Le molte facce della pandemia

testo di Rosanna Novara Topino |


Le chiusure (lockdown) e le misure contro la pandemia hanno comportato e comportano varie conseguenze negative sulla salute mentale. E su quella fisica, con controlli cancellati e cure rinviate.

Da quando è scoppiata la pandemia da coronavirus – e ormai siamo alla soglia dei due anni -, veniamo quotidianamente informati sull’andamento dei contagi, dei ricoveri e dei decessi oltre che, negli ultimi otto mesi, delle vaccinazioni anti Covid-19. Siamo quindi portati a pensare che l’unico problema sanitario causato da questo virus sia quello della malattia. Ci sono però altri aspetti sanitari, di cui si parla meno, che sono la diretta conseguenza delle misure messe in atto nel tentativo di contrastare la pandemia e che vanno presi in attenta considerazione, poiché rischiano di protrarsi più a lungo nel tempo della pandemia stessa e di avere gravi ripercussioni sulla società.

Il peggioramento della salute mentale

C’è stato e c’è tuttora un forte impatto del coronavirus sulla salute mentale, che si manifesta trasversalmente in diverse fasce d’età e che può sfociare in atti di autolesionismo fino al suicidio o in atti violenti verso altre persone.

Sebbene i dati a disposizione siano incompleti, la sensazione è che, a seguito della pandemia, i problemi legati alla salute mentale e il numero dei suicidi siano aumentati. Tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato che la salute mentale è diventata un’emergenza gravissima. In particolare, il suicidio rappresenta un problema di sanità pubblica così rilevante che, nel 2020, l’Oms ha elaborato un documento sulla sua prevenzione rivolto ai professionisti dell’informazione, fornendo loro indicazioni sulle modalità per una corretta informazione, vista la loro potenziale influenza sul manifestarsi del fenomeno, soprattutto tra le persone più vulnerabili.

Già nel 2014, l’Oms aveva dichiarato il suicidio come quindicesima causa di morte al mondo e la seconda tra 15-29 anni d’età. Quindi, il problema era già rilevante prima della comparsa del Covid-19, che lo ha esacerbato. Basta pensare a cosa è avvenuto nel 2020 in Giappone, dove sono morte suicide 20.919 persone, con un aumento del 3,7% rispetto all’anno precedente. Un numero molto elevato, se confrontato con quello dei decessi correlati al coronavirus nello stesso periodo, pari a 3.459. Il dato è ancora più angosciante, tenendo conto del fatto che di questi suicidi 479 sono stati di adolescenti, 140 in più dell’anno precedente.

In Italia, secondo l’Istat, il numero annuale di suicidi è di circa 4mila e questa è la seconda causa di morte nella fascia d’età sotto i 24 anni. Secondo diversi responsabili dei dipartimenti di salute mentale e dei centri di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, le pressioni psicologiche legate al Covid subite da bambini e adolescenti hanno causato un’impennata di ricoveri legati ad atti autolesionistici e a tentativi di suicidio. In particolare, dall’ottobre 2020 in questi centri si è registrato un aumento di ricoveri di questo tipo del 30% per ragazzi e bambini.

La Didattica a distanza (Dad) ha prodotto varie conseguenze negative sugli studenti. Foto Alexandra Koch – Pixabay.

I ragazzi e la scomparsa della socialità

I disturbi sono aumentati notevolmente a seguito dei lockdown, delle chiusure e restrizioni varie, dell’insegnamento a distanza (Dad), che hanno creato una grave crisi psicologica soprattutto, ma non solo, tra i giovani.

Accanto ai ricoveri per gesti autolesivi e tentativi di suicidio, sono in aumento anche quelli legati ai disturbi del comportamento alimentare, soprattutto tra le ragazzine e a episodi di aggressività nei ragazzi.

Durante i periodi di lockdown sono venute meno le occasioni di socialità, che sono indispensabili per tutti, dal momento che l’essere umano è un animale sociale. In particolare, bambini e adolescenti per la loro crescita necessitano della vicinanza dei loro pari, una volta superata l’età della più tenera infanzia, dove prevale il legame con i genitori. Il prolungato isolamento, la mancanza di attività sportiva o ludica e di attività musicali, quali partecipazioni a cori e orchestre, hanno appesantito ulteriormente il carico psicologico già molto negativo dovuto alla paura di ammalarsi, di perdere i propri cari o di essere veicolo per loro della malattia.

I ragazzi e lo stress da Dad

Per molti bambini e ragazzi la didattica a distanza si è rivelata una notevole fonte di stress, che ha acuito il loro disagio psicologico. Questo, tra l’altro, ha portato ai peggiori risultati di sempre dei test Invalsi di fine anno scolastico, oltre che al digital divide tra le famiglie degli alunni più benestanti e quelle più povere e a un aumento di dispersione scolastica, che è passata dal 13% pre pandemia al 25% durante la pandemia (con punte di abbandono di un alunno su tre nel Sud Italia).

A differenza di quanto avviene nelle persone adulte o anziane, per le quali il suicidio è molto spesso legato a forme di depressione, nei giovani esso rappresenta quasi sempre un modo eclatante di manifestare il proprio disagio, la rabbia e la frustrazione dettati dall’impulsività. Quest’ultima è anche un fattore biologico legato allo sviluppo del cervello. Nelle fasi precedenti la maturità cerebrale (raggiunta intorno ai 20-21 anni nelle ragazze e tra i 24-25 anni nei ragazzi), c’è un minore controllo della parte limbica della corteccia cerebrale, che presiede agli impulsi e alle emozioni. Questo comporta una prevalenza nei giovani dell’aspetto emotivo su quello razionale e spiega le grandi difficoltà incontrate da loro nell’affrontare le crisi legate alla pandemia.

