CIADMedici laici in missione

Il racconto semplice, ma convinto
di una giovane coppia di medici, che ha voluto
«affondare la sua radice» in terra africana.
In nome della fede, alimentata dalla «linfa vitale»
di una frateità a tutto campo.

«Siamo stranieri, ma ci sentiamo a casa; abbiamo imparato a vivere una vita più semplice, ma piena di senso. Per la sua precarietà, le storie di cui veniamo a conoscenza, gli stessi impegni che abbiamo, la vita in Ciad ci richiama continuamente al senso ultimo della vita. Abbiamo affondato nell’humus della terra una nuova radice, che speriamo ci renda più solidi e nutra la nostra famiglia con la linfa vitale della frateità e comunione». Con queste parole Emanuela e Paolo hanno voluto terminare il racconto che mi hanno fatto della loro esperienza missionaria: sei anni vissuti con amore e fede sul territorio africano.

VOGLIA DI CONDIVIDERE

Entrambi medici, si sono incontrati per la prima volta a un corso di medicina tropicale, organizzato dal Cuamm di Padova. Spiega Emanuela: «Indipendentemente l’uno dall’altra, inseguivamo il forte desiderio di dedicare almeno una parte della nostra vita professionale a un paese in via di sviluppo e tutti e due eravamo orientati all’Africa».
Già qualche anno prima di approdare a Padova, avevano avuto modo di toccare da vicino la realtà sanitaria africana: Emanuela era stata in viaggio in Uganda, presso un ospedale missionario; Paolo aveva visitato un ospedale del Burkina Faso, entrambi gestiti da medici del Cuamm. Sono state proprio queste brevi esperienze che hanno fatto crescere il desiderio di passare più tempo sul suolo africano e li hanno spinti a seguire il corso padovano.
Due anni dopo il primo incontro, nel 1993, si sono sposati; pur continuando a pensare, prima o poi, di fare le valigie, hanno cominciato a lavorare in Italia, frequentando scuole di specializzazione in linea con il corso che la loro vita stava prendendo: Emanuela medicina intea e Paolo pediatria.
«In quegli anni, in Italia si era verificata una grande crisi della cooperazione internazionale – ricorda Paolo -. In seguito al crollo del muro di Berlino, gran parte degli investimenti era stata “dirottata” all’Europa dell’Est. Altro duro colpo fu lo scandalo del Fondo Aiuti Italiano (Fai), sull’onda di mani pulite».
Aggiunge Emanuela: «Cercavamo contratti per partire come cooperanti per un periodo minimo di due anni e non ne trovavamo. Da quegli anni in poi si è sviluppata la moda dell’emergenza e contratti a breve termine: sei mesi, massimo un anno. Come prima esperienza, ciò non ci interessava; eravamo convinti che ci volesse un certo tempo per entrare in contatto con la realtà».
Un periodo così breve non avrebbe, infatti, permesso di calarsi fino in fondo nelle situazioni locali, di capire il modo di vivere della gente; avrebbe permesso di portare un aiuto isolato, sicuramente valido ma, per certi versi, fine a se stesso; mentre quello che cercava la giovane coppia era la costruzione di rapporti umani, l’integrazione, per quanto possibile, con la popolazione del posto, per costruire con loro qualcosa che rimanesse nel tempo, oltre il giorno del loro rientro in Italia.

PRIMA… MISSIONARI

Mentre ragionavano sul loro futuro, una coppia di amici, Marta e Marco, si stava preparando a partire per l’Africa, come missionari laici. «Avevamo conosciuto il centro in cui seguivano la formazione, a Piombino in Toscana (Centro frateità missionarie, vedi riquadro) e spesso li accompagnavamo, perché ci sembrava una formazione molto bella, che avrebbe potuto servire anche a noi» ricordano con piacere.
«In effetti, per noi la dimensione della fede restava fondamentale e ci chiedevamo in che modo poterla vivere, anche in un’esperienza prettamente professionale come quella della cooperazione. Nei nostri viaggi in Uganda e Burkina Faso avevamo entrambi notato come la fede fosse sì la motivazione fondamentale di molti, ma spesso restava in secondo piano nella vita concreta, a causa del sovraccarico di lavoro e richieste infinite. Inoltre, ci sembrava che la vita dei cooperanti fosse tutta tesa all’apporto professionale, senza un contatto normale, quotidiano, con la gente, se non quello di medico-paziente. A poco a poco, continuando a seguire la formazione a Piombino anche dopo la partenza dei nostri amici per il Ciad, ci siamo resi conto che la proposta del Centro frateità missionarie poteva fare al caso nostro».
Una presa di coscienza abbastanza faticosa per tutti e due: «Ci veniva chiesto di spogliarci, almeno momentaneamente, del ruolo di medici che a noi stava tanto bene… Prima di tutto dovevamo sentirci inviati, cioè missionari, portatori dell’annuncio evangelico».
All’inizio sembrava tutto troppo difficile. Ma i numerosi aspetti della proposta del Centro frateità missionarie hanno avuto la meglio. «Alla fine del 1996 è arrivata la proposta della frateità di N’Djamena, che era allora composta proprio da Marta e Marco e da don Aldo, della diocesi di Milano. Vivevano insieme da due anni nella periferia della città» racconta Paolo.
Dopo un viaggio conoscitivo e il sì definitivo, lasciato anche il lavoro, la coppia ha dedicato tutto il 1997 a una preparazione più approfondita: un mese al Centro di Piombino; il corso al Centro unitario missionario (Cum) a Verona; due mesi e mezzo in Ciad per imparare il francese; sei mesi al corso di medicina tropicale ad Anversa, in Belgio. «Sono state tutte occasioni preziose, sia per approfondire la riflessione sul cammino che ci accingevamo a percorrere, sia per conoscere tante persone con cui abbiamo iniziato bellissime amicizie. Già nel periodo di preparazione cominciavamo a ricevere il centuplo promesso!» tiene a sottolineare Emanuela.

«TORNIAMO A CASA?»

«Il 4 aprile 1998 siamo arrivati a N’Djamena – continua Emanuela -. Una data impossibile da dimenticare: in piena stagione calda e la peggiore degli ultimi 30 anni! Il termometro arrivava a 48-50 gradi all’ombra. La casa, disabitata da qualche mese, perché Marta e Marco erano in Italia per ragioni di salute, era sepolta sotto uno strato di polvere. C’era di che scoraggiare i più intrepidi. Giovanni, il nostro primogenito, che allora aveva due anni, dopo un’ora ha esclamato: “Papà, adesso torniamo a casa!”. Era quello che tutti pensavamo». Invece Emanuela e Paolo non si sono mossi e sono ancora lì, dopo sei anni!
Nonostante il quadro scoraggiante, almeno per chi vive in Europa, la loro prima impressione, fortissima e che ancora conservano, è stata la gente: nonostante tutto vive ed è contenta. Di fronte a tutto quello che hanno iniziato a vedere e toccare con mano, durante i primi mesi di permanenza sono stati assaliti da un senso di inutilità: «È un sentimento che ci sembra bene risvegliare ogni tanto, per ricordarci che qui non siamo eterni, che è la gente che deve essere protagonista delle scelte e che, se siamo qui, è per uno scambio, il più possibile alla pari».
Il primo anno è passato ad ambientarsi, conoscere le persone, i luoghi, fra cui le strutture sanitarie, imparare l’arabo ciadiano. Nello stesso tempo la coppia ha cercato di capire, anche con l’aiuto della chiesa locale, come mettere al servizio degli altri le loro conoscenze professionali. Così, dal 1999, Paolo ha cominciato a lavorare nell’ospedale governativo del quartiere dove vivevano ed Emanuela nel servizio diocesano per i malati di Aids, campo per il quale c’era stata una richiesta pressante da parte del vescovo.
Nel frattempo, nel marzo 1999, è nata la seconda bambina, Sofia. La famiglia che veniva dall’Italia ha così cominciato a prendere una forma accettabile per lo standard africano, due coniugi con un solo figlio non sono quasi considerati famiglia.
La presenza dei bambini che crescevano ha facilitato una conoscenza sempre maggiore del vicinato e un’integrazione a tutti gli effetti, come avevano sempre voluto: «I bambini non hanno barriere, spontaneamente si infilano nelle case altrui, cosa che qui è assolutamente normale; e noi, per recuperarli, abbiamo potuto conoscere gli adulti degli altri cortili che si affacciano sulla nostra strada» spiega Emanuela.

