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Dossier

KENYA, AMORE NOSTRO

 Ottobre/Novembre - 2002BENEDETTO BELLESI

Gli altri popoli dei missionari


Nel «deserto di pietre» di Marsabit, nel nord del Kenya, ecco i pastori seminomadi SAMBURU, come pure i TURKANA, i RENDILLE, gli EL MOLO, i BORANA, i GABBRA. Attorno al grande lago Victoria, vivono i dinamici e numerosi LUO. A differenza dei bantu kikuyu e meru, questi popoli sono nilotici, cusciti e nilo-camiti. Altre culture dunque.

SAMBURU
il popolo dalla «schiena dritta»


Viso ovale e altero, corpo robusto e armonioso come una statua greca, dritto come un fuso su una gamba e l’altra sollevata nella tipica posizione dell’airone, la destra appoggiata alla lunga lancia, il guerriero samburu è l’esemplare tipico dei popoli pastori, che disprezzano con orgoglio il «lavoro a schiena curva» dei popoli agricoltori. Anche la danza tradisce tale orgoglio: i guerrieri si divertono saltando, pettoruti e a piedi pari, come canguri, librandosi nell’aria come farfalle, per ricadere sugli stessi centimetri di suolo da cui prendono lo slancio.

ORIGINE
Proprio la farfalla avrebbe dato il nome ai samburu, per quel senso di raffinata armonia, sconfinante nell’effeminatezza, che sprigiona dalla loro vita (*). Per alcuni tale nome deriverebbe da «coloro che hanno il borsellino» (ampur); per altri da «coloro che vanno in guerra» con la sacca dei viveri, per fare razzie o combattere i razziatori.
Un tempo erano conosciuti come burkineji, corruzione di loibor kineji, cioè «possessori di capre bianche». Tra di loro, però, preferiscono chiamarsi lookop, «possessori della terra ». Di fatto occupano un territorio di oltre 20.000 kmq a sud del lago Turkana, costituito dal Distretto Samburu e alcune frange del Distretto di Marsabit.
Da dove siano giunti non si sa. Gli anziani raccontano di provenire da un luogo chiamato Pagaa, probabilmente nell’attuale Sudan, spinti da grave fame e carestia. Una cosa è certa: i samburu sono cugini stretti dei masai, dai quali si sono staccati, non sappiamo quando, formando un gruppo autonomo e omogeneo: entrambi i popoli sono nilo-camiti, nomadi e pastori, parlano la stessa lingua, hanno usi e costumi assai simili. Il termine in-kishu per i samburu significa sia «bestiame» che «persona »: l’identificazione è totale e sacrale, vivendo in profonda simbiosi, sul piano esistenziale e psicologico, soprattutto col bestiame bovino, il cui latte e sangue giocano un ruolo essenziale anche nella simbologia religiosa. Bovini, capre, pecore e qualche dromedario costituiscono la base dell’economia, della sussistenza e del prestigio familiare. Il bestiame fornisce cibo e pelli, che servono per fabbricare oggetti di uso domestico e ricoprire le abitazioni. La quantità, più della qualità, oltre a costituire motivo di orgoglio dell’allevatore, è strategia di sopravvivenza. Le mandrie, divise in piccoli nuclei, vengono dislocate in varie zone del territorio: sull’altopiano e nelle pianure orientali, dove abbondano corsi d’acqua e vegetazione forestale, nella savana delle pianure occidentali e nel semideserto delle pianure centrali ed orientali. Con tale dislocamento i samburu garantiscono la sopravvivenza, in caso di grave crisi, come razzie, epidemie, siccità, di almeno un piccolo nucleo di animali da cui ricominciare.
Ovviamente, il bestiame costituisce la base dell’alimentazione. Ma esso non è visto in funzione della resa di carne, che viene consumata solo raramente, in occasioni di celebrazioni sociali, rituali e familiari. La dieta è quella classica dei popoli nomadi: il saroi, cioè latte unito a sangue.

