Seimeizan: montagna della vita

L’ispirazione viene da due assemblee tenute negli anni ‘70 dalla Federazione delle conferenze episcopali asiatiche, le quali suggeriscono di dotare la chiesa in Asia, oltre alle tradizionali strutture ecclesiastiche (parrocchie, opere sociali, scuole, asili…) di centri di preghiera e di dialogo tra le grandi religioni dell’Asia. La scintilla che lo fa nascere è l’incontro provvidenziale tra il padre saveriano Franco Sottocornola e il monaco buddista Furukawa. Dopo anni di gestazione, nel 1987, su una collina sovrastante la cittadina di Kikusui, nell’isola di Kyushu, nasce il «Seimeizan» (montagna della vita), centro di spiritualità e dialogo interreligioso.
Il centro rispecchia in tutto le caratteristiche culturali e spirituali della tradizione giapponese: la struttura dell’edificio, immersa in una foresta di bambù e cipressi, con pareti e porte scorrevoli, la luce che penetra diffusa e non violenta, sembra non avere alcuna discontinuità tra l’interno e l’ambiente circostante. Inoltre, la semplicità dell’arredamento, l’uso del legno o della paglia di riso intrecciata, il tatamì che invita a stare insieme, creano rapporti familiari e calore umano che fanno pensare a una psicologia della casa, diversa dalle nostre tradizioni europee.
Ma ciò che caratterizza il Seimeizan è, soprattutto, l’assunzione di tre elementi classici dello spirito del popolo giapponese: la natura, la montagna, la via del tè. Vivere in mezzo alla natura, sentita come luogo sacro, significa vivere in un contesto di esperienza religiosa. La montagna è luogo di silenzio e d’incontro con Dio. Il silenzio caratterizza molte volte gli incontri interreligiosi che si svolgono al Seimeizan. Il desiderio di stare insieme, di comunicare l’esperienza mistica non ha bisogno di parole. Nella cerimonia del tè, servito dal padrone di casa, i componenti del gruppo (non più di 7 persone) non si guardano in faccia, ma tutti guardano la tazza: bere insieme il tè è segno di pace; è un momento che crea nel gruppo uguaglianza e rispetto, gioia di stare insieme.

La comunità cristiana del Seimeizan (5 persone in tutto) opera in stretta collaborazione con il tempio buddista della vicina città di Tamana, praticando con semplicità e impegno alcune scelte fondamentali: vivere in mezzo ai buddisti per rispondere al dialogo della vita e delle opere; svolgere servizi di vario genere a favore dei bambini, anziani e persone bisognose di aiuto, di consigli e assistenza; offrire accoglienza a singoli e gruppi che vogliono fare esperienza spirituale e di dialogo.
Ogni anno centinaia di persone salgono alla «Montagna della vita» per pregare, vivere a contatto con la natura e con se stessi, comprendere l’animo giapponese, scoprire negli eventi quotidiani la presenza di Dio. Seimeizan è un vero polmone spirituale, in un ambiente in cui il senso religioso rimane spesso in superficie.
Anche noi pellegrini respiriamo un’atmosfera di autentica spiritualità cristiana, fatta di accoglienza, preghiera, contemplazione, attenzione all’altro. Vorremmo condividere per tutto il giorno il loro stile di preghiera, rivolti al sole quando sorge e quando tramonta, ma la pioggia non ce lo permette. Quindi svolgiamo tutto il nostro programma all’interno.
Centro della nostra giornata è la celebrazione della messa, preceduta dalla meditazione zen. Il rito, ispirato alla cerimonia del tè, si svolge con profondo rispetto e dignità liturgica e costituisce per noi un’affascinante novità per rivivere il mistero pasquale.

VM




Sulle orme di Saverio

In occasione dei 500 anni dalla nascita di Francesco Saverio, cinque sacerdoti ripercorrono il suo cammino di evangelizzazione in Giappone, per meglio conoscere la persona e l’opera avviata dal grande missionario. L’incontro con alcune comunità cristiane ed esperienze di dialogo interreligioso offrono l’opportunità di venire a contatto con l’attuale chiesa giapponese.

Domenica 19 febbraio 2006 rimane nei ricordi come un’esperienza unica, cuore del pellegrinaggio, che ormai volge al termine. Siamo invitati a partecipare alla messa in una delle parrocchie della periferia di Osaka, ognuno affidato a un missionario saveriano. Il mio angelo custode mi porta nella comunità cristiana di Kumatori. Dopo la comunione, il parroco, padre Angelo Manni, mi presenta ai fedeli e mi chiede di rivolgere loro un breve messaggio, che lui traduce in giapponese.
«Cari cristiani – esordisco -, sono un missionario della Consolata e vengo da lontano. Mi chiamo Vincenzo Mura. Ho lavorato per diversi anni in Italia e nella Repubblica democratica del Congo. Non vi nascondo che vi parlo con tanta umiltà, perché vedo in voi, innanzitutto, la chiesa iniziata da san Francesco Saverio e i fratelli diretti di generazioni di martiri. Questo mi emoziona tanto. Non è di tutte le chiese avere fondamenta e tradizioni così solide. Esorto ognuno di voi a continuare a dare la vostra bella testimonianza di fede in Gesù Cristo risorto. Grazie».

DUE ANNI EROICI
DI EVANGELIZZAZIONE

Siamo in cinque: tre sacerdoti della diocesi di Brescia, un missionario saveriano e il sottoscritto. Atterriamo a Kagoshima, nell’isola di Kyushu, la più meridionale dell’arcipelago giapponese. All’aeroporto ci attende padre Giuseppe, dei missionari Saveriani, nostro angelo protettore, che ci introduce nel mondo giapponese.
Anche per Francesco Saverio sarebbe stata un’impresa impossibile, nel 1549, raggiungere questa città senza la guida di un esperto del paese. La trovò, infatti in Anjiro, un giapponese sfuggito alla giustizia e ricercato per omicidio, che il missionario aveva incontrato a Malacca, presentatogli da Alvares, capitano di una nave.
Usciti dall’aeroporto, proviamo a immaginare cosa abbia provato il grande missionario di fronte allo spettacolo offerto dalla prima città giapponese che lo accolse. Purtroppo, una fitta e piovigginosa nebbiolina c’impedirà per tutto il tempo del nostro soggiorno di gustarne fino in fondo la bellezza della baia, lunga e stretta, dominata dal vulcano Satura-Jima, isolato in mezzo al mare. Così era e tale è rimasto fino al 1914, quando un’enorme eruzione di lava lo ha unito alla sponda orientale.
Sotto una pioggia torrenziale visitiamo il monumento a san Francesco, dove è raffigurato Anjiro che porta sulle spalle il missionario e lo introduce in Giappone. Passiamo quindi al castello del potente daimyò (governatore locale), dove il Saverio si recò, accompagnato da Anjiro, per avere la libertà di predicare il vangelo. Permesso che ottenne facilmente, anche perché il signorotto sperava di attirare nel suo feudo i commercianti portoghesi.
Continuiamo il nostro pellegrinaggio, visitando la città di Kagoshima e la cattedrale. La giornata termina nella casa del presidente della comunità cristiana, dove siamo invitati a cena, rigorosamente alla giapponese, con tanto di bastoncini (hashi) al posto delle posate.
A Kagoshima Francesco si fermò circa un anno, dando vita alle prime comunità cristiane. Poi si spostò a Hirado, piccola isola a nord di Nagasaki, e dopo quattro mesi raggiunse Yamaguchi. Facciamo anche noi tale percorso, ma prima ci fermiamo per un giorno nel centro di spiritualità Seimeizan, dove veniamo iniziati a tante piccole realtà giapponesi (vedi riquadro). Ci prepariamo a familiarizzare con il tatamì: spessa stuoia di paglia di riso usata come pavimento nelle case giapponesi, nelle quali si entra solo dopo aver lasciato le scarpe all’esterno delle mura domestiche. È piacevole camminare a piedi scalzi sul tatamì: dà una sensazione di leggerezza e di silenzio.
Ci abituiamo al futon, il materasso per dormire, disteso sul pavimento, che al mattino viene ripiegato e riposto in un armadio, lasciando libero lo spazio per i pasti e la vita familiare diua. Impariamo anche a fare la meditazione zen, appollaiati sulle gambe per mezz’ora… Che fatica, la prima volta!
Riposti i futon nei loro armadi, riprendiamo il viaggio sotto la guida di padre Franco Sottocornola, direttore del Seimeizan. Ci fermiamo a Nagasaki, per sostare in preghiera davanti al monumento che ricorda i martiri giapponesi e visitare il museo della bomba atomica (vedi riquadro), quindi anche noi raggiungiamo Hirado, dove visitiamo la bella chiesa dedicata al santo missionario; quindi raggiungiamo Yamaguchi, capoluogo dell’omonima prefettura, nella regione del Chûgoku, nell’estrema punta occidentale dell’isola di Honshû.
A Yamaguchi visitiamo i luoghi che portano la memoria del Saverio: santuario, museo, castello. Ci vengono ricordate le sue peripezie per ottenere piena libertà nella predicazione del vangelo. Tenendo presente la situazione sociopolitica del paese, il Saverio pensava di guadagnarsi i favori dell’imperatore; per questo si recò a Kyoto: un viaggio di 400 km a piedi, d’inverno, tra indicibili stenti e pericoli. Noi faremo lo stesso tragitto in poche ore sul treno velocissimo.
Francesco trovò la capitale dell’impero in preda a gravi tumulti e comprese che il monarca era privo di potere politico. Egli toò subito a Yamaguchi e si procurò l’appoggio del daimyò della regione, che gli concesse un vecchio tempio buddista (poi diventato la prima casa dei gesuiti in Giappone) e di annunciare liberamente il vangelo di Gesù.
Dopo circa quattro mesi, nel 1551, Francesco ripartì per le Indie, con l’intento di organizzare e dare solidità alla sua missione in Giappone ed estendere l’evangelizzazione alla Cina. Ma morì l’anno seguente.