RITORNO… COME PARTENZA

Spesso, si pensa che chi vive in paesi «lontani» (geograficamente, economicamente o culturalmente) abbia un’organizzazione della giornata e della vita profondamente diversa dagli standard cosiddetti occidentali. In realtà, guardando lo scandire delle ore della numerosa famiglia di Emanuela e Paolo (nel frattempo è arrivato anche Carlo, che ora ha due anni), non si trovano grandi differenze.
Al mattino si accompagnano i bambini a scuola, che inizia alle 7,30. Si tratta di una scuola ciadiana, fondata da una chiesa protestante; nelle classi del ciclo elementare ci sono dai 50 ai 70 bambini, mentre l’asilo è meno frequentato. I loro figli sono gli unici europei, il che ha loro creato qualche difficoltà, vista la curiosità ai limiti dell’invadenza dei bambini africani.
Il ritorno da scuola è intorno a mezzogiorno, ora in cui cominciano le scorribande con i ragazzini del vicinato; una banda di una decina di scatenati, che giocano usando tutta la fantasia e l’energia possibili. Anche il più piccolino, Carlo, saltella dietro il gruppo contento di potersi associare ai giochi, più o meno sorvegliato dagli amici più grandi.
Come in un qualsiasi paese industrializzato, in cui mamma e papà lavorano, anche nella loro organizzazione familiare ci sono due donne che danno una mano nel curare i bambini e gestire la casa.
«Paolo ed io lavoriamo 3-4 giorni la settimana, in ambito sanitario. Abbiamo scelto di avere un impegno a metà tempo per conservare lo spazio per gli incontri di frateità: una volta la settimana sul vangelo della domenica successiva, un’altra per una riunione di riflessione su un aspetto della nostra vita, o più operativa se c’è qualche scadenza imminente. Spesso, comunque, le tre giornate di lavoro medico sono completate da riunioni e incontri che si svolgono soprattutto al pomeriggio. Qui non esiste una vita nottua, il tempo è gestito seguendo la luce solare. La sera, dopo cena, si è spesso così stanchi che non si può far altro che buttarsi sul letto».

Agiugno di quest’anno Emanuela e Paolo sono rientrati in Italia definitivamente: rientro previsto e non più procrastinabile, soprattutto a causa della scolarità dei figli. «Come le altre famiglie del Centro di Piombino già rientrate, consideriamo questo ritorno come una nuova partenza – spiega Paolo -. Ci metteremo in ascolto della realtà italiana, nella città in cui andremo a vivere e ci reinseriremo, come abbiamo fatto in Ciad; con la differenza che, questa volta, abbiamo già un minimo di conoscenza della cultura… Certamente non consideriamo questo tratto di vita come una parentesi da chiudere, ma come un tesoro da spendere nella nostra società italiana. La vita in Africa ci ha sicuramente cambiati: nelle piccole come nelle grandi cose».
Per Emanuela, che ha vissuto 30 anni in una città come Milano, è stata dura abituarsi all’interessamento continuo dei vicini africani sulla loro vita, ai saluti degli sconosciuti: «Qui si dice che, quando qualcuno ti saluta, vuol dire che sei vivo. Un africano si sentirebbe come morto in una delle nostre città, dove si è un po’ tutti indifferenti gli uni agli altri. Ho imparato il grande valore delle relazioni, anche fatte di cose apparentemente insignificanti. Inoltre, lo sforzo di inserirsi in una cultura diversa, la coscienza di essere stranieri (dunque, ospiti) ci ha insegnato una grande umiltà nell’approccio con gli altri. Molti pregiudizi che come occidentali abbiamo incamerato senza accorgercene, si sono dissolti come neve al sole».

Valeria Confalonieri




MONGOLIA (1)Bambini da… stanare

I primi 5 missionari e missionarie della Consolata sono in Mongolia da appena un anno.
Oltre alla lingua, studiano come progettare
la missione. E il lavoro non manca.

Steppe immense e cielo azzurro: è la prima impressione mozzafiato provata nel mettere piede in Mongolia, all’inizio di luglio del 2003. Il paese è cinque volte più esteso dell’Italia, ma con una popolazione di circa 3 milioni di abitanti; un terzo di essi vive nella capitale Ulaanbaatar.
Ben presto l’emozione cede alla visione della realtà: il paese attraversa una profonda crisi economica e di identità, da quando, con la fine del comunismo e lo sfascio dell’impero sovietico, i russi hanno abbandonato a se stessa la Mongolia, lasciando interi villaggi disabitati, provocando la chiusura di molte fabbriche e costringendo la gente a dipendere dagli aiuti umanitari.
Il costo della vita si è impennato, mentre i salari non aumentano: un impiegato statale, per esempio, guadagna da 50 a 80 euro al mese. Dalle nostre spese, possiamo fare i conti in tasca alla gente: un chilo di carne (la più economica è quella di cavallo), un litro di latte e un pezzo di pane costano 2.200 tugruk (1,60 euro); moltiplicato per 30 giorni fa quasi il mensile di un operaio.
La povertà provoca enormi problemi sociali, come la fuga verso la città; l’alcornolismo è diventato una piaga sociale spaventosa. Le statistiche della Fao fanno rabbrividire: un terzo delle famiglie mongole rientra nella fascia della povertà grave; quasi la metà dei bambini vive di stenti; i ragazzi di strada sono tra i problemi più raccapriccianti del paese.

I BAMBINI DEL TOMBINO

Prima di arrivare ad Ulaanbaatar, sapevo del fenomeno per sentito dire; ma non ne avrei mai immaginato la cruda realtà, finché non la vidi con i miei occhi: quasi per caso abbiamo scoperto alcuni bambini in un tombino, poco lontano dalla nostra abitazione. Appena sollevammo il coperchio fummo soffocati da un fortissimo tanfo di muffa ed escrementi; i bambini erano attorniati da un esercito di scarafaggi, rannicchiati in un angusto rifugio di pochi decimetri cubici, sotto il grosso tubo umido e semi arrugginito del riscaldamento, eredità della tecnologia russa, che si snoda e s’incrocia con cento altri tubi nelle viscere della città.
L’alta temperatura dell’acqua che vi scorre procura a quel rifugio un tepore sopra i 20°, che permette, bene o male, di sopravvivere e ripararsi dal gelo che, fuori, attanaglia le strade della città.
Oggi hanno trovato tra gli avanzi delle ossa semispolpate; domani non non lo sanno; forse non troveranno nulla tra l’immondizia di una città povera, non abituata a sprecare.
Ciò che abbiamo visto non è la scena di un pessimo film di fantascienza, ma la reale condizione di migliaia di bambini, molti dei quali in età prescolare, nella capitale più fredda del mondo, dove il termometro scende spesso a meno 35°.
Fuggono situazioni familiari insostenibili: padri ubriachi e violenti, famiglie disastrate, promiscuità, madri single o vedove, situazioni di miseria e degrado inimmaginabili.
Si radunano in branchi, come animali selvatici, ma non lo sono. Vorremmo fare sentire loro che sono esseri umani come noi; spiegare che sono nostri fratelli, figli dello stesso Padre. Ma ci assale un senso di impotenza: siamo ancora all’abc della loro lingua. Anche questo ci stimola a studiare con maggiore impegno per impararla più in fretta. Mentre questi bambini lottano per un osso spolpato, noi lottiamo contro un osso duro: il mongolo (vedi riquadro).
In tali rifugi, oltre al calore, questi bambini cercano un riparo per sfuggire alla polizia di cui hanno paura. Non sappiamo bene perché: ma quando riusciremo a comunicare meglio, lo sapremo.
Da quando è crollato il comunismo (il regime garantiva un minimo di sussistenza), anche i minori ingrossano le file di quei disperati che cercano nell’accattonaggio una possibilità per sopravvivere. Questi bambini vivono nella peggiore promiscuità con adulti alcolizzati, malati, emarginati. Alle sofferenze causate dal freddo, fame, mancanza d’acqua, sporcizia, si aggiunge la paura della violenza: questa può scoppiare spesso irrefrenabile tra ubriachi, adulti o ragazzi più grandi, che affogano la loro miseria in alcornol di pessima qualità e vodka mischiata a metanolo.
Durante il giorno, questi spettri emergono dai loro avelli alla ricerca di un po’ di cibo nella spazzatura; oppure raccolgono qualche bottiglia in vetro e oggetti di plastica da destinare al riciclaggio. In una giornata di lavoro si può raccogliere al massimo 3 chili di plastica, che fruttano 600 tugruk (45 centesimi di euro), quanto basta per comprare un litro di latte.

