I capitoli generali della famiglia Consolata, in un cambiamento d’epoca


Indice


Tra l’8 maggio e il 24 giugno si sono tenuti i due capitoli generali dei missionari e delle missionarie della Consolata. Le due assemblee hanno avuto anche una due giorni in comune, il 3 e 4 giugno, durante la quale hanno partecipato in collegamento online anche diversi laici missionari della Consolata, che completano la famiglia Allamaniana.

Il capitolo generale si tiene ogni sei anni. È un’assemblea della durata di circa un mese, durante il quale i delegati o le delegate degli istituti, provenienti da tutto il mondo, si riuniscono e condividono riflessioni, bilanci e programmi.

Infine, l’assemblea dei capitolari elegge i nuovi consiglieri, il (o la) generale e il (o la) vice generale, che saranno le guide dei rispettivi istituti fino al 2029.

In questo periodo storico di cambiamenti rapidi e profondi, pensiamo che i prossimi sei anni saranno fondamentali per i due istituti fondati da Giuseppe Allamano. Abbiamo dunque ritenuto importante raccontare in un dossier, senza pretese di essere esaustivi, le linee principali emerse dai lavori.

Ma.Bel.

Padre Stefano Camerlengo, superiore uscente, con il neo eletto superiore generale Imc, padre James Bhola Lengarin


Essere fuoco che accende

Il nuovo superiore generale dei Missionari della Consolata.

Padre James Lengarin è nato a Maralal, in Kenya. È il nono successore di Giuseppe Allamano. Forte di un’esperienza come formatore in Italia e nel suo paese, negli ultimi sei anni è stato vice di padre Stefano Camerlengo, generale per due mandati. Abbiamo raccolto le sue prime impressioni.

Decimo superiore generale dei Missionari della Consolata, eletto il 14 giugno scorso, padre James Bhola Lengarin è nato nel 1971 a Maralal (Kenya). È il primo generale di origine africana.

Padre James, lei è stato per sei anni vice superiore generale. Che cosa si porta dietro da questa esperienza?

«Quando entriamo nell’istituto pensiamo di conoscerlo, però in questi sei anni ho visto davvero la realtà dell’Imc, visitando tantissime missioni, in diversi paesi. Ho constatato che in ogni paese la missione ha il suo approccio. Ho incontrato tanti missionari che non conoscevo. Ci si incontra con le persone, si scambiano le impressioni e le esperienze, e questo ci fa innamorare ancora di più del carisma. Come diceva Giuseppe Allamano, lo spirito di famiglia è una cosa reale e concreta. Si condivide, si pensa, si sogna insieme.

Anche l’incontro con i popoli che accolgono i miei confratelli è stato importante. Lavorano e pregano con loro, iniziano a prendersi delle responsabilità nella chiesa, e sono stimolati a conoscere la nostra famiglia missionaria. E questo ti fa innamorare del genere umano».

Viviamo in un cambiamento di epoca. Quali sono le novità principali decise nel capitolo per affrontare i prossimi anni?

«Ci sono cambiamenti a tutti i livelli. Abbiamo fatto un’analisi delle sfide del mondo di oggi, sia quello esterno che quello interno all’istituto. Abbiamo deciso che è importante accettare di rinnovarci, e per farlo occorre una formazione continua. È una dimensione che ognuno di noi deve avere e che tocca tutto l’arco della vita. La formazione ci serve per non vivere di rendita. È come una rinascita che possiamo vivere anche andando a cercare nel nostro carisma delle novità. Il carisma è sempre lo stesso, ma il modo di applicarlo e viverlo deve essere diverso a seconda dei tempi e delle generazioni.

Un altro aspetto che ci fa riflettere è quello dei cambiamenti di vocazione: ci sono alcuni missionari che escono dall’istituto: possiamo imparare dalle loro motivazioni, e capire cosa non sta funzionando. Le nostre costituzioni sono attuali per questi tempi o c’è qualcosa da cambiare?

Nel 2026 saranno cento anni dalla morte del nostro fondatore. Al capitolo ci siamo detti che oltre a celebrare, dobbiamo riflettere e rispondere a delle domande: chi era questo papà? Cosa ci dice oggi? Cosa ci ha lasciato? Cosa abbiamo fatto bene, cosa resta da fare?

Quale può essere il ruolo dei laici nel futuro dell’istituto?

«Abbiamo riflettuto sul coinvolgimento dei laici nella nostra vita quotidiana. Ne parliamo solo come appendice o sono parte integrante del nostro istituto? Sono la terza pietra (missionari, missionarie e laici), facendo riferimento al focolare tradizionale africano? Abbiamo analizzato quali sono le problematiche che emergono a vivere con loro.

Abbiamo previsto di fare un incontro internazionale dei laici, nel quale si parlerà delle esperienze che abbiamo avuto e di come valorizzarle e, in condivisione con loro, si rifletterà su come dare un’identità chiara e ufficiale ai laici della Consolata. Porteremo avanti questo processo nei prossimi sei anni.

Penso anche alla componente Imc rappresentata dai fratelli missionari della Consolata. La loro importanza e il fatto che oggi sono solo trentuno è un richiamo per noi a essere più attenti a promuovere la loro vocazione».

E quale collaborazione con le missionarie?

«Attualmente ci sono due incontri all’anno tra le direzioni generali per organizzare alcune attività da svolgere insieme. Ad esempio, alcuni momenti di condivisione sul nostro comune carisma. Poi è un fatto che la loro presenza è diminuita dove siamo attivi noi e viceversa.

Al di là di questo, si è parlato anche della necessaria collaborazione con altre congregazioni religiose. Importante in questo mondo che cambia».

Come vede la missione in Europa?

«In Europa è cambiata la nostra missione. Il continente è stato la terra di animazione missionaria e vocazionale, fin dall’inizio. Si presentava la missione al popolo, anche per ottenere aiuti spirituali e materiali. Adesso l’Europa è diventata terra di missione ad gentes. Anche la rivista è cambiata: parlava del mondo della missione alle persone in Italia. Ora di cosa parlate? Anche della missione qui. Inoltre il mondo è cambiato e ha bisogno di altri modi di comunicare, messaggi veloci e corti.

Un altro grande cambiamento è l’attenzione a non avere più strutture pesanti, perché non abbiamo più persone che le riempiono».

Ci dica, secondo lei, qual è un punto di forza e uno di debolezza dei Missionari della Consolata oggi.

«Come punto di forza direi che abbiamo un istituto stabile, che rispecchia quello che il fondatore voleva che fosse.

Dal 1960 siamo rimasti in modo costante a circa 900 missionari.

È forte perché, oltre agli anziani, abbiamo più del 50% che sono giovani. Infatti, i confratelli di origine africana sono 520, e sono in maggioranza giovani. È dal 1970 che si sono iniziate a cercare vocazioni in Africa, e c’è stato un boom. Abbiamo, inoltre, una grande diversità culturale. Dall’età di 22 anni, i nostri giovani nelle comunità formative stanno insieme ad altri giovani provenienti da tutto il mondo. L’interculturalità è un valore importante nella nostra società.

Come punto di debolezza, invece, direi l’accompagnamento dei missionari. Negli anni passati essi erano formati in Italia e conoscevano bene carisma e gli insegnamenti del fondatore, e dunque li trasmettevano bene a noi studenti africani. In seguito, la formazione è stata presa in mano da confratelli di altre culture, ed è mancato qualcosa nel passaggio delle conoscenze. Dal 2011 anche la leadership è cambiata, i primi africani hanno cominciato ad essere superiori regionali o delegati, e anche in questo forse è venuto a mancare qualcosa dello stile originario.

Un altro aspetto che vedo è questo: siamo in tante missioni che non sono più di ad gentes. Abbiamo presenze belle, di accompagnamento delle persone nella vita quotidiana, ma nel nostro carisma parliamo di andare verso i non cristiani. Dobbiamo allora definire bene cos’è l’ad gentes per noi. Prima si sapeva bene dove erano i non cristiani.

Le sfide che il mondo ci propone possono diventare opportunità per dei missionari che sognano e che offrono la loro vita per dare una risposta giusta».

Si aspettava di essere eletto superiore generale?

«Non ero pronto a questo. La prima cosa che ho fatto è stata cinque minuti di silenzio ma anche di pianto. Mi sono trovato in difficoltà quando mi hanno chiesto se avrei accettato.

Mi sono detto, faccio la mia parte, non sono da solo, ci sono i confratelli. Niente è impossibile, ci vuole il tempo affinché l’impossibile diventi possibile.

Io vengo da una etnia che non ha un re, ma ha capifamiglia che formano un consiglio degli anziani.

Secondo me per tutte le cose è necessario coinvolgere gli altri missionari nelle loro responsabilità, così tutti i membri dell’istituto partecipano con la loro vita e diventiamo un fuoco che accende gli altri fuochi (Lc 2,49)».

Marco Bello


Un’esperienza che ti cambia

Il XIV capitolo generale dei missionari della consolata

Innanzitutto, un richiamo alla memoria della storia, poi l’ascolto della presenza nei quattro continenti, una riflessione sul futuro, infine l’elezione della nuova direzione generale. Il tutto passando attraverso due giorni di riunione di «famiglia» con le sorelle e i laici. Il racconto di un giovane padre capitolare.

Dal 22 maggio al 24 giugno scorsi, come Missionari della Consolata ci siamo riuniti a Roma per il nostro quattordicesimo capitolo generale.

Già prima di arrivare in casa generalizia sentivamo di avere ricevuto una grazia a partecipare a un evento speciale, che, in qualche modo, avrebbe dato un orientamento al futuro del nostro istituto. Grati per la fiducia riposta in noi da coloro che ci avevano indicati come delegati per quest’importante assemblea, percepivamo anche la responsabilità del lavoro che ci accingevamo a compiere.

Uno dei primi atti del capitolo è stato la firma, da parte di ogni missionario, della dichiarazione con la quale ci si impegnava a far sì che ogni intervento, decisione e azione fossero orientati unicamente al bene dell’istituto.

Il pensiero andava ai capitoli precedenti, a partire da quello del 1922 nel quale, per la prima volta, dodici missionari si erano riuniti per eleggere il superiore generale. Undici voti erano per per Giuseppe Allamano e uno per Filippo Perlo. Il Fondatore aveva replicato: «Non è possibile, bisogna rifare, io sono ormai anziano e ci vuole un giovane per guidare l’istituto», ma padre Tommaso Gays era intervenuto: «Padre, possiamo ripetere quante volte vogliamo la votazione, il risultato non cambierà». Tali e tanti erano l’affetto, la stima, la riconoscenza dei missionari nei confronti del Fondatore che rieleggerlo come superiore generale era qualcosa di naturale e prorompente.

Il capitolo del 1969 fu uno dei più significativi di tutta la nostra storia, perché aveva il non facile compito di ripensare la missione a partire dai documenti e dallo spirito del Concilio Vaticano II. La realtà e la responsabilità del «popolo di Dio» diventavano sempre più importanti e suggerivano nuovi cammini di inculturazione e di vicinanza ai percorsi di lotta per l’indipendenza, sia civile che religiosa, che molti Paesi avevano appena compiuto o si trovavano ad affrontare.

A confronto con la storia

Di fronte alla grandezza dei missionari che ci hanno preceduto, a confronto con le loro iniziative e realizzazioni, veniva da pensare: «Chi siamo noi?». Ci siamo fatti coraggio sentendo che, da un lato, provenivamo da una storia di dedizione e di amore ai popoli e alla missione e che, dall’altro, il tratto di cammino che ci trovavamo a percorrere era affidato proprio a noi, con i nostri limiti e talenti.

Il momento attuale è infatti di grande delicatezza e importanza, dato che, come ricorda papa Francesco, non ci troviamo tanto di fronte a un’epoca di cambiamento, quanto a un cambiamento d’epoca. Le sfide sono numerose e impegnative, ma dalla capacità di affrontarle e di trovare una qualche soluzione dipende niente meno che la sopravvivenza della nostra specie sulla faccia della Terra. Noi capitolari sentivamo quindi più che mai necessario dare il meglio di noi, nella fraternità e semplicità.

La straordinarietà del momento era percepibile anche dai tanti messaggi di vicinanza, affetto e preghiera che provenivano dai missionari e dalle missionarie, dai laici, dagli amici, persino dal papa. Il clima tra di noi è stato subito d’intesa e di gioiosa collaborazione, per cui le paure di contrasti, difficoltà, momenti di stallo, sono presto svanite. I capitolari rappresentano in qualche modo l’intero istituto ed era dunque naturale che la maggioranza avesse origine africana. Nei momenti di preghiera, durante il canto, si sentiva la forza delle tradizioni che hanno sempre dato importanza alla musica e al canto corale, fatto di varie voci che, con potenza, si fondono in armonia.

In ascolto

I primi giorni del capitolo sono stati dedicati all’ascolto delle sfide del mondo, tramite l’intervento di alcuni esperti, e della nostra realtà d’istituto, attraverso le relazioni dei superiori e degli amministratori. Un capitolo dovrebbe aiutare a capire come rispondere alle esigenze che emergono dalla realtà sociale contemporanea e provare a dare alcune risposte ai problemi e alle difficoltà che l’istituto si trova ad affrontare.

Ci siamo resi conto che era necessario provare a riflettere su cosa sia l’ad gentes oggi, cioè come portare la «Buona notizia» a quelle persone e realtà che ne sono distanti. La salvaguardia del creato, la promozione di mentalità e atteggiamenti di pace, l’accoglienza della sensibilità delle donne, la vicinanza alla strada dei tanti migranti, l’ascolto dei giovani, la collaborazione con le chiese locali sono realtà in cui siamo chiamati a essere presenti e a portare una parola e un’azione capaci di costruire relazioni e condivisione.

Abbiamo trovato un istituto vivo e appassionato, che ha ancora voglia di camminare insieme ai popoli, ma qualche volta stanco, un po’ disilluso e incapace di continuare a immergersi in quegli ambienti sfidanti che costituiscono le frontiere della missione.

Accanto al desiderio di trovare nuovi stili di missione adatti all’oggi, abbiamo trovato anche nostalgia per il passato e resistenza al cambiamento, in contrasto con l’apertura alla novità caratteristica del nostro Fondatore. Lo studio della nostra storia, il ritorno al carisma, il contagio da parte della passione missionaria di tanti uomini e donne che ci hanno preceduto deve aiutarci a riprendere con rinnovato slancio la voglia di consumare la vita per costruire comunità e per aiutare altri a condurre con dignità il loro percorso esistenziale.

