È giusto scegliere tra lavoro e profitto?

ETICA ED ECONOMIA / A proposito di cristiani e comunisti
Perché chi desidera un posto sicuro e una retribuzione decorosa viene denigrato? Perché la flessibilità è un concetto sacro? Perché speculare è più importante che produrre? «Missioni Consolata» ospita le considerazioni di un suo vecchio abbonato, che (ancora una volta) faranno discutere.

Dalla lettura di Missioni Consolata di aprile
(pag. 7,8,9) ho avuto la conferma che l’ostilità
contro i comunisti è più viva che mai.
È un atteggiamento che non posso condividere. Se
un comunista tradisce Marx e cerca di imporre un
modello di società basata sul culto della personalità
del dittatore o una partitocrazia dove non solo si nega
Dio, ma non c’è neppure rispetto per la vita e la dignità
umana, il cristiano ha il dovere di ribellarsi; ma,
quando un comunista afferma principi retti e onesti,
il cristiano non è un buon cristiano se snobba o contesta
codeste affermazioni in quanto pronunciate dal
membro di un partito a lui non gradito.
Vorrei citare a questo proposito l’intervento dell’onorevole
Diliberto il quale, durante il dibattito parlamentare
seguito al vile assassinio del prof. Marco
Biagi, ha equiparato il terrorismo dei brigatisti a quello
che caratterizza certi rapporti di lavoro e si è spinto
ad affermare che «anche chi licenzia una persona
senza giusto motivo commette violenza…».
Condivido questa affermazione, perché la ritengo
in linea con il vangelo e con la dottrina della chiesa.
Se gli esperti, i tecnici, i consulenti, i supervisori che
collaborano con il ministero del lavoro hanno un po’
di etica professionale e vogliono davvero far sì che il
sacrificio del prof. Biagi non diventi un sacrificio inutile,
si astengano dal collaborare con quelle che l’anti-
lingua del capitalismo criminale chiama «riforme».
Abbiano invece il coraggio di replicare agli ultra-liberisti
che il vero nemico da battere non è il welfare,
ma la sfrenata rincorsa al profitto finanziario, dove
tutto diventa lecito perché non solo il lavoro vale più
dell’uomo, ma il capitale vale più dell’azienda e speculare
diventa più importante che produrre.
In nome della competitività oggi si licenzia non perché
si produce male o troppo o troppo poco, ma perché,
se non si licenzia, il valore delle azioni quotate in
borsa… non sale!
Se invece si investono centinaia di milioni di euro
per acquistare un Zidane o per «non lasciarsi scappare
» un Vieri (o Ronaldo, Totti, Batistuta, Nesta,
Shecchenko), allora la risposta positiva della borsa arriva.
Marco Biagi sapeva queste cose fin troppo bene,
perché era anche un appassionato di calcio (tutte le
volte che il Bologna aveva impegni casalinghi, andava
allo stadio assieme ai suoi due figli…), ma sapeva
pure, da cristiano, che l’attaccamento allo sport significa
disponibilità a lottare contro le intollerabili
sperequazioni retributive che vigono tra una categoria
e l’altra, tra una squadra e l’altra e, non di rado, tra
giocatori che militano nella stessa squadra. Sapeva
che il calcio non è solo serie A e conosceva il drammatico
fenomeno delle «morti bianche del pallone».
Una semplice regola dell’economia dice: «Per ogni
persona che percepisce un reddito che non produce,
c’è almeno un’altra persona che produce un reddito
che non percepisce».
Se, per esempio, le gambe di certi calciatori della
Juventus, la società di calcio più blasonata d’Italia,
valgono tanti soldi (lo facevano amaramente notare
alcuni anni fa i curatori di un reportage dal Kurdistan
iracheno) è anche perché le gambe di un pastore kurdo,
di una contadina cambogiana, di un bimbo somalo o angolano non godono di alcuna forma di tutela
e, se vengono dilaniate da una mina prodotta dalle fabbriche
dello stesso colosso imprenditoriale e finanziario
che controlla la Juventus, nessuna borsa crolla, nessuno
stadio si svuota, nessun mercato si «deprime»…
Se un allenatore di serie A riesce a percepire milioni
di euro anche dopo esser stato esonerato, perché il contratto
firmato a suo tempo gli dà ragione, è chiaro che
questo denaro dovrà in qualche modo essere recuperato
dai suoi ex padroni e sponsor vari, anche perché
una cifra pressappoco uguale sarà finita, nel frattempo,
nelle tasche del nuovo trainer. Allora è inevitabile che,
prima o poi, liquidazione d’indennità, diritto alla riassunzione
con l’articolo 18, diritto alla contribuzione,
diritto alla pensione vengano negati (o messi in seria discussione)
alle migliaia di persone il cui stipendio mensile
era o è 1.000 – 10.000 volte inferiore a quello percepito
da ognuno dei 2 allenatori.
Per risolvere queste contraddizioni e
molte altre, i rimedi non sono e non
potranno mai essere quelli proposti
dal governo Berlusconi o da Confindustria.
Non è colpa dello «Statuto dei lavoratori
», se certe industrie non attraversano
un buon momento e se le casse dello stato
non sembrano più in grado di pagare altre
pensioni, ma del fatto che questo Statuto
(a cominciare dall’articolo 18) raramente
è stato applicato. Ci si è comportati come
se non esistesse. In Italia troppe leggi non
vengono rispettate e troppi trasgressori
non vengono puniti; troppo facilmente i
furbi vengono premiati e c’è troppo incoraggiamento
a forzare i testi legislativi in
modo che il male diventi bene e il bene
male.
Le cifre astronomiche che lo stato ha speso a causa
degli incidenti sul lavoro (prima dell’avvento dell’euro,
la rimessa annua si aggirava attorno ai 55 mila miliardi
di lire), degli incidenti stradali (prevalentemente provocati
da alta velocità), delle alluvioni, del dissesto idrogeologico,
dell’inquinamento di aria, acqua, suolo…
non si recuperano mostrando i muscoli ai sindacati, irrigidendo
la mascella davanti ai microfoni e ripetendo
all’infinito: «Il governo andrà avanti per la sua strada,
la maggioranza del paese è con noi…».
L’abusivismo edilizio, le tangenti, la mafia degli appalti,
il racket non si contrastano con la flessibilità. La
mortalità e gli infortuni nei cantieri, nelle fabbriche, nei
campi, sulle navi e sui pescherecci non diminuiranno
abolendo l’articolo 18; è assai più probabile che aumenteranno
e lo stesso avverrà col mobbing, col caporalato,
coi ricatti e le molestie a sfondo sessuale e con i
controlli-burletta da parte degli ispettorati del lavoro.
Contro il lavoro minorile (in Italia almeno 300 mila
bambini che non dovrebbero lavorare vengono costretti
invece a farlo), le tratte delle cinesi e delle nigeriane,
dei kurdi e dei singalesi, le prepotenze degli scafisti
e di tutti i nuovi schiavisti, la risposta non può essere
la desindacalizzazione…
Le evasioni fiscali, i paradisi fiscali, le bande degli
estorsori e degli usurai sono realtà che le ricette
del liberismo e della «deregulation» possono solo
aiutare a espandersi, come è accaduto in tanti altri
paesi, compresi gli Stati Uniti.
Il terrorismo, la dipendenza da droga e alcornol, da lotterie,
quiz (adesso in Argentina, con 5 milioni di disoccupati
il posto di lavoro è diventato la… posta in gioco
tra i concorrenti che partecipano ai telegiochi) e video
poker, il tabagismo, l’imbarbarimento delle relazioni
all’interno dell’istituzione familiare, il fascino perverso
che le attività criminali esercitano sulle giovani generazioni…
non si prevengono deridendo «il mito del posto
fisso» e bollando come «sognatori» e «nostalgici»
coloro che aspirano semplicemente a un lavoro sicuro
e dignitoso e lottano perché una retribuzione decorosa
sia garantita a tutti.
Le ecomafie, le zoomafie, le piccole e grandi truffe ai
danni dello stato e dei singoli consumatori, le frodi alimentari
non si debellano con le privatizzazioni, i condoni,
la riduzione delle superfici dei parchi nazionali e
con la denigrazione di chi «osa» suggerire una politica
di rilancio dei lavori socialmente utili…

Fonti:
«Licenziano la madre, suicida a 14 anni» (in Corriere della Sera,
13/10/1999, pag.19); «Non fermiamo il girotondo» (whs
Retebrescia Handicap Inteational, 1995); «Lo sdegno di
Cacciatori» (in la Repubblica, 16/11/2000, pag. 57); «Quando
Biagi veniva in Africa» (in la Repubblica/Bologna, 24/03/2002,
pag. 1); «Il meno flessibile? D’Amato» (in Avvenire, 17/04/2002,
pag. 3); «Circus» (RaiTre, 11/01/2000).

Francesco Rondina




si fanno IN QUATTRO

L’esperienza di solidarietà missionaria in Brasile
dell’«Associazione di volontariato Ancona-Pocinho» (Avap).
Sono in pochi, ma…

Siamo un gruppo di animazione missionaria
nella parrocchia di Pietralacroce
ad Ancona: un gruppo assai
modesto. I membri si contano sulle dita di
due mani.
Consci della nostra esiguità, cerchiamo
confronti e contributi formativi in varie direzioni:
incontriamo, per esempio, persone
che a vario titolo operano nel campo della
solidarietà internazionale. Così sono stati
nostri graditi ospiti anche Feanda,
Maddalena e Giorgio; con Pina e Francesca
(la moglie di Giorgio, rimasta però a casa
con Lorenzo di appena cinque mesi), sono
i fondatori di Avap. L’acronimo sta
per: «Associazione di volontariato
Ancona-Pocinho».
Pocinho è
un modesto villaggio nello stato del
Paranà, nel sud del Brasile: una comunità
agricola di appena 350 persone.
La contiguità di Pocinho con
Ancona ha una storia breve e lunga
insieme, ennesima prova di come le
vie del Signore siano veramente infinite.
In una parrocchia di Ancona arriva,
nel 1992, una vivace suora brasiliana,
Isabelita, la quale stringe amicizia
con i ragazzi di Azione cattolica,
fra cui Maddalena e Giorgio, ma
pure con Feanda che di Giorgio è
la mamma.
Suor Isabelita ritorna in Brasile,
ma a Salvador, nel nord del paese.
Accade però che ella visiti di lì a poco
Cipriano, uno dei suoi numerosi
nipoti, che vive a Pocinho. Cipriano,
dopo una devastante esperienza in
una favela, è ritornato alla terra; ora
ha una piccola azienda agricola, dove
alleva bachi da seta e vive bene
con la sua famiglia. Intoo a lui,
però, Isabelita vede miseria e degrado
enormi.
Parte una lettera, secca secca, per
l’Italia: «Cari amici, chissà quante
cose voi avete in più nelle vostre case.
Qui invece i bambini sono nudi
e scalzi; non c’è una sola benda per
fasciare le ferite. Mandateci quello
che non vi serve. Però, se la mia richiesta
è per voi un peso, non importa.
Restiamo amici come sempre…
».
Invece «importò»
moltissimo a Maddalena, Feanda,
Pina, Francesca e Giorgio, gli ultimi
due allora ancora solo fidanzati.
Partirono i primi pacchi di aiuto.
Poi fu più conveniente inviare denaro;
e nacquero le adozioni a distanza
di alcune famiglie brasiliane.
Maddalena e amici furono fortunati:
Cipriano si rivelò un referente locale
capace e solidale con i suoi e
con coloro che erano ormai i suoi
amici italiani. Scriveva lettere e inviava
foto; registrava con scrupolo
l’arrivo dei pacchi, l’acquisto dei
beni di prima necessità, i gruppi familiari
adottati da altrettante famiglie
anconetane.
Giunse pure il bel momento dell’incontro:
Feanda, Francesca e
Giorgio volarono in Brasile. Prima
di arrivare a Pocinho, suor Isabelita
mostrò loro la realtà contraddittoria
del paese: gli hotel a cinque stelle
sulla spiaggia di Copacabana e le
favelas, i bambini di strada e i rampolli
delle famiglie grandi latifondiste,
i manganelli della polizia e l’azione
dei «senza terra» che lottano
per il possesso di un campo con il
quale vivere.
Dai termini con cui Giorgio ci ha
parlato del Brasile, abbiamo capito
che è nata in loro una «passione diversa
»: aiutare i fratelli poveri del
Brasile, sì, ma con intelligenza.
Mentre continuava l’opera di sostegno,
il gruppo è diventato Onlus
(Organizzazione non lucrativa di
utilità sociale), con il nome «Avap»
appunto. I componenti hanno avuto
contatti con realtà più grandi nel
campo della solidarietà internazionale
e hanno avuto l’umiltà di ascoltare
per imparare.
Oggi l’Avap si muove anche a livello
di istituzioni locali e regionali:
si fa conoscere, presenta progetti,
ottiene contributi, è affidabile e cerca
sinergie con altri movimenti di
volontariato.
Feanda
in gennaio ha trascorso un mese in
Brasile. Infatti l’Avap non vuole che
i suoi progetti cadano a Pocinho dall’alto,
cioè da «saccenti europei».
Feanda ha discusso con la popolazione
di Pocinho in assemblea: ha
proposto e ottenuto che delle commissioni
studiassero la fattibilità di
una cornoperativa agricola e di altri
quattro microprogetti; ha chiesto
l’intervento di un agronomo locale.
Ora il primo progetto, elaborato a
Pocinho, è giunto ad Ancona per essere
finanziato; sarà tradotto dal portoghese,
perché Maddalena, economista,
possa valutae con esattezza
la ricaduta economica e sociale sulla
comunità di Pocinho.
Giorgio sa già che le difficoltà non
mancheranno, perché – dice – «voi
non sapete quanto sia difficile aiutare
bene e quanti errori si possono
fare».
I viaggi in Brasile hanno fatto capire
che, se le zone agricole sono povere,
le periferie delle città lo sono di
più. La conoscenza diretta della gente
di Pocinho e della favela di San
Camillo, nello stato di San Paolo,
verso cui è diretta l’azione ha fatto
comprendere quanto la psicologia e
cultura di quella gente siano lontane
dall’efficientismo occidentale.
Come dire: l’Avap si sta inculturando.
Senza dimenticare che i cinque
sentono l’urgenza di imparare
il portoghese, perché la comunicazione
con i loro amici lontani sia ancora
più rapida ed efficace.
Di ciò che ci hanno
raccontato Feanda, Maddalena e
Giorgio potrei scrivere molto. Ma
vorrei, soprattutto, parlare di loro:
per esempio della generosità con
cui svolgono l’impegno di volontariato.
Una civiltà (civiltà?) fondata
sul profitto ci ha abituati a considerare,
dietro ogni gesto, l’interesse
personale, il vantaggio. Qui invece
c’è solo donazione.
Giorgio, Maddalena, Francesca e
Pina (ingegnere, economista, avvocato
e collaboratrice scolastica) sono
specialisti che, senza rimpianti, dedicano
molto tempo all’Avap; lo fanno
con la stessa competenza con cui
svolgono le loro professioni; e sono
ammirevoli. Lo è pure Roberto, che
ha deciso di condividere la scelta di
vita di Maddalena.
Come degna di viva ammirazione
è stata Feanda, quando ci ha raccontato
il suo incontro con la prefetta
dell’area in cui sorge Pocinho.
Feanda non aveva verità da dare;
ma sapeva anche giudicare da cristiana
la mala fede dei politici che
«assistono» un popolo, mentre dovrebbero
invece farlo «crescere».
Feanda, Maddalena, Giorgio,
Francesca, Pina… Che siano
questi i laici cristiani cui i missionari
potranno passare il testimone,
senza temere che la grandezza
incommensurabile della loro opera
secolare vada smarrita?

Rita Viozzi Mattei




TRA I SEGUACI DI MORMON

Ufficialmente si chiama «Chiesa di Gesù Cristo dei Santi
dell’Ultimo giorno», ma in tutto il mondo è conosciuta come la «chiesa dei mormoni». Nata nel 1830 negli Stati
Uniti, questa sètta oggi conta circa 11 milioni di fedeli, che debbono attenersi a severe regole di comportamento.
Il loro centro è lo stato dello Utah, negli Stati Uniti. La capitale, Salt Lake City, è salita all’onore delle cronache
per aver ospitato, lo scorso febbraio, le Olimpiadi invernali.

Luglio 1847: la prima carovana
di 1.700 pionieri arriva nella
valle del Grande Lago Salato,
presso una immensa pianura, tra
montagne e specchi d’acqua, e fonda
Salt Lake City, dando inizio all’epopea
mormone nello Utah.
Nasce e si consolida la «Chiesa di
Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo
giorno» (Church of Jesus Christ of
Latter-day Saints), la «chiesa dei
mormoni», considerata, a seconda
della prospettiva, una sètta religiosa
o una confessione cristiana. In
realtà, la maggior parte dei teologi
ritiene che i mormoni non siano una
chiesa cristiana, perché inseriscono
la loro interpretazione della
bibbia entro un quadro deformante
di speculazioni extrabibliche.

