Gomitolo di storie

Nel barrio (quartiere) Guaricano, periferia nord di Santo Domingo, una volta conosciuto come «barrio della spazzatura», dal 1991 operano due preti genovesi e quattro suore di N. S. del Rifugio in Monte Calvario (Brignoline). La loro presenza si intreccia in una matassa di storie di ordinaria vita quotidiana, non tutte a lieto fine.

Il ragazzo ha una testa enorme, sproporzionata al resto del corpo. Sei mesi dopo, lo scrivo come l’ho pensato, rettifica compresa: il ragazzo sembra avere una testa enorme, sproporzionata rispetto al corpo. Il fatto è che il corpo non ce l’ha, povero ragazzo di Barrio Guaricano, fulminato da non so quale malattia che gli ha storpiato gambe e braccia, rattrappendo il tronco e lasciando solo alla testa la libertà di svilupparsi secondo natura.
Avrà 18 anni, passati tutti fra un letto e una seggiolina, o strisciando sul pavimento della baracca di casa, nel ventre di uno dei posti più desolati e desolanti del mondo, nella parte di Santo Domingo che le cartoline e i begli spot promozionali non fanno vedere e, chi prenota una vacanza, scopre soltanto dopo, ma subito dimentica, perché la barriera corallina e la bellissima gente dominicana sono tutta un’altra cosa. E in fotografia vengono meglio.
Il mio fratello di reportages missionari si chiama Tito Mangiante e usa la telecamera con la leggerezza con cui farebbe il bagnetto a un neonato: è così delicato e rispettoso che a volte l’inquadratura somiglia a una carezza; e così racconta con garbo anche le cose che si faticano a guardare.
Così nei servizi che ho fatto per il mio telegiornale (quello che tutti conoscono come Tg3 regionale, nel mio caso Tg3 Liguria, si dovrebbe dire TgR Liguria, ma dite come vi piace), sono riuscito a far vedere il ragazzo dalla testa che sembra enorme, senza che nessuno abbia pensato a una spettacolarizzazione del dolore. Ho voluto farlo vedere, questo ragazzo, perché da noi starebbe nelle camere che non si visitano di qualche ospedale, e invece laggiù vive insieme agli altri, non è solo né vittima di curiosità morbose, l’ho visto sorridere, benché affondato nella sedia a rotelle dal telaio rosso fuoco.
Non dico sia stata una lezione; non ho mai pensato che il giornalismo sia dare lezioni, essendo la testimonianza il solo compito richiesto a chi ha il privilegio di essere testimone; dico privilegio perché il testimone vede e riflette senza mediazioni la realtà mentre si svolge, tutti gli altri devono accontentarsi di sentirsela raccontare. Niente può compensare la possibilità di essere occhi, orecchie e cuore del resto dell’umanità.
È un dono che diventa responsabilità e la sento, questa responsabilità: nel lavoro quotidiano, nel lavoro straordinario che una volta all’anno vado a fare da qualche parte nel mondo, per documentare attività missionarie, che oggi più che mai non devono restare sconosciute.
Quanto più i mezzi di comunicazione danno spazio agli argomenti futili, tanto più mi pare importante sventolare qualche bandierina diversa e rivendicarne la piena dignità; se ogni scelta ha proprie inossidabili logiche (è così, ma se ne può discutere) le scelte d’amore e di frateità vanno testimoniate negli spazi della normale informazione quotidiana, perché sono testimonianze di vita quotidiana.
D ico questo perché il filo che con Tito sono andato ad avvolgere in un gomitolo di storie, a Santo Domingo, ci ha portati a frugare fra le baracche di Barrio Guaricano; ma anche intorno agli ombrelloni di Boca Chica e a quelli di Samanà, non distanti dalla spiaggia che viene truccata da isola in un noto reality televisivo. Poi abbiamo visto e non dimenticheremo la Explanada de la verguenza, la spianata della vergogna, sulla quale incombe il Faro a Colón (Cristoforo Colombo), brutto monumento, che ha la pretesa di far sintesi dell’umanità e di porsi come principio del Nuovo Mondo.
Però abbiamo visto anche la «Prima Università», la sobria e sorprendente «Prima Cattedrale» (con la targa che ne ricorda la consacrazione a basilica, firmata dal genovese Benedetto xv), perfino i nobilissimi resti del «Primo Ospedale», intitolato a san Nicola di Bari. In realtà è stato un modo per celebrare il viceré Nicolas de Ovando, passato alla storia certo per la sua abilità di governatore delle terre d’oltremare, ma anche per aver sterminato gli sventurati tainos. Sono quelli che, all’arrivo di Colombo, avevano accolto l’ammiraglio con ingenua cordialità: gli stessi che, dopo la cura Ovando, scomparvero senza lasciare alcuna traccia di sé, a parte quelle che gli archeologi sanno ritrovare e valorizzare come reperti storici.

Così nella matassa sono rimasti immagini e appunti che a volte sembrano avere poco, o comunque meno, a che fare con il cammino pastorale di don Lorenzo Lombardo e don Paolo Benvenuto, insomma con l’impegno della missione diocesana di Genova a Santo Domingo, intensamente vissuta anche dalle suore, che, appartenendo all’ordine delle Brignoline, issano un’altra bandiera con i colori e la croce di San Giorgio.
È vero, a volte certi argomenti possono sembrare fuorvianti, ma servono a costruire ipotesi di contesto ed è questo che rende possibile collocare le cose e le storie, percepire le sensibilità, tastare il terreno, sentire se e dove ci sia uno spazio di dialogo.
Per capire il contesto, una sera abbiamo accompagnato don Paolo in uno studio televisivo (una sorta di Telepace dominicana) e abbiamo partecipato a una messa in diretta, osservando con sorpresa ed emozione il nostro tuo di preghiera; con suor Serafina siamo andati fra i malati del barrio, entrando nelle loro poverissime case; sull’ambulanza di don Lorenzo abbiamo girato la città coloniale, vedendo e toccando i segni del suo essere stata avamposto della Vecchia Europa nel Nuovo Mondo.
Ma siamo arrivati anche nella discarica di Duquesa, dove bambini di 12 anni raccolgono bottiglie rotte e si dissetano spremendo cartocci di bevande presi nella spazzatura: abbiamo registrato i loro sguardi, le loro esplosioni di infantile arroganza, le loro confessate paure di morire sotto un carico di rifiuti o per una infezione, la desolata ammissione che «qui nessuno va a scuola, perché nessuno si occupa di noi e noi dobbiamo procurarci almeno da mangiare».

Abbiamo assaggiato anche la Santo Domingo dei vincenti. Ci ha aiutati l’esuberante ed efficientissimo Aldo Burzatta, portavoce degli italiani residenti. In seguito alle sue segnalazioni abbiamo incontrato uno degli uomini più ricchi dell’isola, il simpatico figlio (il primo di cinque) di un pizzaiolo napoletano che scelse la terra dominicana per riunire la famiglia, non potendo farlo negli Stati Uniti per i vincoli posti dalla legge sull’immigrazione: ricordando i tempi difficili, a Natale fanno in modo che sia festa anche per qualcun altro.
Sempre Burzatta ci ha fatto incontrare un romagnolo con una casa da film: fra luglio e agosto l’ha trasformata in scuola d’italiano per i figli dei connazionali, con la speranza di riuscire a passare dalla fase sperimentale all’insegnamento legalmente riconosciuto: è una persona intraprendente, con interessi nei settori alberghiero e commerciale, grande senso del proprio successo, peccato abbia ripetuto l’invito a pranzo ammiccando un «non preoccupatevi del conto, perché è tutto pagato da me».

Toando ai piani bassi, quelli che francamente ci interessano di più, abbiamo conosciuto la storia di Mamà Tingò, Donna Coraggio, che 30 anni fa non ebbe paura di sfidare i terratenientes che si erano impadroniti delle terre da sempre appartenute ai campesinos, che le lavoravano ricavandone appena di che vivere: la uccisero davanti a testimoni, senza preoccuparsi delle conseguenze. Un sacrificio che purtroppo non è servito: nessuno dei campesinos ha conservato la propria terra; Mamà Tingò non ha avuto nemmeno un monumento dignitoso.
Una storia triste. Del resto è difficile trovare storie a lieto fine cercando fra i disperati. Per esempio, finiscono male, ogni anno, 250 ragazzi del Guaricano, risucchiati dalla vita di strada e morti di morte violenta.
Uno ogni 36 ore resta vittima di un tiroteo con la polizia, ci racconta Francesco Zannini, volontario della Missione diocesana di Genova: «A volte perché lo scontro a fuoco aveva qualche motivo, a volte perché in certi posti basta non rispettare uno stop e si finisce ammazzati».
In questi casi la strada viene disseminata di candele accese e le scarpe del morto vengono appese ai fili della luce, come aquiloni finiti male: nel linguaggio del barrio, è il segno che lì è stato compiuto un sopruso.
È vita quotidiana. «Qui manca qualunque possibilità, ecco perché si vive nella violenza» ci dice il farmacista, mentre sistema grossi lucchetti alle saracinesche della sua tienda. Oltre la cinquantina, brizzolato, occhiali con la montatura in metallo, modi gentili, accompagnato dalla moglie, una signora elegante, dalla cinta dei pantaloni gli spunta il calcio di una pistola: «I delinquenti sono armati, dobbiamo esserlo anche noi: se vedono la pistola ti lasciano stare, altrimenti ti rapinano, ecco perché qui tutti girano armati». La sua, dice, non ha mai sparato.

In questa città disordinata e dalle contraddizioni sociali in piena evidenza, dove viadotti mozzafiato nascondono alla vista la sterminata baraccopoli cresciuta lungo il fiume, a poca distanza dalla discarica si incontra la Città Modello, una zona residenziale totalmente autosufficiente, in cui però non abita nessuno.
Più avanti, percorrendo Calle Emma Balaguer, si sfiora la Cañada, un quartiere-fogna, cinque metri sotto il livello della strada, in cui la gente vive ammucchiata in baracche ad alto rischio. «Lo scarico è a cielo aperto; oggi si sente solo la puzza, ma quando piove diventa pericoloso – ci hanno detto Iris Valensuela e Juan Reyos -. Qui si allaga tutto, la fogna entra nelle case». Starebbero volentieri altrove, ma sono troppo poveri per comprare casa da un’altra parte.
I bambini giocano lungo il fiume maleodorante e nero; gli uomini rinforzano il piccolo argine a protezione della propria baracca. Qui la speranza di vita è così bassa e la povertà così spessa, da non poter portare in ospedale una bambina che ha smesso di camminare dopo essere caduta dalla sedia.

In questa città ci è piaciuto sentire ancora vivo il ricordo di un segno lasciato da Giovanni Paolo ii.
Era l’11 ottobre del 1992; si festeggiavano con un giorno di anticipo i 500 anni dell’impresa colombiana. Davanti al Faro, appena costruito senza badare a spese né alla sopravvivenza dei 50 mila sfrattati dalla Explanada, era stato sistemato l’altare per la messa: spettacolare il colpo d’occhio, una quinta formidabile per le riprese televisive. Peccato solo che l’orario della funzione non permettesse di apprezzare il fascio di luce sparato nel cielo da 250 mila watts (sottratti alla pubblica illuminazione), per formare una croce irradiata, appunto, dal Faro a Colón.
Il Papa disse che quel lato non gli piaceva, meglio celebrare la messa dall’altra parte, quella che si affaccia sulle baracche rimaste, nascoste da un muro fatto costruire proprio per evitare che il mondo vedesse quella miseria. Immenso Wojtyla, gli mandò a pallino la sceneggiata.

Sono le storie che ci hanno raccontato e che a piccole dosi si possono trovare sul blog di don Paolo (Hyperlink «http://www.chiesamissionaria.it/diario»), dove per qualche tempo ho inserito frammenti di quella che in gergo chiamiamo relazione di ripresa. Una sorta di appunti di viaggio, scritti man mano che esaminavo il lavoro fatto con Tito: 10 ore di immagini, comprese le interviste a qualche persona importante e molta gente comune.
La mia relazione di ripresa si è tradotta in una serie di brevi articoli (li ho titolati «Sbobinando» e seguono una numerazione progressiva), che hanno costituito l’ossatura dei servizi che ho realizzato per il TgR Rai della Liguria, per Tv7 (Tg1), per Agenda del Mondo (Tg3). Tutto questo si fonderà in un documentario che metteremo a disposizione delle parrocchie, coronando in questo modo un mio desiderio di sempre. Che poi è l’inizio del mio cammino, in un piccolissimo e lontanissimo cinema teatro parrocchiale. Tanto tempo fa, capanne africane in un filmato tremolante, storie missionarie che chissà quanti di voi hanno visto e certamente ricordano.
A me è stata concessa la gioia profonda della prima persona: ho visto, ho sentito, ho condiviso, e questo è un altro grande privilegio.

Tarcisio Mazzeo

Tarcisio Mazzeo




Tante ragnatele fermano l’elefante

In un contesto di contraddizioni e ingiustizie eclatanti, oggi più che mai, la missione della chiesa è chiamata a promuovere i valori del regno di Dio: giustizia, pace e salvaguardia del creato, facendosi «voce dei senza voce» nelle istituzioni in cui si fanno scelte che riguardano i paesi poveri del mondo.
Lo stanno facendo le congregazioni missionarie operanti in Africa, mediante la «Rete fede e giustizia Africa-Europa» (Aefjn), nei parlamenti dell’Unione europea e dei paesi che la compongono.

In febbraio 2004, circa 11 milioni di inglesi hanno seguito uno dei cosiddetti Reality shows: «Sono una celebrità, venite a liberarmi», dove un attempato cantante rock, una modella e un ex corrispondente governativo parteciparono a un gioco di sopravvivenza, in una remota parte della foresta vergine australiana.
Tale programma non ha niente a che fare con la realtà, perché basato su false sofferenze e false celebrità, con lo scopo di intrattenere cittadini annoiati e ben nutriti di una società consumistica. In molte parti del mondo, invece, si combatte una reale lotta per l’esistenza e nessuno vede. Non si tratta di false celebrità, ma di milioni di persone che lottano ogni giorno per sopravvivere: con loro e per loro dobbiamo essere agenti di speranza e liberazione integrale.
Il cristianesimo è fondamentalmente una religione di speranza: è basato sulla promessa del progetto di Dio per l’umanità e per tutta la creazione; vive perché tale promessa diventi realtà. La missione cristiana scaturisce da questa speranza e le dona un’espressione concreta. Anzi, la missione è «speranza in azione» (David Bosch). È il mezzo con cui l’avvenire che speriamo è introdotto in una relazione trasformante con il presente in cui viviamo. È «il ponte di Dio verso un mondo che non è ancora arrivato alla dimora che gli è stata preparata» (Carl E. Braaten).