ORGANIZZAZIONE SOCIALE
Il popolo samburu è diviso in otto grandi famiglie: cinque sono dirette discendenti di altrettanti progenitori; tre sono nate da conflitti e divisioni tribali. All’interno d’ogni clan esistono varie segmentazioni, che rafforzano le relazioni personali, legami di solidarietà e senso di parità. Elemento portante dell’organizzazione sociale e politica sono le classi di età, con funzioni e mansioni specifiche simili al modellato dei masai. Nel sistema samburu tali classi sono sei. Ma poiché ogni classe è racchiusa nel ciclo di circa 15 anni e si entra nella prima all’età di 15-20, le classi più importanti sono quattro, con rari superstiti della quinta e sesta, vegliardi quasi ottuagenari e oltre. La prima classe di età è formata dai giovani iniziati e circoncisi durante lo stesso ciclo di 15 anni: essi sono chiamati moran, cioè guerrieri. La loro funzione, infatti, è militare: hanno il diritto e dovere di difendere il territorio e gli armenti che vi pascolano; di iniziativa propria passano all’attacco per battute di caccia contro animali predatori o per razzie del bestiame alle popolazioni vicine. Non hanno potere decisionale, ma i moran seniori hanno il compito di comunicare la loro esperienza ai coscritti più giovani e ai primi gruppi di iniziati della classe successiva. «Non c’è classe di circoncisi senza il proprio nome» dice un proverbio samburu. Il nome è importante: conferisce identità a individui e gruppi. Per questo tutti gli iniziati di un determinato ciclo ricevono un nome speciale, che li distingue dalle classi precedenti: lkishili sono quelli della classe iniziata nel 1960; lkiroro dal 1975; lmoli dal 1990.
La seconda classe è formata da uomini sposati o in procinto di sposarsi. Essi devono badare alla famiglia e soprattutto accudire al bestiame, la cui crescita procura prosperità e prestigio personale e serve ad avere nuove mogli e figli. La fortuna economica e familiare tornerà utile per acquistare più autorità nel passaggio alla classe successiva.
La terza classe possiede il potere politico e decisionale. È la classe dei padri: i loro figli sono ormai entrati nella prima classe, dei moran, e ne controllano movimenti e attività militari. Le decisioni vengono prese nei consigli degli anziani, cui fanno parte anche i membri delle classi successive. Essi hanno uguale potere politico; ma il prestigio e successo personale possono essere motivo di maggiore ascolto ed efficacia persuasiva. Tali consigli sono locali; ma ci sono occasioni in cui si richiede un consiglio unico per tutto il territorio. La quarta classe, insieme ai superstiti della quinta e sesta, ha funzione «religiosa». I suoi membri sono i depositari della tradizione: rappresentano il legame vivente tra il passato e l’aldilà. Il loro compito specifico è di consulenza e sacerdotale: alcuni riti e cerimonie richiedono la presenza di almeno uno di loro.
Benché in tale sistema organizzativo anzianità e vecchiaia siano altamente rispettate, non si può definire l’ordinamento samburu una gerontocrazia. In tale modello, infatti, il potere e le varie funzioni (militare, economico, politico e religioso) sono distribuiti tra tutti i membri in maniera diffusa e partecipata, sottraendoli al dominio del singolo capo o di un gruppo oligarchico. Le donne, però, sono escluse dalla vita politica e dal meccanismo delle classi di età, dal momento che non sono destinate a restare nel clan.

INIZIAZIONE
Nei primi 15 anni il samburu non conta nulla: è un nkerai (bambino) o layeni (ragazzo-pastorello). Ma con l’iniziazione entra nella maturità. L’iniziato, dopo essere stato rasato e fornito di sandali nuovi, coperto da una pelle di pecora, spalmata dalla madre con grasso e polvere di carbone, viene circonciso davanti alla porta della propria abitazione, con l’assistenza di un padrino. In genere il circoncisore non è un samburu. Il circonciso non deve mostrare paura né lamentarsi per il dolore: sarebbe una vergogna per tutta la famiglia. Dopo la cerimonia il giovane riceve regali, cibo e, dal padrino, arco e frecce. Quindi rimarrà a casa per circa un mese nell’osservanza di restrizioni rituali; quindi comincerà ad andare a caccia di uccelli: un’occupazione di tre mesi chiamata laibartani. Quindi raggiunge gli armenti lontani per dedicarsi al pascolo e alla difesa del bestiame; per una decina d’anni intrecciano atti di coraggio a una vita di vanitosi elegantoni. Ma per diventare un moran il giovane deve passare attraverso tre stadi, con relative cerimonie dette lmugit: sono riti di passaggio obbligatori e punti fermi dell’educazione impartita dagli anziani. Inizia con il lmugit delle frecce (o uccelli), durante il quale viene ucciso un bue: di fronte a sua madre, il giovane giura di non mangiare più carne in presenza di donne sposate. Solo da questo momento diventa moran e può dipingersi il corpo con l'ocra rossa.
Segue il lmugit del nome, quando il giovane ha circa 20 anni. Anche questo rito è accompagnato dal sacrificio di un bue, ucciso per soffocamento: esso non deve cadere a terra, ma tenuto sollevato dai giovani per i quali la cerimonia è celebrata. Il bue dovrà essere mangiato interamente e le ossa bruciate. Il lmugit del toro, in cui viene ucciso un altro bue, chiude praticamente il periodo del «moranato»: il giovane è pronto per il matrimonio e passa nella seconda classe di età.