CHI SONO I MORMONI?
Il movimento nacque negli Stati
Uniti per opera del metodista Joseph
Smith (1805-1844). Questi, in
seguito a una serie di «visioni», nel
1830 pubblicò il Book of Mormon,
una sorta di trattato profetico-apocalittico
nel quale si narra la storia
del popolo di Dio in America, fondamento
della nuova confessione.
La «chiesa di Mormon», che mirava
a un ritorno alla purezza originaria
del vangelo, si sviluppò dapprima
nell’Illinois, dove i mormoni
fondarono la fiorente città di Nauvoo.
Dopo la morte di Smith (ucciso in
prigione dal popolo avverso alla
nuova confessione religiosa), i mormoni,
scacciati da Illinois, Ohio e
Missouri, costituirono nell’Utah una
comunità teocratica, sotto la guida
di Brigham Young (1801-1877),
successore di Smith e considerato
oggi, dai capi della chiesa di Mormon,
il secondo profeta. Qui, presso
il Grande Lago Salato, fondarono
la città di Salt Lake City, centro
del loro stato, dando alla sètta un’organizzazione
comunistica e dedicandosi
alla pratica della poligamia.
Osteggiati dal governo statunitense,
solo nel 1865 i mormoni entrarono
a far parte della federazione
nordamericana, accettandone dal
1890 anche la legge matrimoniale ed
eliminando la poligamia dai propri
statuti.
Negli ultimi quarant’anni un largo
proselitismo ha portato la chiesa
di Mormon ad una diffusione mondiale,
con forti basi in Europa, Asia
e America Latina, oltre che negli
Stati Uniti.
L’importanza dei mormoni nella
storia americana è notevole: a loro si
deve, tra l’altro, il primo esperimento
di economia pianificata realizzato
negli Stati Uniti, un tentativo riuscito
di legare modeità e tradizione;
l’utilizzo di mezzi e strumenti
della comunicazione sociale.
Dal Far West ai grattacieli, dalla
pratica della poligamia (ormai patrimonio
solo di alcune sètte minoritarie
della chiesa di Mormon), alla
difesa intransigente della famiglia e
della morale (con prescrizioni ferree,
tipiche di movimenti fondamentalisti
e radicali), la storia della
Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo
giorno ha in sé elementi di
grande complessità interreligiosa, in
un angolo dell’America più profonda.

I GIOCHI DI SALT LAKE CITY
E QUELLI DI ROMA
I mormoni e lo Utah sono ritornati
all’onore della cronaca grazie ai
giochi olimpici invernali, svoltisi a
Salt Lake City lo scorso febbraio, una vetrina unica per fare conoscere
al mondo la propria storia, cultura,
tradizione.
Lasciate parlare il silenzio, o quasi.
Questa è stata la saggia consegna
che hanno ricevuto i mormoni dello
Utah, per non impaurire il mondo
durante l’Olimpiade invernale.
Toglietevi le giacche scure da missionari,
mollate a casa il Book of
Mormon, e non infilate opuscoli nelle
tasche degli ospiti: se decideranno
di convertirsi da soli, meglio così.
Altrimenti ci accontenteremo che
vadano via dallo Utah senza considerarci
una sètta di pazzi pericolosi…
Grosso modo sono stati questi
gli ordini impartiti dal presidente
della Church of Jesus Christ of Latter-
day Saints, Gordon B. Hinckley.
Un invito ai fedeli affinché scordino
il proselitismo, almeno per tre settimane.
Sette anni fa, quando Salt Lake
City ottenne le Olimpiadi, alcuni
mormoni presero la decisione del
Cio come il compimento della profezia
di Brigham Young, uno dei
fondatori della chiesa: «In questo
posto costruiremo una città e un
tempio al Dio più alto. Re, imperatori,
nobili e saggi della Terra ci visiteranno,
mentre i deboli e gli infedeli
invidieranno le nostre case
confortevoli e le nostre proprietà».
Era un’occasione enorme per fare
pubblicità mondiale alla Church of
Jesus Christ of Latter-day Saints, di
cui fanno parte 11 milioni di persone,
tra cui il 70% degli abitanti dello
Utah. I capi si erano messi subito
al lavoro. Avevano contattato la televisione
Nbc, che ha trasmesso i
Giochi in esclusiva, per inondarla di
spot positivi sui mormoni, e poi avevano
offerto il Tabeacle Choir per
cantare alla cerimonia inaugurale; avevano
concesso lo spazio a Salt
Lake City per le premiazioni, sullo
sfondo del loro Tempio; avevano inviato
dossier ai giornalisti per suggerire
storie favorevoli alla propria
religione; e avevano finanziato lo
spettacolo «Light of the World»,
con 1.500 attori e musicisti, che è andato
in scena decine di volte durante
le Olimpiadi.
Nel frattempo, però, hanno scoperto
anche che i Giochi non erano
andati allo Utah per intercessione
divina, ma per le mazzette distribuite
dai due capi del Comitato organizzatore,
i mormoni Tom Welch e
Dave Johnson, incriminati, poi assolti
e ora di nuovo sotto la mannaia
del ricorso presentato dal ministero
della Giustizia. Questo infortunio
deve aver instillato il genio della
prudenza nella mente dei leader della
chiesa, che alla fine hanno optato
per un profilo più basso.
Secondo il portavoce Michael Otterson,
«abbiamo scelto una maniera
di fare pubblicità alla nostra religione
con tatto, senza sembrare una
corporation commerciale. La chiesa
è stata attenta, fin dal principio, a
camminare in equilibrio tra il sostegno
dei Giochi e del Comitato organizzatore,
e la necessità di agire in
una maniera che non arrecasse danno
agli sforzi compiuti dall’intera
comunità dello Utah, e non solo dai
mormoni».
Una posizione apprezzata da
mons. George Niederauer, vescovo
cattolico di Salt Lake City, che ha
fatto il paragone col 1960, quando
le Olimpiadi si svolsero nella città
del Papa: «È una sfida stare con grazia
nella maggioranza, così come
nella minoranza».
Per dimostrare che non erano solo
parole, i mormoni hanno accettato
di partecipare all’Interfaith
Round table, un forum che voleva
sottolineare il contributo di tutte le
religioni ai Giochi, anche se loro erano
il gruppo dominante. E il presidente
del Comitato organizzatore,
il mormone Mitt Romney, ha garantito
che nell’America multietnica e
multiculturale ci fosse lo stesso trattamento
per tutte le fedi. Stare nella
maggioranza con grazia, del resto,
sarebbe una sfida per chiunque.
«Noi – disse il presidente Hinckley
durante la Conferenza generale
dei suoi fedeli nell’aprile del 2000 –
siamo profondamente incompresi,
e temo che una larga parte di questo
problema dipenda da noi stessi.
Possiamo essere più tolleranti, più
aperti ai vicini, più amichevoli, più
di esempio di quanto non siamo stati
nel passato. È necessario insegnare
ai nostri figli a trattare gli altri con
amicizia, rispetto, amore e ammirazione.
Ciò produrrà risultati molto
migliori di un atteggiamento basato
sull’egoismo e l’arroganza».
Non male come autocritica per una
sètta che, almeno in casa propria,
rappresenta la stragrande maggioranza.
La Church of Jesus Christ of
Latter-day Saints, infatti, fondò lo Utah
nel 1847, scappando verso l’Ovest
per sfuggire alle persecuzioni a
Est. I seguaci credono in Cristo, a
modo loro, ma lo mettono sullo
stesso piano dei loro profeti, che tra
le altre cose adottavano la poligamia.

AL BANDO ALCOOL E CAFFÈ
È difficile, per un gruppo del genere,
non far sentire il proprio peso
a chi sta vicino.
Per esempio, se la mattina andando
al lavoro ti fermi a bere un caffè
al bar, o a pranzo prendi un bicchiere
di vino, hai già dimostrato di
essere nella minoranza. Le leggi dei
mormoni, infatti, vietano tanto l’alcornol
quanto la caffeina calda, e queste
regole ricadono su tutti gli abitanti
e i visitatori dello Utah. Per andare
a bere in un pub, infatti,
bisogna essere membri presentati da
un membro, e non si può ordinare
più di un drink a sera. Invece i ristoranti,
se hanno la licenza per gli alcolici,
devono tenerli nascosti dall’area
dove mangiano anche gli astemi.
Fare proselitismo con queste
regole, durante una festa come le Olimpiadi,
era difficile in partenza. E
infatti il Cio aveva chiesto ai leader
locali, in grande maggioranza repubblicani,
di rilassare le leggi almeno
nella zona dove si sarebbero
svolti i giochi.
Poi la maggior parte delle gare ha
avuto come epicentro Park City, che
è la gioia e il dolore dei mormoni. È
la gioia, perché come centro turistico
attira tanti visitatori e parecchi
quattrini. Ma è pure il dolore, perché
racchiude un’isola di peccato
dai tempi della sua fondazione.
Park City, infatti, nacque nel 1872,
quando tre soldati scoprirono una
miniera d’argento nella zona. In pochi
anni, la corsa ai minerali preziosi
la trasformò nella meta preferita
di banditi, avventurieri e cacciatori
di ricchezza, che portarono con loro
i propri vizi. Così, mentre i mormoni
dei villaggi vicini si chiudevano
nei loro harem di poligamia benedetta
dalla chiesa, i forestieri
aprivano in città i bordelli, tollerati
dalla complicità degli sceriffi.
Non a caso Robert Redford ha deciso
di riunire ogni anno, proprio a
Park City, il circo variopinto del
mondo dello spettacolo, per il festival
del cinema indipendente che ha
chiamato Sundance, ad onore e gloria
del bandito Sundance Kid, che
veniva dal vicino Wyoming.
A Salt Lake, nel febbraio 2002,
tutto si è svolto nella massima tranquillità.
I mormoni hanno sfoderato
il loro orgoglio nazionale e locale,
fatto riferimenti molto velati alla
religione e accolto con grande pazienza
e buon umore le migliaia di
sportivi e addetti ai lavori che si sono
trasferiti per un mese nella loro
capitale.

INTANTO
IL VESCOVO CATTOLICO…
In realtà, la curiosità del cronista
ha permesso di scoprire un mondo
cristiano molto più vivo e attivo di
quello che all’apparenza potrebbe
sembrare. Vi sono numerose minoranze
cristiane: luterani, episcopali,
metodisti, evangelici, battisti e cattolici
ma anche ebrei e moltissimi
musulmani.
L’esempio più importante è quello
della presenza cattolica a Salt
Lake e nello Utah. Il vescovo della
comunità cattolica è George Niederauer,
pastore di chiare radici tedesche,
cordiale e molto attento nel
conservare ottimi rapporti di vicinato
con i potentissimi mormoni.
Mons. Niederauer è primate della
chiesa cattolica di Salt Lake City dal
1995. Vive nei pressi della chiesa
della Maddalena, a tre isolati dal
Tempio dei mormoni, dove un accogliente
centro missionario offre la
possibilità di ristoro e colloquio per
i pellegrini (cattolici e non) che passano
da Salt Lake City.
I cattolici raggiunsero il lontano
Utah alla fine del Seicento, grazie all’opera
missionaria dei frati francescani;
ma solo nel 1861 nacque la
diocesi. Il vescovo snocciola dati interessanti:
i cattolici negli ultimi cinque-
sei anni sono passati dal 3% al
6-7% della popolazione dello Utah,
grazie ad una fortissima immigrazione
di ispanici provenienti da paesi
dell’America Centrale, in particolare
Messico e Portorico.
I rapporti con i mormoni sono
buoni soprattutto tra la leadership
della Chiesa dell’Ultimo giorno e il
vescovo. Durante l’anno si incontrano
per capire come promuovere
prassi di dialogo e collaborazione.
Più complessa è la situazione a livello
di base; spesso ci sono incomprensioni
soprattutto nelle aree rurali
e tra coloro che hanno una scolarizzazione
elementare.
Niederauer cerca, con insistenza e
abnegazione, di far progredire il dialogo,
soprattutto dopo che il proselitismo
dei mormoni dei primi decenni
sta molto cambiando. Ora è
più rispettoso delle fedi altrui e cerca
di capire ragioni e sentimenti delle
minoranze, anche quelle che vivono
nella «mecca» dei mormoni. I
cattolici dello Utah sono comunque
molto organizzati, ricorda il loro pastore.
Vi sono tre grandi scuole superiori,
10 scuole elementari. L’azione
di evangelizzazione e promozione
della carità si concentra molto
nelle realtà parrocchiali, che spesso
vivono a fianco delle comunità dei
mormoni, in pubblicazioni, movimenti
di riflessione e di volontariato,
in un organizzato e vivace foyer
nei pressi della cattedrale della Maddalena.
Mons. Niederauer ci ricorda che,
sebbene il 90% della popolazione aderisca
alla chiesa dei mormoni, così
come per il resto delle religioni, il
processo di secolarizzazione e modeizzazione
coinvolge anche questa
popolazione. Le rigide prescrizioni
della Chiesa dei Santi dell’Ultimo
giorno sono rispettate, e in se è
un fatto positivo, ricorda il vescovo;
«ma spesso quello che manca è un
discernimento tra realtà temporale
e realtà trascendente, incarnazione
della fede nella storia e separazione
tra fede e politica».
In questo, i pochi ma convinti cattolici,
secondo Niederauer, cercano
di dare un contributo a tutta la popolazione
dello Utah. Ancora di più
dopo la tragedia dell’11 settembre,
che ha consolidato lo spirito nazionale
e la solidarietà, soprattutto
in questa America
profonda.

(*) Luca Rolandi, giornalista, è autore
di alcuni saggi di storia religiosa
e di lavori documentaristici per la
Nova-T produzioni televisive.

Sulla tematica delle chiese nordamericane
si vedano i libri: MASSIMO
INTROVIGNE, I mormoni. Dal Far
West alle Olimpiadi, Elledici,
Torino 2002;
PAOLO NASO, God
Bless America. Le religioni degli
Americani, Editori Riuniti, Roma
2002.

LE OLIMPIADI E LA DIMENSIONE RELIGIOSA
Nel periodo dei giochi olimpici a Salt Lake City erano presenti molti assistenti
spirituali di varie confessioni religiose tra i quali mons. Mazza, cappellano
della nazionale italiana. Il prelato ha notato con soddisfazione l’assoluta
libertà e rispetto dimostrata dai mormoni nei confronti di credenti di altre
religioni o confessioni.
A Lake City si sono, inoltre, svolti incontri e briefing sul tema religioso. Due
pastori evangelici valdesi sono stati invitati a partecipare ad un brief da David
Willson, il quale dirige un’organizzazione che si chiama «Global Events
Group» e che viene finanziata da alcune fondazioni per portare la testimonianza
cristiana nell’ambito dei grandi eventi sportivi mondiali. Per l’Italia erano presenti:
Simone Baccella, Giuseppe Platone (pastore di Torino) e Renato Ribet
(pastore di Pinerolo). Oltre agli italiani erano presenti: un greco in vista delle
prossime olimpiadi estive, un sudafricano (per i campionati mondiali di cricket),
due inglesi di Manchester per i giochi del Commonwealth, un rappresentante
delle Società bibliche, un missionario in Cina per le olimpiadi di Pechino.
Nel corso dei cinque giorni d’incontro è stato illustrato il lavoro organizzato
dalle chiese per queste olimpiadi. Lo scopo è quello di «promuovere» anche
per i prossimi Major Events una presenza simile, col supporto della «Global
Events Group». Il movimento si muove sotto la sigla «More than Gold» (più dell’oro,
Pietro 1,7), che è attiva dalle olimpiadi di Atlanta (1996).

MORMONI D’ITALIA
Liliana Vercellotti e Sabrina Gironda, native di Vercelli, ma residenti nello Utah,
raccontano la loro storia.
La testimonianza di due ragazze piemontesi

Liliana Vercellotti, 30 anni, conosce i mormoni in
Italia. «Incontrai – ci racconta a Salt Lake City,
dove oggi vive – la chiesa di Mormon a Vercelli attraverso
le sorelle missionarie. Chiesi loro di poter
seguire alcune lezioni che spiegano i principi fondamentali
della “Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo
giorno”. Ero attiva e credevo in certi principi
di fede; andavo in chiesa piuttosto regolarmente
la domenica e pensavo di conoscere abbastanza
(anche se ora riconosco che la mia conoscenza era,
invece, piuttosto limitata) la bibbia. Quando iniziai
i colloqui con le sorelle missionarie, nello stesso tempo
mi impegnai a leggere di più la bibbia, in particolare
il vangelo. Iniziai anche la lettura del “Libro
di Mormon”, ovvero il resoconto di profeti antichi e
di come il Signore parlò, dopo la sua resurrezione,
alle persone in America. Le mie prime impressioni
riguardo a ciò che stavo imparando erano di pace e
di interesse. La cosa più bella è che tutto ciò che stavo
imparando non confutava o distruggeva quelle
che erano le mie convinzioni precedenti, ma le integravano
e arricchivano; anzi, a volte le rafforzavano
e mi davano più comprensione su Gesù Cristo.
Cominciai a leggere anche l’Antico Testamento e la
mia comprensione ed amore per Gesù e Dio Padre
è cresciuta. Ho imparato a vivere la mia vita pregando
e cercando ogni giorno di migliorare, di portare
pace e gioia alle persone che mi circondano;
non che prima fossi molto diversa o all’opposto di
questo; solo avevo una fede meno convinta. I membri
di questa chiesa non sono perfetti, ma ogni giorno
cercano di migliorarsi».
Sabrina Gironda, anche lei trentenne, ci lascia
questa testimonianza. «È sempre difficile spiegare
il perché una persona vuole cambiare religione
e vita così drasticamente. Se tu mi avessi conosciuto
a 22 anni, mai avresti pensato che sarei diventata
una persona che va in chiesa ogni domenica,
ma è successo. Conobbi i missionari mormoni tramite
mia sorella. Lei lavorava in una libreria a Vercelli
e i missionari la invitarono a seguire un corso
di inglese gratuito. Così, nel luglio del 1993, io e
mia sorella iniziammo a frequentare quelle lezioni.
Nel gennaio 1994, dopo essere diventate amiche
con i missionari, cominciammo a seguire le 6 lezioni
che tutti i missionari mormoni del mondo impartiscono
agli interessati. Ad aprile, mia sorella decise
di farsi battezzare. Io non avevo mai pensato seriamente
a farmi battezzare. Andavo in chiesa, ma
cambiare la mia vita non era proprio la mia idea. Dopo
il battesimo di mia sorella, mi resi conto che la
mia vita non poteva più essere la stessa. Dovevo sapere
se quello che i missionari mi avevano insegnato
era vero. Così incominciai a leggere seriamente
il libro di Mormon e a pregare per sapere chi aveva
ragione e se avrei davvero dovuto battezzarmi. Passai
alcuni mesi di vera crisi spirituale. Avevo tanti amici
nella chiesa e mi piaceva andare ogni domenica
ad imparare di più riguardo alle scritture; ma non
bastava; dovevo avere una risposta da Dio e così fu.
Capii che quella era la strada giusta per me: il 28 agosto
1994, all’età di 22 anni, mi battezzai. Lasciai
il mio ragazzo che non voleva accettare la legge di
castità; smisi di bere e di fumare.
Nel maggio del 1997 mi trasferii
a Salt Lake City e, tramite un amico
comune, conobbi mio marito.
Ci sposammo in Italia in una
chiesa dei mormoni, ma poi decidemmo
di suggellare la nostra unione
con una cerimonia nel Tempio
di Salt Lake City, che significa
unione per l’eternità. Delle mie
scelte non mi sono pentita nemmeno
per un giorno. Insomma, rifarei
tutto».

Luca Rolandi




POCHI DOLLARI PER TANTI DIRITTI

Torino / Incontro con Beatrice A. de Carrillo (El Salvador)
Italiana e salvadoregna, è procuratore per la difesa
dei diritti umani: una figura istituzionale con un
compito delicato. L’intervistata affronta pure altri
temi cruciali: globalizzazione economica e azione
della chiesa, i «casi» Argentina e Venezuela,
guerriglie, «campagne» di pressione in Italia…

Dottoressa Carrillo, lei è procuratore
per i diritti umani in El
Salvador. Come è avvenuta la
nomina?
Ho avuto la soddisfazione di essere
eletta con 85 voti su 86. C’è stata
una sola astensione. Per la mia nomina
a procuratore si è dovuta modificare
la costituzione nazionale.

Come procuratore, che cosa può
dire sui diritti umani in El Salvador?
L’ufficio di procuratore è importante
e delicato; è previsto dalla costituzione
ed è sorto in seguito agli accordi
di pace del 1992. Il procuratore è il
simbolo del nuovo corso nel paese. Negli
ultimi 10 anni si sono avuti tre procuratori;
l’ultimo è stato destituito dal
parlamento.

Illustri meglio il suo compito.
Il compito è simile a quello, in Europa,
del presidente della corte costituzionale
e del procuratore della repubblica.
Controlla lo stato circa eventuali
violazioni dei diritti umani ad
ogni livello: parlamento, magistratura,
finanza, fisco. Il procuratore ha il
potere di sanzionare lo stesso presidente
della repubblica (mi è già toccato
di emettere sentenze di questo
genere); gode di immunità e solo il
parlamento lo può destituire, dopo un
severo esame. Il procuratore esercita
un superpotere, con 14 funzioni sul
«pubblico» e sul «privato».
In nessun paese dell’America Latina
il procuratore per i diritti umani ha
un potere così vasto come in El Salvador.

Certamente lei si avvale di collaboratori.
Il suo potere è delegabile
a qualcuno di loro?
I collaboratori sono 400. Però la
mia responsabilità non è delegabile:
ogni atto deve essere firmato dalla
sottoscritta. Oggi, mentre sono in Italia,
un collaboratore mi rappresenta
nel campo amministrativo per gli atti
di routine; ma non può firmare alcuna
sentenza senza il mio permesso.

Lei, italiana, come ha potuto
accedere ad una carica così rilevante?
Io sono anche cittadina salvadoregna
e opero nel paese da circa 30 anni.
El Salvador è la mia seconda patria.

El Salvador, dopo gli accordi di
pace del 1992, si è lasciato alle
spalle drammi terribili, che riguardano
proprio la violazione
dei diritti umani. Oggi quali
sono gli ambiti cruciali in cui
lei interviene?
Gli ambiti si riferiscono ai diritti violati
durante l’ultima generazione: i diritti
dei lavoratori, il diritto alla salute,
all’educazione. Recentemente si sono
registrati 8 mila licenziamenti nel
settore pubblico. E non parliamo dell’impresa
privata! Dal 1999 si sono
avuti 15 mila licenziamenti. La gente
ricorre al procuratore perché la difenda
e l’aiuti a riavere il lavoro. Lo scontro
con lo stato è duro e inevitabile,
quando viola i diritti. Le sentenze vengono
inviate alle Nazioni Unite e sono
conosciute in tutto il mondo.
Per il governo io sono una figura
scomoda, perché mostro l’altra faccia
della medaglia.

Lei è autonoma dal governo,
ma non dal parlamento. E chi
le paga il salario?
Il procuratore prescinde dal governo
anche per la retribuzione economica,
che, secondo la costituzione,
dovrebbe essere stabilita dal parlamento.
Ebbene finora non è stato così.
Allora il ministro dell’economia mi
concede uno stipendio di mille dollari
al mese.
Non è molto per un procuratore
della repubblica!
Forse è più esatto dire che è… poco!
Però ci si consola con il «mal comune
mezzo gaudio». Infatti anche i
miei collaboratori non percepiscono
lauti stipendi: una segretaria guadagna
300-400 dollari al mese, mentre
un avvocato, addetto alle denunce,
deve accontentarsi di 500. Con un simile
trattamento, si può ipotizzare
una persecuzione verso la procura.
La mancanza di fondi ci impedisce
di fare delle pubblicazioni, di emettere
comunicati-stampa; e siamo quasi
costretti a misurare con il contagocce
la benzina delle auto a disposizione.
Se c’è un guasto meccanico, i guai sono
seri. Tuttavia, pur nelle difficoltà,
si lavora. Mi sono imposta di risolvere
alcuni casi gravissimi del passato, che
i miei predecessori non hanno avuto il
coraggio di affrontare.

Per esempio?
Per esempio, il caso che risale al 24
marzo 1982, quando fu ucciso l’arcivescovo
Oscar Romero durante la celebrazione
della messa. Ho emesso la
sentenza, che è stata diffusa in tutto
il mondo. Abbiamo avuto l’appoggio e
la stima di molti, ma anche minacce.

Minacce di vita? E da chi?
Sì, minacce di vita. Le più forti le ho
avute nel dicembre scorso: due individui
sono venuti nel mio ufficio per raccontare
«i dettagli di una eventuale
procedura»… Si fa di tutto per destabilizzare
la procura dello stato; poi, se
non si riesce ad intimorire, si giunge
alla diffamazione personale; infine alle persecuzioni fisiche con incidenti
d’auto provocati, sequestri di persona.
In questi giorni, mentre sono fuori
del paese, sono avvenute cose gravi,
che i collaboratori mi hanno segnalato.
Al ritorno in El Salvador mi aspettano
fatti preoccupanti.

Passata la guerra civile degli
anni ’80, quale posto occupa
oggi El Salvador nel campo dei
diritti umani?
Il paese è senz’altro molto migliorato
rispetto agli anni ‘70-80. Forse…
la guerra è servita. Il sacrificio di tanti
è valso la pena, perché ha accelerato
i tempi della rinascita. Oggi in El
Salvador esiste una democrazia stabile;
opera una polizia che, pur con i limiti,
non è la guardia nazionale di un
tempo. Non esistono torture, né desaparecidos.

E il problema dei ricchi sempre
più ricchi, a scapito dei poveri
sempre più poveri?
Questo è un problema aperto. Tuttavia
la causa non è solo dell’élite locale,
quanto di una politica mondiale
che influisce in termini negativi. In
una nazione piccola come El Salvador
l’impatto è molto grave: le politiche
dettate dalla Banca Mondiale e da altri
organismi inteazionali obbligano
il paese a certe politiche piuttosto
che ad altre. Inoltre nel partito al potere
operano uomini d’affari e banchieri
che cercano i propri interessi.

Impera la globalizzazione economica,
rispetto alla quale non
ci sarebbe alternativa. O c’è?
Ci sarebbe: basterebbe attuare politiche
che si avvicinino maggiormente
al modello di uno «sviluppo sostenibile
», che è il punto chiave delle Nazioni
Unite. Oggi però questo discorso
non è più di «moda». Si è imposto un
capitalismo selvaggio, secondo il quale
lo sviluppo del terzo mondo si raggiunge
quando il primo mondo gode
di una sovrabbondanza di ricchezza.
Il che è assurdo.
Di fronte alla sfida della globalizzazione,
il Centro America è svantaggiato,
perché diviso. I singoli piccoli
paesi non riescono a negoziare con i
grandi attori della mondializzazione.
Invece, se nascesse un’area centroamericana
simile all’Unione Europea,
con capacità autonoma di decisione
politica, i vari paesi sarebbero più in
grado di difendersi.

In America Latina l’opposizione
politica è espressa anche da
guerriglie: è il caso della Colombia
o del Perù. È avvenuto
in El Salvador. Ma i guerriglieri
hanno fatto il loro tempo?
Credo di sì. Però la guerriglia salvadoregna
non è da paragonarsi a quella
colombiana o peruviana; queste manifestano
elementi che le rendono più
discutibili, anche eticamente. La nostra
guerriglia è stata un vero esercito
di liberazione, forse il meglio costituito,
il più etico in America Latina. La
guerriglia in Colombia o Perù è più controversa.
Ciò che avviene oggi in America Latina
è preoccupante: si distrugge il sistema
statale democratico; lo si vede
in Venezuela, Argentina e Colombia.
Così si favorisce la politica di «sicurezza nazionale» degli Stati
Uniti, che sono diventati
molto più aggressivi
dopo l’«11 settembre».
Le violazioni del diritto
delle persone avvengono
con sistemi persecutori
e controlli che allontanano
i progressi
raggiunti.

Signora Carillo, lei
ha accennato al Venezuela
e all’Argentina,
due paesi «esplosi
». Esplosi per ragioni
economiche o sociali?
Circa il Venezuela, sono
contenta che si sia ristabilito il
governo costituzionale di Hugo
Chavez: come procuratore per i diritti
umani gli ho dato l’appoggio totale,
anche se il presidente di El Salvador ha
commesso l’errore diplomatico di sostenere
il governo del colpo di stato,
subito fallito. Chavez è «un presidente
dei poveri»; quindi il colpo è stato
fatto dalla finanza, dall’industria, dai
mezzi di comunicazione… Sono però
contenta di vedere che il sistema dei
colpi di stato di un tempo non funziona
più, e mi fa piacere che la OEA (Organizzazione
degli stati americani,
che comprende anche gli Stati Uniti)
si è subito schierata con Chavez.
Quanto alla crisi argentina, essa è
frutto delle pessime politiche
dei governanti: si pensi
alla corruzione, al debito
estero… È stata
una grave violazione
dei diritti umani l’avere
congelato
nelle banche i risparmi
degli argentini.
La Federazione
in-
teazionale delle procure l’ha denunciato.

Di fronte agli abusi dei diritti
umani in America Latina (verso
gli indios del Brasile, ad esempio),
che senso hanno le campagne
di mobilitazione in Italia?
Non credo che il governo del Brasile
si impressioni molto. Bisogna lavorare
in modo più serio, denunciando gli
abusi ai procuratori del Brasile. Ci si
può rivolgere alla OEA, alla Corte interamericana
per i diritti umani (è il Tribunale
del continente americano, molto
potente). C’è la Commissione dei diritti
umani, che è il primo scalino per
accedere al Tribunale con sede in Costa
Rica e a Washington. Le «campagne
» in Italia per i diritti umani in
America Latina lasciano il tempo che
trovano, se non coinvolgono gli organismi
giusti.
Ricordo in El Salvador cinque senatori
italiani, in viaggio verso Cuba per
perorare la causa di due salvadoregni
condannati a morte quali autori di un
attentato a Fidel Castro, durante il
quale morirono pure due italiani. I senatori
speravano nel sostegno del governo
di El Salvador. Fu un fiasco.
Però oggi a El Salvador conviene dimostrare
al mondo che Castro viola i
diritti umani; quindi mi ha incaricata
di fare qualcosa in favore dei due salvadoregni
tuttora in carcere a Cuba.
E lei può fare qualcosa?
Sì, perché il mio compito è internazionale.
Il bello dei diritti è che non
hanno frontiere. Io mi occupo di tutti
i salvadoregni nel mondo.

Qual è la situazione dei salvadoregni
in Italia?
Sono numerosi: oltre 15 mila a Torino
e 50 mila a Milano… Fra i latinoamericani,
i salvadoregni sono i più
stimati: ottimi lavoratori, non coinvolti
in problemi di droga o altro. Fanno
veramente onore alla loro patria.

Chi è?Beatrice A. Carrillo
– Avvocato, docente universitario e procuratore
per la difesa dei diritti umani, Beatrice Alamanni
de Carrillo è nata a Torino.
Dal 1968 vive in El Salvador. È sposata con il salvadoregno
Juan Antonio Carrillo Estrada, ingegnere
elettronico, laureatosi al Politecnico di Torino.
La coppia ha tre figli.
– Ha insegnato diritto pubblico, filosofico e costituzionale
in vari atenei: Universidad de El Salvador,
Universidad Centroamericana, Universidad Tecnologica.
Ha fondato e diretto la facoltà di scienze giuridiche
dell’Universidad Centroamericana.
– Esperta nell’elaborare progetti legislativi riguardanti
i diritti umani in genere, quelli degli emigrati,
della famiglia, della donna, affrontando anche la
violenza fra le pareti domestiche. Consulente nell’Organizzazione
internazionale dell’emigrazione.
È autrice di numerosi saggi sui temi suddetti. Fondatrice
della rivista IDHI-Realidad, rivista di carattere
sociale, politico e giuridico.
– 1975-1978: opera a Monaco (Germania) quale
consulente e investigatrice sulla condizione degli
emigrati latinoamericani, in particolare delle donne.
– 1979-1998: svolge attività accademica e sociale
in El Salvador con frequenti viaggi all’estero.
– 1999 ad oggi: è procuratrice per la difesa dei diritti
umani.

DAVANTI AL LA STATUA
DEL MARTIRE ROMERO

Signora Carrillo, lei è cattolica praticante e insegna pure all’università
dell’America Centrale (Uca), dove è stata amica e collega dei
sei gesuiti uccisi nel 1989 dagli «squadroni della morte». La chiesa cattolica,
ieri all’avanguardia nella difesa dei diritti umani (specialmente
in favore dei poveri), lo è tutt’oggi?
In America Latina la teologia della liberazione è passata di moda
a livello di informazione, diffusione e pratica. Credo che questo
dipenda dalla Santa Sede. Ci sono ancora comunità di base e
non mancano vescovi impegnati, però con meno grinta rispetto agli
anni ’70-80. L’attuale arcivescovo di San Salvador, Saenz Lacalle,
appartiene ad una corrente moderata.
Lei, come procuratore, ha chiesto allo stato di El Salvador di riaprire
il caso dell’assassinio di monsignor Romero. La chiesa come ha
accolto il suo intervento?
Bene. Ho partecipato con monsignor Lacalle alla celebrazione
durante la quale ha scoperto una statua di Romero in una piazza:
ero l’unica persona laica invitata, anche come autorità dello stato.
L’arcivescovo l’ha fatto anche per proteggermi dalle minacce
che ricevo… Stimo molto monsignor Lacalle: è corretto e sa mettere,
con prudenza e abilità, il dito sulle piaghe sociali. Per esempio:
quando ho notificato la lesione dei diritti umani in vari licenziamenti
di lavoratori, mi ha sostenuto nella denuncia.
Quale aria si respira oggi all’università cattolica «Uca»?
Si avverte la mancanza dei professori uccisi nel 1989: padre
Ignazio Ellacuria e i suoi compagni. C’è un vuoto anche teologico.
D’altro canto, le chiese storiche protestanti (in modo particolare
quella luterana) sono molto attive, anche perché ricevono molti
aiuti dagli Stati Uniti e dalla Germania. Hanno assunto una posizione
coraggiosa in termini socio-politici.

Scheda
Superficie: 21.041 kmq.
Popolazione: circa 6 milioni.
Capitale: San Salvador.
Lingua: spagnolo e lingue amerinde.

Gruppi etnici: meticci (89%), amerindi (10%).
Religione: cattolici (74%), protestanti (7,4%), altre fedi
(18%).
Indicatori economici: reddito pro capite annuo $ 1.850;
disoccupazione 7,8%; esportazioni $ 2.738 milioni; importazioni
$ 4.239 milioni; debito estero $ 3.633 milioni;
servizio del debito 10,4% delle esportazioni; aiuti
dall’estero $ 294 milioni; inflazione 8,9%.
Il 48% della popolazione soffre di povertà assoluta.
(I dati si riferiscono al 1998).
Colonia spagnola, El Salvador diviene indipendente nel
1841. Nel 1979 scoppia la guerra civile, che si conclude
il 16 gennaio 1992 con gli Accordi di pace tra il governo
e i guerriglieri del Fronte Farabundo Martí. Costo
del conflitto: 75 mila morti, 8 mila desaparecidos, 1 milione
di profughi.

Alcuni eventi significativi:
– 24 marzo 1980: assassinio dell’arcivescovo Oscar A.
Romero; mandante del delitto è Roberto d’Aubuisson,
esponente militare dell’estrema destra (Arena).
– 25 marzo 1984: è eletto presidente Napoleón Duarte;
le elezioni sono boicottate dai movimenti di sinistra
con un’astensione del 51%.
– 16 novembre 1989: uccisione di sei gesuiti all’università
«Uca». Secondo la Commissione dei diritti umani
(non governativa), tante donne (specie studentesse e
sindacaliste) sono colpite dalla repressione politica.
– 15 febbraio 1993: dopo gli Accordi di pace del 1992,
gli ultimi guerriglieri consegnano le armi; secondo gli osservatori
dell’Onu, la violenza non cessa con gli Accordi.
– 1997: sorge la Commissione per la «memoria storica»,
che indaga sulla scomparsa di oltre 8 mila persone nel
1975-91; sono implicati numerosi militari.
– 7 marzo 1999: Francisco Flores, del partito Arena, è
eletto presidente e capo del governo (è tuttora in carica).
In parlamento, dopo le elezioni del 2000, prevalgono
il Fronte Farabundo Martí con 31 seggi e l’Arena
con 29.
– gennaio 2001: un terremoto provoca 700 morti, 4 mila
feriti e oltre 1 milione di senzatetto;
– maggio 2002: il governo si impegna a fornire più di
1 milione di libri alle 2.500 biblioteche del paese, per
promuovere la lettura tra i bambini e gli adolescenti.

Francesco Beardi




ZIMBABWE «rielezione» di Mugabe e altro… SOLILOQUIO AFRICANO

Robert Mugabe si è proclamato vincitore delle elezioni presidenziali, svoltesi in Zimbabwe dal 9
all’11 marzo scorso, all’insegna di violenze, intimidazioni, brogli e soprusi d’ogni genere. Il paese
è stato sospeso dal Commonwealth per un anno. Fuori e dentro il paese, nessuno scommette
sulla capacità del «dittatore» di risolvere la grave crisi economica e sociale in cui lo Zimbabwe
si dibatte da troppi anni. Per ora si è evitata la guerra civile.
È forse questo «il peggio» a cui allude padre Filipe Couto, rettore dell’Università cattolica del
Mozambico. In una specie di soliloquio, anziché articolo discorsivo, egli presenta una personale
chiave di lettura per capire il mondo della politica «made in Africa».
Non comprendiamo, però, perché certi presunti «padri della patria»
debbano continuare impunemente a commettere delitti e soprusi
contro i propri cittadini, con la complicità dei politici occidentali.

Che cosa pensi dei risultati delle ultime
elezioni presidenziali in Zimbabwe?
Si è evitato il peggio.

Il peggio, come ha più volte detto
Mugabe, sarebbe «l’imperialismo
britannico, la ricolonizzazione del
paese, gli attentati dei nemici della
pace e democrazia per favorire burattini
e servi degli imperialisti»?
In Africa sono necessarie forze di
opposizione. Dobbiamo certamente
sviluppare delle alternative, ma lavorando
a lungo termine e internamente,
tra noi, evitando il più possibile di
essere teleguidati dall’esterno.

Secondo te, le pressioni e sanzioni
«intelligenti», esercitate sui governanti
affinché promuovessero elezioni
libere e democratiche, sono
state interpretate come un tentativo
britannico di ricolonizzare lo Zimbabwe?
Sostanzialmente è stata questa l’interpretazione.
Mi stupisce che la
Gran Bretagna lo abbia ignorato. Se
durante la campagna elettorale gli inglesi
avessero criticato meno Mugabe,
sarebbe stato più utile all’opposizione.
Il loro modo di agire, invece,
ha prodotto l’effetto contrario: la
gente comune ha creduto che gli oppositori
fossero teleguidati dai coloni
bianchi e dalla Gran Bretagna.
Non sarà che Tony Blair abbia appoggiato
Tsvangirai, candidato dell’opposizione,
per far sì che Mugabe
rimanesse in sella? In politica tutto è
possibile.

Eppure il vescovo anglicano Desmond
Tutu ha detto di essere «molto,
molto, molto rammaricato e deluso
che proprio il Sudafrica, sostenitore
di processi democratici, sia
stato tra i primi paesi africani a dichiarare
tali votazioni legittime, libere
e pacifiche…».
I governi africani, secondo me,
hanno giudicato che, tutto sommato,
legittimità, libertà e pace non siano
state totalmente negate nell’esercizio
del diritto di voto del popolo
dello Zimbabwe. Sarebbe potuto capitare
il peggio. In politica si deve fare
il meglio possibile. Ma l’Africa vede
la democrazia come un punto
d’arrivo, da raggiungere attraverso
un lungo processo; non dovrebbe essere
«imposta» dall’alto.

Intanto i paesi occidentali dovrebbero
sborsare miliardi di dollari per
aiutare il continente a coltivare la
propria «via africana» allo sviluppo
e democrazia?
I politici africani affermano che
bisogna lasciare agli africani di sviluppare
le proprie strategie in materia
di buon governo e rispetto dei diritti
umani. Per quanto riguarda i
rapporti tra «Occidente sviluppato
e Africa in via di sviluppo», penso
che la via da percorrere sia quella
della collaborazione, basata su un’uguaglianza
di fondo, anche in fatto
di diritti di manipolazione della politica
a favore dei rispettivi interessi:
su questo punto i politici occidentali
e africani concordano più di quanto
sembri; a scandalizzarsi sono solo
quelli che non sono al potere. Ciò vale
per l’Africa come per gli altri con-
tinenti. Bisogna conoscere meglio
ciò che accade dietro le quinte.

Le elezioni in Zimbabwe sono oramai
storia passata? I tentativi di statisti
europei e africani di riportare
Mugabe dentro confini di saggezza
e migliorare la situazione del paese
sono inutili? Bisogna rassegnarsi al
meno peggio?
Le elezioni non sono storia passata;
così pure i tentativi di non isolare
governo e presidente del paese. Il
leader sudafricano Tabu Mbeki, accettando
il risultato delle elezioni, ha
fatto solo il suo dovere di politico. In
questi giorni Mugabe e l’opposizione
stanno dialogando sotto l’arbitraggio
della Nigeria. Si tratta di una
vera mossa strategica e politica: per
cambiare le cose, in politica, bisogna
lottare per giungere al potere. In tale
lotta, però, bisogna usare mezzi ragionevoli,
fare compromessi. Le opposizioni
devono essere più allenate
a scendere a compromessi.

In Zimbabwe le cose rimarranno
sempre le stesse?
Non credo. Gli osservatori nigeriani,
norvegesi e parlamentari della
Comunità di sviluppo dell’Africa
Australe, incaricati di sorvegliare lo
svolgimento delle elezioni in Zimbabwe,
hanno dichiarato che all’elettorato
non è stato permesso di esprimere
la propria volontà in modo
libero e pacifico; le elezioni si sono
svolte in «un clima di paura e di violenza
»; «troppo spesso le forze dell’ordine
non sono intervenute in casi
di denunce di violenze e gravi intimidazioni
» da parte di «corpi paramilitari,
giovani e gruppi filo-governativi
». Tali critiche lasciano il segno.
Ma in Zimbabwe esiste una crisi
politica: la ridistribuzione delle terre
è un problema reale e sarà superato.
Ma per risolverlo c’è ancora bisogno
del contributo di Mugabe.

In che modo?
Per oltre 20 anni Mugabe è stato
tollerante con i proprietari terrieri
bianchi. Come attore nel teatro politico,
egli non rivela tutto quello che
realmente ha fatto e sta facendo.
Non ha commesso solo degli errori.
Lui e il suo governo sono in comunicazione
con Gran Bretagna, Australia,
Belgio ecc. molto di più di
quanto si dica e si pensi. Tra le classi
politiche di detti paesi esistono
concordanze, che al momento non
vengono rivelate. Persino una parte
della popolazione bianca dello Zimbabwe
non è totalmente contro Mugabe:
alcuni lo vedono come un male
minore. Sarà la storia a dire dove
sia la verità dei fatti.
Perciò su Mugabe non si dovrebbe
fare pressione perché abbandoni
il potere con una sconfitta politica. Il
sostegno che egli gode da parte di
molti leaders africani non è contrario
alla democrazia; essi non arriveranno
mai a giustificare apertamente
una sconfitta del genere: perderebbero
la propria legittimità.

I leaders africani devono restare al
potere per tutta la vita?
C’è una generazione di leaders che
si sentono «padri della patria» e ritengono
intollerabile essere sbalzati
dal potere; solo la morte naturale è
per essi accettabile. Alcuni possono
farsi da parte spontaneamente, come
hanno fatto Julius Nyerere in Tanzania
e Nelson Mandela nel Sudafrica.
Altri sono rimasti fino alla morte,
come Jomo Kenyatta nel Kenya. La
sostituzione di queste figure mediante
le elezioni hanno prodotto
traumi politici, come in Zambia, dove
Keneth Kaunda, primo presidente,
ha perso le elezioni, è stato messo
in prigione e ha rischiato di perdere
la nazionalità zambiana.

Mugabe sarà capace di lasciare il potere
come Nyerere o Mandela?
Se la situazione volgerà al meglio,
Mugabe introdurrà una legge che gli
permetta di nominare un successore
al capo del suo partito e di affidargli
la presidenza del paese, fino al termine
del mandato di sei anni. Sia
chiaro, tuttavia, che egli non ha intenzione
di fare la fine di Keneth
Kaunda: non vuole affrontare rappresaglie,
processi giudiziari o prigione;
perciò non se ne andrà senza
garanzia d’immunità. Ed è saggezza
democratica accordargliela. La democrazia
reale è fatta di compromessi,
non solo in Africa.

In sostanza, ritieni che i «padri della
patria» non accettino di essere rimossi
dal potere, mentre per i loro
successori sarà più facile sottostare
al responso delle ue?
La nuova generazione di politici
sta entrando a poco a poco nel processo
democratico delle elezioni. Il
Tanzania ne è un esempio: il «padre
della patria», Julius Nyerere, ha lasciato
spontaneamente la presidenza
e ha passato il testimone a Mwiny,
che ha governato per due periodi. Il
successore, Nkapa, presentatosi come
candidato in regime di multipartitismo,
è stato eletto presidente, si è
ricandidato e ha vinto nella seconda
tornata elettorale. La costituzione
non prevede una sua terza candidatura.
Sono certo che Nkapa non farà
niente per cambiare la legge.
Così procede l’esercizio di democrazia
in Africa, con tutti i suoi pregi
e difetti. Nel giro di dieci anni i
«padri della patria» saranno scomparsi;
ma con quelli ancora in vita
non bisogna aver fretta di scalzarli
dal potere e, in caso di rinuncia volontaria,
devono avere la garanzia di
vivere in pace nel proprio paese.
In conclusione, gli stati africani sono
avviati sul sentirnero di una certa democrazia.
In politica non sempre si
raggiunge il bene ideale; né tutto è
giusto ed etico. Qualche
volta il compromesso serve
per evitare mali peggiori.

Filipe J. Couto




SONO «KIWI» E ME NE VANTO

Un viaggio in Oceania è un sogno: sole tropicale,
aria pura, ambiente scrupolosamente conservato…
I neozelandesi ne sono orgogliosi.
Gli abitanti delle isole Fiji un po’ meno.

Sono agli antipodi del mondo.
Ho finalmente la possibilità di
visitare la Nuova Zelanda che,
sulla carta geografica, mi pareva simile
al nostro stivale rovesciato. In
realtà il paese è formato da due isole:
North Island, con la città di Auckland,
dove si concentra quasi un terzo
degli abitanti dell’intera nazione,
e South Island con le zone naturalistiche
più spettacolari.

VENTO IN POPPA
Isolato nell’estremo sud del mondo,
è un paese sorprendente. Dopo
aver sorvolato continenti, deserti e oceani,
mi trovo in una ridente città
giardino: dicono la più estesa al mondo,
dopo Los Angeles. Il centro di
Auckland è limitato a un nucleo dove
pochi edifici d’epoca convivono
con grattacieli, banche, negozi e uffici.
La gente è la più varia: molti maori,
ben inseriti nella società e nel lavoro;
poi gli orientali: coreani, cinesi,
indiani, e ancora tanti polinesiani.
Ma gli anziani dove li mettono? Forse
sono tutti nei quartieri residenziali,
periferici, dove le villette hanno il
giardino e l’orto da coltivare.
Fin dalla prima passeggiata mi trovo
immersa in una folla multicolore
che mi trasmette allegria. C’è aria
fresca, pulita dal vento di mare. Le
case vecchiotte e gli edifici modei
sono ben tenuti, lindi.
Scendo al porto. Una lunga passeggiata
mi porta dall’imbarcadero
dei traghetti che collegano la città
con le isole; passo alla Westhaven
Marina, il famoso porto degli yachts
più veloci del mondo. La bandiera
italiana sventola su «Casa Italia», con
accanto le altre sedi delle squadre inteazionali
che si preparano alle varie
competizioni di vela e ai giri del
mondo. I kiwi (nome con cui si definiscono
i neozelandesi) sono molto
appassionati di mare e vela. Tradizione
che hanno in comune con i
primitivi abitanti. I maori, infatti, arrivarono
qui oltre 1.000 anni fa, sulle
piroghe, dalle lontane isole della
Polinesia. Un paese lindo, gradevole,
abitato da gente civilissima e gentile.
Tra l’altro le donne qui hanno
ottenuto per prime il diritto di voto,
più di 100 anni fa. I parchi e le strutture
pubbliche sono tenuti in modo
esemplare. Non ci sono ricchezze ostentate,
ma neppure miserie da nascondere.
Piace molto la Nuova Zelanda.
Molti stranieri arrivano e ritornano
e decidono di comperarsi
una casa.
Auckland, adagiata su una serie di
vulcani spenti, è circondata da una
baia ampia e articolata, con tante isole.
Una di queste, disabitata, si è
formata 600 anni fa da un’esplosione.
Il cono è ora ricoperto da una fitta
vegetazione; l’ambiente è protetto
e i sentirneri ben tenuti invitano a
scoprire una natura diversa.
Sbarcata dal traghetto, raggiungo
la cima insieme a un drappello di
giovani, tra cui un ragazzo che mi
parla in italiano. Mauro è nato a Buenos
Aires da una famiglia originaria
di Como. Dopo varie esperienze come
cuoco, anche in Italia e paesi baschi,
negli ultimi due anni ha lavorato
in nero a Sydney, in un ristorante
italiano: 10-12 ore al giorno in un
paese che difficilmente accoglie gli
stranieri.
In Nuova Zelanda spera di ottenere
più facilmente il permesso di
soggiorno: «Ho telefonato a casa e la
nonna mi ha raccomandato di non
ritornare in Argentina. È un momento
brutto per il mio paese».

STORIA DI PAULA
La regata del martedì è riservata
alle signore. Paula è rimasta a terra.
È arrivata quando il suo equipaggio
era già partito. Le vele sono ormai
lontane dalla baia. Ritoeranno a
Westhaven verso le otto. Paula le
guarda assorta; intanto mi racconta
della sua vita e del suo paese: «Amo
questa terra, moltissimo».
Dopo 12 anni a San Francisco, è
felice di essere tornata a casa. Anche
se, ammette, è impossibile non aver
nostalgia di San Francisco. Aveva un
lavoro di grande soddisfazione, ma a
un certo punto ha detto basta. «In America
ci sono troppi problemi: miseria,
droga, senza tetto – racconta-.
In Nuova Zelanda la vita è più semplice;
non abbiamo grandi ricchezze,
ma neppure problemi gravi. Gli
americani sono stupendi. Ho lavorato
con i poveri, nelle strutture ospedaliere
che la Califoia offre a
chi non può pagare. I latinos sono
gran lavoratori, gente di cuore. Noi
kiwi, invece, ci trovi dappertutto, in
giro per il mondo. Amiamo viaggiare;
non riusciamo a stare fermi e, come
gli australiani, ci sentiamo isolati
e lontani dall’Europa, dove rimangono
le nostre radici culturali».
Ci sono anche ragioni economiche.
I giovani non trovano facilmente
lavoro in patria, specie se hanno
un livello alto d’istruzione. Il paese
conta solo 3,7 milioni di abitanti: un
mercato troppo esiguo per giustificare
industrie manifatturiere. L’economia
si basa ancora sull’allevamento;
quasi tutto viene importato.
«Siamo rispettosi dell’ambiente –
continua Paula -. Il nostro è un paese
pulitissimo; abbiamo spiagge bellissime;
ma stiamo vendendo agli
stranieri i terreni più belli, dove vengono
poi costruite ville lussuose».
In effetti, qui sono i capofamiglia
che si costruiscono la casa, magari
con l’aiuto di qualche vicino o parente.
Sono casette graziose, di legno
e di pietra, con tanti fiori.
«Noi amiamo la semplicità; non
abbiamo il potere economico degli
americani, coreani o giapponesi».
Il governo ha incoraggiato l’insediamento
di questi facoltosi stranieri,
che tuttavia non portano benessere
al paese. Le loro attività rimangono
a casa loro. Qui vengono solo
per godersi una vita tranquilla, laghi,
monti e spiagge.

PAESE «ECOLOGICO»
Sono molto attenti all’ambiente i
kiwi. Greenpeace ha una sede ad
Auckland ed è molto attiva; oggi sta
lottando contro le cosiddette «spedizioni
scientifiche» giapponesi, che
non sono altro che licenza di uccidere
centinaia di balene nell’Oceano
meridionale.
La commissione internazionale
per le balene (Iwc) non ha mai commissionato
tale ricerca. Ma il Giappone
paga regolarmente alcuni stati
in via di sviluppo, affinché entrino a
far parte dell’Iwc e votino a favore
del progetto giapponese.
Negli anni ’80 Greenpeace fu coinvolta
e impegnata nella lotta contro
gli esperimenti nucleari nella Polinesia
francese. La Rainbow Warrior,
con bandiera Greenpeace, venne fatta
saltare da due agenti francesi. Il fotografo
di bordo rimase ucciso; i responsabili
condannati a 10 anni. La
Francia reagì imponendo l’embargo
sui prodotti neozelandesi. La popolazione
scese in piazza contro il nucleare:
si voleva impedire alle navi
con armamenti atomici di attraccare.
I rapporti con Usa e Australia, principali
mercati per il paese, si incrinarono.
I due agenti vennero liberati
nel 1991, dopo 6 anni di prigione,
quando salirono al potere i conservatori.

PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
Molto meno abitata di quella a
nord, l’isola meridionale conserva
ancora qualche tesoro naturalistico,
salvato dalle difficoltà di comunicazione.
La strada che attraversa la catena
delle Alpi meridionali e collega
alla selvaggia costa ovest, è stata aperta
solo negli anni ’60. Qui i ghiacciai
arrivano a pochi chilometri dalla
costa sul mare di Tasmania. Un
mare inquietante, con le sue onde
lunghe, spiagge deserte, lagune bordate
da spettacolare foresta pluviale.
Alberi endemici rari, eleganti felci
arboree e molto flax, pianta usata dagli
indigeni per tessere abiti e stuoie.
L’estremo sud-ovest è la regione
dei fiordi, sempre avvolta da nebbie
e pioggia, che in questi giorni estivi
brilla di una luce serena, con le sue
cascate, l’acqua limpida, il silenzio.
Ora tutto è protetto, l’intera regione
è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio
dell’umanità. Ma per secoli,
fino a pochi decenni fa, si continuò
a disboscare per far posto ai pascoli.
Fin dove arrivavano le strade si tagliava;
lo scempio è evidente in tutta
l’isola. Ora si pratica il rimboschimento,
ma con abeti americani, che
non hanno nulla a che vedere con le
preziose e delicate essenze endemiche.
Pare che qui gli alberi crescano
a una velocità ben superiore alla media.
Dopo trent’anni si tagliano e si
vendono ai giapponesi.

UN SALTO NELLE ISOLE FIJI
È un paradiso tropicale, ma ci sono
grossi problemi. Me ne rendo subito
conto, parlando col tassista indiano
Rajnesh. Suo nonno arrivò sull’isola
con gli inglesi, che avevano
bisogno di manodopera per le piantagioni
di canna da zucchero. Da
molti anni oramai la comunità indiana
ha superato in numero gli autoctoni.
L’ultimo presidente eletto era
indiano, ma fu estromesso da un
colpo di stato.
I fijiani vogliono riavere la terra
che gli indiani hanno lavorato per
cent’anni. È loro; ne avrebbero diritto;
ma a lavorarla sono gli indiani.
La questione non è facile da risolvere.
Intanto chi può se ne va. Rajnesh
ha cercato di ottenere un visto per
l’Australia, ma gli è stato sempre negato.
Solo chi dimostra di avere dei
parenti può ottenerlo.
Per gli australiani, invece, le Fiji
sono una meta turistica popolare.
Bob ha due farmacie a Sydney e può
permettersi un mese di vacanza due
volte l’anno, con la famiglia, tre figlie,
un genero e la bella moglie Bruna.
Il nonno di Bob era un minatore
disoccupato di Newcastle (nord dell’Inghilterra),
quando fu arruolato
dal governo e inviato nelle miniere
dell’Australia. Bruna, invece, è figlia
di un pescatore di Lipari. Arrivato in
Australia senza un soldo, si mise all’angolo
della via a vendere 4 pomodori;
il giorno dopo erano 8; e così
via. Ora la signora Bruna, che lavora
come omeopata, va in vacanza in
Europa una volta l’anno, ma non è
mai stata a Lipari e mi chiede notizie.
La rassicuro, anzi la invito a visitare
tutte le Eolie: rimarrà incantata.

VANGELO E TRADIZIONE
Non so da quanto tempo sono
sveglia. Mi rendo conto che è mattina
dal canto degli uccelli. Quanti e
diversi sono gli uccelli alle Fiji. Ce ne
sono di impudenti, che saltano sui
tavoli, ritti sulle zampine lunghe. La
mattina una specie di cuculo richiama
di continuo; al tramonto si scatenano
tutti insieme, nascosti nel folto
degli alberi.
Rispetto ad altri polinesiani, i fijiani
hanno capelli ricci e pelle più scura.
Mere è così grande, squadrata, imponente,
con la chioma crespa che le
copre appena il collo, da faticare a
credere che si tratti di una donna. Oramai
è un’amica e, da quando ha saputo
che sono cattolica come lei, mi
saluta con affetto. «Devo parlarti» mi
dice. Poi mi prende in disparte e mi
comunica gli orari delle messe. «Forse
riesci a prendere quella delle 19,
ma devi andare in città».
Sono molto devoti, gli abitanti delle
Fiji. Un tempo erano cannibali. Poi
arrivarono i missionari, metodisti ed
evangelici, e tutti aderirono alla fede
cristiana. Tuttavia rimane forte la tradizione
dello sciamano, che è una
donna, e del rito di bere la kava, un
liquore fangoso, ricavato da una radice.
Durante la cerimonia col capo
villaggio, si battono le mani e poi si
beve il liquido, con una mezza noce
di cocco, scavata e pulita.
Come tutti gli abitanti delle isole,
legati ancora alle antiche tradizioni
tribali, Inani è molto devoto: è un
predicatore evangelico e consigliere
per coppie in difficoltà. Molto soddisfatto
del suo lavoro, mi racconta
come sia riuscito a far riconciliare
molti sposi. «La donna viene dopo
l’uomo – mi dice convinto -. Noi fijiani
siamo molto credenti e studiamo
la bibbia, dove sta scritto che la donna
fu creata dopo l’uomo. La donna
deve rimanere in cucina» continua a
insistere. «Strano. Nel governo vi sono
molte donne» gli rispondo.
«Quella è un’altra cosa: è
politica». E chiude il discorso.

PAESE GIOVANE
Aotearoa (lunga nube bianca) è il
nome maori della Nuova Zelanda.
Quello attuale le fu dato dal navigatore
olandese Abel Tasman, primo europeo
ad avvistae le coste, desumendolo
da una regione della sua patria.
Era il 1642. Il tentativo di sbarco fu impedito
dai violenti scontri con i maori.
Più di un secolo dopo, anche James
Cook dovette affrontare le resistenze dei
locali, prima di riuscire a instaurare
rapporti amichevoli. Ancora un centinaio
d’anni e arrivarono balenieri e
cacciatori di foche.
Nel 1830 gli inglesi pensarono di
colonizzare l’isola, per evitare che
vi si insediassero i francesi, e dieci anni
dopo il governatore Hobson riuscì ad
accordarsi con i capi maori: con il trattato
di Waitangi (1840), la Nuova Zelanda
venne annessa all’impero britannico.
I maori ottennero gli stessi diritti
dei cittadini britannici, mantenendo
la sovranità sul territorio. In cambio, la
corona inglese ebbe la potestà di governare
il paese e acquistare le terre dai
locali.
Tale trattato pose le basi per una convivenza
pacifica di europei e maori. Oggi
la Nuova Zelanda è uno dei paesi più
tolleranti verso le differenti etnie e la gente
ne è orgogliosa.
A differenza dell’Australia, dove vennero
deportati i galeotti delle prigioni inglesi,
in Nuova Zelanda giunse una
borghesia coloniale, in cerca di terra
per fondare fattorie e allevamenti. Oggi,
gli europei costituiscono la maggioranza
della popolazione del paese.
SCHEDA
Superficie: 270.234 kmq.
Popolazione: 3,8 milioni di abitanti.
Gruppi etnici: europei 72%; maori
14,2%; polinesiani 4,8%.
Lingua: maori e inglese.
Religione: anglicani 17,5%; cattolici
13,1%; presbiteriani 12,7%; metodisti
3,4%.
Capitale: Wellington.
Forma di governo: ex colonia inglese,
indipendente dal 1931 nell’ambito del
Commonwealth: formalmente il capo
dello stato è la regina d’Inghilterra, rappresentata
da un governatore.
Economia: agricoltura (cereali, ortaggi
e frutta), allevamento (ovini) e pesca;
vari minerali e industrie agroalimentari,
tessili, chimiche e meccaniche.

VESCOVO PIONIERE
Tra i pionieri giunti nei primi anni della
colonizzazione, la chiesa cattolica
ricorda quest’anno il vescovo Pompallier,
che arrivò per primo nel paese
nel 1840. Il rispetto e l’affetto che dimostrò
sempre verso i maori, di cui
imparò la lingua, ne fecero un personaggio
benvoluto e molto popolare.
Per richiesta popolare, le sue spoglie
mortali sono state riesumate a Parigi e
portate in questi giorni a Christchurch,
in un’ua di legno di kauri scolpito.
Le celebrazioni sono durate alcuni mesi.
La teca, partendo da Dunedin, nell’estremo
sud, è stata portata in un ideale
pellegrinaggio attraverso il paese,
terminando nella cattedrale di St.
Patrick, a Auckland, centro delle sue attività
missionarie, dove il Pompallier
visse per quasi 20 anni.
Furono i padri e i fratelli maristi francesi
che giunsero per primi ad aprire
le scuole cattoliche.
Oggi ci sono 350 diverse comunità religiose,
cristiane e non, nel paese. I cattolici
sono circa 500 mila, distribuiti in
6 diocesi e 284 parrocchie. Gli ordini
religiosi sono 45 e oltre 300 missionari
neozelandesi nel mondo.
Nel novembre del 1986 il papa visitò
il paese e due anni dopo fu consacrato
il primo vescovo maori: Takuira Mariu.

Claudia Caramanti




Storie di ORCHI e CAVAOCCHI

Dalle favole alla realtà: il traffico di organi umani

A me gli occhi, ma anche i reni
In tutto il mondo si raccontano storie e leggende, dove i «cattivi» sono protagonisti.
Ma sono soltanto storie? I pedofili non sono forse «orchi»? Gli acquirenti di organi non sono forse «cavaocchi»? E che dire dei «mercanti di carne umana»?
Sì, spesso la realtà è molto più cruda della fantasia.

Antiche e nuove paure si mescolano
nella nostra vita, intrecciando
quanto ci raccontavano
i nonni con quanto viviamo
oggi.
Gli «orchi» delle fiabe esistono
realmente? Come terrorizzano la
quotidianità del vivere? Come cerchiamo
di esorcizzarli ed allontanarli
da noi e dai nostri bambini?
Così come gli «orchi» sono frutto
della nostra cultura, i «pishtacos» e,
la loro più modea versione, i «saca-
ojos» (letteralmente, «cava-occhi
») sono frutto della cultura peruviana.

QUEI GIORNI
A VILLA EL SALVADOR
Villa El Salvador, martedì 29 e
mercoledì 30 novembre 1988. Migliaia
di genitori di Villa e altri distretti
popolari di Lima correvano
disperati alle porte delle scuole per
portare via i propri figli.
I bambini piangevano, non comprendendo
il comportamento delle
mamme, spaventate e urlanti.
Erano apparsi i «sacaojos». Secondo
alcune versioni erano stranieri,
secondo altre erano medici. Quello
ritenuto certo era che questi individui
giravano a bordo d’automobili
sequestrando bambini per cavare loro
gli occhi e poi abbandonare le
piccole vittime con il viso coperto,
una busta di soldi e un messaggio di
ringraziamento.
Dovevo preoccuparmi? Io ero
straniero ed ero medico.
Di ritorno dall’ambulatorio, passai
con la mia piccola motocicletta
davanti ad una scuola quando, senza
sapere il perché, vidi un gruppo
di madri agitare minacciosamente i
pugni verso di me. Pur non capendone
il significato (in loco ero abbastanza
conosciuto), preferii tornare
a casa.
Qui cominciarono ad arrivare le
notizie: «Hanno trovato un bambino
senza gli occhi nel primo settore
di Villa El Salvador! È figlio di un
panettiere e lo hanno rapito da scuola!
». E ancora: «Nella casa di un falegname,
vicino alla chiesa, stanno
vegliando un bambino trovato morto
nella sabbia e senza occhi!».
Le segnalazioni erano tutte molto
precise, ma nessuno aveva visto i casi
che raccontava. Il panico si era diffuso
per tutta la città, come la piena
di un fiume che, dopo aver rotto gli
argini, invade ogni angolo delle campagne.
I genitori avevano assaltato le
scuole pretendendo la restituzione
dei loro bambini. Si organizzavano
gruppi d’adulti per dare la caccia
agli assassini, ai «sacaojos».
Michel, il sindaco, per provare a
smentire le segnalazioni, aveva inviato
delle automobili a cercare i
presunti cadaverini mutilati.
Anche Maria Elena, dirigente politica
e leader popolare, era corsa alla
scuola a prendere i suoi due bambini,
ed era venuta a casa mia per vedere
cosa fare.
Dopo essersi calmata, ci raccontò:
«Che strano! È come se i “pishtacos”
della sierra fossero scesi in città
e qui avessero cercato i più deboli fra
di noi per rubarci il poco che ci rimane:
gli occhi dei nostri bambini».
«Raccontami dei pishtacos, Maria
Elena» chiesi io, molto incuriosito.
«Dai racconti dei nostri nonni, sono
come te: con caagione bianca e
capelli biondi; girano nottetempo
per rubare il grasso ai campesinos e
portarlo via per muovere gli ingranaggi
della grande macchina Spagna.
Questo raccontavano i nostri
avi».
Maria Elena aveva studiato sociologia
all’Università e sapeva bene di
raccontare una leggenda, come noi
raccontiamo degli «orchi» ai nostri
figli. Sapeva questo, ma sapeva anche
calare nella realtà del momento
il panico che aveva sconvolto le migliaia
di famiglie della città.
«Siamo in una profonda crisi economica:
i nostri fratelli migrano nel
mondo in cerca di lavoro, le nostre
ragazze si prostituiscono, le nostre
madri generano i loro figli nella tubercolosi
e i nostri figli crescono senza
poter alimentarsi come sarebbe
loro diritto; ci stanno rubando anche
la speranza di un mondo più giusto.
La gente non ce la fa più; è questo
che ha generato la paura. I sacaojos
sono solo la materializzazione di
quello che noi sentiamo nei nostri
cuori; dopo aver rubato il grasso dei
nostri “campesinos”, il rame delle
nostre miniere, il guano delle nostre
isole, il pesce dei nostri mari, dopo
aver rubato i nostri migliori ragazzi
per portarli a lavorare da voi, dopo
aver rubato il corpo delle nostre ragazze,
ora ci rubate anche gli occhi
dei nostri figli.
Questo è quello che sente la gente;
so bene che non è vero, ma stai attento
in questi giorni».
La reazione più facile fu quella di
un sorriso, ma questo mi si smorzò
rapidamente quando ne discussi
con Andrés.
Andrés, regista cinematografico,
studi universitari
alla Sorbona di Parigi, mi
giurò di avee conosciuto
uno; un suo vicino
di casa a Miraflores
(quartiere
borghese di Lima).
Non lo chiamava
«pishtaco», neanche
«nakaq» e
nemmeno «sacaojos»; lo definiva
commerciante
di unguenti
di origine
umana, trafficante
di organi.
Dopo un primo
brivido, gli ribattei
l’assurdità
di tali affermazioni
e che doveva
vergognarsi di
diffondere leggende
e paure, proprio lui che era
una persona colta e preparata. Però,
nel fondo, un dubbio mi era rimasto.

DALLE STORIE DI «ORCHI»
AGLI INCUBI DI OGGI
Sono passati anni da allora e il mio
dubbio si è approfondito, invece di
sparire.
È infatti solo negli ultimi anni che
tutti insieme abbiamo scoperto, all’interno
della nostra società o appena
al margine di essa, cose
inimmaginabili e che superano
le favole degli orchi o, se
volete, le rendono attuali.
Un poco come
avvenuto in Perù,
dove i «pishtacos» si sono trasformati
in modei
«sacaojos».
Sul commercio
di organi umani, ho
sempre reputato che
questo fosse una «leggenda
urbana»: per la mia
mente era infatti
troppo distante,
troppo
cinico e
crudele, troppo, troppo… Forse se
fossimo stati al tempo degli schiavi,
ma oggi proprio no…
Ma, ripeto, tutti insieme abbiamo
cominciato a scoprire alcuni aspetti
dell’uomo (che non riusciamo ancora
ad accettare) come realmente esistenti:
– la pedofilia, da malattia del singolo
(l’orco) a commercio infame
– la prostituzione, dalla più antica
professione a schiavismo sessuale
– il turismo sessuale
– il commercio di clandestini per i
viaggi della speranza
– lo schiavismo nei confronti dei lavoratori
clandestini
– lo sfruttamento di piccoli lavoratori
ad opera di grandi multinazionali
(seppur indirettamente).
E poi ancora altri aspetti forse più
ambigui proprio perché nuovi (modei?),
anche se in realtà tremendamente
antichi:
– l’affitto di uteri umani
– la clonazione
– la sperimentazione di farmaci in
uomini e donne volontari (ma pagati).
Se per alcuni settori della nostra
società il corpo umano è commerciabile,
allora tutto è permesso. Potremmo
proporre i più svariati contratti
come facciamo con le cose: potremmo
affittare, comprare o
vendere una parte o tutto il corpo
(e, perché no, anche il cervello o l’anima).
Pensate veramente che sia tanto
assurdo? In alcuni paesi è la quotidianità,
e il prezzo dipende dalla domanda
e dall’offerta:
– quanto costa una sacca di sangue
in Perù o negli Stati Uniti?
– quanto guadagna un donatore (sarebbe
meglio dire un produttore)?
– quanto costa affittare un utero in
Califoia?
– quanto costa comprare una ragazza
moldava o albanese?
– quanto per affittae il corpo per
una notte?
– ed un bimbo? Che prezzo ha un
bimbo?
Potremmo continuare. Ma, scrivendo,
io stesso mi vergogno e mi
rendo conto che, se quanto detto sopra
è vero, allora tutto è possibile.
La barbarie del commercio umano
è la faccia più nascosta (non tanto
però) della barbarie dell’economia
che si mette allo stesso livello di Dio
e si sente padrona dell’uomo.
Vi è poi un altro piccolo aspetto
da ricordare. Nell’economia vige la
legge dell’offerta e della domanda ed
il commercio umano non scappa a
questa legge: nel commercio umano
l’offerta è sempre un prodotto della
disperazione di grandi masse e la domanda
è sempre di quel settore della
popolazione che possiede un forte
potere acquisitivo e che è quindi
concentrata nei paesi ricchi o, in
ogni caso, nei settori ricchi di ciascun
paese.