UN MONDO GLOBALIZZATO

Oggi tutti parlano di «globalizzazione», ma c’è poco accordo sul suo significato e su come reagire al riguardo. Il gesuita Peter Henriot la definisce come «l’integrazione delle economie mondiali tramite il commercio, flussi finanziari e scambio di tecnologie e informazioni».
Qualsiasi definizione, tuttavia, non riesce a farci percepire le enormi trasformazioni portate in ogni aspetto della nostra vita dal rapido sviluppo delle cosiddette tecnologie di informazione. «Nel bene o nel male, siamo catapultati in un ordine globale che nessuno capisce pienamente, ma i cui effetti sono risentiti da noi tutti» (Anthony Giddens).
Il problema non è tanto il suo processo in sé. La globalizzazione può essere buona o cattiva: dipende da ciò che è globalizzato. Potrebbe essere usata per estendere i benefici di un capitalismo socialmente responsabile e una scienza e una tecnologia umanizzata per tutti i popoli: e sarebbe la ben venuta.
Ma ad essere globalizzato sono il capitalismo liberale irresponsabile («capitalismo selvaggio» lo ha definito Giovanni Paolo ii), a vantaggio dei ricchi e a spese dei poveri, e una tecnologia materialista, che sfrutta e distrugge la natura. Questo è problematico e profondamente inquietante. A dominare la scena mondiale oggi è il libero mercato. Il globo è visto come un mercato guidato dalla voglia di profitto d’imprese private, che non conosce frontiere nazionali né interessi locali.
«Oggi i ricchi capitalisti hanno un mercato globale dove giocare a tutto campo – afferma il teologo indiano Michael Amaladoss -. Le facilitazioni della comunicazione rapida e su scala mondiale sono utilizzate per aumentare i profitti, procurandosi mano d’opera a buon mercato nei paesi poveri. I mercati inteazionali giovano alle nazioni ricche che li controllano. I settori commerciali e di servizi sono favoriti, mentre i prodotti di prima necessità perdono valore. I parlatori di diritti di proprietà intellettuale ignorano i diritti umani e naturali. Le multinazionali sono più potenti di molti paesi. I politici sono dappertutto a servizio di interessi commerciali. Le nazioni più ricche usano la potenza politica e militare, anche fuori dei loro confini, per favorire e proteggere i propri interessi economici… Ciò che abbiamo non è la globalizzazione del benessere e dell’abbondanza, ma dell’ingiustizia e povertà».

AFRICA GLOBALIZZATA

Gli effetti negativi della globalizzazione sono visibili specialmente in Africa: le statistiche mostrano chiaramente che per la maggior parte degli africani non funziona bene. Se in qualche parte del mondo la globalizzazione ha offerto opportunità di crescita economica e sviluppo, in Africa ha aumentato disparità e ineguaglianze. Su 48 paesi in via di sviluppo nel mondo, l’Africa ne conta 33 e ha il più alto debito commerciale. Nell’ultimo decennio il Prodotto interno della maggioranza dei paesi africani ha subito un costante declino, mentre i prezzi dei prodotti da esportazione sono in caduta libera.
Per i paesi più poveri dell’Africa la globalizzazione ha significato l’apertura alle importazioni e industrie straniere e la distruzione delle imprese locali. Ne è un esempio il processo di «deindustrializzazione» avvenuto nello Zambia, dove l’industria tessile, una volta fiorente, è stata spazzata via dalle importazioni dall’Asia; piccole industrie, come quelle produttrici di pneumatici e materiale sanitario, hanno chiuso a causa della concorrenza di grandi ditte del Sudafrica.
La promozione di Investimenti stranieri diretti (Fdi, Foreign direct investment) è stata salutata come nuova motrice di sviluppo, ma il loro flusso in Africa è molto piccolo, a vantaggio di pochi paesi come il Sudafrica e di un’élite già privilegiata.
Inoltre il processo di globalizzazione in Africa ha portato all’imposizione di dure riforme economiche, dettate dal «programma di aggiustamento strutturale» (Sap). Tali aggiustamenti strutturali hanno significato: aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, delle tasse scolastiche e sanitarie, diminuzione di occupazione e smantellamento di strutture economiche locali.
Gli economisti neoliberali sostengono che, con l’attuazione del Sap, vi può essere «difficoltà a breve termine, ma un vantaggio a lunga scadenza»; in Africa, però, la «sofferenza temporanea» dei tagli ai servizi sociali, il danno ecologico e l’erosione delle industrie di base avrà a lungo termine effetti disastrosi, rendendo impossibile la speranza di uno sviluppo umano integrale e continuo.
Una delle conseguenze più disastrose di tali aggiustamenti è quella di rendere inutili le popolazioni africane: negli ultimi anni in molti paesi dell’Africa la disoccupazione è aumentata del 14% e i governi non hanno incluso alcun programma esplicito a favore dell’occupazione.
Non esiste né cooperazione né progresso, quando non si tiene conto della popolazione che vive sul posto, salvo venire usata da interessi stranieri per trae il maggior profitto. La globalizzazione guarda all’Africa e agli africani come componenti di un mercato libero globale, prescindendo da considerazioni di sostentamento e sviluppo umano integrale.
In breve, l’88% dei paesi africani sono considerati ad «alto rischio», a causa dell’instabilità politica e leadership corrotta, violenza e anarchia, tribalismo e razzismo, avidità di profitto economico e noncuranza dei diritti umani.
Il 40% dei paesi africani sono in guerra e sconvolge la vita di oltre 100 milioni di africani, in maggioranza donne e bambini, causando dislocamenti di popolazioni, massacri, perdite di vite umane, bambini soldati, fame, distruzioni di scuole, ospedali e infrastrutture varie.
Più di 300 milioni di africani vivono con meno di un dollaro al giorno; oltre un terzo dei bambini sono denutriti; 25 milioni di africani vivono con la sindrome Hiv/Aids (il 70% degli infettati in tutto il mondo).

MISSIONE È…
TRASFORMARE IL MONDO

Fino a poco tempo fa, la missione mirava in generale a estendere la chiesa, così com’era, fino agli estremi confini della terra, più che alla trasformazione di se stessa e del mondo, alla luce della speranza cristiana di una nuova terra e nuovi cieli.
Ma non è stato sempre così. La missione cristiana delle origini, soprattutto come la comprendeva san Paolo, era ispirata e diretta dalla speranza di una nuova creazione. Nella visione di Paolo missione e speranza erano intimamente legate: la missione spiana la strada e prepara l’umanità per la tappa finale del regno di Dio, quando non solo l’umanità, ma tutta la creazione sarà liberata e trasformata sul modello della risurrezione di Cristo.
Per Paolo, missione significa annunciare la signoria di Cristo su ogni realtà e invitare i popoli a rispondervi. Ciò significa proclamare una nuova situazione, che Dio ha iniziato con Cristo; una situazione che interessa tutte le nazioni e tutta la creazione e che culmina nella celebrazione della gloria finale di Dio.
Ma la predicazione in sé non basta. La vittoria finale del regno di Dio non giustifica la passività. La missione chiede e sostiene una partecipazione attiva al piano di Dio per la liberazione dell’umanità qui e ora.
Nella teologia paolina della missione troviamo il fondamento per una protesta coraggiosa contro le strutture oppressive del peccato e della morte e per un impegno totale nella promozione della giustizia, pace e integrità del creato. Alla luce della venuta gloriosa del regno di Dio, i cristiani sono chiamati a sfidare le strutture oppressive e rendere visibili i segni del nuovo mondo di Dio.

DEFINIZIONI E ATTITUDINI

Abbiamo tante definizioni della missione. Quelle che più mi piacciono, in linea con l’insegnamento di Paolo, sono le seguenti: la missione è «trasformazione del mondo in regno di Dio» (Sean Healy); «proclamazione giorniosa e universale della risurrezione di Cristo»; «effusione del divino Spirito di vita e d’amore dal Signore Risorto in tutti gli esseri umani e nell’intero cosmo»; «cooperazione illimitata tra Dio e gli esseri umani nel modellare continuamente un mondo libero da ogni tipo di peccato e schiavitù e nel ricrearlo senza sosta, fino alla pienezza d’amore e vita voluta da Dio».
Da tali definizioni derivano attitudini specifiche. Prima di tutto occorre testimoniare con la vita più che con le parole. «La rosa non ha bisogno di predicare. Effonde semplicemente il suo profumo. La fragranza è il suo sermone» (Gandhi).
E poi, ascoltare prima di parlare; operare con la gente, anziché per la gente; imparare prima d’insegnare; non avere tutte le risposte; essere attenti alla voce dello Spirito che ci parla negli altri e attraverso gli altri; scoprire Cristo nell’altro e convertirsi all’altro; avere il coraggio di essere umili; soffrire con gioia; agire con speranza in mezzo alla disperazione…
La conseguenza ovvia della missione così intesa è che l’ impegno per la giustizia, non è semplicemente un’area o una dimensione della missione della chiesa, ma il cuore di ogni missione e servizio svolto in nome di Cristo e del vangelo.
Se la sollecitudine e l’impegno attivo per un mondo più giusto, pacifico e sano non è al centro delle varie attività apostoliche, non può esserci una vera testimonianza e proclamazione del vangelo integrale di Cristo. L’impegno per creare un mondo più giusto, pacifico e sano è una dimensione essenziale e integrale della testimonianza della chiesa a Cristo e al regno di Dio nel mondo d’oggi. Forse questa è la sfida più impegnativa per le congregazioni religiose.
In tale impegno ci sono tre dimensioni fondamentali e interdipendenti: fare e avere esperienza del mondo degli esclusi ed emarginati; riflettere sul mondo e capirlo dalla prospettiva di tale esperienza; lavorare assieme ai poveri ed emarginati in programmi di azione diretti alla trasformazione del mondo.

ESPERIENZA ED ESPOSIZIONE

Le tre dimensioni sono collegate, ma distinte, con propri metodi e traguardi. La prima (con l’accento sull’esperienza) usa il metodo di esporsi al mondo dei poveri ed emarginati e mira all’empatia con le vittime dell’ingiustizia e a vedere il mondo dal loro punto di vista.
Sperimentare il mondo degli esclusi deve essere il punto di partenza e di riferimento costante per tutti gli impegni di «giustizia, pace e integrità del creato» (Gpic). Tutto ciò è in linea con la «opzione preferenziale per i poveri», adottata più di 30 anni fa come criterio principale dell’impegno apostolico di molte congregazioni religiose e missionarie.
Oggi non se ne sente parlare molto, eppure è essenziale. Tale opzione scaturisce e prende forza dalla via scelta da Dio per coinvolgersi con amore nella vita dei suoi figli; ci fa vivere concretamente le beatitudini di Cristo e imitare i suoi metodi missionari. È dal punto di vista dei poveri e degli esclusi che incominciamo a percepire le vie di Dio e ad allinearci al suo progetto per l’umanità.
Nel passato la formazione religiosa e missionaria in genere avveniva in centri sicuri e confortevoli, lontano dalle inquietudini e lotte per la vita della maggior parte della gente, specie dei poveri. Ma non credo che ci siamo allontanati da questo tipo di formazione in modo significativo. Non è facile. Persino i recenti centri di formazione in Africa e Asia non hanno scelto di rompere con tale tipo tradizionale di strutture; anzi, sono più confortevoli che nel passato.
Per esporsi al mondo dei poveri bisogna entrare nei luoghi dove vivono, identificarsi con le loro paure, frustrazioni, lotte, giornie e speranze, come fece Gesù. Solo così si può imparare a sentire e simpatizzare con quelli che vivono ai margini della società economica e politica e vedere il mondo dal loro punto di vista.

RIFLETTERE E CAPIRE

La seconda dimensione usa l’investigazione, riflessione, ricerca metodica, con lo scopo di capire il mondo dal punto di vista delle vittime dell’ingiustizia. Come ogni esperienza, anche quella fatta con i poveri ed emarginati deve essere interpretata. Non basta l’empatia, il mettersi nei panni dei poveri. È d’importanza vitale leggere e capire il mondo dalla loro prospettiva. Tale lettura deve essere fatta, prima, alla luce del vangelo e della tradizione cristiana; poi alla luce del carisma specifico di ciascuna congregazione o istituto.
La formazione intellettuale, specie all’inizio, dovrebbe mirare a fornire ai candidati non solo fatti e risposte prefabbricate ai problemi sperimentati, ma anche strumenti e metodi che permettano d’interpretare e capire la realtà vissuta di persona e vista dalla parte degli esclusi.
Al tempo stesso è cruciale che siano comunicate certe informazioni basilari, specialmente sugli squilibri che affliggono il nostro mondo nel campo dell’economia, politica, rapporti sociali, relazioni tra uomini e donne e con l’ambiente. Questo non viene ancora fatto. Corsi specifici su tali problemi possono essere necessari per completare e concretizzare i normali programmi dei corsi di teologia, spiritualità e pastorale.
Inoltre i candidati, fin dalla formazione di base, dovrebbero essere incoraggiati a fare delle ricerche personali su problemi specifici, per esempio: valutare un determinato programma di aiuto, trattamento dei rifugiati in una certa area, soluzione di un conflitto, ecc. La conoscenza intellettuale del mondo non basta. Come cristiani dobbiamo avere una comprensione che unisce cuore e mente, spirito e intelletto.

AGIRE PER CAMBIARE
IN SOLIDARIETA’ CON I POVERI

Come servi del vangelo di Cristo, la nostra missione non è solo di capire il mondo, ma anche di cambiarlo, trasformarlo alla luce e in accordo con le esigenze dell’avvento del regno di Dio. La fede nel Risorto ci induce in una profetica scontentezza per come stanno le cose e in vista dell’avvenire promesso al mondo.
Per ciò la formazione alla giustizia include l’iniziazione a tecniche e pratiche necessarie per diventare attori effettivi del cambiamento sociale. Nel passato si dava molta attenzione, nei programmi formativi, alla conoscenza e alle tecniche necessarie per i ministeri spirituali e pastorali. C’è ugualmente bisogno di formazione per diventare attori efficaci in campo socio-economico; cioè attori capaci di motivare le persone, aiutarle a far valere le proprie ragioni, lavorare con loro in programmi di azione scelti dalla gente.

