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Dalla parte del capitalismo

Dopo il fallimento del comunismo,
quasi tutti i paesi si sono adeguati
al sistema economico capitalista.
Sul pianeta permangono pesanti squilibri,
ma le colpe non vanno fatte ricadere sull’Occidente.
Soltanto attraverso una collaborazione
non faziosa si possono trovare soluzioni efficaci.

Oggi le economie delle singole nazioni sono così profondamente interrallacciate che si può parlare di un unico sistema economico di dimensioni planetarie. Il processo è molto recente e lo stato di sviluppo delle singole nazioni è così variabile che non è stato ancora identificato un insieme di regole per il raggiungimento di un sistema equilibrato di generazione e distribuzione della ricchezza.
È un fatto innegabile che, oggi, la distribuzione della ricchezza sul pianeta sia tutt’altro che soddisfacente. È, quindi, necessario operare dei correttivi a vari livelli. Attualmente, fra le soluzioni proposte, ve ne sono alcune che non solo non raggiungono i risultati, ma hanno come obiettivo implicito di indebolire le economie forti e non di rafforzare quelle deboli. Il parlare di ricchezza non deve far dimenticare un certo numero di persone che, particolarmente in Italia, ritiene che la ricchezza costituisca una manifestazione diabolica.
«Dio non vuole la povertà del suo popolo» afferma il documento del Pontificio Consiglio «Cor Unum», intitolato La fame nel mondo. Una sfida per tutti: lo sviluppo solidale. E aggiunge che i cristiani sono ingiustamente accusati di voler perpetuare la povertà fisica delle persone. Pertanto è da considerarsi un messaggio stimolante della chiesa il trovare i mezzi per «arricchire» tutti i popoli della terra, colpendo non la povertà evangelica (che va invece perseguita), ma quella generata dalla indisponibilità di denaro e, soprattutto, dei mezzi per generarlo.
Occorre, infatti, non dimenticare che, per distribuire la ricchezza, è necessario in primis generarla. In questo contesto è significativa la scomparsa del comunismo come sistema economico e sociale. Esso è crollato sotto il peso della propria inefficienza nel generare la ricchezza per i cittadini ad esso sottomessi. Al di là delle storture «demoniache» di voler addirittura distruggere la persona umana, per rifarla come automa alle dipendenze del sistema, il comunismo si è mostrato incapace non solo di far arricchire i propri cittadini, ma li ha mantenuti in stato di perpetua povertà. Infatti, nonostante il tenore di vita bassissimo esistente in tutti i paesi comunisti, la generazione di ricchezza a livello nazionale è stata inferiore al consumo della medesima, contribuendo alla conseguente caduta del sistema. Quindi, parlando di sviluppo, non si può più sostenere il comunismo proprio perché, pur nella gestione dittatoriale del potere e senza alcun impedimento interno, esso ha generato solo miseria e distruzioni ambientali, come nel caso del Mare d’Aral.

A questo punto occorre fare una considerazione che spieghi l’attuale divario economico fra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. È innegabile che il progresso tecnologico è stato finora appannaggio quasi esclusivo dei paesi occidentali.
Lo sviluppo ha avuto una formidabile accelerazione dopo l’ultima guerra mondiale e sta ancora progredendo con significativa velocità. Esso ha interessato tutti i campi: dalla medicina alla meccanica, dall’elettronica all’informatica. Non sempre però viene fatto risaltare il fatto che, nel contempo, sono state sviluppate anche le tecniche economiche che hanno permesso lo sviluppo attraverso la disponibilità di capitali. Anche l’economia è una tecnologia inventata dall’uomo; anzi, essa sottende qualsiasi attività umana.
Occorre ancora precisare che l’uomo «scopre» le cose, le «inventa» secondo il significato etimologico della parola latina «invenire», cioè «trovare». Ciò significa che tutto è stato creato da Dio e che l’uomo realizza via via molte scoperte: «trova» cose inizialmente nascoste, ma esistenti, perché create da Dio. Quindi tutte le scoperte o invenzioni in sé sono buone, compresa l’energia nucleare che è la stessa che tiene accese miliardi di stelle in miliardi di galassie. Pur essendo tutte intrinsecamente buone, le tecnologie debbono essere usate correttamente, comprese quelle economiche, che infatti hanno generato la prosperità dei paesi occidentali che le hanno «inventate».
D’altra parte, anche la bibbia nel libro dei «Proverbi» sostiene:

«se appunto invocherai
l’intelligenza e chiamerai
la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai
il timore del Signore
e troverai la scienza di Dio,
perché il Signore dà
la sapienza, dalla sua bocca
esce scienza e prudenza» (Pr 2,3).

È quindi sorprendente osservare gli attacchi alle economie occidentali eseguiti da gruppi di individui, che a ben guardare sono dei parassiti delle nostre società, perché ne godono i frutti ma ostentano di disprezzarli.
Grazie alle tecnologie mediche, alimentari ed economiche nel mondo – ricorda il citato documento vaticano -, «dal 1950 al 1980 la produzione complessiva delle derrate alimentari è raddoppiata e nel mondo esiste complessivamente sufficiente cibo per tutti. Dal 1960 al 1987 il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni si è ridotto della metà, e due terzi dei lattanti al di sotto dell’anno di età sono vaccinati contro le principali malattie dell’infanzia. Il consumo di calorie per abitante è aumentato del 20% circa fra il 1965 e il 1985».

Nel processo di sviluppo, però, occorre non trascurare la preservazione delle risorse del pianeta. Il clima sul nostro pianeta dipende da cause naturali, che si basano essenzialmente sul rapporto esistente fra il Sole e la Terra. Questo rapporto è attualmente sconosciuto; ma si sa, ad esempio, che 12 mila anni fa si è verificata una glaciazione che ha interessato tutto il pianeta, che è durata parecchie centinaia di anni, e si è poi esaurita. Nessuno è in grado di spiegare che cosa sia successo; ma il fatto che si sia verificata significa che esistono forze ignote che condizionano il nostro clima. D’altra parte gli stessi parametri dell’orbita terrestre, intorno al Sole, non sono fissi nel tempo, ma variabili con periodi lunghissimi che sono stimati anche in decine di migliaia di anni, con conseguenti variazioni sul clima.
Quindi non dobbiamo aspettarci un clima stabile e duraturo, perché tutto l’universo è stato creato in modo da evolversi ed arrivare ad una fine. Ciò non toglie che si debba rispettare l’evoluzione naturale del clima, senza introdurre disturbi come il volume delle emissioni di anidride carbonica o l’abbattimento di intere foreste.
Il problema non è, semplicisticamente, quello di distruggere le fonti di energia attualmente utilizzate, ma consiste nell’individuare i sistemi che mantengano e migliorino l’attuale qualità della vita, che richiede una quantità sufficiente di energia; e questo senza intaccare la naturale variabilità del clima, che dipende da cause estee al sindacato dell’uomo.
A proposito della distribuzione della ricchezza, esistono pubblicazioni che affrontano il problema opponendosi alle economie occidentali, aprioristicamente ritenute responsabili dello stato di povertà delle altre nazioni. Questi libri demonizzano la cultura economica occidentale a favore di… niente, in quanto, come si è visto, il comunismo, il cui fantasma continua ad aleggiare per certi nostalgici, si è dimostrato incapace non solo di distribuire la ricchezza, ma anche di generarla.
È condiviso il fatto che nel mondo esistono problemi di sfruttamento di parti di popolazioni, ma è altrettanto vero che il comunismo si è dimostrato sfruttatore di tutte le popolazioni assoggettate. Quindi il desiderio legittimo e doveroso di contribuire allo sviluppo economico delle nazioni povere deve prescindere dall’applicazione delle «tecniche» fallimentari del comunismo.
A titolo di esempio di faziosità cito un grafico, riportato in uno di questi libelli, sulla spartizione del valore di una banana fra il produttore, i grossisti, la distribuzione e l’utente finale, secondo cui al produttore rimane circa il 6% del prezzo finale. Supposto che siano vere le percentuali riportate, la malizia dell’esposizione cerca di far gridare allo scandalo dello sfruttamento del Nord rispetto al Sud. In realtà ciò è falso nei limiti in cui non si introduce il concetto del potere di acquisto delle monete nei singoli paesi e del rispettivo costo della vita.
Se si osservano obiettivamente i dati e si calcola la quantità di denaro che rimane in mano al produttore, secondo la percentuale indicata, si ottiene che la cifra ammonta a una determinata entità. In sè essa non dice nulla; diventa significativa solo se rapportata al costo della vita locale. In Italia la cifra trovata sarebbe misera e sintomo di sfruttamento ma in loco, cioè in quei paesi tropicali, probabilmente no, in quanto il costo della vita è molto più basso.
Con ciò non intendo dire che la suddivisione del prezzo delle banane, durante il loro spostamento dal produttore al consumatore, sia corretto o no; voglio però sottolineare che il metodo esposto è malizioso e intende solo affermare acriticamente che il Nord sfrutta il Sud.
Da ciò si deduce che non è corretto individuare il reddito pro-capite annuo per i cittadini di ogni nazione come parametro unico con cui stimae lo stato di povertà o meno; occorre anche rapportare il reddito al potere di acquisto locale. Quando si applica questo criterio (ed è stato già fatto) si rileva che, ad esempio, il cittadino cinese medio, anche se ha meno disponibilità, ha attualmente un potere di acquisto superiore a quello dell’italiano medio, per il quale il costo della vita è superiore.

