rivista, per i dossier, le notizie, i servizi, perché fate conoscere l’operato dei vostri missionari.
Grazie per la professionalità, competenza e perché ci dite la verità. Grazie per l’impegno di tutti i vostri missionari. Grazie a voi tutti per l’amore con cui amate l’umanità e la terra! E che Dio vi benedica!
Luisa
Via e-mail

Ringraziamo anche noi!

«Nostra madre terra»

Cari missionari,
grazie per la vostra rivista che mi permette di conoscere la vita e l’opera dei nostri sacerdoti che hanno rinunciato alla loro vita per quella del prossimo.
In riferimento alla rubrica «Nostra madre terra», penso che non sia corretto il nome da voi dato, in quanto noi siamo figli di Dio e così pure tutto il creato.
Michele Petracci
Via e-mail

Certamente siamo tutti figli di Dio; ma non c’è nulla di sconveniente nel chiamare la terra «nostra madre»; lo faceva anche san Francesco: «Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre terra, la quale ne sustenta e governa…».

Altri ringraziamenti
e una proposta

Cari missionari,
leggo troppe critiche alla nostra rivista, così mi sono deciso a scrivere questa breve mail per ringraziare tutti voi: i missionari, innanzi tutto, i redattori della splendida rivista che leggo dalla prima all’ultima riga, cercando così di cogliere il senso di ciò che accade intorno a noi. Solo Missioni Consolata riporta notizie del sud del mondo così ben documentate, riflessioni su di noi e la nostra (pseudo) civiltà. Continuate ad arricchire il nostro bagaglio di conoscenza, che tende a essere sempre più scao, limitato, desolatamente vuoto.
Bellissimi, tra i tanti, i servizi «alternativi» sulle frecce tricolore e campi da golf… Apprezzo anche i confronti della rubrica «Battitore libero». A tale proposito, vorrei prendere spunto dal disappunto del sig. Andrea Dovio di Torino, che chiedeva al don Farinella cosa suggerisse di fare per «concretare l’impegno dei cristiani nella vita politica». Io un suggerimento l’avrei, neanche originale: riappropriamoci della preferenza! A qualunque schieramento apparteniamo, rivendichiamo il diritto di cittadini di «scegliere» la persona che più rappresenta i propri ideali.
Continuate con il vostro ottimo lavoro, proclamate il vangelo con ogni mezzo e il Signore vi benedica tutti.
Marco Pesce
Albenga (SV)

P.S. Oggi sono particolarmente contento: il mio terzogenito, Giorgio, 7 anni, mi ha detto che da grande non farà l’attore o il calciatore, ma vuol fare… il prete! Non so se è un segno della vocazione, non oso sperarlo, ma mi sento realizzato come padre. Forse il merito è anche di quelle riviste cristiane e missionarie che, tra le altre, circolano in casa nostra. Vi abbraccio.

Prima di tutto: tanti auguri a Giorgio. Per il resto siamo pienamente d’accordo: se gli italiani avessero potuto scegliere i propri rappresentanti, e non quelli imposti dai partiti, in Senato, Parlamento e governo ci sarebbe meno zavorra.

Minaccia nucleare?

Signor Direttore,
per la seconda volta pubblicate gli ostili articoli della Lano contro Israele. Con quale coraggio pubblicate frasi faeticanti come: «Israele è una minaccia nucleare…» («La bomba di Pulcinella», MC maggio 2007 p. 45).
Israele è una minaccia, non già il mare dittatoriale siriano, iraniano, saudita, egiziano, palestinese, ecc. Non una parola per scoprire le tristi realtà di questi paesi; sempre contro l’unica democrazia del Medio Oriente…
Non merita che gente non libera come la Lano scriva in quella che era una rivista missionaria. Io conosco la rivista da quasi 30 anni… Saluti delusi.
Alfio Tassinari
Cervia (RA)

Le parole incriminate non sono inventate dall’autrice, ma sono una citazione di France Press. Come rivista missionaria, abbiamo sempre scritto (e continueremo a farlo) contro guerre, armi, spese militari, terrorismo, violenza… e contro tutte le ipocrisie camuffate da politically correct.  

Dove va la missione?