DIFESA DEI DIRITTI UMANI

L’«advocacy» (patrocinio) è una delle strategie più importante per promuovere la giustizia nei paesi in via di sviluppo. Le decisioni prese nell’emisfero nord hanno un impatto enorme e durevole sulla vita di milioni di persone dell’emisfero sud. È imperativo che la loro voce sia udita nel processo decisionale. Le congregazioni religiose non debbono eludere questa sfida, di patrocinare e farsi voce di chi non ha voce.
È chiaro che tale patrocinio (advocacy) è una strategia che richiede la più grande cooperazione possibile tra i religiosi e i gruppi laicali che hanno come comune ideale la creazione di un mondo più giusto.
L’Africa Faith and Justice Network (Afjn) e l’Africa-Europe Faith and Justice Network (Aefjn) sono state istituite specificamente per questo tipo di azione comune.
C’è un proverbio dello Zimbabwe che dice: «Quando le tele di ragni si uniscono, possono imprigionare un elefante». Il «vangelo della speranza», che siamo chiamati a proclamare con parole e opere, c’interpella e ci dà la forza d’imprigionare l’elefante delle strutture economiche ingiuste, in modo che il regno di Dio, che è giustizia, pace e amore, diventi una realtà per tutte le sue creature.

Michael McCabe SMA
*
Padre Michael McCabe, teologo irlandese, della Società delle missioni africane (Sma), è attualmente direttore dell’Aefjn e consigliere generale del suo istituto.

Michael McCabe SMA




La pace … nel pallone

Una volta modello di sviluppo per i paesi africani, la Costa d’Avorio è ora divisa in due dalla guerra civile e la pace è ancora lontana. I missionari della Consolata, da 10 anni presenti nel paese, hanno tenuto la loro conferenza regionale, mettendo a punto nuove strategie per essere tra la gente seminatori di riconciliazione e di speranza.
Vi ha partecipato l’autore di questo articolo, consigliere generale dell’Istituto.

Sono a Sago, 29 gennaio 2006, data importante per i missionari della Consolata: è l’anniversario della fondazione del nostro Istituto. Per i missionari che lavorano in Costa d’Avorio è pure l’occasione per celebrare il decimo anniversario della loro presenza nel paese.
La sera del 23 gennaio del 1996, infatti, i primi tre missionari della Consolata arrivarono al Centro pastorale della diocesi di San Pedro. Questo nuovo impegno missionario, in obbedienza alle indicazioni del ix Capitolo generale, aveva lo scopo di portare «novità in quanto allo stile, ai metodi e alle espressioni dell’azione evangelizzatrice dell’Istituto».
Di fatto, subito dopo il loro arrivo, cominciarono a prendere contatto con la bidonville del Bardot, un agglomerato di capanne di legno con 50 mila abitanti, senza luce elettrica né acqua né altre strutture essenziali. Poi, per essere più vicini ai poveri, fu costruita una casa in legno, accanto a una cappella già esistente, e si trasferirono definitivamente nella bidonville. Al tempo stesso i missionari ebbero l’incarico temporaneo di costruire la nuova parrocchia della cattedrale.
Con l’arrivo di nuovi missionari, nel 1997 fu aperta la missione di Sago, campo di prima evangelizzazione a 120 km da San Pedro. Nel 2000 fu accettata la cura pastorale di Grand Béréby, una parrocchia già organizzata, con numerose comunità cristiane appena incipienti. Nel 2004, restituita la zona del Bardot alla parrocchia della cattedrale, fu aperta una nuova missione a Grand Zatry, a nord di Sago.
Su invito del nunzio apostolico e a richiesta del vescovo di Odienné, nel 2001 tre missionari si stabilirono a Dianra, nel nord del paese a maggioranza musulmana, con lo scopo di avviare anche un primo graduale incontro e dialogo con la consistente popolazione islamica. Nel 2002 altri due missionari hanno iniziato la missione di Marandala, a 80 km a est di Dianra.

È il 12 febbraio 2006. Siamo a Daloa, una cittadina situata a circa 350 km dalla capitale Abidjan. Da quanto si vede, doveva essere una bella città; ma ora si è lasciata andare a causa della guerra.
Siamo ospiti in un centro di accoglienza della Caritas, per celebrare la seconda conferenza regionale dei missionari della Consolata operanti nel paese. È un momento importante per sognare, organizzare, inventare, riflettere sulla missione in questo bel paese.
Siamo nel refettorio: alla televisione passano le immagini del ritorno trionfale in patria della squadra nazionale di calcio, arrivata seconda dietro all’Egitto al toeo africano della Can (Campionato d’Africa delle nazioni). Uno dei dirigenti commenta: «Celebriamo la nostra squadra, orgoglio nazionale e segno dell’unità del paese» (sic!). «Se bastasse una partita di calcio… per riconciliare un paese e portare la pace!» pensano i missionari.
Dal 2002 la Costa d’Avorio è divisa in due: il nord è controllato dalle forze dei ribelli; il sud dall’esercito governativo. Questa divisione pesa non solo sulla popolazione, ma anche sul nostro servizio missionario, dal momento che tre comunità sono nella regione meridionale, due nel nord del paese.
La fragile tregua permette viaggi e spostamenti tra le due zone, ma solo con mezzi pubblici o di fortuna, come i camion militari. Così ho potuto visitare anche le due missioni nel nord del paese.
Girando nelle varie zone ho potuto constatare il degrado causato dalla guerra e della situazione d’insicurezza. La strada, una volta asfaltata, è in un pietoso stato d’abbandono, si vedono delle case smantellate, il «solito» piccolo commercio delle mamme africane, forza dell’economia di sopravvivenza, che rimpiazza il grande commercio del caffè, cacao e cotone e altri prodotti che hanno creato la fortuna del paese.
Dappertutto blocchi militari, posti di controllo, ufficialmente posti per la sicurezza e salvaguardia dei cittadini, ma in realtà, segno dello sfruttamento, corruzione, disinteresse generale di un paese fino a pochi anni fa tra i più belli dell’Africa, ma ora dilaniato e distrutto, in mano a gerarchi che non si interessano del bene della gente.

Le comunità cristiane affidate ai missionari della Consolata sono tutte situate in zone periferiche e presentano ancora la sfida della prima evangelizzazione. Esse sono costituite in grande maggioranza da immigrati, originari del Burkina Faso, Ghana, Togo, venuti a cercare fortuna ai tempi d’oro della Costa d’Avorio e costretti a lavorare per il paese ospitante, ed ora divenuti capro espiatorio di tutti i mali e malessere del paese. Le ritorsioni arbitrarie, le costrizioni, i rubalizi contro di loro sono tristemente noti alla società avoriana.
In questa situazione è difficile evangelizzare, annunciare la buona novella, costruire comunità cristiane. Anche la chiesa ufficiale è divisa e non offre orientamenti per un cammino di riconciliazione nazionale e per una crescita nel rispetto dei diritti di tutti.
Non essendoci una lingua unica nazionale, oltre al francese, che non è capito né parlato da tutti, il lavoro resta ancora più difficile e frammentario. La situazione per il momento non presenta grandi possibilità di soluzione o di miglioramento, si parla di arrivare alle elezioni per il prossimo mese di ottobre, ma sembra che quasi nessuno ci creda veramente.
La pace è dunque solo una parentesi nella storia umana? La Costa d’Avorio come tutta l’Africa è destinata «eternamente» a soffrire? Dal 1960, anno simbolo dell’indipendenza di molte nazioni africane, questo continente ha conosciuto più di 200 colpi di stato, 101 capi di stato sono stati cacciati a forza. Dal 1970 ci sono stati più di 35 conflitti solo nell’Africa subsahariana, che hanno provocato circa 8 milioni di morti, come la prima guerra mondiale.
Toando alla Costa d’Avorio, bisogna dire pure che gli indici di fiducia commerciale sono scesi precipitosamente nella scala mondiale a causa di questa guerra. La guerra ha rovinato gli equilibri sociali e promosso modelli di milizia professionale al servizio dei signori della guerra, arruolando e coinvolgendo sempre più dei bambini, compromettendo così generazioni intere.
Ma cosa è capitato in Costa d’Avorio, una volta «modello» di sviluppo africano? Chi poteva immaginare che un paese che aveva organizzato così bene la propria indipendenza, che bussava alla porta dei paesi emergenti, che dimostrava molti segni di sviluppo nel campo economico, infrastrutture, rete stradale, elettrificazione delle campagne, tasso di scolarizzazione… potesse covare tanto odio tribale. Come è stato possibile che in un paese definito «la patria della pace», «tanto caro e vicino alla Francia», si sia scatenata tanta violenza xenofoba verso gli immigrati, di purificazione etnica tra il nord e sud dello stesso paese, fino a sfociare in autentiche scene di «caccia all’uomo bianco»?
All’origine di questi drammatici eventi ci sarebbero lo scontento di una parte delle forze armate nazionali e le ambizioni di rivalsa dei protagonisti del precedente tentativo di golpe, oggi esiliati. Inoltre lo scontento per la dominazione economica della Francia, a cui ora si aggiunge l’insofferenza della presenza dell’Onu, mediante l’operazione Monuci. E poi ci sono tutti quei fattori presenti nelle crisi degli altri paesi africani: interessi politici ed economici delle grandi potenze per le risorse del continente, che in generale si disinteressano delle sorti delle popolazioni. Nel nord del paese ci sono giacimenti di diamanti, la cui vendita serve a finanziare le Forces Nouvelles, il gruppo ribelle che controlla quella regione. Un gruppo di esperti Onu ha stimato che la produzione annuale in Costa d’Avorio è di circa 300 mila carati, con un giro di affari annuo di oltre 20 milioni di euro.

Durante la conferenza, la parola che ho sentito maggiormente risuonare sulla bocca dei 14 missionari è stata «la speranza», da dare e da ricevere.
Speranza trasmessa, restando accanto alla gente in tempo di guerra e di disordini, condividendo rischi e paure delle popolazioni. Come sono rimasti ai loro posti nel passato, i «nostri» missionari si sono impegnati a continuare nel futuro a visitare i villaggi a piedi e in bicicletta, nonostante l’insicurezza che regna ancora, soprattutto nel nord del paese.
Speranza ricevuta dalla forza della gente, che ha reagito e continua a reagire a situazioni tanto precarie, organizzandosi, lavorando, aprendo cammini nuovi. Speranza nella missione, per costruire sulle rovine lasciate dalla guerra e fare spuntare fiori di novità.
I vescovi della Costa d’Avorio, in un messaggio dal titolo emblematico: «Gesù Cristo è la nostra pace», invitano tutti a essere artefici della pace, mediante il perdono per le sofferenze vissute, le vessazioni subite e anche per le uccisioni che hanno colpito tante famiglie. Essi chiedono a tutti gli uomini di buona volontà di resistere a tutte le tentazioni etniche, regionaliste e nazionaliste. E concludo: «La forza dell’Africa non viene dall’unità dei suoi figli? È la vittoria di Cristo che supera tutti gli ostacoli e ci rende liberi per un amore senza frontiere».

Stefano Camerlengo

Stefano Camerlengo




La terra a rischio siccità e desertificazione

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2006 «Anno Internazionale dei deserti e della lotta alla desertificazione». Gli autorevoli rappresentanti di tutti gli stati presenti all’Onu sono giunti a questa considerazione, consapevoli del fatto che ormai quasi il 40% della superficie del pianeta è a rischio siccità e che irreversibili processi di desertificazione nel mondo, uniti a una continua diminuzione della portata d’acqua dei grandi fiumi, sta portando la terra verso una soglia critica, da cui difficilmente si potrà far ritorno. Varrà inoltre la pena di ricordare che il problema acqua sta diventando uno degli aspetti più preoccupanti per le generazioni future. Non è un caso che nel mondo, già adesso, siano in atto diverse guerre per il controllo delle risorse idriche: oltre al problema dell’«oro nero», sta prendendo piede il problema dell’«oro blu» (*).
Nei paesi poveri, afflitti da aree toccate dalla siccità, la situazione si va sempre più deteriorando. Un argine alla desertificazione viene significativamente dal lavoro delle donne: sono loro nei paesi in via di sviluppo a fornire buona parte della mano d’opera in agricoltura, che serve a fermare l’avanzata della desertificazione; varrà la pena di segnalare che là dove anche ai più poveri viene offerta la possibilità di accedere al mini credito, nascono le opportunità, non solo per acquistare la terra da cui ricavare il necessario per vivere, ma anche, attraverso il loro lavoro, trasformare il clima e l’ambiente stesso.
Contribuire quindi a dare opportunità di sviluppo e creare le condizioni perché le donne possano accedere a una istruzione sempre più incisiva, significa dare la possibilità a questa gente di camminare con le proprie gambe e diventare protagonisti del loro futuro.

Ma un tema come il deserto (questa volta inteso nella sua accezione più conosciuta) ci offre l’occasione di avvicinarci e gustare quella spiritualità che nasce proprio da un’ambiente così difficile e ostile. Nella scrittura la traversata del deserto, conduce Israele verso la Terra promessa; è nel deserto che ci sono le prove e le tentazioni ed è nel deserto che vengono superate; è nel deserto che Dio parla al suo popolo e al cuore dell’uomo, ed è nel deserto che si affina il colloquio e il dialogo tra la persona e il suo Creatore. Chi non ricorda la grande tradizione di spiritualità che ci viene dai padri del deserto dei primi secoli della chiesa, con il loro umorismo sottile e tagliente anche per l’uomo d’oggi. E per restare ai nostri giorni, come non ricordare l’apostolo del deserto, Charles De Foucauld, che proprio in un angolo sperduto del Sahara indicò la strategia ecumenica per avvicinare popoli e religioni diverse, una strategia basata più sulla testimonianza personale che su documenti e prese di posizione radicali.
L’opportunità che ci offre questo anno dedicato al deserto, può essere quindi sfruttata in questa duplice occasione: riscoprire quel tenero colloquio tra l’uomo e Dio, che avviene solo laddove l’ambiente stimola la contemplazione, e nel contempo leggere la carta geografica per capire quali impegni assumere per evitare il degrado di questo nostro splendido pianeta.

Mario Bandera

Mario Bandera




ISRAELE – Si guardano, ma non si parlano

Il blocco dei territori strangola l’economia palestinese.
Il 40% dei lavoratori ha perso l’impiego.
Intanto gli insediamenti ebraici nascono come funghi.
E sono i civili palestinesi a sentirsi prigionieri a casa loro.

