ITALIA – Viaggio tra le comunità famiglia

COMUNITARIO È BELLO

Un numero crescente di famiglie vivono insieme, felici, con sobrietà e in spirito di solidarietà e condivisione: una risposta al bisogno di «umanità» e una sfida controcorrente all’individualismo, egoismo e mode consumistiche.

Alessandro e Simona, Alberto e Sandra, Antonio e Gabriella, Manfredo e Alessandra sono seduti nella grande cucina di uno degli appartamenti della «comunità-famiglia» Ruah, a La Loggia, nella seconda cintura torinese. Tutt’intorno corrono e giocano i loro figli.
Hanno acquistato una grande cascina e l’hanno ristrutturata con gusto ricavandone alloggi, separati da porte comunicanti, per ogni nucleo familiare.
Sono tutti sui 34-35 anni, cordiali, simpatici, colti: uno è laureato in Fisica, l’altra in Lingue straniere, un’altra in Legge, una fa la grafica pubblicitaria, l’altro l’imprenditore, ecc. E si sforzano di essere coerenti con i principi evangelici e le scelte comunitarie.
Stando insieme a loro si respira creatività e frateità, uno stile di vita semplice e rivoluzionario allo stesso tempo. «Abbiamo acquistato la nostra cascina qualche anno fa – racconta Alessandro – in “proprietà indivisa”, cioè con la condivisione totale della casa, dunque anche dei debiti. Volevamo sentirci uniti nella povertà. Siamo quattro famiglie e una suora laica. Ognuno di noi lavora all’esterno, ma passiamo molta parte del tempo libero insieme: ci aiutiamo nella gestione dei figli, dell’orto e delle abitazioni, e ci ritroviamo alla sera per la preghiera. Tutti insieme partecipiamo alle spese.
Per i bambini, poi, è una ricchezza enorme. Alla base della nostra scelta c’è la fede: ci eravamo conosciuti agli incontri di Taizé e in parrocchia. È stata una “chiamata”: ci accomunava la voglia di aiutarci e di aprire la nostra vita a persone con problemi. Uno dei nostri obiettivi era quello di provare ad avvicinare gente che non sarebbe mai entrata in chiesa».
«Anche sul lavoro cerchiamo di portare concretamente la nostra testimonianza – continua Alberto – e il nostro impegno verso la famiglia e la comunità: la fedeltà al Cristo, alla propria moglie o marito e alle scelte di condivisione e solidarietà, sono aspetti fondamentali della nostra quotidianità. Importante è anche la sensibilizzazione su tematiche religiose, economiche e sociali. Cerchiamo di dimostrare concretamente che un altro modo di vivere è possibile. E rende felici».
Tra di loro hanno deciso di non farsi regali: i soldi vengono destinati a progetti di sviluppo.