AFFETTI NEGATI

Questi bambini di strada sono spesso creature tenere, malate nel cuore per mancanza d’amore, che si contentano di un’esistenza che richiede un grande sforzo per chiamarla vita. Sopravvivono con ciò che riescono a guadagnare e la scarsa elemosina che riescono a succhiare da una città che non li ama.
Benché miserevoli e affamati, odiati e scacciati, difficilmente essi si danno alla delinquenza, né formano bande di piccoli rapinatori, come capita in altre latitudini. Ladri o gruppi di rapinatori sono piuttosto formati da adulti.
Eppure spesso la polizia li arresta e li rinchiude in orfanotrofi, oppure, seguendo le ultime direttive del governo, li riporta a quei «simulacri» di famiglie dalle quali erano fuggiti e da cui fuggiranno di nuovo, passando da miseria a miseria.
Anche la gente li accusa di essere dei criminali, lazzaroni, sfaticati, di preferire la strada al lavoro, un bene raro anche per gli adulti.
Un giorno, mentre portavamo una minestra calda a un gruppo di questi bambini, un vicino ci domandò dove andavamo. Più con i gesti che con le parole spiegammo che andavamo al tombino. L’uomo scosse la testa e con un gesto eloquente, come se imbracciasse un fucile, ci fece capire cosa avrebbe fatto lui a quei poveri infelici.

UN’ALTRA MINESTRA

«Vi piacerebbe studiare?» domandiamo loro. «Magari!» rispondono quelle guance rosee e sporche. Ma come sarà il loro futuro? Troveranno un lavoro? Se saranno fortunati di trovarlo, come potranno avere una vita dignitosa, se il mensile di un insegnante, un operaio, un medico è inferiore a 100 euro e il costo della vita continua ad aumentare?
Sono domande che sfidano anche il nostro futuro. Cominciamo a capire che non basta dare un piatto di minestra oggi e domani; ma bisogna elevare l’ambiente nella sua totalità. Dovremo aiutare i mongoli a cucinare un’altra minestra, con una grande quantità di giustizia, forti dosi di amore e comprensione, un bel pizzico di frateità…
Sarà necessario sforzarci di capire non solo la lingua, ma anche il loro modo di vivere, di esprimersi, di concepire la vita. Ed è quello che cerchiamo di fare giorno per giorno: orecchie dritte a scuola, per percepire gli strani suoni della loro lingua, e cuore aperto per conoscere e amare questo popolo e la sua cultura.
Dovremo impegnarci a cambiare l’atteggiamento della popolazione verso i loro figli più sfortunati e vulnerabili. Qualcuno ha già cominciato a vedere di buon occhio le organizzazioni caritatevoli, in maggioranza cristiane, che si occupano con fatica di questi bambini e di altre vittime dell’emarginazione.
La chiesa cattolica, presente in Mongolia da appena 12 anni, ha cominciato subito a mettersi al fianco dei poveri, specialmente dei bambini di strada. All’inizio un gruppo di missionari e missionarie portavano del cibo ai tombini; poi hanno aperto centri di accoglienza.
Nel 1997, padre Gilbert Sales, dei missionari di Scheut, iniziò nella capitale il Verbiest Care Center, sostenuto dal Centro internazionale cattolici missionari e dalle Pontificie opere missionarie: oggi accoglie 120 bambini fino ai 15 anni. «Andiamo a stanare questi piccoli disperati nei loro squallidi rifugi – racconta padre Sales – e li portiamo in un ambiente pulito, sano, pieno di allegria. Restituiamo loro una prospettiva di vita».
Filippino, 39 anni, padre Gilbert Sales è il primo missionario arrivato in Mongolia, assieme all’attuale vescovo, mons. Padilla.
Un’altra iniziativa del genere è portata avanti dai salesiani, che in due piccoli centri accolgono una quarantina di bambini. Il primo serve per la conoscenza dei bambini e dura un paio di settimane; dopo di che saranno loro stessi a chiedere di passare all’altro centro e iniziare a studiare.
Le suore di Madre Teresa hanno un centro di accoglienza per bambine e ragazze madri. «Le ragazze sono più difficili da trattenere che i bambini; vogliono la libertà a tutti i costi» confessano le suore.
Oltre al recupero dei bambini di strada, la chiesa ha avviato altre opere sociali: asili, scuole, centri di insegnamento d’inglese, musica, danza, ecc., progetti a favore di handicappati e carcerati.
«La vita nella capitale mongola – dice mons. Padilla – è caratterizzata da alcornolismo, violenza e condizione familiare debole e incerta. Ogni settimana provvediamo a fornire cibo e vestiti ad almeno 200 adulti allo sbando. La proposta cristiana entusiasma soprattutto i più giovani, che vedono un’alternativa più decorosa alla realtà attuale».

QUALE MISSIONE?

La sorte di migliaia di piccoli mongoli senza il minimo futuro, con l’incubo della fame, malattie, un’aspettativa di vita bassissima, ci interpella. L’impegno in attività di promozione umana potrebbe essere una priorità della nostra presenza in Mongolia. La chiesa locale e i missionari arrivati prima di noi ci aiutano a cercare il modo più efficace di inserirci nella realtà del paese.
In Mongolia siamo 51 missionari, tra padri, suore e laici di differenti congregazioni, paesi e continenti. Anche lavorare e vivere in comunione con loro fanno parte della nostra missione.
Non sappiamo ancora in quale città lavoreremo, né quale sfida accoglieremo. Di una cosa siamo certi: sull’esempio di Cristo, vogliamo lavorare perché tutti «abbiano vita e l’abbiano in abbondanza».
Ma per il momento continuiamo a rosicchiare l’osso duro della lingua mongola. Al tempo stesso, con la saggezza dell’umiltà e la forza della carità, ci lasciamo illuminare da tutte le persone di buona volontà che incontriamo sul nostro cammino, senza giudicare ciò che ancora non riusciamo a capire fino in fondo.
Ci sono di guida anche le parole di Giovanni Paolo ii: «La chiesa considera con sincero rispetto quei modi di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini».
(Fine prima puntata – continua)

Juan Carlos Greco




LETTERAPremiato il vescovo Mongiano

Il 6 aprile 2004 Aldo Mongiano, vescovo emerito di Roraima (Brasile) e missionario della Consolata, fu premiato dal governo brasiliano con la medaglia del «merito indigenista». Il premio fu ritirato a Brasilia da mons. Franco Masserdotti, presidente del Consiglio indigenista missionario del Brasile (organo della Conferenza episcopale), che lo consegnò all’interessato a Torino l’8 maggio scorso (nella foto).
Oltre a vari missionari e missionarie della Consolata, era presente pure qualche esponente della Campagna internazionale «Nós existimos» (in favore degli indios, contadini poveri ed emarginati urbani di Roraima).

Il vescovo Mongiano, dopo aver ringraziato mons. Masserdotti, ha dichiarato: «Questa onorificenza viene consegnata a chi fu vescovo di Roraima; ma in realtà riguarda non tanto una persona, quanto tutti gli indios e i missionari di Roraima. I missionari non si aspettano onorificenze dai popoli che servono; essi lavorano mossi solo da carità evangelica. Tuttavia questa medaglia ci rallegra per due motivi.
L’onorificenza è concessa dalla Funai (Fondazione nazionale dell’indio), che per lunghi anni ha avversato la chiesa di Roraima. Però, grazie a Dio, da qualche tempo ne riconosce il valore, fino a premiare quelli che prima aveva osteggiato.
Il secondo motivo di gioia è legato ai popoli indigeni. Essi stanno vincendo non la battaglia per la difesa dei loro diritti sulla terra dove sono nati, ma hanno già acquisito una coscienza e forza morale, ispirate dalla fede cristiana, che costituiscono una delle vittorie più belle che si poteva sperare.
I missionari sapevano quanto, nella storia del Brasile, si diceva degli indios: questi, di fronte alle invasioni dei dominatori venuti da lontano, si sarebbero piegati o sopraffatti dalla forza o allettati (questo è umiliante) da futili regali materiali.
Invece gli indios, a partire dagli anni ’70, hanno capito il messaggio evangelico, la grandezza della loro vocazione umana e cristiana, il significato di libertà e dignità, nonché l’importanza di vivere i valori della loro cultura. Così hanno deciso di impegnarsi, con sforzo, sacrificio e rischio, per cambiare la loro situazione. L’hanno fatto senza violenza, offrendo a tutto il Brasile un esempio di coraggio e fermezza cristiana. Hanno saputo organizzarsi e mobilitarsi per difendere, pacificamente, i loro diritti sanciti dalla Costituzione brasiliana, ma mai rispettati.
Gli indios, soprattutto, meritano questa medaglia.
Una sola cosa mi rammarica: se i popoli indigeni sono cambiati positivamente, non sono cambiati, invece, alcuni settori ostianti della società di Roraima…».