Betlemme, città chiusa

«Le città sono isolate. Esistono stradine dove si riesce a passare, ma bisogna conoscerle» ci dice il direttore del Christian information center a Gerusalemme, parlando della Cisgiordania. Vogliamo andare a Betlemme, a pochi chilometri dalla città santa: è il primo centro sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).
Il minibus pubblico è guidato da un arabo israeliano e ha la targa gialla, le uniche ammesse in Israele. Sfreccia attraverso i quartieri modei della Gerusalemme nuova e, in 15 minuti, giunge sull’ampio corso che porta a Betlemme. Rallenta e si ferma: la gente scende diligentemente. Poi fa inversione e riparte verso il centro città.
Ad una cinquantina di metri, alcuni grossi blocchi di cemento in mezzo alla strada costringono i mezzi ad un’insolita gimcana. Ci sono pure modei autobus turistici, parcheggiati in fila.
Siamo giunti al check point israeliano (controllo) e a nessun veicolo è permesso di proseguire. Si continua a piedi. Un giovane militare in tenuta da combattimento, con il mitragliatore «m16» a tracolla, conversa con una ragazza: sembra rilassato. Intoo, alcuni gruppuscoli di stranieri: pochi pellegrini in visita ai luoghi santi. Passiamo senza essere controllati. Forse è vero che «ci si riconosce dalla faccia», come ci aveva detto qualcuno. Subito dopo il posto di controllo, troviamo altri taxi e bus. Hanno la targa verde, quella palestinese.
La seconda Intifada
Da quando è scoppiata la seconda Intifada, alla fine dello scorso settembre, Israele ha «chiuso» i Territori occupati (costituiti da Gaza e Cisgiordania): ha imposto sanzioni economiche e ridotto la circolazione di persone tra questi e il suo territorio nazionale.
Il 28 settembre Ariel Sharon (leader del partito di destra, Likud, e dal 6 febbraio primo ministro) si recò sulla «spianata delle moschee» a Gerusalemme, accompagnato da oltre mille militari, profanando così il terzo luogo santo dell’islam (dopo Mecca e Medina). Questo ha creato la reazione degli arabi musulmani di Israele e manifestazioni di solidarietà dei palestinesi (arabi dei territori occupati). Presto le manifestazioni sono degenerate e la reazione dell’Israel defence force (Idf, l’ultra moderno esercito israeliano) e della polizia ha lasciato sul terreno parecchi morti. A Nazaret, città della Galilea, in pochi giorni sono stati uccisi 13 arabo-israeliani.
Gli estremisti islamici dei gruppi di Hamas e Jihad islamica hanno ricominciato gli attentati suicidi in Israele, creando un clima di paura nelle grandi città, come Tel Aviv, inducendo il nuovo governo di destra a sigillare ancor più i Territori, dove i terroristi hanno le loro basi. Le città palestinesi, amministrate dall’Anp, sono state accerchiate dall’esercito israeliano, che controlla ancora l’88% della Cisgiordania e il 20% di Gaza. A metà marzo si contavano quasi 400 morti e 14 mila feriti tra i palestinesi e 65 ebrei israeliani tra le vittime.
L’incontro
A Betlemme c’è poca gente per le strade: soprattutto nei pressi della tomba di Rachele, luogo santo per gli ebrei, dove spesso ci sono scontri.
Clara e Nabil ci invitano a casa loro. Sono una coppia sulla sessantina, palestinesi, e appartengono alla minoranza cristiana (il 2% in Terra Santa), ma che a Betlemme è una presenza numerosa (arrivano al 15% nella confinante cittadina di Beit Jala). È una casa della media borghesia, curata da lei senza sfarzo, ma con buon gusto. Lui è commerciante di beni di consumo e, prima che incominciasse l’Intifada, gli affari andavano bene.
Oggi la crisi economica colpisce i Territori. I turisti sono quasi scomparsi e la strada è interrotta. «I nostri fornitori sono tutti a Gerusalemme – rileva Nabil – e ora, per far passare la merce, bisogna scaricare tutto dal lato israeliano del check point, per poi ricaricarla su un altro mezzo da questa parte».
L’economia dei Territori è dipendente da quella israeliana. L’Autonomia palestinese è composta da città-isole in Cisgiordania e da gran parte della striscia di Gaza: non solo non confinano tra loro (perché circondate da Israele o da zone sotto il suo controllo militare), ma non hanno alcuna frontiera con il mondo esterno; non controllano né aeroporti (quello di Gaza è tenuto dagli israeliani) né porti. «Con il blocco, le nostre esportazioni si sono ridotte del 60-70% e le importazioni rese più difficili» ci aveva spiegato un commerciante di Ramallah, il centro economico più importante della Cisgiordania.
Secondo fonti palestinesi, l’economia ha perso 1,3 miliardi di dollari nei primi cinque mesi di guerra. Da ottobre, inoltre, la disoccupazione attanaglia le famiglie palestinesi. Oltre il 40% dei lavoratori era pendolare in Israele, dove svolgeva attività in settori poco qualificati. Oggi le aziende israeliane importano operai da Romania e Filippine. «Li portano in aereo, danno loro una sistemazione presso i cantieri e un salario. Terminato il lavoro, li rispediscono a casa».
Clara prende la parola: «Oggi è molto difficile andare a Gerusalemme; per gli uomini sotto i 40 anni è impossibile». La figlia Nasrin lavora proprio nella città santa e ogni giorno deve trovare il modo per andarci e tornare. Clara e Nabil hanno anche tre figli maschi, tutti emigrati negli Stati Uniti. «Un medico e due ingegneri – dice la madre con fierezza, mostrando una vecchia foto in cui la famiglia era riunita –; qui non avrebbero una vita decente. Se non ci fosse la guerra toerebbero; però oggi non potrebbero neanche raggiungere la città vicina».
È quello che succede a molti giovani arabi (ma anche israeliani), soprattutto cristiani, i quali, vista la mancanza di prospettive, cercano di emigrare. Negli Stati Uniti e in Australia ci sono già città popolate da arabi della Terra Santa.
In Cisgiordania vivono anche tanti rifugiati del 1948, quando nacque lo stato israeliano. Clara è una di loro. Nell’aprile di quell’anno la sua famiglia fu cacciata dalla propria casa di Lod (Tel Aviv): «I soldati israeliani arrivarono e ci mandarono via dicendo che dovevano allontanarci per due settimane. In realtà non siamo mai potuti tornare. Camminammo tre giorni e tre notti senza mangiare, solo con i vestiti che indossavamo. Tutto era rimasto a Lod, documenti compresi. Arrivammo a Betlemme, dove ci siamo stabiliti».
È una storia simile a quella degli abitanti dei 531 villaggi arabi distrutti nella Palestina, nel 1948 protettorato britannico, nell’avanzata israeliana che causò quattro milioni di rifugiati. «Alcuni conservano ancora le chiavi di casa. È come dire che il ricordo non è morto».
I pellegrini non arrivano più
Betlemme è una cittadina di circa 35 mila abitanti ed è stata tirata a lucido per i pellegrinaggi dell’anno giubilare. Nel centro cittadino, rimodeato, le case sono costruite con blocchi di pietra color crema, di cui abbondano le cave nella zona. Anche gli scaloni e i passaggi pedonali sono lastricati con lo stesso materiale, che conferisce un alone di antico. Qua e là, sui muri, alcuni cartelli mostrano la bandiera dello stato che ha finanziato la ristrutturazione di un palazzo o di una via: Belgio, Italia, Germania, Giappone. Ma i turisti e pellegrini che percorrono via della Stella o via Vergine Maria oggi sono davvero pochi.
Arrivati in piazza della Mangiatornia, davanti alla chiesa della Natività, un cordiale poliziotto palestinese in divisa nera ci chiede la nazionalità, con qualche domanda sul check point, cercando di capire se abbiamo avuto problemi a passare. Annota tutto su un foglio.
La visione idilliaca del centro storico si infrange quando entriamo nella più importante via commerciale della città. Qui lo scheletro di un palazzo moderno, senza vetri, si staglia verso il cielo. «È stato bombardato – spiega chi ci accompagna – come anche il villaggio di Beit Jala, qui vicino, dove fino a due sere fa continuavano a piovere bombe». Ci ricordiamo delle parole di una suora, incontrata a Ramallah: «Sono palestinese e vivo a Beit Jala. La stanno distruggendo a cannonate. L’altra notte sono cadute 25 bombe. Un giovane è morto dilaniato: io non riuscivo a guardargli il volto».
Facciamo un giro. Attraversata la via in fondo a una discesa, passiamo da una parte all’altra della città senza accorgercene. Risaliamo una collina su cui è costruito un quartiere per giungere all’altro versante. «La gente che abitava su questo lato si è trasferita presso famiglie di parenti o amici in altri quartieri». Andiamo a vedere le case: alcune sono signorili di 2 o 3 piani; una ha un’intera parete distrutta dalle bombe e il tetto sfondato; un’altra mostra i muri di blocchi bianchi con enormi buchi ovali (causati dagli obici) e molti segni di mitragliate.
Di fronte, in cima ad un’altra collina, troneggia la nuova colonia israeliana di Ghilo e la sua postazione militare. Le case dei due agglomerati quasi si fronteggiano.
Insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gaza: le colonie sono centri autosufficienti, collegati da autostrade riservate ai coloni e protette dai militari dell’Idf; sono state aperte per controllare i territori conquistati da Israele nel 1967, ma non ufficialmente annessi. Gli insediamenti vantano i servizi di un’alta qualità di vita, facilitazioni economiche per chi ci va a vivere e, grazie alla rete stradale, sono a mezz’ora di macchina dalle città israeliane della costa, quindi dagli uffici. Sono 200 mila i coloni israeliani in Cisgiordania, Gaza e Golan (Siria).
Le case sono bianche con tetti di tegole rosse, circondate da giardini. Ne vediamo alcune in costruzione molto vicino a Betlemme. In vetta alle colline (sempre in posizione dominante), assumono pure un effetto psicologico. Sono una presenza inquietante: ben visibili, ma inavvicinabili. Due mondi che si guardano in faccia, ma non si parlano.
Ci dicono che Beit Jala sia stata bombardata come rappresaglia, perché Ghilo è stata a sua volta colpita dal fuoco di musulmani infiltrati. Però la colonia, come spesso accade, è stata costruita su terra confiscata agli abitanti di Beit Jala.
Perché l’Intifada?
Sul perché della nuova Intifada ascoltiamo diverse analisi.
C’è chi sostiene che si tratta di una reazione alla provocazione di Sharon. Il leader della destra voleva prendere il posto di Barak (allora primo ministro laburista), che stava concedendo troppo ai palestinesi, e bloccare il processo di pace. In questo modo ci sarebbe riuscito… Altri dicono che l’Intifada era nell’aria. «I palestinesi erano già organizzati per reagire in quel modo».
Fonti israeliane imputano la questione alla fine strategia di Arafat, leader dell’Anp. La nuova guerra sarebbe una sua mossa per riacquistare la popolarità persa a causa del fallimento del vertice di Camp David (luglio 2000), ma anche del malgoverno dei suoi uomini.
La proposta di Camp David non era favorevole ai palestinesi. All’Anp veniva offerto il 50% della Cisgiordania suddiviso in zone separate; il 10% sarebbe rimasto agli israeliani, mentre il 40% non entrava nella discussione (restando all’Idf). L’ultima porzione (che comprende la valle del Giordano) permette di continuare l’accerchiamento delle «isole» palestinesi. Le colonie ebraiche non erano in discussione, come neppure la restituzione di Gerusalemme est.

L asciamo Betlemme a piedi lungo la strada principale. «È successo qualcosa alla tomba di Rachele» ci viene detto. Al check point i militari israeliani appaiono più nervosi. Dall’altra parte, le camionette della polizia seguono una manifestazione. I poliziotti in tenuta antisommossa tengono a bada una quarantina di pacifici manifestanti, che mostrano cartelli scritti in arabo, ebraico e inglese: «Rivogliamo i confini del 1967»; «No alla chiusura delle frontiere». Sembrano stranieri; hanno anche il cartellino con il nome che, di norma, portano i pellegrini. Una signora di mezza età dice di essere americana e di appartenere ad un’associazione di donne per la pace. Intanto un poliziotto filma i manifestanti.
Forse così gli efficienti servizi di sicurezza all’aeroporto potranno dimostrare che sono stati nei Territori occupati e perquisire minuziosamente i loro bagagli.

Marco Bello




Consegnata al clero locale

Asella: missione compiuta

Il 22 dicembre del 2004 è stata consegnata al clero locale la missione di Asella, fondata 25 anni fa da padre Silvio Sordella. Vi ho lavorato anch’io, dal 1991 al 2003: sono stati gli anni più belli della mia vita.
Nata con una «casa-famiglia» per orfani e disabili, la missione di Asella è diventata presto famosa anche per la sua squadra di calcio Nyala, vincitrice di diversi campionati regionali; in essa è maturato Tesfay Tadesse, diventato giocatore della nazionale etiopica.
In questi 25 anni centinaia di giovani sono stati aiutati a uscire dalla condizione di precarietà. Molti di essi, dopo un lungo cammino di educazione fisica, intellettuale, civile e religiosa, sono riusciti a farsi largo nella società etiopica e nel mondo. Due ex-allievi sono stati campioni di maratona: Kasa Tadesse in Inghilterra e Molla Demmeke in Belgio. Demmeke Syum e Sintayo Mulugeta sono veterinari. Markos Raggasa si è laureato in economia ed è emigrato negli Stati Uniti; Barisso Dekama e Shemelles Alemu hanno trovato lavoro in Canada, Haylu e Bereket Resson in Europa. Mulugheta Woldegabriel è proprietario e direttore di una fabbrica di mobili in Addis Abeba. Fayissa Kusa è autista nell’ambasciata spagnola e suo fratello Yohannes dirige il laboratorio ortopedico dell’ospedale di Asella. Getachew Abera è capo meccanico della Compagnia Vaero, mentre Yohannes Gizachew e Birru Shibiru hanno aperto un’officina in proprio. Salomon Fikade è insegnante di musica e Tezera Dejene artista e insegnante di pittura nella capitale. Musa Husen sta finendo il conservatorio di musica e suo fratello scolpisce le tradizionali icone in legno.
La lista potrebbe continuare. Molti giovani sono insegnanti nelle scuole statali e cattoliche; altri stanno finendo gli studi universitari, i più hanno trovato lavoro in imprese locali o hanno avviato attività in proprio.

Il mio compito ad Asella è stato quello di continuare la formazione integrale degli orfani e disabili, attraverso la scuola di base per i più piccoli e quella di arti e mestieri per i più grandi, come falegnameria, muratura, meccanica, agricoltura. Al tempo stesso ho potuto portare qualcosa di nuovo e molto personale: scuola di musica, pittura, taglio e cucito. Tutte attività che hanno permesso, soprattutto ai disabili, di sviluppare la loro creatività. Assistiti professionalmente e individualmente, si sono perfezionati nell’arte etiopica, producendo quadri, icone, sculture, indumenti sacri e profani molto richiesti nel paese e all’estero. In questo modo anch’essi possono sperare in un futuro autonomo e migliore.
La presenza di fratel Mark Waweru ha portato un’altra divertente novità: il circo, con relativi giochi acrobatici, accompagnati da musica e danza. Il circo è diventato così popolare, da essere chiamato a esibirsi negli stadi, davanti alle autorità, in occasioni di particolari eventi e feste.
Oltre a divertire, il circo aiuta gli orfani e disabili a scoprire le proprie abilità latenti, vincere l’insicurezza e riacquistare alla stima di se stessi.
La collaborazione di fratel Mark mi ha permesso di avviare e cornordinare vari progetti e iniziative a favore della comunità cristiana. Il più importante realizzato è la costruzione del nuovo centro parrocchiale con chiesa, casa canonica, casa per le suore, dispensario, asilo e scuole elementari. Strutture che hanno portato la missione di Asella a maturità, pronta per essere consegnata al clero locale e continuare il suo cammino con le proprie gambe.