«MICRO» CONTRO «MACRO»
Le comunità-famiglia sono in «contro-tendenza» rispetto all’individualismo e rappresentano un segnale di cambiamento radicale negli orientamenti esistenziali di un numero crescente di coppie e di single. È la scelta di un presente e di un futuro più umani e sostenibili, meno consumistici ed egoistici, lontani dai modelli trendy, quanto falsi e deprimenti, veicolati dalla pubblicità, dai salotti tv e dai reality show.
Elementi base dell’economia comunitaria sono la condivisione degli spazi abitativi, della terra da coltivare (dalla quale si ricavano alcuni prodotti naturali da portare in tavola), delle spese; la collaborazione nella cura e nell’educazione dei figli; la frugalità; la solidarietà; il rispetto della natura e, per molti, la preghiera. Una versione modea e non autoritaria della vecchia famiglia patriarcale.
Scrive, infatti, Sara Omacini in Le comunità di famiglie1: «Nel passaggio dalla famiglia tradizionale a quella modea e a quella postindustriale, la privatizzazione è stata caratterizzata dalla ricerca di un ambito di vita relativamente “chiuso” al mondo esterno, in cui promuovere o preservare un particolare stile di vita, prima di un ceto sociale, poi della singola famiglia… La famiglia patriarcale estesa era in grado di diffondere nel tessuto sociale capacità organizzativa, senso del dovere collettivo, abitudine alla collaborazione e alla solidarietà. Il familismo, invece, impedisce la costruzione di rapporti di fiducia trasparenti e inibisce altre forme di vita associativa… È ovvio che se la famiglia ha mantenuto pochi rapporti con il mondo esterno, nel bisogno non sa a chi rivolgersi e situazioni relativamente difficili s’ingigantiscono, perché la famiglia vive una forte solitudine».
Le «macrofamiglie», dunque, rispondono a esigenze di «unità», di ritorno al «comunitario», di accoglienza. Ma anche di sostegno concreto: i prezzi dei prodotti alimentari che sono saliti alle stelle, il potere d’acquisto degli stipendi ormai sempre più debole, la mobilità e l’instabilità del mercato del lavoro, l’ascesa senza limiti dei costi degli affitti, le bollette di gas, luce e telefono, un tempo considerati «servizi» ora diventati «beni di lusso», e così via, spesso rendono angosciante e precaria la vita dei nuclei familiari, che non hanno più ammortizzatori sociali né sponde a cui aggrapparsi.
«Insieme riusciamo ad abbattere le spese – raccontano, infatti, Michele, Vittoria e Luca della frateità del Cisv, a Reaglie, nel torinese – e possiamo garantire la disponibilità a tempo pieno di uno di noi nelle attività della comunità».
La scelta di vivere insieme offre, dunque, quella tutela che lo stato italiano non garantisce più. Si tratta di una tendenza che va di pari passo con una realtà economica, sociale e culturale sempre più problematica. Un ritorno all’economia di villaggio, di sussistenza, di scambio. Il «micro» contro il «macro» della globalizzazione neoliberista che affama e amplia il divario tra il ricchissimo e il poverissimo e annulla, depauperandoli, i ceti medi.
«Ciò che stanno tentando di fare le comunità di famiglie è analogo a quanto fecero le comunità monastiche nel periodo della fine dell’impero romano. Potevano sembrare realtà marginali; eppure hanno elaborato e diffuso una nuova cultura, che ha inciso profondamente nella formazione dell’Europa. Oggi, quasi in silenzio e senza far notizia, sorgono ovunque movimenti di comunità di famiglie. Crescono a macchia d’olio e, pur con caratteristiche diverse, rispondono al bisogno di “umanità” che tutti avvertono»2.

DOVE E COME
Se ne possono incontrare in Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e altre regioni: alcune sono organizzate in reti, come quelle affiliate all’Associazione comunità famiglia (Acf), che hanno alle spalle una lunga storia di volontariato e di condivisione. Altre sono esperienze di piccoli gruppi. Parallelamente, alcune hanno una forte caratterizzazione ecologica, come la comunità creata da Giannozzo Pucci a Fiesole, che pubblica la rivista italiana L’Ecologist, dedicata ai temi ambientali, oppure come gli «ecovillaggi» (il «Villaggio verde», «Comunità degli Elfi» di Sambuca Pistorniese, «Upachi», «Anande», ecc.), spirituale e/o religiosa e radicale, cioè, di rifiuto di ogni strumento tecnologico e consumistico. E altre che si contraddistinguono per la pratica della nonviolenza, come le comunità de «L’Arca di Lanza del Vasto».
Complessivamente sono diverse centinaia: il livello culturale delle persone che vi fanno parte è alto, così come la consapevolezza e la sensibilità ai piccoli e grandi problemi che affliggono l’umanità vicina e lontana. L’età degli adulti oscilla tra i 30 e gli over 50.
Le residenze sono, in genere, vecchie cascine ristrutturate, abbazie sconsacrate, ville d’epoca e castelli concessi in comodato gratuito, condomini ribattezzati «solidali». Quasi sempre in mezzo al verde e all’aria pulita.
La loro scelta di convivenza non significa assenza di privacy: nella maggior parte dei casi, infatti, ogni nucleo familiare ha un proprio spazio privato e i momenti comunitari vengono rappresentati dai pasti, momenti di preghiera, incontri, spesa, lavoro agricolo e volontariato.
Non si tratta di un revival delle «comuni» degli anni ’60 e ’70, anche se, ad esempio, le «frateità» del Cisv, un’organizzazione di volontariato di Torino, la comunità «Mambre» di Cuneo, quella di Villapizzone di Milano, il «Forteto» di Dicomano nel Mugello, sono nate proprio in quel periodo.