Cari missionari,
mi unisco ai numerosi lettori che mandano lettere di dissenso sulla linea, che chiamerei «secolarizzata», della vostra rivista. Purtroppo non è la sola: troppe riviste missionarie vanno in questa direzione.
C’è un gruppo numeroso di missionari sul campo (Asia e Africa) che sta denunciando la situazione. È un grido di dolore che sale dal basso e vuole raggiungere chi ha autorità in materia. I primi firmatari: mons. Ambrogio Ravasi vostro missionario e vescovo in Kenya, il padre comboniano Giovanni Marengoni, e il famosissimo missionario e giornalista padre Piero Gheddo del Pime li appoggia. Il manifesto di questi missionari denuncia: «… dubitare che Cristo sia l’unico e supremo salvatore dell’uomo… la tendenza a sostenere che tutto quello che è carità e promozione umana si possa definire ministero di prima evangelizzazione… il diffondersi dell’idea: missionario uguale operatore sociale, ecc.».
Aggiungo io, da laico, non è specifico compito dei missionari risolvere i problemi dell’acqua, della guerra, della giustizia sociale, della fame, ecc. Il compito specifico del missionario è annunciare Cristo che è la vera salvezza del mondo presente e non solo dell’aldilà. Il missionario annunci, preghi, istruisca, formi, aiuti la crescita integrale della comunità cristiana, ossia costruisca la chiesa. La comunità cristiana poi, in proporzione alla conversione a Cristo, crescendo in fede e opere, risolverà i propri problemi umani e sociali. Pensare che il missionario risolva tutti i problemi della gente è ancora una forma di patealismo e clericalismo.
Un’ultima osservazione: tra la rivista e i fascicoli allegati (vita del beato Allamano), ci sono due concezioni diverse di chiesa. Mi appello al vostro padre generale perché vigili e recuperi il carisma del vostro fondatore, anche per la rivista.
Mario Scodes
Stresa (NO)

La lettera meriterebbe una risposta lunga e approfondita. Mi limito ai punti evidenziati.
Il carisma: il nostro fondatore dice che la missione consiste nel «fare prima uomini e poi cristiani». Per cui «compito specifico» dei missionari è pure la promozione umana. Anche Paolo vi afferma che evangelizzazione e promozione umana (sviluppo, liberazione, giustizia, pace e integrità del creato) sono inseparabili (cf Evangelii nuntiandi 31).
Cristo unico salvatore: non ne abbiamo mai dubitato; anzi, crediamo che sarà anche il nostro unico giudice e ci chiederà conto se lo abbiamo o meno «riconosciuto e servito» quando era affamato, assetato, ignudo, senza tetto, ammalato, in prigione.
Per quanto riguarda i firmatari, so che mons. Ravasi ha fatto costruire anche pozzi, scuole, dispensari e altre opere sociali; padre Marengoni non lo conosco; del «famosissimo missionario» lo sanno tutti, e da tanto tempo, come la pensa.

La sola Verità è amare

Egregio Direttore, mi è or ora giunto l’ultimo numero di Missioni Consolata. Sono abbonata da quasi 17 anni, non per mia scelta, ma in quanto ho adottato a distanza dei bambini con voi. La prima sorpresa si è trasformata in piacere e ora la attendo ogni mese e la leggo con grande interesse.
Per mia consuetudine leggo sempre la «piccola posta» di ogni tipo di pubblicazione, anche le riviste modaiole che circolano fra le mie conoscenze. Preciso che, oltre a voi, sono abbonata solo all’Espresso, per farvi capire le mie idee.
Amo molto leggere; e, come tutti gli atei, mi affascinano le sacre scritture e ne ho una discreta conoscenza, cosa che non ho rilevato in tanti credenti. Spesso vorrei scrivervi, per dare il mio parere o per avere chiarimenti, ma non mi sono mai permessa perché sono acattolica, acristiana, e non riesco a credere in un creatore a mia immagine e somiglianza…
Oggi, però, non so resistere alla tentazione, perché ho letto la lettera «Eresia e sciocchezze», in cui il sig. Pugliese, abbastanza sostenuto, stigmatizzava le vostre scelte editoriali, tacciandovi di populisti, terzomondisti e marxisti. A parte l’ultimo, non mi sembrano aggettivi di cui vergognarsi, ma per lo scrivente, evidentemente lo sono. Insomma a lui non aggradano in Missioni Consolata proprio le cose che me la fanno amare. E come in tutti questi casi, provo un grande timore di fronte a chi si sente la verità nelle mani, la certezza assoluta di essere nel giusto; tanto da temere, per chi non è totalmente in linea con i suoi pensieri, la dannazione dell’anima.
Questa è la religione che mi spaventa: chi sono io per credere di avere la certezza? Ho cresciuto due figli da sola… nell’amore e nel rispetto degli altri. Non sono dei geni, non hanno fatto i milioni, non hanno fior di ragazze, ma sono due bravi figlioli, lavoratori e rispettosi degli altri. Nulla di cui vantarsi, ma essere orgogliosi nel profondo del cuore.
Sarò una povera di spirito, ma se Dio esiste, non è a Roma, o in altri luoghi sacri. È ovunque, più che una figura precisa, è l’anima di noi tutti. Sarò insensibile, ma non lo vedo in chiese o davanti a statue piangenti, ma nel volontariato in case di riposo, che ho fatto per anni. A quelli che, sapendo che ero agnostica dichiarata, mi chiedevano: «Se non credi in Dio, come fai a fare volontariato?», non rispondevo neppure.
Non sto dicendo che la mia è la sola verità universale, che Dio non esiste; sto cercando di spiegare che non lo so, che faccio fatica, che mi sforzo di capire tutti, che tento di non essere cattiva, perché farei del male agli altri, indipendentemente da un premio, sono veramente populista, vero?
La sua risposta è stata giusta e mirata, ma non credo che sarà capita e apprezzata: la modestia è proprio la cosa più difficile da accettare. Scusi le mie frasi un po’ a casaccio, sono poco colta, ma mi vanto di capire chi è pieno di amore e chi invece è pieno di amore solo per se stesso. 
Daniela Inzoli
Milano