Per prevenire queste reazioni giovanili, che possono diventare estremamente pericolose per la loro vita, è importantissimo l’aspetto della familiarità e della condivisione.

A volte fare qualcosa insieme come una passeggiata, un gioco o condividere un hobby dà migliori risultati di tanti discorsi. È fondamentale, da parte degli adulti, dedicare del tempo all’ascolto dei bambini e dei ragazzi, sia in famiglia sia in ambito scolastico ed extrascolastico. Per permettere ai ragazzi di recuperare le carenze accumulate con la didattica a distanza, sarebbe indispensabile farli affiancare da figure di supporto messe a disposizione dagli istituti scolastici, una volta tornati alle lezioni in presenza, in modo da dare loro ripetizioni in orario extracurricolare, senza aggravio economico per le famiglie.

Le conseguenze per adulti e anziani

Tra gli adulti e gli anziani, le persone che hanno scelto di suicidarsi durante la pandemia, lo hanno fatto molto spesso per motivi economici, per l’isolamento e per le pressioni psicologiche, a cui sono state sottoposte.

Per quanto riguarda i motivi economici, va detto che la crisi  esisteva già ben prima della pandemia, che però l’ha notevolmente acuita. Secondo l’Istat, in un anno in Italia sono stati persi 700mila posti di lavoro (da febbraio 2020 a luglio 2021) in coincidenza con la pandemia. Dall’inizio della pandemia sono numerosi gli imprenditori falliti e coloro che hanno perso il lavoro, tra cui molti adulti con figli a carico. Sicuramente le difficoltà economiche (molte famiglie si sono ritrovate in condizioni di sovraindebitamento) e l’incertezza del futuro hanno fatto cadere molte persone in depressione, talvolta con gravi conseguenze.

Per ovviare ai disagi psicologici legati alle chiusure sarebbe indispensabile creare una rete di ascolto e di supporto da parte delle istituzioni pubbliche, in grado di aiutare coloro che, pur avendone bisogno, non possono permettersi i costi di una psicoterapia.

Un altro grave impatto sulla psiche di molte persone è stato causato dall’isolamento conseguente ai lockdown, che ha verosimilmente contribuito al diffondersi di idee suicidarie in molti soggetti, specialmente quelli fragili. Molto spesso hanno fatto questa tragica scelta persone anziane, che temevano per la propria salute o quella del consorte, oppure che hanno dovuto trascorrere troppo tempo senza potere vedere i propri cari, magari rinchiusi in qualche Rsa, dove le visite dei parenti sono state a lungo impedite.

Secondo la Società italiana di gerontologia, in base ad un’analisi condotta su anziani ricoverati con Covid-19, anche senza arrivare al suicidio, l’isolamento è comunque causa di un aumento del rischio di mortalità. Addirittura, secondo questa analisi, la riduzione della durata della vita negli anziani è influenzata dall’isolamento e dalla solitudine a un livello simile a quello di chi fuma 15 sigarette al giorno e maggiore a quello di chi è obeso.

Le mascherine saranno compagne obbligatorie per lungo tempo. Foto Gerd Altmann – Pixabay.

Violenza domestica e femminicidi

Il distanziamento sociale ha avuto spesso come conseguenza un aumento del consumo di alcol e droghe (si è diffuso il fenomeno dello spaccio a domicilio), che si è spesso accompagnato a quello della violenza domestica. Quest’ultima ha portato a un aumento dei casi di femminicidio, quasi tutti in ambito familiare, durante la pandemia.

Secondo l’Istat, nel 2020 i casi di femminicidio sono stati il 50% di tutti i casi di omicidio durante i periodi di lockdown.

Va detto che le misure di quarantena collettiva sono spesso state associate anche in passato a un aumento del rischio di suicidio, come è avvenuto durante le epidemie Sars, Mers e spagnola. Inoltre, il personale medico e infermieristico, che svolse il servizio durante quelle epidemie, così come nella pandemia attuale, spesso è stato colpito da «disturbo da stress post traumatico» (Ptsd).

L’impatto della pandemia sulla salute mentale si è manifestato parallelamente su due piani: da un lato con l’esordio di problemi psicopatologici nuovi nella popolazione generale e dall’altro con l’aggravamento di condizioni patologiche preesistenti, che non è stato possibile seguire adeguatamente presso i servizi psichiatrici, che spesso hanno dovuto ridurre o sospendere l’erogazione delle cure, a causa dell’introduzione delle norme di contenimento del contagio. Per questo motivo molti pazienti con malattia psichiatrica preesistente alla pandemia non hanno potuto essere sottoposti alle normali visite di controllo e si è quindi assistito, nei primi mesi della pandemia, a un netto incremento degli scompensi psicopatologici «prevenibili».

Tra le cause che hanno portato molte persone a un grave disagio psicologico, con possibilità di tendenze suicidarie, oltre al distanziamento sociale e, ovviamente, alla perdita dei propri cari, c’è stata la paura costante di contrarre il virus o l’averlo effettivamente contratto. La paura è stata peraltro enormemente alimentata da un’informazione mediatica, che troppo spesso ha esagerato, mandando in onda, a tutte le ore e per mesi, immagini di ambulanze, operatori sanitari in tuta integrale, bare accatastate: un insieme di cose che possono avere avuto un impatto pericoloso sulle persone più fragili.

I pazienti Covid e quelli non covid

Un analogo problema di visite di controllo posticipate o, peggio, di cure temporaneamente sospese in ossequio alle norme di contenimento del contagio ha riguardato sia i pazienti oncologici che quelli di altre categorie, tra cui i cardiopatici. A distanza di un anno dall’inizio della pandemia e precisamente ad aprile 2021, la Federazione di oncologi, cardiologi ed ematologi (Foce) ha consegnato al premier Draghi un documento di denuncia sui gravi disagi subiti dai pazienti da loro seguiti. Ci sono stati infatti moltissimi ritardi o cancellazioni di interventi chirurgici per tumore. È stata registrata una diminuzione dell’afflusso al pronto soccorso e alle unità intensive di cardiologia degli infartuati e sono stati ritardati o cancellati il 20-30% dei trattamenti oncologici.