Renato Saudelli

Renato Saudelli




Col bastone a piedi scalzi

Gigantesca figura di uomo e missionario, ha sfidato il mito dell’impenetrabilità dell’Africa, avviando l’evangelizzazione delle regioni più intee e inaccessibili dell’Etiopia. I 35 anni della sua epica impresa, troncata bruscamente dall’esilio e dalla persecuzione delle comunità da lui formate, è stata continuata dai missionari della Consolata, che ancora oggi scoprono famiglie discendenti dall’attività dello Abuna Messias. Da una di esse proviene l’Abuna Brahane Jesus, attuale arcivescovo di Addis Abeba.

Un lembo di terra dell’astigiano, ai confini con la provincia di Torino, è diventato famoso in tutto il mondo per la straordinaria fioritura di santi che vi ebbero i natali nel giro di mezzo secolo. A Piovà d’Asti (oggi Piovà Massaia) nel 1809 nasceva Lorenzo Massaia, poi diventato fra’ Guglielmo da Piovà, infine conosciuto come Abuna Messias in Etiopia e cardinal Massaia in Europa.
A 7 km di distanza, a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) nascevano san Giuseppe Cafasso (1811), san Giovanni Bosco (1815), il beato Giuseppe Allamano (1851) e personalità eccellenti, come il card. Giovanni Battista Cagliero, mons. Giovanni Battista Bertagna, mons. Matteo Filippello, mons. Francesco Cagliero.
Trasferitisi dalla provincia alla capitale, Torino, si sono trovati uniti quasi fisicamente attorno a un altro lembo di terra, il santuario della Consolata. Uomini dall’orecchio sensibilissimo, essi si sono sentiti ripetere dalla Madre di Dio: «Fate quello che egli vi dirà». E si sono ritrovati catapultati nelle più svariate e complesse attività sociali in patria e in tutto il mondo.
L’amore per la Madonna Consolata ha unito due di essi, il Massaia e l’Allamano, in un profondo legame ideale e spirituale, tradotto nell’evangelizzazione dell’Etiopia.

PREPARAZIONE PER L’ETIOPIA

Ordinato sacerdote a Vercelli nell’anno1832, ultimata la sua formazione scolastica e religiosa nel convento di Moncalieri-Testona, fra’ Guglielmo da Piovà ricoprì per due anni (1834-1836) l’ufficio di cappellano dell’ospedale Mauriziano di Torino. Quindi, per 10 anni insegnò filosofia e teologia nel convento di Moncalieri e poi in quello del Monte dei Cappuccini (1836-1846).
Fu un periodo di profonde esperienze, che tornarono utili nella sua missione in Etiopia. Strinse amicizie con altri santi piemontesi e importanti personalità del tempo. Prima di tutto con Giuseppe Benedetto Cottolengo, di cui fu saltuariamente consigliere e confessore. Un’amicizia mai dimenticata; nelle sue memorie parlando di «certi tipi apostolici d’Europa», ricorda con ammirazione: «Il Cottolengo in Torino da me conosciuto».
La funzione di cappellano estivo di casa Savoia gli permise di conoscere la regina Maria Teresa, suo marito Carlo Alberto, i principi Vittorio Emanuele ii, futuro re d’Italia, e Ferdinando duca di Genova. Fu direttore spirituale di Silvio Pellico, reduce dallo Spilberg; segretario e bibliotecario della marchesa Giulia Colbert di Barolo. Nello stesso periodo incontrò Gaspare Boccardo, padre del beato Giovanni Maria e del canonico Luigi Boccardo.
Le conoscenze di medicina acquistate al Mauriziano gli permetteranno di preparare lui stesso il vaccino del vaiolo e di salvare molta gente. I contatti, poi, con la casa reale di Savoia risulteranno utili quando il re Menelik ii gli richiederà il servizio di segretario e intermediario con il re d’Italia.
Il 26 aprile 1846 Gregorio xvi istituì il Vicariato apostolico degli Oromo in Alta Etiopia, sancito con un breve del 4 maggio seguente; sei giorni dopo, con altri due brevi, affida il vicariato al Massaia, che, il 24 dello stesso mese, fu consacrato vescovo a Roma in San Carlo al Corso.
Lasciò l’Italia il 4 giugno 1846, intraprendendo un’avventura missionaria segnata da croci e sofferenze inaudite: 8 traversate del Mediterraneo, 12 del Mar Rosso, 4 pellegrinaggi in Terra Santa; 4 assalti all’impenetrabile fortezza abissina dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano e dal Sudan; 4 esili, altrettante prigionie e 18 rischi di morte costituirono il bilancio della sua leggendaria missione, che lo annovera fra i più grandi apostoli della chiesa.
Sbarcato a Massaua dopo quattro mesi di viaggio, il Massaia fu costretto a una sosta forzata nella prefettura dell’Abissinia, che comprendeva l’attuale Eritrea e il Nord Tigray. La strada verso l’interno era sbarrata dalle guerre tra il principe del Tigray, Ubié e il ras Aly, principe dell’Asmara. In una coice di fuoco e sangue, la notte del 7 gennaio 1849, a Massaua, il Massaia consacrò segretamente Giustino De Jacobis vescovo e vicario apostolico dell’Abissinia.
Poi fu incalzato dalla persecuzione del vescovo ortodosso Abuna Salama ii, che con sprezzo lo battezzò profeticamente «Abuna Messias». Con il pretesto che in Abissinia doveva esserci solo un vescovo cristiano, Salama scomunicò il Massaia e convinse Ubié a cacciarlo dall’Abissinia. Dopo lungo vagare per i litorali del Mar Rosso e del Golfo Arabico in cerca di un passaggio per entrare nella sua missione, il Massaia decise di affrontare di petto la situazione, presentandosi personalmente al principe Ubié. Lo racconta lui stesso in una lettera scritta da Gondar il 25 luglio 1849 e indirizzata a don Luigi Sturla, missionario apostolico a Aden.

TRAVESTITO DA MERCANTE

L’impresa poteva compromettere non solo la vita fisica del missionario, ma l’esistenza del vicariato dell’Abissinia. De Jacobis cercò di sconsigliarlo in tutti i modi, come racconta lo stesso Massaia: «Sono partito da Massaua alla volta di Gondar non senza forti ostacoli da parte di tutti gli amici, i quali fecero ogni sforzo per trattenermi, presentandomi i pericoli della persecuzione non ancora finita. Monsignor De Jacobis credeva sicura la morte mia; e volendo far da profeta, disse che sarei andato al martirio».
Ma il Massaia aveva fatto i suoi calcoli: il «martirio», scriveva, è «cosa per altro impossibile, stante certe circostanze, ch’io solo coram Deo posso conoscere». Per evitare rischi alla missione di De Jacobis, prese tutte le precauzioni necessarie, partendo senza salutare nessuno e viaggiando sotto false spoglie. «Tagliatami la barba e deposto ogni distintivo di persona ecclesiastica, partii a piedi, colla sola compagnia di due servi fidi e di un prete indigeno, a cui potessi confessarmi in ogni occorrenza».
Il rischio del viaggio era motivato dal fatto che il Massaia era stato esiliato da quei territori dal principe Ubié 18 mesi prima. D’altra parte sarebbe stato impossibile attraversare il suo territorio, che richiedeva 20 giorni di cammino, senza essere notato. Era indispensabile il suo permesso. Da qui la decisione di affrontare direttamente e di petto l’ostacolo. «Però io m’appigliai a un partito al tutto straordinario e fu presentarmi improvviso al re stesso in qualità di semplice viaggiatore e chiedergli la sua assistenza nel viaggio».
L’accoglienza fu fredda, come racconta il missionario: «Penetrai dunque in abito di meschino europeo, accompagnato dai miei servitori, nel territorio di Ubié; e vi fui accolto come usano colle persone ordinarie… Il cuore mi batteva più che mai, non per paura dei mali che potessi incontrare io, ma di tutti quelli che potevano cogliere alla nostra santa causa, di cui io era come in signum contradictionis».
Per avere un appuntamento con Ubié prese contatto con un suo parente. Fu sottoposto a mille domande; preso dallo scrupolo di non mentire, «cercai di tacere una parte del vero che più mi premeva». Per mettere «fine alla catena di tante interrogazioni molto pericolose per me» si appellò direttamente all’autorità superiore. «Se in me era qualche cosa di misterioso, l’avrei a voce o per iscritto svelato al solo Ubié».
Il travestimento da mercante si rivelò inefficace. Ma sapeva che Ubié non era contrario alla sua presenza e alla sua missione; ma a corte c’erano «molti nostri giurati nemici – continua nella sua lettera – Ubié disse all’uomo che più frequentavami e che gli aveva recata la mia ultima risposta: “Bada di non fiatare… Il meschino viaggiatore, che chiede udienza, è il celebre abuna Massaia, ch’io credeva già ritornato a Roma… Prima che vengano alla corte i grandi impiegati (era di mattino, poco dopo la levata del sole; ed io era giunto al campo la sera prima), corri a chiamarlo all’udienza”».
Il ritorno del messaggero, che non era riuscito a scoprire la vera identità del forestiero, lo rinfrancò alquanto, senza eliminare totalmente la tensione: «Dopo che ebbi preso da un servo il picciol regalo destinato al principe, c’incamminammo alla tenda reale; benché sapessi ogni cosa avere, per misericordia di Dio, cambiato aspetto, pure le mie gambe non volevano reggermi».
L’udienza fu cordiale e positiva. «Preso pertanto commiato, e tornato a casa, gli feci spiegare la mia assoluta volontà di partire; e dopo molte ambasciate, in una delle quali Ubié mi fece dire che aveva dato ordine per un’altra casa e un altro genere di trattamento per me, mi lasciò finalmente in libertà, pregandomi di compartire a lui e al suo regno la mia benedizione e assicurandomi che avrebbe prese tutte le precauzioni per fare sì che il mio viaggio fosse felice. Colla benedizione gli mandai i miei dovuti ringraziamenti».
«Mi fu data per scorta del viaggio una persona della casa di Ubié, a cui vennero fatte le più vive e gelose raccomandazioni e dati ordini più pressanti. L’amico volle accompagnarmi un’ora di strada; nel qual tempo mi disse molte cose intese da Ubié a riguardo mio e di monsignor De Jacobis, a cui portava un affezione incredibile».
In questa situazione difficile il Massaia annota: «Oh quanto differente dalla mia entrata nel campo del principe fu la uscita! Era il 20 giugno, giorno dedicato alla Vergine santissima della Consolata di Torino e giorno in cui ella volle porgermi l’ineffabile contentezza di fare il tanto sospirato viaggio alla mia missione e raggiungere i miei amati compagni».
La fede in Dio e la protezione della Vergine Consolata diedero al Massaia coraggio di sfidare l’impossibile. E conclude: «Ecco, caro amico, come terminò il mio esilio dall’Abissinia. Avrebbe durato ancora chi sa quanto, se non avessi preso ardimento di fare il passo, che feci oltre ogni previdenza. L’opera di Dio, eminentemente sublime, cammina per vie a prima vista impraticabili, ma piane, perché opera di Dio, il quale suole, nel tempo stesso, agir forte e disporre soavemente delle cose di quaggiù».

LA GRANDE EPOPEA

Dal Tigray passò nello Scioa, al di là del quale si estendeva il paese degli oromo. Ma un manipolo di sgherri lo catturò e, tra umiliazioni di ogni genere, lo portò davanti al ras Aly, che costrinse il missionario a recarsi in Francia per chiedere la protezione dei francesi per il suo regno contro la minaccia di aggressione da parte dell’Egitto.
Il 3 giugno 1850 il Massaia salpò da Aden per l’Europa. Compiuta la missione diplomatica, il 4 aprile dell’anno seguente era di nuovo in viaggio. Questa volta tentò di entrare nel suo vicariato risalendo il Nilo, in veste di mercante, bastone in mano, piedi scalzi e passaporto intestato a Giorgio Bartorelli.
Alla fine di avventure drammatiche e rocambolesche riuscì a guadare il Nilo azzurro e mettere piede nella terra degli oromo: era il 21 novembre del 1852, giorno della presentazione della Vergine Maria. Dimesse le vesti da mercante, indossò quella di monaco etiopico: finalmente tutti seppero che il dottor Bartorelli era l’Abuna Messias ricercato da 6 anni in tutta l’Etiopia.
Per 27 anni il Massaia lavorò indefessamente tra gli oromo (1852-63) e nello Scioa (1867-1879), salvo un breve periodo di esilio in Europa (1864-1866). Ad attività esclusivamente di avanguardia (formazione della gioventù e dei catechisti, costituzione del clero indigeno, compilazioni di catechismi in oromo e amarico), egli seppe unire iniziative altamente umanitarie, come: profilassi contro malattie endemiche, vaccinazioni contro il vaiolo, creazione della prima grammatica della lingua oromo, allora solo parlata, trascritta con caratteri latini, compilazione di manuali scolastici, creazione di centri assistenziali per le vittime di guerre e carestie, incremento e sviluppo dell’agricoltura, sostegno a varie spedizioni scientifiche; senza trascurare iniziative diplomatiche, tanto da essere nominato dal governo italiano «ministro plenipotenziario» nel trattato d’amicizia e commercio tra l’Italia e lo Scioa (1° marzo 1879).
Abuna Messias era diventato troppo famoso, tanto da scatenare l’invidia del clero copto, che forzarono l’imperatore Yohannes iv a esiliare definitivamente il missionario (3 ottobre 1879).
Tornato in Italia, con il suo inseparabile bastone, testimone delle sue epiche imprese, Leone xiii lo nominò cardinale (1884) e gli impose di scrivere le sue memorie. Fu la sua ultima fatica: morì il 6 agosto 1889, mentre stava completando I miei 35 anni di missione nell’Alta Etiopia.

