eSwatini: Comunicato del vescovo sull’uccisione di Thulani Maseko


La sera del 22 gennaio 2023 «è stato brutalmente ammazzato a colpi di arma da fuoco Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani e influente oppositore a eSwatini (ex Swaziland), l’unica monarchia assoluta nel continente africano. […] Maseko è stato anche il fondatore di MSF, una coalizione di partiti di opposizione, associazioni e chiese. Era un importante avvocato ed editorialista per i diritti umani nel regno e aveva in corso una battaglia giudiziaria con il re Mswati III per la decisione del monarca di rinominare il Paese Eswatini.»  (Africa exPress).

Sull’uccisione ci sono state molte reazioni, tra cui quella quella del responsabile per i Diritti umani delle Nazioni Unite.

Qui la dichiarazione che il vescovo di Manzini, mons José Luis Ponce de León ha pubblicato il 23 gennaio.


DIOCESI DI MANZINI – ESWATINI (Swaziland)

Dichiarazione del vescovo cattolico di Manzini

 “In mezzo a tutto ciò che sta accadendo nel paese, notiamo che nessuno è al sicuro. La mentalità dell’occhio per occhio sembra aver afferrato la nazione. La violenza ha raggiunto livelli allarmanti”. (Thulani Maseko)

“Una società che accetta questo livello di violenza è condannata a sperimentarne livelli ancora più alti che possono solo generare più morte e sofferenza”.  Questo è stato il mio messaggio dopo l’uccisione di due agenti di polizia a Manzini nell’ottobre 2022. Da allora si sono verificati altri omicidi. Purtroppo, sembra che li abbiamo accettati come la “nuova normalità” nel Regno di Eswatini.

Domenica 22 gennaio 2023 ci siamo svegliati con la notizia dell’insensata uccisione di Thulani Maseko. Il numero di dichiarazioni nazionali e internazionali sulla sua uccisione e la copertura mediatica parlano del tipo di persona che era e del suo ruolo nel momento presente del nostro paese.

Era preoccupato per i livelli di violenza che si stanno sperimentando e per l’impatto che hanno nella vita di molti. Credeva che solo un dialogo nazionale che includesse tutti potesse essere una solida base per il futuro del nostro paese.

Ha scritto: “Non c’è dubbio che eSwatini stia sopportando una guerra civile di basso profilo. Siamo preoccupati che senza il dialogo, il prossimo anno sarà più violento. (…) Alla fine di tutto, dobbiamo sederci e plasmare insieme il destino del paese.

La sua uccisione punta a coloro che fanno una scelta per la violenza, la morte, la paura e l’esclusione come fondamenta del nostro futuro comune. A loro si applicano le parole di nostro Signore: “Se aveste compreso anche voi, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai vostri occhi”. (Lc 19,41-42)

Rispondere alla sua uccisione con la violenza significherà andare contro ciò che lui ha rappresentato. Mostrerà anche che “ciò che costruisce la pace” è nascosto ai nostri occhi.

Come dice Papa Francesco: “La pace, che è un nostro obbligo, è prima di tutto un dono di Dio”.  (22.05.2022) Pertanto, in questo momento critico del nostro Paese, invito ogni persona della diocesi di Manzini a pregare quotidianamente per il dono di Dio della pace, ma anche  a a prendere un concreto impegno personale ad essere “operatore di pace” (Mt 5, 9), a rendere possibile la pace senza addurre scuse che il tempo non è giusto o che non è possibile resistere alla tentazione della violenza. Che questo avvenga attraverso le nostre parole e azioni, poiché entrambi, parole e azioni, hanno il potere di costruire e distruggere. Non dovremmo mai sottovalutarle.

Lo Spirito del Signore risorto ci dia la saggezza e il coraggio di trovare le vie per spezzare il ciclo della violenza.

I nostri cuori raggiungono nella preghiera la famiglia di Thulani Maseko, gli amici e tutti coloro che piangono la sua morte. Il Dio di ogni consolazione conceda loro pace e forza.  Gesù, il Buon Pastore, lo accolga a casa.

+ José Luis Ponce de León IMC
vescovo di Manzini
23  gennaio 2023

(Citazioni dalla rivista “The Nation”, gennaio 2023)


Su Eswatini nell’archivio MC

Eswatini: il vescovo chiama alla calma e al dialogo in mezzo a proteste e violenze

Eswatini: visita di solidarietà dei vescovi dell’Africa australe

ESwatini. Un paese in guerra con se stesso?




ESwatini. Un paese in guerra con se stesso?

ESwatini. Un paese in guerra con se stesso?

Dopo i disordini del 2021, gli insistenti appelli al dialogo lanciati da tutte le Chiese del paese sembravano aver aperto vie di speranza. In realtà, nuovi episodi di violenza ai primi di ottobre 2022, segnalano una situazione che sta degenerando, come scrive il vescovo in questo testo indirizzato alla sua gente, ma anche a tutti noi.