Questi disagi hanno colpito 11 milioni tra pazienti oncologici, ematologici e cardiopatici. Inoltre, si sono verificati gravi ritardi anche per quanto riguarda lo screening annuale dei tumori, a cui afferiscono 5-6 milioni di persone. È evidente che la precedenza data alle cure dei malati di Covid causerà altre morti o l’aggravamento di patologie più facilmente trattabili, se diagnosticate tempestivamente. La stessa Foce ha reso noto che, da marzo a dicembre 2020, c’è stato un eccesso di mortalità generale nella popolazione del 21%, rispetto alla media dei cinque anni precedenti: 108.178 decessi in più. Di questi, il 69% era rappresentato da pazienti Covid, molti dei quali affetti da patologie cardiologiche o oncoematologiche, quindi a maggiore rischio di letalità da contagiati. Il restante 31%, però, era costituito da morti non Covid, deceduti per patologie in cui il fattore tempo gioca un ruolo determinante, come quelle cardiologiche e si è trattato di pazienti che non hanno ricevuto tempestivamente un’assistenza adeguata in occasione degli eventi acuti. Nei soli mesi di marzo e aprile 2020 ci sono stati 19mila morti in più delle attese, non legate alla Covid.

Se confrontata con le altre nazioni europee, l’Italia ha avuto, nello stesso periodo, il più alto numero di decessi per patologie non Covid, e questo dimostra che qualche errore di programmazione è stato fatto. Se, infatti, è necessario contrastare la pandemia, tuttavia non possono essere messe in secondo piano patologie altrettanto o più gravi. L’elevata mortalità dovuta a queste ultime è la logica conseguenza dei ritardi nella prevenzione, nella formulazione di una diagnosi, nella presa in carico e nell’attuazione di trattamenti salvavita. Il problema è rappresentato dal fatto che si è pensato di aumentare i posti letto per pazienti Covid a scapito dei posti letto riservati a pazienti di altre patologie, anziché aumentare il numero complessivo dei posti letto ospedalieri, con assunzione di ulteriore personale medico, tecnico e infermieristico.

Questo è il risultato dei tagli alla sanità pubblica fatti da governi di ogni colore politico che si sono succeduti alla guida del nostro paese negli ultimi anni.

Conseguenze sulla vista

Un’altra conseguenza dei lockdown legati alla pandemia è stato l’aumento della miopia, soprattutto tra i bambini e i giovani, dovuto alle molte ore passate ai videoterminali sia per le lezioni a distanza, sia per giocare o stare sui social, che per mesi hanno rappresentato la forma di comunicazione più utilizzata. Un recente studio pubblicato su Jama Oftalmology e condotto su 120mila tra bambini e ragazzi cinesi di età compresa tra 6-16 anni ha rilevato un aumento della miopia tre volte superiore da quando è iniziata la pandemia, rispetto agli anni precedenti.

Anche la vista degli adulti, con lo smart working ha subito dei contraccolpi, ma in questo caso, più che di aumento della miopia (lo sviluppo dell’apparato visivo è ormai completo nell’adulto) si può parlare di pseudo-miopia dovuta allo sforzo accomodativo, gestibile facendo delle pause di circa 20 minuti ogni due ore di lavoro.

Anche in ambito oculistico, in Italia la pandemia ha rallentato enormemente le visite di controllo, portando a liste d’attesa fino a tre anni, che impediscono l’accesso alle cure anche per patologie molto invalidanti come la cataratta e la maculopatia.

Rosanna Novara Topino




Pyongyang e la pandemia:

Dai missili al coronavirus

testo di Piergiorgio Pescali |


Stretto tra la Cina e la Corea del Sud, il paese ha affrontato il coronavirus con misure molto drastiche. Pur avendo come fattori negativi anche le sanzioni internazionali, un fragile Sistema sanitario e problemi cronici come la malnutrizione, Pyongyang pare aver retto l’urto.

La Corea del Nord ha considerato il Sars-CoV-2 (il virus che causa la malattia Covid-19) come una minaccia per la propria sicurezza nazionale immediatamente dopo la notizia della virulenza con cui si stava espandendo. Gli organi d’informazione hanno chiesto alla popolazione di mostrare uno «spirito rivoluzionario» nel contrastare quella che è stata definita come un’«emergenza nazionale». Nonostante la sua economia dipenda quasi esclusivamente dal commercio con la Cina, Pyongyang non ha esitato a sigillare le proprie frontiere con Pechino e con la Russia sin dalla fine di gennaio, annullando tutti i pacchetti turistici e gli incontri diplomatici in programma.

Per una nazione soggetta a embargo internazionale da parte delle Nazioni Unite, la decisione di chiudere le porte al turismo non è cosa da poco: nel 2019 circa 350mila cinesi hanno visitato il paese e l’industria turistica ha portato nelle affamate casse nordcoreane 175 milioni di dollari. Una boccata d’ossigeno non indifferente per un’economia sempre alla ricerca di valuta pregiata, eppure il governo nordcoreano non ha esitato un attimo nel prendere le misure necessarie per contrastare una possibile epidemia.

Dopo la serrata internazionale è stato il turno delle scuole e dei principali centri di aggregazione sociale, ritenuti non indispensabili per la sopravvivenza quotidiana dei 25 milioni di nordcoreani, arrivando ad ordinare la quarantena a trecentottanta stranieri residenti nel paese e circa settemila persone nelle provincie settentrionali e meridionali di Phyongan e di Kangwon. Sono queste le zone considerate più a rischio: Kangwon confina con la Corea del Sud, mentre le provincie di Phyongan sono attraversate dalle arterie principali che collegano la Corea del Nord con la Cina. Sinuiju, il capoluogo con 360mila abitanti, è la città più esposta al contagio: al di là del fiume Yalu, lungo le cui rive si sviluppa il centro urbano, c’è la metropoli cinese di Dandong, due milioni e mezzo di abitanti molti dei quali hanno attività commerciali collegate alla Corea del Nord.

