Il superamento del paternalismo

Popoli indigeni e missionari


Un tempo era considerata una cosa normale: la benevolenza dei rappresentanti di una cultura ritenuta superiore (i missionari) verso quelli di una cultura considerata inferiore (i popoli indigeni). Un atteggiamento errato, spiega padre José Auletta, 43 anni di lavoro tra gli indigeni dell’Argentina. Oggi la strada è una soltanto: quella della reciprocità e dell’interculturalità. Un cambio di prospettiva che ha suscitato il fastidio del potere politico ed economico.

Testo di Paolo Moiola

Giuseppe o, come lui preferisce farsi chiamare, José Auletta, missionario della Consolata, lavora in Argentina dal 1976. In questi 43 anni si è occupato principalmente – e con una grande partecipazione emotiva – della causa indigena. È membro dell’Equipo nacional de pastoral aborigen (Endepa) e per l’organizzazione è responsabile della regione del Nord Ovest.

Da circa quattro anni padre Auletta risiede nella capitale, la più bianca ed europea delle città argentine. Un po’ fuori dall’azione, osservo malizioso. «No – risponde lui -, perché, come si dice qui, “Dio è ovunque, ma governa da Buenos Aires”».

Il missionario segue i progressi – minimi, in realtà – della legge 26.160 che riguarda il possesso e la proprietà delle terre da parte delle comunità indigene originarie. Inoltre, lo scorso settembre è stato a Ginevra per presentare il rapporto (alternativo a quello dello stato) di Endepa alla 64ª sessione del «Comitato per i diritti economici, sociali e culturali» delle Nazioni Unite.

Insomma, padre Auletta svolge un indispensabile lavoro di relazioni politiche e di comunicazione in un periodo nel quale l’Argentina attraversa l’ennesima pesante crisi economica e sociale ed è in attesa delle elezioni presidenziali del prossimo ottobre.

 

Il modello estrattivista: dalla soia al litio

I 31 popoli indigeni dell’Argentina hanno caratteristiche diverse, ma sono tutti accomunati da un problema: la restituzione o il riconoscimento giuridico e amministrativo della propria terra. «Una terra benedetta – precisa padre José – per tutto ciò che essa significa nella cosmovisione indigena, a livello vitale, culturale, spirituale, identitario».

La legge 26.160 è importante proprio perché prevede la sospensione degli sfratti e un’indagine catastale sui territori indigeni. I quali – nell’incertezza normativa data dalla mancanza dei diritti di proprietà – rimangono in balia delle mire espansionistiche dell’agrobusiness e delle società estrattive. Gli esempi più macroscopici sono quelli legati alla diffusione della monocoltura della soia (transgenica) e delle miniere di litio.

A partire dagli anni Novanta l’espansione della frontiera della soia nelle province di Salta, Santiago del Estero, Formosa e Chaco ha prodotto l’espulsione, l’allontanamento o la marginalizzazione di migliaia di famiglie di campesinos locali, oltre a una gravissima deforestazione e un pesante inquinamento da agrotossici. Rispetto alla soia, lo sfruttamento del litio è più recente (dal 2010), ma è prevedibile un suo rapido sviluppo. Questo metallo – un tempo conosciuto soprattutto in medicina (neuropsichiatria) – oggi è molto ricercato a motivo del suo utilizzo nell’industria elettronica e automobilistica (soprattutto per le batterie delle nuove auto elettriche). Il litio è stato trovato nella regione de La Puna argentina, nelle province di Salta e Jujuy. Oltre a produrre lo stravolgimento dei delicati ecosistemi delle lagune e delle saline che rendono unica la zona, le miniere di litio sottraggono l’acqua alle necessità di sostentamento e lavoro delle comunità locali. Per questo lo scorso febbraio 25 comunità di etnia Kolla hanno fermato i lavori di due imprese – la Ekekos e la multinazionale canadese Ais Resources -, che si dedicano all’estrazione del metallo.

Chiedo a padre Auletta se non sia una romantica idealizzazione il concetto del «buen vivir», che implica l’idea di un maggiore rispetto della natura e dell’ambiente da parte dei popoli indigeni. «No – risponde il missionario -, è un fatto accertato. Endepa infatti non ha esitato a schierarsi con gli indigeni alla luce della parola d’ordine El territorio es vida. Se cuida y se defiende (Il territorio è vita. Si cura e si difende)».

Di certo, una modalità di difesa potrebbe e dovrebbe venire dal «diritto di consultazione e di consenso preventivo, libero e informato» (Consentimiento previo, libre e informado, Cpli), riconosciuto dal comma 17 dell’articolo 75 della Costituzione nazionale. Tuttavia, questo strumento viene sistematicamente ignorato o violato dallo stato argentino.

La resistenza dei Mapuche: morti e arresti

Da Nord a Sud del paese l’offensiva estrattivista non ha cambiato i suoi obiettivi (accaparramento di terre ed estrazione di risorse minerarie), ma a Sud ha trovato sulla sua strada un popolo molto pugnace e determinato: quello dei Mapuche di Chubut e Río Negro, in Patagonia. Come testimoniano le morti dei giovani Santiago Maldonado (28 anni) e Rafael Nahuel (22 anni) e la vicenda – ancora più complicata perché interessa anche il Cile – di Facundo Jones Huala (32 anni). Tutte persone coinvolte in proteste e azioni legate al recupero delle terre ancestrali dei Mapuche.

«Il 2017 è stato un anno attraversato da gravi fatti di violenza. Tra questi va ricordata la repressione effettuata a gennaio dalla Gendarmeria nazionale nel territorio mapuche “Pu Lof in Resistencia”, nella località di Cushamen, provincia di Chubut. E poi una sua ripetizione nell’agosto dello stesso anno, in un contesto nel quale si è prodotta la sparizione e morte di Santiago Maldonado, giovane non mapuche sostenitore delle istanze di questo popolo. Pochi mesi dopo, il 25 novembre, c’è stato l’assassinio di Rafael Nahuel, giovane mapuche della comunità Lafken Winkul Mapu, ad opera di uomini della prefettura navale della provincia del Río Negro».

Padre Auletta non esita quando si tratta di indicare un colpevole. «La violenza che io considero più grave è quella istituzionale dello stato argentino. Da troppo tempo esso viola una Costituzione che riconosce il diritto alla terra da parte dei popoli indigeni. Un diritto che però non si è mai concretizzato, se non in pochi casi».

Facundo Jones Huala e il landgrabbing dei Benetton

Il leader Mapuche,  Facundo Jones Huala, in corte a Valdivia, Cile, il 12/09/2018 arrestato su richiesta del presidente dell’Argentina Mauricio Macri / © Miguel Angel Bustos / Aton Chile / AFP

Nel 2018 la lotta dei Mapuche è stata monopolizzata dalla vicenda del mapuche Facundo Jones Huala, lonko (cacique, capo) del territorio «Pu Lof en Resistencia». Si tratta di circa 1.200 ettari in una terra di proprietà del gruppo italiano Benetton.

Spiega padre José: «Negli anni Novanta i fratelli Benetton acquistarono a condizioni estremamente favorevoli quasi un milione di ettari di terra, senza minimamente considerare l’appartenenza ancestrale e tradizionale di quei territori». In poche parole, una vera operazione di landgrabbing.

Ricercato in Cile, il 28 giugno 2017 Huala è stato arrestato dalle autorità argentine e lo scorso settembre, dopo 14 mesi, estradato. Tre mesi dopo, a dicembre, il tribunale cileno di Valdivia lo ha condannato a 9 anni di carcere per essere stato ritenuto responsabile di un attacco e un incendio (senza feriti) del gennaio 2013 a un fondo agricolo in località Río Bueno (provincia di Ranco, regione di Los Ríos, Cile) durante una protesta mapuche contro la costruzione di una diga sul rio Pilmaiquén. A conti fatti, contro il leader indigeno un processo senza alcuna prova e una condanna spropositata. «Allo scopo – chiosa il missionario – di stigmatizzare e criminalizzare le legittime proteste indigene per il recupero delle loro terre».

La vicenda dei Benetton non è peraltro un’eccezione. Oltre vent’anni fa, il miliardario britannico Joseph C. Lewis acquistò una grande proprietà terriera nella provincia del Río Negro che addirittura impedisce l’accesso a un lago, il lago Escondido.

«Nel 2011 – spiega padre José – fu promulgata una legge (la 26.737, ndr) che poneva limiti all’acquisto di terre rurali. Ciononostante, si continua a permettere che compagnie nazionali e straniere acquistino considerevoli estensioni di terre – con la giustificazione di progetti cosiddetti di sviluppo – in zone abitate da comunità indigene e contadine, provocando esodi forzati e danni ambientali come le deforestazioni».

Dal paternalismo all’interculturalità

La strada che, fin dall’inizio della sua esperienza con i popoli indigeni, padre José Auletta si è proposto di percorrere è segnata da una domanda che è anche un comandamento anti paternalista: «Quanto ancora debbo imparare?».

Tra missionari e popoli indigeni il paternalismo è sempre stato un rischio presente. O incombente.

«Avevamo la pretesa di civilizzare quelli che un tempo – sbagliando – chiamavamo indios. Volevamo essere i maestri. Pensavamo che la nostra cultura fosse superiore. Alla fine abbiamo capito che nessuna cultura è superiore a un’altra. Allora abbiamo introdotto l’idea di “accompagnamento”: ma chi accompagna chi? Occorre introdurre anche il concetto di reciprocità. Ci si accompagna a vicenda: accompagniamo e siamo accompagnati. Tutti siamo discepoli, tutti siamo maestri».

Accompagnatori o accompagnati, maestri o discepoli che siano, missionari come José Auletta si muovono e agiscono per dare forma e sostanza al concetto di interculturalità.

«L’interculturalità – spiega – è la capacità di ascoltare l’altro, sapendo che questo scambio favorisce una crescita e arricchimento reciproci. L’umanità ha impiegato diversi secoli per capire che non esiste un pensiero unico, una sola cultura, una sola storia o un’unica verità. Nel caso dell’Argentina, questo sforzo di comprensione fu fatto, in termini di soggetto statale, grazie alla riforma della Costituzione nazionale dell’anno 1994, che introdusse il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e il rispetto della loro identità, sancendo in tal modo la nascita dell’Argentina come paese plurietnico e multiculturale».

Parole belle e condivisibili, ma l’obiezione è tanto immediata quanto banale: permane una grande distanza tra le dichiarazioni teoriche e una realtà quotidiana che è dominata da poteri economici e politici sordi, quando non contrari, a simili istanze.

«Sì – ammette padre José -, è e sarà un percorso complesso, tortuoso e contrastato, in Argentina come altrove. Però l’interculturalità è anche questo: non pretendere di fare di due uno, ma al contrario rispettare ogni parte del tutto».

Paolo Moiola




Cari Missionari. Grazie ai lettori di MC

Lettere di Grazie ai lettori |


Mi chiamo Ludovico

Sono un missionario della Consolata di 33 anni di Mesagne, una cittadina in provincia di Brindisi nella regione Puglia. Desidero condividere la mia esperienza di missione riassumendo il cammino che ho fatto finora.