Per aiutare i paesi poveri, occorre innanzitutto non privarli dei loro mezzi. Quindi, prima di iniziare ad esportare, specialmente prodotti alimentari, ogni paese deve soddisfare le esigenze alimentari della propria popolazione. In questo contesto, non si capisce come si possa sottrarre, ad esempio, il miele ai messicani per venderlo a maggior prezzo in Italia, nei «centri di commercio solidale». Questo non è commercio solidale, ma un impoverimento delle popolazioni locali, a cui il miele serve, a favore di un limitatissimo numero di produttori locali che ha trovato vie di esportazione forzose e meglio remunerate. Per il bene delle popolazioni locali, è necessario che il miele rimanga nel paese di origine fino a che una produzione superiore al consumo locale non stimoli l’esportazione.
Occorre seguire l’esempio dell’India, che ha migliorato la propria produzione agricola fino a diventare autosufficiente ed ora può pensare all’esportazione dei beni prodotti.
Quindi uno dei contributi che si possono dare ai paesi poveri è quello di sviluppare innanzitutto le vie intee dei commerci dei propri prodotti, quando non vi sono eccessi di produzione come, ad esempio, per le banane in vari paesi. In questo caso è corretto esportare un bene nei paesi che, per ragioni di clima, non possono ottenee la produzione.
Ed è inoltre sacrosanto che questa esportazione venga fatta in modo tale da distribuire equamente il guadagno fra tutti gli interessati. Il commercio diventa veramente solidale quando si individuano vie alternative nello scambio planetario delle merci, che richiedano anche un minor numero di intermediari.

In conclusione, il mondo occidentale è stato il primo e, in molti casi, l’unico a sviluppare le tecnologie, anche economiche, attualmente esistenti, e ne detiene la conoscenza. Quindi, nella distribuzione della ricchezza fra tutti, non è seminando faziosità e odio di classe che si risolvono i problemi, ma solo con l’utilizzo delle tecnologie disponibili e con sincera collaborazione.
Le soluzioni individuate dovrebbero essere mirate ad aiutare i paesi poveri, ma senza demonizzare l’Occidente, anzi dando inizio a una effettiva collaborazione in cui gli occidentali mettano a disposizione il loro patrimonio tecnico in ogni campo.

Piergiorgio Motta