Durante i periodi normali, quando il confine rimane aperto, migliaia di persone passano da una parte all’altra del fiume. Chiaro, quindi, che le autorità nordcoreane siano state particolarmente apprensive verso questa zona a rischio. Proprio da qui, secondo un rapporto non confermato del Daily NK (sito sudcoreano specializzato in notizie sulla Nord Corea, ndr), sarebbe partito il primo focolaio che avrebbe infettato il paese estendendosi nella zona a economia speciale di Rason, nella città di Heju, nella provincia di Hwanghae meridionale e nella stessa capitale del paese. Notizie che non sono state ufficialmente confermate. Tuttavia, è assai improbabile che un virus assai contagioso come il Sars-CoV-2 possa essere stato contenuto al di fuori delle frontiere nazionali, soprattutto in un paese schiacciato tra due degli stati più colpiti dalla malattia.

Se i 238 chilometri di confine condivisi con la Corea del Sud non rappresentano un grosso problema, in quanto divisi da una zona demilitarizzata invalicabile, controllare 1.416 chilometri di confine con la Cina è praticamente impossibile e il fiorente commercio clandestino tra i due paesi non gioca a favore delle restrizioni imposte da Pyongyang.

Le politiche di contenimento messe in atto dal governo hanno, però, funzionato grazie a diversi fattori tra cui la coesione culturale e l’orgoglio nazionale attorno a cui è stata plasmata la società nordcoreana durante l’arco della sua storia attraverso le visioni e le idee imposte dai leader che si sono succeduti dal 1948 ad oggi. Era già accaduto durante l’Ardua Marcia, il periodo di profonda crisi economica accompagnato da una terribile carestia tra il 1994 e il 1999 quando, anziché ribellarsi alle autorità, i nordcoreani si sono riorganizzati all’interno del sistema avviando una serie di riforme sociali ed economiche che hanno costituito le fondamenta dell’attuale struttura nazionale.

Ricercatori ala lavoro su nuovo disinfettante / Photo by KIM Won Jin / AFP

Propaganda e timori (taciuti)

La lotta contro la propagazione del virus è funzionale anche alla propaganda di Pyongyang: ogni giorno gli organi di Stato informano la popolazione sul numero sempre maggiore di contagiati e di morti in Corea del Sud, enfatizzando il sistema nordcoreano che sta «adottando tutte le misure necessarie per proteggere il popolo».

Paradossalmente il sistema dittatoriale e fortemente centralizzato che governa la nazione, si è mostrato più efficace e agile rispetto ai sistemi democratici nel fronteggiare la crisi virale (Vedi più sotto: Collettivismo vs individualismo). Mentre in Europa si discuteva su quali fossero le misure più appropriate a livello etico, politico ed economico da adottare per debellare il contagio perdendo tempo prezioso, in Corea del Nord le poche persone al comando decidevano e imponevano azioni. In pochi giorni l’intero paese ha adottato i provvedimenti emanati dall’unica linea di comando dell’emergenza coadiuvata da équipe di scienziati ed esperti sanitari. Sono stati predisposti presidi medici in tutte le provincie, il Centro epidemiologico di Pyongyang ha allestito succursali nelle zone più a rischio e centinaia di volontari della Croce Rossa sono stati mobilitati per dare manforte alle squadre inviate per informare la popolazione come difendersi dal contagio. Ciò che veniva imposto dall’alto doveva essere adottato senza se e senza ma. In questo modo l’emergenza è stata affrontata, contrastata e, a quanto risulta, vinta.

Il timore della dirigenza nordcoreana è che un’espansione incontrollata del Sars-CoV-2, come è accaduta in Cina e in Corea del Sud, faccia collassare il già precario sistema sanitario nazionale.

L’economia del paese, pur crescendo con una media annua del 5-7%, è ancora estremamente fragile e le sanzioni imposte dalle Nazioni unite rendono questo sviluppo fluttuante e discontinuo. Il riflesso sul sistema sanitario è diretto: negli ospedali mancano strumentazioni e apparecchiature, spesso non c’è riscaldamento (il petrolio e suoi derivati sono prodotti sottoposti ad embargo) e il personale medico è ormai risicato. Per far fronte alla penuria di farmaci Ebm (Evidence-based medicine, i prodotti approvati dall’Oms) l’industria farmaceutica ha potenziato la produzione delle cosiddette medicine Koryo, preparati a base di ingredienti naturali secondo antiche tradizioni popolari che però spesso risultano inefficaci nella cura di malattie.

A Pyongyang, acquisto di fiori per la Giornata internazionale della donna / Photo by KIM Won Jin / AFP

Anziani trascurati

Il ministero della Sanità ha stabilito che, per tenere sotto controllo la salute della popolazione, servirebbe un medico ogni 130 famiglie, un rapporto che dalla fine degli anni Novanta non è mai stato raggiunto. Inoltre, il sistema sanitario nordcoreano si è storicamente concentrato sulla salvaguardia delle fasce più giovani della popolazione, soprattutto nella fase neonatale. I poster dei leader (in particolare Kim Il Sung) circondati da folle di bambini sorridenti ed entusiasti sono divenuti una costante nella propaganda nordcoreana, mentre quasi mai vengono ritratti anziani. La facilità con cui la malattia Covid-19 colpisce persone meno giovani trova del tutto impreparata la sanità nordcoreana: il 14% della popolazione ha più di sessant’anni, ma la percentuale dovrebbe raddoppiare entro il 2030 secondo le previsioni statistiche. Il 37% di loro ha una disabilità ed è costretto a vivere con i figli; la famiglia rimane, quindi, un punto importante nell’assistenza sociale e sanitaria del paese.