LA CHIESA GIAPPONESE

Dopo due anni d’intensa ed eroica evangelizzazione, Francesco Saverio lasciava in Giappone più di 400 battezzati: piccole comunità cristiane che seppero tener viva la fede per secoli, sfidando contrasti e persecuzioni.
Nel nostro pellegrinaggio constatiamo quanto la presenza del Saverio sia ancora viva: li vediamo nei segni che ricordano i luoghi dove egli è passato; i cristiani giapponesi parlano di lui come uomo di Dio, un santo, divorato dalla sua missione; i missionari attualmente presenti lo hanno come patrono e ispiratore del modo di fare missione.
La prima evangelizzazione di san Francesco e altri missionari fu seguita da lunghi e tormentati periodi di persecuzioni e testimonianza nel martirio, silenzio e isolamento dal resto del mondo e dalla chiesa universale.
Il viaggio di Giovanni Paolo ii, nel febbraio 1981, le scelte pastorali dei vescovi e il lavoro dei missionari hanno contribuito, negli ultimi decenni, a frantumare un certo tipo di «congiura» contro il cattolicesimo.
Un papa che parla in diverse lingue, che celebra la messa e ordinazioni di preti locali in lingua giapponese, che si rivolge con umiltà e autorità ai capi di tutto il mondo per implorare la pace… non appare certo come un capo spirituale di una minoranza insignificante!
Ma è soprattutto con i suoi gesti e la sua catechesi che il pontefice penetra nel cuore dei giapponesi, quando, per esempio, invitato dalla nota cantante Agnese Chang, improvvisa un girotondo con alcuni bambini, durante l’incontro con i giovani; oppure quando, durante la messa celebrata il 26 febbraio a Nagasaki sotto una tormenta di neve, loda i martiri giapponesi, paragonandoli ai «primi martiri dell’era cristiana». Tutto questo contribuisce a far sì che il cammino della chiesa faccia notizia.
I vescovi, secondo lo stile giapponese, evitano lo scontro e non prendono posizioni; ma operano come fermento nella società. Significativo rimane il loro documento «Messaggio sulla vita», in cui essi presentano la dignità della vita nella visione cristiana, usando espressioni molto belle e incisive, capaci di penetrare veramente nel cuore della persona, aiutandola a cambiare. Anche aborto ed eutanasia vengono toccati da una prospettiva positiva, secondo il grande valore della vita.
La chiesa è anche propositiva sul problema della discriminazione di gruppi socialmente emarginati, sull’attenzione ai poveri, lebbrosi, orfani, anziani e sul concreto impegno nella giustizia sociale.

PICCOLA, MA DINAMICA

I missionari saveriani che ci accompagnano nel nostro pellegrinaggio sono felici di rispondere alle nostre domande, per darci un quadro sempre più completo sulla situazione della chiesa giapponese.
Oggi, la chiesa in Giappone conta più di 450 mila cattolici, distribuiti in 16 diocesi e 1.000 parrocchie, circa 800 sacerdoti autoctoni e altrettanti missionari esteri. Questa presenza missionaria opera in piena collaborazione con la chiesa locale, per rispondere a tutti gli impegni della chiesa giapponese nell’assistenza religiosa, nel campo dell’insegnamento, dell’aiuto ai poveri e anziani… oltre a dare quella spinta di missionarietà ad extra, di cui il Giappone ha ancora bisogno.
A dare visibilità e prestigio alla chiesa cattolica sono soprattutto le scuole: 559 matee, 54 elementari, 98 medie inferiori, 113 medie superiori, 26 istituti universitari, con corsi di due anni, e altri 18 a ciclo prolungato. Il rapporto tra istituzioni scolastiche e studenti, genitori ed ex alunni è molto intenso e dura tutta la vita. Nelle scuole cattoliche, poi, non c’è nessuna imposizione religiosa.
Gran parte degli studenti non diventa cattolica, ma rimane «simpatizzante» del cattolicesimo. Inoltre, il 90% degli adulti che si convertono e ricevono il battesimo hanno avuto il primo contatto con Cristo e la chiesa attraverso la scuola. La chiesa è molto presente anche in campo sociale: gestisce 234 nidi d’infanzia, 192 case per anziani, 80 centri sociali per i senzatetto o per altri servizi.
Se confrontiamo il numero dei cattolici (450 mila) con quello degli abitanti (126 milioni) la chiesa appare certamente una minoranza. Nonostante la piccolezza, i cattolici si sentono parte essenziale della società giapponese, profondamente radicati nella propria cultura e, al tempo stesso, totalmente integrati nella chiesa universale.
In Giappone sono presenti un centinaio di congregazioni religiose, di cui 5 autoctone, come le suore del Cuore Immacolato di Maria, fondate a Nagasaki. Grande attrazione riscuote la vita claustrale maschile e femminile: 5 monasteri di trappiste (con 30-60 religiose ciascuno), 9 di carmelitane (tutti pieni); e poi monasteri di clarisse, redentoriste, del Preziosissimo Sangue; 2 monasteri di trappisti. In tutto sono oltre 6 mila le suore giapponesi: la percentuale più alta del mondo, rispetto al numero di cattolici.
«Siamo un piccolo gruppo; non siamo certamente una forza come voi in Congo, Vincenzo; ma si lavora bene» conclude padre Franco.

TRA PARCHI E TEMPLI

Nonostante le grandi città e i complessi industriali disseminati in tutto il paese, la prima impressione che si prova in Giappone è quella di trovarsi in un grande parco, dove tutto è pulito e ordinato; e poi la gente, rispettosa di ogni cosa, cerimoniosa nell’accogliere i passeggeri in stazioni e aeroporti.
Il pellegrinaggio sulle orme del Saverio, è un’occasione per conoscere anche la storia, la cultura, l’animo del Giappone. Per questo visitiamo i suoi monumenti religiosi più importanti, come i kofun, tra i più antichi. Sono tombe a tumulo, che si trovano a migliaia in tutta l’isola di Honshû, la più grande del Giappone, e nella parte settentrionale dell’isola di Kyûshû. La loro fioritura ha dato il nome a un segmento della storia del Giappone, conosciuto come «periodo Kofun» (iv-vi secolo d.C.). Dopo questi secoli, i kofun non furono più edificati, sopraffatti dalla diffusione del buddismo e delle usanze funerarie ad esso collegate.
A Kyoto, la Firenze del Giappone, ci troviamo immersi nel parco di Kinkakuji (padiglione dorato) uno dei più pittoreschi tra i molti templi dell’antica capitale imperiale. L’ incantevole piccolo tempio, ricoperto di lamine d’oro, appollaiato su un laghetto, è allo stesso tempo unico tempio zen e sacro reliquiario di Budda.
Come preti ci viene naturale domandare ai nostri accompagnatori: «In che cosa credono i giapponesi? Qual è la loro religione?». Risposte e spiegazioni sono sorprendenti. Questo popolo ha nel sangue lo shintornismo, una religione atavica, secondo la quale tutto è abitato da Dio. La gente ha un profondo senso religioso della natura, un’innata capacità di cogliere la bellezza straordinaria del creato. I messaggi televisivi avvisano quando il pesco è fiorito a Nagasaki o il ciliegio fiorisce a Kyoto. A tali informazioni, tutti sospendono ogni attività e si riversano in campagna per godere della fioritura del pesco o del ciliegio.
«Non domandare mai a un giapponese quale sia la sua religione – spiega padre Marco -; potrebbe risponderti: “Per amor di Dio, non ne ho nessuna!”. Si può domandare, invece, a quale tempio appartenga. Di fatto, su 126 milioni, 80 milioni vanno a un tempio per pregare, ma appena il 5% dei giapponesi sanno in che cosa credono».
L’innata religiosità dei giapponesi è caratterizzata da una diffusissima superficialità. Nelle case si può avere l’altarino buddista per gli antenati e quello shintornista per gli dei. Ma pochi saprebbero dire il nome degli dei venerati in famiglia.
Quando arriviamo nelI’isola di Miyajima e visitiamo il bellissimo tempio shintornista (patrimonio dell’umanità, distrutto da un tifone nel settembre del 2004 e ricostruito), si sta celebrando un matrimonio. Anche questo è un argomento che ci interessa come preti.
«I giapponesi nascono shintornisti; si sposano in chiesa e muoiono buddisti – risponde lapidario la nostra guida -. Tutti sono presentati al tempio shintornista al momento della nascita; un numero sempre crescente si sposa nelle nostre chiese cattoliche (logicamente non si tratta di matrimonio cristiano); è compito dei bonzi fare i funerali».
E finiamo (si fa per dire) a Tokyo, camminando lungo i viali, sempre in ordine e puliti, del parco dove sono le abitazioni dei bonzi buddisti. Anche qui le domande si affollano: hanno costoro una speranza futura? Nessuno ci ha chiesto l’elemosina: ma i poveri ci sono? E questi giovani in visita come noi e ai quali chiediamo di fare una foto insieme, credono a tutto questo?
«Intanto sono qui – spiega la nostra guida -. Hanno fatto le loro abluzioni. Ora guardate come battono la mano destra sulla sinistra per farsi notare dalla divinità: chiedono la grazia di essere promossi o qualche altro favore materiale… E fanno tutto con molto rispetto. Ma non chiedete qual è la loro fede o a cosa credono. Esprimono con la loro presenza la gioia di far parte della natura che li circonda».

Vincenzo Mura

Vincenzo Mura




CONSOLATA: madre dei poveri

Il Concilio Vaticano II ha messo l’accento sull’immagine di chiesa come popolo in cammino. Tra le giornie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti gli uomini Maria è, oggi come sempre, modello e guida, luce di consolazione. Soprattutto dei poveri e di ogni persona che soffre.

In questa stagione, la campagna del Sussex si stende lussureggiante da Londra verso il mare. Villette a schiera, case coloniche e nobiliari bucano il manto di prato «all’inglese» che proseguirebbe altrimenti intonso per decine di chilometri. Una fotografia di pace, armonia; magari un po’ noiosa, ma certamente rilassante. Alle spalle il viaggiatore lascia la grande metropoli; di fronte, la turistica costa della Manica è l’unico vero ostacolo prima di tuffarsi nel blu intenso del canale.