La multiculturalità che caratterizza l’istituto è sicuramente una ricchezza, ma necessita di cammini che trasformino «l’essere insieme» in un desiderio di collaborazione, di accettazione e valorizzazione delle diversità, di un impegno a vivere e lavorare in cordata. Siamo, infatti, chiamati a costruire un istituto che sia un vero riflesso del Regno di Dio, dove genti di ogni nazione, tribù, popolo e lingua (Ap 7,9) possano vivere e lavorare in armonia e fratellanza.

La Parola

Il testo biblico che ci ha ispirati durante i lavori capitolari è stato l’incontro di Filippo con l’Etiope funzionario della regina Candace (At 8,26-40).  «Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: “Capisci quello che stai leggendo?”. Egli rispose: “E come potrei capire, se nessuno mi guida?”. E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: “Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”. Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?”».

Filippo non inizia a predicare, prima di tutto si fa compagno di viaggio e si mette in ascolto, poi fa una domanda e di conseguenza è invitato a salire sul carro e a spiegare il passo.

Ogni testo della Scrittura diventa significativo quando incontra la nostra realtà, quando lo sentiamo valido e vitale per la nostra condizione attuale. La domanda dell’Etiope mira proprio a questo: il testo biblico parla di un servo sofferente che è stato umiliato, ma al quale è promessa una grande discendenza, e anche l’Etiope, reso eunuco da chi l’ha voluto al servizio della regina Candace, vorrebbe con tutto se stesso essere fecondo, poter avere in qualche modo una discendenza. Filippo, parlandogli di Gesù, gli annuncia una speranza.

E noi? Riusciamo come singoli e come comunità a lasciarci plasmare dalla Scrittura e a «raccontarla» in modo che sia significativa per chi l’ascolta? «L’episodio dell’annuncio di Filippo all’eunuco ci incoraggia ad un cambiamento di direzione: dall’attesa all’uscita che porta ad ascoltare, a correre, a servire, a stare lungo la strada sporcandosi le mani e camminando con le persone. Anche noi siamo chiamati a essere Chiesa in uscita, a “sederci accanto”, ad accompagnare e poi a lasciar andare perché il Vangelo genera libertà».

Incontro introduttivo per ambientare i capitolari alla strumentazione per il capitolo

Family workshop

Uno dei momenti più intensi di tutto il percorso capitolare è stato senza dubbio il fine settimana insieme alle suore e agli altri missionari, missionarie e laici collegati online. Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, entrambi professori alla Cattolica di Milano, ci hanno presentato alcune riflessioni sugli atteggiamenti missionari più importanti per raggiungere i giovani che desiderano una Chiesa più aperta, autentica e accogliente; il cardinale Luis Antonio Tagle ci ha offerto un intervento appassionato e ricco di esperienze personali suggerendoci di lasciar perdere le «strategie» per preferire «l’alleanza» con la Parola, ma anche con le persone, che quando si sentono capite, accolte e valorizzate, danno il meglio di sé. I laici hanno fatto sentire con forza la loro voce e il loro desiderio di pensare, sognare e realizzare la missione insieme a noi.

Vicinanza nella distanza dunque, ma anche incontri, sorrisi, parole scambiate con un sentimento di reale fratellanza e sorellanza e con la voglia di pensare a un cammino congiunto da portare avanti insieme ai giovani, a un coinvolgimento più profondo nel mondo del digitale, insieme al desiderio di mettersi in ascolto del grido che i popoli e il pianeta fanno sentire, per tentare di abbozzare qualche riposta.

Da qualche tempo a questa parte si è inaugurato un modo nuovo di collaborazione tra missionari, missionarie e laici, in cui ci si interroga, alla pari, su come affrontare le sfide che la realtà pone e si prova a individuare, con l’apporto delle diverse sensibilità e competenze, alcune strade percorribili.

Molto è ancora il cammino da fare, perché non sempre si è preparati a questo tipo di collaborazioni, eppure è più che mai necessario procedere insieme se si desidera ancora essere significativi nella realtà contemporanea.

 

Votazioni

Uno dei tempi più attesi e preparati di tutto il capitolo è stato senza dubbio l’elezione del superiore generale e del suo consiglio. Fin dall’inizio e ancor prima, ci si interrogava su chi sarebbe potuta essere la persona più adatta per questa importante responsabilità. I lavori di gruppo, il pellegrinaggio ad Assisi, i momenti informali, oltre alle sessioni in plenaria, sono stati occasione per conoscersi nel modo di pensare, di lavorare, di affrontare i problemi e per confrontarsi sulla scelta da fare.

Il giorno antecedente alle elezioni è stato interamente dedicato alla preghiera e al discernimento, guidati dal preposito (superiore, ndr) generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal. Al termine del ritiro ci sono state le cosiddette mormorationes, momenti di dialogo a due in cui, con rispetto e realismo, ci siamo confrontati sull’opportunità di eleggere un dato missionario.

Questo capitolo ci ha riservato una sorpresa che tra l’altro era la cosa più naturale per la realtà di oggi: il primo superiore africano dell’istituto. Chissà se il Fondatore si era mai immaginato che qualcuno di coloro che avrebbero ricevuto l’annuncio, magari un pastore samburu sensibile, attento, intelligente, un giorno sarebbe diventato non solo cristiano e poi missionario e formatore, ma anche, dopo un lungo cammino, il superiore generale del suo istituto?

Alle radici

È stato significativo il viaggio a Torino che ci ha portati a contatto con la Casa Madre, con i nostri confratelli di Alpignano che, pur nell’anzianità e a volte nella sofferenza, portano nel cuore le persone, i popoli, i paesaggi in cui hanno speso i loro anni di missione e continuano ad accompagnarli con il pensiero e la preghiera. Incontrare missionari con cui si è lavorato o che sono stati di esempio per noi e stimolo nella missione è sempre un momento di grande intensità. Vederli così fragili e a volte sofferenti tocca nel profondo.

Spontanea scaturisce la riconoscenza per la loro vita spesa a servizio della missione e anche il proposito di recarsi qualche volta in più a trovarli, per farli sentire meno soli, ma anche per essere contagiati dalla passione per la missione che li ha portati fino a lì.

Il capitolo ha deciso che le famiglie dei missionari devono essere accompagnate di più, in modo particolare nei momenti di maggiore difficoltà.

Immancabile la celebrazione dell’eucarestia al Santuario della Consolata che è la culla in cui il nostro istituto è stato pensato, sognato e diretto per tanti anni da Giuseppe Allamano e dal suo fedele collaboratore Giacomo Camisassa.

Dopo un mese di lavori intensi, il capitolo è terminato. Quale sintesi? Innanzitutto è stato un tempo speciale che ci ha posti a contatto gli uni con gli altri e con le realtà più stimolanti e più problematiche della nostra famiglia consolatina e del mondo. Il documento conclusivo non propone nuove ricette missionarie, ma vuole aprire alcuni cammini che coinvolgano missionari, missionarie e laici e che ci portino ad approfondire il nostro ad gentes oggi e a pensare una formazione che prepari i giovani e poi accompagni i missionari a sentirsi in sintonia con le persone e le realtà all’interno delle quali siamo chiamati a offrire il nostro umile, ma significativo contributo.

Il sogno, che deve tramutarsi in realtà, è quello di un istituto che provi a fare di tutto per essere una comunità interculturale dove le differenze di pensiero e di stile non costituiscano occasione di divisione, ma di ricchezza, e che rinnovi la passione e l’impegno per offrire qualche proposta significativa a una realtà che, in mezzo a tante difficoltà, non smette di sentire il fascino della bellezza, anche spirituale.

Un primo frutto delle fatiche capitolari è senza dubbio l’amicizia che si è creata tra di noi e il cambiamento che la conoscenza delle realtà del nostro tempo e della nostra famiglia missionaria ci spinge a realizzare nelle nostre vite e nella
missione.

Piero Demaria

Direzione generale IMC 2023-2029 eletta il 13 giugno 2023. – SupGen: Jamaes Bhola Lengarin. ViceSuP: Michelangelo Piovano. Consiglieri: Mathews Odhiambo Owuor, Juan Pablo De los Ríos Ramírez e Erasto Colnel Mgalama


Vivere la missione in comunione

La nuova Madre generale delle Missionarie della Consolata

Suor Lucia Bortolomasi è nata a Susa (To). Ha fatto parte del primo gruppo che ha aperto in Mongolia nel 2003, mentre negli ultimi sei anni è stata nella direzione generale. È consapevole dei limiti del suo istituto, ma anche dei suoi punti di forza. Ci parla di carisma, di giovani e dell’importanza della «famiglia» della Consolata.

Suor Lucia Bortolomasi è nata nel 1965 a Susa, in provincia di Torino. È entrata nelle Missionarie della Consolata nel 1987 ed è partita per la missione in Mongolia nel 2003, nel primo gruppo, e vi è rimasta 14 anni. Negli ultimi sei anni è stata consigliera generale. Il 28 maggio scorso, durante il XII capitolo generale, è stata eletta superiora del suo istituto.

Suor Lucia, in un cambiamento di epoca, quale sono le nuove sfide per le Missionarie della Consolata e come affrontarle?

«Per noi il Capitolo è stato una benedizione e una grazia. Ci siamo trovate come famiglia, anche se stiamo diminuendo di numero, ma questo non ci ferma, perché abbiamo nel cuore la passione per la missione.

È stato un momento in cui abbiamo ripreso tutto il nostro cammino, abbiamo visto la presenza dell’oggi, dove siamo, come viviamo, con che stile, per proiettarci verso il futuro. C’è stata una riflessione sui tre temi: la missione, il carisma e le presenze.

Durante gli ultimi sei anni è stato elaborato il documento della Ratio missionis, approvato al capitolo. È un documento che ci ha dato una prospettiva ed è frutto di un lavoro collettivo. A partire da una bozza iniziale tutte le sorelle hanno potuto dare il loro apporto.

Il secondo tema trattava del tesoro del nostro carisma. Abbiamo discusso e approfondito su come ravvivare il carisma, datoci da Giuseppe Allamano.

Il terzo tema prevedeva il ridisegnare le presenze. In sintesi vuol dire chiudere dove c’è già la chiesa locale che può camminare, e non c’è più bisogno di una nostra presenza, e proiettarci invece su luoghi e in ambiti dove non c’è presenza di chiesa.

Durante il Capitolo abbiamo sentito un richiamo forte a vivere la grazia della piccolezza, una chimata che lo Spirito dirige a noi come istituto, oggi: un cammino che ci aiuta a non porre l’attenzione sulle nostre capacità, ma sulla fiducia in Dio. Non siamo nate per le grandi strutture o le grandi opere, non siamo state fondate per realizzare grandi progetti, siamo chiamate da Dio a prenderci cura della persona ad ascoltarla e annunciare l’amore di Dio.

Oltre a tutto questo, in maniera trasversale, abbiamo parlato molto di comunicazione. Ormai vediamo che è un aspetto importante, è come una missione. L’ambito della comunicazione è diventato una missione ad gentes, nel quale puoi raggiungere tante persone.

Abbiamo dunque deciso di realizzare un ufficio centrale della comunicazione. Esso raccoglierà tutti i nostri sforzi in questo ambito, e sarà come una presenza nel continente del mondo digitale».

Quante siete attualmente e che prospettive avete?

«Siamo circa 500, presenti in diciotto paesi. Le giovani in formazione provengono in maggioranza dall’Africa, qualcuna dall’America Latina, in questo momento ci sono 19 novizie.

Una delle priorità dell’istituto è la cura delle sorelle anziane e malate, che dopo anni dedicati alla missione, quando le forze vengono a mancare per età o salute, continuano a servirla nella preghiera, nell’adorazione eucaristica, nell’offerta della sofferenza, unendosi più intimamente all’opera redentrice di Cristo. Un’altra priorità è quella delle giovani generazioni, due realtà che in questo momento hanno bisogno di attenzione particolare per la vitalità della nostra famiglia. Sono le radici e i germogli. Siamo un’istituto in diminuzione numerica, un piccolo gruppo di sorelle, con una grande passione per Dio e per la missione nel cuore».

Incontro tra i due capitoli generali, IMC e MdC

Come interessare il mondo dei giovani alla missione?

«Non lo so, però credo fortemente che se siamo fedeli al nostro carisma e viviamo con radicalità il Vangelo e lo testimoniamo con la nostra vita, sicuramente i giovani si porranno delle domande.

Anche durante il capitolo si è parlato del bisogno dei giovani, della loro sete di cose vere. Ci sono tante situazioni di fragilità, dove noi dobbiamo essere presenti per donare speranza».

Come vede la collaborazione tra uomini e donne della famiglia Consolata? E il ruolo dei laici?

«È un segno dei tempi, sorelle e fratelli che insieme testimoniano che è bello credere in un Dio che ama. Questo richiede rispetto e un grande desiderio di vivere la missione come famiglia unite ai nostri missionari e ai laici. Penso che ci sia la volontà di condividere e vivere la missione assieme. Un esempio è la Mongolia, un’apertura missionaria pensata e voluta dai due istituti generali, e poi vissuta insieme. La missione in Mongolia non sarebbe quello che è adesso se non fossimo stati insieme, se non avessimo, pensato, riflettuto, pregato e vissuto l’apostolato. È bello pensare a una missione vissuta in comunione e arricchita dalla presenza dei laici, di famiglie, che condividono lo stesso carisma. Il fondatore è unico, il carisma è unico, che cosa ci impedisce di sederci e riflettere per vivere la missione? La comunione sempre arricchisce.

Un’animazione missionaria fatta con femminile e maschile sarebbe una ricchezza. Più efficace. Spero che si possa andare avanti su questa strada, perché le possibilità ci sono e anche il desiderio».

La missione in Europa è diventata ad gentes?

«Per il nostro Istituto, l’Italia è la culla dove siamo nate: in Europa ci sono i luoghi della nostra spiritualità, il cuore del carisma, le radici dell’istituto. Sono luoghi sacri, un dono per tutti. Siamo chiamate a mantenerli vivi, a valorizzarne il significato.

L’Europa ci interpella anche a trovare nuove forme e stili nuovi di essere e fare missione oggi. Alcune presenze sono divenute spazi di consolazione e vicinanza per i migranti, le donne che vogliono spezzare le catene della tratta. Da poco abbiamo iniziato una presenza missionaria a Ruffano, in Puglia. Siamo in una parrocchia dove cerchiamo di sensibilizzare la Chiesa alla missione e ad avere un’attenzione particolari ai giovani e a chi ha bisogno di consolazione.