PASSAGGIO DEL TESTIMONE

Era ancora un ragazzo quando Giuseppe Allamano vide per la prima volta il Massaia, in visita all’Oratorio di don Bosco. Più tardi, quel vago ricordo si tradusse in ammirazione, diventata uno dei motivi che ispirarono l’Allamano a fondare i missionari della Consolata.
Nel dicembre 1887, a Roma, egli ebbe un lungo colloquio con il grande missionario. Quattro anni dopo in una lettera a Propaganda Fide, chiese per i suoi futuri missionari il territorio dell’Etiopia meridionale. Nei primi documenti il nome del Massaia non appare mai. Solo più tardi, a fondazione avvenuta, quando si tratta di stabilire i confini della costituenda Prefettura apostolica del Kaffa, da affidare ai missionari della Consolata, l’Allamano riafferma la volontà delle origini. «L’istituto della Consolata per le missioni estere – scrive in una lettera a Propaganda Fide nel 1912 – nell’intenzione del sottoscritto e dei più insigni benefattori, si propose, fin dal suo nascere, di ripigliare l’opera di evangelizzazione del compianto card. Massaia nel Kaffa, tra quelle stesse popolazioni oromo, ove fu più fruttuoso il suo mirabile apostolato».
Il sogno dell’Allamano, a causa degli intrighi politici di quella regione e inteazionali, cominciarono a realizzarsi solo nel 1916, quando padre Gaudenzio Barlassina, anche lui spacciandosi per mercante, riuscì a entrare in Etiopia.
Nel gennaio del 1919, a 40 anni dall’espulsione del Massaia, lo stesso Barlassina, in un viaggio nel territorio del Kaffa, ebbe la fortuna di incontrare presso Geren ultimo sacerdote indigeno ordinato dal Massaia, Abba Mattheos. «La sua abitazione era al centro di un gruppo di capanne abitate da famiglie cristiane – racconta padre Barlassina -. Aveva 87 anni. Da due anni, per la completa cecità non poteva celebrare la messa se non a pasqua, per comunicare i cristiani del suo villaggio… In due ore di conversazione con il vecchio sacerdote potei apprendere altre notizie sulla persecuzione mosse contro i sacerdoti e i fedeli dopo l’espulsione del Massaia, e sulla loro eroica resistenza: notizie che in seguito facilitarono la ricerca delle pecorelle abbandonate e disperse. Nel cuore della notte gli portai in segreto il viatico: fu l’ultima comunione del santo martire».
Per 24 anni i missionari della Consolata evangelizzarono la terra dissodata dal Massaia, fondando una quarantina di missioni, fino a quando, nel 1943, furono espulsi dall’Etiopia, occupata dagli inglesi.

ABUNA MESSIAS VIVE

I missionari della Consolata sono ritornati in Etiopia nel 1971. Anche se il territorio loro assegnato non è più quello in cui avevano continuato il lavoro del Massaia, il legame con il grande missionario è ancora forte. Nella missione di Minne e Waragu per esempio, dove ho lavorato fin dal 1985, ci sono varie famiglie discendenti dalle comunità formate dal Massaia.
Alcuni cristiani mi hanno raccontato le loro storie. «I nostri anziani – afferma Tadesse – raccontavano che i loro genitori erano originari di Ankober, una missione nello Scioa fondata da Abuna Messias. Ma quando questi fu espulso dall’imperatore Yohannes, il clero ortodosso cominciò a perseguitare i preti cattolici».
«Nella missione di Finfinni, dove poi Menelik fondò Addis Abeba – incalza Ghirma -, un prete rimase nascosto per qualche tempo, ma quando fu scoperto dovette fuggire. Lo stesso fecero altri preti. Fu allora che i nostri padri decisero di lasciare le loro proprietà e seguire i missionari. Alcuni raggiunsero Gibuti, altri si rifugiarono tra le montagne dell’Arsi. Le nostre famiglie seguirono padre Ambrosios e si stabilirono qui a Waragu».
Nelle loro memorie si intrecciano nomi di missioni distrutte e di luoghi di rifugio: Lume, Tedde Maryam, San Giorgio, Daka Bora, Lafto, Garafanissa, Alila… Grazie a tali racconti è stato possibile iniziare la ricerca dei cristiani rimasti per un secolo nelle «catacombe».
È il caso di Daka Bora, nella parrocchia di Modjo. Dopo attente ricerche si è riusciti a incontrare le poche famiglie cattoliche sopravvissute alla persecuzione e a localizzare il luogo dove sorgeva la missione di San Giorgio. L’arcivescovo di Addis Abeba, Abuna Brahane Jesus, si affrettò a comperare quel terreno e lo affidò ai missionari della Consolata, che hanno incominciato a costruirvi una piccola scuola e una cappella.
Lo stesso arcivescovo è la testimonianza più significativa che l’opera del Massaia è ancora viva: egli è originario di Lafto, discendente da una di quelle famiglie cristiane perseguitate nello Scioa e rifugiatesi a suo tempo nella regione di Waragu. •

Edoardo Rasera

Edoardo Rasera




Chidane Meherèt

Racconta una leggenda che la sacra famiglia di Gesù, di ritorno dall’Egitto, accompagnata da Salomè e dagli angeli Michele e Gabriele, passò per Debra Sina (Eritrea) e si fermò per tre anni in varie località dell’Etiopia, tra cui il monte Bizen, Aksum e l’isola di Tsanà. Per ricompensare gli abitanti dell’ospitalità offerta, Gesù donò l’Etiopia a sua Madre come feudo, Resta Mariam, in perpetuo retaggio. Maria divenne così padrona, feudataria e regina del paese. A loro volta, gli abissini divennero servi di Maria e la chiamarono Imebietaccìn: nostra padrona di casa. L’Abissinia è il paese della Madre di Dio; gli abissini, suoi servi, popolo eletto fra gli eletti.
Un’altra leggenda racconta che Maria, recatasi un giorno sul Calvario, dove era solita recarsi dopo la morte di Gesù, supplicò il Figlio di salvare ognuno che le avesse chiesto la sua intercessione. E Gesù esaudì il desiderio della Madre.
Per questo gli abissini chiamarono Maria con l’appellativo Chidane Meherèt (patto di misericordia). Patto che, nella loro fede, è come un terzo testamento per la salvezza del genere umano.
La devozione degli abissini verso Maria è espressa con una infinità di immagini e attributi: Madre misericordiosa, vergine pura nel corpo e nello spirito, colei che apre la via al paradiso, maestra di fede, speranza e carità, la più santa tra i santi, al di sotto di Dio, ma al di sopra degli angeli; Madre del Verbo incarnato, porta della Trinità, Madre dell’Emmanuele, della Vita, della Luce, del vero Sole; la casa dello Spirito Santo, colomba di Salomone, tempio santo di Gerusalemme, nuova Sion, arca dell’alleanza, nuova dimora di Dio.
A lei è dedicata la prima chiesa etiopica, la cattedrale di Mariam Tsion ad Aksum; molte delle 25 mila chiese in Etiopia portano il nome di Maria. Nomi di luoghi e persone spesso ricordano la Madonna: Haile Mariam (forza di Maria), Ghebre Mariam (servo di Maria), Uolde Mariam (figlio di Maria) e tanti altri ancora.
Come discendente di Davide, Maria è ritenuta imparentata con Menelik, figlio di Salomone e della regina di Saba. Maria, la più splendente delle creature dell’universo, è sorella di sangue degli abissini.

Nel xv sec. il santo imperatore Zera Iacòb prescrisse, sotto pena di scomunica, la lettura del libro etiopico dei Miracoli di Maria (libro scritto nella prima metà del xiv secolo) tutte le domeniche e nelle feste mariane.
Nella liturgia etiopica, oltre alla domenica, Maria è celebrata con inni, lodi e cantici in 33 feste mariane durante l’anno e quattro volte al mese: il 1° del mese si celebra la natività, il giorno 3 la presentazione al tempio, il 16 il patto di misericordia, il 21 «Maria arca dell’alleanza».
La più solenne festa mariana è quella di Hiddàr Tsion, il 21 del mese di hiddàr (28 novembre), in cui sono ricordati tre eventi: in tale giorno Menelik portò l’arca dell’alleanza ad Aksum; gli imperatori Abrehà e Atsbehà fondarono la prima chiesa ad Aksum e decretarono il cristianesimo la religione ufficiale dell’Etiopia; l’arca ritoò dal lago Zuai, dove era stata nascosta per sfuggire alle distruzioni di Gudit nel x secolo. In questa festa Maria è identificata con l’arca.

In tutte le feste mariane, oltre al vangelo, viene letto il libro etiopico dei Miracoli di Maria. Tale lettura viene fatta con la stessa solennità riservata a quella del vangelo: canto dell’alleluia prima della lettura, triplice processione attorno alla chiesa col libro, venerazione con incenso e prostrazioni.
Ci sono poi le preghiere per tutti i giorni della settimana e per ogni giorno dell’anno, un carme per ognuna delle 193 lettere dell’alfabeto etiopico, e innumerevoli scritti e cantici. Significative sono pure le bellissime Armonie mariane, preghiere per i giorni della settimana. Nella pratica devozionale è molto diffuso, sia tra il clero che tra i fedeli, l’uso di leggere quotidianamente i Miracoli di Maria.
Come esempio di purezza del corpo e dello spirito, Maria è venerata in particolar modo dai monaci, che usano il libro dei Miracoli tutti i giorni. Il suo nome è sempre scritto in rosso nei testi sacri.

Alberto Vascon

Alberto Vascon




Pace incerta e fame alle porte

Etiopia – Eritrea: continua la tensione

Due anni di guerra tra Eritrea ed Etiopia (1998-2000), per una incomprensibile questione di confine, ha provocato la morte di oltre 80 mila soldati, centinaia di migliaia di espulsioni e conseguenze economiche che hanno aggravato la povertà delle popolazioni dei due paesi.
Dopo il trattato di Algeri (maggio 2000) le armi tacciono, separate da una forza di intermediazione Onu di 4.200 caschi blu, e la soluzione della contesa è stata affidata al Tribunale arbitrale dell’Aia, che nel 2003 ha tracciato i nuovi confini tra i due paesi in maniera «definitiva e irrevocabile: Balme, la località simbolo, è stata assegnata all’Eritrea; i confini devono essere resi certi e verificabili con pilastri in cemento.
Ma l’Etiopia continua a non riconoscere tale decisione, ritenuta troppo sbilanciata a favore di Asmara, e finora si è opposta all’erezione di pietre militari. L’Eritrea si rifiuta di rimettere nuovamente in discussione la decisione e ha deciso di colpire con una serie di restrizioni la missione Onu, incaricata di presidiare la zona cuscinetto che divide i due paesi.
Mentre il capo missione Onu in Etiopia ed Eritrea (Unmee) e i paesi garanti del trattato di Algeri continuano a lanciare appelli ai governi di Asmara e Addis Abeba, affinché accettino senza riserve la demarcazione, la tensione tra i due paesi continua a crescere: lo stato di allerta permanente e i movimenti di truppe da ambo le parti degli ultimi mesi rischiano di sfociare nella ripresa delle ostilità.
La situazione di tensione e ambiguità, intanto, viene usata dai leaders dei due paesi per giustificare i loro comportamenti autoritari. In Eritrea, il presidente Afwerki imprigiona semplici cittadini e giornalisti che osano criticare il suo potere e l’arruolamento forzato di giovanissimi per prestare servizio militare nell’esercito, composto da 300 mila soldati. In Etiopia, il primo ministro Zenawi continua a governare con la repressione.
Nelle elezioni del maggio 2005 gruppi di opposizione hanno ottenuto un successo sorprendente, mettendo a repentaglio l’egemonia del partito di Zenawi. Alle manifestazioni di protesta per presunti brogli elettorali il governo ha risposto con violenza, lasciando sul terreno 36 morti, arrestando migliaia di oppositori, chiudendo giornali indipendenti, imprigionando editori e giornalisti, deportando esponenti delle associazioni per i diritti umani.
Da quando l’Onu ha mandato il contingente di pace a dividere i contendenti, la comunità internazionale sembra si sia dimenticata del problema dei confini con l’Etiopia. In cinque anni nessuna autorità si è occupata di fare pressione su Addis Abeba perché dia piena esecuzione agli accordi di Algeri. Eppure, a detta di vari osservatori politici, una soluzione ci sarebbe, poiché la questione dei confini è solo strumentale: l’Etiopia vuole uno sbocco sul Mar Rosso. Tale aspirazione può essere concretizzata in maniera incruenta mediante la garanzia internazionale, l’unica capace di riportare i due paesi in un clima di pace e collaborazione.

Intanto sull’Etiopia (e su tutto il Coo d’Africa) si abbatte un’altra piaga ciclica: siccità, carestia e fame. Nelle regioni meridionali del paese, ai confini con il Kenya, fiumi e pozzi sono quasi secchi e i pascoli stanno sparendo: si vedono carcasse di animali sul bordo delle strade.
Già in situazioni di «normalità» nella Somali Region l’acqua costituisce un problema cronico. Ora si è aggravato enormemente, perché la stagione delle piogge tra ottobre e novembre è stata particolarmente scarsa. A soffrie maggiormente sono i bambini, che vengono portati ai centri sanitari in stato di estrema debolezza a causa della malnutrizione e disidratazione.
Il governo di Addis Abeba ha ordinato di fare dei sopralluoghi per verificare il livello di gravità della situazione ed eventualmente dichiarare lo «stato di emergenza»; in questo caso dovrebbero arrivare aiuti dal governo centrale. Ma non è chiaro quando saranno prese tali misure di soccorso e in che cosa consisteranno. Tali aiuti dipendono, soprattutto, dalla solidarietà internazionale, che non sempre arriva con quella tempestività e generosità richieste dalla gravità della situazione. B. B.

Benedetto Bellesi




«Isola cristiana in un oceano di pagani»

Per 17 secoli il cristianesimo ha forgiato la storia dell’Etiopia, facendone l’unica nazione cristiana del continente africano. Esso è penetrato così profondamente nelle istituzioni familiari, sociali e politiche del paese, che i cristiani etiopi hanno resistito a pressioni e persecuzioni estee ed intee, fino a quella scatenata per 17 anni (1974-1991) dalla dittatura marxista.