UN SANTUARIO SPECIALE

Il santuario di «Nostra Signora della Consolazione», nel paesino di West Grinstead, emerge come una grande macchia bianca immersa in un oceano di verde: un grande luogo di culto come non ci si aspetterebbe di trovare da queste parti, in questa terra dove le parole chiesa e liturgia si sposano obbligatoriamente con il concetto di sobrietà. Ci sono ragioni storiche per spiegare il perché si è voluto dedicare il santuario proprio alla Regina della consolazione. Sì, perché la Consolata ha una delle sue «seconde case» anche in Inghilterra. Dobbiamo ritornare brevemente con la memoria al XVI secolo e agli anni bui che seguirono la rottura politico-religiosa operata dalla corona inglese con la chiesa di Roma. Al colpo di mano di re Edoardo VIII seguirono anni di repressione contro la presenza cattolica in Inghilterra, che ebbero il loro picco durante il lunghissimo regno della figlia di questi: Elisabetta I. Per molti preti, religiosi o anche esponenti laici della chiesa cattolica la fuga fu l’unica opportunità per evitare minacce, arresti, torture e condanne a morte. Inutile dire che l’unica via di salvezza per chi voleva allontanarsi dalle isole britanniche era rappresentata dal mare. I percorsi delle attuali A24 e A23, le autostrade che oggi, piene di traffico, si snodano da Londra verso le cittadine di Worthing e Brighton, divennero il pericoloso cammino notturno di molti pellegrini che cercavano sul continente il modo di salvarsi e, con il tempo, riordinare le fila del cattolicesimo inglese.
Tuttavia, le campagne del sud dell’Inghilterra non offrivano soltanto pericoli a questi viandanti del tutto speciali. A West Grinstead, i Carylls, un’abbiente famiglia cattolica del posto, iniziò a dare rifugio a molti preti che tentavano di lasciare l’isola o, in seguito, cercavano di ritornarvi sotto mentite spoglie per iniziare a ricostituire nella clandestinità le comunità cattoliche. Verso la metà del XVI secolo, venne costruita nella proprietà di famiglia quella che, ancora oggi, è conosciuta come la «casa del prete», una piccola costruzione in cui i rifugiati vivevano sotto mentite spoglie, sovente travestiti da pastori. Sotto il tradizionale tetto di paglia, un fienile nascondeva una piccola cappella in cui, quotidianamente, veniva celebrata l’eucaristia. Altri due nascondigli, ovviamente privi di luce naturale, vennero ricavati utilizzando le canne fumarie della casa, angusti rifugi che permettevano ad una persona in piedi di rimanere perfettamente celata a sguardi inopportuni.
L’affidabilità di questo ricovero di fortuna è testimoniata dal fatto che non si ha avuto memoria di persone scoperte o arrestate mentre vi si nascondevano. La famiglia Carylls subì vessazioni e persecuzioni a causa della testimonianza di fede data in così difficili circostanze e non è difficile immaginare i sentimenti di paura, sgomento, angoscia, che le pareti di quel nascondiglio dovettero respirare per anni.
Quando, nel 1865, venne presa in considerazione la proposta di costruire una nuova chiesa a West Grinstead, si suggerì che il futuro santuario potesse essere messo sotto la protezione della Vergine della Consolazione. L’ordinario della diocesi di Southwark, il vescovo Grant, appoggiò caldamente questa iniziativa, riconoscendo che il «luogo santo», su cui sarebbe sorto il nuovo centro di culto, avrebbe avuto nella Madonna Consolata una degna titolare, madre e modello di una chiesa perseguitata che si fa servitrice degli oppressi della storia. Per l’importanza rivestita in quel tempo e per la particolare spiritualità che da sempre lo animava, il santuario della Consolata di Torino divenne il modello cui ispirarsi e gemellarsi, in modo da poter condividere con esso preghiere, privilegi spirituali e benedizioni.

SPIRITUALITÀ FORTE

Del resto, anche la gente di Torino aveva imparato, nel corso dei secoli, ad affidarsi alla Vergine nei momenti particolarmente difficili della vita cittadina: carestie, epidemie, guerre. La Consolata è sempre stata la discreta «compagna di viaggio» della popolazione che a lei si affidava, attenta e premurosa, pronta ad offrire uno squarcio di luce a chi brancolava nel buio di difficili circostanze esistenziali. Da sempre, insomma, la spiritualità della Consolata si è incarnata nel tessuto quotidiano della vita della città. I grandi santi sociali della chiesa torinese del tempo avevano attinto a piene mani la forza per continuare la loro opera al servizio dei più poveri anche dalla figura umile, silenziosa, ma risoluta della giovane donna di Nazaret che vedevano impressa nell’icona della Consolata.
Questo tratto caratteristico di Maria è stato riconosciuto sin dall’esperienza di fede della prima comunità cristiana. Nel racconto dell’evangelista Giovanni, immediatamente prima dei capitoli dedicati alla passione e morte del Signore, Gesù promette l’invio del suo spirito sulla comunità dei discepoli, spirito che dimorerà in loro, guidandoli nei sentirneri della storia e aiutandoli a ricordare con fedeltà e testimoniare con autorità il messaggio di Gesù. Per compiere il suo mandato, la chiesa trova in Maria un modello degno di essere imitato. In lei, celebra un essere umano capace di trascendere la propria realtà e che, abitato dallo spirito, indica con coraggio i valori del regno. Il conto del Magnificat riassume al meglio lo status che Maria riveste davanti a Dio e alla chiesa: è la umile e docile ancella del Signore, da lui consolata attraverso «grandi meraviglie» affinché possa essere lei stessa una consolatrice profetica dei poveri e degli oppressi. Di conseguenza, noi, che siamo la presente generazione di discepoli di Cristo, chiamati a partecipare e a lottare nel suo mistero di redenzione, crediamo che nessun altro come Maria possa guidarci attraverso le frange, sia umane che divine, di questo mistero. È su questi passi che ci guida il culto della Consolata.
Seguendo le orme di Maria, consolata e consolatrice, si possono superare certi aspetti devozionistici deteriori suscitati da una certa forma di culto mariano, fondata su un eccessivo sentimentalismo e una certa dose di superstizione. Ciò non significa assolutamente farsi beffe della religiosità popolare. Si tratta, invece di recuperare autentiche forme di devozione, che facciano maturare una genuina relazione dell’uomo con l’inesauribile mistero di Dio, relazione che si perfeziona nella prassi delle beatitudini e nella testimonianza dei valori del Regno.
Già papa Paolo VI, nella sua esortazione apostolica Marialis Cultus (1974) incoraggiava la ripresa di pratiche tradizionali di devozione mariana come il rosario, auspicando che esse venissero arricchite da fondamenti teologico-pastorali che le rendessero più vicine alle sensibilità e alle esigenze del mondo contemporaneo. Oggi, nuovi spunti provenienti dalle scienze bibliche, dalla teologia femminista e dal dialogo ecumenico obbligano la chiesa a ripensare teologicamente e pastoralmente il ruolo di Maria e a rivisitare il culto a lei dedicato applicandolo al contesto esistenziale del credente.
Come non pensare all’immagine di Maria che traspare dall’insegnamento del beato Allamano, per quarantasei anni rettore del santuario della Consolata di Torino? L’amore grande per la Vergine, coltivato in intense notti di preghiera e vissute a tu per tu dal coretto che si affaccia sull’icona del santuario, è passione vera per una persona «viva», reale, che l’Allamano indica come modello ai suoi preti e missionari. Una donna «che condusse una vita esteamente ordinaria, ma non in modo ordinario». Una donna come tante, vicina all’esperienza di molte altre madri, figlie e sorelle che si rivolgono a lei per cercare la via dello straordinario nell’ordinario, la santificazione nelle piccole cose. Maria madre dei poveri e degli oppressi, donna del popolo e, nello stesso tempo, icona di fedeltà al progetto di Dio sull’umanità, chiamata ad esser santa per poter essere missionaria, portatrice di Gesù Cristo, consolazione delle genti.

CONSOLARE IL MONDO

Per i poveri, Maria è sempre stata la consolata e la consolatrice, anche se per ragioni culturali, storiche o affettive l’hanno venerata e continuano a venerarla sotto altri titoli. In Colombia, per esempio, il culto alla Virgen del Carmen ha resistito all’invasione di altre devozioni mariane che hanno accompagnato l’evangelizzazione del paese nel corso dei secoli. Se andiamo però a leggere gli aspetti che caratterizzano l’amore della gente alla Madonna del Carmine, non possiamo non individuarvi gli stessi tratti tipici che ci spingono ad abbracciare la Consolata. In una terra segnata da guerra, violenza, disgregazione familiare e sociale come è la Colombia di oggi, Maria assurge a modello di fede e vita cristiana, con le sue doti di madre consolatrice. Come la figura della madre è sociologicamente il centro della famiglia, vero (e molte volte unico) punto di riferimento, Maria, sotto qualsiasi titolo la si voglia chiamare, suscita una spiritualità forte. È una donna energica, determinata, che si impegna, silenziosamente, nell’oscuro lavoro di testimoniare con fede incrollabile la sconfitta del peccato e di annunciare la liberazione messianica dei poveri dalle storiche ingiustizie sociali. In America Latina come nelle baraccopoli di Nairobi, nella foresta del nord del Brasile come nelle ghiacciate steppe della Mongolia o nel deserto umano delle opulente città europee e Nordamericane, Maria continua a essere la donna del Magnificat. È l’umile serva con cui gli emarginati di ogni tempo possono identificarsi. Come ieri furono i pellegrini che fuggivano per le campagne inglesi ad essere accompagnati da Maria al sicuro rifugio di West Grinstead, oggi sono altri migranti a cercarne la protezione. La processione della Consolata che si tiene tradizionalmente a Torino la sera del 20 giugno si veste di nuovi colori e si arricchisce di nuovi volti. Sono i segni della nuova cristianità torinese, frutto della migrazione, che celebra la propria fede nel capoluogo piemontese. Senza rinunciare alle proprie devozioni tradizionali, le comunità latinoamericane, africane, est-europee e asiatiche di fede cattolica pongono ai piedi della Consolata i loro affanni quotidiani. Da lei sono ancora una volta invitati ad avvicinarsi all’unico consolatore: Gesù, il Cristo.
Maria ha dovuto sentire su di sé la forza della consolazione: Maria resa madre prima del matrimonio e subito discriminata, Maria migrante, rifugiata in terra straniera, madre di un uomo ucciso ingiustamente e barbaramente. È proprio la sua drammatica esperienza di povertà, sofferenza, persecuzione e migrazione che rende Maria sorella dei poveri. Nessuno si può sentire da lei rifiutato e questa sicurezza rappresenta una grande fonte di consolazione per coloro che sono continuamente abbandonati alle periferie della storia. Maria è un modello che non sostituisce Cristo in quanto sorgente di ogni consolazione, ma ne completa l’opera grazie alla dimensione matea e femminile della sua esperienza di fede.

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli




«Forgiare le lance in falci e le spade in vomeri»

Lo stillicidio delle notizie e delle immagini televisive dei militari italiani caduti in Afghanistan ed in Iraq, hanno riempito i notiziari radiotelevisivi ed i giornali di questi giorni. I volti dei familiari, le lacrime strazianti delle persone care che accolgono i loro morti, il vecchio presidente che appoggia le mani sulle bare coperte dal tricolore, non possono lasciarci indifferenti. Di fronte alla morte ci si raccoglie in silenzio ed in preghiera.
Con la mente riandiamo ad altre scene simili avvenute in un recente passato, con altri giovani riportati a casa nelle bare coperte dal tricolore; e mentre a ogni morte subentra quasi un sentimento di assuefazione, non possiamo fare a meno di interrogarci sul perché di queste morti.
Nel Discorso della Montagna (Matteo cap. 5) vengono chiamati beati coloro che costruiscono la pace, perché come dice il testo, saranno chiamati figli di Dio. Costruire la pace, quindi, è vivere la figliolanza del Padre; operare per costruire la frateità degli uomini è molto di più che enunciare fredde dottrine.
Ogni anno il 24 di marzo, anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Romero, la grande famiglia missionaria fa memoria di coloro che, in diversi paesi del mondo, impegnati in un lavoro di promozione umana e di evangelizzazione, pagano con la vita la loro fedeltà agli ideali proposti dal vangelo. Scriveva padre Christian Marie de Chergè, priore della Comunità trappista di Tibhirine, in Algeria, massacrato insieme ai suoi confratelli 10 anni fa, presagendo la tragica fine che l’aspettava: «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo…, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita, non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale… Allora potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla Gloria di Cristo… E anche a te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quello che facevi; si, anche per te voglio dire questo grazie e questo “ad-Dio”. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni, beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro di tutti e due. Amen! Insciallah». Queste parole illuminano meglio di qualunque altro discorso quanto sia fondamentale per chi crede nel vangelo di Gesù, saper donare la propria vita per costruire un mondo di giustizia, di libertà e di pace.