Due le mie esperienze forti: una in Argentina, a Martin Coronado (Buenos Aires) dove ho fatto il noviziato, e l’altra in Kenya, a Nairobi, dove mi trovo in questo momento a studiare teologia.

Argentina e Kenya, come potrete benissimo immaginare, sono due realtà molto diverse. L’esperienza in America Latina ha cambiato la mia fede e scalzato tutto ciò in cui avevo posto le mie certezze, mettendomi davanti agli occhi la realtà della vita e facendomi capire che il mondo è molto diverso da come lo immaginiamo e non è solo quello che viviamo ogni giorno nelle nostre comodità. La missione però non ti presenta solo difficoltà, ti regala anche tante emozioni, poiché la condivisione con la gente è il primo fine di noi missionari; non costruire chiese, scuole! Anche questo è ovvio, ma prima di tutto viene la persona, l’ascolto.

Potrete ben immaginare come abbia sofferto il fatto di dover lasciare l’Argentina, una terra fantastica, una gente super accogliente…

Dopo il noviziato i miei superiori mi hanno detto che sarei dovuto venire qui in Africa. Non è stato facile. Per niente. Cultura, cibo, abitudini, modo di pensare e di affrontare i problemi, tutto è diverso. È tutto un altro mondo. Ho dovuto rivedere (e sto ancora rivedendo) la mia fede. Una fede che non trova pace poiché qui si sperimenta facilmente «l’abbandono di Dio».

Già, non mi vergogno a dirlo. A volte con Lui faccio a cazzotti. Ci sono situazioni qui che non sono facilmente giustificabili solo dicendo: «Dio è con noi». No. Qui c’è veramente da affrontare la realtà, ogni giorno, rimboccandosi le maniche e dando il massimo, a volte anche andando oltre le tue forze.

Però l’Africa è bellissima. Essa mi ha insegnato a non essere ansioso, ad affrontare i problemi con serenità, che i fallimenti fanno parte della vita ma non sono essi a determinarla o ad avere l’ultima parola.

Ho vissuto la mia seconda Pasqua qui in Kenya, quest’anno con tanta nostalgia della mia terra. Ma essere missionari porta a delle rinunce, a lasciare la famiglia, gli affetti più cari, seguendo quella voce da cui senti che dovrai prima o poi davvero lasciarti guidare.

Forse non sono esaustivo con queste parole, ma non è facile raccontare «la missione». Bisogna viverla. Quindi il mio è un invito affinché ognuno di voi coltivi prima in se stesso, e poi seminandole intorno, la gioia e la bellezza della missione. È tempo di andare, di uscire da se stessi. È tempo di incontrare. È tempo di amare.

Un abbraccio a tutti e grazie ancora per questa opportunità! Dio vi benedica!

Ludovico Tenore,
Nairobi 06/05/2018

Grazie e ancora Grazie

Dalla Costa d’Avorio

Mi chiamo Philippe. Nel 2002 mi avevano preso per un corso di formazione nel complesso di zuccherifici di Borotou-Koro, qui in Costa d’Avorio. Era la mia possibilità di essere poi assunto in pianta stabile. Ma lo scoppio della guerra nel settembre 2002 ha bloccato tutte queste speranze. Sono tornato allora a lavorare nei campi per nutrire mia madre, mia sorella e il mio fratellino. In quel periodo non ero ancora sposato e non avevo figli. Sono stati tempi duri. Poi la mia vita è cambiata. Nel 2007 i missionari di Dianra mi hanno mandato a studiare a Korhogo, nel Nord del paese, come ausiliario nella sanità, e ho lasciato mia sorella e mio fratello – ormai cresciuti – a occuparsi dei campi. Il corso è durato tre anni e sono stato promosso a pieni voti, il primo del mio gruppo. A Dianra avevano appena inaugurato il centro sanitario Joseph Allamano e con Alice e Suzanne sono stato il primo a lavorarvi. È un servizio che mi riempie di gioia e soddisfazione perché aiutiamo la gente del nostro villaggio e posso mantenere bene la mia famiglia con i miei tre bambini.

Grazie ai missionari e ai loro amici per quanto hanno fatto per me e per la gente di Dianra.

Philippe da Dianra

Mi chiamo Suzanne Soro Gnimin. Nell’anno scolastico 2006-2007, mentre mi stavo preparando per l’esame di licenza media, i missionari della Consolata mi hanno offerto di fare un corso di formazione sanitaria perché stavano progettando di costruire un centro di salute. Ho accettato la loro proposta e nel settembre 2007 sono andata a Korhogo in un centro di formazione professionale dove ho studiato per 3 anni. Nel 2010 ho preso il Diploma Cap (Certificat d’Aptitude Professionnelle). I missionari della Consolata mi hanno assunto nel loro nuovo centro sanitario dove lavoro ancora oggi. Al momento sono felice perché, grazie a questo lavoro, posso prendermi cura di me stessa, dei miei figli e della mia famiglia. Dico un grande grazie e mi sento molto grata per tutto ciò che ho ricevuto grazie al loro sostegno. Prego che il Signore, che li ha scelti per la sua missione, li protegga e dia loro sempre coraggio e saggezza per aiutare altri come me.

Suzanne da Dianra

Grazie dall’Argentina

Buon giorno a tutti i fratelli. Sono Juan de Dios López, cacique della comunità Territori Originari Wichi. Ringrazio lo sforzo di tutta la Chiesa, nella persona del fratello José (padre Giuseppe Auletta, ndr), che ha potuto condividere con noi la sua vita, dato che è difficile capire persone come noi. Ci siamo rivolti alla Chiesa, e la Chiesa, provvedendo i materiali, ha collaborato con il nostro progetto di allacciamento alla conduttura dell’acqua. Noi abbiamo messo il nostro lavoro scavando un fossato di quasi tre chilometri. Il lavoro, durato parecchio tempo, ha prodotto un miglioramento notevole del benessere della comunità. Questa è molto contenta e soddisfatta, dato che la Chiesa è stata l’unico attore presente nella nostra difficile situazione. La comunità, poco a poco, ha migliorato le sue condizioni riguardo alla semina, alla riforestazione e all’orticoltura. La comunità finalmente ha l’acqua, risultato anche di un impegno comune.

[Prima, per soddisfare il bisogno di acqua,] dovevamo camminare circa tre chilometri, fare tanto sacrificio e, inoltre, dovevamo trattare con i vicini che ci limitavano l’acqua, e la cosa si rendeva molto pesante. Tuttavia, grazie al fratello José e al nostro sforzo ora abbiamo l’acqua, possiamo lavorare e migliorare.

Ci siamo organizzati nella comunità per lo scavo del fossato e abbiamo dovuto tralasciare le nostre attività abituali per poter avere l’accesso all’acqua e allacciare i tubi di irrigazione alla rete principale. Con questo sforzo la comunità ha potuto recuperare la vita degli alberi. Consideriamo importante non sprecare l’acqua, così come l’ombra che ci danno gli alberi. La comunità può recuperare specie originali come il quebracho, il lapacho, il palo amarillo, il yuchán, l’algarrobo e tutto ciò che ha a che vedere con il rimboschimento ancestrale. Abbiamo avuto formazione adeguata al riguardo. Perciò siamo veramente grati alla Chiesa, attraverso il fratello José e quanti stanno collaborando alla questione indigena. Senz’altro, la comunità continuerà con la propria organizzazione e miglioramento, con la fedeltà alle nostre usanze ancestrali, chiedendo che i fratelli comprendano che abbiamo bisogno di molte cose, mentre noi ci sforziamo di far tutto con spirito comunitario, per migliorare ed essere parte del mondo che ci circonda.

In nome di tutta la comunità desideriamo far arrivare un abbraccio a quanti hanno collaborato al nostro progetto.

Cacique Juan de Dios López
Tartagal, Salta, Argentina

Grazie dalla Colombia: «Un ranchito para mi gente»

Raquel Cerityama davanti alla sua casetta costruita con l’aiuto delal missione

Emerita Zafirakudo e figli davanti alla casetta costruita con laiuto della missione e con padre Gabriel Armando

Nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù de La Tagua sul rio Putumayo in Colombia opera un gruppo Caritas che, tra i vari progetti, ha anche quello di costruire delle casette per persone povere. Con questo progetto, «un ranchito para mi gente», finora siamo riusciti a costruire due casette di legno: una a Raquel Cerityama, un’anziana di 75 anni, e un’altra per Emerita Zafirakudo, una madre con 7 figli. Il gruppo Caritas ha aiutato anche a completare le case di un’anziana di 81 anni e di una famiglia con 10 figli. Per realizzare questi «ranchitos» la comunità integra gli aiuti che arrivano tramite amici e benefattori, anche dall’Italia, con una serie di iniziative locali per stimolare la solidarietà con offerte di materiale o di cibo. Facciamo anche delle piccole lotterie (niente di super: qualche pollo e un po’ di bibite in premio!). Per la costruzione si fa poi una «minga» (lavoro comunitario), che si conclude naturalmente con un bel pranzo tutti insieme. Da Raquel ed Emerita e i suoi 7 figli, il grazie più sincero anche a nome degli altri poveri di La Tagua.

Padre Gabriel Armando,
La Tagua, Putumayo, Colombia

 




Noi stiamo con gli Indios

Reportage dalla missione di Tartagal.


All’inizio del 2012 i missionari della Consolata hanno accettato
la responsabilità della parrocchia di San Ramon Nonato a Tartagal. La missione
abbraccia vari slums, abitati soprattutto da immigrati boliviani e da indios, e
cerca di rispondere concretamente ai problemi sociali e di povertà che tale situazione
comporta. Nella parrocchia di San Lorenzo a Morillo vive invece padre Giuseppe
Auletta, incaricato della pastorale indigena per tutta la diocesi di Oran.

Verso le ore 9 del mattino, padre
Luigi Inverardi e il sottoscritto lasciamo Jujuy in corriera alla volta di
Tartagal, dove i missionari della Consolata si sono stabiliti di recente. Sono
sorpreso nel sapere che ci vorrà tutta la giornata per arrivare a destinazione.
La distanza tra le due città è di 500 km, eppure sulla mappa sembrano così
vicine. Ciò dimostra che l’Argentina è tra le nazioni più vaste del mondo, e
percepire le distanze con una cartina geografica può essere ingannevole.

In Argentina, viaggiare in
corriera è relativamente comodo. Per i tragitti a lunga distanza ci sono veicoli
a due piani che offrono servizio di pasti e sedili reclinabili per garantire un
tragitto rilassante.

Nel nostro viaggio a Tartagal ci
siamo sistemati al piano superiore per avere una migliore visione dello
scenario, caratterizzato da vaste distese di praterie. La corriera fa varie
fermate durante le quali salgono venditori di panini, spuntini e bibite.

Arriviamo a destinazione con 15
ore di ritardo. Padre Luigi Manco ci accoglie calorosamente alla stazione degli
autobus di Tartagal. Più tardi, alla residenza dei missionari dalla Consolata,
riceviamo l’abbraccio di padre Manuel Candela Garcia.

Missione nuova

Tartagal è situata nella
provincia di Salta nell’estremo Nord del paese, a circa 1.700 km dalla
capitale, Buenos Aires, 55 dalla frontiera con la Bolivia, 103 dal Paraguay. È
una città di circa 80 mila abitanti, nella diocesi di Oran, la più povera
dell’Argentina, dove ci sono circa 13 differenti gruppi indigeni.

Tartagal è una missione nuova di
zecca per i missionari della Consolata che vi arrivarono nel marzo 2012, dopo
aver consegnato al clero locale la parrocchia della città di Oran, dove avevano
lavorato per dieci anni. Per Tartagal il vescovo ha voluto una comunità di
preti non solo entusiasti, ma soprattutto capaci di stare con la gente. Il superiore
regionale ha destinato alla nuova missione i padri Luigi Inverardi (classe
1938), Luigi Manco (1941) e Manuel Garcia Candela (1956).

La parrocchia conta un grande
numero di giovani e vari gruppi indigeni, tra i quali i Guaraní e i Wichí.
Nonostante ogni nuovo inizio comporti sfide sempre più grandi, i due padri
Luigi hanno accettato questa nuova fase della loro vita missionaria con zelo.
Entrambi i missionari confermano che questo cambiamento è per loro il modo
ideale per sfidare se stessi nel creare qualcosa di nuovo e durevole
ricominciando da capo.

Durante il nostro viaggio in bus
verso Tartagal, padre Luigi Inverardi menziona spesso le sfide dell’adattamento
al nuovo ambiente. Eppure, vedo che i suoi occhi brillare ogni volta che parla
del lavoro che lo attende. Quando glielo faccio notare, riconosce che è vero. «Benché
il fuoco di giovinezza non arda necessariamente così luminoso quando avanziamo
in età, con la grazia del Signore possiamo, come missionari, trovare in fretta
l’energia, l’entusiasmo e la forza di cui abbiamo bisogno per andare avanti».

Nuove sfide

In Tartagal la sfida principale è
l’integrazione tra la popolazione indigena e la maggioranza composta da
eurodiscendenti e da meticci. Tale integrazione, racconta padre Luigi durante
il viaggio, spesso è difficile da creare anche tra gli stessi gruppi indigeni,
anche quando si tratta di lavorare insieme per progetti comunitari che
potrebbero ottenere l’appoggio del governo e di altri sostenitori.

Secondo i missionari della
Consolata a Tartagal, le aspettative dei parrocchiani sono semplici: liturgia e
sacramenti. Essi partecipano alla messa e vogliono che i loro figli ricevano
l’eucaristia e la cresima. I preti vorrebbero fare di più, andare oltre le
fondamentali attività pastorali della sacramentalizzazione. La comunità di
Tartagal è certamente molto devota, ma c’è molto spazio per la crescita,
soprattutto per quanto riguarda la presa di coscienza sociale verso un più
grande senso di giustizia.

Padre Manco aggiunge che ci sono
tuttavia vari gruppi religiosamente motivati che sono coinvolti in attività
sociali e pastorali. Infatti si è formato il gruppo di parrocchiani di San
Ramon per lavorare con lui in attività pastorali, come la visita ai malati e
carcerati. Altri portano la comunione a infermi e anziani. Altri ancora
lavorano con i giovani per aiutarli a crescere in una più articolata coscienza
sociale o per aiutare i preti nell’animazione missionaria. C’è perfino un
gruppo che lavora con le coppie sposate.

I padri Luigi Inverardi e Manuel
Garcia sono stati missionari in Venezuela prima di venire in Argentina, ma qui
trovano più facile esercitare il loro servizio missionario perché ci sono meno
interferenze estee e controlli burocratici.

Secondo padre Manuel, il
Venezuela del presidente Hugo Chavez è stato emulato da altri paesi
sudamericani per il desiderio di liberarsi dalla pesante dipendenza
nordamericana. La speranza è che questi paesi vogliano ritenere gli aspetti più
positivi del «chavismo» e tralasciare quelli negativi.

I padri Luigi Manco e Luigi
Inverardi contano ciascuno circa 35 anni di esperienza missionaria. La
situazione in Argentina è notevolmente migliorata a partire dalla fine degli
anni Settanta. Quando padre Luigi Manco arrivò per la prima volta in Argentina,
al governo c’era la dittatura e le condizioni ambientali di lavoro erano molto
difficili. I giovani cattolici avevano paura di esprimere se stessi. Per questo
è chiaro che il missionario preferisce l’Argentina del 2012.

La prima destinazione di padre
Luigi Inverardi, appena ordinato, fu l’animazione missionaria negli Stati
Uniti. Certo i tempi sono molto cambiati e i luogi sono ben diversi rispetto
alle esperienze vissute in quegli anni, ma egli è contento di fare lavoro
pastorale in Tartagal dove si sente molto più vicino alla gente.

Per molti anni la Chiesa
argentina avrà ancora bisogno di missionari, in alcune diocesi più che in
altre. Scopo principale dei missionari in Argentina è sostenere la chiesa
locale nel lavoro pastorale e di evangelizzazione; ma i missionari della
Consolata sono impegnati anche nell’animazione vocazionale tra i giovani
argentini nelle parrocchie loro affidate e altrove, per far maturare la chiesa
locale, fino a inviare missionari fuori dei propri confini. Anche questa è una
delle sfide di cui i missionari in Tartagal si sono resi conto e che hanno
abbracciato con impegno.

Tra gli indios wichí

In due ore di auto da Tartagal
raggiungiamo la parrocchia di San Lorenzo a Morillo per incontrare padre
Giuseppe Auletta, missionario e antropologo con lunga esperienza tra gli
indios, nominato di recente vicario episcopale per la pastorale indigena. A
padre Giuseppe è stato specificamente chiesto di lavorare tra i Wichí che nella
parrocchia sono circa 4.500. Egli è ben felice di condividere le sue esperienze.

La parrocchia a lui affidata
conta circa 12 mila persone, di cui solo la metà abita in Morillo, una
cittadina con le strade che si incrociano a scacchiera, con la centro la piazza
con la scuola, la chiesa e il municipio.

Prima dell’arrivo degli europei
nel secolo XVI, l’America centrale e meridionale contavano molte civiltà
sofisticate, tra le quali gli Aztechi in Messico, gli Incas in Perù, e i Guaraní
e altri in Paraguay e Argentina. Oggi si contano circa 800 mila indigeni nella
popolazione argentina, distribuiti tra 20 gruppi etnici sparsi in tutto il
paese, dal Gran Chaco a Nord alla Terra del Fuoco nella punta meridionale. I
gruppi etnici più grandi sono i Toba e i Mapuche.

La regione del Gran Chaco copre
oltre un milione di kmq nella parte nordorientale dell’Argentina e sconfina
dentro la Bolivia e il Paraguay. Dopo l’Amazzonia è la seconda regione più
importante del continente in termini di biodiversità. È anche uno spazio
culturale e sociale abitato da circa 389 mila indios, tra i quali i Wichí, i
quali, a seconda delle fonti, oscillerebbero tra 40 e 70 mila persone, sparse
lungo i confini settentrionali dell’Argentina, con alcuni gruppi in Bolivia.

Padre Giuseppe parla con
ammirazione di questa popolazione, che vive nelle foreste e tra le montagne, la
cui sussistenza si basa sulla raccolta di frutti e miele, sulla caccia e la
pesca. Sono artigiani di grande talento: scolpiscono un legno duro e profumato
che essi chiamano algarrobo (o legno di carob), tessono cesti,
stuoie e braccialetti di fibre vegetali e fanno terrecotte di varie forme e
dimensioni. Oggi i Wichí stanno abbandonando il loro sistema di vita
tradizionale di cacciatori e raccoglitori nomadi, stabilendosi in villaggi e
dedicandosi all’agricoltura.

Vita dura per i Wichí

La sfida principale per i Wichí,
secondo padre Giuseppe, è l’educazione. I ragazzi wichí dedicano poco tempo
alla scuola. L’insegnamento è in spagnolo, verso il quale i Wichí non nutrono
grande simpatia e gli insegnanti non conoscono la lingua wichí, tanto meno la
loro cultura. Il fatto che la scuola sia d’obbligo non è certo un incentivo per
i ragazzi wichí. L’ignoranza dello spagnolo agisce da barriera e benché ad
alcuni insegnanti siano assegnati degli aiutanti indigeni per fare da mediatori
culturali, fino a ora i risultati positivi sono scarsissimi. Il governo
argentino,secondo padre Auletta, dovrebbe preparare insegnanti indios per
offrire una educazione bilingue e interculturale.

I Wichí sono colpiti da molte
malattie evitabili, soprattutto tubercolosi, lebbra, la febbre dengue e
il morbo di Chaga. La malnutrizione è uno dei maggiori ostacoli al loro
benessere: nel 2011 nell’ospedale locale sono morti per malnutrizione 19
bambini. Alcolismo e tossicodipendenza sono le altre malattie sociali che
colpiscono i Wichí.

Intanto, nel loro territorio
avanzano le piantagioni di soia e i progetti di sviluppo di olio e gas gestiti
dai bianchi, a scapito dei Wichí che vengono cacciati dalle loro terre. Poiché
non hanno titoli di proprietà, i loro reclami vengono disattesi. Le autorità
della provincia di Salta sarebbero obbligate a riconoscere le loro
rivendicazioni territoriali, secondo l’emendamento costituzionale del 1994, ma
sotto la pressione dei proprietari terrieri bianchi e delle multinazionali
argentine e straniere, esse continuano a distribuire terra a coloni che vengono
da fuori, a permettere la deforestazione e ad approvare progetti di sviluppo da
cui i Wichí non hanno alcun beneficio. Non solo essi vengono derubati della
terra, ma sono anche impotenti di fronte al deterioramento dell’ambiente
causato dallo sviluppo sfrenato. I contadini poveri e gli indigeni sono
cacciati via dalle loro terre.

In risposta allo sfruttamento
degli indigeni e dei piccoli contadini, nel 2004 fu creata l’organizzazione
indigena Mesa de tierra, di cui fanno parte varie Ong e anche padre
Auletta. Lo scopo principale è promuovere incontri per trovare soluzioni ai
problemi. Ma nonostante le buone intenzioni contenute nella Costituzione e gli
impegni del governo, gli indigeni si trovano di fronte a molti ostacoli nella
lotta per difendere i loro diritti. I membri della Mesa de tierra
intervengono quando possono ma spesso senza successo.

La minaccia più immediata per i
Wichí è l’assimilazione della loro cultura a quella della maggioranza della
popolazione argentina. Per resistere a ciò ogni anno associazioni e chiese
locali organizzano la «Settimana del popolo indigeno» per creare autocoscienza
e mostrare apprezzamento per le culture dei popoli nativi. C’è infatti bisogno
di promuovere maggiore coscienza nelle strutture della chiesa, nella
popolazione in generale e tra gli indios stessi per creare migliori relazioni
tra tutti gli elementi della società.