L’inizio del cristianesimo in Etiopia risale alla prima metà del secolo iv, quando, come racconta lo scrittore Rufino di Aquileia (345-411) nella sua Historia ecclesiastica, fu convertito il regno di Aksum. La testimonianza fu raccolta dalla bocca di Edesio, uno dei protagonisti di tale conversione.
La storia di Rufino fu ripresa e talvolta raccontata con diverse varianti, alcune delle quali hanno stravolto in modo significativo il racconto. Ma ascoltiamo l’originale.
«Un certo Meropio di Tiro, filosofo, si recò in India per un viaggio d’istruzione, accompagnato da due suoi giovani parenti, Edesio e Frumenzio, che lui stesso istruiva nelle arti liberali. Sulla via del ritorno, la nave si fermò per foirsi di acqua sulla costa africana del Mar Rosso, dove fu attaccata dalla gente del luogo in lotta contro l’impero dei romani. Tutto l’equipaggio e i passeggeri furono uccisi: si salvarono solo i due giovani, che furono catturati e offerti in dono al re degli etiopi.
Impressionato dalla loro intelligenza, il re nominò Frumenzio suo segretario e tesoriere, Edesio suo coppiere. Al momento della sua morte, il re liberò i due giovani. Ma la regina, alla quale incombeva la reggenza in attesa della maggiore età del piccolo Ezanà, pregò Frumenzio di assisterla nel governo dello stato.
Approfittando della sua elevata posizione, Frumenzio accolse i cristiani, ne facilitò la predicazione e concesse loro luoghi per pregare.
Giunto il principe alla maggiore età, i due fratelli presero congedo dalla corte: Edesio ritoò a Tiro, dove ricevette gli ordini sacri; Frumenzio si recò ad Alessandria a informare il patriarca Atanasio della diffusione del cristianesimo nel regno di Aksum, esortandolo a mandarvi un vescovo, che si prendesse cura di quelle prime comunità di fedeli. Radunati i suoi sacerdoti, Atanasio discusse la questione e rispose a Frumenzio: “Quale altro uomo potremmo trovare, in cui sia lo spirito di Dio come è in te, e che possa attendere a tale compito?”. E lo consacrò vescovo, inviandolo ad Aksum».

IL COSTANTINO ETIOPICO

Dalla scaa narrazione di Rufino non è facile stabilire la datazione esatta dell’inizio del cristianesimo in Etiopia. Sapendo con certezza che Atanasio fu eletto patriarca di Alessandria nel 228, il primo sbarco di Frumenzio sulla costa etiopica avvenne parecchi anni prima e la sua ordinazione episcopale dopo il 330.
Rufino riferisce ancora che Frumenzio predicò il vangelo nel regno di Aksum per 20 anni, convertendo «un numero infinito» di etiopi. A parte l’espressione iperbolica, è certo che, verso il 345, il re Ezanà, sua madre, battezzata col nome di Sofia, la famiglia reale e la sua corte si convertirono al cristianesimo. Grandemente stimato dal popolo aksumita, Frumenzio passò alla storia col nome di Abba Salama, (Padre Pace), e con l’appellativo di Chesatiè Brhan (rivelatore della luce). I due fratelli Ezanà e Sezanà diventarono nella tradizione etiopica Abrahà (illuminò) e Atsbhà (fece sorgere il sole». Essi sono l’alba e la luce della nuova Etiopia, l’Etiopia cristiana.
Questi eventi si realizzarono nell’epoca di Costantino il grande che, secondo la tradizione, illuminato dalla visione della croce, decretò la libertà del cristianesimo nell’impero romano; il parallelo è d’obbligo: Ezanà è considerato il Costantino di Etiopia e sua madre Sofia è paragonata a Elena, madre dell’imperatore romano.

FIGLIA DI ALESSANDRIA

Essendo l’Etiopia una diocesi della chiesa d’Egitto, il suo vescovo era nominato dal patriarca di Alessandria e doveva essere un egiziano; questi assumeva il nome di abuna (nostro padre) e aveva il potere di nominare i vescovi locali.
Fin dai racconti dei primi esploratori europei la chiesa etiopica, figlia della chiesa egiziana, fu chiamata «copta monofisita» e i cristiani d’Etiopia «copti»; ma tali termini non hanno alcun senso, dato che «copto» è un termine divulgato dagli arabi dopo la conquista dell’Egitto e significa «egiziano».
I primi passi della chiesa in Etiopia coincisero con un periodo di aspre contese nel resto della chiesa universale: Alessandria era uno dei centri principali delle polemiche teologiche.
All’inizio del v secolo si diffuse in Oriente, per opera di Eutiche, monaco greco considerato il capo morale dei religiosi di Costantinopoli, la dottrina monofisita, secondo la quale la natura umana di Cristo era stata assorbita dalla natura divina, e solo quest’ultima vi sussisteva.
Nel 451 il concilio di Calcedonia dichiarò Eutiche eretico e stabilì che in Cristo sussistevano sia la natura umana che la divina. Alcune chiese orientali, fra cui quella egiziana, non accettarono le conclusioni del concilio e si separarono da Roma.
È necessario chiarire che nessuna di queste chiese riconosce la dottrina strettamente monofisita di Eutiche, ma ritiene che in Cristo vi sia una sola natura, divina e umana allo stesso tempo. Viene affermato un monofisismo meno rigido di quello di Eutiche, che ha molti punti in comune con il duofisismo delle chiese calcedonesi. L’Etiopia, in quanto diocesi di Alessandria, ne seguì le sorti e rimase separata da Roma.
Nel v secolo il cristianesimo continuò a propagarsi anche nelle campagne, soprattutto per opera di monaci venuti dall’oriente cristiano. In Etiopia sono venerati i «Nove Santi»; mentre l’attuale Eritrea sarebbe stata evangelizzata dagli Tsaddecàn, i giusti, alcuni resti dei quali si trovano nella chiesa di Baracnahà.
Il cristianesimo etiopico sarebbe quindi diventato monofisita già nel v secolo ad opera di questi evangelizzatori. Alcuni studiosi tuttavia ritengono che il monofisismo sia entrato in Etiopia molto più tardi, e a riprova di ciò portano, oltre ad altre argomentazioni, il fatto che re Calèb, che regnò su Aksum nella prima metà del vi secolo, è festeggiato come santo dalla chiesa cattolica il 27 ottobre.
Verso la fine del vi secolo Aksum entrò in declino e l’Etiopia fu ben presto accerchiata dall’espansione islamica. «Attorniati da ogni parte da nemici della loro religione, gli etiopi dormirono per un migliaio di anni, dimentichi del mondo che a sua volta li dimenticò» scrive lo storico Gibbon.

DISPUTE TEOLOGICHE

L’arrivo dei missionari gesuiti in Etiopia, nei sec. xvi-xvii, portò alla conversione al cattolicesimo, seppur per breve tempo, degli imperatori Ze-Dinghìl e Sussinios. Ma il loro arrivo innescò anche nel clero etiopico dispute interminabili sull’unzione e sulla natura di Cristo, controversie che sfociarono talvolta in lotte feroci e sanguinose, con guerre, massacri e distruzione di interi monasteri.
Le discussioni dei religiosi etiopici con i gesuiti provocarono la nascita di due correnti teologiche: l’una sostenuta nei monasteri del Goggiam, la regione racchiusa dalla grande ansa del Nilo Azzurro a sud del lago Tana; l’altra nel monastero di Debra Libanos, nello Scioa. La corrente dei goggiamesi si estese poi al Tigray e al monastero del Bizen, nell’estremo nord dell’Etiopia.
I goggiamesi sostenevano che Cristo non era unto dallo Spirito Santo, ma da se stesso, e che, nell’unione col Verbo, la sua natura umana era stata assorbita da quella divina. Era questa una posizione di rigido monofisismo di tipo eutichiano. Questa corrente prese il nome di carrà (coltello), ma fu chiamata anche qebàt (unzione) e hulèt liddèt (due nascite), perché riconosceva in Cristo la generazione eterna e la nascita dalla Vergine.
I debralibanesi, invece, sostenevano che Cristo era stato unto dal Padre per mezzo dello Spirito Santo. Questa dottrina implicitamente riconosce, nell’unzione, la natura umana di Cristo. Essa fu chiamata sost liddèt (tre nascite), perché opponeva ai goggiamesi anche una terza nascita mediante l’unzione.
Questa dottrina fu anche chiamata teuahdò, che significa «divenuto uno», perché sostiene che la natura umana e la natura divina si sono unite, con l’incarnazione, in una natura composita di umanità e divinità. Fu pure chiamata tseggà ligg, figlio di grazia, perché con l’unzione la natura umana di Cristo viene santificata dalla grazia dello Spirito Santo.
Nel corso della storia prevalse ora l’uno ora l’altro partito, con rivolte che furono sedate nel sangue. Sotto il regno di David iii, per esempio, nel primo quarto del xviii secolo, furono sterminati tutti i monaci di Debra Libanos. Con la salita al trono di Teodoro ii (1855) la teoria dei goggiamesi venne proclamata religione di stato, e fu riconfermata e imposta con la forza da Giovanni iv nel sinodo di Boru Mieda (1878).
Pochi anni dopo, l’ascesa al trono imperiale di Menelik segnò la fine delle contese religiose: Menelik fu molto tollerante e lasciò a ognuno libertà di scelta e la dottrina di Debra Libanos diventò la dottrina ufficiale della chiesa etiopica.
Oggi la chiesa etiopica, al pari delle altre chiese orientali non-calcedonesi, e cioè la siriana e l’armena, rifiuta il monofisismo e si dichiara miafisita, intendendo con questo termine l’unione delle due nature di Cristo in un’unica natura composita. La denominazione ufficiale della chiesa etiopica è «chiesa ortodossa teuahdò d’Etiopia. Teuahdò significa «divenuto uno», ed equivale al greco «miafisita».
Inoltre, da poco più di mezzo secolo la chiesa etiopica è diventata un patriarcato indipendente da Alessandria: nel 1951, dopo 10 anni di trattative condotte dall’imperatore, fu possibile eleggere per la prima volta un patriarca etiopico, nella persona dell’Abuna Basilios.
L’Eritrea ha sempre seguito le sorti della chiesa etiopica e professa il Teuahdò. Ma nel 1994 ha ottenuto dal patriarca di Alessandria la nomina di sei vescovi eritrei, che nel 1996 hanno nominato il proprio patriarca.

LITURGIA ETIOPICA

Nei suoi 17 secoli di vita, la chiesa etiopica si è dovuta difendere da minacce e invasioni estee, ma ha conservato intatto il cristianesimo dei primi secoli. Secondo una definizione cara agli etiopici, l’Etiopia è «un’isola cristiana in un mare di pagani». Scrisse padre Giulio Barsotti nel 1939: «In poche nazioni al mondo, il pensiero religioso ha avuto tanta forza di penetrazione e di potenza come in Etiopia… Dal secolo iv, in cui il vangelo penetrò nel regno di Aksum, fino a oggi, tutta la vita degli abissini è stata dominata dal pensiero e dalla dottrina di Gesù Cristo».
La liturgia etiopica si è sviluppata da quella della chiesa copta, ma ha introdotto forme che sono tipiche dell’animo etiopico. Le danze dei debterà imitano le danze di Davide, i loro canti sono i salmi di Davide, la musica liturgica, inventata da San Iarèd nel vi secolo, commuove i credenti.
Durante la celebrazione i canti vengono accompagnati dal battere di grandi tamburi di forma ovale, i caberò, e dal tintinnio dei sistri, strumenti metallici di origine egiziana.
I santi sono celebrati con poesie che descrivono le loro parti del corpo, vengono recitati i qeniè, distici a doppio senso improvvisati sul posto, che solo gli amara riescono a decifrare.
Le messe iniziano alle 7 del mattino e durano 3 ore; i preti salgono tutti i giorni sulle vette dei colli dove sorgono le chiese e rientrano a casa dopo le 9 di sera. Tutti coloro che non sono impediti dal lavoro, da malattie o dall’età, devono andare a messa ogni giorno. Nelle grandi solennità la celebrazione inizia a mezzanotte e dura nove ore. Nelle processioni i suonatori di masinqò, i violini a una corda, accompagnano i versi dei qeniè.
Nella messa viene recitato il credo, che ripete gli stessi dogmi della chiesa di Roma. Viene celebrata l’eucaristia con la somministrazione del pane e del vino; i preti fanno tre volte il giro della chiesa alla lettura del vangelo e dei Miracoli di Maria (vedi pag. 40).
I fedeli si raccolgono nel recinto esterno della chiesa dove danzano i debterà, gli uomini a destra le donne a sinistra. Nel recinto intermedio viene amministrata la comunione; in quello interno, il sancta sanctorum, il cui ingresso è permesso solo al sacerdote, viene conservato il tabòt, rappresentazione delle tavole della legge, che rende sacra la chiesa.
Il tabòt viene portato a una fonte nella celebrazione del Timchèt, la festa dell’epifania, il battesimo di Gesù secondo il rito orientale. In tempo di guerra viene portato al seguito dell’esercito per la celebrazione della messa.
In Etiopia vi sono 25.000 chiese, in genere povere capanne di fango decorate con immagini sacre. All’esterno di ognuna vi è la bietelehèm, la casa del pane, dove viene preparato il pane per l’eucaristia. Alla sommità della chiesa vi è la croce greca adoata di sette uova di struzzo, simbolo della passione e della morte di Cristo. Numerose sono le chiese rupestri, celebri quelle di Lalibela e Gheralta.
Nelle chiese più importanti sono conservati antichi manoscritti fatti con pelli di capra, libri che raccontano la vita dei santi, vangeli e bibbie. Fin dai primi secoli, i libri sacri del cristianesimo sono stati tradotti in gheez, l’antica lingua etiopica, sopravvissuta oggi solo nella liturgia. Nei testi etiopici è stato rintracciato il Libro di Enoc, che è andato perduto nella lingua originale e nella versione greca.
I più antichi manoscritti rimasti sembrano risalire al xv secolo. Nel monastero del Bizen, in Eritrea, vi è un vangelo della misura di un metro e talmente pesante che deve essere trasportato a dorso di mulo.
Alcune chiese storiche conservano stupendi affreschi murali, dipinti con colori semplici (giallo, blu, rosso, verde e nero), ricavati da piante o minerali. I disegni sono bizantineggianti: i buoni di fronte i cattivi di profilo. Il nome di Maria, la più eccelsa delle creature dell’universo, è scritto sempre in rosso.

NEL SEGNO DELLA CROCE

Quando un etiopico passa davanti a una chiesa, china la testa e fa il segno della croce; le donne si fermano a baciae la porta. Se incontrano un prete si inchinano in segno di rispetto, baciano la croce e si fanno benedire.
Eredità della tradizione copta sono le croci etiopiche, processionali, manuali o da collana, disegnate in centinaia di forme. Derivano dalla prima croce cristiana, la croce di san Pacomio. La croce processionale è utilizzata nelle processioni e nelle grandi ricorrenze, come festa della croce, natale, epifania; la croce manuale viene portata sotto la tunica da ogni prete o monaco e fatta baciare dai fedeli.
Esiste una grande varietà di forme: la croce di Gondar, di Aksum, Lalibelà, di Malta, la stella di Davide o sigillo di Salomone e altre. Le donne tigrine portano sulla fronte una croce dipinta con l’henna. Nelle croci etiopiche raramente è rappresentato il corpo di Cristo, perché la spiritualità orientale dà più risalto alla divinità piuttosto che all’umanità di Cristo. Tuttavia, sull’altare maggiore della cattedrale di Addis Abeba vi è un crocifisso con la figura del corpo di Cristo, identico ai crocifissi cattolici.