Redazione




LETTERA La Sampdoria a Kipengere

Spettabile redazione,
a seguito dell’articolo di padre Francesco Beardi (Missioni Consolata, febbraio 2004) e del colloquio telefonico intercorso tra me e l’articolista, ho il piacere di inviarvi una copia di una pagina della rivista Sampdoria Club, uscita in questi giorni.
Resto con la speranza che il seme gettato possa far nascere qualcosa di bello… Complimenti sentiti per la vostra opera e la vostra rivista.

Il signor Vittorio allude ad alcune foto di Missioni Consolata, che ritraggono dei bimbi sieropositivi nella missione di Kipengere (Tanzania), vestiti con le maglie della Sampdoria. Una vicenda (in questo caso) «simpatica» del calcio.

Vittorio Benvenuti




LETTERAFiglia… sua !

Carissimi missionari,
ho 23 anni e studio Scienze dell’educazione. Da quando vi conosco, la mia vita e fede sono completamente cambiate e rinnovate. Sono coinvolta nelle vostre attività in Italia, come socia di «Impegnarsi serve Onlus», e all’estero (due anni fa sono stata un mese in Tanzania).
La vostra rivista Missioni Consolata è meglio di qualsiasi telegiornale, perché parla dei problemi dimenticati dal mondo in modo «sconcertante», ossia veritiero. Grazie. Continuate così.
Ora mi trovo incinta al quarto mese di gravidanza e, da poche settimane, sento la mia creatura muoversi dentro di me… Dopo tante difficoltà iniziali (non sono sposata e non lavoro), sto incominciando ad essere grata di questo dono che Dio mi ha fatto. Anche il mio ragazzo, che sta per laurearsi, la pensa così… I padri Giordano Rigamonti e Daniel Bertea mi sono stati molto vicini in questo periodo difficile: a loro va tutta la mia riconoscenza.
Prima avevo dei dubbi circa il modo di conciliare l’impegno missionario e l’avere dei figli; ora, anche se il mio servizio si è naturalmente ridotto, sento che questo non è solo possibile, ma necessario.
Mi sento «figlia della Consolata» e il mio bambino è anche lui un fiore della Consolata!
Cari missionari, ricordate nella preghiera anche il mio bambino.

«Amo i bambini, dice Dio. Voglio che rassomigliate loro. Non amo i vecchi, dice Dio, a meno che siano ancora dei bambini. Così non voglio che i bambini nel mio Regno… Bambini storpi, gobbi, rugosi, bambini dalla barba bianca, ogni specie di bimbi che credete, ma bambini, solo bambini» (Michel Quoist).

Lettera firmata




LETTERALa Passione secondo Gibson

Egregio direttore,
il mondo affoga nella violenza. Di fronte ad essa spesso taciamo. Ma quante critiche per La Passione di Cristo di Mel Gibson! Proprio, come dice Isaia 52,14 e 53, 2-3, «molti si stupirono di Lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto… Non ha apparenza né bellezza… uomo dei dolori… disprezzato e reietto… davanti al quale ci si copre la faccia».
Io ringrazio Gibson, perché mi ha consentito di alzare lo sguardo su Colui che ho trafitto:
– su Gesù, che «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Filippesi 2,6-8);
– su Cristo, che «patì per voi lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme… oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta… Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce perché, non vivendo più per i peccati, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pietro 2,21-25)…
Certamente anche lo spettatore non cristiano non potrà fare a meno di sentirsi fortemente interpellato da un uomo che, al culmine del proprio martirio, dall’alto della croce, dice: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34).
Per chi guarderà alle sofferenze di Cristo e al grande amore che queste rivelano, spero che si realizzi la profezia di Ezechiele 36,26-27: «Vi darò un cuore nuovo, metterò in voi uno Spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne».
Queste considerazioni sono condivise da familiari, amici e conoscenti che hanno visto il film. Invece mi stupisce che alcuni ecclesiastici e teologi abbiano tanto contestato la pellicola, non perfetta ma realistica, quando nella Via Crucis noi cattolici siamo invitati a ripetere: «Santa Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore!».
Ultima annotazione: Maria è resa ne La Passione di Cristo in modo stupendo. Intensi e più eloquenti di ogni parola i suoi sguardi di Madre e corredentrice.

Alcuni ecclesiastici e teologi non hanno contestato la passione-amore di Gesù Cristo, bensì la violenta «spettacolarizzazione» della sofferenza.

Mara Montagnani Tiddia




LETTERAInternet in Africa

Cari missionari,
ho letto su una rivista missionaria che le linee telefoniche dell’intero continente africano sono pari a quelle della sola New York: l’Africa conta meno dell’1% nelle connessioni Inteet mondiali. Però… mio cugino, in Finlandia, può telefonare in Africa attraverso un collegamento satellitare via internet (attraverso il microfono del computer, con un programma e un gestore di linea satellitare).
In generale oggi esistono tecnologie che permettono, attraverso la linea satellitare, di comunicare superando enormi distanze. E poiché in Africa non esistono modee e funzionali linee di comunicazione che coprono il territorio di uno stato nazionale, si potrebbe con questi nuovi strumenti di comunicazione, oltre che fornire informazioni, dialogare e/o utilizzarli per le missioni o per chi vi lavora.
Non so se riesco a far capire ciò che voglio dire. In parole semplici: se in qualche parte del mondo sono privi di linee di comunicazione, si può sopperire attraverso il satellite.
Riguardo ai mezzi economici, io vi posso aiutare solo con la preghiera, affinché altri, più ricchi, vengano incontro ai vostri bisogni.
Infine, se vi chiedete «Noi che c’entriamo?», la risposta è: «Voi potete informare i missionari di queste nuove possibilità (se non lo sanno già) e chi è addetto, come voi, all’evangelizzazione può aiutare lo sviluppo dei continenti più poveri, non solo in modo spirituale, ma anche materiale».
Massimo Piermattei
(via e-mail

I missionari sono a conoscenza delle enormi possibilità di informazioni offerte da Inteet e dal sistema satellitare. Ma non molti possono ricorrere a questi mezzi.
Pensando ai paesi poveri, nel 2002 il Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali scriveva: «È necessaria giustizia, in particolare per eliminare il digital divide, il divario di informazione fra ricchi e poveri del mondo. Ciò richiede un impegno in favore del bene comune internazionale e la globalizzazione della solidarietà» (La Chiesa e Inteet, 12).

Massimo Piermattei




LETTERAMissioni corpo del reato

Spettabile redazione,
vi prego di provvedere alla cancellazione dei dati personali di mio figlio. Non inviateci più le vostre pubblicazioni missionarie.
Di recente si sono verificati dei vandalismi nella nostra cassetta della posta. Purtroppo è incustodita; giornali e lettere sono stati trovati un po’ dovunque, correndo il rischio di essere multati per imbrattamento del suolo pubblico.
Lettera firmata

In un’epoca in cui l’umanità avanza sempre di più nella scoperta di nuove risorse e nella coscienza del valore della persona, è vergognoso che… le cassette della posta siano saccheggiate e, poi, che si venga multati per imbrattamento del suolo pubblico. Quindi si elimina Missioni Consolata… corpo del reato.

lettera firmata




EDITORIALEScuola di assassini

Di fronte alla polemica sull’utilizzo della tortura sui prigionieri iracheni e la ripetitiva presentazione di immagini truculenti di tali fatti, non posso non riandare con la memoria all’esperienza vissuta sulla mia pelle negli anni ’70, mentre ero in Uruguay.
In quegli anni tutta l’America Latina era praticamente un enorme campo di concentramento, gestito da dittature militari che imponevano modelli sociali e politici che prevedevano l’abolizione della democrazia e l’instaurazione di regimi totalitari, al servizio delle multinazionali.
Insieme ai sacerdoti novaresi e a tutti i missionari italiani che lavoravano in quegli anni nell’America Latina, ci toccò la sorte di condividere il dolore e la sofferenza di tante famiglie innocenti, profondamente toccate dalla detenzione dei loro cari, della tortura e in diversi casi anche del dramma dei desaparecidos.
Per una serie di circostanze imprevedibili, mi trovai coinvolto nella vicenda giudiziaria e detenzione di don Pierluigi Murgioni, integerrimo sacerdote bresciano Fidei donum, incarcerato e ripetutamente torturato: lo vedevo una volta al mese durante i colloqui che i detenuti avevano con i familiari e gli amici; tramite lui entrai in contatto con l’umanità dolente dei prigionieri politici e delle loro famiglie ferite e umiliate dalla barbara pratica della tortura.
La cosa più sconcertante fu la scoperta che la tortura era una prassi abituale non solo per estorcere informazioni, ma per creare terrore e soggezione fra i prigionieri.
I raffinati artisti della tortura si laureavano alla famigerata School of Americas (Soa), fondata nel 1946 a Panama e trasferita nel 1984 a Fort Benning, in Georgia (Stati Uniti). In 58 anni di vita ha insegnato a più di 60 mila soldati latinoamericani, tecniche di repressione, guerra d’assalto e psicologica, spionaggio militare e tattiche per interrogatori. Tra di loro, è certo, passarono anche ministri e responsabili di governo di vari paesi del Centro e Sud America.
Tra le centinaia di migliaia di latinoamericani torturati, assassinati, massacrati, fatti sparire o costretti a fuggire ad opera dei «diplomati» della Scuola delle Americhe (soprannominata «scuola di assassini») ci sono educatori, sindacalisti, studenti, personale religioso, preti e frati, come il domenicano Frei Betto, che, in Battesimo di sangue (1983), ha raccontato l’odissea patita da lui e dai suoi confratelli nelle carceri brasiliane, dove furono ripetutamente torturati da squadre speciali, addestrate quasi in maniera scientifica a spezzare lo spirito di resistenza dei prigionieri.
Pur riacquistando la libertà (furono esiliati in Francia), alcuni di loro non riuscirono più a liberarsi dallo spettro dei torturatori: uno di questi domenicani, Tito de Alencar Lima, si suicidò, lasciando scritto su un pezzo di carta: «È meglio morire che perdere la vita!».