Vorrei sottolineare però che noi come Istituto, per rispondere al nostro carisma, siamo chiamate ad andare dove non c’è una presenza di Chiesa o dove ci sono popoli che ancora non hanno sentito parlare del Vangelo, di Gesù. Qui in Europa c’è una presenza di Chiesa molto valida, che può servire e donare; invece, ci sono parti del mondo che sono dimenticate, è lì il nostro posto».

Marco Bello

Grupo della capitolari MdC


Il fuoco della missione

Reportage dal capitolo delle missionarie della consolata

Ventotto sorelle dai quattro continenti si sono riunite per un mese nella casa di Nepi (Viterbo). Hanno analizzato la presenza dell’istituto nel mondo e riflettuto sulle sfide della missione del futuro. Dal 1910, anno della fondazione, questo è il dodicesimo capitolo generale. Il racconto di una testimone d’eccezione.

Dall’8 maggio all’8 giugno 2023 si è svolto il XII Capitolo generale delle Suore Missionarie della Consolata dal titolo: «Il fuoco della missione».

Un fuoco in un braciere: questa immagine viva e scoppiettante ha accompagnato la preghiera iniziale della nostra assemblea capitolare, ed è rimasta impressa nei nostri occhi e cuori durante tutto il capitolo. Nei primi giorni il tema del fuoco è stato abbordato da diverse angolature: dal punto di vista biblico e spirituale ha alimentato la nostra preghiera personale e comunitaria. Ma perché questo simbolo?

La metafora del fuoco era usata dallo stesso nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano, che affermava energicamente: «Ci vuole fuoco per essere apostoli». Fuoco come passione per Cristo e per l’umanità. E questa eredità carismatica ha letteralmente scaldato i cuori dell’incontro capitolare, che ha riaffermato la missione ad gentes come senso del nostro esistere nel mondo e nella Chiesa.

Lo spirito di corpo

Ventotto sorelle, di nove nazionalità e diverse generazioni, provenienti da quattro continenti: quello che a prima vista può sembrare un gruppo estremamente variegato, in realtà ha vissuto una profonda unione di cuore e di mente.

Lo «spirito di corpo» additato dal beato Allamano come ideale e modello di vita per la nostra famiglia missionaria, è stato percepito dalle capitolari come una realtà di corpo piccolo e unito, attorno al fuoco della missione, che è anche il fuoco del carisma. Una tale esperienza non può che essere un dono di Dio e dello Spirito Santo.

«Il capitolo è stato una benedizione – ricorda suor Getenesh, missionaria della Consolata etiope, formatrice delle giovani aspiranti missionarie in Etiopia – è stato un’esperienza bella di condivisione e di ascolto. Giunte da diversi continenti, e con esperienze molto differenti, tutte siamo arrivate a un’armonia e intesa particolari. Il capitolo è stato un’esperienza dello Spirito Vivente. Porto nel cuore tanta gratitudine a Dio, alla Consolata e al padre fondatore».

Per questo, in tutte noi sorelle, ricordando il capitolo appena vissuto, il cuore si colma di molta gratitudine e commozione.

Messa del 29 gennaio 2023, a Ulaanbaatar (Mongolia) per l’anniversario della fondazione degli istituti.

I temi del capitolo

Il capitolo è un’assemblea che si tiene ogni sei anni, nella quale si valutano i cammini realizzati e si proiettano i cammini futuri. Inoltre, si elegge la nuova direzione generale dell’istituto.

Sono stati due i grandi temi in agenda, dai quali sono scaturite le linee guida e le priorità per il sessennio che inizia: l’approvazione della Ratio missionis, documento del diritto proprio dell’istituto, e il «Tesoro del carisma», sviluppato dall’intercapitolo (assemblea di preparazione del capitolo). Alla luce di questi due temi, si è riflettuto quindi sulle nostre presenze. La redazione di una Ratio missionis era stata indicata dal precedente capitolo 2017 come uno degli impegni del sessennio. La finalità di questo documento era raccogliere la ricchezza carismatica e i cammini compiuti nel primo secolo di vita della congregazione, e pensare alle linee guida della missione nell’oggi e nel futuro. Nel 2018 si è costituita un’equipe di cinque sorelle con diverse esperienze missionarie e competenze. Confrontandosi con esperti e rileggendo il vasto materiale prodotto sul tema della missione, l’équipe ha redatto una prima bozza, che è stata mandata a tutte le sorelle e a persone esterne, competenti sul tema. Gli apporti di grande qualità giunti all’équipe sono stati integrati in una seconda bozza, che è stata presentata all’assemblea capitolare 2023.

Nella Ratio missionis sono presentati i fondamenti della missione ad gentes, a livello biblico, teologico, ecclesiale, e carismatico. Segue una riflessione sugli elementi carismatici missionari che nel tempo si sono sviluppati nell’istituto, per poi tracciare linee guida per la missione del futuro.

Si tratta di un documento importante sia nella formazione delle nuove generazioni di Missionarie della Consolata, sia nella vita di ogni comunità e nello stile di missione che vogliamo vivere e assumere. Per questo, il sessennio che inizia avrà come uno dei suoi punti centrali il processo di appropriazione di questo documento.

Nelle motivazioni date dall’Assemblea capitolare sull’importanza di questo documento, troviamo che la Ratio missionis promuove una visione e una prassi comune di missione, per una sempre più profonda unità di intenti. Aiuta ad approfondire l’oggi e il futuro della missione, e a favorire un «cambio di rotta», dove necessario.

Il tesoro del carisma

L’altro grande tema del capitolo è stato il «Tesoro del carisma», che ha coinvolto tutte le Missionarie della Consolata in un percorso di riflessione e preghiera, e che ha avuto un momento centrale e significativo nell’intercapitolo del 2022. L’assemblea avrebbe dovuto riunirsi a metà sessennio, cioè nel 2020, per vivere un approccio/immersione nel carisma a livello esperienziale, storico ed ermeneutico. La pandemia e il lockdown mondiale hanno fatto rimandare in più occasioni questo incontro, che si è tenuto infine nei mesi di febbraio e marzo 2022.

Dall’Intercapitolo sono emersi elementi fondamentali del carisma, come raggi luminosi che scaturiscono da un nucleo carismatico. Più volte nel tempo del capitolo si è fatta memoria di questo evento molto forte, sia a livello personale, sia a livello di gruppo. Per il poco tempo intercorso tra i due momenti di istituto, non si è potuto realizzare un cammino che coinvolgesse tutta la congregazione, per questo motivo il Capitolo ha indicato il sessennio entrante come il «sessennio del carisma», un tempo benedetto da Dio per continuare ad approfondire e immergersi nel dono carismatico.

Ricorrenze importanti

Naturalmente, l’appropriazione della Ratio missionis e l’immersione nel carisma non sono elementi separati, bensì dimensioni intimamente intrecciate, a cui si uniscono anniversari importanti per la famiglia consolatina: a metà del sessennio, nel 2026, ricorrono i cento anni dalla morte del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei due istituti missionari della Consolata. Sarà un tempo propizio per cammini che coinvolgano tutta la famiglia: padri, fratelli, suore, laici e laiche, identificati con il carisma donato a noi e alla Chiesa dal beato Giuseppe Allamano. D’altra parte, non si tratta di un’iniziativa estemporanea, ma fa parte di un cammino iniziato da alcuni anni, come l’ evento di Murang’a 2 (cfr. MC ottobre 2022), vissuto in tempo di quarantena nel 2022, grazie alla tecnologia odierna, a cui hanno partecipato membri della famiglia consolatina da tutto il mondo, come pure il lavoro delle commissioni congiunte sul carisma, che hanno lavorato per diversi anni sia a livello generale, che a livello continentale.

Riflessione in famiglia

Il 3 e il 4 giugno, le due assemblee capitolari dei Missionari e delle Missionarie della Consolata si sono ritrovate a Roma per un momento di riflessione comune. Chiaramente si è ribadito il desiderio di cammini in comunione sia nello studio che nell’approfondimento del carisma che ci unisce. Non c’è occasione migliore per realizzarli: il centenario della morte del fondatore e (speriamo con tutto il cuore) la sua prossima canonizzazione, per la quale tutti stiamo pregando. I suggerimenti di iniziative sono numerosi, adesso spetta a ciascuno di noi trovare i modi e i tempi per realizzarli insieme.

Il carisma, la missione ad gentes: sono fuoco che arde nel cuore di ogni Missionaria della Consolata, non importa l’età, la provenienza o la missione che sta compiendo. Di questo non c’è dubbio, si percepisce forte nei momenti di condivisione e negli apporti dati da tutta la famiglia durante questi anni. Il capitolo ha riconosciuto questa vitalità, ma allo stesso tempo ha preso in mano la realtà attuale della congregazione: si tratta di una famiglia religiosa piccola e in diminuzione, dove le sorelle anziane sono numerose, ma dove fioriscono anche nuove vocazioni, specialmente nel continente africano.

I processi per ridisegnare le nostre presenze sono in corso già da molti anni, tenendo conto della realtà concreta delle comunità: nel sessennio concluso si sono costituite le Regioni Africa e America, unificando le circoscrizioni di ciascun continente, e ci siamo aperte alla missione nell’Asia centrale, in Kazakistan e in Kirghizistan, ma il cammino non è ancora terminato. La riflessione sulle nostre presenze, sul ridisegnare la geografia delle nostre comunità, è stato un tema toccato dal capitolo per un lungo tempo.

Il fuoco della missione, unito alla realtà attuale della congregazione, esigono un discernimento e scelte concrete.

Sorge nel cuore molta riconoscenza per le vite donate di tante sorelle, che adesso vivono la missione nell’offerta e consegna della loro vita e sofferenza, e sorge pure molta speranza per i «germogli» che spuntano sulla vite centenaria, che è il nostro istituto.

Continuiamo a vibrare per la chiamata della missione ad gentes. Ma come vivere questo tempo così particolare? La risposta data (o meglio, da darsi passo dopo passo) è accogliere e vivere la piccolezza.

La piccolezza: non è solo una realtà storica che stiamo vivendo oggi, è la risposta che, come famiglia religiosa, vogliamo dare e vivere in questo tempo. Una piccolezza che inizia dal cuore di ciascuna in relazione con Dio, che passa per la semplicità e l’umiltà. Una piccolezza che è uno stile di vita e di missione, dove la vicinanza alla gente e la relazione a tu per tu costituiscono il cuore dell’incontro e dell’evangelizzazione.

All’udienza con papa Francesco

Piazza San Pietro: mercoledì 7 giugno 2023. Arriviamo presto e ci mettiamo in fila, vicino al colonnato, per poter accedere ai posti riservati per l’udienza generale di papa Francesco. Si uniscono a noi anche i confratelli capitolari, e come gruppo ci presenteremo al Santo padre per un saluto. Dopo i dovuti controlli della polizia, ci rechiamo sul sagrato della basilica di San Pietro, e aspettiamo pazientemente – ma anche con molta emozione – l’arrivo del pontefice. Scorgiamo, vicino alla sedia del Papa, un’urna di legno. Alcune di noi la riconoscono: è l’urna che contiene le reliquie di Santa Teresina di Lisieux. Scopriamo che di fianco c’è anche un’altra teca, contenente i resti dei genitori di Santa Teresina, riconosciuti beati dalla Chiesa Cattolica.

Papa Francesco arriva in papamobile, saluta lungamente i pellegrini presenti in piazza, quindi, avvicinandosi alla sua postazione, si ferma alcuni istanti in preghiera. E poi inizia la sua catechesi con queste parole: «Sono qui davanti a noi le reliquie di santa Teresa di Gesù bambino, patrona universale delle missioni. È bello che ciò accada mentre stiamo riflettendo sulla passione per l’evangelizzazione, sullo zelo apostolico. Oggi, dunque, lasciamoci aiutare dalla testimonianza di santa Teresina. È patrona delle missioni, ma non è mai stata in missione: come si spiega, questo? Era una monaca carmelitana e la sua vita fu all’insegna della piccolezza e della debolezza: lei stessa si definiva “un piccolo granello di sabbia”».

Potete immaginare la nostra emozione e come queste parole sono arrivate dritte ai nostri cuori. Pura coincidenza? Non pensiamo. Il ricordo della via della piccolezza da parte del Papa è una chiara conferma dei cammini che il capitolo, in discernimento, indica a tutta la famiglia delle Missionarie della Consolata.

Una famiglia religiosa, per molti aspetti vulnerabile e fragile: la via della piccolezza è quella intuita ed intrapresa da Santa Teresina di Lisieux, e ricordata da papa Francesco nell’Udienza generale a cui abbiamo partecipato come capitolari Imc e Mc. Il Signore non solo conosce i nostri cammini, Lui li guida. E a Lui, alla Consolata e al padre Fondatore ci affidiamo per poter seguire unite, piccolo corpo, sulla strada della missione, e con il fuoco della missione dentro.

Stefania Raspo


Hanno firmato il dossier:

 Stefania Raspo, suora missionaria della Consolata dal 2001, in Bolivia dal 2013. È anche redattrice della rivista Andare alla genti. È stata eletta consigliera generale nel capitolo.

 Piero Demaria, missionario della Consolata dal 2003. Dopo aver lavorato in Mozambico e a Taiwan, si occupa ora di animazione missionaria in Italia. È stato uno dei delegati per l’Europa del XIV capitolo.

A cura di Marco Bello, giornalista, direttore editoriale MC.

Si ringrazia Suor Alessandra Pulina, direttrice di Andare alle genti, per la collaborazione.

I membri del XIV capitolo generale attorno alla tomba del Beato Allamano

 




La missione sfida i missionari


Dal 22 maggio al 20 giugno 2023 quaranta rappresentanti eletti dei Missionari della Consolata sono stati riuniti a Roma nel XIV capitolo generale dell’istituto, un evento che avviene ogni sei anni. Il suo risultato più immediato è l’elezione del nuovo superiore generale e del suo consiglio, ma il frutto più sostanziale sono le scelte che vengono fatte, a partire dal carisma originale dell’istituto, per dare una risposta creativa alle sfide che il mondo contemporaneo pone all’evangelizzazione.

Mentre mi leggete il capitolo è già terminato, ma ho scritto queste righe quando stava per cominciare e, quindi, posso solo provare a condividere con voi alcuni degli elementi che hanno stimolato la riflessione e la ricerca dei capitolari prima di riunirsi.

Il punto di partenza è stato una constatazione: stiamo tutti vivendo un tempo della nostra storia che chiede nuove attenzioni e nuove risposte.

Ad esempio, il mondo occidentale non è più cristiano, la famiglia tradizionale è in crisi e in alcuni paesi come il nostro si registra un declino demografico.

Esiste poi, nell’Occidente, un’ostilità neanche troppo nascosta contro la Chiesa e la religione cristiana, con attacchi che vanno dalla denigrazione alle notizie inventate o enfatizzate, dalle battute apparentemente spiritose agli insulti, strumentalizzando proverbi stantii come: «Quando nasci alimenti il prete, quando vai a nozze inviti il prete, quando muori il prete gode», o luoghi comuni di stampo anticlericale ottocentesco.

Il futuro della Chiesa e dell’evangelizzazione è una sfida a tutto campo per la quale non servono risposte preconfezionate e che obbliga a guardare avanti con creatività, lungimiranza, tanta fede e umiltà. È un tempo che richiede un profondo discernimento per andare al cuore dei problemi e capire quello che davvero Dio vuole. Non è l’ora del fare, ma dell’ascolto, per una vera conversione.

Sono quattro le aree dell’ascolto: la Parola di Dio, per andare alle radici della vocazione missionaria e del suo stile; il carisma trasmessoci dal nostro fondatore, il beato Allamano; la realtà viva, sofferta e sfidante del mondo di oggi; l’Istituto stesso, fatto di persone concrete con le loro potenzialità ma anche le loro fragilità.

Oggi i Missionari della Consolata sono ben coscienti di non essere più un corpo monolitico come erano fino agli anni Settanta. Gli italiani sono ormai una minoranza, più anziani che giovani. Il cuore della forza missionaria oggi viene dall’Africa: uno scenario bellissimo che vede protagoniste delle Chiese giovani, aperte e generose, pur nella loro povertà, però anche pieno di incognite e nuovi problemi.

Il capitolo si è, quindi, messo in ascolto del nostro mondo con un’attenzione speciale ai poveri, ai popoli indigeni, agli sfruttati, ai marginali della storia, alle periferie e a quelle aree, soprattutto in Asia, mai raggiunte dal Vangelo. I capitolari hanno anche fatte proprie le sfide della comunicazione, della cura del creato, della promozione della pace, delle migrazioni. C’è poi una situazione nuova, che richiede risposte nuove: quella dell’Europa che tradizionalmente mandava missionari, ma oggi li richiede con urgenza.

Dall’ascolto viene poi la conversione per vivere le dimensioni più autentiche dell’identità dei Missionari della Consolata: «Prima santi, e poi missionari», diceva il beato Allamano, affinché ogni missionario diventi testimone e costruttore di gioia, libertà, fraternità, pace e giustizia là dove la Madonna Consolata ha voluto mandarlo.

Una delle caratteristiche dei Missionari della Consolata, fin dalle origini, è stata proprio quella di ascoltare le realtà che man mano andavano a incontrare, mettendo al centro del loro interesse la persona, ogni persona, con una predilezione per i poveri, i lontani, gli emarginati, quelli che la società considera di meno. Come ha fatto Gesù, il primo vero missionario del Padre.

Non abbiamo ancora in mano i documenti finali del capitolo. Non ci aspettiamo proposte spettacolari. La missione più vera si realizza di solito nel silenzio e nell’umiltà, in un dono di vita concretizzato in piccole cose fatte con amore in un quotidiano lontano dal clamore.

Che davvero ogni missionario possa essere strumento di consolazione nelle mani di Dio.

Gigi Anataloni

I due capitoli – IMC e MdC – con il cardinal Parolin


XIV Capitolo generale dei Missionari della Consolata

MESSAGGIO FINALE

Gratitudine, passione e speranza

Trentatre giorni vissuti insieme, un corpo solo! Missionari giunti dai diversi luoghi della Missione, impegnati a conoscersi, attraverso il racconto personale proprio e dei tanti che hanno rappresentato, attraverso la condivisione dei cammini belli e dei percorsi che ancora sfidano a camminare per andare “oltre”. La diversità delle provenienze ha, però, lasciato presto spazio a quella capacità di riconoscersi, tutti, Missionari della Consolata.

Sì, è stato facile riconoscersi e dirsi che siamo fratelli oltre ogni differenza: fratelli nell’ispiratrice, la nostra madre Consolata; fratelli nell’ispirato, il nostro padre e fondatore, Beato Giuseppe Allamano; fratelli nell’ispirazione, quel carisma ad gentes, novità che non tramonta.

Il Capitolo, infatti, ha voluto confermare ancora una volta la scelta della missione ad gentes, nella sua specificità e nella molteplice fantasia dell’amore che si dona.

Ad gentes che in questi giorni abbiamo accolto con commozione dalle parole e testimonianza di chi, tra le lacrime, ci raccontava della sua gente in Venezuela che non ha di che mangiare o di chi nel Congo, in Mozambico e in Ucraina continua a morire e a subire violenza a causa di guerre di cui non si vede mai la fine. Di chi, come profugo, arriva in Marocco stanco, ferito e sfinito dopo un lungo cammino. E, come queste, tante altre sofferenze tra le quali siamo presenti essendo chiamati a fermarci per ascoltare, per sederci accanto, per servire con semplicità ed essere presenza che annuncia Gesù con gesti di vita, con l’ascolto e la parola.

Più volte ci siamo detti che dobbiamo anche “prenderci cura” di ogni missionario in tutto l’arco della sua vita con un progetto di formazione continua. Occorre aiutare ognuno a camminare verso la sua pienezza di vita e di donazione, partendo da una relazione viva con Cristo, per “essere” prima che “per fare”, dove santità e missione si fondono ed esprimono la nostra identità e carisma.

Con gratitudine abbiamo volto lo sguardo al passato della nostra vita e della nostra storia scritta con la dedicazione ed il sacrificio di tanti nostri confratelli e di quelli che oggi continuano ed essere per noi di stimolo ed esempio “completando nella loro carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

Con voi, guardiamo al presente con passione e con quella gioia nella quale il Papa ci ha chiesto di camminare, in comunità chiamate ad essere in uscita e in mezzo alla gente con la forza del nostro carisma e la ricchezza delle nostre culture e in comunione con le Missionarie della Consolata ed i Laici.

Guardiamo, inoltre, al futuro con speranza al vedere ancora tanti giovani che vogliono dare la loro vita per l’annuncio del vangelo e tanti altri dei quali vogliamo prenderci cura nel servizio pastorale e di animazione missionaria e vocazionale.

La Solennità della nascita di S. Giovanni Battista, il precursore, è occasione propizia a conclusione di questo nostro XIV Capitolo Generale. Con lui e come lui sappiamo accogliere il Vangelo perché desiderosi di giustizia e di libertà. Con lui e come lui non ci poniamo come l’esempio perfetto da seguire, ma rimaniamo aperti al futuro, indicandolo, Gesù Cristo.

I capitolari
Roma, 24 giugno 2023

 

 

 

 

 

 




Capitolo generale IMC:

Ogni continente la «sua» Missione


Ho terminato la prima puntata raccontando dell’elezione del nuovo gruppo di «servitori» dell’Istituto. Li definisco così, anche se portano il nome ufficiale di «Direzione generale»: un gruppo di cinque missionari che per la loro «promozione» non ricevono nessun aumento di stipendio (non ne hanno proprio, solo vitto, alloggio e spese vive) e neppure avranno diritto al vitalizio.

Al centro della foto 1: il riconfermato superiore generale, padre Stefano Camerlengo, 61 anni, marchigiano verace, con lunga esperienza in RD Congo, dove è arrivato diacono quando ancora si chiamava Zaire.
Accanto a lui, con maglietta a righe, il vice superiore generale, padre James Lengarin della famiglia samburu dei Leaburia di Maralal, Kenya, 46 anni. Padre James ha fatto diversi anni di servizio missionario in Italia, prima al Sud e poi nel seminario teologico di Bravetta (Roma). Ultimamente era in Kenya come amministratore.
Il primo a sinistra è il consigliere con responsabilità di coordinamento per le Americhe, padre Jaime Patias, 53 anni, del Rio Grande do Sul in Brasile, giornalista nella nostra rivista Missões e poi responsabile delle comunicazioni per le Pontificie opere brasiliane.
Il secondo da destra è il consigliere per l’Africa, padre Godfrey Msumange, 44 anni, nativo di Iringa in Tanzania, missionario in Italia per anni, ben conosciuto a Vittorio Veneto e poi parroco della parrocchia della Speranza a Torino, nominato superiore regionale in Tanzania a metà del 2016.
Padre Antonio Rovelli (il primo a destra), 59 anni, brianzolo di Barzago (Lecco), missionario in Uganda a Bweyongerere, poi attivissimo in Italia nell’animazione e nella cooperazione, e negli ultimi anni responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Torino, è il consigliere incaricato per l’Europa.

L’elezione si è conclusa il 13 giugno e ha segnato il passaggio tra la prima parte (di analisi e condivisione) e la seconda (di programmazione) del capitolo. Fondamentale è stato l’approfondimento di quello che siamo e facciamo nel mondo, analizzando in dettaglio i progetti che i missionari della Consolata hanno elaborato in ogni continente.


Padre Tamrat presenta il progetto Asia

Asia: piccolo gruppo, grandi speranze

Padre Mathews Owuor e padre Tamrat Defar.

Dove

Un continente che pur occupando solo il 30% delle terre emerse, ha oltre il 60% di tutta l’umanità. È il luogo di nascita di tutte quelle che sono chiamate le «religioni del libro»: Giudaismo, Cristianesimo e Islam, tutte sono nate nel Medioriente. Induismo, Buddismo, Giainismo, Sikhismo provengono dall’Asia del Sud; Confucianesimo, Taoismo e Shintornismo nell’Asia dell’Est. In questa realtà i Cristiani sono solo l’8,4% della popolazione totale (foto 2).

Le sfide

In questa situazione la Chiesa cattolica deve affrontare delle serie sfide:

  • ha ancora bisogno di inculturarsi;
  • è una comunità in minoranza;
  • non è autosufficiente e dipende dal sostegno delle altre chiese;
  • è una chiesa dove prevale l’impegno sociale;
  • opera in paesi dove la libertà religiosa è negata o strettamente controllata;
  • è in dialogo con le altre religioni.

I missionari della Consolata

Icona della Consolata in stile Coreano

Sono arrivati nel continente solo nel 1988 con la prima apertura in Corea del Sud; nel 2003 insieme alle missionarie della Consolata sono andati in Mongolia e nel 2014 a Taiwan. Organizzati in realtà giuridica unitaria dal 21 marzo 2016, con l’etiope padre Defar Tamrat come superiore (foto 3), i 19 missionari (11 in Corea in 3 comunità, 4 in Mongolia a Ulanbaatar e Arvaiheer e 4 in Taiwan nella nuova parrocchia del Sacro Cuore a Hsinchu – vedi pag 21) vivono la loro presenza in Asia con coraggio e tanta speranza.

Priorità ben chiare

Sono il gruppo di missionari tra i più giovani dell’Istituto, con 42 anni di età media (38 in Sud Africa e 68 in Italia); sono una comunità multiculturale con asiatici, africani, latino americani ed europei uniti nell’unico scopo di testimoniare e annunciare Gesù a chi non lo conosce. Per fare questo sono impegnati nel dialogo interreligioso e con le culture; sono una presenza di consolazione (foto 4, la Consolata dipinta con il linguaggio simbolico e i colori della Corea) in mezzo ai giovani, agli immigrati e agli emarginati.

La loro forza è essere comunità vive, fraterne e multiculturali, che sono in comunione e collaborano con la Chiesa locale, con altre forze missionarie, con le missionarie della Consolata e i laici cristiani del posto.

Una speranza e un desiderio

La speranza: raddoppiare quanto prima il numero dei missionari presenti a Taiwan e poi anche in Mongolia. Un desiderio: stabilire presto anche un piccolo centro di formazione teologica per i nuovi missionari per dare loro la possibilità di iniziare da giovani a imparare le lingue (che richiedono diversi anni di studio) e le culture locali.


Celebrazione eucaristica prima giornata progetto continentale africano – membri del capitolo che lavorano nel continente Africa

Africa: le sorprese di una chiesa viva

Radici profonde

Il cristianesimo appartiene all’Africa fin dalle sue origini, a partire dall’eunuco etiope a Simone nativo di Cirene (in Libia). San Marco, ad Alessandria d’Egitto, fondò una comunità fiorente (che, come quella nella vicina Etiopia, dura a tutt’oggi) e il Nord Africa, prima dell’invasione islamica, ha offerto una messe rigogliosa di martiri, santi e padri della Chiesa.

Un’Africa che sorprende

Padre Marco Marini e padre Matttieu Kasinzi presentano il progetto continentale dell’Africa

«Ex Africa semper aliquid novi – dall’Africa (viene) sempre qualcosa di nuovo», dicevano già i Romani. La vitalità della Chiesa africana è la sorpresa e il dono che Dio sta dando a tutto il mondo.

I missionari della Consolata, arrivati in Kenya nel 1902, sono presenti in 10 nazioni con 88 comunità e circa 400 missionari (compresi i 92 studenti professi) e sono pronti ad aprire a breve una nuova missione nel Nord del Madagascar.

I missionari di origine africana (439) costituiscono quasi il 45% di tutto l’Istituto e ne sono la parte più giovane. In 268 lavorano nelle varie nazioni dell’Africa e 166 sono negli altri continenti. Una vitalità missionaria bellissima per un continente che pur avendo ancora bisogno di missionari è capace di condividere dalla sua povertà.

Le scelte

Con la sobrietà e la concretezza che caratterizza il mondo africano, i missionari vogliono concentrare i loro sforzi su tre ambiti principali.

  • Rimettere la missione ad gentes al centro: l’annuncio del Vangelo ai non cristiani viene prima della cura delle comunità già formate. Con alcune priorità: i cristiani superficiali o abbandonati (come nelle grandi periferie urbane multietniche, deculturate e povere) e la scelta delle minoranze etniche (come i Pigmei).
  • Una formazione di qualità per la Missione: ai 92 giovani in formazione dal noviziato alla teologia occorre aggiungere gli oltre 200 giovani che sono nel periodo di studi che precede il noviziato. È una realtà molto bella, di cui ringraziare il Signore, che ha però i suoi problemi: garantire formatori qualificati ed esperti; sostenere la gestione dei seminari che assorbe molte risorse; assicurare la continuità e la qualità formativa nei quasi dieci anni di studio; tenere acceso il fuoco della Missione e preparare i giovani ad andare in luoghi anche più poveri di quelli da cui provengono.
  • Autosufficienza economica e trasparenza: c’è l’urgenza di trovare forme di autofinanziamento in Africa, di ridurre le spese, di responsabilizzare ogni missionario nell’uso dei beni, e di garantire equità e trasparenza curando i rapporti di fiducia e correttezza con benefattori e donatori esteri.

Celebrazione presieduta da padre Venanzio per il continente America – rappresentanti del continente

Americhe: contro la tentazione di restare a casa

Due continenti, una sola Missione

In questi anni tra i missionari della Consolata è venuto a crescere il senso di continentalità e al capitolo è stata la prima volta che quelli del Sud e del Nord hanno parlato a una sola voce. Apparentemente tra il Nord e il Sud le differenze sono molto accentuate sia dal punto di vista sociopolitico (pace contro instabilità politica, guerre e tensioni sociali) che economico (ricchezza e povertà, dominio e sfruttamento), religioso (mondo protestante e mondo cattolico) e linguistico. Ma un’analisi più attenta rivela che ci sono molti aspetti comuni: crisi economica, crisi etica valoriale e morale, corruzione, disastri ecologici, produzione/consumo di droga, genocidi di popoli indigeni, migrazioni, ecc. Tutte realtà che richiedono un nuovo impegno da parte di tutta la Chiesa.

Quanti e dove

Il continente America presenta il suo progetto all’assemblea capitolare

In America (Nord e Sud) ci sono 261 (di cui 51 ancora in formazione) missionari della Consolata, con una media di età di 54 anni. Sono in Argentina, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Messico, Stati Uniti e Canada, per un totale di 69 centri.

Esame di coscienza

Facendo un bell’esame di coscienza, i missionari che operano nelle Americhe si sono resi conto che:
• solo il 30% di tutti loro è dedito alla prima evangelizzazione o impegnato con i popoli indigeni e gli afroamericani; • pochi missionari sono davvero disponibili al servizio a vita fuori dal proprio continente o anche solo in missioni disagiate, povere, senza comunicazioni (sia strade che web) e difficili per lingua e cultura.

Conversione

Per questo il progetto rimette la missione ad gentes, a vita e ai poveri al centro con alcune opzioni preferenziali: • l’Amazzonia e i popoli indigeni, • le periferie urbane, • gli afroamericani, • i migranti e rifugiati, e tutte le periferie esistenziali. Questo insieme all’impegno di accrescere la collaborazione e corresponsabilità tra il Nord e il Sud nel campo della giustizia e della pace, nell’aiuto ai poveri e nella salvaguardia del creato.


Foto di gruppo dei rappresentanti dell’Europa dopo la Messa presieduta da mons. Giovanni Crippa

Europa: «Missione» antidoto alla rassegnazione

Quanti e dove

In Europa, attualmente, ci sono 257 missionari, di cui 35 studenti (non europei), distribuiti in 35 comunità: 22 in Italia, 1 in Polonia, 4 in Spagna e 8 in Portogallo. L’età media è alta: 53 anni in Spagna, 60 in Portogallo e 68 in Italia (Polonia inclusa). Solo 4 giovani europei sono in formazione; la maggioranza dei missionari sotto i 50 anni proviene da nazioni extra europee.

Tentati dalla rassegnazione

Padre Luis Pereyra e padre Luca Bovio.

Da questi dati e, soprattutto da quello dell’età molto avanzata, nascono alcune domande: cosa ci stiamo a fare in Europa oggi? Con che tipo di presenze? Un tempo i missionari partivano dall’Europa per andare in missione in Africa e America Latina, oggi succede il contrario, i nostri missionari vengono in Europa per «fare la missione». Dobbiamo subire passivamente questa situazione accontentandoci di fare qualche servizio pastorale e di prenderci cura dei nostri anziani e malati?

Missione Europa

La risposta dei missionari al Capitolo generale è stata unanime: non vogliamo subire il cambiamento ma viverlo perché crediamo che è urgente vivere la Missione anche qui a casa nostra. I tempi non sono facili, ed è sotto gli occhi di tutti che l’Europa sta vivendo grandi e rapidi cambiamenti e crisi profonde che coinvolgono Chiesa e società, famiglia e giovani, lavoro ed economia, sicurezza e migranti, ambiente e scuola, demografia e salute …

Padre Michelangelo Piovano e padre Eugenio Butti.

Stile nuovo

Questa situazione complessa e contraddittoria ci stimola a ripensare il nostro modo di essere nel continente: non più prevalentemente «cacciatori e raccoglitori» (di vocazioni e di aiuti) come eravamo un tempo, ma anche «agricoltori» che seminano il seme bello della Parola di Dio.

Scelte nuove o riconfermate

  1. Servizio nella chiesa locale con un’attenzione speciale ai migranti, al dialogo interreligioso, ai giovani, alla formazione dei laici e alle aree più abbandonate o emarginate.
  2. Cooperazione missionaria (progetti di sviluppo, educazione, salute ed evangelizzazione) sostenuta da un impegno fattivo «per giustizia, pace e salvaguardia del creato» e da un’informazione a servizio dei poveri, di chi non ha voce e del Vangelo, facendo rete con organismi e associazioni della società civile che condividono la nostra stessa sensibilità e lo stesso sogno di un mondo più giusto e fraterno.
  3. Formare i giovani missionari (non europei) specificamente per la missione in Europa.

 


La gioia di un cammino insieme

La presentazione dei progetti in queste righe è davvero ridotta all’osso. L’originale occupa molte pagine ed è frutto di mesi di consultazioni e molti incontri prima del capitolo. Ogni progetto è stato poi esaminato sotto il «fuoco incrociato» degli altri continenti per cogliere i punti di forza e di debolezza e arrivare a proposte realistiche e, allo stesso tempo, piene di speranza e futuro.

In questo siamo stati guidati da una riflessione del padre generale, che ha citato da Sant’Ignazio di Antiochia: «Vidi con gli occhi di Dio, pensai con la mente di Dio. Sentii con gli orecchi di Dio, amai con il cuore di Dio. Desiderai con i desideri di Dio, decisi con le decisioni di Dio». Un invito chiaro a fare un cammino di discernimento nella fede e nello Spirito per attualizzare quelli che sono i due obiettivi fondamentali della nostra vita missionaria: diventare santi e servire la Missione (che è Gesù). Un modo per ricordarci che non ci può essere vera ristrutturazione senza una profonda rivitalizzazione.

La sorpresa dell’ovvio

Foto 12: Firma degli atti del capitolo

Dal risultato dei lavori dei gruppi continentali, senza bisogno di particolari discussioni, sono emerse – in parte sorprendendo i capitolari stessi – alcune convergenze importanti.

  • Il primo punto di convergenza è stato il ridirsi con forza l’urgenza che ogni missionario ha di ricentrare la sua vita in Gesù Cristo come fonte e ragione dell’essere discepoli-missionari. L’unanimità riscontrata su questo punto è stata motivo di gioia per tutti. Si è vista in essa la mano dello Spirito e la benedizione del nostro beato Fondatore, che ci ha ripetuto «Prima santi poi missionari».

Apparentemente si è detta una cosa ovvia. Eppure la convergenza spontanea su questo punto così semplice ed essenziale ha sorpreso tutti, perché tutti – convinti come siamo di risolvere i problemi con nuove leggi – ci aspettavamo di sentire tante ricette e strategie diverse: più anni di formazione, più studio, più specializzazioni, più mezzi, più internet, più regole, più questo e più quello. Invece ci siamo trovati concordi nel ripartire da quello che è fondamentale: Gesù Cristo.

  • • Il secondo elemento di gioia è stato la convergenza immediata sul tema della comunità. Bello l’invito a ritrovare la gioia e il gusto della vita comunitaria, dello spirito di famiglia e del senso di appartenenza all’Istituto, mettendo in evidenza la bellezza della testimonianza di comunità interculturali con missionari provenienti da nazioni e culture molto diverse.
  • •• Una terza convergenza che ha sorpreso e ha dato gioia è avvenuta al momento di scegliere il tipo di organizzazione continentale desiderato. Sul tavolo c’erano diverse proposte, più o meno innovative, più o meno complicate. Senza particolari discussioni tutti i gruppi hanno confermato la validità dell’attuale modello di governo: superiore generale, vice e tre consiglieri, uno per continente. Questo si è poi riflesso nell’elezione della nuova direzione generale avvenuta con poche votazioni in meno della metà del tempo previsto.

Foto 13: con il personale della casa generalizia di Roma.

Il capitolo è finito …

Il racconto della seconda parte del capitolo è più un verbale che un «reportage». In realtà non c’è stato niente di speciale nelle lunghe sedute, nei lavori di gruppo, nei momenti di preghiera comune, nel paziente lavoro della segreteria che ha fatto miracoli armonizzando testi in italiano, inglese, portoghese e spagnolo. Già, perché nonostante la lingua ufficiale fosse l’italiano, quando qualcuno voleva esprimere un concetto senza essere frainteso, lo faceva nella sua lingua (fortunatamente non in quella materna, perché allora ci sarebbe proprio stato da divertirsi).

Concludo questa storia con tre foto.

La foto 12, nella quale padre Stefano Camerlengo, superiore generale riconfermato, pone la parola «fine» al capitolo firmandone gli atti.

La foto 13, che vuole essere un grazie al personale della casa generalizia di Roma (insieme ai padri D. Pendawazima, ex vice generale, e R. Marcolongo, superiore della casa) per il loro eccellente e umile servizio ai capitolari.

L’ultima, la 14a, ricorda un momento della messa conclusiva, celebrata il 20 giugno nel seminario di Bravetta, a Roma, in onore della nostra «fondatrice», la Vergine e Madre Consolata. È il momento della gioia e del ringraziamento con le parole del Magnificat, il cantico di Maria. Ed è stata danza, in puro stile africano.

Foto 14: Celebrazione eucaristica finale a Bravetta con studenti e amici.

Gigi Anataloni




Capitolo Generale IMC: Tornare alle radici della Missione

Il 22 maggio 2017 si sono ritrovati a Roma 45 missionari della Consolata provenienti dai quattro angoli del mondo. Ventidue africani, 15 europei e 8 latino americani, in rappresentanza di 231 comunità missionarie in 27 paesi diversi (foto 1).

Sono stati insieme per quattro settimane, fino al 20 giugno, festa di Maria Ss. Consolata, per il XIII capitolo generale. Il capitolo avviene ogni sei anni ed è l’autorità suprema di un istituto religioso, in esso si tracciano le linee guida e viene eletto il nuovo «governo», il superiore generale e i suoi consiglieri.

Questo capitolo ordinario aveva come tema guida «Il nostro futuro come discepoli missionari della Consolata», come modelli di riferimento gli apostoli Paolo e Barnaba, e come obiettivo quello di rivitalizzare e ristrutturare l’istituto per mantenerlo fedele al suo carisma originale, quello della «Missione ad gentes».

Primo giorno

Nella cerimonia di apertura (foto 2) il padre generale, Stefano Camerlengo, ha ricordato che «con questo capitolo vogliamo entusiasmare tutto l’istituto per la missione che il Signore ci ha affidato e per la quale il Fondatore ha formato i primi missionari. Siamo consacrati per la missione – ha ribadito -. Il cuore di questo capitolo e di tutta la nostra vita è la missione, come diceva il beato Giuseppe Allamano, che ripeteva sempre la parole di s. Paolo, “tutto faccio per il Vangelo”».

Invocato lo Spirito Santo e adempiute le formalità di rito (giuramento di riservatezza, conferma dei moderatori e segretari, approvazione del regolamento, divisione degli incarichi e dei servizi – anche quello di lavare i piatti), il capitolo è iniziato (foto 3).

Cerimonia di apertura del 13mo capitolo generale dei Missionari della Consolata

Momento conviviale a cena con il cardinal Pietro Parolin, segretario di stato del Vaticano

Il primo giorno si è concluso con la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinal Pietro Parolin, segretario di stato della Santa Sede (foto 4). Le sue parole sono andate dritte al cuore del capitolo: «Credo che il desiderio di ristrutturare il vostro istituto vada inteso non semplicemente come un lavoro di restyling, ma deve essere un modo autentico per portare la missione veramente ad gentes, alle persone». Nel caso non avessimo capito il concetto, ha ribadito che cambiare le strutture senza che le persone cambino dal di dentro sarebbe del tutto inutile. «Il missionario deve essere soprattutto un testimone e vivere come uno che si è lasciato fecondare e abitare dallo Spirito Santo».

Capitolari avvisati …

Preghiera, digiuno e comunità

Incontro del cardinal Luis antonio Tagle di Manila con il 13° capitolo generale IMC

La mattina del secondo giorno è passata in compagnia del cardinal Luis Antonio Tagle, di Manila, Filippine (foto 5). La sua riflessione, arricchita da molti episodi della sua vita, è stata centrata sugli apostoli Paolo e Barnaba, i nostri modelli di riferimento. Ci ha proposto quattro punti forza su cui lavorare per rivitalizzarci: preghiera, digiuno, comunità e organizzazione. In pratica ha detto ai capitolari che se davvero i missionari vogliono rinnovarsi devono essere come i cristiani della comunità di Antiochia che mandò Paolo e Barnaba: una comunità (non individui, ognuno per sé) che prega e digiuna, che è ancorata in Dio ed è povera, libera e leggera nei mezzi e, quindi, capace di dare un’anima all’organizzazione a servizio della missione.

Questi principi sono stati poi approfonditi in una due giorni con il capitolo generale delle suore missionarie della Consolata, con le quali ci siamo messi alla scuola di quella grande missionaria della misericordia di Dio che è stata la beata suor Irene Stefani (foto 6-8). Ma su questo ritornerò un’altra volta. La conclusione del convegno è stata nella basilica di Santa Maria del popolo (foto 7) dove c’è l’originale dell’icona della Consolata che si trova a Torino.

Giornata di condivisione con le Missionarie della Consolata e I Laici Missionari della Consolata

Gli ospiti

Cena con il cardinal Filoni, prefetto di Propaganda Fide

Durante il capitolo ci hanno poi visitato diversi «amici», anche se, ufficialmente, nostri superiori diretti. Il 1° giugno è venuto il cardinal Fernando Filoni, prefetto di Propaganda Fide (foto 9), dalla quale, come missionari, dipendiamo. Partendo dalle risposte di Pietro a Gesù che gli domandava «mi ami?», ci ha ricordato che la vera rivitalizzazione parte dalla profondità della relazione con Gesù, cioè dall’amarlo veramente, da dire con la vita «sì, ti amo!». Se c’è questo ti amo, allora la risposta di Gesù è «coraggio», forza motivante del proprio essere missionari, sia come persone che come congregazione. «Solo se c’è una profonda relazione d’amore con Gesù si ha poi la forza e il coraggio di testimoniare fino al dono della vita, di fare passi nella direzione della Missione».

Con l’arcivescovo Rugambwa Protase di Propaganda Fide, Pontificia unione del Clero.

È venuto poi un altro nostro superiore diretto, l’arcivescovo Protasio Rugambwa, (foto 10) tanzaniano, presidente delle Pontificie Opere Missionarie. A conoscenza del nostro impegno di rivitalizzazione, ci ha detto che «le sfide non si possono affrontare solo con gli sforzi umani e l’azione di strategie pianificatrici, bisogna pregare e ascoltare lo Spirito Santo, che è il protagonista principale della missione».

Celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica

Il cardinal João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (foto 11), è arrivato verso sera da noi camminando nel grande caldo di quei giorni. «Voi usate due parole che fanno vedere il vostro desiderio di una nuova tappa: rivitalizzare e ristrutturare! Mamma mia: vita e struttura!». Un progetto che vuole far sì che l’istituto torni a essere quello per cui è stato fondato. Ma se non riscopriamo «l’Amore, ad immagine del quale siamo stati creati», tutto il nostro sforzo serve a niente. Per questo è importante «assumere lo stesso stile di Dio in Gesù: si è svuotato per amore. Per essere Amore, bisogna svuotarsi. Dio per trovarci si è svuotato! Per amore. Questo “per Amore” è tutto».

Celebrazione dell’eucarestia con il Cardinal Giuseppe Bertello

L’ultimo amico a visitarci (foto 12) è stato il cardinal Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, ma per noi quasi un parente, perché cugino di uno dei nostri missionari, padre Giovanni, attraverso il quale ci ha conosciuti fin da ragazzo. Dimostrando un’ottima conoscenza del nostro Fondatore, che ha citato abbondantemente, ci ha richiamato con forza su due punti nevralgici: «La testimonianza della fraternità» e le nostre «radici mariane». «Voglio – scriveva l’Allamano – che ci sia una carità fiorita. Non potete amare il prossimo lontano, se fin da ora non avete carità verso quelli con i quali trattate tutti i giorni». «E non possiamo dimenticare che voi siete i Missionari della Consolata. Nel suo amore alla Madonna, il beato Allamano aveva capito che l’umanità ha bisogno di una evangelizzazione consolante, che faccia incontrare ovunque il Suo Figlio, che è la manifestazione del Padre di ogni consolazione. […] Questa sera – ha concluso – prego con voi perché siate sempre coscienti delle vostre radici mariane e siate sempre dei missionari entusiasti, grati al Signore per la vostra vocazione!».

Papa Francesco

Il 5 giugno siamo stati noi ospiti di papa Francesco, in un’udienza privata nella sala Clementina. Ci siamo andati con le nostre sorelle, le missionarie della Consolata (foto 13-14). Dopo l’incoraggiamento «a proseguire con generosa fedeltà nell’impegno di missione ad gentes», ci ha ricordato che «voi siete chiamati ad approfondire il vostro carisma, per proiettarvi con rinnovato slancio nell’opera dell’evangelizzazione, nella prospettiva delle urgenze pastorali e delle nuove povertà». «Non stancatevi di portare conforto a popolazioni che sono spesso segnate da grande povertà e da sofferenza acuta … Lasciatevi continuamente provocare dalle realtà concrete … Per portare avanti questa non facile missione, occorre vivere la comunione con Dio. […] È molto più importante renderci conto di quanto siamo amati da Dio, che non di quanto noi stessi lo amiamo! […] Sappiate anche raccogliere con gioia i continui stimoli al rinnovamento e all’impegno che provengono dal contatto reale col Signore Gesù, presente e operante nella missione attraverso lo Spirito Santo. Ciò vi consentirà di essere operosamente presenti nei nuovi areopaghi dell’evangelizzazione, privilegiando, anche se ciò dovesse comportare dei sacrifici, l’apertura verso situazioni che, con la loro realtà di particolare bisogno, si rivelano come emblematiche per il nostro tempo». «Sull’esempio del vostro beato Fondatore, non stancatevi di imprimere nuovo impulso all’animazione missionaria. Sarà soprattutto il vostro fervore apostolico a sostenere le comunità cristiane a voi affidate, in particolare quelle di recente fondazione. Nello sforzo di riqualificazione dello stile del servizio missionario, occorrerà privilegiare alcuni elementi significativi, quali la sensibilità all’inculturazione del Vangelo, lo spazio dato alla corresponsabilità degli operatori pastorali, la scelta di forme semplici e povere di presenza tra la gente.

Attenzione speciale meritano il dialogo con l’Islam, l’impegno per la promozione della dignità della donna e dei valori della famiglia, la sensibilità per i temi della giustizia e della pace».

Non ci potevano essere parole più dirette per incoraggiarci nel nostro cammino di rinnovata fedeltà alla nostra identità missionaria.

Il capitolo continua

Nella prossima puntata vi racconterò del cammino e delle scelte del capitolo. Qui vi anticipo la scelta più evidente: la nuova direzione generale. Le votazioni (foto 15) sono cominciate il 12 giugno.

Votazioni per l’elezione del superiore generale.

Lo stesso giorno è stato riconfermato padre Stefano Camerlengo come superiore generale (foto 16).

Elezione del superiore generale: rieletto padre Stefano Camerlengo.

Il giorno dopo sono stati eletti il vice e i consiglieri (foto 17 – da sinistra): i padri Jaime Patias (brasiliano), Godfrey Msumange (tanzaniano), – al centro, padre Stefano -, James Lengarin (vice superiore, keniano) e Antonio Rovelli (italiano).

la nuova direzione generale IMC eletat il 13 giugno 2017 festa di sant’Antonio da Padova/Lisbona

A elezioni concluse foto di gruppo con vista del cupolone (foto 18).

Gigi Anataloni
(1 – continua)




Lumache e camaleonti


Quando avrete tra le mani questo numero di MC, il Capitolo generale dei missionari della Consolata sarà già concluso. Mentre scrivo, invece, è ancora in corso.
Mi sembra di vivere in un mondo irreale, chiuso tra le mura di questa casa a due passi da san Pietro, assordato giorno e notte dal garrito dei gabbiani che hanno invaso il bel cielo di Roma, con il tempo ritmato dalle campane della basilica, il sordo rumore di fondo del traffico e il ta-ta-tum-ta-ta lontano dei fuochi artificiali che quasi ogni notte scoppiano lontano (ma cos’hanno sempre da celebrare in questa città?). Le ore passano veloci tra riunioni e sedute, preghiera e studio, condivisione e servizi. La possibilità di pregare il rosario passeggiando sotto i mandarini del nostro piccolo giardino è una benedizione per corpo e spirito.

Eppure non siamo qui per stare fuori dal mondo. Siamo qui per ricaricarci e per essere, sempre più, veri missionari. Lo scopo del nostro stare insieme per quattro settimane, 45 missionari originari di tre continenti (Africa, Europa e America Latina), è proprio quello di aprire il cuore e la mente alla realtà per tornarvi con energia e vita nuova, per «essere nel mondo» in maniera sempre più efficace e responsabile.

«Rivitalizzazione» e «ristrutturazione» sono le due parole più usate in questi giorni. E il buffo è che più ne parliamo, più io penso a due animaletti che sono entrati di soppiatto nel nostro capitolo: il camaleonte e la lumaca. Sono «scappati dalla borsa» di padre Giuseppe Frizzi, un bergamasco, missionario in Mozambico da una vita. Nel 1989, a gennaio, era a Nipepe quando suor Irene Stefani, ora beata, dissetò per diversi giorni un centinaio di persone – chiuse nella chiesa a causa delle minacce dei ribelli della Renamo che avevano assalito il villaggio – facendo scaturire acqua da un tronco secco, usato solitamente come fonte battesimale. Il «vecchio veterano» padre Giuseppe è venuto a condividere con noi capitolari lo speciale stile missionario della nostra beata e a raccontarci come i Makua di Nipepe l’avessero capita. L’ha fatto tramite immagini disegnate da artisti del posto. In alcune di esse, suor Irene era paragonata a un camaleonte, in un altro a una lumaca.

Io subito mi sono domandato: com’è possibile paragonare una missionaria dinamica e attiva come suor Irene alla lumaca, simbolo della pigrizia, o al camaleonte, simbolo del trasformismo che evita tutte le difficoltà?

Ho provato allora a mettermi nella prospettiva di padre Frizzi e dei suoi Makua: la lumaca è una creatura che non si lascia fermare da nessun ostacolo. Che il terreno sia liscio o ruvido, piano o in salita, spinoso o corrugato, sassoso o impolverato, bagnato o asciutto, lei avanza sempre. Niente la ferma. E lo fa senza violenza, senza imporsi, senza distruggere sul suo cammino. Altro che pigra! Una forza della natura invece. Però una forza mite, rispettosa.

E il camaleonte? È una sorpresa ancora più grande: egli, pur rimanendo se stesso, sa entrare in un ambiente senza spaventare, senza imporsi, con gesti lenti e misurati, assumendo il colore di chi è attorno a lui, diventando parte dell’ambiente.

Proprio come suor Irene che sapeva entrare nella vita delle persone con pazienza e mitezza, senza violenza o imposizione, nel rispetto dell’altro, della sua sensibilità e cultura. Delicata e sensibile, ma nello stesso tempo pertinace, resistente, inarrestabile. Disposta a farsi consumare dalla fatica, a dare tutto, pur di comunicare l’Amore di Dio.

Davvero una provocazione per i missionari di oggi e per ogni cristiano. Un modo di essere decisamente contro corrente, in un mondo in cui sembra prevalere la logica dell’imposizione con la forza (vedi ad esempio la corsa agli armamenti), del prendere per sé ciò che si vuole con ogni mezzo (land e water grabbing, rapina delle risorse, traffico di persone, giochi in borsa, corruzione, violenza sulle donne, ecc.) e della rassegnazione (di fronte a disastri o situazioni che non ci interessano finché non ci toccano). Il modo di vivere di una persona che, come la lumaca, spende senza riserve tutto quello che è e che ha, non si rassegna mai, non si lascia fermare da nessun ostacolo, non aspetta che siano gli altri a muoversi per primi e agisce con mitezza e rispetto, senza la fretta di avere i risultati «ieri» … ci fa dire: «Wow! Forse vale la pena pensarci».

Se poi, come il camaleonte, assumessimo i valori e le cose belle degli altri, facendo diventare il rispetto dialogo, l’accoglienza uno scambio, l’incontro una festa … tanto più direi: «Ne vale la pena!».

Per noi missionari «professionisti». Ma non sarebbe una bella proposta per ogni cristiano?

 




Cari Missionari


Mama Ufariji

Bambini dell’Ufariji

Era il lontano agosto del 1979 quando per la prima volta volai in Kenya. Non era il classico viaggio turistico, era un viaggio diverso, speciale, organizzato per i missionari da Alda Barone che, facendoti visitare il Kenya, ti faceva conoscere la realtà delle missioni della Consolata, era insomma il viaggio che da anni sognavo di fare. L’itinerario della prima settimana prevedeva la visita di diverse missioni ed è così che, per la prima volta, ho avuto l’opportunità di incontrare e conoscere i missionari con i quali sono tutt’ora in contatto. Padre Adolfo De Col era a Kangeta (nel Meru) all’epoca e padre Giuseppe Quattrocchio era a Westland (Nairobi) a gestire il suo negozio con tanti oggetti che tu acquistavi per portarti a casa un pezzo di Kenya (ora sono tutti e due in casa madre a Torino, sempre arzilli nonostante gli anni si facciano sentire, ndr). A Kangeta ho tenuto a battesimo una bellissima bambina, Cristina, che ho potuto seguire per anni.

A quella prima esperienza ne seguì una nel 1982 sempre in agosto quando, con mio marito Gianni, siamo ritornati in Kenya per trascorrere alcune settimane nella missione di Kangeta. Viaggio indimenticabile anche perché eravamo a bordo del primo aereo che arrivava dopo il colpo di stato. Ma questa è un’altra storia. Il periodo a Kangeta è stato incredibilmente importante perché ha consolidato il mio rapporto con la congregazione che non ho più lasciato.

Sono poi trascorsi moltissimi anni, perché nel frattempo sono diventata mamma ed ho aspettato che mio figlio crescesse per poter ritornare con lui e far conoscere anche a lui quel mondo al quale sentivo di far parte. Così nel luglio 2000 siamo ritornati tutti e tre insieme. Il quarto viaggio risale al giugno del 2006 sempre per la durata di qualche settimana passando da una missione all’altra per reincontrare gli amici missionari e consolidare la nostra amicizia. Sono ritornata poi nel luglio del 2009 portando un’amica.

Bambini dell’Ufariji con Liliana Valle

Quando decisi di smettere di lavorare per poter finalmente realizzare il sogno che avevo nel cassetto per quasi 40 anni, e cioè di trascorrere un periodo più lungo in missione, ne ho parlato con un amico missionario che mi fece conoscere la Familia ya Ufariji (a Kahawa West, Nairobi) che visitai nell’aprile 2010. Qui vengono ospitati bambini che vengono trovati a vagabondare nelle strade, alcuni sono orfani, alcuni hanno famiglia ma la realtà nella quale vivono è talmente difficile che i genitori, magari anche alcolizzati, non sono in grado di provvedere loro.

Così ebbe inizio la più bella «avventura» della mia vita. Era il gennaio 2011. Trascorsi ben tre mesi con i «miei» ragazzi a Kahawa West. Certo non è stato così semplice all’inizio, ho dovuto farmi accettare dai ragazzi, con i più piccoli naturalmente è stato più facile, ma con i più grandi c’è voluto un po’ di tempo. Alla fine ce l’ho fatta, ed è stato veramente gratificante. Con i missionari e lo staff di Familia invece non c’è stato alcun problema, sono stata accettata da tutti con affetto e mi hanno fatto subito sentire parte della famiglia.

Da parte mia c’è sempre stata la massima disponibilità per aiutare in molteplici attività: cucire, lavare, cucinare, seguire i ragazzi nei compiti a casa, metterli a letto alla sera, ma soprattutto cercare di trasmettere loro tutto l’amore di cui ero capace e di cui avevano tanto bisogno. Insomma ero diventata «mamma Ufariji» per tutti.

Sono così ritornata l’anno successivo e quello dopo ancora. E così quest’anno è stato il mio settimo anno da keniana, perché ormai mi sento di esserlo al cinquanta per cento. I miei ragazzi sono cresciuti, i grandi sono usciti, perché a diciotto anni per legge si deve uscire dalla Familia; qualcuno è già papà, molti hanno trovato un lavoro, alcuni hanno finito gli studi universitari, altri stanno ancora studiando, pochissimi hanno scelto una strada sbagliata. Insomma, come in tutte le famiglie, ci può sempre essere una pecora nera. Ma il lavoro che hanno fatto negli anni i missionari è fantastico: hanno cresciuto i bambini con amore, li hanno fatti diventare uomini e hanno fatto il possibile per prepararli alla vita che dovevano affrontare. Negli anni si sono aggiunti altri piccoli che hanno arricchito la famiglia ed hanno contribuito alla sua continuità come realtà molto importante per la loro crescita.

Certo che di soddisfazioni ne ho avute ed in abbondanza. Ho tanti episodi che ricordo con piacere che mi fanno capire di essere stata utile ed il mio lavoro necessario. Mi sopravvaluto? Spero di no, gli abbracci dei ragazzi quando mi accolgono al mio arrivo, i contatti che continuo ad avere con i più grandi anche se sono già usciti, il rapporto bellissimo ed affettuoso con i missionari e lo staff mi fa dire che ho scelto e seguito la strada giusta, che spero di poter proseguire per molti anni ancora, fino a quando il buon Dio continuerà a regalarmi una buona salute.

Liviana Valle
o, meglio, mamma Ufariji, 17/05/2017

Complimenti

Complimenti, padre Gigi, per «Interrogativi» (MC 4/2017), così puntuale, limpido, e ricco di indicazioni e di suggerimenti. E soprattutto di «chiamate a correo» (richiamo alla corresponsabilità, ndr) quanto mai opportune e necessarie. Cordialmente.

Ferdinando Albertazzi
18/05/2017

Grazie dei complimenti. Sono un incoraggiamento a fare ancora meglio. Ci proviamo con l’aiuto di Dio e mettendoci il cuore.


Capitolo generale

Spett.le Direttore Missioni Consolata,
ho dato una scorsa alla vostra rivista di maggio, notando che sul Capitolo in corso avete dedicato solo l’editoriale e un trafiletto a pagina 7. Data l’importanza del Capitolo per l’istituto, mi sarei aspettato maggiore spazio ad esso dedicato, almeno il documento redatto dal padre generale di preparazione e programmazione, debitamente commentato.

Don Pietro C.,
vostro lettore, 12/05/2017

Essendo io stesso membro del capitolo generale, mi sono trovato un po’ «inguaiato» da un accumularsi di impegni da portare a termine prima dell’inizio del capitolo stesso il 22 maggio, senza avere il tempo materiale per fare quello che lei ha suggerito e che anch’io avevo pensato: una presentazione articolata dei punti forti del dibattito capitolare, in una maniera comprensibile a tutti. Ho optato per l’editoriale nella speranza di riuscire poi, durante e, soprattutto, dopo il capitolo, a condividere con i lettori e gli amici il cammino che sarà fatto. Grazie per il suo accompagnamento nella preghiera, affinché, come ha scritto al nostro padre generale «la Consolata, quale Madre del suo istituto e Consigliera mirabile, vi consoli aiutandovi a realizzare al meglio i lavori di preparazione, di esecuzione e attuazione del poderoso impegno capitolare».

Le sto scrivendo (a inizio giugno) in uno dei pochi momenti liberi del capitolo, al quale sono stato, tra l’altro, l’ultimo ad arrivare per poter partecipare il 21 maggio alle cresime dei ragazzi della parrocchia in cui sono viceparroco a Torino.

Siamo riuniti a Roma in 45 missionari: 23 africani, 8 latinoamericani e 14 europei. Rappresentiamo missionari di 23 nazionalità diverse che lavorano in 26 paesi in quattro continenti (non abbiamo nessuno in Oceania). Nel cuore portiamo la passione per la Missione, che è opera di Dio e non nostra, e che vorremmo servire con dedizione e «professionalità». Siamo coscienti che per fare questo servizio nella Chiesa non basta la buona volontà e non servono operazioni cosmetiche, ma ci viene richiesta una vera conversione, a cominciare da noi stessi.

Quasi in contemporanea con noi, anche le nostre sorelle, le missionarie della Consolata, dal primo maggio, stanno facendo il loro capitolo, occasione di grazia per rilanciare con coraggio il loro servizio alla Missione come impegno a vita che le porta a uscire dai propri paesi di origine per l’annuncio del Vangelo ai non cristiani. Hanno già rieletto la loro superiora generale, confermando suor Simona Brambilla per un altro sessennio ed eletto un nuovo consiglio. A loro va la nostra vicinanza nella preghiera, nella condivisione della stessa vocazione, dello stesso carisma e degli stessi fondatori, il beato Giuseppe Allamano e la Vergine Consolata.

Mentre le scrivo siamo a metà del capitolo. Quando questa rivista sarà nelle sue mani avremo già concluso e saranno stati eletti (o rieletti) i membri della nuova direzione generale. Sul numero di agosto-settembre della rivista spero proprio di raccontarvi qualcosa dal di dentro di questo evento così importante per noi.

Eucarestia con il Card Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano

 

Mancanza di serietà?

Buongiorno,sono scandalizzato da due testi apparsi sull’ultimo numero della vostra rivista (MC maggio 2017): a pagina 8 si parla dei Dalit, ma non si dice cosa siano. Sono persone costrette a togliere dalle latrine delle altre caste le feci umane, spesso a mani nude, ecc. (v. la vostra rivista del marzo 2016). Alla pagina successiva, sotto il titolo che sembra sarcastico di «Libertà religiosa», si parla delle attività religiose in Cina, senza dire le cose essenziali: innanzitutto la libertà religiosa lì non esiste affatto, nemmeno sulla carta. Anzi, i veri credenti sono puniti coi lavori forzati nei laogai, con le torture e la pena di morte. Perciò vi chiederei perlomeno, nel prossimo numero, di scusarvi per la disinformazione, e soprattutto di trattare quei temi, magari succintamente, ma con la dovuta serietà. Cordiali saluti, in Cristo. Nel frattempo sospendo ogni mio finanziamento alla vostra rivista, nella speranza di poterlo riattivare.

dott. Carlo C.
15/05/2017

Caro dott. Carlo,
saluti a lei. In verità la sua email mi ha sorpreso. Ammetto che il semplice titolo «Libertà religiosa» non è forse esaustivo, ma certo non è sarcastico. I contenuti della breve notizia sono molto chiari e non lasciano dubbi. Quanto ai Dalit, non sono sconosciuti ai lettori di MC; lei stesso ci ricorda l’ultima volta che ne abbiamo parlato in un articolo ben documentato sulla loro condizione. Lo stile delle notizie in quella rubrica è molto scarno ma non superficiale, e i titoli devono essere brevi.

Onestamente non pensiamo di essere stati ingiusti verso i Dalit né superficiali su un tema grave come quello della libertà religiosa cui dedichiamo da anni ampio spazio, né scorretti con i nostri lettori che proprio dalla nostra pubblicazione ricavano informazioni spesso ignorate dagli altri media. Certo, non siamo esenti da errori, ma le assicuriamo che cerchiamo di fare il nostro servizio di informazione con amore alla verità e profondo rispetto per le persone di cui scriviamo e per i nostri lettori.

Sorpresa e tristezza

Con sorpresa ho visto la pubblicità sul quotidiano «la Stampa» di martedì 16 maggio u.s. con la richiesta di sostenere le Vostre opere in varie parti del mondo. Purtroppo i brutti articoli apparsi su «la Repubblica» riguardanti le lotte intestine nel vostro istituto (Roma contro Torino) ed il mormorio negativo tra i cittadini non lasciano immaginare pensieri benevoli nei vostri confronti da sempre considerato dai piemontesi ente con un alto impegno verso i più deboli. Chiedo scusa ma è lo sfogo di una persona che da generazioni ha sentito parlare delle vostre attività meritorie e ne ammirava l’operato. Con ossequio.

Fiorella Comoglio
22/05/2017

Gentile Sig.ra Fiorella,
ho ricevuto la sua email piena di tristezza alle notizie apparse su «la Repubblica». Quegli articoli hanno fatto male anche a noi. Le garantisco che molti missionari hanno pianto di fronte a quelle notizie che, pur avendo un fondo di verità, vengono presentate in modo da infangare tutto l’istituto. Le posso comunque assicurare che non c’è alcuna lotta intestina tra i missionari di Roma e quelli di Torino, solo un faticoso cammino per gestire con trasparenza, onestà e responsabilità, un bene sul quale l’istituto ha investito allo scopo di sostenere le sue opere in missione e i suoi missionari anziani.

Gli errori (probabilmente anche in buona fede) di alcuni missionari, non intaccano l’impegno generoso per i più deboli di centinaia di missionari della Consolata. Come direttore della rivista e impegnato nella comunicazione da quaranta anni, e come missionario che ha passato 21 anni in Kenya, conosco bene il lavoro dei miei confratelli e so come la maggior parte di loro abbia veramente donato tutta la vita e la stia dando ogni giorno per testimoniare il Vangelo ed essere con i poveri e per i poveri. Vivendo ora in Casa madre a Torino, le assicuro che è per me una sofferenza grande vedere alcuni di loro tornare dalle missioni consumati, con una sola valigia (perché hanno dato tutto e lasciato poi tutto laggiù) e malati. Sono davvero testimoni viventi di una dedizione che nessuno scandalo può cancellare.

Vorrei, tramite la rivista e anche la piccola campagna che abbiamo fatto per il 5×1000, continuare a dar voce all’«erba che cresce in silenzio», come i molti miei confratelli che continuano a dare la loro vita per servire la Missione di Dio, senza farmi spaventare dal fragore dell’«albero che cade».

 




Missionari col cuore della Consolata

MESSAGGIO DEI CAPITOLARI PER I CONFRATELLI
IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA CONSOLATA 2017

“Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città, salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui”. (Atti 1,12-14)

Rileggere questo brano degli Atti degli Apostoli ci aiuta a raccontarvi l’esperienza vissuta in questo XIII Capitolo Generale e a condividerla con voi in occasione della festa della Consolata, madre di Gesù e madre nostra.

Siamo “entrati in città”,

non certo Roma, ma ogni città o villaggio dove noi siamo ai quattro angoli del mondo. Siamo entrati aprendo “il libro della missione” per ascoltare ed imparare dai cammini dei diversi continenti dove siamo presenti. Per “fare memoria” di come Dio, proprio in questo oggi, compie meraviglie attraverso la testimonianza e la dedizione di tanti missionari. Siamo entrati nella vita delle periferie di città anonime, attraversate da disagio e solitudine, serbatorni di scarti umani e di esclusione; dentro le foreste e le savane immense, sopra le montagne e lungo i fiumi, dentro la vita di popoli e comunità con cui camminiamo e lottiamo, soffriamo e ridiamo, cantiamo e piangiamo, preghiamo e speriamo imparando a conoscere, insieme, l’amore di Dio e a celebrarlo.

Siamo “saliti al piano superiore”

per vedere “la città di Gerusalemme”, cioè l’umanità, con gli occhi del Dio di bontà, lento all’ira, ricco di grazie e misericordia, e per lasciarci evangelizzare dai poveri e dalla realtà. Siamo saliti in alto per poter ascoltare nuovamente la chiamata di Gesù a “stare con Lui”, (Marco 3,13-14), per “alzare la testa e vedere che la nostra Liberazione è vicina” (Lc 21,28) e non lasciarci quindi scoraggiare dalle enormi difficoltà della vita e dalle tristezze dell’orizzonte del mondo. E per imparare da Lui a fare missione, con i suoi stessi atteggiamenti (Fil 2,5), di bontà e misericordia, lungo le strade, nei villaggi e nelle città, visitando la gente, accoglienti e premurosi nell’annunciare la misericordia di Dio per tutti contro ogni pregiudizio e divisione.

Siamo stati “assidui e concordi nella preghiera”

per cogliere il passaggio di Dio che in questi giorni “ci ha visitato” e ci ha fatto sentire la sua presenza in vari modi, specialmente nella fraternità tra di noi e nell’“attento discernimento circa la situazione dei popoli in mezzo ai quali svolgiamo la nostra azione di evangelizzazione” (Papa Francesco a noi).

In modo particolare, Dio è “passato in mezzo a noi” nelle due giornate trascorse insieme alle suore missionarie della Consolata e un gruppo di laici missionari a loro legati, e dedicate all’ascolto della vita e dell’insegnamento della Beata Irene Stefani, Nyaatha, umile missionaria del Vangelo, che “tutto faceva per Gesù” per essere carità e donare consolazione. E poi è “passato tra noi” in Papa Francesco che ci ha ricordato che “è molto più importante renderci conto di quanto siamo amati da Dio, che non di quanto noi stessi lo amiamo” e ci ha detto: “Non stancatevi di portare conforto a popolazioni che sono spesso segnate da grande povertà e da sofferenza acuta… Lasciatevi continuamente provocare dalle realtà concrete con le quali venite a contatto e cercate di offrire nei modi adeguati la testimonianza della carità che lo Spirito infonde nei vostri cuori (cfr Rm 5,5),” e imprimete “un nuovo impulso all’animazione missionaria” riqualificando “lo stile del vostro servizio missionario”.

Tutto questo abbiamo vissuto in compagnia di Maria, capace di “conservare e meditare tutto nel suo cuore,” per imparare da Lei a seguire suo Figlio Gesù (discepoli) e come Lei diventarne testimoni (missionari).

Cari confratelli,

Maria, non poteva lasciarci soli perché, come ci ricorda il nostro Beato Fondatore, è la “nostra Madre Tenerissima” che “ci ama più della pupilla dei suoi occhi”, e per questo ha vissuto con noi questo tempo di grazia, il kairos, tempo dello Spirito, vento di nuova Pentecoste per tutto l’istituto.

Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero del Dio vivente e ci spinge ad aprire le porte per uscire, per annunciare e testimoniare il Vangelo, per comunicare la gioia della fede, dell’incontro con Cristo.

Lo Spirito Santo è l’anima della missione. Quanto avvenuto a Gerusalemme quasi duemila anni fa non è un fatto lontano da noi, è un fatto che ci raggiunge, che si fa esperienza viva in ciascuno di noi. La Pentecoste del cenacolo di Gerusalemme è l’inizio, un inizio che si prolunga e oggi coinvolge anche il nostro Istituto.

Cari confratelli,

non eravamo soli, “in quel piano superiore” in attesa dello Spirito Santo. Oltre a Maria, al Beato Giuseppe Allamano, alla Beata Irene Stefani e a tutti i confratelli che “hanno reso feconda la storia del nostro Istituto col sacrificio della vita” (Papa Francesco a noi), c’eravate anche voi che con la preghiera ci avete sostenuto e incoraggiato.

La nostra speranza non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr. 2 Timoteo 1,12) e per il quale “nulla è impossibile” (Luca 1,37). È questa la nostra speranza che ci permetterà di continuare a scrivere altre pagine di una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare grandi cose con noi.

In occasione della festa della nostra Madre Consolata, chiediamo a tutti di rinnovare l’impegno di mettere la missione al cuore della nostra vita, così come il nostro Fondatore ci invita a fare anche oggi: “datevi con tutto il cuore e con tutte le forze all’opera di evangelizzazione. È per questo speciale fine, per farvi santi, che sceglieste la via della missione” (Giuseppe Allamano, Lettera ai missionari del Kenya, 2 ottobre 1910).

I vostri confratelli partecipanti al XIII Capitolo Generale

* L’immagine della Consolata in questa pagina fu dipinta nella Corea de Sud e offerta a Papa Francesco in occasione dell’Udienza concessa ai capitolari IMC/MC il 5 giugno 2017.




Completata l’elezione della Direzione Generale dei Missionari della Consolata


Roma, 13 giugno 2017. Dopo l’elezione-riconferma del superiore generale nella persona di padre Stefano Camerlengo avvenuta ieri, oggi il XIII Capitolo generale dei missionari della Consolata ha eletto il vice superiore generale e i tre consiglieri generali.

Come vice superiore generale è stato scelto padre James Bhola Lengarin, nato a Maralal in Kenya nel 1971. Ordinato sacerdote nel 1999 dopo gli studi a Roma, ha servito nella pastorale e nell’animazione missionaria a Galatina (Lecce); l’ultimo suo impegno fino all’inizio di questo anno è stato quello di amministratore dei missionari della Consolata in Kenya.

Dopo di lui sono stati eletti i tre consiglieri generali:

  • padre Godfrey Msumange, tanzaniano nato a Iringa nel 1973, ordinato nel 2005, e fino a questo momento superiore dei missionari della Consolata in Tanzania, dopo che era stato preso per quel servizio solo meno di un anno fa dalla parrocchia della Speranza di Torino dove era parroco.
  • padre Jaime Carlos Patias dal Brasile, nato nel 1964 a Tuparendi (Rio Grande do Sul – Brasile) e ordinato nel 1993; lascia l’incarico di comunicatore e segretario nelle Pontificie opere missionarie del Brasile.
  • padre Antonio Rovelli, nato nel 1958 a Barzago, provincia di Lecco, ordinato sacerdote nel 1984, missionario prima in Uganda e poi da molti anni in Italia con diversi compiti, ultimo quello di vice superiore dei missionari della Consolata  in Italia e coordinatore della pastorale migranti della diocesi di Torino.

Ai nuovi eletti il nostro ringraziamento per la loro disponibilità e gli auguri per un generoso e gioioso servizio alla Missione, avendo davanti la sfida di aiutare l’istituto intero a realizzare i progetti di rivitalizzazione e ristrutturazione lanciati in questo capitolo.

In coda per eleggere il vice generale.

Segretari al lavoro per controllare le schede.

Padre James Lengarin dichiara la sua accettazione a vice generale.

L’obbedisco di padre Godfrey Msumange.

Il sì di padre Antonio Rovelli.

Da sinistra: i padri Jaime Patias, James Lengarin (VG), Stefano Camerlengo (SG), Godfrey Msumange e Antonio Rovelli, team direzionale dei Missionari della Consolata.

Partecipanti al XIII capitolo con la nuova direzione generale dell’Istituto.




Padre Stefano Camerlengo riconfermato superiore generale dei Missionari della Consolata


Padre Stefano Camerlengo, neo rieletto superiore generale dei Missionari della Consolata.

Roma, 12 giugno 2017. Oggi i Missionari della Consolata, al primo scrutinio e a maggioranza assoluta, hanno rieletto padre Stefano Camerlengo a superiore generale del loro istituto per i prossimi sei anni. L’elezione è avvenuta durante il 13° capitolo generale. Iniziato il 22 maggio scorso, il capitolo si concluderà il 20 giugno, festa di Maria Consolata, considerata fondatrice dell’istituto stesso attraverso il beato Giuseppe Allamano che da rettore del santuario della Consolata in Torino fondò l’istituto nel 1901.

Nativo di Morrovalle (Macerata), padre Stefano ha compiuto 61 anni proprio ieri, 11 giugno. Fu ordinato nel 1984 nell’Alto Uele della Repubblica Democratica del Congo, allora Zaire, dove era andato per esercitare il ministero di diacono. Dopo l’ordinazione ha prestato il suo servizio missionario in quel paese lavorando nelle missioni, nella formazione e nella direzione regionale, guidando la comunità nel periodo difficile della transizione tra Mobutu e il nuovo governo repubblicano. Eletto vice superiore generale nel 2005, nel 2011 fu scelto come superiore generale dei missionari della Consolata e ora, in questo 13° capitolo, riconfermato.

Al capitolo partecipano 45 missionari (22 africani, 15 europei e 8 latinoamericani) in rappresentanza dei circa mille missionari della Consolata sparsi in 26 paesi del mondo. Nei prossimi due giorni saranno eletti il vice superiore generale e i tre consiglieri. Gli ultimi giorni saranno dedicati alla stesura del testo finale focalizzato sulla rivitalizzazione (rimettere la Missione di Gesù al centro della vita di ogni missionario) e la ristrutturazione (riorganizzare l’istituto a livello continentale per una Missione più efficace secondo le necessità specifiche di ogni continente).

* Gigi Anataloni, IMC, per il team di comunicazione del XIII capitolo

I capitolari votano per la scelta del nuovo generale.

I segretari fanno lo spoglio dei voti.

P, Matthew Owuor domanda all’eletto se accetta la rielezione.

Padre Stefano Camerlengo accetta il mandato.

L’abbraccio e le congratulazioni dei confratelli.

Messaggio di padre Stefano e momenti dell’elezione.

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Con generosità per la Missione ad gentes


Oggi, lunedì 5 giugno, primo giorno dopo Pentecoste, i membri dei due capitoli generali dei Missionari e delle Missionarie della Consolata sono stati ricevuti in udienza privata da papa Francesco nella Sala Clementina. Un incontro cercato e desiderato da tutti, in linea con lo stile voluto per noi dal nostro Fondatore, il beato Giuseppe Allamano, che ci voleva “papalini” fino all’osso. Grazie papa Francesco per quanto ci hai detto e soprattutto per avere avuto un sorriso per ciascuno di noi e avere la pazienza di salutarci personalmente uno ad uno. Grazie.

Suor Simona a papa Francesco a nome di tutti i capitolari

Santità,
È una grandissima gioia per noi essere qui con Lei oggi! Grazie per aver accolto la nostra richiesta di una udienza! Siamo i capitolari e le capitolari Missionari e Missionarie della Consolata, una famiglia religiosa nata per la missione ad gentes più di cento anni fa a Torino. Il nostro Fondatore è il Beato Giuseppe Allamano, sacerdote della Diocesi di Torino, Rettore del Santuario della Consolata, appassionato della missione. Egli fondò i Missionari della Consolata nel 1901 e le Missionarie della Consolata nel 1910. Siamo oggi presenti in diverse Nazioni di 4 continenti: Africa, America, Asia e Europa.

 

Stiamo celebrando i due Capitoli generali, rispettivamente l’XI Capitolo per le Missionarie e il XIII per i Missionari. Abbiamo voluto chiederLe questa udienza insieme, per significare sia la comunione tra noi come figli e figlie dello stesso padre, il Beato Allamano, e della stessa Madre, la SS. Vergine Consolata, sia per esprimerLe insieme la comunione, l’affetto, il sostegno, il nostro essere pienamente nella Chiesa e con la Chiesa a servizio del Vangelo. Il nostro Fondatore ci ha trasmesso un particolare attaccamento al Papa e un forte senso ecclesiale, che cerchiamo di vivere nel nostro specifico, la missione nelle periferie, e nella periferia delle periferie che è appunto l’ad gentes, i non cristiani, coloro che non conoscono Cristo.

Entrambi gli Istituti stanno vivendo un tempo di particolare grazia, la grazia della rivitalizzazione, della ristrutturazione, ridisegnando le nostre presenze e le nostre strutture per una sempre migliore qualità di vita vocazionale, religiosa, missionaria, secondo il nostro carisma specifico.  Questa è, di fatto, la tematica principale dei nostri due Capitoli Generali. In questo momento di rinnovamento e rilancio missionario siamo tanto desiderosi di sentire la Sua parola, Santo Padre, e ricevere la Sua benedizione per noi, per tutti i nostri missionari e missionarie sparsi per il mondo, per i popoli con cui condividiamo la vita.  

Grazie ancora per averci accolto. Grazie perché non cessa di indicarci le vie di una Chiesa in uscita. Grazie per il coraggio, la speranza la gioia che sa infonderci. Le assicuriamo la nostra vicinanza, la nostra disponibilità e la nostra preghiera, in particolare presso la Vergine Consolata!

I capitolari e le capitolari Missionari e Missionarie della Consolata

 


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AI CAPITOLI GENERALI DEI
MISSIONARI E MISSIONARIE DELLA CONSOLATA

Sala Clementina – Lunedì, 5 giugno 2017


Cari Missionari e care Missionarie della Consolata,

sono lieto di accogliere insieme il ramo maschile e il ramo femminile della Famiglia religiosa fondata dal Beato Giuseppe Allamano, in occasione dei rispettivi Capitoli Generali. Vi saluto tutti con affetto e vi auguro che i vostri lavori capitolari si svolgano con serenità e docilità allo Spirito. Estendo il mio affettuoso saluto ai vostri confratelli e alle vostre consorelle che operano, spesso in condizioni difficili, nei diversi continenti, e li incoraggio a proseguire con generosa fedeltà nel loro impegno di missione ad gentes. Desidero ora offrirvi alcuni suggerimenti affinché questi giorni producano abbondanti frutti di bene nelle vostre comunità e nell’attività missionaria della Chiesa.

Voi siete chiamati ad approfondire il vostro carisma, per proiettarvi con rinnovato slancio nell’opera dell’evangelizzazione, nella prospettiva delle urgenze pastorali e delle nuove povertà. Mentre con gioia ringrazio il Signore per il bene che voi andate compiendo nel mondo, vorrei esortarvi ad attuare un attento discernimento circa la situazione dei popoli in mezzo ai quali svolgete la vostra azione evangelizzatrice. Non stancatevi di portare conforto a popolazioni che sono spesso segnate da grande povertà e da sofferenza acuta, come ad esempio in tante parti dell’Africa e dell’America Latina. Lasciatevi continuamente provocare dalle realtà concrete con le quali venite a contatto e cercate di offrire nei modi adeguati la testimonianza della carità che lo Spirito infonde nei vostri cuori (cfr Rm 5,5).

La storia dei vostri Istituti, fatta – come in ogni famiglia – di gioie e di dolori, di luci e di ombre, è stata segnata e resa feconda anche in questi ultimi anni dalla Croce di Cristo. Come non ricordare qui i vostri confratelli e le vostre consorelle che hanno amato il Vangelo della carità più di sé stessi e hanno coronato il servizio missionario col sacrificio della vita? La loro scelta evangelica senza riserve illumini il vostro impegno missionario e sia d’incoraggiamento per tutti a proseguire con rinnovata generosità nella vostra peculiare missione nella Chiesa.

Per portare avanti questa non facile missione, occorre vivere la comunione con Dio nella percezione sempre più consapevole della misericordia di cui siamo oggetto da parte del Signore. È molto più importante renderci conto di quanto siamo amati da Dio, che non di quanto noi stessi lo amiamo! Ci fa bene considerare anzitutto questa priorità dell’amore di Dio gratuito e misericordioso, e sentire il nostro impegno e il nostro sforzo come una risposta. Nella misura in cui siamo persuasi dell’amore del Signore, la nostra adesione a Lui cresce. Abbiamo tanto bisogno di riscoprire sempre l’amore e la misericordia del Signore per sviluppare la familiarità con Dio. Le persone consacrate, in quanto si sforzano di conformarsi più perfettamente a Cristo, sono, più di tutti, i familiari di Dio, gli intimi, coloro che trattano con il Signore in piena libertà e con spontaneità, ma con lo stupore di fronte alle meraviglie che Egli compie.

In questa prospettiva, la vita religiosa può diventare un itinerario di riscoperta progressiva della misericordia divina, facilitando l’imitazione delle virtù di Cristo e dei suoi atteggiamenti ricchi di umanità, per poi testimoniarli a tutti coloro che avvicinate nel servizio pastorale. Sappiate anche raccogliere con gioia i continui stimoli al rinnovamento e all’impegno che provengono dal contatto reale col Signore Gesù, presente e operante nella missione attraverso lo Spirito Santo. Ciò vi consentirà di essere operosamente presenti nei nuovi areopaghi dell’evangelizzazione, privilegiando, anche se ciò dovesse comportare dei sacrifici, l’apertura verso situazioni che, con la loro realtà di particolare bisogno, si rivelano come emblematiche per il nostro tempo.

Sull’esempio del vostro beato Fondatore, non stancatevi di imprimere nuovo impulso all’animazione missionaria. Sarà soprattutto il vostro fervore apostolico a sostenere le comunità cristiane a voi affidate, in particolare quelle di recente fondazione. Nello sforzo di riqualificazione dello stile del servizio missionario, occorrerà privilegiare alcuni elementi significativi, quali la sensibilità all’inculturazione del Vangelo, lo spazio dato alla corresponsabilità degli operatori pastorali, la scelta di forme semplici e povere di presenza tra la gente. Attenzione speciale meritano il dialogo con l’Islam, l’impegno per la promozione della dignità della donna e dei valori della famiglia, la sensibilità per i temi della giustizia e della pace.

Cari fratelli e sorelle, continuate il vostro cammino con speranza. La vostra consacrazione missionaria possa essere sempre più sorgente di incontro vivificante e santificante con Gesù e con il suo amore, fonte di consolazione, pace e salvezza per tutti gli uomini.

Auspico che gli orientamenti elaborati dai rispettivi Capitoli Generali possano guidare i vostri Istituti a proseguire con generosità sulla via tracciata dal Fondatore e seguita con eroico coraggio da tanti confratelli e tante consorelle. Invoco la celeste protezione di Maria, Regina delle Missioni, e del Beato Giuseppe Allamano, e di cuore imparto a tutti voi la Benedizione, estendendola all’intera Famiglia della Consolata.

Testo originale da vatican.va