Alcuni di noi non hanno mai dimenticato la violenza sperimentata in eSwatini nel giugno 2021@. Nel mio caso perché non ero riuscito a raggiungere casa a Manzini dopo un incontro a Mbabane con il primo ministro in carica. I blocchi istituiti lungo la strada dai giovani mi avevano costretto a cercare un posto alternativo dove dormire. Avevamo trascorso quella notte ascoltando una sparatoria nelle vicinanze. La mattina seguente ci eravamo svegliati trovando pneumatici e veicoli bruciati e pietre sulla strada.

Le domande naturali che ci poniamo sono: a che punto siamo, un anno e mezzo dopo? Che cosa è stato fatto da allora?

Alcuni, probabilmente, speravano che fosse business as usual, tutto come prima, ma gli eventi degli ultimi mesi devono essere stati un brusco risveglio per loro.

Un dialogo nazionale

Sembra esserci un accordo comune sulla necessità di un dialogo nazionale. Credo che ogni voce che ha parlato dal giugno 2021 (il governo, le organizzazioni politiche, le Chiese, le Ong) abbia ripetuto lo stesso appello.

Molti, se non tutti, hanno anche sottolineato la necessità di avere «un dialogo sul dialogo». Ricordo che mons. Sithembele Sipuka (presidente della Sacbc – Southern african catholic bishops’ conference) ne ha parlato durante una conferenza stampa al termine della visita di solidarietà a eSwatini. Questo «dialogo sul dialogo» dovrebbe aiutare tutte le parti coinvolte a mettersi d’accordo su cosa si intende per dialogo e su come dovrebbe svolgersi.

Purtroppo, a parte la richiesta di un dialogo nazionale, non pare essere successo molto di più. Sembra che si senta parlare più del «no» («nessun dialogo in mezzo alla violenza») che del «sì» (una via da seguire). Non si dice nulla sulle misure adottate nell’ultimo anno e mezzo per attuarlo. Abbiamo sentito che il denaro per un dialogo nazionale è stato stanziato, ma non abbiamo mai saputo se sia mai stato usato e come.

Il fatto che i membri del parlamento abbiano chiesto al primo ministro di parlarne con Sua maestà Mswati III rafforza l’impressione che non sia stato fatto nulla.

Questo crea, almeno in me, la preoccupazione che la parola dialogo stia lentamente (o rapidamente?) perdendo ogni significato. Diventa più uno slogan che una realtà concreta.

Nel frattempo, probabilmente si è sviluppato un circolo vizioso. La violenza è giustificata dalla mancanza di passi concreti verso il dialogo, e il dialogo non ha luogo a causa della violenza che non si ferma nel paese.

Chi avrà il coraggio di romperlo?

Visita di solidarietà di FOCCISA (the Council of Churches for Southern Africa), foto davanti alla cattedrale di Manzini

Il paese sta cambiando

L’ultimo mese (ottobre 2022, ndr) ha visto chiaramente un aumento della violenza (che è sempre stata presente a livelli più bassi). È una nuova realtà per questo paese che si è sempre vantato di essere presentato come pacifico. È interessante notare che la popolazione sembra aver accettato che la violenza sia ormai diventata parte della nostra vita ordinaria. Come ho detto nella mia dichiarazione (del 19/10/2022)@, è molto probabile che la violenza aumenterà e continueremo tutti ad adattarci ad essa.

Giovedì 10 novembre la violenza ha colpito parti di Manzini. Mentre stavo lasciando la città per Mbabane, ho potuto vedere il fumo provenire dalla zona in cui erano stati dati alle fiamme il posto di polizia presso la stazione dei Satellite Bus e altri negozi. Tornato a Manzini ho visto che l’esercito era stato schierato. Vedere l’esercito e non la polizia è stata la prima cosa che mi ha sorpreso. La seconda sorpresa è stata di vederli con il volto coperto, un’indicazione della loro paura di essere identificati dai violenti e di esporsi al richio di essere uccisi in seguito o di avere le loro case date alle fiamme.

Chi avrebbe mai pensato che eSwatini potesse cambiare così rapidamente? Chi avrebbe mai pensato che questo (che vediamo in altri paesi in Tv) potesse accadere tra di noi?

Anche le nostre relazioni ne sono influenzate. Visto che quel giorno non c’erano mezzi pubblici a Manzini, la gente cercava buoni samaritani disposti a dare un passaggio. Qualcuno ha deciso che non doveva essere così, e le persone soccorse sono state costrette a scendere dai veicoli e a camminare, mentre ad altri è stato impedito di aiutare chiunque. Anche questa è violenza, quando alcuni decidono per gli altri.

Vandalismi e distruzione nella biblioteca di una scuola, Aprile 2022

La violenza

La paura è un altro elemento che sembra essere diventato parte della nostra vita quotidiana.

Dopo gli eventi dello scorso anno, ricordo che alcuni cattolici che conoscevo bene mi informavano della presenza di membri dell’esercito che «visitavano» le case di notte. Nulla era stato detto sui media al riguardo. Doveva essere un coprifuoco in cui tutti noi dovevamo rimanere a casa.

Non molto tempo fa, tornando a casa dopo la cena a casa di un prete, ho trovato un posto di blocco fatto dai membri dell’esercito. Erano pesantemente armati. Non ero a conoscenza di blocchi stradali che si svolgevano da parte dell’esercito di notte. Siamo riusciti a scherzare mentre volevano sapere perché ero in viaggio di notte. Non è stato annunciato alcun coprifuoco, ma sembra che dobbiamo giustificare il motivo per cui viaggiamo di sera.

Un nuovo tipo di paura è diventato parte della nostra vita. Proviene dalle Swaziland Solidarity Forces (Ssf). Esse rivendicano gli attacchi incendiari e le uccisioni. Minacciano di uccidere o incendiare le proprietà di coloro che non fanno ciò che viene loro detto. Non so se qualcuno sa chi siano e chi li sta finanziando. Queste domande – per quanto importanti – sono difficili da porre.

Stiamo progettando di costruire il nostro futuro sulla paura e su più violenza? Qualunque cosa seminiamo è ciò che abbiamo intenzione di raccogliere in seguito. Poiché la paura e la violenza sono attribuite al governo, stiamo progettando di sostituirle con la paura e la violenza di qualcun altro?

I media

Da un giornale locale di eSwatini

Quello dei mezzi di comunicazione è un altro settore in cui abbiamo assistito a cambiamenti. Ero solito dire in passato che si poteva trovare poco su eSwatini sui social media. C’era una sorta di autocensura in molti: «È meglio non parlare». Non è più così da giugno 2021. Molto di più può essere letto sui social media e sulle pagine web. La sfida è essere critici nei confronti di ciò che si legge. L’informazione è difficilmente «indipendente» e «imparziale», come proclamano i media.

Tutti noi dobbiamo interrogarci su ciò che viene e che non viene detto. Si può sottolineare che i media statali limitano ciò che viene riportato sulla violenza che ha luogo, ma la stessa cosa potrebbe essere detta di coloro che scelgono di non riportare nulla di positivo su quanto fatto dal governo perché potrebbe non piacere loro. Sembra importante dipingere l’altro come il nemico che deve essere affrontato.

Entrambe le parti dicono cose sui social media che non sono state provate e che l’altra parte nega che siano vere: «I mercenari sono entrati nel paese» e «ci sono stranieri tra i soldati del nostro esercito», sono due esempi familiari.

Violenza e media vanno insieme. L’informazione può essere usata come arma per instillare rabbia e paura. Anche qui bisogna chiedersi: chi paga per questo? A volte su Twitter è possibile trovare gli stessi post su profili di persone diverse che molto probabilmente non esistono. Tutto è impostato con un unico obiettivo: sostenere una parte o l’altra e influenzare il modo in cui le persone leggono la situazione.

In questi giorni è interessante vedere la mancanza di informazioni su eSwatini da fuori dei nostri confini. I media, che in passato parlavano così tanto dei nostri disordini, ora tacciono. Sembra che non ci sia alcun interesse per ciò che sta accadendo qui. Forse la nostra violenza non è abbastanza forte da renderla degna di essere denunciata.

Tentazioni

  • In mezzo a tutto questo, si possono individuare una serie di tentazioni che colpiscono ogni parte in causa:
  • «Questo passerà, le cose torneranno alla “normalità”. Tutto questo è solo il lavoro di pochi facinorosi».
  • «Non ci sarà corruzione una volta che avremo un sistema democratico».
  • «Possiamo distruggere il paese ora, lo ricostruiremo più tardi sotto un nuovo sistema politico».
  • La democrazia risolverà tutti i nostri problemi… in una notte.
  • Il pensare che chiunque può decidere per l’intera nazione.
  • Il pensare che combattere la violenza con la violenza le metterà fine.
  • Il pensare che la violenza di genere sia sbagliata ma la violenza politica sia giustificata.

Ignorare che:

  • eSwatini è una delle società più diseguali del mondo@;
  • nel paese manca formazione politica;
  • un futuro costruito sulla violenza innescherà solo altra violenza una volta che la popolazione sarà di nuovo infelice;
  • i nostri giovani provano rabbia, paura, frustrazione (ma non solo);
  • il 60/70% dei nostri giovani è disoccupato e potrebbe sentire di non avere nulla da perdere;
  • la maggior parte dei nostri giovani non ha mai fatto parte del processo che ha portato alla Costituzione del 2005 e potrebbe non identificarsi con essa.

È necessario inoltre:

  • Non ignorare quanto sia grande la necessità di un processo di guarigione già oggi a causa dei disordini dello scorso anno e quanto la violenza dividerà questa piccola nazione (famiglie e comunità) in futuro.
  • Non sentirsi superiori ad altri paesi senza imparare dalla loro esperienza di violenza e dai loro processi democratici.