T utte queste cose venivano ampiamente raccontate nei periodici rientri in Italia, ma restava sempre un’amarezza profonda: spesso e volentieri non si era creduti.
In clima di guerra fredda, nella contrapposizione Usa-Urss, il regno del male da combattere era da una sola parte: gulag, prigioni della Lubianka, efferatezze del Kgb, epurazioni e crudeltà staliniste. Ogni volta che si raccontava delle nefandezze incontrate sulle strade dell’America Latina, si era tacciati di essere al soldo dei bolscevichi; anche la più cristallina testimonianza veniva rifiutata: l’ottusità mentale di molti benpensanti era incapace di percepire che anche il sistema di potere americano generava mostri identici.
Con la dissoluzione dell’impero sovietico si credeva che la tortura fosse sparita. Invece le immagini del carcere di Abu Grahib (Baghdad) sono su internet alla portata di tutti. Ci sia consentito di dissentire e denunciare, oggi come ieri, per costruire con biblica speranza e rinnovato vigore un mondo dove queste cose non succedano più.
don Mario Bandera

Mario Bandera




VENEZUELA 2004 Tra Bolivar e Chávez (terza puntata)

Venezuela 2004 (seconda puntata)

«NOI, MINISTRI DI HUGO CHÁVEZ»

A Caracas abbiamo incontrato due ministri del governo: Ana Elisa Osorio, responsabile dell’ambiente, e Jorge Giordani, ministro della pianificazione.
Abbiamo parlato dei problemi dei loro dicasteri. Ma anche di quanto sia difficile essere ministri in un paese scosso da divisioni e lotte intestine.

1 / ANA ELISA OSORIO, MINISTRA DELL’AMBIENTE
“PETROLIO… MA ANCHE FORESTE E BIODIVERSITÀ”


Il petrolio ha portato nelle mani di pochi un’immensa ricchezza, lasciando a tutti gli altri soltanto enormi problemi ambientali. Oggi il Venezuela vuole salvaguardare le proprie ricchezze naturali (e con esse anche i popoli indigeni). Così, anche nella sua Costituzione si è stabilito che…


Caracas. Ana Elisa Osorio
Granado, ministro dell’ambiente
e delle risorse naturali,
ha i capelli corti e biondi. Laureata
in medicina, due figli, è nata a
Caracas, ma ha vissuto molti anni
nel sud del Venezuela. «Mi sento
più guyanese che caraqueña» dice di sé.
Ci accoglie nel suo spazioso ufficio
ministeriale, indossando un vestito
scargiante quanto il suo sorriso.

LE CINQUE DONNE
DEL GOVERNO CHÁVEZ

La dottoressa Osorio fa parte del
governo dal febbraio 1999, due
giorni dopo che Hugo Chávez divenne
presidente. Il primo incarico
fu come vice-ministro della salute
per un anno e mezzo. «Adesso – racconta
– sono due anni e mezzo che
sono ministra dell’ambiente».
Già, «ministra». «È una svolta
importante per il Venezuela – spiega
-, perché vi è una parificazione
dei generi. La stessa Costituzione
prevede per ogni termine sia la dicitura
maschile che quella femminile:
venezuelano/venezuelana, cittadino/
cittadina, magistrato/magistrata,
funzionario/funzionaria e
così via. All’inizio non è stato facile,
ma abbiamo insistito e adesso
non si sbagliano: dicono il ministro
e la ministra. Insomma, hanno imparato
ad usare la doppia terminologia».
Ma non è soltanto una questione
lessicale. Nel governo venezuelano
ci sono 16 dicasteri e ben 5 di essi
sono guidati da donne: ambiente e
risorse naturali, salute, scienza e tecnologia,
lavoro, comunicazione e
informazione. Un bel primato per
un paese che si dice essere maschilista…
«Detto questo – precisa però la
ministra -, non nego che il machismo
ancora esista in questo paese».

IL GENOMA
NELLA COSTITUZIONE

In Venezuela esiste il ministero
dell’ambiente più antico dell’America
Latina. Tuttavia, è con la nuova
Costituzione del 1999 che si fa
un grosso salto in avanti.
«Innanzitutto – ci spiega la dottoressa
Osorio – per la prima volta nella
sua storia il Venezuela ha una Costituzione
con un capitolo dedicato
all’ambiente. I temi dell’equilibrio
ecologico e dei beni ambientali sono
già nel preambolo della carta costituzionale.
Oltre a ciò, le tematiche
ambientali sono affrontate in
modo trasversale in tutta la Costituzione.
Si parla di acqua come bene
pubblico, di educazione ecologica,
di valutazione dell’impatto
ambientale, ma anche di genoma
degli esseri viventi…».
In Venezuela la natura è una grande
risorsa: le spiagge dei Caraibi, le
isole (sono 72), grandi fiumi come
l’Orinoco (il terzo dell’America Latina),
laghi, cascate, pianure, montagne e foreste tropicali. Insomma,
il paese possiede un potenziale turistico
di prim’ordine.
«L’abbiamo sfruttato poco. D’altra
parte, stiamo prendendo coscienza
che non si deve puntare ad
un turismo di massa spesso distruttore,
ma ad uno più compatibile
con l’ambiente. Così, oltre al turismo
a 5 stelle dell’Isla Margarita,
possiamo avere il turismo controllato
delle isole Los Roques, che sono
in un parco nazionale. Lì pratichiamo
l’ecoturismo, cercando lo
sviluppo locale, ma in un modo
compatibile con la natura».

IL PETROLIO:
RICCHEZZA O PROBLEMA?

«È vero – spiega la ministra – che
l’industria petrolifera è inquinante.
Ma da noi lo è stata soprattutto all’inizio
dello sfruttamento dei giacimenti,
mentre adesso la situazione
è sotto controllo. In ogni caso questo
ha significato che il paese ha accumulato
una serie di passivi ambientali,
i più eclatanti dei quali riguardano
il lago di Maracaibo».
Ad esempio, il suo fondo è coperto
di tubature. «Si parla – precisa
– di 14 mila chilometri di tubature
delle quali non sappiamo quante
siano attive e quante inattive. Ci sono
ovviamente continue filtrazioni
ed è una situazione che dura da 50
anni».

Altri problemi di perdite nell’ambiente
ci sono stati durante lo sciopero-
sabotaggio del settore petrolifero.
«Durante lo sciopero – racconta –
ci sono stati anche danneggiamenti
volontari agli impianti e alle strutture.
E poi l’irresponsabile abbandono
delle raffinerie da parte dei dirigenti,
senza prendere in considerazione
i protocolli di chiusura».

IN DIFESA DELL’ACQUA

Secondo la ministra, uno dei problemi
ambientali più seri riguarda
l’acqua, sia quella potabile che quella
di scarico. «Oggi – dice – abbiamo
una buona copertura di acqua potabile
nelle città, attorno al 90%,
mentre è più bassa nell’ambito rurale».
«Quanto alle acque di scarico, fino
al 1999 solo il 10% erano trattate
prima di essere riversate nel mare,
o in laghi e fiumi. Una percentuale
molto bassa, tale da compromettere
le future fonti di approvvigionamento.
Adesso stiamo trattando
il 15% delle acque di scarico,
ma stiamo facendo opere che ci
porteranno a trattare il 30% delle
acque entro il 2007. Avremo così triplicato
quello che la quarta repubblica
ha fatto in 40 anni».
Il Venezuela ha molte risorse idriche,
soprattutto nelle regioni
centrali e al Sud, ma presenta problemi
di approvvigionamento nelle
zone costiere e nella capitale.
«A Caracas – spiega – dobbiamo
far venire l’acqua da luoghi che distano
130 chilometri. Oltre a ciò, si
deve superare un dislivello importante
per raggiungere i 1.000 metri
d’altezza della capitale».
Un altro problema di Caracas sono
i rifiuti, che si accumulano soprattutto
attorno ai barrios più poveri.
«Per la prima volta – dice – abbiamo
fatto un piano nazionale per la
gestione dei rifiuti solidi e adesso
stiamo facendo piani regionali in accordo
con i municipi, perché questi
abbiano gli strumenti per operare
nelle condizioni adeguate».
«A breve e medio termine abbiamo
sviluppato un progetto con il
ministero della salute e quello dell’educazione,
per avviare un’educazione
al riciclaggio che purtroppo
da noi non esiste. Vogliamo iniziare
dai bambini, affinché apprendano
quella cultura del riciclaggio senza
la quale qualsiasi campagna è destinata
al fallimento».