Anche le fasce più giovani, però sarebbero colpite in modo aggressivo in caso di diffusione virale. Sebbene negli ultimi anni la mortalità infantile sia diminuita, nelle campagne rimane 1,2 volte maggiore che in città. Sono aumentate anche le vaccinazioni e i servizi di ostetricia, ma le cause principali di mortalità infantile continuano ad essere polmoniti e diarrea. E le polmoniti, si sa, sono proprio le malattie tipiche su cui si sviluppa il Covid-19. La diarrea, invece, è causata dalla mancanza di accesso ad acqua potabile e alle precarie condizioni igieniche, non solo in famiglia, ma all’interno stesso delle strutture sanitarie. La Fao stima che il 23% della popolazione (5,7 milioni di persone) non può contare su servizi igienici adeguati e quasi tre milioni di nordcoreani non hanno accesso diretto all’acqua nelle loro abitazioni.

Una volta passata la fase di contenimento del virus Kim Jong Un dovrà quindi ripensare a un sistema di assistenza sociale che tenga conto anche delle generazioni di età più avanzata, ma anche a una maggiore tutela generale della popolazione. Un aiuto potrebbe arrivare dalla scienza.

Sotto l’attuale leader, le discipline scientifiche e tecnologiche in Corea del Nord hanno avuto uno sviluppo considerevole soprattutto, ma non solo, per la scelta di adottare un programma di politica nucleare. Le decisioni prese dal governo hanno portato la Corea del Nord a incentivare tutte le attività scientifiche collegate al programma atomico, dalle facoltà universitarie ai centri di ricerca. Le ricadute di queste ricerche si sono ripercosse anche su ambiti non prettamente militari, come gli studi sanitari.

Senza, però, un’apertura al commercio e agli scambi internazionali sarà difficile per il paese asiatico risalire la china di un pozzo di cui intravede la luce, ma lungo le cui pareti è difficile arrampicarsi.

Bambino controllato all’aeoporto / Photo by KIM Won Jin / AFP

Le sanzioni e l’ambiguità degli Stati Uniti

Nel dicembre 2019, l’ambasciatore cinese all’Onu, Zhang Jun, ha chiesto all’Assemblea generale di togliere temporaneamente le sanzioni imposte dalla comunità internazionale così da aiutare Pyongyang nella lotta contro il Covid-19. Il Dipartimento di stato Usa ha però negato il consenso affermando che non è ancora giunto il tempo per rimuovere i paletti economici che puniscono l’economia nordcoreana.

Di diverso avviso sembra invece essere lo stesso presidente Trump, che sempre più spesso si trova in contrasto con la sua stessa amministrazione. In nome dell’amicizia che lo lega a Kim Jong Un, il presidente statunitense si è impegnato personalmente a far arrivare aiuti al giovane collega asiatico, così come nel 2019 si era opposto efficacemente all’inasprimento delle sanzioni contro la Corea del Nord come richiesto dal Dipartimento del tesoro.

Pochi giorni dopo il pronunciamento di Trump e la sua dichiarazione di non essere interessato a incontrare di nuovo Kim Jong Un prima delle elezioni di novembre, il leader nordcoreano ha inviato al suo collega sudcoreano Moon Jae-in una lettera.

Nelle righe, oltre ad esprimere le condoglianze alle vittime del coronavirus, Kim si preoccupava della salute del presidente sudcoreano e si diceva ottimista sul futuro delle relazioni con Seul. Un cambio di rotta radicale, a cui peraltro chi si occupa di affari coreani è abituato, rispetto alle dichiarazioni di pochi giorni prima espresse da Kim Yo Jong, la sorella minore di Kim Jong Un, nelle quali esprimeva, in toni non proprio conciliatori, il proprio disappunto verso le proteste avanzate dal governo di Seul riguardo i lanci missilistici nordcoreani.

CC BY-SA / Ryan Hodnett

la difficile lotta  alla malnutrizione

L’attenzione mostrata verso il coronavirus non ha però allontanato altri problemi cronici di cui è malata la nazione, primo fra tutti la malnutrizione. Dopo essere riuscita a debellare malattie come il morbillo e la malaria, a diminuire la Tbc e a sconfiggere la morte per inedia che ha falcidiato nella seconda metà degli anni Novanta tra le 300mila e le due milioni di persone, Pyongyang oggi deve fare i conti con la scarsità alimentare.

Secondo la Fao circa dieci milioni di nordcoreani necessitano di assistenza alimentare e sei milioni di questi rientrano nelle fasce più vulnerabili, tra cui 1,7 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni d’età e 342mila donne incinte. La malnutrizione dei bambini al di sotto dei cinque anni non è dovuta tanto alla mancanza di cibo, quanto alla qualità dei servizi sanitari, alla mancanza di medicine, di integratori e alla discontinuità con cui il cibo è disponibile.

Ci sono periodi in cui si ha grande abbondanza di cibo, durante i quali i genitori cercano di sovralimentare i figli, alternati ad altri periodi invece in cui la scarsità di alimenti fa esplodere situazioni di grave sottoalimentazione. Questa discontinuità influisce negativamente sulla crescita della popolazione più giovane.

La lotta al Sars-CoV-2 potrebbe, quindi, rappresentare un modo anche per ricompattare il fronte degli aiuti umanitari per garantire alla Corea del Nord un futuro più sereno e accelerare uno sviluppo sociale, oltre che economico, già in atto, ma non privo di ostacoli. Non tutti causati dal regime di Pyongyang.

