DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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AMARE I POPOLI La bandiera olimpica

Parigi 1914. Nella cerimonia commemorativa alla Sorbona…
per la prima volta apparve in pubblico la bandiera olimpica,
di cui erano stati fatti moltissimi esemplari e che ebbe un grandissimo successo.
Tutta bianca, con cinque cerchi intersecati: azzurro, giallo, nero,
verde, rosso, la bandiera simboleggiava le cinque parti
del mondo unite dall’olimpismo e riproduceva i colori
di tutte le nazioni.
Pierre de Coubertin

Com’è nata l’idea delle modee olimpiadi, della bandiera olimpica e del Cio (Comitato olimpico internazionale)? Quali messaggi e quali valori voleva trasmettere l’olimpismo? Al di là dell’imponente scenografia e il cospicuo impiego di mezzi finanziari «le olimpiadi» di oggi sono rimaste fedeli agli ideali del loro fondatore?
È stato il pragmatico barone Pierre de Coubertin a inventare, dopo aver a lungo studiato e sognato, le olimpiadi modee, raccontate con toni leggeri nel libro autobiografico del 1931, tradotto finalmente in italiano nel 2003, col titolo Memorie olimpiche.
Nato a Parigi il 1° gennaio 1863 da famiglia aristocratica, religiosa e legittimista, Pierre de Coubertin consegue nel 1880 il baccalaureato presso il Collegio dei gesuiti frequentato da esterno. Con un’ottima cultura umanistica, si iscrive alla nuovissima École libre de Sciences Politiques, entusiasmandosi ai grandi maestri del pensiero (Montaigne, Rousseau, Tocqueville, Compte, Le Play, Locke, Spencer).
Si reca intanto in Inghilterra, dove è affascinato dai metodi pedagogici dei colleges inglesi; poi, nel 1889, per incarico della Pubblica istruzione francese, va in America per studiare l’organizzazione scolastica e universitaria.
Impegnato nel movimento «scuole nuove» ed «educazione attiva» ispirati al sistema anglosassone, il giovane de Coubertin matura l’idea di organizzare i «Giochi olimpici modei», affinché la gioventù si impegni nello sport, formandosi sugli ideali umanistici dell’antica Grecia: uguaglianza, frateità, pace.
Lo studioso francese presenta i frutti delle sue ricerche in libri di pedagogia, psicologia sportiva, formazione, mentre stabilisce una fitta rete di contatti con persone importanti e influenti a livello nazionale e internazionale, per trasformare in realtà il suo sogno: la nascita delle modee olimpiadi.
De Coubertin muore nel 1937, lasciando con le «olimpiadi modee» un albero maturo dalle radici profonde.

Figlio del suo tempo, Pierre de Coubertin è troppo spesso etichettato come «positivista», «spiritualista», «misogino», tanto da essere ricordato, durante le olimpiadi, da giornalisti superficiali con battute come «chissà cosa direbbe de Coubertin se vedesse le donne competere?». Eppure, leggendo le sue Memorie olimpiche, si scopre un uomo libero e onesto, dai grandi ideali, che ha saputo produrre una vera e propria rivoluzione con «prassi», cioè, come direbbe Paulo Freire, «con azione e riflessione rivolte verso le strutture da trasformare».
Pierre de Coubertin illustra bene nelle sue memorie il grande sforzo iniziale per «mettere insieme» i diversi sport, scrivendo: «Gli sportivi del xix secolo erano profondamente convinti che ciascuno sport era nocivo per l’altro, essendo le rispettive tecniche molto diverse tra loro. Lo schermidore si deteriora facendo la boxe. Il rematore deve diffidare degli esercizi alla sbarra… So per certo che i rappresentanti dei diversi sport non si erano mai messi insieme per un’opera comune, fino a quando io li riunii per la formazione del Comitato per la diffusione degli sport scolastici. Un anno più tardi, l’organizzazione delle gare del congresso del 1889 mise insieme, questa volta ufficialmente, i rappresentanti presso il ministero della Pubblica istruzione».
Malgrado questi risultati, nel 1894 Cupertus ritirava l’adesione dei ginnasti belgi alle prime olimpiadi, affermando: «La mia federazione ha sempre creduto e crede ancora che la ginnastica e gli sport siano cose opposte e ha sempre combattuto questi ultimi come cose incompatibili con i suoi principi».
Intanto il 25 novembre 1892, nel grande anfiteatro della vecchia Sorbona, in occasione della celebrazione del 5° anniversario dell’Union de Sports Athlétiques, con coraggio Pierre de Coubertin annunciò il ripristino dei giochi olimpici.
Quali furono le reazioni? Racconta il padre delle modee olimpiadi: «Applausi, approvazione, auguri di grande successo, ma nessuno aveva capito niente. Cominciava allora l’incomprensione totale, assoluta. E doveva durare a lungo». E prosegue con ironia: «La gente “colta” usava fare dello spirito nell’informarsi se le donne sarebbero state ammesse tra gli spettatori delle nuove olimpiadi o se, come in certi periodi dell’antichità, sarebbe stata imposta la nudità per meglio proibire al sesso debole l’accesso agli stadi».
Finalmente, nel 1896, dopo intensi lavori di preparazione e non pochi patemi, i primi giochi olimpici furono celebrati con gioia in Grecia, dove le diverse categorie dello sport furono presentate «su un piano di eguaglianza». Le olimpiadi modee erano così decollate. Nel 1900 furono celebrate a Parigi, nel 1904 in America (Saint Louis), nel 1908 a Londra, dove «era la prima volta che le dottrine ginniche svedesi e tedesche si affrontavano sul campo; la prima volta che le regate sul Tamigi dovevano essere accessibili a tutte le nazioni. Per la prima volta la sfilata dei 1.500 atleti in marcia dietro alle loro diciannove bandiere…».
Le olimpiadi del 1912 di Stoccolma furono ritenute esemplari da de Coubertin, perché si vide «tollerare la glorificazione di tutti gli sport in piena Stoccolma e l’erezione degli attrezzi, fino allora banditi, proprio in mezzo allo stadio… (mentre) grazie allo sforzo svedese il divorzio tra giochi olimpici ed esposizioni sarebbe stato concesso».
Infatti, il padre delle modee olimpiadi è molto critico circa l’inserimento delle precedenti olimpiadi in grandi fiere o esposizioni, perché «il loro valore filosofico evapora e la loro portata pedagogica diviene inoperante», tanto che, a Saint Louis nel 1904, «in fatto di originalità, il programma ne offriva una sola, ma incresciosa. Si trattava delle due giornate. Denominate bizzarramente anthropological day, riservate alle gare dei neri, degli indiani, dei filippini, degli ainos e, come se non bastasse, a essi furono aggiunti turchi e siriani. E questo solo 20 anni fa!… Osereste dire che il mondo non ha camminato da allora e che l’ideale sportivo non ha fatto progressi!».

La bandiera olimpica, che ancora oggi ci annuncia festosamente le olimpiadi, fu ideata da Pierre de Coubertin e presentata a Parigi nel 1914, in occasione del 21° anniversario delle olimpiadi. La filosofia e gli ideali del suo inventore si intrecciano in quei cinque cerchi uguali, ma di diverso colore, che presentano su un piano egualitario tutta l’umanità.
Conoscendo bene, però, l’enorme diversità tra culture, il padre delle modee olimpiadi ammonisce con chiaroveggenza: «Credo che non ci si debba fidare del cosmopolitismo, che nato da un semplice viaggio, può aprire il passo a pericolose incomprensioni e illusioni».
Se la bandiera olimpica ci offre con un colpo d’occhio l’ideale olimpico, è però il Cio (Comitato olimpico internazionale) il motore che muove e controlla il grande evento. Anch’esso fu inventato da Pierre de Coubertin con caratteristiche ben precise: «Il giorno in cui avesse cessato di essere un self-recruiting body, il Cio avrebbe perduto la sua arma essenziale: l’indipendenza totale.
Il Comitato comprendeva (nel 1911) 43 membri di 31 nazioni diverse. Tutti o quasi erano degli sportivi nel vero senso della parola, rispondenti alla formula che avevo individuato fin da principio: uomini abbastanza competenti da poter approfondire delle questioni tecniche specifiche, ma non schiavi di qualsiasi specialismo esclusivo; uomini di esperienza internazionale, che permettesse loro di non essere dominati da pregiudizi nazionali nel risolvere qualunque questione; uomini, infine, capaci a tener testa ai gruppi tecnici e di sottrarsi a ogni tipo di dipendenza rispetto a quelli».
Inoltre, tutti i membri del Cio dovevano autofinanziarsi, mentre lo stesso de Coubertin pensava alle modiche spese generali del Comitato.

La prima guerra mondiale (1915-18) paralizzò anche le olimpiadi, inno alla pace tra i popoli. Solo nel 1920 si vide sventolare la bandiera olimpica ad Aversa. Pierre de Coubertin, che aveva sempre cercato per il grande evento sportivo una formula di preghiera laica nel rispetto delle diverse culture, commenta: «Ad Aversa niente messa, nessun intervento sacerdotale sull’altare. Il De profundis, inno del ricordo, in memoria dei caduti degli ultimi quattro anni (la lista degli olimpici era terribilmente lunga) e il Te Deum, inno del successo e della speranza; inni laici si potrebbe dire, che si prestavano a belle interpretazioni musicali»; e prosegue: «Nel 1924 a Parigi, il mattino a Notre Dame c’era stata una cerimonia come quella di Aversa, la cui austera “neutralità” aveva assunto un’impressionante maestosità in quella coice unica».
Tra gli amici e preziosi colleghi, de Coubertin ricorda con simpatia due sacerdoti, padre Didon del Collegio di Arcueil, ispiratore del motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più in alto, più forte), e il reverendo de Courcy Laffan, preside del collegio di Chelthenam e rappresentante del collegio dei presidi inglesi, conosciuto nel 1897 al Congresso di Le Havre e divenuto subito stimato membro del Cio.
Sempre acuto nelle sue analisi, il pedagogista sportivo ha lasciato pensieri e riflessioni, degni di seria meditazione. «Musica e sport sono sempre stati per me i migliori “isolatori”, i più fecondi strumenti di riflessione e visione, come pure possenti incitatori alla perseveranza e, per così dire, “massaggi della volontà”… Se fortifica, allo stesso modo lo sport calma, purché rimanga un coadiuvante, non divenga un fine ossessivo, esso sa produrre l’ordine e schiarire il pensiero… L’allenamento normale può essere puramente fisico e condurre alla sola resistenza, ma può anche contribuire al progresso morale, con lo sviluppo della volontà».
Infine, con molta chiarezza, già nel 1894, Pierre de Coubertin prevedeva l’uso nel bene e nel male che si può fare dello sport, scrivendo: «L’atletismo può suscitare le passioni più nobili come le più vili; può sviluppare il disinteresse e il sentimento dell’onore come l’amore del guadagno, può essere cavalleresco o corrotto, virile o bestiale; infine può essere usato per consolidare la pace così come per preparare la guerra. Ora la nobiltà dei sentimenti, il culto del disinteresse e dell’onore, lo spirito cavalleresco, l’energia virile e la pace sono i bisogni primari delle democrazie modee, siano esse repubblicane o monarchiche».

Silvana Bottignole
Lo sport dei valori
Bradipolibri 2005, pag. 224, € 15,00

Lo sport propone ancora dei valori?
A questa e altre domande hanno risposto 600 dirigenti, atleti di 111 società sportive collegate alla diocesi di Torino, divenendo attori di una ricerca sociologica che racconta origini e sviluppo delle stesse società insieme ad avventure e disavventure di bambini, ragazzi e adulti che si cimentano nei diversi campi dello sport organizzato. La conclusione è che, nonostante tutto, nello sport amatoriale si crede ancora in certi valori che vengono trasmessi nella vita di tutti i giorni.

Silvana Bottignole