Cattedrale di Manzini, preghiera per le vittime della violenza

Le chiese

Eswatini (già Swaziland) è conosciuto come un paese cristiano. Il numero di chiese, gruppi, profeti, pastori, apostoli e altri è molto grande. Ogni anno Sua maestà chiede un servizio di preghiera di ringraziamento a palazzo. Nonostante tutto questo, non riesco proprio a ricordare un momento in cui qualcuno di questi predicatori abbia mai aperto gli occhi della nazione sul fatto che questo tipo di disordini (che non erano mai stati visti prima) si sarebbero verificati. Tutti hanno rassicurato che tutto andava bene o sarebbe andato bene.

Tre sono i gruppi cristiani più conosciuti nel Regno, ciascuno dei quali riunisce un certo numero di chiese cristiane.Tra di essi c’è il Csc – Consiglio delle chiese dello Swaziland (di cui siamo padri e madri fondatori) che è il più piccolo (solo 13 Chiese). La cosa positiva è che la leadership di questi organismi fa del suo meglio per tenersi in contatto. La sfida consiste nel trovare un terreno comune su come affrontare la situazione. Ciò potrebbe essere dovuto a ragioni storiche e ai diversi modi in cui leggiamo la Bibbia.

Il Csc è stato il più visibile: ha rilasciato dichiarazioni, ha incontrato ogni possibile attore (governo, partiti politici, gruppi tradizionali …), ha coordinato visite di solidarietà nel paese, ha sostenuto le persone in prigione, ha fornito pacchi alimentari alle famiglie di coloro che sono morti durante i disordini.

La Chiesa cattolica, da sola, è stata attiva anche in diversi modi: ha rilasciato dichiarazioni, incontrato le parti interessate, riunito alcuni cattolici per riflettere sulla situazione e sul contributo che possiamo dare alla costruzione della pace, sostenuto le vittime della violenza, fornito pacchi di cibo, offerto consulenza, creato club per la pace nelle scuole superiori, dedicato giorni o settimane speciali di preghiera per la pace, aperto spazi per il dialogo locale, condiviso brevi dichiarazioni sui social media sull’importanza della nonviolenza.

Qualche settimana fa (in ottobre 2022, ndr) la polizia ha chiesto di utilizzare la nostra cattedrale per un incontro di preghiera. La violenza che l’ha colpita ha innescato direttamente questo bisogno di riunirsi per pregare. Abbiamo acconsentito. L’avevamo aperta in passato alle vittime di violenza da parte delle forze di sicurezza. Tutti abbiamo bisogno della guarigione e della guida di Dio.

Non ho potuto evitare di ricordare che nel febbraio 2013 (se la memoria non mi inganna), la polizia aveva fatto irruzione nella stessa cattedrale per fermare un incontro di preghiera per la pace nello Swaziland accusando gli organizzatori di mascherare un raduno per disturbare le elezioni nazionali dietro un incontro di preghiera.

Quello che stiamo facendo è una goccia nell’oceano. Sono necessarie molte più gocce. C’è sempre una sfida tra i cattolici (forse i cristiani in generale) su chi abbia la responsabilità di affrontare i disordini. Come dico sempre scherzosamente: «Quando la gente dice “la Chiesa è tranquilla”, quello che intende è che “il vescovo è tranquillo”, come se gli altri avessero il diritto di stare tranquilli».

Come ho scritto sui social media non molto tempo fa: «Il nostro paese è come una persona malata, che cura il dolore, ma non ciò che lo sta causando».

+ José Luis Ponce de León
vescovo di Manzini

Il vescovo José Luis visita una scuola vicino ai confini con il Mozambico per incoraggiare gli insegnati dopo le violenze, danni e incendi subitie dalla scuola.




Inferno, purgatorio, paradiso

testo di Paolo Moiola |


Come non bastassero le devastanti conseguenze dell’embargo Usa, sull’isola si è abbattuta la pandemia e la penuria di beni primari. Molti cubani sono scesi in piazza per protestare contro il governo, trovando l’appoggio (interessato) del presidente Biden.

Tra Miami, cuore scintillante della Florida, e l’Avana, capitale di Cuba, ci sono meno di 400 chilometri. E oltre 60 anni di percorsi politici e culturali diversi, anzi opposti: capitalismo versus socialismo. Messa così, è facile arrivare a conclusioni tanto perentorie quanto parziali: ricchezza contro sopravvivenza, libertà contro autoritarismo.

In questi ultimi mesi, sulla piccola isola caraibica ci sono state manifestazioni antigovernative. Con immediate reazioni di giubilo tra la vasta comunità cubana di Miami e sulla maggior parte dei media (compresi quelli italiani). Per capire meglio la situazione, proviamo a ricordare qualche elemento dimenticato o – forse volutamente – trascurato.

Scolare di Trinidad con in mano «Granma», il quotidiano ufficiale dell’isola. Foto Jaume Escofet.

243 nuove misure

Iniziamo con l’embargo degli Stati Uniti, conosciuto come «el bloqueo» e vigente (con modalità variabili e crescenti) dal 1960.

Le conseguenze più disumane sono quelle derivanti dall’applicazione del Cuban democracy act del 1992 (Cda, conosciuto anche come legge Torricelli, dal nome del suo proponente).

È da questa norma che derivano le restrizioni più dure sui rifornimenti di medicine e di attrezzature medicali per Cuba. Se prima erano vietate le esportazioni dirette dagli Usa di quei beni, con la nuova legge vengono vietate anche le vendite dalle sussidiarie estere delle aziende statunitensi. Inoltre, in base al Cda, le navi che abbiano fatto scalo a Cuba non possono attraccare nei porti Usa per sei mesi. Una norma scandalosa e ingiustificabile, senza se e senza ma.

Eppure, a tanti l’argomento del bloqueo risulta indigesto: «È una scusa da sempre utilizzata dal regime per giustificarsi», affermano.

Tutto può essere, ma che l’embargo (economico, commerciale, finanziario) contro l’isola non produca effetti nefasti sulla quotidianità dei cubani è negare l’innegabile. Purtroppo, se Barack Obama aveva iniziato ad allentare le sanzioni, Donald Trump le ha rese ancora più dure introducendo altre 243 (leggasi «duecentoquarantatre») misure (e – negli ultimi giorni del suo mandato – ha addirittura inserito il paese tra gli stati sponsor del terrorismo).

Per comprendere meglio cosa possa comportare l’embargo degli Stati Uniti, prendiamo alcuni dei provvedimenti introdotti da Trump nell’ultimo anno della sua presidenza (non per amore della libertà e della democrazia, ma nel prosaico intento di guadagnare i voti della folta comunità cubana della Florida, circa 1,5 milioni di persone su un totale di 2,3 milioni presenti in Usa). Essi colpiscono le due principali entrate in dollari dell’isola: le rimesse e il turismo.

Il 26 ottobre 2020, il Tesoro Usa ha emendato il Cuban assets control regulations allungando la lista (Cuba restricted list) delle entità cubane (società, ministeri, uffici) con cui le compagnie statunitensi non possono avere rapporti. Tra queste anche Fincimex, sussidiaria di Gaesa, il conglomerato d’imprese che farebbe capo alle Forze armate rivoluzionarie di Cuba. La Fincimex è la controparte finanziaria della Western Union, l’azienda statunitense di trasferimenti di denaro.

Cubani davanti a un ufficio di Etecsa, la compagnia telefonica statale. Foto Ian Southwell.

A causa del divieto governativo, lo scorso 27 novembre la compagnia Usa si è vista costretta a chiudere i suoi 407 uffici distribuiti sull’isola, colpendo migliaia di cubani che sulle rimesse fanno affidamento.

Per quanto concerne il turismo, dopo aver proibito le crociere nel giugno 2019, il 28 settembre 2020 il Dipartimento di stato degli Usa ha reso nota una lista di 433 hotel cubani, legati o controllati dal governo de l’Avana, in cui ai cittadini statunitensi è stato fatto divieto di soggiornare. Agli statunitensi è stato inoltre proibita l’importazione di rum e sigari, i prodotti cubani più famosi.

Come sappiamo, Trump è poi uscito di scena essendo stato sconfitto da Joe Biden. Il neo presidente non ha però cambiato registro (smentendo, almeno fino a ora, le promesse fatte a settembre 2020, durante la sua campagna elettorale).

Il giorno seguente alle proteste dell’11 luglio, in una prima nota (White House statements and releases) Biden ha espresso vicinanza al popolo cubano («We stand with the Cuban people»).

Pochi giorni dopo, durante una conferenza stampa con Angela Merkel, è stato più esplicito affermando che Cuba è uno stato fallito («failed state») che reprime i suoi cittadini (fonte: Cnn).

Nella nota del 22 luglio, ha affermato che «gli Stati Uniti stanno con i coraggiosi cubani che sono scesi in piazza per opporsi a 62 anni di repressione sotto un regime comunista». Insomma, un crescendo inarrestabile di accuse da parte del nuovo presidente Usa.

Un cartellone del governo cubano contro l’embargo (el bloqueo), definito strumento di genocidio. Foto Diego Battistessa.

La battaglia del web

Consueto campo di battaglia è la narrativa: a chi credere? Al racconto fatto dagli Usa o a quella del governo de l’Avana? La connessione internet non è
risolutiva come spesso si crede. Nei giorni precedenti alle manifestazioni, molti gruppi anti castristi degli Stati Uniti hanno utilizzato i social media (Twitter, Facebook, Instagram, Telegram e WhatsApp) per incitare alla protesta antigovernativa. Quando questa è scoppiata, gli stessi social media l’hanno amplificata. Per questo il governo de l’Avana ha oscurato internet per 72 ore, salvo poi ripristinarla.

Introdotta soltanto nel 2018 e rafforzata nel luglio 2019, la connessione web è oggi presente sui cellulari di cinque milioni di cubani (fonte: Bbc).