IL MATRIMONIO
Il cerimoniale del matrimonio è complesso e suggestivo. Le trattative con la famiglia della sposa sono condotte dall’interessato, col sostegno del padre; ma ogni anziano della parentela paterna o materna può mettere il veto sulla ragazza scelta, minacciando di maledire i futuri figli. Oltre agli otto buoi da consegnare al suocero, lo sposo deve procurare vari regali per la sposa (due pelli di capra, due orecchini di rame, un recipiente per il latte, una pecora) e vari capi di bestiame per parenti e affini e da sacrificare per la festa. La sposa dovrà procurarsi un grembiule speciale, orecchini, un pezzo di pelle di leone da legarsi alla gamba, perline, sandali, un bastone di pianta detta nkoita.
Per la data delle nozze, la nuova luna è la più propizia e i giorni pari i più adatti. Quel giorno, di primo mattino, la promessa sposa viene circoncisa (clitoridectomia). Tre quarti d'ora dopo giunge lo sposo, accompagnato dal compare e da altri che sospingono un bue, una vacca ed una pecora. La madre della sposa toglie i paletti che ostruiscono l'entrata della capanna ed il bue viene fatto entrare ed è ucciso. Con tale sacrificio il matrimonio è validamente ratificato, anche se la cerimonia è appena iniziata. Seguono riti complicati per la divisione della carne del bue; quindi gli anziani avviano una litania di benedizioni sul padre della sposa, deponendo burro sulla sua testa.
Per tutto il giorno si compiono altri riti e il mattino la sposa deve recarsi a piedi fino al villaggio dello sposo. Il viaggio, spesso lungo e penoso per la donna appena circoncisa, termina alla manyatta (capanna) dello sposo; vi entra passando tra due file di anziani che benedicono la nuova coppia. Nella nuova capanna essa accende il fuoco nuovo, che deve scaturire da due bastoncini sfregati: il fuoco non dovrà mai spegnersi finché la nuova famiglia si trasferirà altrove.

MONDO DEL SACRO
Fulcro delle credenze religiose, attorno a cui ruotano preghiere, sacrifici e la stessa vita, è Nkai, Dio buono e severo contemporaneamente. Al di sotto di lui c’è una serie di spiriti custodi, posseduti da ogni cosa e persona.
Il termine nkai serve per indicare anche il cielo e la pioggia; ma il concetto che i samburu hanno della divinità è molto chiaro: Dio è unico, onnipotente, onnipresente, provvido, ecc. In generale, gli attributi lo descrivono come essere maschile; ma alcuni lo descrivono come ente femminile, quando, per esempio, lo si prega perché sorregga l'uomo, come una mamma sostiene i suoi bimbi. Anche se gli attribuiscono forme antropomorfiche, i samburu rifuggono dal compararlo agli uomini: Nkai è Nkai, dicono. Benché Dio sia dappertutto, alcuni luoghi, densi di fascino e meraviglia, sono ritenuti privilegiati dalla presenza divina, come i monti Ng'iro, Marsabit e Kulal, oppure grosse piante, cave, sorgenti d'acqua. Luoghi sacri in cui si svolgono i riti più importanti della vita. Oltre alle preghiere quotidiane in cui, in modo assai spontaneo, si invoca Dio per le necessità dell’etnia, clan, famiglia o individuo, i samburu esprimono il loro culto mediante il sacrificio. Un tempo avevano il lasar, sacrificio di offerta. Oggi, il sorio, sacrificio di ringraziamento, è l’atto di culto fondamentale: ricorre due volte all'anno. Lo si celebra di sera in ogni gruppo di capanne e consiste nell’offerta di una pecora nera, grassa, non ancora incinta. La carne viene arrostita e mangiata: la parte destra dagli uomini e la sinistra dalle donne. Il sangue, mescolato con l'interno dello stomaco, viene spalmato sulle capanne e sugli animali. Contrapposto a Dio buono, i samburu credono in uno spirito maligno chiamato Milika, pressappoco il nostro demonio.
Al pari di altre etnie africane, anche i samburu hanno la figura del mago-guaritore (loiboni), a cui si ricorre in caso di malattia inguaribile, sterilità, peste del bestiame, prima di affrontare il nemico... È retribuito con buoi e montoni. I suoi strumenti sono sassolini, cianfrusaglie e radici contenute in zucchette. È un personaggio temuto da tutti e di cui non si parla volentieri. Dal canto suo, il mago-guaritore non ama mostrarsi in giro. Egli trasmette il suo mestiere al figlio più abile, insegnandogli i segreti di erbe e veleni. Quando muore viene sepolto sotto un mucchio di sassi. Un altro importante personaggio è il laidetidetani, indovino o sognatore. Suo compito è interpretare i sogni, conoscere le stelle, prevedere l’arrivo della pioggia. Il lais, invece, è un personaggio dotato del potere di ritrovare cose perdute, portare fortuna o iella. Da costui i samburu stanno volentieri alla larga.