DALL’AMAZZONIA
AL DELTA DELL’ORINOCO

Chiediamo se in Venezuela esista
un problema agricolo legato all’impoverimento
o alla perdita della terra
produttiva.

«Fortunatamente non abbiamo
ancora un problema di desertificazione,
ma la minaccia esiste. Per
questo, assieme al ministero dell’agricoltura
e della terra, cerchiamo
di diffondere una coscienza nell’uso
dei concimi chimici. Vogliamo
sviluppare un’agricoltura più sostenibile,
rompendo con i paradigmi
degli agronomi, o almeno di una
parte di essi. Adesso infatti stiamo
cambiando alcuni tecnici del ministero
perché, in conseguenza del lavoro
fatto in passato, ora ci sono fiumi
contaminati con pesticidi e problemi
di malattie croniche correlate
all’inquinamento».
In Venezuela ci sono ancora molte
foreste, soprattutto al Sud, nella
zona amazzonica. Dove purtroppo
si presenta la questione della deforestazione,
che la ministra non nega:
«Il problema esiste ed è dovuto
a quelle stesse attività illegali che
causano la deforestazione nella regione
amazzonica del Brasile. Ma –
sottolinea con orgoglio la ministra –
circa il 60% del nostro territorio è
tutelato: molto probabilmente siamo
il paese al mondo con più aree
protette, almeno in percentuale. Ci
sono parchi forestali, riserve di flora
e fauna, aree idriche. Di conseguenza,
abbiamo una buona fetta
del paese che è direttamente sotto
la tutela di questo ministero o degli
istituti ad esso sottoposti».
Chiediamo se sia l’Amazzonia la
zona con maggiore biodiversità.
«Siamo – spiega – nel gruppo dei 15
paesi con più diversità biologica:
questo ci dà una grossa potenzialità
per il futuro ed anche una grossa responsabilità».
Oltre all’Amazzonia, c’è il delta
dell’Orinoco: «È una zona bellissima.
Quando l’ho sorvolata sono rimasta
impressionata perché è ancora
incontaminato, anche lì c’è un livello
di bioversità importante, come
nelle zone dei Kariñas, dei Pemón e
di altre etnie».

POPOLI INDIGENI:
LA TERRA E NON SOLO

Nella «Costituzione della Repubblica
bolivariana del Venezuela» i
popoli indigeni hanno uno spazio
tutto per loro: 8 articoli nell’ambito
del titolo III, capitolo VIII, esattamente
prima degli articoli riguardanti
i «diritti ambientali».
«C’è – osserva la dottoressa Osorio
– una stretta relazione tra ambiente
e popoli indigeni. Perché
quando si proteggono i diritti degli
indigeni si protegge anche il loro
modo di vivere, strettamente legato
alla terra, che è madre, anzi pachamama».
La ministra si alza per indicarci su
una cartina del Venezuela dove sono
localizzate le etnie. «Ci sono circa
30 diversi gruppi indigeni, ma la
popolazione complessiva rimasta è
esigua: più o meno 500 mila persone. Oltre alla Costituzione, c’è la
legge di demarcazione del territorio
e delle comunità indigene, che riconosce
la protezione degli indigeni
e gli assegna la titolarità collettiva
della terra».

Facciamo notare che anche nel
confinante Brasile gli indigeni sono
nella Costituzione e anche lì si parla
da tempo della demarcazione delle
loro terre. Ma tra il dire e il fare
c’è, come sempre, molta distanza…
«Noi stiamo iniziando il processo
di demarcazione delle terre in 8 stati
e in ogni stato c’è una commissione
composta per metà da inviati statali
e per metà da indigeni. In Venezuela
esistono già delle
esperienze di autodemarcazione; adesso
le vogliamo legittimare».
Domandiamo alla ministra come
hanno reagito i latifondisti. «Per ora
il problema è stato minimo. In una
regione una comunità indigena
ha invaso alcuni terreni e i latifondisti
della zona hanno cercato la
mediazione statale: o il risarcimento
o la restituzione delle terre».
«Ho insistito con i miei collaboratori
affinché intensifichino gli
scambi con gli indigeni. Secondo
me, sono molto arricchenti, perché
essi hanno un rapporto particolare
con la natura, nonostante si siano
un po’ occidentalizzati».
L’articolo 186 della
Costituzione bolivariana
prevede che
nell’assemblea nazionale
(potere legislativo)
ci siano
3 deputati dei popoli
indigeni, tra
l’altro eletti non
secondo i sistemi
nazionali ma rispettando
le loro
tradizioni e costumi.
«Adesso – precisa
la ministra – ci sono
due uomini e una
donna. La donna,
che è la seconda vicepresidente
dell’assemblea
nazionale, è
molto rispettata. Ha
60 anni e si chiama
Noelí Pocaterra».

PIÙ FORTE DELL’OSTRACISMO
E DELL’INTOLLERANZA

Chiediamo se ci sono problemi
con i media. «Fortunatamente – risponde
la ministra -, noi non siamo
un ministero da prima pagina, salvo
casi eccezionali come quando ci
furono perdite di petrolio. È un
vantaggio perché si lavora meglio.
Io posso camminare in centro da
sola, anche se poi tutti ti fermano,
chiedono, domandano, ti raccontano
i loro problemi».
Dunque, insistiamo, non avete
mai avuto problemi seri, come altri
ministeri… «Quando c’è stato il colpo
di stato l’11 aprile, ci vennero tagliate
l’acqua e la luce e poi chiesero
al direttore della sicurezza se qui
c’erano armi. Egli disse che c’erano
delle vecchie pistole chiuse in una
cassaforte. La polizia le prese, le mise
in bella mostra su un tavolo e davanti
alla stampa disse che noi stavamo
armando i circoli bolivariani…».
Chiediamo alla ministra se si senta
ottimista per il futuro del paese.
«Sì – risponde con un sorriso -, sono
ottimista. Pur nella consapevolezza
che è difficile, perché non è facile
cambiare un sistema di potere
detenuto da gruppi che hanno a
lungo governato il paese per i loro
interessi e attraverso la corruzione».
Si dice – obiettiamo – che voi abbiate
il governo ma non il potere.
«Io so solo – risponde tranquilla -,
che siamo sul cammino giusto».
Ma non è facile essere ministri in
un governo tanto contrastato come
quello di Hugo Chávez. Neppure
Ana Elisa Osorio è stata risparmiata
dalla campagna di intolleranza.
Ricorda l’ostracismo ricevuto da
una parte dei suoi amici medici e da
alcuni componenti della sua stessa
famiglia. «Ma nulla – racconta – a
confronto di quanto ha patito Maria
Cristina Iglesias, ministra dell’ambiente.
In un noto club privato
un gruppo di persone cominciò a
battere le pentole (cacerolas) impedendole
di celebrare la festa di laurea
della figlia».

Gli occhi della signora Osorio si
fanno lucidi. L’emozione suscitata
dal racconto vince le difese erette
dal ruolo istituzionale.
«Questo lavoro – dice la ministra
ricomponendosi – mi piace perché
l’oggetto di nostra competenza è
molto bello e interessante. Qui ho
imparato molte cose. Insomma, per
me questo ministero è gratificante».
Ministra, lei ha due figli. Che dicono
di lei e del suo lavoro? «Sono
orgogliosi. Dicono che hanno una
mamma molto valida. Indipendentemente
da quanto tempo
io rimarrò ministra».

2 / JORGE GIORDANI, MINISTRO DELLA PIANIFICAZIONE
PER APPROSSIMARE LA REALTÀ ALL’UTOPIA

In un paese con l’80 per cento di popolazione povera,
la sfida è trovare un modello economico che permetta
di costruire una società in cui giustizia ed inclusione siano una priorità.

Caracas. Dalla grande vetrata
del soggiorno la panoramica
è di quelle che non si scordano.
Sul fondovalle si stagliano nel
cielo i grattacieli della capitale,
mentre tutt’attorno si apre una costellazione
di barrios.
«Non occorre essere sociologi per
capire che in questo paese ci sono
ancora le classi sociali, eh?», ci dice
con tono scherzoso Jorge Giordani,
ministro del governo Chávez e padrone
di casa.
Giordani è un distinto signore di
63 anni, alto e magro, con una barbetta
bianca e grandi occhiali da
professore. È il massimo responsabile
del ministero della pianificazione
e sviluppo dal 2 febbraio
1999, con una interruzione (dolorosa,
tanto che egli non vuole parlarne)
di circa un anno dopo il fallito
golpe dell’aprile 2002.

IL PROFESSORE
E IL COMANDANTE

Sciorinando un perfetto italiano,
il ministro racconta la storia della
sua famiglia. Il padre era nato a Sesto,
un paese vicino ad Imola. Poi
negli anni ’20, si era spostato a Bologna.
Infine, a causa del fascismo,
era uscito dall’Italia e si era rifugiato
in Francia. La sua avventura umana
era continuata in Spagna, come
combattente volontario nella
brigata Garibaldi. Qui aveva conosciuto
sua moglie e con lei, con la salita
al potere del generale Franco, si
erano spostati in Francia e poi a
Santo Domingo.

«Io – racconta il ministro – sono
nato nell’isola, ma non ho ricordi di
quel periodo perché prestissimo ci
trasferimmo a Caracas. In pratica,
non ho conosciuto altro paese se
non il Venezuela, finché non sono
andato in Italia a studiare all’Università
di Bologna, dove nel 1964 mi
sono laureato in ingegneria elettronica.
Quando sono tornato, ho cominciato
a lavorare. Prima alla compagnia
dei telefoni, poi come professore
all’Università centrale».
All’inizio degli anni ’90, con un
gruppo di colleghi, il professor
Giordani inizia a lavorare attorno
ad una proposta politico-economica
alternativa. Nel febbraio del
1992, il comandante Hugo Chávez
Frias prende parte ad una ribellione
contro il presidente Carlos Andrés
Pérez e viene incarcerato. Dalla
prigione chiede di incontrare il
gruppo di professori universitari
per fargli conoscere il contenuto
della loro proposta.
Racconta Giordani: «Io ho conosciuto
il presidente il 26 marzo
1993, quando con altre persone andai
nel luogo dove era detenuto.
Prima di uscire, Chávez si rivolse a
me per chiedermi se potevo diventare
il suo tutore nella tesi di laurea
che stava scrivendo. Da quel momento
iniziò il mio decennale rapporto
con lui».

PER USCIRE
DAL LABIRINTO

Dalla collaborazione tra Giordani
e il comandante Chávez esce
l’«Agenda alternativa bolivariana»,
una proposta politico-economica
per il paese.
Nel frattempo, il «Movimento
bolivariano rivoluzionario» fondato
da Chávez viene sostituito dal
«Movimento quinta repubblica»,
che si presenta alle elezioni del dicembre
1998 vincendole. Il 2 febbraio
1999 si insedia il governo di
Hugo Chávez.

«Chávez mi domandò – racconta
il ministro – se potevo continuare ad
aiutarlo e così mi affidò il ministero
della pianificazione e sviluppo».
Al dicastero Giordani può iniziare
ad applicare il piano a lungo studiato,
«per – come dice – far uscire
il paese dal labirinto».
Il ministro distende davanti a noi,
sul tavolo del soggiorno, una grande
mappa a colori che porta il titolo
di Líneas generales del Plan de desarrollo
económico y social de la Nación
2001-2007. È quel «Piano
pluriennale di sviluppo economico
e sociale», di cui va tanto fiero: «Il
lavoro di una vita», dice con voce
pacata.

PETROLIO AVVELENATO
(E SOVVERSIVO)

In Venezuela pianificazione e sviluppo
non possono coniugarsi senza
il petrolio, di cui il paese è uno
dei massimi produttori ed esportatori
al mondo.

L’«oro nero» viene scoperto alla
fine dell’Ottocento, ma lo sfruttamento
commerciale vero e proprio
ha inizio nel 1914. Da allora la sua
importanza è un crescendo continuo
fino a surclassare tutte le altre
produzioni, ad iniziare da quelle agricole.
Nel 1976 il comparto petrolifero
viene nazionalizzato e affidato ad una
compagnia pubblica denominata
Petróleos de Venezuela s.a. (Pdvsa,
Pedevesa nel linguaggio comune),
che ben presto si tramuta in
una riserva di caccia per un ristretto
gruppo di politici e privilegiati.
Diventa «uno stato nello stato», con
una capacità finanziaria straordinaria
e senza controlli pubblici.
«La politica di Pedevesa – spiega
il ministro – era quella di produrre
il più possibile, indipendentemente
dalle quote fissate dall’Opec. Noi
abbiamo cambiato registro. Quando
siamo arrivati, nel 1999, il prezzo
del petrolio era un po’ sotto ai 10
dollari al barile. Oggi, il petrolio venezuelano
viaggia attorno ai 24-27
dollari al barile».

Ma, si chiede Giordani, quanti
anni durerà ancora la rendita petrolifera?
Forse 20, forse 30, forse
anche 40 anni.

«Il modello basato sul petrolio –
spiega il ministro – è in crisi già da
tempo. In Venezuela abbiamo avuto
questa specie di latte materno
che è il petrolio. Ma i suoi benefici
non sono mai stati per tutti, essendo
sempre stati distribuiti in modo
clientelare: ai commercianti, ai banchieri,
agli imprenditori, escludendo
l’80 per cento della popolazione
venezuelana».

L’interesse del governo Chávez
per la compagnia petrolifera pubblica
non piace. Per difendere la posizione
acquisita il folto gruppo dirigente
di Pedevesa si schiera allora
a fianco dell’opposizione. Nel novembre
2002 si producevano in Venezuela
3 milioni e 383 mila barili
di petrolio al giorno. A causa dello
sciopero del settore nel gennaio
2003 la produzione crolla a 272 mila
barili, fino quasi ad azzerarsi nelle
settimane successive.
Considerando che il petrolio genera
circa la metà delle entrate statali
e l’80-90% delle divise estere, le
conseguenze della protesta sono facilmente
immaginabili.

Giordani non usa mezzi termini:
«L’azione attuata da Pedevesa non
ha precedenti nella storia. Un sabotaggio
pianificato che mirava ad una
destabilizzazione politica. I dirigenti
si sono trasformati in agenti
politici al soldo dell’opposizione.
Ma non è andata come previsto. In
4 anni di governo noi non siamo
mai potuti entrare in Pedevesa. Era
un buco nero al cui interno non si
sapeva cosa succedesse».
«Con le contromisure prese in seguito
al loro sabotaggio, ora finalmente
si intravvede uno spiraglio di
luce, come Diogene con la lanterna».
Obiettiamo che quello di Pedevesa
sarà anche stato un autogol, ma
la perdita per il paese è stata enorme.
«Loro cercavano di fare un
goal, senza considerare l’altra squadra.
Pensavano: qui non c’è nessuno,
vinciamo facile. In tre giorni siamo
al potere. È stato il secondo fiasco:
prima il fallimento del colpo di
stato, poi quello del sabotaggio».
«Hanno perso due round, ma
verrà il terzo. È una catena. Questo
match durerà 15-20 round, come
quelli combattuti da Primo Caera.
Siamo solo all’inizio».
Allora ci toccherà venire qui
un’altra volta? «Più di una – risponde
con un sorriso -. Questo è un
processo a lunga scadenza, come avevamo
previsto. Per fortuna, loro
non sono ancora organizzati a livello
nazionale, non hanno una squadra,
ma possono recuperare».
«Loro» per il ministro Giordani
sono le famiglie che costituiscono la
ristretta oligarchia venezuelana. Si
calcola che in 40 anni essa abbia accumulato
circa 120 miliardi di dollari
all’estero, cioè 5-6 volte il debito
estero del Venezuela.
«E non è stata – precisa Giordani
– un’accumulazione legale. È stato
un trasferimento illegale di risorse
pubbliche in mani private. Denaro
sottratto alla collettività venezuelana».
«Bisogna sempre ricordare che ci
troviamo davanti ad un grande potere
economico. Queste persone
hanno investito enormi quantità di
denaro negli Stati Uniti e in Europa.
Hanno quindi una grande capacità
di azione e di influenza».
Il golpe e il boicotaggio interno
sono stati colpi pesantissimi per le
casse dello stato… «Sono stati – conferma
Giordani – due missili contro
il Venezuela. Ma abbiamo potuto
resistere perché avevamo accumulato
delle riserve finanziarie che
hanno tamponato le falle. Certo,
però, non avremmo la possibilità di
sopportare un altro colpo che costi
più di 4-5 miliardi di dollari».
Ministro, sta dicendo che non è finita?
«Credo che stiano preparando
qualcos’altro. Hanno grandi disponibilità
e una grande perseveranza.
Per questo dico che abbiamo
combattuto (e vinto) solo due
round».