Piergiorgio Pescali

© Devrig Velly EU-ECHO


Oriente e Occidente

Collettivismo versus individualismo

Questi mesi di pandemia da coronavirus hanno messo in evidenza grandi differenze tra Oriente e Occidente. Una diversità non solo politica, ma culturale.
Le modalità della lotta al Covid-19 hanno suscitato molte polemiche e critiche, come del resto è logico che sia in una società democratica e fortemente individualista come quella Occidentale. Nonostante si parli sempre più di Europa unita come entità sovranazionale, in questo frangente (come in molti altri) non c’è stata alcuna direttiva imposta da Bruxelles sul comportamento da tenere per contrastare il coronavirus. Ogni stato ha agito secondo le proprie direttive, spesso in contrasto con quelle del vicino. L’Italia ha adottato un sistema di contenimento simile a quello cinese, anche se non altrettanto drastico: chiusura delle attività ritenute non essenziali, delle scuole, restrizione negli spostamenti. Con la furbizia che ci contraddistingue migliaia di persone, appena subodorato il primo decreto restrittivo del governo, hanno preso d’assalto treni per fuggire dalla cosiddetta zona rossa per ritrovarsi, pochi giorni dopo, in un’altra zona rossa. I cinesi, invece, hanno accolto l’imposizione del governo centrale con più senso civico e, oserei dire, coraggio. Forti dell’esperienza della Sars 2003, dopo l’evidenza del nuovo virus (pur con tutti i ritardi addebitati al governo centrale) Pechino ha imposto senza indugi il coprifuoco mobilitando in massa anche l’esercito. La cultura asiatica è basata su un caposaldo: il rispetto del bene comune e della collettività.

La popolazione, da sempre più numerosa rispetto a quella europea, ha una concentrazione demografica che ha costretto a far fronte a piaghe sociali, economiche e sanitarie durante l’arco della sua storia. Inoltre l’economia risicola ha imposto uno stile di vita comunitario coordinando collettivamente le fasi di lavorazione delle risaie: aratura, trapianto, irrigazione, raccolto devono essere programmate collettivamente. Ne consegue che la libertà individuale in Asia viene sottomessa a quella sociale. Inoltre il pensiero cinese, basato sul «Dao» (armonia, equilibrio, per il taoismo ma anche per il confucianesimo), è molto più mobile e agile rispetto a quello occidentale del «Logos». La società cinese si trasforma e si adatta ai cambiamenti molto più di quanto faccia la nostra: mentre noi contiamo singole menti brillanti puntando sulla creatività della singola persona, in Asia (Cina, Corea, Giappone, Vietnam, Laos) il lavoro di squadra è sempre stato la forza trainante dello sviluppo. Mentre da noi si impiegano settimane solo per decidere se e quali locali destinare ad emergenze ospedaliere, in Cina sono bastati pochi giorni per costruire interi reparti sanitari. Ciò che conta per il sistema cinese è mantenere la stabilità sociale e l’armonia anche a costo di limitare le libertà individuali. La democrazia impone lunghi ed estenuanti dibattiti prima di adottare decisioni; il sistema comunitario orientale (che è comune a tutta l’Asia, anche se rafforzato in Cina dall’autoritarismo del partito unico) detta le regole dall’alto secondo un sistema antico e collaudato. E in Asia, nata e costruita su fondamenta culturali assai diverse da quelle occidentali, spesso funziona.

Piergiorgio Pescali

© Roman Harak




Chi dice donna dice… dono


Quest’anno, per la nostra campagna di Natale, parliamo di donne: tanto preziose quanto poco valorizzate in molti dei paesi nei quali lavorano i missionari della Consolata. Le seguiamo in tutte le fasi della loro vita: bambine, ragazze, adulte, anziane, studentesse, lavoratrici, madri, nonne.

«Tanto tempo fa in un discorso fatto all’Onu dissi che volevamo che gli uomini facessero qualcosa per noi. Quel tempo è passato. Non chiederemo agli uomini di cambiare il mondo, lo faremo noi stesse». Così si è rivolta al World Economic Forum di Davos lo scorso gennaio Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace 2014, attivista pachistana per il diritto all’istruzione che nel 2009 i talebani cercarono di zittire sparandole alla testa. Malala ha esortato ogni donna e bambina a farsi sentire, denunciando le discriminazioni e violenze che vedono nelle loro comunità e nelle loro società.

Se le donne e le bambine del mondo decidessero di farsi sentire tutte contemporaneamente, il pianeta diventerebbe un posto piuttosto rumoroso. Risuonerebbero, infatti, le parole di protesta di 34 milioni di bambine in età da scuola elementare che non sono in classe; più forte di tutte sarebbe la voce di 15 milioni di potenziali alunne – 9 milioni nella sola Africa – che probabilmente in un’aula non ci metteranno mai piede.

Si sentirebbe inoltre il lamento del miliardo e duecento milioni di donne che nel corso della vita hanno subito violenza fisica o sessuale almeno una volta e di 750 milioni di donne che si sono sposate prima dei 18 anni. Oggi continuano a essere costrette al matrimonio almeno 23 bambine al minuto, per un totale di 12 milioni all’anno@. Si udirebbe senz’altro il grido di dolore – e in questo caso non è un’espressione retorica – di 200 milioni di donne e bambine che hanno subito una forma di mutilazione genitale in trenta paesi del mondo@.

Questo coro è solo immaginario; ma le singole voci sono reali e ben distinguibili. I nostri missionari le ascoltano ogni giorno nel loro lavoro, cercando di fare loro da megafono e di trovare risposte efficaci.