CLERO, DIGIUNO, MATRIMONIO

La chiesa etiopica ha mantenuto alcune tradizioni giudaiche, come il tabòt o arca dell’alleanza, la distinzione di carne pura e impura, la circoncisione maschile a 8 giorni dalla nascita, le danze dei debterà con i tamburi, la forma delle chiese con il sancta sanctorum al centro, la bietelehèm, il sabbath, ecc. Alcune di queste, come la circoncisione, sono semplici usanze e non prescrizioni religiose.
Un elemento diventato fondamentale nella cultura del paese è il digiuno, il più lungo e austero di tutto il mondo cristiano: 56 giorni prima di pasqua, 40 giorni per la festa degli apostoli, 16 per l’assunzione, 40 giorni prima di natale, tutti i mercoledì e venerdì della settimana, per un totale di circa 250 giorni all’anno, dei quali solo 180 strettamente obbligatori.
Il digiuno consiste nell’astenersi da cibo e bevande da mezzanotte fino al primo pomeriggio o sera, in cui è permesso un pasto; in ogni caso è richiesta l’astinenza da cai, grassi, uova, pesce e latticini.
Preti e diaconi si possono sposare, ma ciò deve avvenire prima di essere ordinati. Vescovi e arcivescovi, ai quali è affidata l’amministrazione della chiesa nelle varie province, non possono essere sposati. Il patriarca è necessariamente un monaco. Il monachesimo ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella vita della chiesa fin dall’arrivo in Etiopia dei «Nove Santi» e degli tsaddecàn, i quali, da eremiti solitari sono diventati fondatori di comunità, ispirandosi a san Pacomio e alle sue le regole monastiche.
Sono sorti così i grandi monasteri, alcuni dei quali sono arrivati a ospitare fino a 5 mila monaci: Debra Libanos, Debra Bizen, Debra Damo, Gunda Gundè, Zuquala e centinaia di altri minori, tutti arroccati in luoghi impervi e di difficile accesso. I monaci fanno tre professioni di fede, con le quali ricevono la cintura, il cappuccio e la tunica.
I monaci non si sposano e devono condurre una vita ascetica e austera, con frequenti mortificazioni corporali. La tradizione di Debra Libanos racconta che il suo fondatore rimase in una grotta per 7 anni in piedi su un piede solo, finché gli si staccò una gamba. Il priore del monastero di Debra Libanos è l’ecceghiè, il capo dei monaci. •

Alberto Vascon




L’albero della vita

Nell’ala destra del presbiterio dell’abbazia benedettina di Santa Maria in Sylvis a Sesto al Reghena, vicino a Portogruaro, vi è un grande affresco del xiv secolo, probabile opera di artisti formatisi durante l’attività padovana di Giotto. L’opera rappresenta Cristo crocifisso su un grande albero di melograno. Il melograno è l’«albero della vita», sul quale è stato crocifisso il Figlio di Dio, contrapposto all’«albero della morte» di Adamo.
Cristo è il nuovo Adamo, il Figlio di Dio fatto uomo, che ha donato la vita per il riscatto dell’umanità e per farci ritrovare la via del paradiso e la vita eterna, che la colpa di Adamo ci aveva tolto.

L’ immagine dell’«albero della vita» richiama alla mente gli elaborati disegni delle croci etiopiche, sulle quali viene rappresentato in maniera simbolica il mistero della salvezza dell’umanità. Su tutte le croci manuali etiopiche, all’estremità del braccio inferiore, vi è obbligatoriamente una tavoletta che rappresenta il sepolcro di Adamo, il che ci riporta alla leggendaria tomba di Adamo sotto la croce di Cristo sul Golgota.
Il braccio inferiore della croce, il fusto nelle croci processionali, è Adamo, che stende le braccia verso l’albero del paradiso, rappresentato dai motivi floreali.
Il simbolismo di Adamo sulle croci etiopiche è duplice: vi è l’Adamo che, col suo peccato, ci ha fatto perdere il paradiso, e vi è Cristo, il nuovo Adamo, che distende le braccia per abbracciare tutti coloro che credono in lui. Nello stesso gesto Cristo stende le braccia sul legno della croce nell’atto della crocifissione.
In Etiopia l’albero del paradiso torna a essere l’«albero della vita». La vita eterna, perduta con il peccato di Adamo, ci viene restituita con il sacrificio del nuovo Adamo.
Cristo, il nuovo Adamo diventa l’«albero della vita». Con questa allegoria i cristiani d’Etiopia rappresentano la natura umana di Cristo.

I cristiani d’Etiopia riconoscono i primi tre concili ecumenici: quello di Nicea, convocato da Costantino nel 325, nel quale con semplici e chiare parole fu formulato il credo, che contiene i principali dogmi del cristianesimo; quello di Costantinopoli del 381, nel quale fu definita la divinità dello Spirito Santo; quello di Efeso del 431, in cui venne dichiarato che Cristo è una sola persona, perfetto Dio e perfetto uomo, e che la sempre vergine Maria è la madre di Dio.
Arroccati sulle loro aspre montagne, «isola cristiana in un mare di pagani», gli abissini hanno conservato la fede antica dei primi secoli del cristianesimo, la fede di Atanasio e di Cirillo. Essi riconoscono i sette sacramenti, anche se li amministrano con modalità differenti dai cattolici.
È talmente lontana la loro dottrina dall’eresia monofisita di Eutiche, che negava la natura umana di Cristo, che non è sostenibile l’accusa di monofisismo che ancora oggi viene loro rivolta.
Essi non vogliono essere chiamati né monofisiti né copti, tanto meno eutichiani. Nella persona di Cristo riconoscono una natura nella quale la divinità e l’umanità si sono unite, ciascuna conservando la propria individualità, senza mescolanza e senza confusione.
Come nelle altre chiese orientali, preferiscono dare più risalto alla divinità piuttosto che all’umanità di Cristo; e sulle loro croci raramente viene raffigurato il corpo di Cristo. Tuttavia, l’umanità di Cristo viene affermata con la figura simbolica del nuovo Adamo espressa nelle loro croci.
Essi appartengono alla chiesa ortodossa teuahdò d’Etiopia. Con il termine teuahdò essi indicano l’unione della natura divina e della natura umana nella persona di Cristo. Con l’incarnazione Cristo ha assunto una natura composita di umanità e di divinità, Cristo è allo stesso tempo vero Dio e vero uomo.
L’unione della natura umana con la divina ha fatto di Gesù l’uomo-Dio, il primogenito della nuova generazione. Mediante l’unzione dello Spirito Santo, avvenuta con l’unione delle due nature, Cristo ha ricevuto la dignità che aveva Adamo prima del peccato originale, diventando perciò il secondo Adamo: l’Adamo obbediente che si sacrificherà sulla croce per la salvezza del mondo.

Q uesta dottrina è perfettamente in sintonia con quella cattolica. L’ortodossia dei cristiani d’Etiopia è stata riconosciuta da papa Pio xii che, nell’enciclica Sempiteum rex Christus del 1951, confermando la sostanziale identità tra la dottrina etiopica e quella cattolica, afferma che il monofisismo etiopico è un monofisismo puramente verbale, e che il dissidio fra cristiani d’Etiopia e cattolici è dovuto unicamente ad una insignificante diversità di termini.
Alberto VasconN ell’ala destra del presbiterio dell’abbazia benedettina di Santa Maria in Sylvis a Sesto al Reghena, vicino a Portogruaro, vi è un grande affresco del xiv secolo, probabile opera di artisti formatisi durante l’attività padovana di Giotto. L’opera rappresenta Cristo crocifisso su un grande albero di melograno. Il melograno è l’«albero della vita», sul quale è stato crocifisso il Figlio di Dio, contrapposto all’«albero della morte» di Adamo.
Cristo è il nuovo Adamo, il Figlio di Dio fatto uomo, che ha donato la vita per il riscatto dell’umanità e per farci ritrovare la via del paradiso e la vita eterna, che la colpa di Adamo ci aveva tolto.

L’ immagine dell’«albero della vita» richiama alla mente gli elaborati disegni delle croci etiopiche, sulle quali viene rappresentato in maniera simbolica il mistero della salvezza dell’umanità. Su tutte le croci manuali etiopiche, all’estremità del braccio inferiore, vi è obbligatoriamente una tavoletta che rappresenta il sepolcro di Adamo, il che ci riporta alla leggendaria tomba di Adamo sotto la croce di Cristo sul Golgota.
Il braccio inferiore della croce, il fusto nelle croci processionali, è Adamo, che stende le braccia verso l’albero del paradiso, rappresentato dai motivi floreali.
Il simbolismo di Adamo sulle croci etiopiche è duplice: vi è l’Adamo che, col suo peccato, ci ha fatto perdere il paradiso, e vi è Cristo, il nuovo Adamo, che distende le braccia per abbracciare tutti coloro che credono in lui. Nello stesso gesto Cristo stende le braccia sul legno della croce nell’atto della crocifissione.
In Etiopia l’albero del paradiso torna a essere l’«albero della vita». La vita eterna, perduta con il peccato di Adamo, ci viene restituita con il sacrificio del nuovo Adamo.
Cristo, il nuovo Adamo diventa l’«albero della vita». Con questa allegoria i cristiani d’Etiopia rappresentano la natura umana di Cristo.

I cristiani d’Etiopia riconoscono i primi tre concili ecumenici: quello di Nicea, convocato da Costantino nel 325, nel quale con semplici e chiare parole fu formulato il credo, che contiene i principali dogmi del cristianesimo; quello di Costantinopoli del 381, nel quale fu definita la divinità dello Spirito Santo; quello di Efeso del 431, in cui venne dichiarato che Cristo è una sola persona, perfetto Dio e perfetto uomo, e che la sempre vergine Maria è la madre di Dio.
Arroccati sulle loro aspre montagne, «isola cristiana in un mare di pagani», gli abissini hanno conservato la fede antica dei primi secoli del cristianesimo, la fede di Atanasio e di Cirillo. Essi riconoscono i sette sacramenti, anche se li amministrano con modalità differenti dai cattolici.
È talmente lontana la loro dottrina dall’eresia monofisita di Eutiche, che negava la natura umana di Cristo, che non è sostenibile l’accusa di monofisismo che ancora oggi viene loro rivolta.
Essi non vogliono essere chiamati né monofisiti né copti, tanto meno eutichiani. Nella persona di Cristo riconoscono una natura nella quale la divinità e l’umanità si sono unite, ciascuna conservando la propria individualità, senza mescolanza e senza confusione.
Come nelle altre chiese orientali, preferiscono dare più risalto alla divinità piuttosto che all’umanità di Cristo; e sulle loro croci raramente viene raffigurato il corpo di Cristo. Tuttavia, l’umanità di Cristo viene affermata con la figura simbolica del nuovo Adamo espressa nelle loro croci.
Essi appartengono alla chiesa ortodossa teuahdò d’Etiopia. Con il termine teuahdò essi indicano l’unione della natura divina e della natura umana nella persona di Cristo. Con l’incarnazione Cristo ha assunto una natura composita di umanità e di divinità, Cristo è allo stesso tempo vero Dio e vero uomo.
L’unione della natura umana con la divina ha fatto di Gesù l’uomo-Dio, il primogenito della nuova generazione. Mediante l’unzione dello Spirito Santo, avvenuta con l’unione delle due nature, Cristo ha ricevuto la dignità che aveva Adamo prima del peccato originale, diventando perciò il secondo Adamo: l’Adamo obbediente che si sacrificherà sulla croce per la salvezza del mondo.

Q uesta dottrina è perfettamente in sintonia con quella cattolica. L’ortodossia dei cristiani d’Etiopia è stata riconosciuta da papa Pio xii che, nell’enciclica Sempiteum rex Christus del 1951, confermando la sostanziale identità tra la dottrina etiopica e quella cattolica, afferma che il monofisismo etiopico è un monofisismo puramente verbale, e che il dissidio fra cristiani d’Etiopia e cattolici è dovuto unicamente ad una insignificante diversità di termini.

Alberto Vascon

Alberto Vascon




INTRODUZIONE

In nessun paese cristiano al mondo è mai stata concepita una così grande quantità di tipi e fogge di croci come in Etiopia. Fin dal momento della conversione del paese al cristianesimo, la presenza della croce appare quasi universale, non solo quale strumento liturgico in chiese e monasteri, ma anche nella devozione comune e nella vita di tutti i giorni. Il segno della croce trionfò.
Ogni regione ha sviluppato una sua forma tipica, con differenti arricchimenti stilistici e simbolici: la croce di Aksum, di Gondar, di Lalibela… La forma complessiva della croce, la conformazione dei bracci, il ricco tessuto geometrico, gli elementi naturalistici oamentali, la ripetizione dei motivi cruciformi… distinguono i vari stili e fogge.
Ad arricchire la varietà delle croci etiopiche contribuisce anche il loro scopo: ci sono croci astili per le processioni, croci manuali e pettorali, forgiate rispettivamente per funzioni liturgiche, o quale marchio di distinzione del clero, o come connotative della personale espressione di fede di un popolo, addirittura tatuate sul corpo.
In tutte, però, soggiace un identico messaggio teologico: la croce rappresenta l’Albero della vita.

La croce, nel suo significato fondamentale di morte e risurrezione, ha segnato anche la storia del cristianesimo in Etiopia. Nel corso dei secoli il vangelo di Cristo è penetrato nelle istituzioni familiari, sociali e politiche, facendo dell’Etiopia un’«isola cristiana» pressata da tutti i lati da popolazioni pagane e musulmane.
A epoche di rigoglioso cristianesimo si sono succedute epoche di feroci persecuzioni, di lotte per il potere, di confusione, di cristiani contro altri cristiani, in cui la croce è stata usata come spada.
Ne è un esempio l’epica impresa missionaria del cardinal Massaia: nei suoi 35 anni di missione si sono intrecciate entrambi i significati della croce: persecuzioni e vittorie.
Le comunità da lui formate sono state perseguitate e disperse, eppure sono sopravvissute fino a oggi, restando fedeli al mistero della croce.
La stessa sorte è toccata ai missionari che hanno continuato e continuano l’opera del Massaia. eppure, tra difficoltà di vario genere, la chiesa continua a crescere a diventare sempre più matura e responsabile del proprio futuro.

Altre croci, però, continuano a crocifiggere le popolazioni dell’Etiopia: si chiamano guerra, siccità, carestie, fame.
È soprattutto la tensione persistente tra Etiopia ed Eritrea la croce più pesante, che la popolazione non riesce a scrollarsi di dosso, per mancanza di vera democrazia.

Benedetto Bellesi