Ma gli interrogativi restano e si fanno brucianti di fronte al prezzo di vite umane sacrificate sull’altare di una politica, il più delle volte al servizio di potentati e interessi economici estranei alla vita di ogni giorno. Come mai siamo in terre così lontane per contrastare tiranni e dittatori, mentre manteniamo ottime relazioni con altri personaggi che da tanti anni tiranneggiano i loro paesi? Come mai ad alcuni paesi non vendiamo armi perché calpestano i diritti umani e ad altri che fanno esattamente le stesse cose, li rifoiamo delle più sofisticate tecnologie belliche, come fu fatto con i talebani afghani e Saddam Hussein? Come mai per chi è impegnato in «discutibili azioni di pace» gode di una considerevole reputazione, mentre altri volontari e operatori laici, giornalisti, operatori umanitari come lo sono i missionari italiani, vengono giudicati improvvide e incaute presenze in regioni instabili e poco sicure?
La mente è confusa di fronte a certi avvenimenti e davanti a delle bare che racchiudono giovani ragazzi morti, perché anche loro credevano di andare a portare pace, lo sgomento ci assale e ci sembra persino doveroso sognare un mondo di pace, dove non ci sia più la guerra, perché come afferma il Nuovo Catechismo degli adulti della Cei (pagg. 493/494): «La guerra è il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti. Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente e sostituirla con il ricorso ad altri mezzi, come la trattativa e l’arbitrato internazionale. Si dovrebbe togliere ai singoli stati il diritto di farsi giustizia da soli con la forza, come già è stato fatto ai cittadini… Appare sempre più urgente promuovere nell’opinione pubblica il ricorso a forme di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell’esercito per assimilarlo ad un corpo di polizia internazionale».
Commissione Giustizia e Pace, Diocesi di Novara e Vercelli

Commisione giustizia e pace




L’impegno sociale…«è rock»

Intervista a Bono, leader del gruppo musicale «U2»

Folgorato dal successo, la rockstar Paul Hewson, meglio conosciuto come Bono, non ha mai dimenticato le sue umili origini. Da molti anni, la sua forte coscienza sociale lo ha portato a schierarsi in difesa dei più poveri del mondo, mettendo a loro servizio le sue due grandi passioni, tipicamente irlandesi: religione e musica.

A Dublino, in Earl Street North, c’è un negozio di articoli acustici: il Bonavox Hearing Aid Store. Un giorno, Derek Hanvey detto «Guggi», del gruppo punckettaro The Villane, e Paul Hewson voce solista degli Hype, passarono di fronte alla piccola vetrina in cui erano esposti coetti acustici. Guggi guardò l’insegna ed ebbe una folgorazione: ricordando che bonavox in latino significa «bella voce» scelse di affibbiare questo soprannome al suo amico Paul. Il giovane Paul Hewson, gradì il nomignolo, abbreviandolo in Bono, pseudonimo con cui, di lì a pochi anni, diverrà famoso in tutto il mondo.
Pochi mesi dopo la passeggiata in Earl Street North, il cantante dei Radiators, Steve Rapid, propose agli Hype di cambiare il nome del loro gruppo, scegliendo un nuovo sostantivo dal doppio significato: U2. U2 erano gli aerei spia americani, utilizzati nella Seconda guerra mondiale; ma la fonetica inglese, «iu tu» può essere interpretata anche come «you too», «anche tu».
Anche tu sei partecipe di tutto quello che sta accadendo; anche tu porti le responsabilità delle catastrofi che attanagliano il mondo; anche tu hai la possibilità e il dovere di combattere per un mondo più giusto e dignitoso… Anche tu non ti devi tirare indietro…
Il binomio U2-Bono è oramai consolidato sia nel mondo musicale che in quello dell’impegno umanitario. Abbiamo incontrato Bono durante una pausa nella touée mondiale dell’ultimo album pubblicato, How to dismantle an atomic bomb (Come smantellare una bomba atomica).

Lei si dice contrario al mondo delle corporazioni e multinazionali, ma il suo gruppo nel 2004 ha sponsorizzato l’uscita dell’iPod della Apple. Non c’è una contraddizione di fondo?
La musica deve andare al passo con la tecnologia e non rimanere al palo, pena la sua sclerotizzazione. Inoltre, noi non sponsorizziamo l’iPod in sé, ma l’U2-iPod, che è anche un nostro prodotto perché contiene le nostre canzoni.

Cosa rappresenta la musica per lei?
La musica è il mio modo di parlare al mondo, ai giovani. Non dimenticherò mai le mie origini: il buco in cui a 17-18 anni suonavamo, il fatto che al di là degli stadi, del mondo in cui vivo ora, c’è un altro mondo fatto di povertà, miseria, disperazione.

Lei è ricco, famoso, ma al tempo stesso non dimentica le sue umili origini. Chi vuole rappresentare?
Rappresento quei paesi che, per pagare gli interessi dei loro debiti, non possono finanziare scuole, ospedali, istituti di ricerca. Rappresento quei milioni di persone che sono malate di Aids e che muoiono di fame.

Perché, secondo lei, gli Usa e gli stati più ricchi dovrebbero finanziare la ricerca sul vaccino dell’Aids e appoggiare le aziende farmaceutiche che producono farmaci inibitori del virus a prezzo inferiore?
Perché è una questione di sicurezza mondiale e perché combattendo questa battaglia, che a differenza di altre può essere vinta, l’immagine dell’Occidente può venire riabilitata agli occhi del terzo mondo. Viviamo in un mondo dove ogni giorno 6.500 africani muoiono a causa di una malattia che potrebbe essere debellata. Riportare un minimo di giustizia: è questo il risultato che mi prefiggo di ottenere.

Ha fiducia nei politici?
Sono cresciuto in un mondo che odiava e non aveva fiducia nei politici. Quando cresci in una famiglia povera, in un quartiere emarginato e dimenticato, non credi più alla politica. Vorresti distruggere tutto. Ma oggi ho in loro maggiore fiducia, perché la facilità delle comunicazioni, i mass media meno ossequiosi costringono i politici a mostrare i fatti, oltre che le parole.

Questo è il suo parere; quello dell’opinione pubblica forse è meno ottimistico…
Ed è qui che dobbiamo lavorare: la gente non ti darà un centesimo se non è sicura che i soldi che elargirà vadano a buon fine. Oppure te li darà una volta, ma poi chiuderà la sua borsa. La gente sa che la corruzione è un grande problema in Africa. È per questo che non chiediamo soldi se non siamo sicuri dove vadano a finire. Sono sicuro che la gente è generosa. Prendiamo gli esempi di interventi che hanno avuto successo, come in Senegal, Mozambico, Tanzania: qui i governi hanno accolto con favore le richieste di aiuto e si sono prodigati per creare servizi utili alla popolazione.

Eppure molti governi africani, come quello etiopico, sudanese, ugandese, rwandese, non dimostrano certo di voler ripristinare la democrazia o combattere la corruzione.
Il governo britannico ha bloccato ogni aiuto ad alcuni di questi governi. Ma sono anche dell’opinione che gli aiuti umanitari non debbano essere subordinati allo stabilimento delle regole democratiche in uno stato. Chi è in difficoltà deve avere la possibilità di essere salvato e questo è il nostro compito.

In che modo il suo impegno umanitario si è radicato in lei divenendo la sua filosofia di vita?
È la disperazione di un padre etiope, che mi ha supplicato di prendere con me la sua bambina di pochi mesi, affinché sopravvivesse alla carestia, che mi ha convinto di dedicarmi alla causa umanitaria. In lui ho visto Gesù Cristo.

Chi pensa sia Gesù?
Penso che sia il figlio di Dio. Lo penso, per strano che possa sembrare.

Come si sviluppa il suo rapporto con la religione?
Per ogni uomo arriva il periodo di vita in cui inizia a riflettere su se stesso, sul fatto che un terzo della popolazione soffre la fame e che tu sei un cantante di un gruppo superpagato. Sono contraddizioni, come forse lo è la nostra sponsorizzazione all’U2-iPod o la mia amicizia con Soros o Bill Gates. Ma sono queste contraddizioni che generano nuova vita. E allora mi affido a Dio. Penso che Dio non è definibile dall’uomo. È più grande, più vasto, più profondo di qualunque pensiero l’uomo possa avere su di lui. Se cerchi Dio, cercalo tra i più poveri, lì lo troverai. Sono credente e voglio portare un po’ di paradiso su questa terra.

Lei ha incontrato Giovanni Paolo ii. Cosa ricorda di quell’incontro?
Grande uomo, grande religioso. Non sono d’accordo con le sue posizioni sulla contraccezione e lui lo sapeva, ma abbiamo parlato delle cose che più ci univano che di quelle che ci dividevano. Abbiamo parlato dell’impegno umanitario, del debito pubblico, della guerra in Iraq e in Afghanistan. Lui si è fatto fotografare con gli occhiali che gli ho regalato ed io porto la copia del suo rosario; quella originale l’ha voluta tenere mia moglie Ali. Mi ha anche fatto i complimenti per i nomi dei miei figli, tutti nomi biblici: Eva, Giordano, Elia e Giovanni.

Come le è venuta l’idea di sventolare la bandiera bianca al Live Aid del 1985?
Sono irlandese e nell’Irlanda del Nord si sta combattendo un vero e proprio conflitto che ha causato migliaia di morti. So cosa significa vivere in un paese diviso e in guerra. La bandiera bianca, drenata da ogni colore, simbolo di purezza e di resa, cioè di pace perfetta, mi ha permesso di esprimere ciò che volevo dire con le mie canzoni in altro modo, forse più plateale e visibile a chiunque.

