DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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MOZAMBICO – Ma era proprio biondo?

Appartengono alla «Scuola d’arte macúa» del Niassa.
Diversi per carattere, formazione culturale e vicende familiari,hanno in comune l’odio per la guerra
(tutte le guerre) e il gusto per il «nuovo». Anche nel ritrarre la bibbia.

J oão Torchio e Luís Prisciliano entrano titubanti nella redazione di Missioni Consolata. Vengono dal Mozambico: ed è la prima volta che escono dal loro paese. Li accompagna padre Giuseppe Frizzi, missionario della Consolata.
Fa abbastanza caldo a Torino. Ma il signor Prisciliano se ne sta rannicchiato in un giaccone grigio-nero: ha l’aria severa, espressione accentuata dalla barba ispida. Invece il compagno Torchio, dal volto più disteso, spicca per una camicia gialla a mezze maniche. Entrambi sono artisti della Escola de arte «macúa», fondata da padre Frizzi.
«Benvenuti, amici, e accomodatevi! Grazie della vostra visita».
un orfano alla ribalta
– Signor Torchio, il suo cognome è un po’ curioso…
– Infatti non è mozambicano. È italiano. Sono figlio di un vostro connazionale.
– E dov’è oggi suo padre?
– Dovrebbe essere in Italia.
Dunque João Torchio, 43 anni, è figlio di un italiano. La mamma invece è del Malawi. Però João si ritiene orfano, perché da molto tempo ha perso ogni traccia dei genitori. Era ancora bambino quando il padre lo «consegnò» ai missionari della Consolata di Massangulo: di tanto in tanto, fino al 1975, il genitore visitava il figlio. Lo stesso facevano la madre e uno zio materno. Poi più nulla.
Il padre di João ritoò in patria, dove tutt’oggi vivrebbe con moglie e figli.
«Considero genitori padre Pietro Calandri e suor Franca Cavicchi – dichiara il meticcio -, cui devo grande riconoscenza, come pure ad altri missionari della Consolata. Oggi sono sposato con 10 figli: insieme alla moglie, sono la mia unica gioia. Ciò non toglie che la mia esistenza sia ancora dura. Mia compagna è sempre la solitudine».
Una solitudine resa più acuta dale tragedie sofferte dal Mozambico. João era ancora bambino quando, negli anni ’60-70, il suo paese lottava contro il Portogallo per l’indipendenza nazionale: uno scontro armato durato circa 15 anni. Poi, quasi subito dopo l’indipendenza del 1975, la devastante guerra civile tra Frelimo e Renamo, terminata solo nel 1992. «Due conflitti sanguinosi – commenta Torchio -, senza contare le persecuzioni religiose, le nazionalizzazioni forzate, i profughi interni, la fame, l’ingiustizia».
Nel frattempo il giovane João, abbandonato dai genitori, cresceva accanto ai missionari. Il ragazzo era attratto, soprattutto, da padre Calandri «pittore»: le «nature morte» e i «paesaggi sconfinati» del missionario lo affascinavano. Suor Franca capì che nel ragazzo non c’era solo curiosità: e gli mise in mano carta e pastelli. Fu così che João si rivelò un cartellonista e fumettista prodigioso: con i suoi disegni rallegrava tutte le feste della missione di Massangulo…
Se ne accorse anche padre Frizzi, che gli propose di lavorare nella Escola de arte «macúa» presso la missione di Maúa. «João Torchio – afferma il missionario – varia molto lo stile, alternando quello realista con quello semirealista, impressionista ed altri stili: cubico-geometrico, circolare-duale. Ma, al di là della tecnica, l’autore ha sempre presente la bibbia, che traduce secondo la cultura africana».
– Signor Torchio, qual è la fonte di ispirazione delle sue raffigurazioni?
– Innanzitutto la mia fantasia. Poi, quando padre Frizzi, mi ha chiesto di ritrarre il Vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli, fonte di ispirazione sono i fatti della bibbia.
– Fatti che, tuttavia, lei non copia, ma «interiorizza».
– L’artista non copia; trasfigura, interpreta.
– Come sono stati accolti i suoi lavori?
– Non sempre con favore.
Ad esempio: fu chiesto a Torchio di pitturare l’abside della cattedrale di Lichinga; ma il suo progetto venne respinto dai «tradizionalisti». E l’artista fu costretto a modificarlo. Questo lo ha molto rattristato. Oggi, però, non mancano segnali di comprensione ed accettazione del suo stile.
– Signor Torchio, in questi giorni lei è in Italia. Quali sono le sue impressioni?
– Finora sono stato solo a Roma. Ma penso di avere già visto molto nella vostra capitale, che è anche quella di tutti i cattolici del mondo. Roma è pure un centro storico unico e un immenso tesoro d’arte. Io sono rimasto senza parole nel camminare lungo le strade della «città eterna», perché le emozioni erano troppe.
– Ora, in Italia, non le piacerebbe sapere anche qualcosa di preciso su suo padre?
– E me lo domanda?
un «eretico» estroverso
«Se l’amico João è interamente figlio dei missionari della Consolata, io lo sono solo per metà: infatti devo la mia formazione anche a padri monfortani…». Esordisce così Luís Prisciliano, senza attendere la nostra domanda. Nel frattempo si liscia i baffi con il pollice e l’indice. Il suo volto, ora illuminato dal sorriso, appare meno «nero».
Ma ritorna «nerissimo», quando bolla le «guerre criminali patite dal popolo mozambicano». Al che ci sentiamo quasi obbligati di replicare, ricordando che nel paese la situazione è migliorata.
– Oggi, finalmente, vivete in pace e godete della democrazia!
– Certo, certo. Ma bisogna passare dalla democrazia delle parole a quella dei fatti. Il popolo vuole gesti concreti, non ideologie.
Prisciliano è un eclettico. È stato maestro e contabile, con alle spalle un buon bagaglio culturale. Voleva anche fare l’infermiere. «Poi, come mestiere, ho cominciato a dipingere per guadagnare. Però non sono diventato ricco, anzi!».
Un giorno capisce che la vera arte ha bisogno di una ispirazione pura, profonda. «E dove potevo trovarla se non nella mia cultura africana?». Ha cessato di dipingere per soldi e ha iniziato a farlo per «vocazione»: e comunica il messaggio evangelico. Però sentiva il bisogno di vagliare la sua ispirazione. «L’ho fatto – dice il pittore – vivendo nella foresta con la gente, per capire meglio la religiosità tradizionale. La foresta è un santuario: qui avvenivano e avvengono i sacrifici antichi». Tanti gli hanno dato del matto. Ma il «nuovo pittore» non ha demorso.
Così l’artista ha recuperato la tradizione e, soprattutto, «l’obbedienza ai sogni. Ogni mio progetto, prima di essere schizzato, è visto nel sogno».
– Signor Prisciliano, che cosa intende per «sogno»?
– La visione di simboli. Questi (elemento tipico della nostra tradizione) consentono di trasmettere il messaggio biblico con categorie africane. I simboli non si possono pensare; si ricevono nel sogno.
– Li riceve da chi?
– Dagli spiriti degli antenati.
Il ricorso ai simboli ci rimanda al libro «Gesù mediatore e medico», curato da padre Frizzi in lingua italiana e macúa, che raccoglie anche numerosi disegni di Torchio e Prisciliano. Vi si legge che Gesù è… gazzella, tartaruga, camaleonte.
Qual è il significato cristiano di tale simbologia? «Gesù è la gazzella per eccellenza, che con la sua innocenza primordiale cura e redime l’umanità; Gesù è la tartaruga, che con l’umiltà scala la montagna, ottiene da Dio l’indicazione del deposito d’acqua e l’offre all’umanità assetata; Gesù è il camaleonte, che si fa tutto a tutti, cioè ebreo con gli ebrei, greco con i greci, macúa con i macúa».
– Signor Prisciliano, i cattolici del Niassa, abituati ad un Gesù biondo e con gli occhi azzurri, si ritrovano nel suo Cristo… camaleonte?
– Ma è proprio vero che Gesù era biondo?… In ogni caso, il Cristo-camaleonte, oltre che valorizzare la nostra tradizione, è in sintonia con l’insegnamento di Paolo apostolo.
– E i cristiani approvano?
– I seminaristi, studenti di teologia, mi hanno duramente contestato.
– Allora?
– Allora costoro devono sapere che sono succubi dei colonialisti religiosi.
– Non teme di offendere i suoi concittadini con una simile espressione?
– Già! Qualcuno ha detto che la verità offende… Però mi consola che il popolo capisce, a differenza dei preti.
– E i missionari?
– Tutto dipende dal cuore di ognuno. Numerosi missionari si sforzano di capire.
«Luís Prisciliano – commenta padre Frizzi – è un pittore dalla fantasia fervida e non sempre viene capito. Ha rischiato anche di essere espulso dalla comunità cristiana. Io mi sono opposto e l’ho rilanciato nell’attività artistica con temi biblici. Nella nostra escola si dedica alle via crucis e ne ha prodotte parecchie dalle tinte forti».
Il pittore è certamente imprevedibile, anticonformista, provocatorio. A differenza di Torchio (affascinato dalla «grande» Roma), Prisciliano in Italia è rimasto colpito dai cimiteri delle auto. «Da noi sarebbero ancora tutte sulla strada. Da voi sono il segno della ricchezza o dello spreco?».
D opo cena saliamo con gli ospiti sul Monte dei Cappuccini, per ammirare Torino by night, sotto l’occhio distaccato della luna. Un improvviso vento rende quasi fredda la notte. Giunti in vetta, usciamo dalla Fiat Uno: João Torchio indossa un K-way a maniche lunghe, mentre Luís Prisciliano si sfila il giaccone e resta a braccia nude, sotto lo sguardo divertito persino delle stelle.
Paese che vai… artista che trovi.

CORRUZIONE IN MOZAMBICO

Padre Couto, da mesi sei preoccupato del modo con cui si parla della corruzione in Mozambico. Perché?
Secondo alcuni, nel paese tutto è corrotto: governo, polizia, magistratura, banche… Io non sono d’accordo, perché, se tutto è negativo, lo è anche l’evangelizzazione. Lo squalificare l’intera nazione è disonesto. I mezzi di comunicazione, le istituzioni culturali e le religioni dovrebbero affrontare il problema «corruzione» con la dovuta responsabilità e discrezione.

Ma la corruzione esiste o non esiste?
Esistono diverse forme di corruzione. Però bisogna dimostrarle in modo chiaro e definito per superarle.

Che fare per «dimostrare», «definire», «superare»?
Occorre fissare dei presupposti come punti di partenza per agire. Primo: creare un nuovo contesto legale. Ci sono mozambicani che hanno accumulato beni mobili e immobili, che noi generalmente riteniamo corrotti. Nel «nuovo contesto legale» queste persone dovrebbero essere riconosciute come proprietarie dei beni accumulati e diventerebbero la classe degli imprenditori, in accordo con le leggi. Dovremmo legittimare tale classe.
Secondo: legare l’azione degli imprenditori alla politica del paese. Goveo, assemblea della repubblica, partiti, sindacati… dovrebbero concertare la loro azione anche secondo gli interessi degli imprenditori.

Da quando esiste la classe degli imprenditori?
Dall’indipendenza del paese (1975). Sono persone e gruppi che provengono dal «Fronte di liberazione del Mozambico» (Frelimo): alcuni hanno formato e formano l’apparato del governo; altri sono direttori di banche, porti, ferrovie, trasporti, comunicazioni. Esistono membri del Comitato centrale del Frelimo che hanno una partecipazione dei capitali di Compagnie industriali dell’Asia, Europa e America. Esistono quindi «Joint Venture» fra imprenditori mozambicani e stranieri.
E fra i partiti dell’opposizione?
Ci sono pure gruppi che stanno diventando la classe imprenditrice del paese.

Dunque: bisogna proteggere legalmente i mozambicani che, dopo l’indipendenza del paese, hanno rimpiazzato i colonialisti portoghesi e ora si stanno legando a capitali nazionali e stranieri. È forse un’amnistia per chi ha accumulato beni anche in modo illecito?
Io dico che gli imprenditori sono il motore per formare una società meno corrotta. Vado oltre: le istituzioni della società civile, quelle religiose e umanitarie devono avvicinarsi alla classe degli imprenditori per essere loro di esempio nel «senso della patria», nell’etica sociale e nella politica in favore del bene comune. Prospetto un compromesso fra tutte le forze del paese.

È un compromesso tra chi ha già molto e chi non ha niente, con l’avallo della legge. Non è pericoloso?
È l’unica via ragionevole per costruire un ordine sociale dove giustizia e sicurezza incomincino a funzionare. Gli imprenditori, legalizzati i loro capitali, saranno interessati alla pace del paese per salvaguardarli; nello stesso tempo dovranno lavorare per accrescere gli utili: così facendo, investiranno parte del loro patrimonio in opere che andranno a beneficio di chi ha un livello di vita molto basso.

Hai in mente qualche modello di riferimento?
Paesi come Belgio, Germania, Olanda e le nazioni scandinave hanno fatto il «compromesso». Se sono riusciti loro, perché non noi in Mozambico?

E pensi anche di superare le «differenze di classe»?
Queste esisteranno sempre. Ma una cosa sono le differenze in una società «abbastanza soddisfatta» un’altra in una società «totalmente insoddisfatta».

Queste riflessioni entrano pure nell’Università Cattolica del Mozambico?
Stanno entrando in tutte le università del paese. Queste devono lavorare per raggiungere la «tranquillità dell’ordine» (sant’Agostino di Ippona). Legare le università agli imprenditori è un dovere, anche per tutelare i valori della società. di F. B.

Francesco Beardi