A Cuba, opera una sola compagnia telefonica, la statale Etecsa. Lo scorso 17 agosto il governo ha pubblicato il decreto legge n. 35 e la risoluzione 105 sulle comunicazioni e la cibersicurezza per regolamentare internet. Gli avversari sostengono che le nuove norme servono per limitare la libertà d’espressione.

L’amministrazione Biden sta cercando soluzioni tecniche per sottrarre internet al controllo governativo. D’altra parte, non va dimenticato che lo strumento del web può aprire le porte all’informazione, ma molto spesso anche alla disinformazione e alle fake news.

Per dirla in altri termini, internet è uno strumento a geometria variabile: quando fa comodo, è la panacea di ogni male; quando gli interessi sono diversi, è il diavolo.

184 voti a favore

Davanti all’offensiva di Biden, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, l’ingegnere (nato nel 1960) che è succeduto ai fratelli Castro, ha risposto chiedendo al presidente Usa di eliminare le misure dell’embargo statunitense nei confronti dell’isola.

Una dose di «Abdala», uno dei vaccini contro il Covid-19 prodotti a Cuba.

Che esso costituisca una causa fondamentale dell’emergenza e non una «scusa» del governo de l’Avana ne è convinta anche la comunità internazionale. Lo scorso 23 giugno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha, infatti, chiesto la fine del blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti verso Cuba. La risoluzione si aggiunge alle 28 adottate dal 1992, quando l’organo dell’Onu ha iniziato a votare annualmente sulla questione. La condanna dell’embargo ha ottenuto questa volta 184 voti a favore, due contrari (Stati Uniti e Israele) e tre astenuti (Colombia, Brasile e Ucraina).

Nel corso del dibattito, il ministro degli esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha affermato che l’embargo è una violazione massiccia, flagrante e sistematica dei diritti umani del popolo cubano e ha aggiunto che, secondo la Convenzione di Ginevra del 1948, «esso costituisce un atto di genocidio». Si tratta, ha detto, di «una guerra economica di portata extraterritoriale contro un piccolo paese già colpito nel recente periodo dalla recessione e dalla crisi economica mondiale causata dalla pandemia, che ci ha privato di entrate essenziali come quelle derivanti dal turismo». «La pretesa di Cuba è di vivere senza l’embargo e che venga cessata la persecuzione dei nostri legami commerciali e finanziari con il resto del mondo», ha sottolineato il ministro (fonte: sito Nazioni Unite).

Una dose di «Soberana 2», uno dei vaccini contro il Covid-19 prodotti a Cuba.

A parte lo storico embargo statunitense, da un anno e mezzo su Cuba si è abbattuto anche il Covid-19 e le sue conseguenze economiche. Senza valute forti a causa del crollo del turismo internazionale, l’isola ha dovuto affrontare da sola la pandemia. È riuscita a contenerla per merito del suo sistema sanitario pubblico, povero di mezzi (scarseggiano anche le siringhe), ma dotato di un vasto e preparato capitale umano (medici, infermieri, tecnici, ricercatori). Dei cinque vaccini cubani, il «Soberana 2», il «Soberana plus» e l’«Abdala» hanno evidenziato di essere efficaci. A inizio settembre il governo de l’Avana e l’Oms hanno iniziato a discutere sull’autorizzazione internazionale degli stessi.

Vale la pena di rammentare che, nel corso del 2020, in piena pandemia, due brigate mediche di Cuba vennero a portare aiuto anche in Italia.

Yoani Sánchez e Frei Betto

Yoani Sánchez, la dissidente cubana più nota e più ricercata dai media internazionali, racconta la situazione sull’isola sul proprio sito web, tenuto con il marito Reinaldo Escobar: 14ymedio.com, assieme a cubalex.org, il più serio (e sovvenzionato) tra i siti antigovernativi.

Nei suoi articoli pubblicati sul New York Times e su la Repubblica (22 luglio), la giornalista ha commentato i fatti dell’11 luglio senza un solo cenno all’embargo, come non esistesse e non sortisse effetto alcuno. A lei noi preferiamo di gran lunga il brasiliano Frei Betto, frate domenicano, teologo (della liberazione) e scrittore, da 40 anni frequentatore dell’isola.

In una sua lunga e appassionata lettera, il religioso ha scritto: «Se in Brasile sei ricco e vai a vivere a Cuba, conoscerai l’inferno. Non potrai cambiare auto ogni anno, acquistare abiti firmati, viaggiare spesso all’estero per le vacanze. […] Se appartieni alla classe media, preparati a vivere il purgatorio. Nonostante Cuba non sia più una società nazionalizzata, la burocrazia persiste, bisogna pazientare nelle code ai mercati, molti prodotti disponibili questo mese potrebbero non essere trovati nel prossimo a causa dell’instabilità delle importazioni».

«Se, invece, sei uno stipendiato, un povero, un senzatetto o un senzaterra, preparati a conoscere il paradiso. La Rivoluzione ti garantirà i tre diritti umani fondamentali: cibo, salute e istruzione, ma anche alloggio e lavoro. Potresti rimanere con l’appetito per non riuscire a mangiare ciò che più ti piace, ma non avrai mai fame. La tua famiglia avrà istruzione e assistenza sanitaria – compresi gli interventi chirurgici complessi – totalmente gratuiti, in quanto questi servizi sono un dovere dello stato e un diritto di ogni cittadino».