Cara Daniela, penso che il Signore ti direbbe che «non sei lontana dal regno di Dio» (Mc 12,34). In un dio «fatto a nostra immagine e somiglianza» non credo neppure io. Al contrario, siamo noi fatti a immagine e somiglianza di Dio; e per sapere come è fatto, cosa pensa, come agisce e ama… basta guardare Gesù Cristo: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9).




Un a piccola parrocchia di montagna

Il quarantesimo anniversario della morte di Don Lorenzo Milani, celebratosi alla fine di giugno di quest’anno, ne ha riportato ancora una volta la figura al centro dell’attenzione mediatica; libri, articoli, speciali televisivi, «pellegrinaggi» a Barbiana (anche Veltroni vi si è recato a cercare ispirazione in vista delle incombenti nuove avventure politiche che lo attendono). La fronte spaziosa e gli occhi penetranti del «priore» sono tornati a riempire il nostro immaginario di cristiani sempre in cerca di icone da contemplare, di punti di riferimento. Chissà se le sue parole, rilette e riascoltate oggi fino all’eccesso, saranno ancora capaci di produrre il miracolo di risvegliare coscienze intorpidite, come accadde al tempo delle sue battaglie più tenaci.
Me lo chiedo leggendo l’ultimo messaggio per la Giornata missionaria mondiale (pubblicato in questo numero di Missioni Consolata alle pagine 74-75), nel punto in cui il papa, rivolgendosi alle nostre comunità cristiane di più antica tradizione, scrive: «… queste chiese corrono il rischio di rinchiudersi in se stesse, di guardare con ridotta speranza al futuro e di rallentare il loro sforzo missionario».
La situazione ecclesiale in cui stiamo vivendo è molto diversa da quella di mezzo secolo fa, questo è certo, ma lo stile pastorale di Don Milani può dire qualcosa di importante anche a noi e alle nostre comunità di oggi. Don Lorenzo non ebbe fra le sue corde una specifica attenzione alla missione ad gentes. Soprattutto nella seconda fase del suo apostolato, quella di Barbiana, la sua azione si concentrò in modo radicale ed esclusivo sulla sua comunità, all’insegnamento e all’educazione dei ragazzi. A ciò dedicò tutto se stesso al limite dello sfinimento. Era e si sentiva il prete della sua gente e «solo» della sua gente. Ciò che rimproverava ad alcuni suoi colleghi era la dispersione in mille attività che non si focalizzassero direttamente sulle necessità dei più poveri affidati alle loro cure pastorali.
Allo stesso tempo, fu capace di stimolare nei suoi ragazzi quella visione aperta del mondo e quel profondo senso di giustizia globale che sprizzano dalla Parola di Dio e di cui si nutre la missione di sempre. I ripetuti invii dei suoi ragazzi all’estero affinché apprendessero più lingue possibili, l’invito fatto ai loro coetanei stranieri di soggioare a Barbiana e condividere la loro realtà con i ragazzi del posto, lo studio sistematico e critico della realtà fatto attraverso la lettura dei giornali e l’incontro con professionisti, politici, uomini di fede (non sempre capaci, per la verità, di superare la ghigliottina critica del parroco e dei suoi studenti) furono strumenti che Don Milani usò abbondantemente  per spalancare ai suoi giovani le porte che da Barbiana li avrebbe proiettati nel mondo. Un mondo che li avrebbe rispettati e non più sfruttati, visto che ora erano capaci di comprenderne e dominae i meccanismi. Non importa se questo viaggio si sarebbe fermato a Vicchio o a Firenze. Gli strumenti per andare «fino agli estremi confini della terra» erano ormai in loro possesso.
L’invito fatto dal papa alle nostre comunità a non chiudersi in se stesse non deve escludere la scelta, che Don Milani visse in modo quasi «fondamentalista», di chiudersi «con» esse, in una relazione di donazione totale. Penso sia rischioso, anche se oggi è la tendenza, limitare l’azione di animazione missionaria a una formazione intensiva alla missione sul modello «toccata e fuga», trascurando il contatto diretto, personale, continuativo e spiritualmente profondo con le persone.

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli