LINO BROCKA

Il regista filippino contro il dittatore Marcos

Maestro di Lav Diaz e anche lui presente con i suoi film al Torino Film Festival, Lino Brocka (Pilar, Sorgoson, Filippine 1939 – Quezon City, Filippine 1991), è stato il regista che sotto la dittatura di Marcos è riuscito a far conoscere la tragedia vissuta da tanti filippini, approdando nel 1977 a Cannes con il suo film Insiang. Questo film incisivo si rivela un poderoso affresco della vita squallida e devastante nelle baraccopoli di periferia, dove la bella e docile Insiang, figlia di una donna abbandonata dal marito, subisce violenza dal nuovo compagno della madre e, ingannata dall’uomo che credeva l’amasse, si trasforma in «angelo» vendicatore, tanto da indurre la madre a uccidere il suo volgare «gigolò».
Malgrado la censura nel suo paese, grazie ai molti riconoscimenti inteazionali, Brocka riesce a portare a Cannes nel 1984 un altro piccolo giorniello Bayan Ko: Kapit sa patalim (Paese mio), nominato «migliore film dell’anno» dal British Film Institute. Protagonista del film è una modesta e dignitosa famiglia operaia, che lavora in una tipografia e vive in una baracca di periferia. Quando la moglie, in attesa di un figlio, ha bisogno di costose cure mediche, il marito, buono ma impetuoso, non ottenendo un prestito dal padrone, viene stritolato dal crimine.
Bayan Ko, un inno popolare cantato da tutti i filippini, fa da sottofondo alle proteste pacifiche dei lavoratori filippini, che vogliono costituirsi in sindacato e sono duramente osteggiati dal proprietario, mentre i giornalisti appaiono quasi più spietati dei poliziotti nel fotografare le tragedie.
Nell’intervista radiofonica, presentata nel film Ebolusyon di Diaz, Brocka ammette che, per avere i fondi necessari per girare un film di qualità, doveva produrre almeno cinque film commerciali. Il regista aveva, infatti, iniziato la sua carriera producendo spot pubblicitari alla fine degli anni ’60, dopo aver studiato alla Nuova Ecija North High School e alla facoltà di legge dell’Università delle Filippine, divenendo un membro attivo del Laboratorio di teatro diretto da Wilfredo Maria Guerrero.
Disgustato dall’alto tasso di commercializzazione dell’industria cinematografica filippina, solo nel 1974 riuscì a fondare con un gruppo di amici una casa di produzione cinematografica e a realizzare i piccoli giornielli che lo renderanno famoso a livello internazionale, facendolo definire «il poeta del terzo mondo». Morirà tragicamente in un incidente automobilistico nel 1991.

Il critico cinematografico José B. Capino, con un’acuta sintesi, ha tratteggiato bene il lavoro del regista filippino, scrivendo: «Nel presentare e allegorizzare la situazione del paese, Brocka non distoglie lo sguardo dagli elementi più sgradevoli del vasto repertorio di orrori offerto dal terzo mondo: illegalità, gang di vigilanti e cannibalismo… Il successo di Brocka, come polemista che denuncia la situazione determinata dal regime totalitario, finisce con l’oscurare la stupefacente sofisticatezza e ampiezza di respiro della sua visione sociale.
Mostrando di essere molto di più che il lucido critico della tirannide, dispotismo e rapacità, Brocka ha affrontato quasi tutte le tematiche sociali contemporanee, dalla famiglia omosessuale all’imperialismo americano, dagli abusi matrimoniali all’esportazione incontrollata della manodopera filippina. Spesso, ha discusso più tematiche insieme, articolando con sagacia l’indagine della società attraverso la testimonianza intima di vite individuali».

Silvana Bottignole

Silvana Bottignole