Spose invece che alunne

Loyangallani, Kenya

Tra i Turkana (nel Nord Ovest del Kenya, distribuiti nelle contee del Turkana, Samburu e Marsabit), nascere femmina in una famiglia di pastori nomadi significa spesso dover rinunciare alla scuola. Lo sanno bene i missionari che operano a Loyiangalani e che da circa dieci anni portano avanti un’iniziativa di alfabetizzazione per bambini (destinati a essere pastorelli) e bambine (destinate al matrimonio precoce) che non sono mai andati a scuola.

La contea Turkana è una di quelle che ha il tasso di scolarizzazione più basso: solo metà dei bambini vanno a scuola, contro il 92% della media nazionale. Per le femmine, l’abbandono scolastico è ancora più probabile e i matrimoni precoci ne sono una causa.

Nella contea Samburu, dove si trova il Wamba Catholic Hospital – gestito dalla diocesi di Maralal di cui è vescovo monsignor Virgilio Pante, missionario della Consolata – la situazione delle bambine è ancora più complessa. Qui, secondo uno studio dell’Unicef (esteso anche ad altre quattro aree dove vivono i gruppi etnici Masaai, Pokot, Somali e Rendille) al problema dei matrimoni precoci si affianca e si lega quello delle mutilazioni genitali femminili (Mgf o – in inglese – Fgm, female genital mutilation). Su un campione di quasi 5.300 donne intervistate, per Wamba i dati sono preoccupanti: la mutilazione (escissione della clitoride senza infibulazione, la quale, quest’ultima, comporta anche la cucitura della vagina, ndr) riguarda il 95% delle donne di 18-49 anni e il 57% delle bambine fra i 10 e i 17@.

Alcuni punti sulla Mgf

La questione delle mutilazioni genitali femminili è complessa e va capita bene nel suo contesto. L’esperienza dei nostri missionari e missionarie evidenzia che:

– è una pratica ben radicata nella tradizione culturale di molti (non tutti) popoli africani;
– non viene praticata per ragioni igieniche e non è un fatto privato;
– è sempre legata a due riti di alto significato culturale e sociale, come l’iniziazione o il matrimonio;
– è il segno della nuova identità sociale della bambina (o giovane) che, con il rito, diventa «adulta».

Si tratta dunque di un fenomeno culturalmente complesso e radicato, al punto che molte ragazze chiedono di essere sottoposte all’escissione prima di iniziare la scuola secondaria per non essere escluse o umiliate dalle loro compagne. Per contrastare questa pratica non basta quindi dire «no alle Mgf»: occorre aiutare la comunità a creare forme alternative e socialmente accettate di rituali di passaggio e iniziazione.

L’abolizione delle Mgf o la loro sostituzione con altri riti devono conciliare il diritto della persona all’integrità del proprio corpo con la sua esigenza di essere pienamente inserita, accettata e rispettata nella sua società e cultura.

Il peso dei condizionamenti sociali

Ragazza samburu con gli ornamenti del giorno del «taglio»

Che la pressione sociale e la mancanza di consapevolezza dei propri diritti spingano molte donne a prendere posizioni che le danneggiano è confermato anche dal dato riportato in un rapporto Unicef del 2014. Nel mondo, quasi la metà delle adolescenti (15-19 anni) pensa che un marito o un partner siano giustificabili se picchiano la moglie o la compagna in alcune circostanze: se la moglie litiga con il marito, esce senza avvertirlo, trascura i bambini, rifiuta di avere rapporti sessuali o brucia il cibo. In Africa subsahariana, Medio Oriente e Nord Africa le adolescenti convinte di questo superano la metà@.

In America Latina, la Colombia è uno dei paesi con il tasso più alto di violenza contro le donne, incluse le giovani dai 15 ai 19 anni, da parte di un marito o di un partner: il 37%@.

Il lavoro dei nostri missionari in questo paese si è recentemente arricchito di un metodo di formazione che si chiama «pedagogia della cura» e che nella zona di Puerto Leguizamo coinvolge gli studenti delle scuole superiori in percorsi di controllo e gestione delle frustrazioni e della rabbia e di risoluzione pacifica dei conflitti interpersonali. Anche attraverso questi percorsi si sta tentando di eliminare la violenza che spesso nasce «in contesti familiari caratterizzati da abuso di alcol, machismo e povertà» e che nella stragrande maggioranza dei casi hanno nelle bambine e nelle donne le principali vittime.

Le barriere invisibili

Gli ostacoli che impediscono alle donne di avere accesso a istruzione e sanità non sono sempre facili da individuare: solo una relazione costante e ravvicinata con le comunità può permettere di scorgerli e rimuoverli. Spesso, infatti, questi ostacoli derivano dalla reticenza ad affrontare temi considerati tabù, come il ciclo mestruale, oppure dal delicato equilibrio nei rapporti fra uomo e donna all’interno della famiglia.

Unicef stima che le scuole prive di servizi igienici adeguati nei paesi a basso reddito siano circa la metà. E basta che una scuola manchi dei servizi perché le ragazze rinuncino ad andare a lezione durante il periodo mestruale. Questo problema, stando ai dati diffusi dall’Unesco, interessa una ragazza su dieci in Africa subsahariana, causando per ciascuna una riduzione del venti per cento del tempo passato sui banchi e, a volte, il totale abbandono del percorso scolastico.

Ecco perché la costruzione di bagni nelle scuole primarie e secondarie è una delle esigenze che i responsabili dei nostri progetti sul campo non mancano di fare presenti@.

Povera sanità

Quanto all’accesso ai servizi sanitari di base: ci sono ostacoli evidenti come la mancanza di strutture, e poi altri meno visibili, ma ugualmente determinanti, come le resistenze culturali. Un esempio è il lungo dialogo tra i missionari della Consolata di Dianra, Costa d’Avorio, e le comunità locali per decidere la costruzione di alcuni centri di salute nei villaggi legati al dispensario di Dianra Village (vedi Cooperando, MC Aprile 2017). Poiché lì le donne devono chiedere il permesso ai mariti per essere dispensate dal lavoro nei campi (e quindi andare dall’équipe medica per se stesse o i figli), i missionari hanno dialogato con i leader comunitari perché tutti fossero sensibilizzati sull’importanza dell’assistenza sanitaria.