Lei si reputa un politico, un musicista, un operatore umanitario o semplicemente un idealista?
Mi piacerebbe considerarmi un operatore umanitario che fa della musica. A destra mi criticano perché mi considerano di sinistra; viceversa, a sinistra mi criticano perché «flirto» con politici di destra, come Bush o con i repubblicani americani. Ma io non mi interesso di politica. Mi interessa aiutare chi soffre, gli ultimi, per dirla con parole cristiane. Quello che è accaduto negli anni ‘80, è stato disastroso, perché tutto si muoveva in base alle ideologie, sia di destra che di sinistra. Oggi non hanno più senso. È chiaro che il marxismo-leninismo, nato sull’onda della rivoluzione industriale dell’Ottocento, non può più essere applicata al mondo odierno, anche se questa idea venisse rivisitata. Ma anche il liberalismo, con l’economia capitalista, è ormai desueta e sorpassata.

Allora cosa ci rimane?
La religione. Nella bibbia ci sono più di 2.100 versetti che parlano della povertà. Le folle che papa Giovanni Paolo ii portava ogni volta che si muoveva erano ben più numerose di quelle che possono mobilitare i concerti degli U2 o di qualsiasi gruppo musicale sulla scena mondiale.

Cosa pensa di Bush? Di recente l’ha elogiata, dicendo che in lei apprezza il fatto di utilizzare la sua celebrità per compiere opere buone.
Bush è un politico intelligente e, sorprendentemente, molto spiritoso. Ha accettato di aiutare la causa per cui si batte l’organizzazione da me co-fondata, la Data, facendo approvare al Congresso americano una legge che stanziava 485 milioni di dollari per la lotta all’Aids. È stato il programma di cura e prevenzione dell’Aids mai lanciato prima in Africa e ha avuto un successo straordinario; ma è solo l’inizio. I governi occidentali non stanziano sufficienti fondi per la lotta a quella che chiamo la nuova lebbra del xx secolo, l’Aids, o non stanziano fondi per finanziare l’acquisto di zanzariere per evitare il propagarsi della malaria. Tutto questo Dio non l’accetterebbe. E se per combattere l’Aids, la malaria, la fame debbo farmi fotografare con Bush, ebbene, io mi faccio fotografare con Bush.

Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali




San Columba: dono ricambiato

Columba (o Colombano di Iona), figura di grande fascino e forte irradiazione, monaco, fondatore di monasteri e missionario, uomo di cultura, calligrafo eccellente e poeta, nonché personalità politica di rilievo, forma, con Brigida e Patrizio, la triade dei grandi patroni d’Irlanda.
Columba nasce a Gartan (Irlanda del Nord), attorno al 521, da una famiglia del potente clan degli Ui Néill: 4 suoi cugini, lui vivente, diventeranno re. Lo sarebbe diventato pure lui se non si fosse ritirato a Clonard, abbracciando la vita monastica.
Tornato al Nord, fonda vari monasteri, tra i quali Derry (546), Durrow (553). Nel 563, a 42 anni, con 12 compagni, ripercorre il cammino inverso di Patrizio e Finniano, per portare il dono della fede in Britannia. Si stabilisce nell’isola di lona, nell’estremità della Scozia, dove fonda un monastero che sarà presto un centro di cultura e irradiazione missionaria. Alla vita monastica, scandita da preghiera, penitenze, studio e lavoro manuale, unisce l’evangelizzazione, rivolta sia ai cristiani (regno irlandese dei Dalriada) che ai pagani, convertendo le popolazioni dei pitti e degli angli.
Tra Scozia e Irlanda, sono più di 50 i suoi monasteri, che vengono organizzati in una sorta di federazione, nota come «familia Columbae», governata secondo il sistema giuridico dei regni celtici. Più volte torna in Irlanda per visitare i monasteri della sua «famiglia», per importanti missioni di carattere diplomatico e politico, per difendere la classe dei bardi, poeti-cronisti laici, malvisti dalla nuova classe di monaci letterati.
Uomo di grande cultura, a Columba sono attribuiti vari inni in latino e in gaelico, manoscritti e codici miniati di grandissimo valore. Un suo biografo lo descrive come «angelico nell’aspetto, fine nella parola, santo nelle opere, di ottima indole e grande nel dare consigli. Non riusciva a lasciar passare anche solo un’ora senza essere occupato a leggere o scrivere o fare un qualche lavoro».
Muore il 9 giugno 597. Il suo spirito, fatto di ascetica severa, passione per il vangelo e amore per la cultura, caratterizzerà a lungo il monachesimo di Iona, quello che avrà il suo frutto più bello in Aidano, il fondatore di Lindisfae e grande evangelizzatore degli angli.

B.B.

Benedetto Bellesi




Santa Brigida: pub …paradiso

Fondatrice e badessa di uno dei primi monasteri irlandesi, santa Brigida è la santa più popolare in Irlanda, seconda solo a san Patrizio, di cui continuò l’opera di evangelizzazione dell’isola. Ella nacque verso la metà del v secolo a Fochairt, presso Dundalk.
Secondo alcune tradizioni agiografiche, avrebbe avuto solo 6 anni alla morte di san Patrizio, si sarebbe consacrata al Signore in tenera età, secondo l’usanza del tempo, per poi ricevere il velo dalle mani di altri santi.
La sua vita è intrisa di leggende: sarebbe addirittura stata ordinata vescovo. È storicamente certo che fu badessa del monastero maschile e femminile da lui fondato a Kildare, a 60 chilometri a sud ovest di Dublino. Era infatti abbastanza comune nella chiesa celtica che una donna in qualità di superiora governasse entrambi i rami di un monastero.
La sua leggendaria figura costituisce una sorta di anello di congiunzione tra il mondo pagano celtico e il cristianesimo appena esordiente. Per questo i racconti della sua vita, come di molti altri santi celtici e medioevali, è ricalcata sulla falsariga degli episodi evangelici della vita di Gesù, inestricabilmente intrecciati con mitologia e saghe celtiche. Oltre alla nascita preannunciata da un druido, alla raccolta di discepoli attorno a se, le vengono attribuiti vari miracoli, come nel caso di Gesù, rispondenti ai bisogni del prossimo. Il più famoso è quello ricalcato sulle nozze di Cana: nel Meath la santa «spillò birra da un solo barile per 18 chiese, in quantità tale che bastò dal giovedì santo alla fine del tempo pasquale» (Breviario di Aberdeen).
Simpatica è una sua preghiera, in cui descrive il «banchetto celeste», con tutti gli abitanti del paradiso, e termina con queste parole:
«Vorrei un lago di birra per il Re dei re.
Vorrei che ci fosse allegria nel bee.
Vorrei anche Gesù qui.
Vorrei guardare la famiglia celeste
che ne beve per l’eternità».

Morì verso l’anno 524. Data della sua festa fu da sempre il 1° febbraio, giorno in cui è ancora oggi ricordata anche dal martirologio ufficiale della chiesa cattolica, che nel delineare il profilo della santa riporta i pochissimi dati certi sulla sua vita: badessa e fondatrice di uno dei primi monasteri irlandesi, nonché prosecutrice dell’opera di evangelizzazione intrapresa da san Patrizio.

B.B.

Benedetto Bellesi




San Patrizio: santo del trifoglio

SAN PATRIZIO: SANTO DEL TRIFOGLIO

San Patrizio, santo patrono d’Irlanda, viene festeggiato il 17 marzo, giorno della sua morte, in tutti i paesi che ospitano grandi comunità di irlandesi, come Stati Uniti e Australia.
Nato intorno al 385 d.C., presumibilmente a Kilpatrick (Scozia), all’età di 14 anni fu catturato da predoni irlandesi e venduto come schiavo a un re del nord, che lo costrinse a 6 anni in cattività, trovando conforto e forza nella fede in Dio. Fu un sogno, in cui il Signore gli chiese di uscire dall’Irlanda per propagare la fede, che indusse Patrizio a recarsi a Wexford e da lì in Britannia, dove venne catturato di nuovo. Liberato dopo 60 giorni, capì che prima doveva prepararsi alla sua missione. Si recò a Auxerre, nel continente, dove intraprese gli studi e venne ordinato prete dal vescovo san Germano, nel 417. Un altro sogno portò Patrizio in Irlanda per compiere l’evangelizzazione e nel 432 venne nominato vescovo d’Irlanda, succedendo a san Palladio.
Una leggenda afferma che il primo irlandese convertito e diventato suo braccio destro nell’evangelizzazione, fu Dichu, uno dei predoni che lo aveva tenuto schiavo da ragazzo: costui voleva uccidere il vescovo, ma il braccio gli si pietrificò e riprese a muoverlo solo dopo aver placato la sua ira.
Per poter evangelizzare la gente, Patrizio aveva bisogno del benestare del più potente sovrano dell’Irlanda, Laoghaire, re di Tara. Per attirae l’attenzione, approfittò dell’usanza dell’accensione del falò per salutare la primavera: siccome chi lo accendeva per primo aveva diritto di regnare, Patrizio e i suoi discepoli incendiarono per primi una grande pira e spiegarono al re che il loro unico scopo era quello di portare il vangelo tra la gente. Il re fu bene impressionato dalla spiegazione del santo e lo invitò nella sua corte.
Ma i druidi, temendo di perdere il loro prestigio, cercarono di screditare il santo vescovo davanti al re. Una volta gli chiesero di far nevicare, nonostante la primavera fosse ormai avanzata. Egli rispose che solo Dio poteva avere un simile potere, ma appena finito di parlare, la neve scese copiosamente, sciogliendosi quando Patrizio si fece il segno di croce. Un’altra volta derisero la sua predicazione sulla Trinità. Patrizio chiese aiuto al Signore affinché gli suggerisse un modo per spiegare tale concetto. Raccolse allora un trifoglio da terra e spiegò che la Trinità era come quelle foglie: un’unica Divinità in tre personalità distinte. Il re, favorevolmente impressionato dalla spiegazione, permise al santo di continuare la predicazione del vangelo alla gente, che si convertì in massa.
Per questo motivo il trifoglio è considerato simbolo d’Irlanda.
San Patrizio morì a Downpatrick nella contea di Down il 17 marzo 461.

Marta Puerari

Marta Puerari




Da evangelizzati a evangelizzatori

Grazie all’opera di san Patrizio, santa Brigida, san Columba e molti altri, la chiesa irlandese è nata con tratti originali. Moltissimi monaci irlandesi hanno evangelizzato il continente, contribuendo fortemente alla costruzione dell’Europa.