LA DONAZIONE:
IL CASO DELLE CORNEE
In Italia, come in tanti paesi, è vietato
il commercio sia del sangue che
dei tessuti umani e degli organi. La
legislazione si basa sulla donazione
volontaria e, a questo proposito, si è
dotata di sofisticati e capillari sistemi di controllo.
Quindi, nel nostro paese non è
possibile né comprare né vendere alcun
organo o tessuto. Il permesso di
donazione deve essere richiesto, registrato
e trasmesso ai centri regionali
di riferimento ed alla magistratura.
La donazione, grazie all’importante
partecipazione della società civile,
si sta sviluppando sempre più
(in qualche regione maggiormente e
in altre più lentamente); una delle
ragioni per sviluppare ancor più la
donazione (spesso limitata da problemi
organizzativi della sanità più
che da poca volontà della gente) è
quella di contrastare la ricerca illegale
di un organo (forse comprensibile,
ma sempre da condannare) di
chi, malato, è nelle lunghe liste di attesa.
A questo proposito mi sono trovato,
nell’ambito del mio ruolo di direttore
ospedaliero, a dover studiare
una riorganizzazione del sistema
che avevamo applicato per i prelievi
di coee da donatori deceduti.
La cornea è un tessuto che si può
prelevare dalla salma di un deceduto,
fino ad alcune ore dalla sua morte,
morte che viene certificata, come
previsto dalla norma, da un elettrocardiogramma
continuo della durata
di 20 minuti.
Avevamo nei nostri ospedali un
piccolo numero di donazioni e la
domanda di tessuti corneali per i trapianti,
necessari a ridare la vista a
tanta gente, era più alta dell’offerta.
La «Banca degli occhi» di Mestre
(Venezia) ci chiedeva di intervenire.
Siamo così diventati fra i primi donatori
di coee del Veneto che, a
sua volta, è fra i primi in Europa. Le
coee vengono donate dalle salme
di circa il 15% dei decessi che avvengono
negli Ospedali di Portogruaro
e San Donà di Piave (Venezia).
Il metodo usato è stato semplicissimo.
Siamo infatti partiti dall’idea
che la donazione è un atto di generosità,
al quale pochi si sottraggono,
e che quindi l’unico nostro compito
era di proporla, con i modi giusti, ai
parenti e in ogni caso di decesso.
La consulenza della «Banca degli
occhi» nella preparazione del personale
e l’obbligo imposto allo stesso
di proporre la donazione (e di
raccogliere le motivazioni di un’eventuale
impossibilità alla donazione)
hanno fatto il resto.
La donazione di coee è tecnicamente
molto più semplice della donazione
di un organo che prevede
l’accertamento della morte cerebrale;
ma è anche un esempio di come
la solidarietà gratuita sia molto più
potente del «commercio»; è pure la
dimostrazione di come sia necessaria
una legislazione forte e chiara su
questi temi e una volontà di applicarla
nell’organizzazione quotidiana
del sistema sanitario nazionale.
Il divieto assoluto di ogni tipo di
commercio di sangue, tessuti, organi
umani deve essere globalizzato e,
allo stesso tempo, reso inutile da una
cultura della donazione e i controlli
devono essere ferrei e capillari. Tale
legislazione deve però essere applicata parallelamente ad un’analoga
legislazione sul traffico di clandestini
per prostituzione o lavoro,
sul turismo sessuale, sul lavoro minorile,
sulla pedofilia organizzata.
Se si calpesta un diritto umano in
una qualche parte del mondo, se si
commercializza il corpo dell’uomo,
della donna e dei bambini: questo
deve essere sentito come un problema
di ciascuno di noi. La società globale
deve dotarsi di strumenti idonei
ad intervenire per bloccare tutto
ciò.

IL COMMERCIO
DI ORGANI UMANI
Spero che il commercio di organi
umani sia una leggenda metropolitana
come i «sacaojos» peruviani del
1987, ma ho il forte dubbio che nasconda
delle tremende verità.
A tale proposito propongo brevi
ed impressionanti schede raccolte in
internet e che ciascuno di voi potrà
trovare ed approfondire.

Stati Uniti:
rene offresi on-line
Negli scorsi mesi sul sito
www.ebay.com «hchero» (questo il
nome in codice dello sconosciuto
banditore) aveva messo all’asta «un
rene perfettamente funzionante»,
con «possibilità di scegliere tra i due
organi, il destro o il sinistro», precisando
che «i compratori» avrebbero
dovuto «sostenere tutti i costi e le
spese per il trapianto».
L’offerta, illegale anche per l’ordinamento
statunitense (la cui legge
federale prevede pene severissime
per il commercio di organi), ha tuttavia
ricevuto centinaia e centinaia
di offerte con la conseguente impennata
del prezzo che ha raggiunto,
in poche ore, quota 5 milioni e
750 mila dollari.
Inutile dire che l’intervento (anche
in questa circostanza tardivo)
dei responsabili della sicurezza del
sito (che hanno rimosso il messaggio
illegale) non è valso a placare le polemiche
che ormai da mesi si agitano
attorno a vendite illegali (e immorali)
realizzate quotidianamente
on-line.
In realtà, il problema è reso particolarmente
complicato (anche da
un punto di vista giuridico) dalla difficoltà
di individuare un responsabile
e dalla conseguente idea di impunità,
che si va diffondendo tra i cyber-
criminali.

Cina: un colpo alla nuca
In una corrispondenza dalla Malesia
pubblicata il 15/06/2000 dallo
Inteational Herald Tribune, l’autorevole
giornalista Thomas Fuller
riferisce che nella Repubblica popolare
cinese il traffico di organi,
espiantati da giovani condannati a
morte e giustiziati «ad hoc», continua
in circostanze disumane; nella
sola Malesia sono saliti a più di mille
i pazienti che si sono recati in cliniche
cinesi di stato e hanno ottenuto
trapianti di reni a prezzi di 10.000
– 12.000 dollari.
Secondo il Fuller, il metodo delle
esecuzioni (un colpo di pistola alla
nuca) rende particolarmente richiesti
i trapianti, in quanto non vengono
lesi gli organi espiantati. Pratiche
così barbariche, che apparentemente
includono selezioni e date di
esecuzioni in funzione della «domanda
» di organi, sono state in passato
documentate e denunziate da
Human Rights Watch, da organizzazioni
umanitarie e da enti inteazionali.
In una risoluzione approvata dal
parlamento europeo il 14/05/1998
(Risoluzione B4-0496, G.U. C 167
01/06/1998, p. 224) queste pratiche
atroci (di cui erano apparentemente
beneficiari anche ricchi pazienti
europei) venivano stigmatizzate e
veniva chiesto alla Commissione e al
Consiglio di intervenire presso la
Repubblica popolare cinese per
porre fine a questo commercio di organi
umani.

India: donatori viventi
L’India continua ad essere uno dei
luoghi principali di traffico nazionale
e internazionale di reni, acquistati
da donatori viventi.
Ai dibattiti medici e filosofici sulla
vendita dei reni (cfr. Daar 1989,
1990, 1992a, 1992b; Reddy 1990;
Evans 1989; Richards et al. 1998) e
alle indagini scientifiche circa l’alto
tasso di mortalità tra i riceventi stranieri
di reni acquistati in India (cfr.
Saalabudeen et al. 1990), non è seguito
alcuno studio a documentare
gli effetti medici e sociali a lungo termine
della vendita dei reni sui venditori,
le loro famiglie, le loro comunità.

Sudafrica:
dagli obitori della polizia
In Sudafrica la riorganizzazione
radicale della sanità pubblica, sotto
la nuova democrazia, e il dirottamento
dei fondi statali verso la prima
assistenza hanno spostato dialisi
e chirurgia dei trapianti nel settore
privato, con prevedibili conseguenze
negative in termini di equità sociale.
Nello stesso tempo, accuse di gravi
abusi medici (specialmente il prelievo
illegale di organi negli obitori
della polizia, durante e dopo gli anni
dell’apartheid) sono arrivate di
fronte alla «Commissione per la verità
e la riconciliazione del Sudafrica
».

America Latina:
sussurri e grida
Il primo caso accertato di traffico
di organi è del 1987, quando in Guatemala
vengono trovati 30 bambini
destinati alla vendita dei loro organi
a ricchi occidentali (cfr. Missioni
Consolata, maggio 1987; la rivista –
unica in Italia – denunciò il fatto). In
seguito, decine di casi sono stati denunciati
da associazioni umanitarie
in Argentina, Messico, Ecuador,
Honduras, Paraguay.
In Brasile le accuse di rapimenti di
bambini, furti di reni e commercio
di organi, tessuti e altre parti del corpo
continuano, nonostante l’approvazione
nel 1997 di una legge sulla
donazione universale, volta a soffocare
le voci e a impedire lo sviluppo
di un mercato illegale di organi.

Egitto: per 15 milioni
Il primo arresto per traffico di organi
umani, destinati a trapianti, risale
al 1996, al termine di un’indagine
su un traffico di reni umani prelevati
da viventi appartenenti alle
classi più povere, per un compenso
di circa 15 milioni di lire.

Moldavia:
gli organi dei disoccupati
L’allarme sul traffico di organi arriva
dal ministro dell’interno della
Repubblica Moldava, Vladimir
Turcanu; alla platea della Scuola superiore
dell’amministrazione dell’Inteo,
riunita per il convegno
sulla tratta di esseri umani, ha raccontato
una storia agghiacciante:
quella di 9 persone portate dalla
Moldavia in Turchia, con un visto
turistico, per vendere i loro organi.
Un caso al quale si aggiunge quello
di altri 15 uomini tra i 25 e i 30 anni,
trasportati prima in Turchia e poi
in Georgia, sempre per vendere un
rene ciascuno. Una denuncia, quella
del ministro, che nasconde storie
di miseria e disoccupazione.
Il reddito di un lavoratore moldavo
è di 60 dollari al mese e la disoccupazione
è altissima, tanto che in
molti cercano di raggiungere paesi
come l’Italia sperando di trovare un
lavoro. Vendendo un organo in poco
tempo possono guadagnare ben
3 mila dollari e nessuno di loro, ha
assicurato il ministro, è stato rapito
o costretto a farlo. Il ministro ha raccontato
però anche di un caso di rapimento,
quello di due bambini sottratti
alla propria famiglia e venduti
per appena 10-15 mila dollari.

Italia:
un rene per un lavoro
Sospetti di un commercio di organi
si sono affacciati più volte anche
in Italia in questi anni: dall’inchiesta
del 1990 su un presunto traffico
di bambini dal Brasile, a quella
avviata nel ’94 dalla procura di Catania
in seguito all’autodenuncia di
un giovane indiano di avere ceduto
un rene ad un italiano in cambio della
promessa di un posto di lavoro, all’inchiesta
che nell’estate del 1998
ha coinvolto il Policlinico di Roma.

I COMPRATORI
Si calcola che in soli tre anni, dal
1990 al 1993, in India (dove il commercio
di organi da vivente è legale)
siano stati venduti oltre 2.000 reni a
malati benestanti provenienti da Europa
e Medio Oriente.
Secondo la mappa dei possibili acquirenti,
almeno 960 malati dei paesi
del Golfo Persico hanno acquistato
un rene in India, Egitto, Iraq o
Filippine, e oltre 650 persone dell’Arabia
Saudita hanno acquistato
un organo in India.
Se questo trend venisse confermato,
affermano alcuni esperti, in India
la maggior parte della popolazione
più povera potrebbe trovarsi priva
di un rene.
È più cruda la realtà o la fantasia?

Guido Sattin




ASSASSINO PER STRADA

Da Mombasa al Congo
(ex Zaire) e ritorno,
i camionisti trasportano
anche… l’Aids.
Salgaà, fermata quasi
obbligatoria per autocarri,
ne è diventato un focolaio
di diffusione, dove
centinaia di donne
vi consumano storie
di miseria
e disperazione.

Entrambe le rotte, che da Nairobi
portano agli altipiani del
Uasin Gishu, offrono bellissimi
panorami. Su quella alta, di ultima
costruzione, non è consigliabile
fermarsi se non si è in un gruppo sostenuto:
la zona ospita la più forte
concentrazione di ladri e banditi del
Kenya. Imbocchiamo quella bassa,
antica, costruita dai prigionieri italiani
dell’ultima guerra mondiale.
Tutto sembra sereno: le panoramiche
sono straordinariamente varie
e belle. La visione della Rift Valley
è meravigliosa. I turisti si fermano
per godersi lo spettacolo e sono
subito assediati dai venditori di souvenirs,
che sbucano dalle numerose
baracche impiantate sulla strada.
Una di esse, chiamata «Milano Curious
», è specializzata nella vendita
di lance «originali» dei maasai, da loro
usate per uccidere i leoni. In realtà
vengono da un’officina alla periferia
di Nairobi; altre, più rudimentali,
dalle forge di fabbri kikuyu abitanti
nella zona. Solo i turisti troppo ingenui
si lasciano convincere.
Nonostante la serenità, il viaggio è
accompagnato da tristi ricordi per le
centinaia di persone che hanno perso
la vita in orrendi incidenti stradali
sulla rotta Nairobi-Nakuru. Al primo
cavalcavia dopo Limuru, anni
orsono, un missionario irlandese,
mio caro amico, venne ucciso in circostanze
sospette, ma ufficialmente
si parlò di «tentativo di sequestro di
vettura».
Appena oltre Naivasha una semplice
croce di legno segna il posto
dove fu trovato morto il missionario
americano padre Kaiser. Gli investigatori,
statunitensi dell’Fbi (che si fecero
rubare le pistole) e le autorità
locali affermarono trattarsi di suicidio;
ma nessuno vi ha creduto: l’ex
marine americano avrebbe dovuto
compiere centinaia di chilometri,
dalla sua missione tra i maasai, per
commettere il suicidio lungo una
strada a lui sconosciuta, a tre chilometri
da una stazione di servizio in
cui aveva fatto il pieno di benzina.
Oltre Nakuru, 25 km a nord,
all’incrocio per Rongai, s’incontra
Salgaà, una fermata
per autocarri che dal Kenya vanno in
Congo (ex Zaire), attraverso Uganda
e Rwanda. La località non compare
sulle mappe del paese, tanto
meno sulle brochures delle agenzie di
viaggi; ma è tristemente famosa per
i frequenti incidenti stradali. Fino a
cinque anni fa vi si fermavano solo la
polizia, per ragioni di lavoro, e i matatu
(taxi superaffollati) che, per evitare
rischi e pericoli, viaggiano in
compagnia.
Da qui, infatti, comincia la lunga
salita che, dal fondo della Rift Valley,
sale verso gli altipiani. Gli autocarri,
sempre sovraccarichi, viaggiano a
passo di lumaca, facilitando gli attacchi
dei banditi, a volte senza fermare
gli automezzi: tagliano i lucchetti
di cassoni e container e gettano
la mercanzia sulla strada, mentre
i complici seguono con i camioncini
e ricuperano la refurtiva.
Da alcuni anni, con l’aggravarsi di
tali fatti, i camionisti hanno paura di
affrontare di notte la salita: la sosta
nottua è praticamente obbligatoria.
Così Salgaà è nata ed esiste solo
per i soldi che i camionisti vi spendono
ed è diventato tristemente famoso
anche come centro di propagazione
dell’infezione di Aids.
Salgaà non è altro che una piccola
«Sodoma e Gomorra», un grande
postribolo. Un agglomerato di baracche
con una popolazione di circa
2 mila persone; 21 bar e vari hotel,
oltre 300 prostitute e quattro cliniche
per malattie veneree. Nessun distributore
di benzina, né botteghe,
né un servizio sanitario, come drenaggi
e fogne; l’acqua è sempre insufficiente.
Al calare delle tenebre i camionisti
parcheggiano gli autotreni
in doppia fila, formando
una solida muraglia in entrambi i
lati della strada. Bar e rosticcerie entrano
in azione. Arrivano le donne;
atmosfera e locali si riempiono degli
odori di birra, carne arrostita, spezie
varie, sapone e sudori umani.
In tempo di piogge, Salgaà è un
mare di fango nero, tipico della terra
locale chiamata cotton soil (terreno
da cotone), che entra nelle scarpe
e le risucchia via dai piedi; si attacca
dappertutto, scivoloso come
sapone. Poche ore di sole e diventa
dura come cemento. E ricomincia il
polverone.
Ma nessuno si lamenta. Se tutti si
adattano al fango o polverone, le
prostitute cercano di premunirsi al
pericolo d’infezione dell’Hiv-Aids,
ma non riescono ad evitarla: nel giro
di sette anni sono raggiunte dalla
sentenza di morte.
Tutti in Kenya sono al corrente di
tale epidemia: è stata ufficialmente
dichiarata «stato di emergenza nazionale
». Ma negli ospedali governativi
non vi sono più posti letto.
Quelli privati si sbarazzano dei pazienti,
a meno che non siano in grado
di pagare un prezzo esorbitante
per una cura che non esiste. I dati ufficiali
del 2001 dicono che in Kenya,
su una popolazione di circa 30 milioni
di persone, ne sono morte 250
mila. Il numero è molto più alto.
Tra la gente comune raramente si
parla di tale sindrome: significherebbe
un’implicita aberrazione sessuale.
Gli annunci per radio o sui
giornali parlano di «lunga malattia
coraggiosamente sopportata». In
modo figurativo si usano frasi come
slim o kauzi (magro come un filo),
mikingo (lenta foratura) e altre colorite
espressioni dei dialetti locali.
«Sono venuta qui per disperazione
– spiega Jane G. -.
Non mi piace quel che faccio,
ma non ho altra scelta. Rischiamo
la vita senza nessun profitto».
Tutte le donne che arrivano a Salgaà,
sfidando un rischio così alto per
un prezzo irrisorio (due-tre dollari,
un vestito o un pezzo di stoffa), sono
spinte da miseria e destituzione dal
lavoro. Le statistiche, per quel che
valgono, dicono che il reddito medio
dei kenyani è di 290 dollari per anno,
meno di un dollaro al giorno. L’esplosione
demografica continua; cresce
il tasso di disoccupazione.
Ultima nata in una famiglia numerosa,
condannata fin dalla nascita a
vivere nella miseria, Jane era rimasta
orfana dei genitori quando frequentava
la scuola media. Accolta dalla
nonna, anch’essa povera in canna, rimase
incinta a 17 anni e fu espulsa
dalla scuola. Abbandonato il villaggio
natio, trovò rifugio e qualche lavoro
presso un convento di suore cattoliche.
A 19 anni è finita a Salgaà.
Con la figlia di quattro anni, vive
in una piccola baracca di legno. I
muri della stanza sono coperti di vecchi
giornali, che servono a tenere
fuori vento e pioggia. Una tendina
divide la stanza in «soggiorno» e «camera
da letto». In un angolo sono
ammucchiati gli utensili da cucina. Il
focolare a legna si trova nel cortile.
La stanza è mantenuta scrupolosamente
pulita.
La baracca di Jane è in un angolo
del cortile, sul quale se ne affacciano
altre 15. Vi è un rubinetto dell’acqua,
che spesso non funziona; due cosiddette
docce e quattro latrine comuni
sono in uno stato pauroso: il tutto
per 30 persone.
In una capanna di fango, dietro al
Good Time Bar, troviamo Monica
M., 32 anni, Aids all’ultimo stadio.
Sta adagiata su un sofà mezzo scassato,
la pelle giallastra, marcata da segni
d’infezioni cutanee, il corpo deperito.
Da un anno soffre di polmonite
e tubercolosi. Sembra arrivata a
pochi giorni dalla morte.
All’improvviso arriva Peter, fratello
di Monica. Insiste nel dire che la
sorella soffre di tubercolosi e sta «migliorando
». Ma Jane, che mi accompagna,
m’informa che Peter è appena
ritornato dal villaggio natio, dove
si era recato per informare la parentela
dell’imminente trapasso della sorella.
Anche lui è disperato: ultimo adulto
della famiglia rimasto in salute,
deve provvedere a tutto; ma per le
cure mediche non ci sono più soldi.
Da Mombasa al Congo e ritorno, i
camionisti trasportano nel loro sangue
il morbo dell’Hiv e lo distribuiscono.
Salgaà è diventato un amplificatore
della tragedia dell’Aids, che
infetta circa il 14% della popolazione
kenyana.
In questa stagione non c’è il fango;
ma il polverone pervade l’atmosfera.
La zona appare desolata
come sempre e le storie di disperazione
provocano un attacco di
depressione. Neppure i verdi e freschi
altipiani del Uasin Gishu riescono
totalmente a far dimenticare
le sordide realtà
di Salgaà.