La Costa d’Avorio ha uno dei tassi di mortalità materna più alti dell’Africa subsahariana (645 madri decedute ogni 100mila nati vivi nel 2015@) e quasi tre donne su dieci partoriscono senza l’assistenza di personale qualificato.

Il difficile accesso al mercato del lavoro

La partecipazione attiva delle donne alla vita economica di una comunità genera benefici per tutti. Uno studio McKinsey del settembre 2015 ha stimato che, se le donne fossero economicamente attive alla pari degli uomini, il Pil mondiale aumenterebbe di 28mila miliardi entro il 2025. Se ogni paese, anche non raggiungendo la completa parità di genere, si impegnasse almeno a «copiare» il vicino più virtuoso nel garantire alle donne la partecipazione alla vita economica, l’aumento del Pil sarebbe comunque pari a 11mila miliardi di dollari a livello globale, con un aumento del 12% in Africa e del 14% in America Latina. La sola India vedrebbe aumentare la sua crescita del 16%. Per i paesi in via di sviluppo presi nel loro insieme la fetta di aumento del Pil sarebbe di circa 4mila su 11mila miliardi di dollari@.

Il World Economic Forum ha stilato una classifica dei paesi del mondo che misura la parità di genere: i quattro più vistuosi sono l’Islanda, la Norvegia, la Finlandia e il Ruanda, mentre il primato negativo va allo Yemen, seguito da Pakistan, Siria e Ciad.

Nonostante le numerose conferme del loro valore, le donne rimangono a livello globale meno pagate e più probabilmente disoccupate o occupate in lavori precari rispetto agli uomini. Su di loro ricade quasi sempre l’incombenza di occuparsi dei familiari, si tratti di bambini, anziani o malati.

Investire sulle donne

Le esperienze dei nostri missionari confermano che investire sulle donne paga: i numerosi progetti di piccola imprenditoria e microcredito in RD Congo, Kenya, Costa d’Avorio hanno consentito alle donne di sostenere le proprie famiglie, pagare le spese mediche e coprire i costi per l’istruzione dei figli. Il microcredito che i missionari gestiscono nel Nord della Costa d’Avorio ha percentuali di restituzione del prestito che non scendono mai sotto il 98%. A Camp Garba, in Kenya, il lavoro con le donne dei gruppi etnici turkana e borana iniziato con un progetto di agricoltura e sartoria è stato fondamentale nel ricostruire i rapporti fra le comunità all’indomani degli scontri che nel 2012 opposero i due gruppi etnici e che avevano portato alla morte di trenta persone, alla distruzione di 150 case e all’esodo forzato di tremila sfollati. Oggi, un gruppo consolidato di donne turkana, borana e somale continua a collaborare per mandare avanti le attività ed è riuscito a coinvolgere altri membri della comunità in un progetto di allevamento di bestiame.

Le incerte prospettive per le donne anziane

Il mondo sta invecchiando, avverte la prestigiosa rivista scientifica inglese The Lancet: nel 2015 le persone sopra 60 anni di età erano 900 milioni, nel 2050 saranno due miliardi e la maggior parte di queste vivrà nei paesi in via di sviluppo, principalmente in Asia. Ma anche l’Africa subsahariana vedrà i suoi anziani triplicare: dagli attuali 53 milioni a 150. Eppure, lamenta il direttore dell’International Longevity Centre all’Università di Cape Town, Sebastiana Kalula, nell’agenda politica dei governi africani il fenomeno e il tema di come affrontarlo non appaiono fra le priorità. L’invecchiamento interesserà maggiormente le donne, che tendono a vivere più a lungo degli uomini sia nei paesi ad alto reddito che in quelli più poveri@. A questo fenomeno se ne combinano altri due: in primo luogo, la migrazione verso le città porterà i due terzi della popolazione mondiale a vivere in centri urbani; inoltre, la precarietà del lavoro spingerà le persone a lavorare più a lungo e più lontano da casa. Un possibile effetto del combinarsi di invecchiamento, inurbamento e precarietà potrebbe essere che le donne anziane non solo non saranno accudite dai familiari più giovani, ma potrebbero trovarsi loro stesse costrette a occuparsi dei loro nipoti. Già oggi, la condizione degli anziani abbandonati, ammalati e in povertà assoluta è ben nota ai missionari della Consolata che a Sagana, Kenya, gestiscono una casa per le anziane o che a Guiúa, in Mozambico, hanno avviato un programma per anziani malnutriti fra i quali le donne sono la maggioranza.

Chiara Giovetti


CAMPAGNA

DI NATALE 2018

Un dono…
per riparare i danni

«Chi dice donna dice danno», recita un detto popolare. Nel detto può esserci del vero, a patto di completarlo: «Chi dice donna dice danno… che lei subisce». Ogni giorno, in tutto il mondo.
Il nostro impegno è da sempre quello di proteggere, promuovere e valorizzare le donne, ma quest’anno vogliamo fare di più: ci impegneremo a eliminare i danni che le donne subiscono e aiutarle a dimostrare alle comunità quanto la loro presenza sia un dono.

Vuoi aiutarci?

❤ Con 10 euro puoi donare il materiale didattico a una bimba
nei nostri asili.
❤ Con 10 euro garantisci a una donna un parto sicuro,
con 50 euro un parto cesareo.
❤ Con 50 euro copri un mese di cibo, farmaci e assistenza
per un’anziana seguita nei nostri centri.
❤ Con 100 euro sostieni il salario mensile di un insegnante
per l’alfabetizzazione delle donne.
❤ Con 300 euro sostieni a distanza una bambina
della scuola primaria.