Il cardinale Jaime Ortega Alamino, morto nel 2019, è stato per oltre tre decenni una figura chiave a Cuba. Foto Diario de Cuba.

Il ruolo della Chiesa

La Chiesa cattolica di Cuba ha sempre rivestito e riveste un ruolo fondamentale sull’isola, come unico interlocutore credibile con il potere centrale.

«Non possiamo chiudere gli occhi o girare lo sguardo». Così iniziava il comunicato dei vescovi cubani del 12 luglio, il giorno seguente alle manifestazioni di protesta sull’isola. In esso i vescovi hanno criticato immobilismo e imposizioni, reclamando invece un ascolto reciproco. Nel corso della sua esistenza, l’ex leader cubano Fidel Castro (1926-2016) ha incontrato tre pontefici: Giovanni Paolo II nel gennaio 1998, Benedetto XVI nel marzo 2012 e Francesco nel settembre 2015. In queste visite, l’affermazione più emblematica è stata, forse, quella pronunciata da Giovanni Paolo II, il 25 gennaio 1998: «Che Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba».

Tutti i viaggi papali sono stati organizzati dal cardinale Jaime Ortega, arcivescovo di l’Avana per quasi 36 anni (1981-2016), poi sostituito dal cardinale Juan de la Caridad García Rodríguez. Ortega, scomparso nel luglio 2019, è stato un protagonista assoluto della storia dell’isola, ma le sue posizioni concilianti non sono mai piaciute ai cubani espatriati, in particolare a quelli residenti in Florida. Costoro sono arrivati al punto di accusare il prelato di «ripulire la faccia al regime» (lavar la cara al régimen).

Dall’altra parte, mons. Ortega trovava un interlocutore preparato. Fidel conosceva infatti la dottrina cattolica e la Chiesa. In gioventù, aveva studiato per anni negli istituti dei gesuiti: prima al collegio Dolores a Santiago, poi a quello di Belén all’Avana.

La sua posizione religiosa è stata oggetto di varie interpretazioni. Una delle più originali è, senza dubbio, quella dello storico Loris Zanatta, che lo ha definito «l’ultimo Re cattolico», come recita anche il titolo di un suo libro (Salerno editrice, Roma 2020). «Fidel – vi si legge tra l’altro – è innanzitutto gesuita, poi rivoluzionario, infine marxista». «Non è strano – scrive ancora – che il monarca comunista del XX secolo sia erede ideale dei monarchi cattolici del passato: crebbe su un’isola che fu Spagna per secoli, in un ambiente familiare e sociale ispanico e cattolico».

Oggi a Cuba ci sono governanti diversi, sicuramente meno carismatici dei precedenti. Anche le circostanze storiche sono radicalmente mutate. Per tutto questo, mai come oggi, il futuro dell’isola non è pronosticabile. L’unica certezza è che non sarà facile.

 Paolo Moiola

Papa Giovanni Paolo II con Fidel Castro nella visita a Cuba del gennaio 1998.

Papa Francesco con Fidel Castro nella visita a Cuba del settembre 2015. Foto Alex Castro.

Papa Benedetto XVI con Fidel Castro nella visita a Cuba del marzo 2012. Foto L’Osservatore Romano.




Eswatini: il vescovo chiama alla calma e al dialogo in mezzo a proteste e violenze

testo dii Inés San Martín, capo dell’ufficio romani di Crux
Originale inglese – nostra traduzione da:
Crux, taking the Catholic pulse


L’unico vescovo (cattolico) dello Swaziland implora la calma tra l’aumento delle proteste e della violenza

ROMA, 4 luglio 2021 – Mentre i disordini continuano a crescere nell’unica monarchia assoluta dell’Africa, l’unico vescovo cattolico di Eswatini chiede calma e dialogo. Almeno 21 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza dello Stato nei giorni scorsi nella nazione sudafricana precedentemente nota in inglese come Swaziland.

“Come ho affermato in passato, combattere il fuoco con il fuoco porterà il nostro paese in cenere”, ha detto il vescovo argentino José Luis Ponce de León di Manzini in una dichiarazione rilasciata il 2 luglio. “Il ripristino della calma non deve farci pensare che le ragioni dei disordini siano state affrontate. Un dialogo aperto e all-inclusive, senza escludere alcun stakeholder, è l’unica via possibile per andare avanti.