COLLANTE SPIRITUALE
La componente spirituale è sentita come un collante in molte esperienze comunitarie, perché ritenuta essenziale per il superamento di difficoltà e momenti di crisi: «Numerosi esperimenti di vita comune degli anni ’70 sono falliti – sottolineano le famiglie della comunità di Mambre, a Cuneo -, lasciando un senso di frustrazione e incompiutezza. Se alla base di determinate scelte c’è invece una forte fede e ideali ben radicati, anche gli ostacoli sono più facilmente superabili».
«La nostra realtà – spiegano Anna e Piero, della comunità “Nibai” di Ceusco sul Naviglio, in provincia di Milano – è nata sulla scia di un’altra esperienza: una cornoperativa di frateità con comunità residenziale, che agiva sul territorio. I primi anni sono stati di sperimentazione su principi-base, come il desiderio di creare un ambiente concreto dove maturare un cammino di fede profonda, la solidarietà e l’apertura verso gli altri, l’accoglienza sul territorio. Seguiamo le linee guida della comunità storica di Villapizzone, quella di Bruno Volpi3. Ora siamo un’associazione di comunità-famiglie. I nostri pilastri sono l’accoglienza, la condivisione dei beni e la spiritualità. Ci basiamo su un’economia frugale: stiamo attenti a ciò che compriamo».
Stili di vita e di consumo, dunque, fondati su quell’essenzialità che, nella filosofia delle comunità-famiglia, contribuisce a una trasformazione «dal basso» dei sistemi economici e sociali. Questo è pure il messaggio che, dagli anni ’90, lancia il «Centro nuovo modello di sviluppo» di Vecchiano di Pisa, creato da Francesco Gesualdi, allievo di don Lorenzo Milani. Esso è nato proprio dalle scelte «radicali» di un gruppetto di famiglie che, dal 1985, vivono insieme in un grande cascinale toscano.
«Per quelle strane combinazioni della vita – racconta Gesualdi -, trovammo persone che avevano la nostra stessa visione del mondo. E decidemmo di creare una comunità di accoglienza. Erano gli anni ’70, un momento particolare della storia contemporanea (c’erano i movimenti hippy, le comuni), anche se noi non ci innamorammo del comunitario fine a se stesso, ma della possibilità di mettere a frutto i nostri progetti e i nostri sogni. Volevamo coinvolgere la famiglia come istituzione, spezzando il cliché per cui essa era un intralcio al lavoro di cambiamento sociale. Decidemmo dunque di vivere insieme in una casa sufficientemente grande, perché ogni nucleo familiare potesse avere i propri spazi privati e alcuni luoghi di condivisione comuni a tutti. Insomma, doveva essere un luogo dove potenziare il nostro impegno: la nostra, infatti, era una scelta politica nel senso più ampio del termine…
Il Centro è nato per ricercare e analizzare le cause profonde che generano emarginazione e impoverimento, per definire delle strategie di difesa dei diritti degli ultimi e ricercare nuove formule economiche in grado di garantire a tutti gli esseri umani la soddisfazione dei bisogni ma nel rispetto dell’ambiente.
Studiamo le cause del sottosviluppo e le traduciamo in un linguaggio accessibile a tutti, anche a chi non ha strumenti culturali adeguati»4.

MENSA «ALLARGATA»
La comunità del Forteto5, a Dicomano nel Mugello, è un’altra di quelle che resistono tenacemente dalla fine degli anni ’70. I suoi 33 soci fondatori ne sono ancora pienamente parte da quasi 30 anni, da quando, cioè, giovanotti pieni di sogni e ideali si buttarono in quest’esperienza di condivisione e lavoro. Insieme avevano anche dato vita a una cornoperativa agricola, che ora è tra le più importanti del Mugello e distribuisce prodotti alimentari in tutta la Toscana.
Il nucleo originario, mano a mano, si è allargato, a seguito dei matrimoni, nascite, figli in adozione e affidamento: ora sono 100 persone e la loro mensa è davvero «allargata».
«Siamo rimasti in piedi fino a oggi – spiegano due dei fondatori, Luigi Goffredi e Luciano Barbagli – perché ci siamo trovati bene. Eravamo quasi tutti vecchi amici, cresciuti respirando l’aria di don Milani e di padre Balducci. Forte è stata anche l’impronta di Giorgio La Pira. Il filo conduttore che ci legava era la volontà di costruire relazioni che potessero continuare nel tempo e producessero accoglienza.
I primi 15 anni sono stati duri: i soldi erano pochi, ma il desiderio di lavorare era grande. Avevamo creato un’azienda agricola che ci permetteva di essere autosufficienti e di mantenere le nostre famiglie e i ragazzi che ci venivano affidati dai servizi sociali, e per i quali non volevamo assegni di mantenimento.
Il legame affettivo e ideale ci ha permesso di superare le difficoltà. La componente “fede” era relativa: i nostri pilastri erano l’amicizia, l’uguaglianza, gli ideali milaniani (che appassionano credenti e non credenti), e la nostra determinazione a metterli in pratica.
L’identità familiare di ogni singolo nucleo è sempre stata forte, seguita dal confronto comunitario. I nostri figli sono cresciuti insieme: la socializzazione è un’attività vitale per i ragazzi.
Ora siamo tantissimi: i nostri momenti di convivialità sono a pranzo e a cena. Alla sera ci ritroviamo per discutere, prendere insieme decisioni, proprio come facevamo agli inizi quando ci si riuniva per organizzare il lavoro dei campi o la raccolta dei prodotti. Da allora ci è rimasta questa buona abitudine».

Fondamentale, per tutte le comunità-famiglia, forse, è la convinzione che quello della condivisione sia un percorso necessario per il futuro di un’umanità solidale, interdipendente e corresponsabile.

BOX 1

Comunità Villapizzone, Milano
Fondata a Milano da Enrica e Bruno Volpi negli anni Settanta, è una grande cascina in cui vivono in «condominio solidale» una sessantina di persone e alcuni gesuiti. Tel 02-3925426 – comvillapizzone@tiscalinet.it

Frateità Cisv, Torino.
Sono attive tre comunità: a Reaglie, Sassi, Albiano. I primi nuclei comunitari risalgono agli anni ’60. Tel 011-8981477
– www.cisv.org

Il Forteto, Dicomano nel Mugello, Firenze
È nato nel 1977 da un gruppo di 30 giovani influenzati dagli ideali di don Milani. Ora sono un centinaio di persone, tra adulti e ragazzi. Si occupano dell’accoglienza di minori e hanno un’avviata azienda agricola.
Tel 055-8448376 – www.ilforteto.it

Comunità Mambre, Busca, Cuneo
Nata nel 1977, si occupa di accoglienza, fede, animazione socio-culturale e della Scuola di pace. Tel 0171-943407 – mambre@lillinet.org

Comunità Ruah, La Loggia, Torino
Sono quattro famiglie che vivono in una grande cascina in campagna e condividono momenti di preghiera, semplicità nello stile di vita, accoglienza, solidarietà e serate di discussione. Tel. 011-9627372

Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano di Pisa
La comunità di famiglie fondata nel 1985 da Francesco Gesualdi, allievo di don Milani. Tel 050-826354
– www.cnms.it

Esiste inoltre una rete di circa 200 nuclei familiari sparsi tra Lombardia, Piemonte e Toscana in collegamento fra loro, che si riuniscono periodicamente: è l’Acf, l’associazione comunità famiglie. www.acf.org.
Rive è la rete che collega una cinquantina di villaggi ecologici presenti in Italia, tra cui la Comunità degli Elfi, Alcatraz e Damanhur.
www.sostenibile.org/rive

Angela Lano




LETTERE – Scientology risponde

Egregio direttore,
intanto la ringrazio per avermi ricevuto; come ho avuto modo di esprimere durante la mia visita, in qualità di responsabile delle relazioni estee della chiesa di Scientology di Torino, siamo davvero addolorati dall’articolo pubblicato sul numero di aprile della vostra rivista in merito alla chiesa di Scientology.
Per motivi esclusivamente dovuti allo spazio concessoci, non è possibile replicare punto per punto alle informazioni, opinioni e affermazioni riportate. Restiamo comunque a disposizione per fornire fatti e ampia documentazione.
Non intendiamo annoiare i lettori, né si intende entrare in polemica con chi ha scritto l’articolo, con lei o con l’editore. Dobbiamo però dire che non siamo stati contattati dall’autore.
Il «Viaggio-inchiesta tra i “nuovi” culti» di Maurizio Pagliassotti, non è approdato a noi; forse da qualche altra parte. Quando uno scrittore racconta di luoghi in cui non è stato, l’idea che ne risulta sarà molto probabilmente parziale se non, come in questo caso, distorta.
A questa stregua possiamo solo schematizzare come segue ciò che abbiamo da dire:
1 – A Torino siamo una comunità che conta alcune centinaia di persone.
2 – Il numero di fedeli che la chiesa cattolica sta perdendo (se ne sta perdendo) a causa della crescita della religione di Scientology nel mondo è del tutto trascurabile. Tutti gli scientologhi pagano le tasse, collaborano con le istituzioni, con altre associazioni e chiese e la maggior parte di loro, incluso il sottoscritto, non rinnegano le loro origini cristiane né l’appoggio alla chiesa cattolica. Moltissimi scientologhi, in precedenza, non avevano mai aderito a una religione in quanto praticanti.
3 – Le mete della chiesa di Scientology sono «una civiltà senza pazzia, senza criminalità e senza guerre». Il filosofo e umanitario L. Ron Hubbard ha promosso attivamente, fattivamente e quotidianamente il rispetto e la collaborazione reciproci tra persone, razze e religioni differenti, attraverso l’accrescimento della consapevolezza e del senso di responsabilità dei singoli individui. Questo impulso è stato raccolto dagli scientologhi e di fatto ciò sta avvenendo in tutto il mondo. Chiunque lo voglia potrà avere conferma diretta e personale di tali attività.
4 – Il fatto che esistano persone e siti che si oppongono non giustifica il tentativo di sminuire le nostre reali intenzioni e azioni, ponendo l’accento solo sulle controversie da questi alimentate e non significa che le nostre intenzioni e azioni siano quelle evidenziate dai nostri detrattori, forse un centinaio, dato che quelle dei sostenitori, qualche milione nel mondo, non vengono neanche presi in considerazione.
5 – Solo per fare un esempio, il fatto che il metodo laico di riabilitazione dalla droga sviluppato dallo stesso Hubbard abbia letteralmente salvato la vita a oltre 250.000 persone, quasi distrutte dalla tossicodipendenza, non ha riempito le prime pagine dei giornali, ma è un fatto facilmente riscontrabile e documentabile che meriterebbe un articolo a sé. Naturalmente non lo chiediamo, altrimenti veniamo tacciati di volerci fare pubblicità. Detto per inciso, non divulgare un qualcosa che può salvare la vita a moltissime persone è come lasciarle morire.
6 – La chiesa di Scientology offre una grande quantità di libri gratuiti alle biblioteche ed è possibile farsi una idea di cosa sia Scientology e metterla in pratica senza sborsare un euro, senza necessariamente avvicinarsi a una sede. Per chi intende venirci a trovare sono disponibili servizi e/o pubblicazioni gratuite e una biblioteca intea. Chi contribuisce economicamente, in base alle proprie possibilità, lo fa perché intende sostenere la sua chiesa che diversamente non potrebbe esistere dato che non usufruisce di alcun finanziamento pubblico di nessun genere. Le attività che vengono svolte sono caritatevoli, a carattere religioso e senza fini di lucro, secondo le leggi vigenti degli stati in cui è presente (oltre 130).
Pagliassotti conclude riferendosi a una «colluvie di studi pro e contro» il nostro movimento. Su questo punto siamo d’accordo. Si tratta di una colluvie, ossia una «quantità di cose sudicie e putride per lo più liquide» (Dizionario Garzanti della Lingua Italiana). Non converrebbe liberarsi dalla colluvie, che causa confusioni, pregiudizi, dubbi, odio ingiustificato e conoscersi meglio?
Giuseppe Cicogna
ufficio relazioni estee
chiesa di Scientology (TO)

Prendiamo atto degli aspetti positivi del movimento di Scientology. Vorrei precisare che, prima di scrivere l’articolo contestato, l’autore ha contattato la sede di Scientology di Milano.

Giuseppe Cicogna




LETTERE – Gli anziani: un valore aggiunto

Cari missionari,
nel giro di una settimana ho letto quasi interamente il fascicolo di maggio di Missioni Consolata, che considero forse la migliore tra le tante riviste missionarie oggi esistenti. La giudico completa per l’attenzione alla realtà mondiale, coraggiosa, senza scadere negli estremismi ideologici, aperta alla collaborazione di giornalisti laici.
Per cominciare, la figura profetica (e santa) di Romero mi affascina, tutte le volte che viene tratteggiata. Peccato che non abbia mai trovato chi con striscioni e voce gagliarda gridasse «santo subito». Se la chiesa non santifica Romero, chi merita di salire agli onori degli altari?
Ritengo indispensabili le due pagine dedicate alla spiegazione della sacra scrittura, tenendo conto che noi cattolici, laici soprattutto, mastichiamo a fatica il Primo e il Nuovo Testamento. Don Farinella svolge in modo egregio questo compito.
Il «dossier anziani» merita di essere riletto più volte, per la sua importanza e le riflessioni che provoca. Queste sono le mie.
– Si insiste nell’indicare il 65° anno di età come inizio dell’anzianità: sembra un’età ancora «giovanile», se è vero che in questi ultimi 30/40 anni la salute (e la longevità) è migliorata parecchio…
– Circa la chiesa, le nostre parrocchie: non mi pare che si valorizzi molto la «terza età» (non lo dico per polemica o per rivendicazione di potere). Dico che oggi una persona a 65 anni è ancora produttiva, creativa. Perché non tenee conto?
– Il costo delle badanti mi pare alto. So che qualcuno versa fino a 3 milioni (di vecchie lire) per una prestazione mensile, sia pure a giorni pieni, 24 ore su 24.
– Perché non vogliamo imitare i primi cristiani (che pare avessero tutto in comune) e non pensiamo (a una certa età) a convivenze tra fratelli e sorelle e non (vivendo come tra fratelli e sorelle, ovviamente)?
– Certo la soluzione prospettata da ricoveri tipo «Sorelle per i poveri» (pag. 32/34) è ottima, da incrementare, moltiplicare, visti gli attuali costi impervi di troppi ricoveri, ammesso che l’uomo d’oggi e di domani si trovi a suo agio in soluzioni del genere?
– Ritengo l’articolo di L. del Piatto, «Se non incontro lo specchio…», meritevole di figurare sulle antologie per i nostri studenti.
– Per finire: tutte le riviste missionarie ci portano in casa situazioni di fame, malattia, violenza, guerre… (purtroppo trascurate dalla tv). Mentre sto cenando, come posso digerire la notizia che un certo Bonolis ha firmato un accordo con Mediaset con cui intascherà 24 milioni di euro in tre anni? Mi auguro che almeno qualche briciola il fortunato presentatore la devolverà per quelle terribili condizioni.
Ambrogio Vismara
Cuggiono (MI)

Grazie per le stimolanti considerazioni. Vogliamo sottolineae solo una: valorizzare di più la «terza età» non solo in parrocchia, ma anche nelle missioni. A tale proposito segnaliamo la testimonianza dei coniugi Paracchini in Rwanda: «Chiamati all’11a ora» (M.C. settembre 2004 e gennaio 2005, p.7).

Ambrogio Vismara




LETTERE – Governo e guerriglia sullo stesso piano?

Cari missionari,
ho letto con interesse il servizio sulla Colombia (M.C. maggio 2005). Credo tuttavia sia opportuno precisare un aspetto. Nell’articolo si parla di forti interessi economici per lo sfruttamento delle risorse naturali e introiti della coca, sia da parte del governo che della guerriglia, ipotizzando che queste siano le vere cause della guerra. Questo approccio tende, a mio avviso ingiustamente, a mettere sullo stesso piano governo e guerriglia.
Premesso che la lotta armata e l’uso della violenza per risolvere i problemi è sempre sbagliato, non si deve dimenticare che tale lotta nasce da una situazione di profonda ingiustizia sociale (una ristretta oligarchia ricchissima controlla economia e politica, mentre 33 su 44 milioni di abitanti sono poveri), combinata con un’assoluta mancanza di reali prospettive di soluzioni democratiche.
Il governo colombiano ha tollerato e supportato lo sviluppo di forze paramilitari che collateralmente all’esercito e ai narcotrafficanti (finché sono stati utili) hanno usato la violenza indiscriminata sulla popolazione civile (con stragi di contadini, donne, bambini, sindacalisti, difensori dei diritti umani e giornalisti), per intimidirla e tutelare gli interessi di aziende e latifondisti, agendo nella più totale e scandalosa impunità (cfr. G. Piccoli, Colombia, il paese dell’eccesso).
Quando, dopo un accordo di pace, la guerriglia costituì un partito (Union Patriotica) per partecipare alla vita democratica, sospendendo la lotta armata fu sottoposta a un massacro continuo e impunito dei suoi iscritti e rappresentanti (media di 1 politico di Up ucciso ogni 19 ore per 7 anni, compreso un candidato alla presidenza nel ’90, fino all’estinzione totale), dimostrando come la Colombia sia solo formalmente una democrazia, anche se i nostri governi la considerano tale solo perché vi sono «libere» elezioni.
P.S. Complimenti per gli interessantissimi dossiers su giovani ed anziani.
Dario Selvaggi
Trapani

La situazione della Colombia è molto complessa. Abbiamo sempre denunciato la mancanza di vera democrazia e le ingiustizie sociali, contro cui sono insorti i movimenti rivoluzionari. Oggi, però, gli ideali dei vari gruppi guerriglieri non corrispondono più a quelli delle origini.

Dario Selvaggi




Negativo anche il buon Gesù?

Eccoli ancora «in vetrina» nel castello di Gleneagles (Scozia). I G8, ossia, i capi dei paesi più industrializzati del mondo, Italia compresa, dal 5 all’8 luglio 2005 si sono ritrovati nella cittadina scozzese per discutere di petrolio, crescita economica, clima, nonché degli affanni dell’Africa. Come in altre occasioni, non sono mancati i contestatori, fra cui i black block con i loro vandalismi. Di fronte all’incivile spettacolo qualcuno ha commentato: «Speriamo che non ci scappi il morto come al G8 di Genova nel 2001».
Speranza vana. Le vittime sono quasi 60. Ma, rispetto a Genova, la strage è differente: è avveunta a Londra il 7 luglio, sui convogli della metropolitana, edè stata rivendicata dalla famigerata Al Qaeda.
Al cospetto delle vittime (innocenti) di ieri e oggi, la «simpatia» è profonda e la condanna totale per gli attentatori. I sentimenti si tramutano soprattutto in preghiera. E non scordiamo l’Africa, che svettava come priorità nell’agenda dei G8. Poi, con l’incalzare della tragedia londinese, l’attenzione è quasi svanita: destino perverso, ricorrente per il continente nero.

N el loro documento finale i G8 hanno proposto un piano di aiuti all’Africa: prevede anche l’azzeramento del debito estero di 14 paesi poveri. Il problema era stato sollevato qualche giorno prima, a Londra, dai ministri finanziari dei G8 (Russia esclusa), groriandosi di «una scelta epocale». Esagerati! La cancellazione di debiti multilaterali è un’iniziativa già in atto da tempo per opera della società civile e religiosa, chiesa cattolica in testa. Pertanto è fuori luogo ascrivere ai G8 una scelta epocale.
E poi, la scelta è largamente insufficiente: sono circa 70 le nazioni gravate dal debito estero. Spesso si va per le lunghe. Ma, se vi sono interessi occidentali in gioco, i debiti si azzerano in fretta. Nel 2004 l’Iraq beneficiò di un condono di 30 miliardi di dollari.
Insufficienti sono pure i 50 miliardi di dollari destinati dai G8, entro il 2010, allo sviluppo dell’Africa. Secondo l’Onu, tale somma dovrebbe essere stanziata ogni anno per realizzare nel 2015 gli obiettivi proclamati nel 2000. Intanto le nazioni ricche sono lontanissime dal devolvere allo sviluppo del Sud del mondo lo 0,7% del loro prodotto interno lordo, promesso da decenni, riaffermato solennemente dai G8 a Genova e sempre disatteso. Oggi l’impegno dello 0,7% viene posposto al 2015, allorché almeno i paesi dell’Unione europea dovrebbero assolverlo.
Nel 2001 i G8 avevano pure deciso di combattere l’Aids in Africa: un’altra promessa da marinaio, rilanciata a Gleneagles. La verità è che, spesso, i G8 non possono né vogliono decidere, né tanto meno agire, ma solo «raccomandare», specialmente quando sono coinvolte istituzioni inteazionali.
I meeting dei G8 sono discutibili anche per il loro regolamento e per numero e identità dei partecipanti. A Gleneagles, dove si intendeva portare alla ribalta l’Africa, i suoi veri portavoce erano pochissimi. Dal G8 si dovrebbe passare al «G-tutti»: parola di Dionigi Tettamanzi nel 2001, arcivescovo di Genova.

A llibiti dalla strage di Londra, i G8 non hanno potuto ignorare il terrorismo internazionale. Tony Blair ha dichiarato che bisogna eliminare le sue cause profonde: la repressione non basta. Il premier britannico lo ha detto anche perché, nelle ultime votazioni, ha rischiato di perdere la poltrona, dato il coinvolgimento armato della Gran Bretagna in Iraq.
La risposta militare ad azioni terroristiche annienta vite in Iraq e Afghanistan, con una instabilità che potrà durare anni. È necessaria una riflessione critica sugli atti di violenza e ingiustizia che alienano milioni di uomini e donne in tutto il mondo. «La pace si costruisce giorno per giorno nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini» Populorum progressio 76).
Noi abbiamo sempre creduto nella trattativa politica e nel dialogo. Però il dialogo non è praticabile con chi parla solo seminando morte e terrore. Ma questo non deve scoraggiare; invece deve intensificare lo sforzo per interloquire con chi, specie nel mondo arabo e islamico, persegue cammini di convivenza, di equa ripartizione delle risorse (patrimonio dell’intera umanità), di solidarietà. Una sfida gigantesca.
Pare che persino Gesù non fosse sempre solidale con gli stranieri. A una madre, sirofenicia, che gli chiese di soccorrere la figlia indemoniata, replicò con arroganza: «Non è giusto buttare ai cani il pane dei figli». «È vero, Signore – replicò la donna -. Ma i cani, sotto la tavola, non possono mangiare le briciole dei padroni?». E Gesù fu sconfitto da «un’extracomunitaria infedele» (cfr. Mt 15, 21-28).
Francesco Beardi

Francesco Beardi