I romani la chiamavano Hibeia, ma se ne disinteressarono. Priva di città, di metalli preziosi, con un clima ritenuto inospitale, non fu sfiorata dalla colonizzazione romana né da invasioni barbariche; così l’Irlanda rimase isolata dal continente europeo e poté conservare le sue tradizioni celtiche, la sua struttura agricola e pastorale.
E quando nel secolo v iniziò l’evangelizzazione dell’isola, l’Irlanda, più che accogliere il cristianesimo, ne fu assorbita e trasformata in qualcosa di totalmente nuovo. Alleggerita del bagaglio sociopolitico del mondo greco-romano, la chiesa irlandese nacque e si sviluppò con tratti originali, ma fieramente cattolica; si strutturò secondo una propria peculiarità, attingendo le tradizioni giuridiche dalla cultura celtica e sviluppando una straordinaria capacità di irradiazione spirituale e missionaria.

MONACI, ABATI E BADESSE

L’Irlanda diventò totalmente cristiana per opera del monaco bretone Patrizio (vedi riquadro). Per 30 anni, con zelo infaticabile, egli fondò vari monasteri, divenuti punti di riferimento della vita religiosa e culturale del paese. Nella sua attività apostolica ebbe una geniale intuizione: associare i bardi (poeti e maestri di scuola) all’annuncio del vangelo.
La missione di Patrizio aveva avviato una chiesa modellata sull’organizzazione diocesana, secondo la struttura amministrativa romana, incentrata sui vescovi, per lo più insediati nelle antiche città romane. Ben presto però, mancando l’Irlanda di una vita urbana, la struttura ecclesiale fu adattata al sistema socio-politico della società celtica, che era tenuta insieme da legami tribali e familiari.
Già prima della fine del vi secolo l’organizzazione della chiesa fu incentrata sui monasteri. La parrocchia o diocesi monastica corrispondeva al distretto di un clan, il cui capo era fondatore, patrono e proprietario del monastero, tanto che l’abate era scelto dal capo tribale. Il monastero, a sua volta, fungeva da chiesa e scuola, punto di convergenza spirituale e sociale del clan o del gruppo familiare.
Capo spirituale del monastero e del territorio annesso era l’abate, che non necessariamente era consacrato vescovo o sacerdote. La gerarchia ecclesiastica tradizionale, quella istituita al tempo di Patrizio, continuava a esistere, ma i vescovi operavano normalmente all’interno della parrocchia monastica e sotto l’autorità dell’abate.
Alcuni monaci, infatti venivano ordinati per svolgere le funzioni sacerdotali: amministrazione dei sacramenti, ordinazioni sacerdotali, consacrazione di chiese e altari. Vescovi e preti venivano pure inviati in missioni itineranti per convertire altri clan e altri popoli. Si svilupparono così alcune grandi abazie, che abbracciavano pure i territori delle nuove fondazioni, anche al di là del mare, in Scozia e Britannia.
Il secolo vi fu il periodo d’oro delle fondazioni monastiche. La tradizione attribuisce tale sviluppo all’azione di Finniano, un altro monaco della Britannia occidentale, che fondò nel Meath il monastero di Clonard, passato nella tradizione come una «scuola di santi».
Una caratteristica prettamente irlandese era il ruolo della donna nella società celtica, trasferita automaticamente nell’organizzazione ecclesiale e monastica. Oltre ai monasteri rigidamente maschili, infatti, sorsero spesso i cosiddetti «monasteri doppi», che ospitavano comunità di uomini e donne, separate ma vicine, in alcuni casi con una chiesa comune per gli uffici liturgici.
In molti casi le badesse dei «monasteri doppi» esercitavano la loro autorità su uomini e donne. Le regole concedevano loro anche il potere di ascoltare le confessioni e dare l’assoluzione. Si trattava, in genere, di fondazioni aristocratiche, per cui tali badesse erano di nobili origini, colte ed energiche. Ma la regola raccomandava che «una badessa doveva essere nobile in saggezza e santità, più che nobile di nascita».
Il primo dei monasteri doppi sarebbe stato fondato da santa Brigida a Kildare (vedi riquadro). Nobildonna di una delle più antiche famiglie irlandesi, «madre delle monache d’Irlanda», la vita di santa Brigida era radicata nei miti e nei riti della sua terra; per cui anche i racconti della sua vita sono inseparabili dalle mitologie e saghe celtiche. Per quanto leggendari, tali racconti rivelano l’importanza del ruolo femminile nel movimento monastico irlandese, caratterizzato da una tumultuosa varietà di vita religiosa, ben diversa dal più ordinato monachesimo benedettino.

«MARTIRIO VERDE»

Evangelizzazione e crescita della chiesa in Irlanda avvennero in modo pacifico, senza persecuzioni e senza martiri, almeno per un millennio, fino al tempo di Elisabetta i d’Inghilterra. In assenza del «martirio rosso», cioè con spargimento del sangue, gli irlandesi escogitarono altre forme di martirio: una di esse era il «martirio verde».
I martiri verdi, rinunciavano alle comodità e ai piaceri comuni alla società umana e si ritiravano in luoghi solitari (boschi, montagne, o isole deserte), fuori delle giurisdizioni tribali, per studiare le scritture e vivere in comunione con Dio.
Vita monastica ed eremitica era interpretata dagli irlandesi secondo la propria identità psicologica e religiosa, con pratiche ascetiche dure e intransigenti, da rasentare l’eccentricità (stando alle leggende tramandate), come cantare i salmi distesi sul ghiaccio, oppure pregare con le braccia distese a forma di croce così a lungo, che gli uccelli avevano il tempo di fare il nido sulla testa dell’orante.
È certo, tuttavia, che i monasteri, centri di spiritualità e di cultura, pullulavano di monaci, molti dei quali entrarono nel calendario liturgico, meritando all’Irlanda il titolo di «isola dei santi».

«MARTIRIO BIANCO»

Tra questi santi ci sono anche tanti missionari. Popolo socievole e nomade per indole, agli irlandesi non bastava il «martirio verde» e inventarono il «martirio bianco», una geniale combinazione di ascetismo ed evangelizzazione, attività quest’ultima che da sempre ha caratterizzato la chiesa irlandese.
Moltissimi monaci abbandonavano il monastero di origine, senza farvi più ritorno, e andavano peregrinando di luogo in luogo ad annunciare la parola di Dio. Grazie a tale forma di ascesi, chiamata pure «peregrinazione per Cristo» o «peregrinazione per amore di Dio», essi si sparsero a migliaia prima in Gran Bretagna, poi in tutto il continente: da evangelizzati gli irlandesi diventarono evangelizzatori.
Cominciarono con il portare il vangelo alle altre popolazioni celtiche stanziate nelle coste occidentali della Gran Bretagna; spingendosi fino all’estremità della Scozia, dove san Columba (521-597), fondò il monastero di Iona (vedi riquadro), ben presto diventato centro di irradiazione culturale, religiosa e missionaria, per le isole circostanti, fino alle Orcadi, Shetland e Islanda.
Nello stesso periodo, un numero incalcolabile di missionari-pellegrini varcarono l’oceano e invasero il continente, dalla Francia alla Polonia, dalla Svizzera all’Italia. Anche le loro gesta sono tramandate con toni epici e fantasiosi; ne è un esempio san Brentano (484-578), il quale, avventuratosi con 17 monaci in una spedizione oceanica, su una barca di vimini rivestita di pelli, celebrò la pasqua in groppa a una balena gigantesca, scambiata per un’isola.
Tali leggende, tuttavia, non fanno altro che esaltare la realtà storica, testimoniata da città e regioni che fanno risalire le loro origini ai missionari celtici e bretoni, o ne portano addirittura il nome. Per limitarci all’Italia, quasi ogni regione ne vanta uno, e spesso tanto popolare da apparire come tipico del luogo: sant’Orso d’Aosta, san Frediano di Lucca, san Cataldo di Taranto, san Donato di Fiesole, sant’Emiliano di Faenza, san Felice di Piacenza… Il più noto dei missionari itineranti è san Colombano (543c.-615), anche lui conteso tra Bobbio, Luxeuil, Bregenz.
Nel 590, con 12 compagni, Colombano lasciò il suo monastero di Bangor e passò in Gallia; dopo molto peregrinare fondò in Borgogna i monasteri di Annegray, Fontaine e Luxeuil, che diventò la Montecassino francese.
Cacciato dalla Borgogna, peregrinò lungo la valle del Reno, evangelizzando i pagani in Alsazia e Svizzera, dove fondò un monastero a Bregenz, a ovest del lago di Costanza, mentre il suo compagno san Gallo ne fondò un altro che porta ancora il suo nome. Raggiunta l’Italia, Colombano terminò la sua corsa a Bobbio (Piacenza), dove morì nel 615, mentre stava costruendo il suo ultimo monastero.

RADICI DELL’EUROPA

L’evangelizzazione di Colombano, e dei missionari irlandesi in generale, non era programmata né guidata dall’alto e, per molti aspetti, era fortemente innovativa. Il cristianesimo da loro vissuto e predicato conservava tutte le caratteristiche desunte dalle tradizioni celtiche. Regime di vita monastica, consuetudini rituali e liturgiche, data della celebrazione della pasqua, metodi ascetici e spirituali, prassi pastorali, come la confessione privata… costituivano elementi di novità, che spesso entrarono in contrasto con le tradizioni di origine romana già affermate nella cristianità del continente.
Scontri e tensioni con i vescovi erano inevitabili, sia per le bizzarrie di qualche «pellegrino», sia perché i missionari irlandesi rimproveravano preti e prelati di lassismo, re, principi e papi di rompere l’unità della chiesa.
Colombano difese con passione e solide argomentazioni la legittimità delle tradizioni della cristianità irlandese, rimanendo scrupolosamente unito e fedele alla chiesa di Roma. Ma nei secoli seguenti, con l’espansione del monachesimo benedettino, molte di tali tradizioni furono assorbite, ordinate o cancellate. Sopravvissero, invece, alcuni gusti nel campo della musica, arte, architettura, scrittura, trascrizione di codici e nella liturgia, come la confessione privata, adottata dalla chiesa universale.
Della missione Colombano e dei suoi discepoli rimase indelebile, soprattutto, un ideale: la fusione di culture e popoli diversi in una sola famiglia, sotto la guida del vescovo di Roma. In tale modo nessun popolo avrebbe potuto né dovuto minacciare l’altro, «perché, scriveva Colombano in una sua lettera – noi tutti siamo membra unite di un solo corpo, sia franchi, bretoni, irlandesi o qualsiasi possa essere la nostra razza».
Nasceva così l’Europa cristiana.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




William Butler Yeats

William Butler Yeats nasce il 13 giugno 1865 a Sandymount da John Butler, un pastore protestante, e dalla cattolica Susan Pollexfen, figlia di una ricca famiglia di Sligo.
Nel 1882 comincia a comporre le prime poesie. E due anni dopo inizia a frequentare la Metropolitan School of Art di Dublino, dove incontra George Russell, che lo appassiona all’esoterismo, una materia che accompagnerà il poeta per tutto il resto della sua vita. Dopo un periodo trascorso a Londra, torna a Dublino, dove nel 1892 fonda l’Irish Literary Society.
La vita sentimentale di Yeats ha una svolta il 30 gennaio 1889, quando conosce Maud Gonne, figlia di un ufficiale irlandese e lei stessa votata alla causa indipendentista. Se ne innamora, non ricambiato, e anche il poeta si vota alla causa nazionalista, più per amore per Maud che per convinzione ideologica. Le sue speranze di sposare Maud vengono spente nel 1903, quando l’amata sposa John MacBride. Anche dopo il 1916, anno in cui MacBride viene fucilato, per essere stato uno dei capi della «Rivolta di Pasqua», Maud Gonne rifiuta di concedersi a Yeats.
Nel 1896, l’incontro con la signora Augusta Gregory permette a Yeats di dedicarsi alla letteratura e, nel 1904, di fondare l’Abbey Theatre di Dublino, che diverrà uno dei più importanti teatri d’Europa fino al 17 luglio 1951, quando un incendio mise fine alle rappresentazioni.
Nel 1909 il poeta irlandese incontra Ezra Pound, che 4 anni più tardi diverrà suo segretario. Nel 1917 sposa Gorge Hyde-Lees, da cui avrà una figlia, Anne, e un figlio, William Michael.

Nel 1922, dopo la costituzione del Libero Stato d’Irlanda, Yeats viene invitato a far parte del Senato. L’anno dopo, 1923, gli viene conferito il Premio Nobel della Letteratura. Durante la premiazione, Yeats afferma: «Il mio lavoro è stato sostenuto dall’entusiasmo e dalla gioia di una tradizione ritrovata; e dicendo queste parole sento quanto profondamente dovremmo scavare, per scoprire al di sotto di tutto ciò che è individuabile, moderno e instabile, le fondamenta di una Irlanda la cui esistenza non si potrà realizzare, se non in un’Europa che per il momento resta ancora un sogno».
Ma l’Irlanda di Yeats non è l’Irlanda che vogliono i politici e i rivoluzionari: l’Irlanda di Yeats, quella mitologica, quella del passato, contrastava con l’idea di un paese secolare e proiettato verso il futuro.
Il suo disprezzo verso questi politici è evidente nei suoi versi:
«Poeti irlandesi, apprendete il mestiere,
cantate ogni cosa ben fatta,
disprezzate la razza che ora cresce,
tutta difforme dalla testa ai piedi,
i loro cuori, le loro teste senza memoria…
così che nei giorni a venire si possa
essere ancora gli indomabili irlandesi».
Deluso dalla politica del suo paese, nel 1928 si rifiuta di candidarsi di nuovo per il Senato. Soggioando a Rapallo viene a contatto con l’idea fascista, che per un certo periodo lo affascina pur senza farsene promotore.
Continua, invece a dedicarsi agli studi esoterici e teosofici fino alla sua morte, avvenuta il 28 gennaio 1939 in Francia. Le sue spoglie vennero trasferite a Drumcliff solo nel 1948.

Benedetto Bellesi




Scheda Storica

IV millennio a.C.: popolazioni stanziali agricoltori e pastori. Costruiscono Newgrange (2.500 a.C.).
L’isola inizia a essere divisa in circa 100 regni federati, governati dal re supremo residente a Tara.
432 d.C.: arriva san Patrizio.
455: san Patrizio fonda la chiesa di Armagh.
563: san Colombano è il primo missionario irlandese.
795: iniziano le incursioni dei vichinghi.
967: inizia la campagna militare contro i vichinghi.
999: il re supremo di Muster, Brian Boru, sconfigge il re vichingo di Dublino, Sitric Silkenbeard.
1100: viene fondato il monastero di Glendalough.
1169: Richard de Clare, detto Strongbow, capo delle truppe anglo-normanne, invade l’Irlanda su richiesta del re di Leinster, Dermot McMurrough. Enrico ii d’Inghilterra si dichiara «Signore d’Irlanda».
1172: Enrico ii d’Inghilterra lascia l’Irlanda, dopo che il papa lo ha confermato sovrano d’Irlanda.
1224: i domenicani arrivano in Irlanda.
1366: Statuto di Kilkenny, che vieta il matrimonio tra irlandesi e anglo-normanni.
1532: Enrico viii si distacca dalla chiesa cattolica: l’Irlanda è teatro di scontri tra cattolici e protestanti.
1539: Enrico viii abolisce i monasteri.
1541: Enrico viii è proclamato re d’Irlanda dal Parlamento irlandese.
1557: Maria i riorganizza l’intero territorio d’Irlanda con il sistema delle plantations, espropriando la terra agli irlandesi e assegnandola agli anglo-normanni.
1592: viene fondato il Trinity College.
1649-1652: Cromwell si vendica degli assalti irlandesi contro i protestanti in modo spietato.
1688: Giacomo ii viene deposto dal trono d’Inghilterra e si rifugia in Irlanda per organizzare la resistenza.
1690: Giacomo ii è battuto da Guglielmo d’Orange nella battaglia di Boyne e l’Inghilterra conquista l’intera Irlanda.
1731: nasce il Belfast Newsletter, il più antico quotidiano al mondo.
1800: Act of Union: l’Irlanda viene ufficialmente unita alla Gran Bretagna.
1828: Daniel O’Connell riesce a far approvare il Catholic Emancipation Act, che concede il diritto di voto a un numero limitato di cattolici.
1845-48: «Grande Carestia»: più di 2 milioni di persone muoiono. Altri 2 milioni emigrano.
Nascono le prime organizzazioni per i diritti degli affittuari, poi diventate organizzazioni indipendentiste.
1905: nasce il Sinn Fein (noi soli).
1913: nasce l’Ulster Volunteer Force contro la Home Rule.
1916: nasce l’Esercito repubblicano irlandese (Irish Republican Army, Ira). L’insurrezione di Pasqua, che doveva estendersi in tutta l’Irlanda, si limita alla sola Dublino, dove 2.500 persone occupano per 5 giorni il Gpo (Ufficio postale generale).
I 14 capi dell’insurrezione vengono tutti fucilati.
1920: Govement of Ireland Act: l’isola è divisa in due parti. Il sud è chiamato Stato Libero d’Irlanda.
1921: guerra anglo-irlandese nell’Irlanda meridionale.
1926: Eamon De Valera lascia il Sinn Fein e fonda il Fianna Fáil (soldati del destino).
1932: il Fianna Fáil vince le elezioni e De Valera diviene Taioseach (primo ministro).
1936: l’Ira è messa al bando nello Stato Libero d’Irlanda.
1937: lo Stato Libero d’Irlanda è indipendente. Le Sei contee del nord rimangono alla Gran Bretagna.
1949: l’Eire prende il nome di Repubblica d’Irlanda ed esce dal Commonwealth.
1959: Eamon De Valera è eletto presidente.
1972: Bloody Sunday a Derry: 13 dimostranti uccisi.
1973: l’Eire aderisce alla Comunità europea.
1976: Mairead Corrigan e Betty Williams, dell’Ulster Peace Movement vengono insignite del premio Nobel per la Pace.
1991: Mary Robinson è eletta presidente della Repubblica d’Irlanda.
1992: il 62% degli elettori irlandesi si dice favorevole a dare alle donne la possibilità di abortire all’estero.
1997: Mary McAleese diviene presidente della Repubblica, succedendo a Mary Robinson.
1998: processo di pace in Nord Irlanda con gli Accordi del Good Friday.
2001: Mary McAleese viene confermata presidente dell’Eire senza elezioni per mancanza di candidati in alternativa al suo nome.
2005: l’Ira annuncia l’inizio del processo di disarmo.

Benedetto Bellesi




Verso il futuro senza memoria?

Bere una pinta di Guinness in Irlanda, più che un rito è una vera e propria arte: dopo la prima spillatura, la birra viene lasciata decantare diversi minuti, in modo da permettere a tutte le minuscole bollicine di risalire faticosamente in superficie. Poi, ecco l’oste rabboccare di nuovo il bicchiere, sino a che il liquido maltoso e scuro è sovrastato da un centimetro di densa schiuma bianca tendente al beige. Solo a questo punto la Guinness è pronta per essere gustata in tutta la pastosità che la contraddistingue.
Capire l’Irlanda è un po’ come bere la Guinness. Occorre tempo, pazienza; bisogna abbandonare la frenesia del «veder tutto», lasciandosi trasportare dalle piccole cose, dai particolari, in modo da permettere ai nostri sensi di abituarsi al retrogusto amarognolo che l’Irlanda, quella vera, può infliggere al primo impatto.

l’Irlanda che non c’è più

Sì, l’Irlanda può lasciare l’amaro in bocca alla maggior parte dei turisti che giungono qui con l’impeto e la sana cecità fanciullesca di chi vuole a tutti i costi scoprire il paese delle favole abitato da Leprecaro. Turisti in cerca di una cultura celtica che, nella realtà, viene celata nell’anima modea irlandese. Anche uno scrittore alternativo come Joseph O’Connor, fratello della famosa cantante Sinead, dice che «la tragedia centrale dell’Irlanda è – e lo è sempre stata – il conflitto fra la vita privata e la fantasia pubblica».
E di fantasia pubblica si è assorbita Agnese, la ragazza che mi è accanto sull’aereo della Aer Lingus, che da Dublino mi riporta a Bergamo: «Pensavo di trovare un paese tradizionale, più legato al proprio passato, ma mi sono trovata immersa in una nazione proiettata verso il futuro».
Le fa eco Riccardo, ricercatore all’Università di Venezia, che sta scrivendo un libro sulle origini delle culture nordeuropee: «I giovani irlandesi non sanno nulla della cultura celtica e della mitologia; e il fatto è che non ne sono neppure interessati».
Ciò di cui si sono accorti Riccardo e Agnese, 70 anni fa lo aveva scritto un grande poeta come William Butler Yeats, il più irlandese dei poeti (vedi riquadro a p. 34) e, forse proprio per questo, il meno capito e letto tra gli irlandesi:
«L’Irlanda romantica è morta
e scomparsa. È con O’Leary nella sua tomba».
E se lo ha scritto Yeats, perché non crederci? Perché ostinarsi a cercare ciò che il tempo e la rivoluzione repubblicana d’indipendenza hanno sempre combattuto e cercato di estirpare?
«Udii i vecchi, molto vecchi, dire:
Tutto ciò che è bello trascorre come le acque» scrive ancora Yeats.
Ed è proprio sulle orme di questo sommo poeta, Premio Nobel della Letteratura nel 1923, che vado alla scoperta dell’isola, o meglio, di quella parte dell’isola che il 6 dicembre 1921 si emancipò dall’occupazione britannica dando vita alla Repubblica Irlandese.
«Tutto ciò che è bello trascorre»; ricordiamoci dunque queste parole quando andiamo in Eire, perché anche l’Irlanda mitologica, quella rincorsa dai turisti in cerca dei «valori autentici e ancestrali» non abita più qui. Cercatela da un’altra parte!