Padre Giuseppe esercita il suo
ministero parrocchiale ben consapevole della cultura indigena. Presente nel
territorio wichí solo dal marzo 2012, nonostante i suoi 65 anni, egli ha
cominciato a studiare la lingua indigena, un’idioma non facile da apprendere.
Per il suo ministero egli usa una bibbia tradotta in wichí da missionari
protestanti.

A difesa della cultura wichí è
schierato anche il Centro Tepeyac, fondato dalla diocesi nel 1993 e
amministrato da un gruppo di donne. Oltre a provvedere alle famiglie servizi
sociali di base in ambito di sanità e nutrizione, il Centro è molto impegnato
in campo culturale, sviluppando strumenti didattici per l’insegnamento della
lingua wichí. Alcune attività sociali sono organizzate in collaborazione con la
chiesa anglicana, che è molto presente tra gli indios. Il Centro espone e vende
molti oggetti di artigianato fatti dagli artisti locali, inclusi braccialetti,
cesti e sculture.

Integrare i valori del Vangelo
con il rispetto della cultura wichí e assicurare relazioni armoniose tra i Wichí
e la popolazione locale è una delle sfide della chiesa cattolica; è anche una
sfida che padre Auletta e i confratelli sono determinati ad affrontare.

Jean-François Dubois
 

Testo dalla rivista Consolata Missionaries (Canada) n. 125,
marzo-aprile 2013, tradotto e adattato da Benedetto Bellesi.

Su padre Auletta vedi anche L. Lorusso, Terra contesa, MC
marzo 2012, e P. Moiola, Tutta un’altra storia, MC settembre 2007.

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Jean-François Dubois




La terra contesa

Conversazione con padre José Auletta

Un’ora di dialogo, 35 anni di esperienza missionaria, e di storia Argentina. Sullo sfondo, senza tempo, la maternità (ferita) della Terra, il ventre da cui nascono quei popoli indigeni con i quali padre José Auletta vive e lotta da sempre.

Seduto al bar dell’aeroporto di Jujui di fronte a una tazzina di caffè. Tra le dita una bustina di zucchero «Chango», quello prodotto dall’industria agroalimentare contro cui padre José stava lottando insieme alla comunità indigena del Rio Branco banda sur per farle riconoscere il suo diritto alla terra ancestrale. Gli occhi lucidi di commozione per la nostra partenza che sarebbe avvenuta da lì a poche decine di minuti. Il missionario dalle parole e dai gesti chiari (e duri) in favore dei poveri e capace di parole e gesti altrettanto chiari in favore dell’amicizia, ci ha lasciato questa immagine di sé tra quelle più vivide del nostro soggiorno di qualche tempo fa presso di lui nel Nord dell’Argentina.

Ne sentiamo la voce risuonare nei corridoi della redazione e lo vediamo comparire con il suo sorriso che non nasconde mai un pizzico di ironia.

Non è cambiato nell’aspetto: nonostante ci parli di qualche acciacco, e dello stress degli ultimi mesi di intenso lavoro, ci sembra in forma. Come sempre, quando saluta una persona – che abbia 3 o 93 anni – si avvicina, ci abbraccia calorosamente, ci prende il viso tra le mani chiedendo come stiamo. Noi ne approfittiamo subito per farci raccontare qualche sua impressione sul suo paese d’adozione, sul suo lavoro.

Dal ’76 dei Generali all ’11 dei Kirchner

Padre Giuseppe Auletta, Pino per noi, José per la sua gente argentina, originario di Calciano, in provincia di Matera, è arrivato in Argentina nel 1976, tre anni dopo la sua ordinazione sacerdotale, otto mesi dopo l’inizio, il 24 marzo, della dittatura militare. In trentacinque anni di missione nel paese della Boca e del tango ha assistito ai suoi grandi cambiamenti: «Sono arrivato senza neppure sapere cosa stesse succedendo. Man mano che sono venuto a conoscenza della situazione ho compreso meglio la sofferenza del popolo, della nazione e tutto lo sforzo che si è fatto per tornare al regime democratico alla fine del 1983».

Padre José assume un tono vagamente didattico mentre parla del difficile cammino della democrazia in Argentina: «Ho visto come il paese cominciava a riprendersi, innanzitutto in quanto popolo, secondariamente dal punto di vista economico. Ci sono stati alti e bassi, c’è stato il grande inganno della parità dollaro-peso con la presidenza di Saul Carlos Menem negli anni ‘90: un sistema monetario che alla lunga ha portato alla crisi del 2001-2002. Quelli sono stati anni molto critici non solo dal punto di vista economico, ma anche della stabilità democratica. Grazie a Dio anche quella fase è stata superata, e ora siamo nell’epoca Kirchner, prima con Nestor, e adesso con Cristina».

Un guizzo improvviso nello sguardo del missionario e un leggero cambio di registro nella sua voce ci fa intuire il tema sul quale vuole proseguire la sua breve carrellata dei grandi cambiamenti avvenuti nella società argentina degli ultimi trentacinque anni: «C’è da registrare un avvenimento molto importante collocato nell’estate del 1994: l’Argentina ha rinnovato la sua Costituzione riconoscendo, finalmente, i diritti dei popoli indigeni. Ci vuole ancora un lungo cammino perché dalle parole scritte si passi a un riconoscimento effettivo dei loro diritti, però intanto un passo significativo è stato fatto. Il 12 agosto del 1994 è stata approvata la nuova Carta fondamentale, e proprio negli ultimi giorni precedenti quella data, dopo un confronto con diversi gruppi etnici, è stato approvato l’inciso – non un articolo, ma un inciso – 17 dell’articolo 75 che riconosce i popoli indigeni come popoli originari con diritto alla terra, alla propria educazione, alla propria organizzazione e con diritto ad essere consultati quando i loro interessi si vedessero messi in discussione».

Tra populismo, crisi ambientale e multinazionali

Conosciamo bene l’amore del missionario lucano per i popoli indigeni e sappiamo che il tempo a nostra disposizione potrebbe facilmente trascorrere parlando esclusivamente di loro. Già la segnalazione del citato inciso 17 mostra il suo desiderio di raccontare della sua passione. Lo prendiamo in contropiede chiedendogli se se la sente di darci ancora qualche spunto generale sull’Argentina: «Dal punto di vista sociale i dati parlano di un calo della povertà. Questo è, ovviamente, molto positivo, se non fosse che i programmi che hanno permesso questo calo rischiano di essere assistenzialisti, e hanno uno scopo populista: sono interventi basati sull’aiuto (sussidi per famiglie molto numerose, per le ragazze madri, ecc.), basati sul dare per poter poi ricattare. Questo è uno degli aspetti che mi fa sostenere la necessità di un perfezionamento del regime democratico argentino: oggi – come succede anche in Italia – il movimento politico, più che a coinvolgere le persone con coscienza critica, tende a usarle».

Assieme al tema della povertà e del populismo, padre Auletta ci parla di uno dei problemi cardinali per l’Argentina e per l’America Latina: quello della terra. «Il tema ambientale è molto serio: si è sempre data ampia libertà alle imprese nazionali, e soprattutto interazionali, di comprare grandi estensioni di terra in tutte le latitudini. La soia ha invaso e distrutto zone intere dell’Argentina, danneggiando soprattutto, guarda caso, quelle in cui abitano le comunità indigene. Si vendono non solo i territori, ma anche le persone che vi abitano. Comunità intere si ritrovano senza casa né sostentamento e si vedono costrette a emigrare, nutrendo così il fenomeno dell’urbanizzazione disordinata e degli insediamenti precari». Anche nella città in cui il missionario ha lavorato fino a pochi mesi fa, San Ramon de la Nueva Oran, in provincia di Salta, si vedono da un momento all’altro nascere insediamenti di venti, trenta, cento famiglie in un pezzo di terra limitato, dando luogo a volte ad aspri conflitti per la sopravvivenza.

«Purtroppo lo Stato non ha messo limiti alla vendita della terra e di conseguenza ci ritroviamo con una Benetton – tanto per dire che anche noi italiani abbiamo le nostre responsabilità – che diventa padrona di un milione di ettari nel Sud, nella Patagonia, strappando la terra agli indigeni di quelle zone. Molte grandi multinazionali comprano terra in quantità, nonostante ultimamente la presidente Cristina Kirchner abbia cercato di introdurre un progetto di legge per limitarne la vendita».

Anche quello dei biocarburanti è un tema caldo: «È diventato una delle scuse per estendere l’area da deforestare. Nella nostra zona abbiamo assistito a disastri ambientali enormi. Per fare un esempio: qualche tempo fa una frana ha invaso nel giro di mezz’ora gran parte della città di Tartagal, la terza città della provincia di Salta. In quei momenti terribili si vedevano venire giù tronchi di alberi mescolati al fango: lo smottamento era stato causato dalla deforestazione, negata sfacciatamente dal sindaco, casualmente proprietario di una falegnameria».

I mass media e il calcio

L’esempio del politico proprietario di aziende ci stimola a orientare la nostra chiacchierata con padre Auletta sul tema dei mass-media. Abbiamo infatti avuto notizia di un disegno di legge argentino che vorrebbe limitare l’espansione degli oligopoli mediatici, e chiediamo al nostro interlocutore il suo parere a riguardo: «Penso che sia una sorta di guerra del governo che si sente toccato nei suoi interessi dal gruppo capeggiato dal quotidiano El Clarin. In effetti, bisogna riconoscere che questo ha le mani su una grossa fetta del panorama mediatico del paese: non possiede solo il giornale, ma anche diversi canali televisivi, case editrici, addirittura l’approvvigionamento della carta. È oggettivo che sia una minaccia. Quindi è stata varata e poi approvata la legge che dovrebbe limitare la concentrazione di proprietà dei mass-media. Il problema è che il governo tende a fare come El Clarin: sta riunendo diversi canali televisivi simpatizzanti che stigmatizzano come nemico chiunque esprime una qualche contrarietà rispetto al suo operato. Bisognerebbe invertire questa tendenza, e vedere riconosciuta a tutti la libertà di pensiero, di espressione. Al momento una vera libertà non c’è perché economicamente, commercialmente, è facile essere soggetti al taglio dei mezzi e delle possibilità».

Rimanendo sul tema dei media accenniamo di aver sentito di un’altra legge per la quale le partite di calcio in Argentina possono essere trasmesse solo dalla televisione pubblica. Ci chiediamo se questo non sia un segno di quanto il calcio in quel paese sia vissuto come un diritto inalienabile (che quindi lo Stato deve garantire), o una religione. Il missionario prosegue la sua riflessione sulle strategie populiste del governo: «Anche questa è stata una mossa per assicurarsi la simpatia del popolo argentino, sapendo che esso, come quello italiano, non può restare senza calcio. Assicurare la trasmissione gratuita delle partite è un’azione che raccoglie il consenso di tutti».

Figli della terra

Una buona fetta del tempo che ci eravamo dati per la nostra chiacchierata è consumata, è arrivato quindi il momento di chiedere a padre José di parlare del suo amore incondizionato per gli indigeni. In Argentina fino a tre decenni fa non c’era nemmeno la consapevolezza della presenza di popoli nativi all’interno dei suoi confini. Oggi questa è maggiore, benché ci sia ancora molto cammino da fare perché il mezzo milione di indigeni argentini, suddivisi in diversi gruppi etnici e sparsi su tutto il territorio nazionale, vengano percepiti come soggetti di diritti. «Dal 1990 ho avuto la grazia di vivere per 10 anni con gli indios Tobas nella colonia aborigena Chaco. Con loro ho scoperto il bisogno di vivere in una terra sentendomene figlio, non proprietario, ma figlio. Grazie a Dio ho potuto accompagnare la comunità nel cammino per il titolo comunitario della terra arrivato nel 1996. Nel frattempo ho collaborato anche in altri progetti infrastrutturali: strade intee, centri comunitari, piccoli progetti di case portati avanti con il sistema dell’aiuto vicendevole e dell’autocostruzione, però l’asse portante della mia esperienza è sempre stato quello di tendere ad essere figli, e non ospiti, della terra».

Quella del Chaco è stata la prima importante tappa di innamoramento di padre Auletta per gli indigeni. Una seconda tappa è stata quella di Oran, conclusasi pochi mesi fa, dove ha lottato accanto a una comunità di Tupì-Guaranì per il diritto a vivere e lavorare sulla loro terra ancestrale dalla quale erano stati sfrattati (ma in seguito riammessi), anche violentemente, da un’azienda agroalimentare facente parte della Seabord Corporation, multinazionale Usa. «In questa e nelle altre comunità native accompagnate negli anni di Oran ho potuto ammirare la loro costanza nella fiducia, la loro testarda speranza, di poter arrivare a sperimentare di essere figli della terra. Non siamo arrivati a ottenere il titolo comunitario, ma è in atto un confronto legale che in questo momento comunque sta garantendo alle comunità una relativa tranquillità nella loro terra». Il missionario lucano è visibilmente emozionato nel parlare della «sua gente»: «Queste comunità mi hanno dato un esempio di resistenza e di fiducia nella giustizia, sempre pacifiche, convinte del loro diritto, però con uno spirito di pace». E ricordando gli ultimi momenti trascorsi a Oran si commuove, interrompendosi, ma senza sentirsi in imbarazzo per quell’affetto che è frutto e strumento della missione: «Quando ci siamo salutati, hanno ricordato tutti i momenti trascorsi insieme, ringraziandomi e esprimendo il loro affetto per me. Quando si sono espressi così io mi sono sentito piccolo, come un seme che ho cercato di essere per loro e con loro. Veramente posso dire di avere, più che dato, imparato e ricevuto».

Il «buen vivir»

Padre José a Oran era parroco in un territorio non indigeno, ed è entrato in contatto con la realtà indigena grazie alla sua partecipazione a un’equipe interpastorale di cui ci parla come di un’esperienza molto interessante: «Essa è sorta quando la comunità era stata sfrattata dalla sua terra e aveva vissuto sulla strada, la nazionale 50, quasi cinquanta giorni con sole, pioggia, freddo. Allora ci riunimmo, membri delle diverse pastorali diocesane e scegliemmo il tema «terra» come l’asse portante su cui girano la maggior parte dei problemi, costituendo l’equipe interpastorale con la quale hanno iniziato a collaborare anche persone senza un’identificazione cristiana specifica come alcuni avvocati che stanno dando un loro contributo importantissimo. Questa equipe ha fatto sì che s’intervenisse, non solo su situazioni concrete come i conflitti fondiari, ma anche sulla sensibilizzazione della società bisognosa di essere messa al corrente della realtà culturale, sociale, giuridica dei popoli indigeni attraverso alcuni convegni sul tema dell’interculturalità. Il recupero dell’identità indigena è un cammino per gli indigeni stessi che nei decenni passati erano arrivati addirittura a vergognarsi di ciò che erano, mentre il loro specifico culturale, linguistico, religioso è una ricchezza straordinaria che andrebbe condivisa con tutti: se parliamo, ad esempio, anche solo della loro vita improntata all’equilibrio con l’ambiente, sarebbero veramente dei buoni maestri per molti. Potrei fare riferimento ad un sistema di vita che sviluppano soprattutto i popoli andini, e magari non solo loro, parlando del “vivere bene”, che è molto diverso dal “vivere meglio a scapito di…”. Vivere bene significa vivere in armonia, economicamente, religiosamente, culturalmente».

Prima di chiudere la nostra conversazione con il solito e, ormai, atteso abbraccio seguito da un cantilenato Muy bien, chiediamo a padre José se può rivelarci la sua prossima destinazione, ma subito capiamo che ancora non sa dove andrà al suo ritorno in Argentina: «Intanto vorrei ricordare le parole con cui mi hanno salutato le comunità. Pur soffrendo per la mia partenza da Oran – perché ci siamo veramente voluti bene – mi han detto: “Che tu possa continuare a fare il bene dovunque ti troverai, come lo hai fatto con noi”. Il mio desiderio è quello di tornare a lavorare con i poveri, con gli indigeni, con i criollos che lottano per una vita più degna. Non sono troppo anziano: mi rimangono ancora un po’ di forze per potermi spendere in realtà come quelle in cui ho lavorato negli ultimi due decenni, anche se gli acciacchi si faranno sentire, però sento che il Signore mi offre ancora questa possibilità».

Luca Lorusso




Tutta un’altra storia

Preti d’America, alla scoperta di esistenze ed idee

L’Argentina non è soltanto terra d’immigrazione. Come negli altri paesi delle Americhe, anche qui ci sono popoli autoctoni, antecedenti la conquista bianca. I più noti sono i Mapuche (anche per la lunga disputa con Benetton), ma le popolazioni indigene sono una ventina. Ne abbiamo parlato con padre José Auletta, missionario italiano, che da 30 anni lotta al loro fianco.

Buenos Aires. Piccolo ed occhialuto, di prim’acchito sembra più un professore di liceo che un difensore dei diritti civili. Invece, ancora una volta, l’apparenza inganna. Lui è padre Auletta, missionario della Consolata, in Argentina dal 1976. Di nome farebbe Giuseppe, ma per tutti ormai è José. Lo incontriamo a Buenos Aires, dove si trova di passaggio. Il suo lavoro è infatti nelle lontane province del Nord, dove la vita è molto diversa da quella della capitale, metropoli in cui il fascino della città si scontra con il degrado delle immense periferie (villas miserias).

In questa sua lunghissima permanenza in Argentina (30 anni sono molti), lei ha sempre preferito lavorare con le popolazioni indigene di questo paese. Una prima domanda potrebbe allora essere la seguente. Rispetto ad altri paesi dell’America Latina, per esempio la confinante Bolivia o lo stesso Perù, le popolazioni indigene dell’Argentina sono decisamente minoritarie. Non soltanto come numero, ma anche come visibilità. È così?

«Sopravvive l’idea che l’Argentina abbia pochi popoli indigeni. In realtà, in questo momento si ritiene che siano presenti da 500 mila ad 1 milione di indigeni di diversi gruppi etnici, dal nord al sud dell’Argentina».

Che non sono pochi rispetto alla popolazione dell’Argentina, che non arriva a 37 milioni di abitanti…

«Non sono pochi, soprattutto se si tiene conto che, fino a non molto tempo fa, si credeva che in Argentina non ci fossero indigeni…».

Addirittura…

«Sì, e non solo tra la gente comune ma anche nell’ ambito della chiesa. Non sono pochi i vescovi che hanno scoperto solo ultimamente gli indigeni dell’Argentina».

Ho visto un bel manifesto di Endepa. Ci può parlare di questa organizzazione?

«L’Équipe nazionale di pastorale aborigena (Endepa) è nata più 20 anni fa come un organismo dipendente dalla Commissione episcopale di pastorale aborigena (Cepa). Il momento forse più importante si è avuto nell’anno 1994, in occasione della riforma della costituzione nazionale che risaliva al 1853. In quell’occasione, la presenza nella costituente di rappresentanti dei popoli indigeni fu elemento decisivo affinché venissero riconosciuti i loro diritti, soprattutto quando nessuno se lo aspettava. Dopo quel riconoscimento oggi si può parlare dell’esistenza di 20 gruppi etnici in Argentina».

Questi gruppi etnici dove sono dislocati principalmente?

«In buona parte delle province, da Nord a Sud, dalla Patagonia a Salta. Cominciando dal Sud, incontriamo i Mapuches (Neuquen, Rio Negro, Santa Cruz); i Wichis a Formosa; i Guaranies a Misiones; i Tobas nel Chaco; gli Ona, i Kolla, i Tehuelche, i Quilmes…».

Quilmes è una famosa marca di birra, è una città della Gran Buenos Aires…

«Ma è soprattutto il nome di un popolo indigeno. Anzi, è il nome del popolo indigeno che più ha sofferto nella storia dell’Argentina… Dopo essere stati sconfitti dai conquistatori spagnoli (1666), tutta la comunità fu deportata nella provincia di Buenos Aires, a 1.500 chilometri da Tucumán, suo luogo natale».

Dallo sterminio al riconoscimento del 1994

In generale, c’è una condizione particolare che caratterizza tutte queste popolazioni indigene dell’Argentina? Voglio dire: sono sempre state, come sembra dalle sue parole, popolazioni umiliate oppure questo, qui in Argentina, non è accaduto?

«Basta un esempio: la famosa “conquista del deserto” (1875-1884), portata avanti con piena coscienza dallo stato attraverso il generale Julio A. Roca, che tendeva semplicemente a sterminare gli indigeni per fare posto agli emigranti che arrivavano da altri paesi, dall’Europa in particolare. Quindi, c’è stata una lunga storia di ingiustizia verso questi popoli indigeni. Addirittura, se analizziamo l’articolo dove si parlava di indigeni, non c’è niente di lusinghiero. La costituzione affermava infatti che bisognava…».

Mi scusi, padre, stiamo parlando della costituzione del 1853?

«Sì, quella prima della riforma. Essa diceva che bisognava difendersi dagli indigeni, quasi fossero il nemico numero uno dello stato. E, per coronare il tutto, convertirli al cattolicesimo. Una contraddizione tremenda».

«Convertirli al cattolicesimo…» Posso scrivere proprio così?

«Lo può scrivere, perché proprio questo diceva quella Costituzione…».

Per fortuna, la revisione costituzionale del 1994 ha introdotto l’articolo 75…

«Sì. È un articolo veramente completo: riconosce la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni argentini, rispetto alla stessa formazione dello stato nazionale; riconosce i diritti alla proprietà comunitaria delle terre che storicamente occupano; riconosce il diritto alla propria organizzazione e all’insegnamento delle proprie lingue, il diritto ad essere informati su questioni che li interessano direttamente. Questo è l’articolo n. 75 comma 17 della Costituzione del 1994».

La terra: un diritto per pochi?

Torniamo alle sue esperienze. In precedenza, ha detto di aver lavorato molti anni con gli indigeni tobas. Che tipo di esperienza fu?

«Arrivai a Machagai, nel Chaco, alla fine dell’anno 1983, quando ricominciava la democrazia in Argentina. Il territorio della mia parrocchia aveva una configurazione molto ricca, nella quale appariva evidente la realtà indigena, come nella vicina Colonia Aborigen Chaco. Terminato il mio servizio di parroco, chiesi all’istituto di vivere direttamente nella stessa comunità. Non fu facile, ma, mi fu concesso. Nel maggio 1991 cominciai la nuova esperienza fino all’ottobre del 2000, vivendo lì prima da solo, poi con l’aiuto di un confratello e alla fine con le suore della Consolata. Si costituì una piccola équipe e riuscimmo a portare avanti un lavoro organizzato. A livello di promozione umana cercammo di impostare lavori comunitari centrati su tre aspetti: la comunicazione, ovvero strade interne perché la gente potesse muoversi con più agilità verso scuole, ospedali o la città di Machagai; la formazione di centri comunitari; terzo, un progetto abitativo, però con aiuto, lavoro e costruzione comunitari».

Tuttavia, la battaglia più importante e difficile era un’altra, vero?

«Il reclamo fondamentale era quello per la terra. Si riuscì ad avere il titolo comunitario di proprietà nell’anno 1996 con molte difficoltà».

Quanti sono i Tobas?

«Lì, nella colonia sono circa 4 mila persone».

Parlano ovviamente una loro lingua?

«Sì, c’è un processo di recupero della lingua. Sono stato responsabile di un’équipe diocesana di pastorale indigena, che si occupava proprio della preparazione di docenti aborigeni, che potessero insegnare nella loro lingua».

La regione del Chaco che tipo di caratteristiche fisiche e soprattutto sociali presenta rispetto ad altre province argentine?

«Più o meno ha le caratteristiche di tutto il Nord: fondamentalmente povero, ma con risorse forestali immense, in questi anni saccheggiate da imprese multinazionali con la connivenza del governo che lascia fare. Personalmente, ho assistito a momenti di grande siccità e a grandi inondazioni provocate proprio dall’uso indiscriminato delle risorse naturali».

Chi è il colpevole di aver venduto tutta la terra alle multinazionali straniere?

«Senz’altro l’indiziato primo è lo stato stesso. Nel Chaco, la prima tappa si ebbe all’inizio del secolo con le piantagioni di cotone, per far posto alle quali si disboscò una grande quantità di terreno usando manodopera indigena schiava, come d’altra parte nelle vicine miniere. Nell’anno 1924 ci fu un eccidio, uno sterminio di circa 500 indigeni tobas nella zona Aborigen Chaco, che è ricordato come la “matanza di Napalpí”. Un migliaio di indigeni tobas iniziò uno sciopero della raccolta del cotone. La repressione fu feroce: il 19 luglio un centinaio di poliziotti armati di fucili Mauser e Winchester uccise senza pietà circa 500 Tobas indifesi.

E dopo il cotone, arrivò l’allevamento del bestiame. Insomma, ogni progetto era buono per ampliare l’area coltivabile a danno dell’area boscosa. L’equilibrio naturale si ruppe, come dimostravano l’alternanza di inondazioni e siccità».

Morire per fame (nel granaio del mondo)

Dopo i 10 anni di Carlos Menem, l’Argentina sprofondò in una paurosa crisi economica, che culminò con la rivolta del dicembre 2001. Come si manifestò quella crisi nelle regioni del Nord?

«Dalla povertà si passò alla miseria, per dirlo in forma molto sintetica. Si vissero 10 anni di illusione e di inganno. Si parlava di un’Argentina da primo mondo, però solo in alcuni ambienti. A Buenos Aires si perse la cultura del lavoro e della solidarietà e venne imposta la cultura del “si salvi chi può in qualsiasi modo”».

Nel 2002, nelle province di Tucuman e Misiones ci furono decine di bambini morti per fame. Una cosa che ha dell’incredibile per un paese come l’Argentina, no?

«Certamente, soprattutto se si considera che quelle province avevano ed hanno risorse sufficienti per tutti purché equamente distribuite. Tra l’altro, la denutrizione è un problema ancora attuale, che sarà difficile sradicare in poco tempo».

A proposito di alimenti, anche nel Nord dell’Argentina si è avuta la diffusione delle coltivazioni di soia?

«Nella provincia di Salta, dove io lavoro, la tendenza è quella di ampliare sempre di più le aree coltivate a soia».

Perché la soia? Dicono, si dice, che abbia portato molta ricchezza al paese, ma anche molti svantaggi, legati al fatto di essere soia transgenica.

«Oggi la soia è un prodotto per l’arricchimento facile e immediato di molte imprese. Ma è soprattutto un prodotto che impoverisce la terra. Anzi, secondo alcuni è una causa scatenante dei problemi alimentari del paese».

Percorrendo le terre attorno alla grande Buenos Aires, ho visto molti campi racchiusi dietro barriere di filo spinato ed ognuno aveva la sua marca: Cargill, Monsanto, eccetera. Cosa significa questo esattamente?

«Significa che in quei terreni sono stati utilizzati prodotti agro-chimici per “migliorare” (tra virgolette) le coltivazioni stesse. I nomi sono quelli dei gruppi industriali internazionali che sfruttano queste terre per lasciarle, un domani non molto lontano, senza sostanze. Un deserto».

Guaraní contro Seaboard Corporation

Dal Chaco lei è passato ad Oran, nella provincia di Salta. Con chi sta lavorando?

«La parrocchia di San José si trova in una zona urbano-periferica di Oran. Comprende quartieri degradati in una città che di per sé è povera, anche se ricca di risorse. Oltre alla popolazione urbana, ci occupiamo di 4 comunità di indigeni kollas che vivono sulle montagne. Vivono lontani dalla città, per cui li raggiungiamo ogni fine mese per una settimana e soltanto da maggio ad ottobre quando non piove. Da qualche anno lavoro inoltre nella commissione diocesana di pastorale sociale, che si occupa soprattutto di “terra”, l’asse attorno a cui girano tutti i problemi di Oran. Con diverse pastorali – aborigena, della carità, della sociale, della salute – si è formata una commissione interpastorale con un’équipe giuridico, un gruppo di avvocati volontari che si sono presi a cuore i problemi della terra».

Ancora una volta conflitti per la terra. Sembra un problema infinito…

«In questo momento ci sono 6-7 casi di cui uno di non indigeni, di criolos. Il caso più conosciuto è quello della comunità di Iguopeigenda (in lingua spagnola, Rio Blanco Banda Sur), composta da indios tupí-guaraní. La comunità si sta confrontando con un “mostro”, l’industria zuccheriera Tabacal, che dal 1996 è proprietà della multinazionale statunitense Seaboard Corporation.

Questa ha comprato dai Costas, la famiglia di latifondisti già proprietaria di Tabacal, una grande quantità di terreno, circa 1 milione di ettari».

Dunque, siete in lotta addirittura con una multinazionale. Un confronto impari…

«Sono già 3 anni che ci troviamo a lottare con la multinazionale statunitense. Gli indios di Iguopigenda erano sotto minaccia di sfratto dalla terra che occupavano da tempo. Intervennero i nostri avvocati che presentarono istanza alla giustizia per reclamare il diritto al possesso di quella terra. Nel frattempo, ci furono minacce alla comunità e a noi. Dopo 2 anni, il giudice, una donna, ha deciso di accogliere la richiesta degli indigeni, riconoscendo alla comunità il diritto di poter recuperare 224 ettari».

Parliamo di 224 ettari su un’estensione di 1 milione…

Una comunità composta di 60 famiglie (una media per ogni famiglia di 5-6 persone), che vogliono vivere del lavoro della terra. Un lavoro peraltro rispettoso, nel senso che non distrugge, ma produce lo stretto necessario per poter vivere e vendere i frutti della terra. Favorendo anche la società, riuscendo cioè a vendere ad un prezzo non esagerato. In questo momento siamo in attesa che i nostri avvocati richiedano l’esecuzione della sentenza».

Perché una compagnia con tanto terreno nelle proprie mani non capisce quanto irrilevante sia, rispetto alla sua attività economica, un pezzettino di terra di pochi ettari? Come mai accanirsi contro 60 famiglie, che con quella terra sopravvivono?

«Da una parte, la compagnia statunitense si fa forza di un pezzo di carta che le accredita la proprietà della terra, approfittando del fatto che i popoli indigeni non si sono mai preoccupati delle cose formali. Abitano le terre senza definire i confini del territorio che occupavano o che occupano. Dall’altra parte, alla Seaboard Corporation, come a tutte le multinazionali, interessa soltanto il profitto, da perseguire ad ogni costo. Salvo poi presentarsi ai cittadini con il suo lato positivo-umanitario con donazioni a istituzioni pubbliche che le consentono di apparire sui media come un’associazione benefica. Una vergogna in tutti i sensi».

L’Argentina di Kirchner e la sete di potere

Lasciamo un attimo gli indigeni, per parlare dell’Argentina di Nestor Kirchner. Il suo parere su questa presidenza.

«Si è cercato di riordinare la cosa pubblica in diversi aspetti, ma non si può nascondere la sete di potere che sta invadendo un po’ tutti i politici, a cominciare dall’attuale governo che pretende di continuare al potere».

La sete di potere è una caratteristica del peronismo…

«E non solo, perché anche partiti diversi, che governano in altre province, hanno la stessa tendenza. Abbiamo avuto un caso significativo nella provincia di Misiones dove il governatore Carlos Rovira pretendeva di cambiare la costituzione solo per essere rieletto in forma indefinita. La stessa popolazione ha chiesto a mons. Piña, vescovo in pensione, di mettersi alla testa del reclamo popolare. Così è entrato nella costituente, per evitare che si riformasse l’articolo che avrebbe permesso al governatore di essere rieletto indefinitamente. La risposta è stata tale che, per una volta, la gente ha sconfitto la mania dei politici di sentirsi padroni del potere».

Mi sembra di capire che la sua fiducia del cambiamento è una fiducia condizionata.

«Sì, anche perché uno continua a sentire discorsi ambigui, che possono facilmente trasformarsi in un nuovo inganno per la gente, troppo spesso utilizzata per i fini del governante di tuo».

Per lei che ha lavorato con popolazioni indigene per molti anni, cosa significa l’esperienza della Bolivia, dove c’è da poco un presidente aymara? Mi riferisco ovviamente a Evo Morales.

«È stato un passo importante, ma anche qui bisogna stare attenti. Far sì che ci sia una vera partecipazione popolare e che non si cada in eccessi demagogici, che possono essere pericolosi. Certamente è fondamentale che sia stato eletto un presidente indigeno, con la forza dei popoli indigeni, che sono la gran maggioranza della popolazione».

Dopo 30 anni in Argentina, che sensazione personale si porta dentro?

«Senz’altro di arricchimento umano, culturale, un grande insegnamento che ho ricevuto nei diversi posti, in particolare nel Chaco. Anche le altre tappe sono state importanti, di preparazione per vivere il grande amore che è stato l’incontrare la realtà indigena che peraltro io non ho mai idealizzato. Come tutti gli esseri umani, anche gli indigeni hanno pregi e difetti».

(fine 6.a puntata – continua)

Paolo Moiola

Paolo Moiola




Argentina. ll mercato dove il denaro non conta

Non c’è lavoro, non ci sono soldi: che fare per vivere? Si torna ad un’economia di baratto dove le persone si scambiano beni e servizi senza utilizzare denaro. Il primo «club del trueque» dell’Argentina cominciò a funzionare nel maggio del 1995. Oggi ce ne sono migliaia, diffusi in tutto il paese. Per capire come questo sistema funziona, abbiamo visitato il club che si trova a «La Boca», noto quartiere di Buenos Aires. Tra un banchetto di vestiti e uno di torte, ecco ciò che la gente ci ha raccontato.

Buenos Aires. La tipica forma della «bombonera», lo stadio del Boca Juniors (la squadra che lanciò Maradona), si nota anche a distanza. «Attenti a dove andate – ci mette in guardia il taxista -. Oggi c’è la partita tra il Boca e il San Lorenzo!». Le tifoserie delle due squadre non si amano e per questo spesso avvengono incidenti. Ci troviamo a «La Boca», un quartiere popolare (e turistico) cresciuto dove il Riachuelo confluisce nel Rio de la Plata. Siamo qui non per andare allo stadio o al porto, ma ad un «club del trueque» (nodo), vale a dire un mercato con una caratteristica molto particolare: non prevede l’utilizzo del denaro.

Tutti in fila

In via Olavarria la fila arriva fino all’angolo. La gente attende con pazienza di entrare al numero 486, la scuola salesiana che ogni domenica ospita il trueque.

In attesa ci sono soprattutto donne, quasi tutte cariche di borse e pacchetti. Come Ilda, che viene dal vicino quartiere di Barracas ed è accompagnata da uno dei 4 figli e dal marito: «Oggi porto vestiti, ma in altre occasioni cibo. In questo momento di crisi ognuno si arrangia come può per sopravvivere». Ilda, lei parla di sopravvivenza… «Certo. Se una persona è occupata, il trueque è un aiuto importante, ma per chi non ha lavoro (e sono sempre di più) è una vera ancora di salvezza. Qui è possibile procurarsi da mangiare e molte delle cose di cui una famiglia ha bisogno». In realtà, in America Latina il trueque è sempre esistito tra i contadini e le comunità aborigene. Però, a partire dagli anni Novanta, arrivò anche nelle città, afflitte da disoccupazione e mancanza di denaro. La gente, accomunata dalle difficoltà, iniziò ad incontrarsi per scambiarsi prodotti e servizi. In Argentina, il primo club nacque a Beal, nella provincia di Buenos Aires, il 1° maggio 1995 per iniziativa di un gruppo ecologista.

«Tutti i giorni c’è una coda così?» domandiamo ad una signora che ci precede nella fila.

– Sì, la domenica è sempre così. Questo è uno dei nodi principali.

– E quanti nodi ci sono in città?

– Moltissimi, ma non saprei dire quanti esattamente. Ormai sono diffusi in tutto il paese.

– Lei che cosa fa?

– Anch’io porto vestiti. Si porta ciò di cui una persona dispone in quel momento.

– Vuole prendere qualcosa oggi?

– Vorrei portare a casa qualcosa da mangiare: pane, verdura, quello che c’è.

Le persone in fila maneggiano strani assegni, sul tipo di quelli che si usano nel gioco del monopoli. Si chiamano «ticket trueque» e la loro unità di misura sono i «crediti». Viviana ci spiega: «Ho cominciato a vendere perché non avevo un credito. Adesso posso anche comperare. Ma non le cose care!».

«Questo posto ha un responsabile?» chiediamo. «Sì, sì. È quello lì all’entrata».

Le torte dei disoccupati

Quando finalmente raggiungiamo l’entrata, siamo accolti da un signore con capelli nerissimi e baffi. «Horacio Cavalieri, coordinador» si legge sul cartellino appiccicato alla maglia. «Stiamo diventando famosi – ci dice aprendosi in un ampio sorriso -. Oggi c’è anche una troupe televisiva francese a fare delle riprese nel nostro mercato». «Il trueque è una risposta concreta alle esigenze della gente. Siamo il contrario del governo, che non dà risposte al bisogno di lavorare. Noi, invece, siamo generatori di lavoro. Il principio di base è l’aiuto reciproco. Migliaia di argentini oggi stanno vivendo soltanto grazie alla rete dei club di trueque». La signora Maria Cristina Marabelli è un’altra coordinatrice del nodo de La Boca.

«Come funziona un mercato senza denaro? Significa che ognuno si arrangia con quello che sa fare. Tutti noi abbiamo qualcosa di speciale. Tutti noi, in un periodo di crisi, abbiamo interesse ad aiutarci reciprocamente per creare un sistema autosufficiente. C’è chi viene al trueque per offrire i propri prodotti agricoli, chi il cibo cucinato a casa, chi le proprie prestazioni di estetista o parrucchiera, chi le proprie abilità di sarta. Ma non mancano neppure i professionisti più accreditati: medici, dentisti, psicologi». Lasciamo i coordinatori per aggirarci un po’ tra le decine di banchetti, raggruppati all’interno di un grande capannone e nei cortili esterni della scuola salesiana. C’è tantissima gente, che vende di tutto: dai vestiti ai giocattoli, dalle torte alle empanadas.

La nostra curiosità non passa inosservata. Siamo avvicinati da una signora di bassa statura e corporatura piuttosto robusta, che ha voglia di parlare.

– Da dove viene, signora?

– Dalla Sicilia. Mi chiamo Giuseppina Coppola. Arrivai a Buenos Aires nel 1951.

– Allora, signora Giuseppina, provi a spiegarci questo strano mercato…

– Potrà apparire strano, ma è necessario. Questa crisi dell’Argentina ci ha riportato indietro nel tempo: a scambiare le cose. Avete già visto che qui dentro si può trovare di tutto.

– Come si regola nelle compravendite?

– Ogni biglietto vale 0,50 di peso. Uno calcola più o meno quanto può ottenere dando una cosa e poi torna a casa con dei crediti che utilizzerà per avere altre cose. Oggi sono qui per comprare, ma di solito vendo. Vendo un po’ di tutto, ma soprattutto vestiti, perché mia figlia aveva una boutique. Ha dovuto chiudere perché non bastavano i soldi per la luce, l’affitto e tutte le spese. È rimasta molta merce che cerco di vendere, anche se in questo nodo va di più il mangiare. Per questo a volte faccio delle pizze.

– Il coordinatore ha detto che ci sono anche professionisti qui.

– Sì, ce ne sono, ma qui non molti, a parte estetiste e parrucchiere. Io vado in club dove ci sono anche cardiologi, dentisti, oculisti. Ogni giorno della settimana c’è un posto dove si può andare.

– Questo è un sistema per cercare di vivere normalmente?

– È un sistema per sopravvivere alla crisi. Una persona disoccupata non è obbligata a spendere soldi. Si arrangia in questo modo vendendo qualcosa che ha in casa. Prende i crediti e usa quelli per comprare, soprattutto cibo. Quello che compra la gente è soprattutto mangiare.

– Che gente frequenta il trueque?

– C’è gente della classe bassa, ma anche di quella media. Ci sono sempre più persone che non hanno nulla da fare e nulla da mangiare.

– Lei ha famiglia, signora?

– Sì, ho un marito e tre figli.

– Loro cosa dicono?

– Di non fare fatica. Ma a volte non riescono a capire che anch’io ho delle esigenze. Ho un figlio in Canada e qui una ragazza e un ragazzo che sono sposati e lavorano. Ma non mi aiutano perché non possono. La situazione è pessima per tutti. Non per poche famiglie dei ceti bassi. Oggi è così per tutti gli argentini.

NUMERI IMPRESSIONANTI

Il trueque non significa soltanto vestiti, cibo, servizi alla persona. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni tali (4.500 club di trueque, 2,5 milioni di partecipanti, 50 milioni di ticket trueque in circolazione) che con i crediti attribuiti dai ticket si possono comprare terreni, costruire case, affittare appartamenti, andare in vacanza e persino pagare le imposte municipali.

Horacio Cavalieri gonfia il petto per l’orgoglio quando spiega: «Siamo ormai la terza moneta del paese e i crediti vengono accettati anche in altri paesi latinoamericani (ad esempio, in Brasile, Cile, Paraguay) dove funzionano club a noi associati». Ci rivolgiamo al giovane che ci sta accanto e che ascoltava con attenzione la nostra conversazione.

«Crediamo profondamente in un’idea di progresso come conseguenza del benessere sostenibile del maggior numero di persone» (princìpi del trueque).

«A me piace molto – ci spiega – la gente che c’è al trueque, perché si dà da fare e non si chiude in casa ad aspettare che le cose cadano dall’alto. Però sono molto preoccupato per la situazione del paese, perché è ovvio che non si può andare avanti in queste condizioni per tanto tempo». «L’Argentina – continua il giovane – è un paese ricco in tutto. Molto più ricco dell’Italia per esempio. Abbiamo grano e petrolio. Sulla nostra terra basta buttare sementi e le piante crescono rigogliose È un delitto trovarci nella situazione in cui siamo ora». Grazie ai politici?, chiediamo. «Sì, grazie ai politici, ma questo ci ha fatto prendere coscienza di quello che dobbiamo fare. Ora sappiamo chi votare e chi no, guardando non alla bella faccia, ma ai progetti che queste persone hanno in testa». Un tifoso del Boca sta offrendo le maglie della sua squadra. Tutte le domeniche siete qui?, chiediamo. «Sì, noi siamo qui tutte le domeniche, mentre durante la settimana andiamo in altri trueque di Buenos Aires e provincia».

«Assaggi questa empanada…»

Ci avviciniamo a un banco di cibarie, molto attraenti…

– Cosa vende, signora?

– Torte, empanadas e tutti i cibi che la gente mi commissiona.

– Mi stava spiegando che la situazione economica è pessima?

– Diciamo che, dal punto di vista economico, siamo schiacciati. Non c’è lavoro e la mancanza di lavoro permette che accadano certe cose, no? Se una persona ha famiglia, in qualche modo deve sopravvivere. E una forma di sopravvivenza è quella del trueque: fare alcune cose che si sanno fare e scambiarle con altre di cui si ha bisogno. È anche un modo per tenersi occupati, per non chiudersi in casa a dormire.

– Lei lavora qui alla domenica. Negli altri giorni cosa fa?

– Siccome non c’è denaro, devo fare altre attività. Vado in altri club a fare quello che faccio qui.

– Lei crede in questo sistema?

«Crediamo che le nostre azioni, prodotti e servizi possano rispondere a norme etiche ed ecologiche, prima che ai dettati del mercato, del consumismo e del profitto immediato» (princìpi del trueque).

– Sì, ovviamente. Questa è una buona soluzione, ma non può essere definitiva. Speriamo soprattutto che ci sia una ripresa del mercato del lavoro, perché ognuno possa guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte.

«Ho paura, perché se continuiamo su questa strada non c’è futuro. Cosa diranno gli argentini ai loro bambini? Io ho tre figli e tre nipoti. Ho sempre lavorato, anche quando studiavo giornalismo. Ora mi trovo qui a un banchetto a vendere torte. Ma non mi arrendo e non mi vergogno, nonostante i miei studi. Devo fare questo per sopravvivere. Però ora basta parlare dei nostri disastri. Noi argentini siamo già abbastanza depressi. Assaggi questa empanada piuttosto…».

(Fine 4.a puntata – le precedenti sono state pubblicate in maggio, giugno e luglio)

  • Trueque: oggi possiamo considerarlo come una forma evoluta di baratto, ma la sua origine è antica; il termine «trueque» deriva dal verbo «trocar» che significa «scambiare, permutare, barattare»
  • Prosumidores: sono le persone che scambiano beni e servizi all’interno del sistema del trueque
  • Créditos: rappresentano l’unità di misura dei «ticket trueque», cioè dei buoni simil-monetari emessi dal trueque; i ticket funzionano come strumento compensatore e sono anche chiamati «moneta sociale»
  • Coordinador: è un membro del club che apre la sede e ne facilita il funzionamento
  • Clubes de trueque: sono i luoghi fisici (detti «nodi») della rete del trueque, dove le persone («prosumidores ») si scambiano beni e servizi
  • principios del club de trueque: sono i fondamenti etici su cui deve basarsi ogni club

www.revistargt.org: è il sito ufficiale della rete globale del trueque

IN ATTESA DI MARZO 2003 (e di Carlos Menem?)

12-21 GIUGNO: L’FMI SI DICE DELUSO Una delegazione del «Fondo monetario internazionale » (Fmi) fa visita al governo argentino, per cercare un accordo sugli aiuti finanziari, congelati dal dicembre 2001. La discussione non approda a risultati positivi. Il direttore generale dell’Fmi, Horst Köhler, si dichiara deluso dall’Argentina.

26 GIUGNO: SCONTRI E MORTI Una protesta dei piqueteros si trasforma in tragedia. La polizia attacca i dimostranti sul ponte di Pueyrredón, nei pressi del quartiere di Avellaneda, nella periferia sud di Buenos Aires. Due piqueteros (Dario Santillán e Maximiliano Costeki) rimangono uccisi, altri 90 feriti, 173 vengono arrestati.

2 LUGLIO: INDETTE ELEZIONI ANTICIPATE Con un breve discorso pronunciato alla radio e in televisione il presidente Eduardo Duhalde annuncia le elezioni generali per il marzo 2003, sei mesi prima della naturale scadenza della legislatura.

3 LUGLIO: DI NUOVO MENEM?  In un’intervista al Clarin, l’ex presidente Carlos Menem confessa l’intenzione di presentarsi come candidato alle prossime elezioni presidenziali. A dicembre, nelle primarie intee del partito giustizialista (i peronisti), dovrebbe battersi con l’attuale presidente Eduardo Duhalde.

4-5 LUGLIO: TRA MERCOSUR ED ALCA A Buenos Aires si incontrano i paesi appartenenti al Mercosur («Mercato comune del sud»): Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, con la presenza anche di Bolivia, Cile e Messico. Si cerca (inutilmente) una strategia comune per affrontare la crisi economica e finanziaria. L’influenza del Mercosur, già debole, è destinata ad annullarsi, qualora dovesse andare in porto la nascita dell’Alca («Area di libero scambio delle Americhe»), fortemente voluta dagli Stati Uniti.

9 LUGLIO: «L’ARGENTINA AL LIMITE DEL TRACOLLO» In occasione dell’anniversario dell’indipendenza, il presidente Duhalde tiene a Tucumán un discorso incentrato sull’orgoglio nazionale: «L’Argentina è in pericolo e al limite di un tracollo epico, mai conosciuto prima. Gli argentini sono passati dal sogno all’incubo: il Primo mondo, al quale erano sicuri di appartenere, li sta espellendo. Soltanto uniti possiamo tornare ad essere una nazione libera e sovrana. Soltanto uniti possiamo affrontare la favolosa epopea della ricostruzione della patria». 11 LUGLIO: SEMPRE MENO LAVORO I dati di Indec (riferiti a maggio 2002) parlano di un ulteriore peggioramento della situazione economica: 3,2 milioni di argentini sono disoccupati, 3,05 milioni sottoccupati, cioè il 45% della popolazione attiva del paese ha problemi di lavoro.

11 LUGLIO: LE «BASI PER LA RIFORMA» La «tavola del dialogo» (organo consultivo tra chiesa cattolica e governo) presenta il documento «Basi per la riforma». Con esso si chiedono soluzioni profonde e a lungo termine per costruire una società più equa, che risolva l’emergenza sociale. Per arrivare a questo è necessario realizzare, in contemporanea con le presidenziali del marzo 2003, anche un rinnovamento di tutti gli incarichi elettivi, nazionali, provinciali e municipali (*).

(*) La cronologia storica dell’Argentina è stata pubblicata su MC nella puntata di maggio 2002.

 

CONTAGIO SÌ, CONTAGIO NO, CONTAGIO FORSE

Il timore c’è tutto. Brasile, Uruguay, Cile guardano con crescente preoccupazione alla crisi argentina, mentre altri paesi latinoamericani (Paraguay, Bolivia, Ecuador, Perù, Venezuela) sono già al collasso per proprio conto.

In Brasile, il paese economicamente più importante, la situazione è grave, ma drogata dalle imminenti elezioni presidenziali. Le agenzie di rating internazionale (quelle che valutano quanto sia conveniente investire) hanno alzato il «rischio paese», anche in considerazione di un’eventuale vittoria di Lula, leader del «Partito dei lavoratori» (Pt), che a loro dire non darebbe garanzie sul debito estero. Ancora più esplicito è stato il megaspeculatore statunitense George Soros, secondo il quale, se il Brasile vuole evitare il caos, sarà obbligato ad eleggere José Serra, il candidato scelto dagli Stati Uniti e dal mercato finanziario (1).

Detto per inciso, varrebbe la pena di chiedersi: perché le agenzie di rating si esprimono con grande rapidità e severità quando si tratta di giudicare persone o istituzioni a loro non graditi, ma tacciono quando si tratta di valutare il comportamento di grandi gruppi multinazionali? (2)  In questa ennesima crisi del sistema neoliberista ancora una volta risulta fondamentale il doppio ruolo ricoperto dal Fondo monetario internazionale (Fmi): da un lato primo artefice del collasso, dall’altro potenziale (e presunto) salvatore.

L’esempio argentino è molto istruttivo al riguardo. Durante il decennio di Carlos Menem (che, tra l’altro, pare voglia ripresentare la propria candidatura), l’Fmi considerava l’Argentina uno degli allievi più bravi, soprattutto perché obbediva in pieno alle proprie direttive (le privatizzazioni in primis) (3). Poi quello studente tanto elogiato è entrato in coma e al suo capezzale si è presentato, come niente fosse, lo stesso carnefice…

(1) Sulle gravi irregolarità della campagna elettorale brasiliana si veda il quindicinale «Adista» dell’8 luglio 2002.

(2) Si pensi ai recenti scandali planetari che hanno avuto come protagoniste due (ma molte altre sono sospette) grandi multinazionali statunitensi, la Enron (energia) e la WordlCom (telefonia). I più penalizzati dagli imbrogli contabili sono stati i dipendenti delle compagnie e i piccoli investitori di borsa.

(3) Le privatizzazioni volute dall’Fmi hanno creato molti problemi anche in Perù, dove il presidente Toledo, lo scorso giugno, ha dovuto sospendere la vendita di due imprese elettriche pubbliche in seguito alla violenta opposizione della popolazione.

 

CHE NON PREVALGA LA «VIVEZA CRIOLLA» (ovvero barattare sì, barare no!)

La parrocchia «Nuestra Señora de Pompeya» (Merlo) è una delle prime fondate e rette dai missionari della Consolata nel Gran Buenos Aires. Conta circa 60 mila abitanti. Riassume tutta la realtà di disoccupazione, impoverimento, violenza e… ricerca di modi per far fronte alla situazione disastrosa abbattutasi recentemente sull’Argentina. Per quanto riguarda il «trueque», in due dei quattro centri pastorali la parrocchia ha dato spazio a questo strumento di sopravvivenza nell’emergenza. Peraltro, nell’accettare la richiesta da parte dei coordinatori di poter funzionare all’interno delle nostre strutture, abbiamo sentito il bisogno di chiarire con loro, sin dall’inizio, l’impegno all’onestà, affinché il trueque, basato fondamentalmente sulla solidarietà, non fosse svilito dalla tentazione di approfittarsene, considerando soprattutto il contesto di povertà generalizzata. Purtroppo la stessa situazione di povertà e miseria crescenti, a volte, inducono al «si salvi chi può e in qualsiasi modo», magari anche imbrogliandosi fra poveri. E poi c’è anche l’altro comportamento nazionale, denominato «viveza criolla», cioè la furbizia malintenzionata che, in relazione all’attuale grave crisi nazionale, ne è una delle con-cause. Questo pericolo può diventare molto concreto nel momento in cui i politici (come, ad esempio, stanno già facendo alcuni sindaci) si impossessano dell’idea e finiscono per svuotarla del contenuto e creare «trueques truchos» (truccati, falsati).

Abbiamo tradotto «trueque» con baratto, barattare: viene allora spontaneo ricordare: «Attenti a non barare». Inoltre, giocando con le parole, se al termine italiano baratto togliamo una «t», abbiamo «barato», che in castigliano vuol dire economico, cioè non caro. Ecco, è importante che nel baratto tutto sia «más barato», più a buon mercato, perché sia veramente conveniente. Dato che riceviamo lamentele dei partecipanti al trueque circa i prezzi di alcuni articoli quasi più cari di quelli che si trovano nei negozi di quartiere, sentiamo il dovere di farlo presente ai coordinatori. Nell’articolo principale si accenna al baratto come forma abituale di sussistenza delle comunità indigene. Gli indios tobas della Colonia Aborigen (con cui ho lavorato per anni) sono soliti portare in paese, a Machagai, nostra ex parrocchia, i loro prodotti, ma lo scambio non si svolge quasi mai in parità di condizioni: consegnando un bel carico di zucche, pompelmi, manioca o altri prodotti, gli indigeni si ritrovano poi con un pezzetto di carne o un po’ di zucchero o yerba mate. I forti e i furbi l’hanno sempre vinta.

padre Giuseppe Auletta, da Merlo (Buenos Aires)

 

Paolo Moiola