Giorgio Ferro




VITA DA «PIQUETEROS»

Il colpo di grazia lo diedero, negli anni Novanta,
le privatizzazioni del presidente Menem.
Oggi, organizzati in vari movimenti, ai milioni
di disoccupati e sottoccupati, di poveri e indigenti
non resta che far sentire la propria voce.
Ogni giorno più forte, considerato che l’incubo
della povertà ha colpito anche le classi medie.
«Se vayan todos», «se ne vadano tutti» grida
la gente a governo e politici. Ma per il paese
più europeo dell’America Latina una via d’uscita
dalla crisi è ancora tutta da inventare.

Buenos Aires. Il cielo è limpido
e il sole fa risaltare il
colore atipico della Casa
rosada, storica sede del governo.
Non è possibile avvicinarsi: una
poderosa rete metallica e un folto
schieramento di poliziotti in
divisa e giubbotto antiproiettile
tengono a debita distanza la gente.
Sulla rete sono stati appesi
striscioni biancorossi con tre parole
scritte a lettere cubitali: hambre,
represión, impunidad.
Plaza de Mayo non è soltanto il
cuore di Buenos Aires, ma dell’intera
Argentina. Non per nulla
quasi tutte le manifestazioni
popolari hanno in questo luogo
il loro punto di riferimento.
Oggi la piazza è invasa da disoccupati,
gente di tutte le età rimasta
senza lavoro o che mai ne ha avuto
uno. Dal palco, posto sotto l’obelisco
(la «Piramide de Mayo»), si sgolano
vari oratori, mentre tutt’attorno
la gente ascolta molto tranquilla,
quasi fosse abituata a questo tipo di
proteste.
«Non ti sbagli – mi spiega Alba
Piotto, giornalista del Clarín, il principale
quotidiano del paese -. Tutte
queste persone appartengono ai
movimenti dei “piqueteros”, divenuti
in pochi anni le organizzazioni
popolari più conosciute e seguite».
In Argentina, il termine piquetero
è utilizzato per designare i disoccupati
che fanno conoscere la propria
condizione attraverso l’interruzione
delle vie di comunicazione (all’inizio
della protesta, la strada nazionale
«22»). La prima manifestazione
dei piqueteros viene segnalata nel
giugno del 1996, in piena epoca menemista,
nella località di Cutral-Cò.
Una siffatta modalità di protesta
si diffonde rapidamente: nel 1998
viene interrotta una strada a settimana,
nel 1999 una ogni giorno e
mezzo, nel 2000 almeno una ogni
giorno e nel 2001 una media di 4-5
strade al giorno. È questa una vera e
propria trasformazione della protesta,
che abbandona le mobilitazioni
delle grandi organizzazioni sindacali
per passare a quelle cresciute
spontaneamente in seguito all’aggravarsi
della crisi e al diffondersi
del malcontento popolare. In particolare,
i cittadini dei luoghi più lontani
ed isolati individuano nella interruzione
delle strade del paese l’unico
modo per attirare l’attenzione
delle autorità pubbliche.
«Sono molti e ben organizzati –
spiega Alba -, anche se non hanno
un leader unico. Sono divisi in vari
gruppi. Ad esempio, uno si chiama
“Teresa Rodriguez”, in ricordo di una
giovane donna che morì durante
una protesta nella provincia di Neuquén,
in seguito alla repressione della
polizia. Era il 12 aprile del 1997.
Un altro gruppo prende il nome di
“Anibal Veron”, un meccanico ucciso
dalle forze dell’ordine a Salta il
10 novembre del 2000. Come si vede,
la polizia argentina ha spesso usato
le maniere forti contro i piqueteros…
».
Forse anche per questo sulla Plaza
de Mayo è schierato un servizio
d’ordine dei manifestanti, con tanto
di bracciale di riconoscimento e una
sorta di manganello in mano.
Mi rivolgo a uno di loro: «Non
temete che i vostri avversari
ne approfittino per accusarvi
di essere pronti…
alla violenza?».
«Ma se ho persino la
bandiera su questo
bastone! Non lo
porto per usarlo. È come avere un
grosso cane in una casa: anche se
non fa niente, quelli che sono fuori
sanno che c’è e portano rispetto. Insomma,
noi difendiamo in questo
modo le nostre famiglie che
vengono fino qui
con i bambini, le
donne, gli anziani.
Ma non
siamo violenti
noi!
Siamo ben
organizzati per uscire in strada e
portare avanti le nostre lotte contro
questo governo che sta schiacciando
il popolo. Non ci sono soluzioni
qui per la gente comune: c’è soltanto
emarginazione, indipendentemente
da chi sia il presidente».
Mi rivolgo alla persona che gli sta
accanto: «E lei come si chiama?».
– Mi chiamo Andrés.
– E questa sigla che significa?
– È il nome del movimento: “Movimento
indipendente licenziati disoccupati”,
ma presto lo cambieremo,
perché ci sono infiltrazioni di
gruppi che utilizzano il nostro nome
per fare cose strane. Quindi, fra poco
lo cambieremo. È una misura necessaria,
perché qui ci sono persone
prudenti che sono rimaste senza lavoro
e sono scese in strada per reclamare
il giusto.
– Da dove viene?
– Dalla provincia di Buenos Aires.
– Ha famiglia?
– Certamente, come tutti i compagni
che sono qui in piazza: tutti noi abbiamo
famiglia, una moglie e dei figli
da sfamare.

«RUBA AL POVERO,
PER DARE AL RICCO»
A lato della piramide di Plaza de
Mayo e a pochi passi dal palco dei
manifestanti, un uomo in clergyman
grigio, con una grossa croce ben in
vista sul petto, segue con attenzione
gli interventi degli oratori. Ci avviciniamo
con l’intenzione di fargli
qualche domanda, ma lui stesso ci
precede.
«Carissimi, benvenuti in Argentina!
La mia famiglia era di Bologna,
sapete? Il mio cognome è Baldisseri.
Mi chiedete perché sono tra questa
gente? La ragione è una sola:
perché io ho sempre lavorato con i
poveri e quindi aderisco pienamente
a questa convocazione pubblica
contro la politica economica del governo
».
Che tipo di politica? «Una politica
economica che si può riassumere
in uno slogan: “ruba al povero per
dare al ricco”. O alle multinazionali
».
Quindi lei è qui perché concorda
con i motivi della protesta? «Sì, pienamente.
Potrei non essere d’accordo
con qualcuno di quelli che parlano
dal palco, ma sono d’accordo
con questa manifestazione».
Lei opera a Buenos Aires? «Sì, ho
stabilito la mia sede di lavoro in un
luogo molto povero: La Matanza.
Un paese al sud, fra i più poveri,
quelli presi a calci da tutti. Lì lavoro
con altri religiosi».
Le chiese argentine che cosa stanno
facendo per questa crisi senza fine?
«In generale, sono sante e prostitute
ad un tempo: sante per la loro
essenza; prostitute a causa di
molte delle persone che le compongono
che vogliono sempre stare con
i potenti. Ci sono quelli che scelgono di lavorare per i poveri e quelli
che lavorano soltanto per se stessi
stando all’interno della chiesa».
Come giudica la Mesa de dialogo?
«Io penso che la “Mesa de dialogo”
non dovrebbe includere solo la
componente cattolica. Io, per esempio,
faccio parte del “Parlamento argentino
delle religioni”, dove sono
rappresentate tutte le chiese presenti
in Argentina: ci sono evangelisti,
rabbini, pentecostali, calvinisti,
luterani. Al suo interno nessuno fa
proselitismo per la propria chiesa,
ma cerca di lavorare di comune accordo
con gli altri su alcune cose che
si possono fare con la gente e per la
gente. Ecco, in questa direzione dovrebbe
muoversi anche la “Mesa de
dialogo”».
Lei è sempre stato sulle barricate,
dalla parte dei poveri? «Sì, sempre.
Ho 78 anni: fino a quando potrò
sarò al loro fianco».

UN MARITO, DIECI FIGLI,
NESSUN LAVORO
Sulla maglietta rosa è appiccicato
un adesivo: delegado.
«Mi chiamo Francisca Paz e vengo
da Cordoba» ci dice quando le
avviciniamo il registratore. Capelli
lisci e lunghi tenuti assieme da una
fascetta bianca con la scritta Polo obrero,
occhi malinconici su una faccia
simpatica, la signora Francisca si
spiega con parole semplici.
«La situazione economica è pessima,
perché è tutto molto caro e non
c’è lavoro. Io vivo a Villa Libertador
a Cordoba. Ho 10 figli e sia io sia
mio marito siamo disoccupati. È una
situazione molto critica».
Da quanto tempo siete senza lavoro?
«Mio marito da due anni. Io
ho fatto qualche lavoretto. Ogni tanto
».
E come riuscite a vivere? «Con gli
aiuti di altra gente: a volte mia suocera,
a volte i vicini. Ma, anche
quando riceviamo del pane, non è
mai sufficiente con 10 bambini».
Cosa pensa di fare, Francisca?
«Voglio continuare nella lotta. Spero
che questa ci aiuterà ad ottenere
qualcosa o almeno ad avere un nostro
futuro».

SCENDE IN CAMPO
LA CLASSE MEDIA
Quando si sono unite le bandiere
dei piqueteros con
quelle dei cacerolazos?
Come sono nati i violenti
disordini del
dicembre 2001?
Il movimento dei
piqueteros è nato
e si è sviluppato
tra la gente appartenente
ai ceti sociali
più bassi,
quelli che l’ultima
crisi ha portato a
livelli di indigenza
assoluta. Per anni la
classe media (dipendenti
statali, piccoli commercianti,
professionisti) era rimasta a
guardare, quasi indifferente ai
problemi dei disoccupati. Fino
al dicembre 2001, quando le
ultime decisioni del governo
De la Rua (il corralito, in particolare)
le fanno rompere gli
indugi.
Il 12 dicembre in migliaia
scendono per le strade battendo
sulle pentole da cucina.
Le cacerolas, appunto. È una
protesta originale che vuole dare la
sveglia ai potenti e, al tempo stesso,
ricordare a tutti che le pance sono
vuote e la misura colma. Il 18 il Frenapo
(«Frente nacional contra la pobreza
») diffonde il risultato di una
consultazione popolare sull’introduzione
di una indennità statale per
affrontare la disoccupazione, la povertà
e la recessione economica: oltre
3 milioni di argentini si esprimono
a favore della proposta.
Il 19 avvengono in tutto il paese
numerosi saccheggi ai danni di negozi,
in particolare di alimentari, elettrodomestici
e vestiti. Fa impressione
vedere donne con i bimbi in
braccio che entrano nei negozi messi
a soqquadro e freneticamente
riempiono le borse con pacchi di latte
o di farina. Sette persone rimangono
uccise. La polizia fa sapere
che, nella sola provincia di Buenos
Aires, sono state tratte in arresto
2.213 persone, accusate di aver partecipato
a saccheggi.
Il 20, mentre si diffonde la notizia
delle dimissioni di Domingo Cavallo,
la polizia federale comincia a lanciare
lacrimogeni sui manifestanti
riuniti (pacificamente) in Plaza de
Mayo. È il caos. Nei disordini perdono
la vita almeno 5 persone. La
sera arriva la rinuncia del presidente
Feando De la Rua, che lascia la
Casa rosada con un elicottero (e un
bel fardello di ignominia).

UNITI, MA PER DOVE?
In Plaza de Mayo svetta un cartellone
con una scritta: «Piquete y cacerola
la lucha es una sola».
La protesta delle pentole si è unita
a quella, più vecchia, dei piqueteros.
E il grido che ne esce è unico,
forte e deciso: «Se vayan todos!».
Che se ne vadano tutti!
(Fine 3.a puntata – continua)

La chiesa argentina davanti alla crisi del paese
IL PERICOLO DELLA DISSOLUZIONE
Ai tempi della dittatura militare, una parte della
chiesa argentina era stata criticata per non
essersi opposta con chiarezza alla deriva autoritaria.
Oggi la chiesa fa parte assieme al governo di un
organo consultivo denominato «mesa de dialogo». Di
esso fanno parte 6 persone, tra cui 3 vescovi: Jorge
Casaretto, Juan Carlos Maccarone e Artemio
Staffolani.
«La “mesa de dialogo” – spiega Mario Guglielmin,
missionario della Consolata a Buenos Aires -, accettata
dai vescovi dopo un lunghissimo e giustificato
tentennamento, si deve all’obbligo morale di tentare
l’ultima carta per portare la dirigenza argentina (a
tutti i livelli) a prendere coscienza della gravissima
responsabilità politico-sociale che le compete in
questo momento drammatico». In un breve discorso
all’inaugurazione della “mesa”, mons. Karlich, presidente
della Conferenza episcopale, aveva ribadito
che l’efficacia del dialogo sarebbe dipesa esclusivamente
dalla capacità di ogni settore di rinunciare a
una parte delle proprie esigenze per favorire il bene
comune, condizionando a tale atteggiamento la continuità
della partecipazione della gerarchia ecclesiastica.
Servirà a qualcosa la «mesa de dialogo»? «In
questo momento – risponde con franchezza padre
Guglielmin -, la “mesa” continua per rispetto del
popolo disperato, ma non ci sono speranze fondate
di qualche risultato positivo».
Intanto, lo scorso 25 maggio, il cardinale Jorge
Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e primate
dell’Argentina, nella cattedrale metropolitana e
davanti al presidente Eduardo Duhalde, ha pronunciato
una durissima omelia contro il comportamento
di molti alti dirigenti del paese, accusati di lavorare
soltanto per mantenere il proprio potere e i
propri privilegi.
«La sofferenza altrui e la distruzione causate da questi
drogati del potere e della ricchezza sono per loro
soltanto numeri, statistiche, variabili». E, mentre la
distruzione cresce, per giustificare ed esigere più
sacrifici, si ripete la solita frase «non c’è altra via
d’uscita».
Il cardinale ha avuto parole pesanti anche per i
cosiddetti tecnocrati: «Gli ambiziosi scalatori, che
dietro i propri diplomi inteazionali e il linguaggio
tecnico (tra l’altro, facilmente intercambiabile)
camuffano i propri saperi precari e la quasi inesistente
umanità» (chissà, c’è da chiedersi, se il cardinale
aveva in mente l’ex ministro dell’economia
Domingo Cavallo, certamente il più famoso tra i tecnocrati
argentini…).
Poi il porporato ha alzato la voce per difendere la
gente comune: «Sappiamo bene – ha detto – che questo
popolo potrà accettare umiliazioni, ma non la
bugia di essere ritenuto responsabile dell’esclusione
di 20 milioni di fratelli colpiti dalla fame e calpestati
nella dignità».
Mons. Bergoglio ha concluso richiamando la necessità
di «aprire gli occhi per tempo», perché dietro
l’angolo c’è la dissoluzione nazionale.
Servirà questo potente atto d’accusa del cardinale
Bergoglio? «La dirigenza nazionale – annota
ancora padre Guglielmin -, teme gli interventi dell’arcivescovo,
ma è troppo condizionata dalla sua
cronica corruzione e, forse, anche dalla sua oggettiva
incapacità per trae insegnamento».