Il prelato ha anche chiesto il ripristino dei servizi Internet nel Paese “senza i quali dipendiamo dalle informazioni offerte dai media stranieri, e non dalla nostra stessa gente”. Questo – ha detto – permetterebbe alla Chiesa, alle Ong e organizzazioni politica di pubblicare i loro appelli alla pace e al dialogo,

Le proteste a favore della democrazia sono state scatenate il 24 giugno, ma fonti locali hanno detto a Crux che i disordini possono essere collegati alla morte di uno studente universitario all’inizio di maggio, con agenti di polizia sospettati del crimine. Questi si sono trasformati in appelli per riforme politiche, che hanno portato re Mswati III, che è il monarca assoluto dal 1986, a rilasciare alla fine della scorsa settimana un decreto che vieta le petizioni al governo che chiedono riforme democratiche.

La situazione si è ulteriormente aggravata a Eswatini a partire da lunedì sera, quando uno dei supermercati fuori Manzini, il più grande centro urbano del paese, è stato bruciato e un camion saccheggiato.

Mentre i figli di Mswati ostentano le loro opulente feste di compleanno sui social media, 6 cittadini su 10 di questa piccola nazione senza sbocco sul mare, incuneata tra Sudafrica e Mozambico, vivono in povertà, e gli osservatori ritengono che la disparità della situazione in cui vivono gli 1,1 milioni di persone del paese rispetto a quella del loro sovrano abbia portato ai disordini civili più esplosivi dall’indipendenza dello Swaziland 53 anni fa.

I manifestanti sono scesi in strada nella capitale esecutiva, Mbabane, a Manzini e altrove e il governo ha reagito in modo aggressivo. Ci sono testimoni, attivisti e personale ospedaliero che hanno riferito che l’esercito e la polizia hanno sparato contro i manifestanti e i saccheggiatori.

Martedì, (monsignor) Ponce de León, nell’ambito di una delegazione del Consiglio delle Chiese, ha incontrato il Primo Ministro del paese, perché temeva che i violenti disordini potessero presto intensificarsi, nonostante un apparente stato di quiete che più il risultato della forte risposta del governo alla protesta che una soluzione ai problemi più profondi.

Nella sua dichiarazione, il prelato ha citato l’enciclica di Papa Francesco sulla fraternità umana, Fratelli Tutti, per dire che “un autentico dialogo sociale implica la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro e di ammettere che può includere legittime convinzioni e preoccupazioni”.

Martedì scorso è stato imposto anche un coprifuoco dal tramonto all’alba e il primo ministro ad interim Themba Masuku ha dovuto negare notizie dei media secondo cui Mswati era fuggito dalla violenza nel vicino Sudafrica.

“Sua Maestà… è nel paese e continua a far avanzare gli obiettivi del Regno”, ha detto Masuku in una dichiarazione. “Facciamo appello alla calma, alla moderazione e alla pace.”

Ponce de León ha anche condiviso su twitter un messaggio pubblicato il 2 luglio dal Consiglio delle Chiese dello Swaziland, di cui è membro come vescovo dei cattolici del paese, dicendo che la domanda da farsi, nel vedere la violenza in atto e il danno alle proprietà della gente, è “cosa sta causando questo e quale potrebbe essere la soluzione?”

“Ciò è dovuto al fatto che ogni persona vuole progredire nella vita e quindi la distruzione cui si sta assistendo ora non sta portando il paese verso i suoi obiettivi”, afferma la dichiarazione, prima di segnalare diversi possibili motivi per la violenza, dalla pandemia di COVID-19 alla mancanza di opportunità di lavoro, che a sua volta ha “reso i giovani vulnerabili e frustrati”.

L’economia del paese, già in crisi prima della pandemia, ed è stata peggiorata da essa, con il lockdown che non ha reso la situazione migliore “poiché abbiamo visto altri problemi sociali, come la violenza di genere, aggravarsi”.

Il disagio causato da questi problemi è stato esacerbato, si legge nella dichiarazione, dalle “priorità sbagliate” del governo quando si tratta di stanziare fondi e “dall’aumento della brutalità delle forze dell’ordine contro la gente”, che ha portato alla perdita di vite umane, e non ha certo migliorato la situazione.

“Attualmente stiamo vivendo alti livelli di violenza sia da parte delle forze di sicurezza che dei manifestanti”, ha detto il Consiglio delle Chiese. “I manifestanti hanno lasciato dietro di sé una scia di distruzione con proprietà vandalizzate o bruciate, negozi saccheggiati e alcune persone ferite. D’altra parte, le forze di sicurezza hanno la loro parte nella violenza, visto che ci viene detto di persone che sono state picchiate, ferite con armi da fuoco o addirittura uccise dalle forze di sicurezza.

Ci sono state anche diverse segnalazioni di persone prese dalle loro case dagli agenti di sicurezza mentre le loro famigli sono tenute all’oscuro di dove sono stati portati.

“Tale violenza non è mai stata vita nel Paese e siamo preoccupati per gli effetti a lungo termine sulla popolazione di Eswatini”, si legge nella dichiarazione, prima di suggerire il dialogo come la migliore soluzione alle impasse, implorando le persone di “seppellire l’ascia di guerra e venire al tavolo per una soluzione negoziata dei problemi”.

Inés San Martín


Vedi anche:

appello di papa Francesco, Violenze in Africa meridionale, servono dialogo e riconciliazione.