SE L’ECONOMIA
PRECEDE LA SOCIETÀ

Cos’è il Venezuela oggi? «Questa
– risponde – è una bella domanda.
Ora siamo in un processo di transizione,
una vera transizione gramsciana,
nel senso che il vecchio non
è ancora morto e il nuovo non è ancora
nato».

Se abbiamo ben compreso, il vecchio
è dato da un sistema dove l’economia
precede la società. «Il vecchio – continua Giordani – è una politica
economica di esclusione, che
tiene ai margini e in condizioni di
povertà l’80% della popolazione
venezuelana».

Quello che «la rivoluzione bolivariana» propone è un modello
produttivo intermedio che non si
basi solo sul petrolio, ma si articoli
su diversi settori; un modello che
promuova una crescita endogena,
ma valida anche a livello latino-americano.
«L’obiettivo – spiega il ministro –
è un modello di sviluppo economico
per i prossimi decenni che porti
alla creazione di una società di giustizia
ed inclusione. Il contrario di
quella società escludente avuta fino
ad oggi».

Facciamo notare che un progetto
tanto ambizioso non si instaurerà in
poco tempo. «È vero – ammette
Giordani -: ci vorrà almeno una generazione.
Ma almeno noi abbiamo
già stabilito le regole formali, scritte
nella nostra Costituzione».
Recita l’articolo 299 della carta
costituzionale: «Lo stato, congiuntamente
con l’iniziativa privata,
promuoverà lo sviluppo armonico
dell’economia nazionale».

L’OTTIMISMO
DELLA VOLONTÀ E…

Chiediamo al ministro se, dopo
tutti i drammatici eventi degli ultimi
due anni, riesca a vedere sviluppi
positivi per il paese.
«La prima cosa positiva è che la
gente sta imparando ad organizzarsi:
questa è un’assicurazione sulla
vita per le prossime generazioni.
Occorre una solida organizzazione
popolare che difenda gli interessi
della gente. Occorre creare una
consapevolezza diffusa. Di questa
presa di coscienza si vede per ora
appena un germe, una timida nascita.
Ci vorranno almeno 20 anni,
prima che sia una conquista generalizzata…».
Nel frattempo, obiettiamo, in Venezuela
la vita continua con problemi
quotidiani di non poco conto…
«Ma – risponde il ministro – in
questo paese ci sono ancora molte
possibilità. Prima del petrolio, c’è la
gente: 24 milioni di abitanti. C’è lo
spazio fisico: il Venezuela è uno dei
pochi paesi al mondo dove la natura
ci ha dato il primario, il secondario,
il terziario, qui sono rappresentate
tutte le ere geologiche. Forse la
mano di Dio ha creato questa combinazione
di natura, ma allo stesso
tempo di miseria. In altre parole, le
risorse ci sono, la capacità anche.
Come ho spiegato prima, il problema
è trovare un modello economico
fattibile e adeguato per costruire
una società più giusta».
Forse il ministro Giordani è troppo
ottimista. C’è molta, forse troppa
utopia nel suo discorso.
Risponde con la tranquillità serafica
di uno studioso di lungo corso:
«Cito ancora il vostro grande Antonio
Gramsci, che diceva: bisogna agire
con l’ottimismo della volontà e
il pessimismo della ragione. Quella
che tocchiamo quotidianamente è
la realtà, ma i nostri sogni devono
esserci sempre perché la meta ultima
è l’utopia».

«Come – continua Giordani – cercare
di approssimare la realtà all’utopia:
questo è il sogno, l’obiettivo
della pianificazione che deve sì avere
i piedi nella realtà, ma con una
veduta strategica 100 anni più avanti».
«Se ti concentri sulle difficoltà del
momento perdi la visione generale
dei problemi, la prospettiva ampia.
In una parola, l’orizzonte».
Già, l’orizzonte. Ricordiamo al
ministro le lacrime silenziose della
dottoressa Osorio quando raccontava
dei problemi personali avuti in
quanto ministra nel governo Chávez.
«Non mi stupisco – dice Giordani
-. È successo anche a me. Durante
lo sciopero, ogni sera arrivavano
i vicini di tutta una vita (sono 32 anni
che abito in questa casa) a gridare
“Fuori assassino!”. Battevano le
pentole contro il cancello ed esponevano
cartelli di insulti. Ora io mi
chiedo: quale sarà il prossimo passo?
L’eliminazione fisica dell’avversario?
Se non c’è rispetto, come può
esserci convivenza?».

(FINE 3a. PUNTATA – CONTINUA)

Suore combattive…

ESISTIAMO!

Sì, esistiamo! Noi suore nella chiesa del popolo di Dio. Sempre si parla di vescovi
e sacerdoti per riferirsi alla chiesa, ma noi suore siamo la presenza di Gesù,
chiamate a costruire il suo progetto di fratellanza tra il popolo.
Viviamo nello stato di Sucre (1). Formiamo una comunità di comunità, diverse tra
loro, con differenti lavori e distinti luoghi. Siamo unite dall’amore per il popolo sucrense,
assieme al quale viviamo da molti anni, alcune da 30, altre da 25, altre ancora
da 15. Possiamo dire che siamo già terra della sua terra.

Siamo figlie dell’Oriente, da dove spunta ogni mattina il sole; anche per questo viviamo
ponendo attenzione alle luci che nascono nelle nostre realtà quotidiane.
Riconosciamo, appoggiamo e ammiriamo il progetto bolivariano capeggiato dal
fratello presidente Hugo Chávez Frias, che offre al popolo partecipazione e protagonismo
assieme alla coscienza di creare la storia che sogniamo.

Come chiesa e come sorelle noi ci sentiamo identificate con il progetto e ci dispiace
quando alcuni vescovi e sacerdoti bloccano e sminuiscono il momento storico
che stiamo vivendo (2). Non ci sentiamo rappresentate da essi.
Noi esistiamo! Per questo desideriamo eleggere i delegati della chiesa per i tavoli
di dialogo, come hanno deciso di fare il governo e l’opposizione. Desideriamo altresì
che i dialoghi di pace si tengano in uno scenario diverso da Caracas, troppo
segnata dalle rivalità. Suggeriamo la Guayana, come terra del futuro e come luogo
vitale che può aiutare a sboccare le nostre visioni e prospettive indirizzandoci ad
un dialogo tra eguali.

Dai nostri piccoli villaggi, dai nostri quartieri di periferia, stiamo creando tra la
gente piccoli spazi dove è possibile vivere in modo diverso, come vicini ed eguali.
Lavoriamo in comunità cristiane, gruppi di donne, cornoperative, piccoli centri comunitari
di educazione popolare, e sentiamo che oggi tutti stanno sperimentando
una nuova vitalità.

Sì, esistiamo! Con speranza. Appoggiamo il progetto bolivariano e desideriamo
dargli energia e tempo perché fiorisca. È troppo chiedere che l’opposizione ci dia
tempo per costruire e crescere? Il popolo non ha forse aspettato molti anni per diventare
protagonista della storia?

Esistiamo assieme al popolo degli esclusi e ci organizziamo per manifestare la nostra
visione della vita, per godere, amare e sentirci compagne e compagni. Ascoltando
ogni settimana «Aló Presidente» (3), si rinnovano le nostre energie solidali
per continuare con amore e temperamento, le avventure della vita quotidiana.
Capiamo che questo momento storico è pieno di chiaroscuri, ma noi vogliamo rischiare,
sostenute da una speranza invisibile che ci dice: «Chi ci separerà dall’amore?
» (Rom 8,35).

Per tutto questo crediamo, affermiamo e gridiamo che esistiamo! E che vale la pena
di vivere in Venezuela: oggi, qui ed ora (4).

LE COMUNITÀ DI SUORE DI MERITO (ARAYA), SAN LORENZO (MONTES),
QUEBADRA DE LA NIÑA (PARIA), TUNAPUY (PARIA), EL PEÑON (CUMANÁ)

(1) Lo stato di Sucre si trova nella regione est del Venezuela, di fronte al Mar dei Caraibi.

(2) Durante il golpe dell’aprile 2002.

(3) È la trasmissione domenicale che ha come protagonista il presidente Chávez.

(4) Questa è la traduzione integrale del documento originale datato 16 novembre 2002.

Paolo Moiola