Per maggiori informazioni si veda il sito
della «Agencia informativa católica argentina» (Aica):
www.aica.org

Paolo Moiola




40° ALL’OMBRA

Tre giovani missionari
della Consolata, Flavio
Pante, lo spagnolo
Ramon Lazaro e il
kenyano Michael
Wamunyu, hanno da
poco preso in consegna
la missione di Dianra,
nel nord della Costa
d’Avorio. Ristrettezze
materiali e novità della
lingua e cultura sono
iniezioni di entusiasmo.

Da Grand Béréby padre Zaccaria
mi porta a Dianra, l’ultima
missione affidata ai missionari
della Consolata nell’estremo
nord della Costa d’Avorio, oltre 700
chilometri dal litorale. Per 200 km la
strada si snoda tra la fitta foresta tropicale,
finché sfocia gradualmente in
larghe praterie, punteggiate da diradati
alberi di alto fusto.

CATTEDRALE NEL DESERTO
Al confine tra foresta e savana, la
strada si dilata fino ad avere otto corsie
che immettono nella città di Yamoussoukro
(120 mila abitanti), costruita
in tempo di vacche grasse dal
defunto presidente Houphouët Boigny,
per elevare il suo villaggio natale
a capitale politica del paese. Ecco
all’improvviso apparire la basilica
della Madonna della Pace: «La San
Pietro africana; la più grande cattedrale
del mondo» nella mente del
suddetto presidente.
In effetti, essa è costruita «a immagine
» della basilica vaticana; in
realtà è più piccola, anche se in fatto
di dimensioni non scherza: l’area totale
misura 30 mila mq e può contenere
7 mila persone. È costata oltre
200 milioni di lire italiane: una cifra
enorme per un paese appena entrato
in una profonda crisi economica.
L’idea fu molto criticata, più all’estero
che nell’interno del paese in verità.
Il presidente si è sempre difeso
dicendo di avere pagato di tasca sua.
Le polemiche si sono riaccese quando
Boigny ne fece dono al papa, che
la consacrò di persona nel ’90.
Per l’occhio occidentale, rimane la
classica «cattedrale nel deserto»; ma
per gli avoriani è motivo di orgoglio,
meta di turismo e pellegrinaggi.
Le guide si affannano a sottolineare
le somiglianze con la basilica romana
e perfino elementi di superiorità.
Lascio il cicerone africano e continuo
per mio conto, soffermandomi
ad ammirare i colori sfolgoranti delle
vetrate. Alla fine della visita provo
un senso di piacevole ammirazione,
aumentata dalla suggestione del tramonto,
quando il disco rosso del sole
circonda la cupola di un’aureola di
autentico mistero.
La scena fa dimenticare ogni polemica:
in fondo, se ammiriamo le cattedrali
medioevali dell’Europa, costruite
quando la gente tirava la cinghia
più degli avoriani, perché questo
angolo africano non dovrebbe avere
qualcosa di bello da ammirare?
Riprendiamo il viaggio e attraversiamo
la città. Su una collina troneggia
il palazzo del parlamento, ma il
resto delle case sono di modeste proporzioni.
I viali che s’intersecano
nell’abitato sono esageratamente larghi,
ma scarsamente frequentati, eccetto
le strade di attraversamento. Fa
un certo effetto vedere una mandria
di bovini sfilare tranquillamente nella
capitale, come in un qualsiasi villaggio
di campagna.
A notte fonda raggiungiamo la
missione di Sakassou, accolti calorosamente
dai preti fidei donum di Belluno
e abbracciati dai tre confratelli,
venuti a prelevarmi e, al tempo stesso,
per confabulare con padre Zaccaria,
loro superiore regionale.

RITI DI BENVENUTO
Il risveglio è avvolto da una nebbia
fitta e appiccicosa, che sale da un
grande lago artificiale. Ma, appena
fuori della zona, la nebbia si dirada
e un sole che spacca le pietre ci accompagna
per tutto il viaggio: 100
km di asfalto, con fermata a Bouaké
per le provviste, e altri 170 su terra
battuta fino a destinazione.
Appena entrati nel territorio della
parrocchia, ci fermiamo nei villaggi
più importanti, per salutare catechisti
e leaders delle comunità. Ad ogni
sosta si ripete il rito della nouvelle
(notizia), già sperimentato nelle missioni
della costa, ma con qualche novità.
Si inizia con calorose strette di
mano, quindi ci si siede all’ombra di
un albero; ed ecco arrivare una donna
con in mano dei bicchieri e una
bottiglia d’acqua. Dopo chilometri di
polvere, a 40 gradi all’ombra, nulla è
più gradito di un bicchiere d’acqua.

Quindi inizia lo scambio di saluti:
– Qui niente di male.
– Anche per noi niente di male.
– Grazie a Dio sono qui e vi vedo.
– Grazie a Dio, anche noi siamo
qui e ti vediamo.
Si prosegue con la «notizia» che,
nel nostro caso, consiste nel dire la
provenienza e scopo del viaggio. Il
pezzo forte della nouvelle, naturalmente,
è la spiegazione della mia presenza.
«L’ospite viene dall’Italia». I
leaders saltano in piedi e mi stringono
la mano dicendo: «Fo tama na»
(benvenuto). Il padre continua: «È
mio confratello, missionario come
me». Nuove strette di mano condite
di sorrisi. «Ha lavorato come missionario
in Sudafrica. È giornalista. Si
fermerà alcuni giorni. Verrà a visitarvi
e fare qualche fotografia». A ogni
mozzicone di notizia si ripetono sorrisi
e strette di mano. Alla fine perdo
il conto di quante volte mi alzo in piedi
per ricambiare i saluti, con un esercizio
ginnico che rimette in sesto
le ossa indolenzite dal viaggio.
La «notizia» continua con la comunicazione
di futuri incontri o la
discussione di eventuali problemi
della comunità. Esauriti gli argomenti,
padre Flavio dice: «Ora chiediamo
la strada».
Non si tratta di domandare informazioni
sulla via per arrivare a casa,
dal momento che di strada ce n’è
una sola e i padri ormai la conoscono
troppo bene. Anche questa espressione
fa parte del rituale di ospitalità:
chi riceve un visitatore si
sente in qualche modo responsabile
perché egli giunga sano e salvo a destinazione;
per cui le ultime parole
rituali sono sempre: «Buona strada!
Cammina bene!».

SPIRITI SFRATTATI
Di fatto il viaggio procede bene,
condito da una miriade di notizie. La
missione di Dianra faceva parte della
parrocchia di Mankono. Con due
missionari, in un territorio vasto come
una diocesi, era impossibile una
evangelizzazione sistematica; perciò
nel 2000 il territorio fu diviso in quattro;
la parte settentrionale è stata affidata
ai missionari della Consolata;
quando sarà arrivato altro personale,
essi prenderanno in consegna anche
quella confinante di Marandallah.
Mentre passiamo accanto a Dianra
Village, padre Ramon mi indica la
chiesa, in bella posizione panoramica,
su un’altura a ridosso dell’abitato,
e ne racconta la storia singolare:
«I primi fedeli si radunavano nella
scuola. Quando questa non fu più
disponibile, chiesero al capo del villaggio
di usare la collinetta. “Non sapete
cosa chiedete: quel luogo è abitato
da spiriti vendicativi, che spesso
bruciano il villaggio” disse il capo.
Coperta da fitto sottobosco e grandi
alberi, la collina era ritenuta un
luogo sacro e la gente vi si recava per
pregare e offrire sacrifici a spiriti e
antenati. Spesso, durante la stagione
secca, la sterpaglia s’incendiava e il
fuoco si propagava alle capanne circostanti. La disgrazia veniva attribuita
all’ira degli spiriti, offesi da
qualche malefatta della gente».
Il catechista insistette, dicendo che
i cristiani non temono il potere di tali
spiriti. E poiché la gente non oppose
alcuna difficoltà, dal momento
che i cristiani avrebbero usato il luogo
sacro per venerare i propri spiriti,
il capo acconsentì. «A vostro rischio
e pericolo» aggiunse lavandosi
le mani.
«Piano piano – contina padre Ramon
– i cristiani ripulirono l’altura. I
più zelanti avrebbero voluto abbattere
anche gli alberi secolari, per cancellare
ogni traccia di superstizione,
ma i missionari ordinarono di non
toccarli. Eliminata la sterpaglia, finirono
gli incendi: un fatto portentoso
agli occhi di tutta la popolazione
del villaggio.
La gente continuò a frequentare la
collina con i propri riti, finché un
giorno una vecchietta toò indietro
trafelata e domandò al catechista:
“Chi c’era oggi sulla collina? Chi era
l’uomo bianco, con la lunga veste
bianca e un libro in mano?”. “Nessuno.
Oggi non vi abbiamo fatto la
preghiera” rispose il catechista. “No,
no! – insisteva la donna -. Ho visto
un uomo vestito di bianco, che leggeva
e pregava con un grosso libro in
mano”. “Sarà lo spirito del nuovo
culto cristiano, la religione della bibbia”
spiegò il catechista divertito.
La notizia della visione si sparse in
un baleno e i cristiani si affrettarono
a spianare la collina, costruire la cappella
e altri modesti fabbricati: oggi
tutta l’altura è a disposizione dei cattolici,
con tanta invidia dei protestanti
che, arrivati molto prima di
noi, non hanno avuto tanto coraggio
e fantasia».

DESERTO… SENZA CATTEDRALE
Ancora 20 km e siamo in vista di
Dianra Centro. Passiamo davanti alla
fabbrica per la lavorazione del cotone,
quindi tra un modesto motel e
belle case per gli impiegati della fabbrica,
infine arriviamo nel grosso del
paese: case in muratura e capanne di
fango allineate lungo due strade che
s’incrociano a sghimbescio.
Svoltiamo a sinistra e siamo nella
missione. Sembra di essere in un piccolo
deserto: il sole canicolare è allo
zenit; il termometro sfiora i 40° all’ombra,
ma è un caldo molto secco,
ben diverso da quello umido del sud.
Le strutture sono ridotte all’osso:
una modesta cappella, un piccolo
centro per i catechisti, ancora in costruzione,
e l’abitazione dei missionari,
simile a un minuscolo cubo in
muratura, per metà usato come sala
da pranzo e d’accoglienza; il resto adattato
a camerette, in cui si sta come
sardine.
«L’evangelizzazione della zona di
Dianra – spiega padre Ramon – è iniziata
nel 1985: un padre arrivava in
motocicletta da Mankono, 110 km
di distanza, una o due volte all’anno.
I primi incontri avvenivano in qualche
famiglia; poi nella scuola, finché
nel 1989 fu costruita la cappella e,
più tardi, la casetta per il prete di
passaggio».
«Siamo ancora agli inizi – continua
padre Flavio -. Prima che alla nostra
sistemazione, dobbiamo pensare a
organizzare la vita cristiana delle comunità,
catechesi e catecumenati soprattutto.
Ma il problema è avere
bravi catechisti. Per questo stiamo
costruendo un piccolo centro, in cui
accogliere e formare i leaders. Vogliamo
cominciare dalla base, senza
dare nulla per scontato, per progredire
gradualmente con una formazione
sistematica».
«Siamo arrivati alla fine di maggio
2001- aggiunge padre Ramon -. Nei
primi mesi abbiamo imparato la geografia
del luogo. Ora sappiamo che
ci sono 75 villaggi, alcuni dei quali
hanno visto il missionario per la prima
volta. Nei quattro centri più grandi
c’è la chiesa in muratura, con comunità
di un centinaio di fedeli, in
maggioranza non ancora battezzati;
in una trentina di villaggi il numero
dei cristiani non supera la ventina e si
radunano in cappelle di fango o sotto
gli alberi».
I tre missionari parlano con l’entusiasmo
dei pionieri, mettendo in evidenza
speranze e difficoltà. «Rispetto
alle missioni del sud – dice padre
Ramon – qui abbiamo un popolo solo:
l’80% è senufo, con forte identità
linguistica e culturale: dobbiamo imparare
una sola lingua». «Che è molto
difficile» aggiunge padre Michael.
In realtà i senufo, 2 milioni circa,
sono divisi in una trentina di gruppi
linguistici che, in generale, s’intendono
tra loro. Nella zona di Dianra
ci sono 7 gruppi, con prevalenza dei
batto; ma la loro lingua è ancora intonsa:
non esiste nulla di scritto. Inoltre,
nell’insegnamento scolastico
viene usato il francese; per cui gli stessi
senufo non sanno leggere il proprio
idioma, eccetto pochi intraprendenti
autodidatti.
Tutti e tre i missionari si sono tuffati
nello studio autodidatta della lingua
e cultura locale: padre Michael
comincia a capire e farsi capire a sufficienza;
padre Ramon lo segue a ruota;
padre Flavio riesce a leggere l’ordinario
della messa e a pronunciare
le frasi convenzionali.

È FESTA VERA
«Di tutta la diocesi, noi siamo i primi
a usare il senufo nella liturgia»
confessa padre Michael con un pizzico
d’orgoglio. Ma viene usato anche
il francese, poiché parte della comunità
è composta da famiglie di impiegati
nella fabbrica di cotone e
funzionari governativi, provenienti
da altre regioni della Costa d’Avorio.
In chiesa, la domenica, i senufo si
accomodano da una parte, i francofoni
dall’altra, non per ragioni etniche,
ma per motivi pratici: ogni
gruppo ha la propria corale, con relativi
tamburi, xilofoni e altri strumenti
musicali, ed esegue i canti nel
proprio idioma. Letture, omelia e
canti sono tutti ripetuti nelle due lingue.
La messa dura almeno un paio
d’ore, ma non ci si accorge. Ogni celebrazione
è indimenticabile, come la
notte di natale, vissuta insieme a padre
Michael a Dianra Village.
Fin dal tardo pomeriggio la gente
comincia a gremire la collina dove
sorge la cappella. Ai cristiani e catecumeni
si è unita una folla di simpatizzanti
e semplici curiosi. Alle 10 di
notte inizia la celebrazione; ma i catechisti
fanno fatica a selezionare coloro che devono entrare in chiesa.
E inizia la festa, come solo gli africani
sanno fare. Vengono cantate
tutte le parti possibili e immaginabili
della messa. Sostenuta dal coro, la
gente partecipa con tutto il proprio
essere. Dall’altare si vede una marea
di teste che si piegano a destra e a sinistra,
avanti e indietro con sincronia
perfetta, accompagnando i movimenti
con battiti di mani e piedi,
seguendo il ritmo di tamburi e xilofoni.
Pur restando tra i banchi, nessuno
resta fermo, ma canto e danza
s’intrecciano in un ritmo travolgente,
che contagia vecchi e bambini.
Lo scambio della pace è un’esplosione
di frateità: cantando e danzando,
tutti stringono la mano a tutti,
finché il celebrante, a fatica, richiama
al dovuto raccoglimento.
La messa finisce dopo mezzanotte,
ma la gente continua la festa, cantando
e danzando fino all’alba. Padre
Michael ed io ci ritiriamo in due capanne,
agli antipodi del villaggio,
messe a disposizione dalla gente per
farci riposare. Potremmo tornare a
casa, ma da queste parti solo i malintenzionati
viaggiano di notte.

FRATERNITÀ
La mattina di natale padre Flavio
passa a prelevarmi e mi porta con sé
a Biélou, uno dei quattro centri della
parrocchia di Dianra. La cappella
in muratura è molto grande e piena
come un uovo.
La messa si svolge come al solito:
letture bilingue e canti e danze al ritmo
di xilofoni e tamburi indiavolati.
Ma quando questi tacciono, qualche
testa comincia a piegarsi sotto il peso
del sonno: anche a Biélou la gente ha
fatto la veglia, pregando, cantando e
danzando tutta la notte. Alcuni catechisti
passano tra i banchi e, con discreti
colpi di bacchetta, invitano a
sollevare il capo e aprire gli occhi.
Alla fine della messa il padre augura
a tutti buon natale, li ringrazia per
la festosa partecipazione alla liturgia
e chiama per nome tutte le comunità
dei villaggi circostanti e le incoraggia
a perseverare nella fede, come hanno
dimostrato nel giorno di natale: alcuni
hanno fatto 40 km a piedi e meritano
un caloroso battimano.
Ma ce n’è anche per me: non contento
di avermi presentato all’inizio
della messa, padre Flavio invita la
gente a darmi il benvenuto ufficiale:
mi siedo davanti all’altare, su un basso
scranno di legno, a pochi centimetri
dal pavimento, e tutti i presenti
sfilano a stringermi la mano, ripetendo:
«Fo tama na» (benvenuto).
Dovendo alzare le braccia centinaia
di volte, alla fine della cerimonia i
muscoli sono indolenziti per l’insolito
esercizio, ma il cuore è pieno di
grata ammirazione.
Ma le sorprese non sono finite. La
comunità di Biélou ha preparato il
pranzo per tutti i convenuti alla festa
di natale. Seduti all’ombra di
due giganteschi alberi di mango, gli
ospiti sono serviti per primi, perché
possano al più presto riprendere la
strada di ritorno e arrivare a casa
prima del tramonto. I più lontani
dovranno peottare in qualche villaggio
intermedio.
Padre Flavio e io siamo serviti in
casa del catechista. Un piatto di riso,
una coscetta di pollo con relativa salsa
e una gassosa è il nostro pranzo di
natale. Eppure, l’ospitalità della gente,
la condivisione della loro gioia, la
testimonianza di frateità e solidarietà,
nonostante la loro povertà, tanto
ricca di valori umani ed evangelici,
è un’esperienza indimenticabile,
che fa toccare con mano il mistero
del natale: Dio fatto uomo
per insegnarci a vivere come
fratelli veri.

Benedetto Bellesi