Tra mitologia e religione

Ciò che si troverà in Irlanda sono i paesaggi bucolici alla Tuer; i cieli immensi, variopinti e un po’ malinconici, che contrastano magnificamente con il verde dei prati; le scogliere contro cui si frangono le onde dell’Atlantico; il vento persistente, che spruzza contro il viso minuscole goccioline di pioggia; i pubs in cui si riuniscono vecchi e giovani per parlare di calcio, hurling, donne e lavoro e politica.
E non è un caso che molti dei personaggi che più si sono interessati all’Irlanda, siano stranieri. Straniero era san Patrizio, il patrono del paese a cui è dedicata la festa nazionale del 17 marzo; straniero era anche Tolkien, il più grande studioso di culture e lingue celtiche, autore de Il Signore degli anelli. Il suo capolavoro è forse l’epopea più completa della mitologia celtica e la sua lettura è senz’altro il miglior modo per entrare in contatto con l’Irlanda.
E chi legge Il Signore degli anelli non può fare a meno di accorgersi che tutto il libro rimanda all’Antico Testamento: la lotta tra la Luce e le Tenebre; il Male (Gollum) che diventa mezzo per far trionfare il Bene. La forte solidarietà che regna tra la Compagnia (partita da Gran Burrone il 25 dicembre) permette a Frodo di completare la sua missione (la quale viene portata a termine il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione di Maria). L’anello, simbolo del Male e del Potere, viene distrutto nel giorno in cui l’Arcangelo Gabriele annuncia a Maria il suo concepimento. Il Male viene distrutto nel momento stesso in cui la salvezza viene tra l’uomo.
Ecco, l’Irlanda è anche questo, una terra in cui mitologia e religione si confondono. Ma per capie la mitologia, occorre passare attraverso la religione. E l’Irlanda è la terra, assieme alla Spagna e all’Italia, dove il cattolicesimo è più incisivo nella vita quotidiana e pubblica.
Il conflitto in atto nelle Sei Contee (nome con cui i repubblicani definiscono l’Ulster, l’Irlanda del Nord), pur non essendo esclusivamente di natura religiosa, ha profonde radici attinenti alla religione: repubblicani cattolici contro monarchici protestanti.
Gli innumerevoli monasteri e le famose torri circolari, che si innalzano dalle verdi praterie come dita a indicare il cielo, sono state le casseforti in cui si sono conservati preziosi manoscritti e documenti storici, oltre che sicuri rifugi popolari contro le incursioni estee.
Pensiamo, ad esempio, a cosa avrebbe perso il mondo se i monaci di Iona non avessero scritto e salvato nell’806 il Libro di Kells, contenente i quattro vangeli in latino e considerato il codice miniato fra i più belli al mondo.
Nell’Irlanda di oggi si ravvisa ancora tutto questo misticismo. È vivo, lampante, chiaro. Non bisogna neppure cercarlo, perché è sempre dinnanzi al visitatore.
E non sorprende, dunque, che nel paese l’aborto sia illegale, che in corrispondenza dei cimiteri ci si faccia il segno della croce o che in alcune stazioni radio si osservi un minuto di silenzio per la preghiera serale e che da un saldo demografico negativo negli anni 1950-70, oggi la nazione è tra le più prolifiche d’Europa, con un tasso d’incremento annuo dell’1,16%.

E’ cambiato l’irlandese

Ma in che cosa sta cambiando l’Irlanda?
«Vai nei pubs per accorgerti di come stia cambiando l’irlandese – afferma Brid O’Nelly, giovane attivista del Fine Gael, la seconda organizzazione politica del paese dopo il Fianna Fáil -. Fino a qualche decennio fa parlare gaelico era indice di sano nazionalismo, di solidarietà con i nostri fratelli delle Sei Contee. Oggi in alcune regioni attorno a Dublino e alle grandi città ci si vergogna a parlare la lingua dei nostri avi. Ci si sente provinciali, esclusi dal mondo globale».
Girovagando per l’Irlanda, mi accorgo di quanto sia vera l’affermazione di Brid: nelle scuole stanno sorgendo un po’ ovunque comitati di genitori che chiedono la riduzione delle ore di insegnamento del gaelico per far posto a una seconda lingua europea, mentre i corsi di gaelico organizzati dai circoli culturali o dai movimenti nati per non far morire questa lingua, sono frequentati soprattutto da stranieri.
E se nelle città il gaelico non lo parla più nessuno, anche nelle campagne sta scomparendo. I Gaeltacht, le zone dell’Irlanda dove la lingua celtica continua a essere parlata, si restringono sempre più, divenendo isole nell’isola. Solo l’11% dei 4 milioni di irlandesi conosce la lingua dei propri avi; ma solo il 3%, la quasi totalità dei quali al di sopra dei 50 anni e concentrati nel Donegal, lo parla quotidianamente. E se gli irlandesi si commuovono a cantare Amhràn na bhFiann, «La canzone del soldato», l’inno nazionale che ricorda i moti rivoluzionari degli anni Venti, quando la nazionale Irlandese batté l’Italia ai mondiali di calcio del 1994 negli Stati Uniti, ci si accorse che molti giovani non conoscevano le parole dell’inno in gaelico.
«Cosa mi serve imparare una lingua che nessuno parla neppure nel mio paese?» chiede perplesso Fergus, nome gaelico, ma lingua inglese.

Irlanda in europa

L’entrata dell’Irlanda in Europa, oltre che a innestare l’isola nel mondo culturale del continente, ha permesso al governo di ricevere stanziamenti miliardari per il rilancio dell’esausta economia.
Dublino è riuscito a comprendere l’importanza dell’industria turistica, destinando una quota considerevole del suo budget al potenziamento degli uffici turistici all’estero, che oggi sono tra i più efficienti al mondo. E grazie a un’interessante e intelligente politica di recupero architettonico, accompagnata da un’opera di grande pubblicità, gli irlandesi sono anche riusciti a rendere monumenti e paesaggi, che in altri luoghi apparirebbero di poco interesse, mete turistiche d’eccellenza.
Penso ad esempio a Galway, cittadina della costa atlantica, presa d’assalto e devastata da orde di turisti, o Powerscourt, una villa ottocentesca con parco annesso, che in Italia non meriterebbe menzione particolare tra le guide turistiche… «Gli irlandesi dovrebbero insegnare a noi italiani a come valorizzare il nostro patrimonio» sentenzia una coppia di italiani di fronte alla Kylemore Abbey.
Ma l’entrata in Europa dell’Eire, ha portato anche allo sviluppo dell’economia produttiva: «Sono riuscita a portare l’Irlanda da paese trainato a paese trainante dell’Europa» dice orgogliosa la presidente Mary McAleese, alla guida della nazione dal 1997, quando sconfisse con il 44,8% dei voti la rivale Mary Canotti.
I numeri che oggi sfoa l’economia irlandese si avvicinano più a valori asiatici che europei: tra il 1995 e il 2004 è aumentata del 7%, mentre la produzione industriale nel solo 2005 è cresciuta del 3%.

Solidarietà smarrita

Tutto questo, però è costato enormi sacrifici agli irlandesi: l’agricoltura, voce trainante del sistema fino a qualche lustro fa, ha subito un vero e proprio tracollo, contribuendo, oggi, solo per un mero 5% del Pil e occupando l’8% della forza lavoro. L’industria, per contro, partecipa per il 46% al Pil, occupando il 29% della forza lavoro.
Lo spostamento degli investimenti dalle zone rurali a quelle industriali ha causato il dislocamento di migliaia di persone, le quali non tutte hanno trovato sistemazioni adeguate. A Dublino e a Limerick si stanno ingrossando i sobborghi popolari, in cui si concentra la maggioranza del 4,2% della popolazione disoccupata e il 10% di chi vive al di sotto del limite della povertà.
Già, perché l’Irlanda, quella vera, quella non toccata dal turismo, quella che i «cercatori» di druidi e folletti non vedono, è anche questa: povertà, emarginazione, sfruttamento. «La globalizzazione e la Comunità europea hanno impoverito i lavoratori. Si chiudono scuole, asili, centri comunitari lasciando alle singole famiglie il compito di provvedere a trovare soluzioni che dovrebbero essere compito delle amministrazioni pubbliche» dice Sean Garland, segretario generale del Workers’ Party (partito dei lavoratori).
Così ci si affida sempre meno allo stato e sempre più alle organizzazioni religiose, alle cornoperative o all’autogestione. Nei Ballymun Flats, un quartiere popolare alla periferia di Dublino, la povertà e la criminalità è tra le più alte dell’intera isola. Padre McCarthy vi lavora da anni con una comunità di recupero per drogati: «L’uso di stupefacenti non ha ancora raggiunto i livelli che si riscontrano in Gran Bretagna e nelle città-ghetto britanniche, ma questo potrebbe ben presto cambiare. Lo stato sta gettando la spugna, preferendo occuparsi dei cittadini “modello” che non danno problemi. I diseredati, gli emarginati, i disoccupati, i poveri possono essere sacrificati. Tocca a noi occuparci di loro».
L’Irlanda sta davvero cambiando: l’Europa economica di Maastricht ha prevalso sulla solidarietà, che ha salvato milioni di vite durante le innumerevoli carestie del passato. E allora come non dare ragione a Joseph O’Connor, quando afferma «il fatto che, a parte Yeats, tutti i più importanti scrittori irlandesi degli ultimi 150 anni siano stati socialisti rivoluzionari, è stato dimenticato da coloro che insegnano storia nelle scuole».

La storia irlandese sta cambiando. L’Irlanda sta cambiando.
E in questa Irlanda che sta cambiando, ma di cui nessun turista sembra o voglia accorgersene, leggo l’epitaffio che Yeats stesso scrisse per la sua tomba a Drumcliff:
«Sotto la vetta spoglia
del Ben Bulben,
nel cimitero di Drumcliff
è sepolto Yeats.
Uno dei suoi antenati
ne fu parroco,
anni e anni fa;
una chiesa si erge lì vicino;
presso la strada
v’è un’antica croce.
E niente marmo,
niente frasi convenzionali;
sul calcare scavato
in quello stesso luogo
queste parole sono state incise
per sua volontà:
Getta uno sguardo freddo
sulla vita e sulla morte.
Cavaliere,
prosegui il tuo cammino!».
Leggo… e proseguo il mio cammino.

Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali