Il sorriso di Geltrude

I missionari della Consolata si sono stabiliti in Uganda nel 1985, quando presero in consegna la parrocchia di Bweyogerere, alla periferia di Kampala e aprirono un centro di animazione missionaria e vocazionale. Dopo 20 anni, per diversificare questi servizi, hanno dato vita a una nuova missione a Kapeeka, in una regione rurale, teatro di guerra e violenza nei primi anni ‘80, le cui ferite sono ancora aperte nel cuore della gente.

Prima ancora che i missionari della Consolata si stabilissero in Uganda, alcuni giovani ugandesi avevano fatto richiesta di entrare nell’Istituto e furono accolti nel seminario di Langata, a Nairobi (Kenya). Da tali richieste i missionari operanti in Kenya ebbero l’ispirazione di estendere la loro presenza all’Uganda, coniugando l’attività di prima evangelizzazione con quella di animazione missionaria e vocazionale.
Dall’idea si passò ai fatti: nel 1985 i padri Luigi Barbanti e Antonio Rovelli arrivarono a Bweyogerere, una scuola-cappella della famosa parrocchia di Namugongo, la località dove un centinaio di cristiani, cattolici e anglicani, subirono il martirio.
Venti anni fa, Bweyogerere era un villaggio in aperta campagna; oggi è diventata una zona urbana, alla periferia orientale di Kampala, la capitale dell’Uganda.
Organizzata la nuova missione, si passò subito alla costruzione del centro di animazione vocazionale a Kiwanga, a tre chilometri dalla sede parrocchiale. Si tratta di un centro di accoglienza per giovani che sentono la chiamata alla vocazione religiosa come missionari della Consolata. Qui i giovani ugandesi trascorrono un anno per conoscere meglio l’Istituto e la loro vocazione, prima di passare al seminario di Nairobi per gli studi di filosofia.

ALTRO PASSO… AD GENTES

Nel 1996, quando l’immensa diocesi di Kampala fu suddivisa in 4 circoscrizioni ecclesiastiche: Bweyogerere rimase inclusa nella diocesi della capitale; Kiwanga si trovò dentro i confini di quella di Lugazi.
Fu proprio in seguito a tale divisione che mons. Cyprien Kizito Lwanga, bisognoso di preti per la sua nuova diocesi di Kasana-Luweero, scrisse al superiore regionale dei missionari della Consolata in Kenya, suggerendo di prendere in consegna la missione di Kapeeka.
La proposta venne accolta con favore dalla comunità dei missionari in Kenya. Ben presto fu firmato un contratto, in cui il vescovo s’impegnava a costruire una casa per i missionari e il superiore promise di inviare almeno due missionari.
L’offerta di questo nuovo campo di lavoro, infatti, rispondeva agli impegni presi dal loro capitolo generale del 1999: estendere la missione sempre più lontano, verso luoghi più missionari, dove poter vivere in modo più radicale il proprio carisma missionario e il servizio di consolazione. Pur continuando la missione nella periferia della capitale, ma avanzando verso un territorio rurale, totalmente differente, i missionari della Consolata sentivano di procedere nella direzione migliore.
Soprattutto, si tratta di una zona, chiamata «Luweero», che ha particolarmente sofferto per i conflitti e le violenze che si sono susseguite dopo il famigerato regime di Idi Amin. Da qui cominciò la guerra di liberazione, guidata dall’attuale presidente contro i suoi principali oppositori. Gli effetti si vedono ancora oggi: tanta gente è stata uccisa e tutte le infrastrutture sono state distrutte.
Un anno fa, per commemorare il 25° anniversario dell’inizio di tale rivoluzione, il presidente Museveni ha voluto ripercorrere quella regione e vi ha inaugurato varie costruzioni, tra le quali anche una cappella dedicata a Santa Teresa, contribuendo con una generosa offerta.
La costruzione dell’abitazione per i missionari a Kapeeka è iniziata nel 2002, ma non senza difficoltà. I mezzi finanziari del vescovo erano limitati. Nel maggio 2004, due padri, l’ugandese Leo Bagenda e il tanzaniano Edward Ololi, poterono stabilirsi in un’ala quasi terminata della casa; scavarono un pozzo e portarono l’elettricità. Con l’acqua e la corrente si poteva cominciare a lavorare.
La nuova missione si trova a un centinaio di chilometri a nord ovest della capitale. Il suo territorio si estende per un raggio di 60 km e conta circa 26 mila persone, che vivono di agricoltura e pastorizia. Le famiglie sono numerose, con tanti bambini e giovani.
Dopo la scuola elementare la maggioranza dei giovani non possono proseguire gli studi per mancanza di mezzi economici. C’è tanta povertà e ignoranza. La donna in genere vive in uno stato di sottomissione all’uomo, del tutto ignara dei propri diritti. Numerose sono le ragazze madri. I due missionari hanno subito accolto le sfide e urgenze, soprattutto nel campo economico e sanitario.

PEDALARE…

Quasi metà della popolazione della nuova missione è cattolica; un quarto appartiene ad altre chiese cristiane, in particolare anglicana e aventista. Pochi sono i musulmani.
A Kapeeka non c’è una chiesa parrocchiale, essendo stata distaccata dalla parrocchia madre di Kijaguzo; i missionari vi hanno trovato una semplice cappella; altre 20 sono disseminate su quasi tutte le colline della zona.
Padre Leo mi porta a visitae alcune e mi spiega che ognuna di esse è affidata a un laico, con l’aiuto di un catechista. Inoltre, in ogni cappella c’è una trentina di laici che fanno funzionare diversi comitati e commissioni: per la pastorale, per i giovani, per le costruzioni, per la gestione e funzionamento della vita della comunità… La maggior parte del loro lavoro missionario, quindi, si svolge nelle cappelle.
Mentre percorriamo la strada principale, costeggiata da alcune botteghe e magazzini, ci fermiamo presso il rivenditore di biciclette. «È qui che, grazie agli aiuti inviatici da una Ong d’Italia, ho comperato 26 biciclette per i catechisti della parrocchia – racconta il missionario -. Abbiamo frequenti riunioni con loro, perché la nostra evangelizzazione si fonda in gran parte sul loro servizio. Per venire alle riunioni, essi dovevano fare decine di chilometri a piedi. Le biciclette hanno facilitato molto il loro lavoro. Ne sono felicissimi».
Il padre vuole presentarmi il catechista del villaggio di Kyanya, ma non è nel suo appezzamento di terra. Ritorniamo sulla strada principale e lo incrociamo: con un amico ha cominciato a disboscare un terreno, perché gli abitanti del villaggio si lamentano che la chiesa è lontana. Hanno deciso, quindi, di sistemare una nuova cappella su quel terreno tra la strada principale e il villaggio.
Proseguendo il nostro viaggio, ci fermiamo al dispensario di Santa Teresa, gestito da tre infermiere. Una, però, è partita per partecipare a un seminario formativo; la seconda è a casa per un lutto in famiglia; c’è rimasta Patricia Namutebe, che mi fa visitare il dispensario. Non ci sono né acqua né elettricità.

E MI CHIAMARONO…
«PADRE LETTO»

Il dispensario di Santa Teresa può essere uno specchio della precarietà in cui versano la sanità e gli ospedali in molte zone dell’Uganda. Significativo al riguardo è un fatto capitato a padre Peter Ssewezi, che attualmente lavora con padre Leo, anche lui ugandese, già missionario per tre anni in Sudafrica e quattro in Kenya.
«Un giorno – racconta – mi presentai all’ospedale della città più vicina con una donna gravemente ammalata. Ricevute le prime cure, la paziente doveva essere messa a letto; ma l’unico letto di cui disponeva l’ospedale era già occupato da un anziano. Allora alcune infermiere stesero un materasso sul pavimento, vi adagiarono l’anziano e posero la donna sul letto liberato.
Ne fui indignato! Non è possibile, dissi dentro di me. Uscii dall’ospedale e mi recai in un magazzino, dove sapevo che si vendevano i letti. Nel giro di un’ora ritornai con un letto nuovo di zecca. Da quel giorno sono diventato “il padre del letto” per medici e infermieri».
In una parrocchia appena avviata, come Kapeeka, le costruzioni non mancano mai. Padre Leo mi fa visitare il cantiere dell’asilo. A Kapeeka esistono già due scuole elementari e una media statali, ma il livello d’insegnamento è molto basso. Con la scuola matea, la parrocchia spera di portare un contributo significativo all’educazione dei più piccoli.
Dopo la scuola matea, sarà la volta del dispensario e in fine si aprirà il cantiere per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale. I missionari non si aspettano di completarla prima di quattro o cinque anni: costruire la chiesa-comunità è per loro più importante che costruire la chiesa di mattoni.
Da notare, poi, che la costruzione di Kapeeka, forse per la prima volta nella regione del Kenya, è affidata totalmente a missionari africani.

ANZIANI: SITUAZIONE
IN EVOLUZIONE

Quando, 25 anni fa, spiegavo ad alcuni africani la situazione degli anziani in Canada, come alcuni di essi venissero affidati a posti specializzati per la loro cura, immancabilmente reagivano affermando che non sarebbe mai stato possibile vedere fatti del genere in Africa, dove i legami familiari sono fortissimi. Ora, visitando l’Uganda, mi rendo conto che tale situazione si sta evolvendo in maniera rapida e inquietante.
La sorpresa inizia quando padre Leo mi sottopone un progetto per l’acquisto e l’equipaggiamento di un’ambulanza, destinata a trasportare gli ammalati, soprattutto gli anziani, nei due ospedali più vicini, distanti 30-40 km da Kapeeka.
Più della richiesta, mi stupisce ciò che vedo con i miei occhi, quando padre Leo mi accompagna in una breve visita a quattro o cinque anziani, praticamente soli e abbandonati. «Come è possibile? Dove è andata la famiglia?» gli domando. Sono curioso.
Ci fermiamo dapprima davanti a una misera capanna: tutta la parte posteriore è crollata; le travi sono divorate dalle termiti. Nel minuscolo spazio rimasto in piedi, abita un vegliardo che deve avere almeno 80 anni e si vede che è molto malato: tenta di sollevarsi per stringermi la mano, ma non ci riesce.
Arriva di corsa alle mie spalle un ragazzo di 13 anni, di ritorno da scuola: è suo nipote; è tutto ciò che restava a questo vecchio. È lui a occuparsi del nonno e a sbrigare, alla sua età, tutte le faccende domestiche. Lo vedo uscire e, a destra della capanna attizzare il fuoco, dove bolle una pentola malandata. Non oso sollevare il coperchio!
Ma dov’è il resto della famiglia? Padre Leo mi spiega che il vecchio aveva avuto alcuni figli e figlie, ma sono stati tutti uccisi durante la guerra e le violenze scoppiate dopo la caduta del regime di Idi Amin.
Mentre ci rechiamo a visitare un’altra famiglia, ci fermiamo a salutare uno dei più anziani catechisti della parrocchia, immigrato in questa zona dai tempi dei missionari d’Africa (Padri bianchi). Nonostante la sua evidente età avanzata, cammina e si avvicina alla jeep insieme alla sua sposa, tutta felice di poter salutare dei preti.

CIRCA 16 FIGLI

Il prossimo anziano si chiama Joseph Makuya; ha passato la vita nella polizia, fin dai tempi del colonialismo britannico; parla un eccellente inglese. Posso quindi fargli qualche domanda: il suo cervello è definitivamente in eccellente forma, malgrado i 78 anni suonati. Sua moglie (la seconda o la terza, non oso domandarglielo), molto più giovane di lui, si avvicina con due sedie e s’inginocchia davanti a noi, secondo il costume di queste regioni: le donne accolgono i visitatori inginocchiandosi davanti a loro.
La accompagnano tre figli, il più giovane ha 12 anni. «È vostro figlio?» domando al vecchi. «Sì, il più giovane» risponde. Di fronte alla vigoria di quest’uomo mi azzardo un’altra domanda: «A quando il prossimo?».
«Paolo è l’ultimo – risponde sorridente -. Lo abbiamo battezzato col nome di Paolo perché è nato durante l’ultima venuta in Uganda di Giovanni Paolo ii». «Quanti figli avete?». «Circa 16» risponde con un sorriso ancora più largo. «Dove sono ora?».
Joseph Makuya mi spiega che i giovani non vogliono più restare in campagna. Una volta in questa regione i colonizzatori britannici possedevano immense piantagioni di caffè, che davano impiego a centinaia di lavoratori. Poi il suo prezzo sempre più in ribasso, la concorrenza internazionale, con l’aggiunta di una malattia che divora e uccide le piante di caffè, hanno avuto per effetto di porre termine a quell’età dell’oro.
Ora, finita la scuola secondaria e anche prima, i giovani vanno nelle città del paese in cerca di lavoro. Aggiunge che una o due volte all’anno riusciva ad andare a visitarli; ma ormai, a causa di forti dolori alla schiena, gli è sempre più doloroso affrontare un viaggio di tre ore. Le persone anziane restano qui, sole.

GELTRUDE, LA VICINATA

Dall’altro lato della strada abita Geltrude. Tulle le mattine Joseph va a visitarla per avere sue notizie. Lo stesso fa al tramonto. Anch’essa è totalmente sola, ma per un’altra ragione. Era emigrata in questa zona insieme a suo marito in cerca di lavoro. La sua famiglia è a 300 km più a ovest. Dopo la morte del marito, è remasta tutta sola e il suo vicino Joseph ha cominciato a occuparsi di lei. Dovrebbe avere un paio d’anni più di lui; ma, come capita spesso in Africa, nessuno sa dire con precisione la propria data di nascita.
L’anno scorso, a causa di un uragano particolarmente violento, un grosso albero è caduto sulla capanne di Geltrude. È Joseph a raccontare l’accaduto: «Dopo quel rumore simile a un colpo di fulmine, sono uscito precipitosamente e che vedo? Il grande albero che era sul bordo della strada non c’era più. Mi faccio avanti e mi accorgo che è caduto sulla casa di Geltrude. Tutto spaventato, m’infilo tra i rami e arrivo fino alla sua capanna e vedo la donna uscire lentamente dalle rovine della sua casa, indenne, senza neppure un graffio. È un miracolo».
Mi volto e vedo che ora Geltrude abita in una modesta casa; allora Joseph mi spiega che tutti i vicini si sono messi insieme per salvare ciò che si poteva ancora salvare dalle rovine della casa schiacciata e hanno ricostruito in tutta fretta un riparo, per colei che è considerata la più anziana del villaggio.
Padre Leo cerca di comunicare con Geltrude; ma essa è diventata talmente sorda da rendere impossibile una conversazione. La salutiamo, ammirando il bel sorriso che addolcisce quel viso profondamente segnato da una storia così lunga e tanto drammatica.

di Jean Paré

Jean Paré




Tibhirine: 10 anni dopo

Nel mese di maggio 1996, a Tibhirine in Algeria, 7 monaci trappisti venivano uccisi da una banda di integralisti islamici. La loro presenza in terra d’Algeria era da anni contrassegnata da un profondo anelito di preghiera e da una delicata amicizia verso il popolo umile e semplice con cui condividevano la vita di ogni giorno. A 10 anni di distanza, fare memoria di questi martiri cristiani è un dovere essenziale da parte nostra, per evitare che la dimenticanza del loro martirio annacqui il cammino di dialogo aperto da questi silenziosi testimoni del vangelo di Gesù.
Sulla scia del loro sacrificio, altri uomini e donne hanno pagato la fedeltà al messaggio evangelico nel mondo islamico: nello stesso periodo fu ucciso il vescovo di Orano, mons. Pierre Claverie; successivamente la laica italiana Annalena Tonelli veniva assassinata in Somalia nell’ospedale che essa stessa aveva costruito per alleviare le sofferenze della povera gente; ultimo, ancora fresco di memoria, lo scorso febbraio, a Trebisonda in Turchia venne ucciso il sacerdote italiano fidei donum don Andrea Santoro. Solo restando in contemplazione di questi nomi, ci prende un senso di sgomento: a cosa serve la nostra presenza in terra islamica, se il prezzo da pagare è quasi inevitabilmente quello del martirio?
Per una serena e approfondita riflessione su questi avvenimenti, forse vale la pena prendere l’avvio dal precursore del dialogo con il mondo islamico: Charles De Foucauld. In tempi in cui la parola ecumenismo non era ancora stata coniata e il dialogo con altre religioni non aveva ancora fatto i primi passi, con una scelta coraggiosa egli si stabiliva a Tamanrasset, nel cuore del deserto del Sahara, e attraverso una presenza discreta, umile, poco appariscente, dava inizio a un solco di evangelizzazione con i tuareg del deserto di cui solo adesso si cominciano a vedere i primi frutti.

Siamo di fronte a uno stile missionario radicalmente diverso, che per certi versi ci coglie impreparati. Quando si evoca la missione o si parla di terzo mondo, immaginiamo quasi sempre la povera gente che bisogna aiutare, offrendo quelle strutture (scuole, ospedali, servizi sociali, ecc.) di cui a nostro avviso avrebbero bisogno per uscire dalla loro povertà. Non ci sfiora minimamente il dubbio che il primo approccio con gente diversa per lingua e cultura vada fatto secondo lo stile indicato proprio da questi testimoni, con una presenza nel cuore del vissuto delle persone, discreta e silenziosa, caratterizzata da un intenso e fecondo dialogo con Dio.
Già i contemporanei di Charles De Foucauld percepirono il nuovo stile di dialogo, quello, cioè, di un uomo profondamente innamorato del suo Dio, tale da doverlo contemplare di fronte all’immensità del deserto, nel cuore di un popolo che, apprezzandone la discrezione, non esitò a qualificarlo come «marabutto», cioè santo. Nella stessa scia si sono mossi i trappisti di Tibhirine, Annalena Tonelli e don Andrea Santoro: essi hanno indicato a una cristianità sonnolenta e distratta quale sia il futuro che attende un cristianesimo sempre più minoranza, senza più garanzie foite da una società cristiana e quindi intraprendere un itinerario di ascesi e dialogo, dove l’essenzialità del messaggio evangelico rifulga proprio attraverso l’adesione alla vita di Cristo.
Poco prima di morire, fratel Christian scriveva: «L’insicurezza? È una grazia di fede. La più scomoda per chi pensa solo a dormire. La più adatta alla vigilanza… A Cristo è stato proposto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Ha scelto la croce: ne ha fatto il suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo nel corso della storia, la chiesa ha spesso preferito il trono. Soprattutto dopo che l’editto di Costantino ha reso la croce più diffusa e il trono più complice». Queste parole vergate da un martire dei nostri tempi, non sono solo un monito per ogni cristiano, ma indicano una strada ai fratelli e sorelle nella fede, essere battezzati è una cosa seria e scegliere di vivere in pienezza il proprio cristianesimo, può avere come conseguenza anche il martirio.
Riscoprire queste ricchezze perdute, ci aiuta a essere grati a quella folta schiera di testimoni di ogni lingua, razza, popolo e nazione, che hanno versato il loro sangue per l’attaccamento al vangelo di Cristo e per la fedeltà all’uomo di ogni tempo. Cercando di rendere il nostro cristianesimo più comodo, lasciandoci attrarre dal potente di tuo nel suo palazzo, ricercando privilegi e esenzioni, alla lunga può essere più pericoloso e più deleterio per una sincera, onesta e corretta vita cristiana. Lasciarci condurre per mano da questi testimoni, sulle strade aspre e difficili del dialogo, può essere davvero un modo nuovo per vivere la nostra fede.

Mario Bandera