LA MORTE
Anche la morte ha il suo cerimoniale. In genere i morti non sono seppelliti, eccetto i personaggi molto anziani e rinomati e i bimbi di pochi mesi; questi sono sepolti presso il fuoco nella capanna, che viene poi abbandonata. Per questo l’anziano samburu, quando sente la morte vicina, prega così: «Dio, fammi un vero lookop: non permettere che l’erba mi mangi». Chiede, cioè, di morire nel suo clan e non lontano dal villaggio; di avere una sepoltura onorevole e una tomba riconoscibile, non coperta dall’anonimato della savana; di essere sepolto con la faccia rivolta alla montagna sacra, sede di Dio. In tal caso, il morto, rasato, viene adagiato sulla pelle su cui dormiva e sistemato in modo che la sua faccia sia rivolta verso la montagna. La gente deporrà rami intorno dicendo: «Dormi da solo!». Il luogo verrà ricordato per un po’ di tempo; chiunque passerà accanto alla tomba vi getterà un ramo verde.
(*) Cfr. anche: Achille Da Ros - Virgilio Pante - Egidio Pedenzini, Proverbi Samburu, Emi, Bologna (in samburu, inglese e italiano).


RENDILLE
cultura del cammello


Lo chiamano harab lanugseli, letteralmente «succhiarsi la lingua». È un rito che si compie alla nascita d’un bambino e si svolge in questo modo: raccolti insieme otto oggetti tipici del clan, un uomo picchia leggermente il neonato ripetute volte; poi altri uomini del clan sputano sugli stessi oggetti e li passano sulle labbra del neonato; infine ognuno gli sputa sulla bocca gridando: «Idei aleh!», sii come me. La cerimonia serve a controllare il potere delle maledizioni (ibire), che per i rendille sono una cosa seria: ogni clan ha le sue; vengono tramandate da una generazione all’altra. Sono credute e temute anche dai popoli vicini: qualsiasi cosa strana possa capitare l’attribuiscono a una maledizione dei rendille, che spesso sono invitati a pregare per togliere la iella.

«T’AMO... PIO CAMMELLO»
Circa 600 anni fa, gli antenati dei rendille vivevano in Somalia: facevano parte di uno stesso gruppo etnico cuscita e parlavano la stessa lingua. Fin d’allora elaborarono una cultura ruotante attorno al cammello e determinati riti per ottenere benessere per sé e per gli animali, seguendo un duplice calendario, solare e lunare. Poi l’espansione degli oromo avviò un grande movimento migratorio verso sud e ovest, provocando una differenziazione progressiva e dando origine agli attuali somali, sakuye, gabbra, rendille.
Tra i nuovi gruppi etnici, i rendille sono quelli che si sono spostati più a sud e hanno mantenuto lingua e cultura più intatte. Oggi, sono circa 36 mila e vivono nella zona semidesertica del distretto di Marsabit, circondati a est dai borana, a nord dai gabbra, con i quali si guardano in cagnesco da qualche decennio, a est e sud dai samburu.
Con questi ultimi, invece, le relazioni sono ottime. La delimitazione territoriale è molto elastica, per cui i samburu entrano nella terra rendille e viceversa. Pur mantenendo la propria identità, la vicinanza dei gruppi ha favorito mutui scambi di elementi culturali: i rendille imitano gli ornamenti maschili e femminili dei samburu e hanno metabolizzato varie cerimonie di iniziazione. Gelosi della propria identità, i rendille si definiscono «proprietari di cammelli»: ma allevano pure bovini, ovini, caprini e pochi asini. Dal bestiame, eccetto gli asini (usati solo come bestie da soma) proviene il cibo, sotto forma di latte, sangue e raramente carne; la pelle è adatta a molteplici usi. Il bestiame compare nelle feste religiose e profane ed è motivo d'orgoglio e prestigio per il proprietario, il cui peso sociale e politico è determinato dalla grandezza delle mandrie.
Il cammello, soprattutto, gioca un ruolo importante nella vita economica rendille: esso è utilizzato per il trasporto di attrezzi e strutture degli accampamenti verso nuove terre da pasto; o per trasportare l’acqua da pozzi lontani. Un servizio inestimabile se si tiene conto che l’animale può portare fino a 90 chili di peso, percorrendo 40 km per 6-8 ore al giorno. Inoltre può restare senza bere per 10-14 giorni.

CASA MIA, CASA MIA!
La pastorizia è attività comune a uomini e donne, dall'infanzia al matrimonio; in seguito le mansioni vengono distinte: l'uomo l'abbandona gradualmente per avvicinarsi alla vita politica e la donna si dedica ai lavori domestici, tra cui l'approvvigionamento d'acqua, legna da ardere e periodica costruzione della casa. Trenta abitazioni in media formano un villaggio, che non ha una collocazione territoriale stabile; ma, secondo esigenze igieniche e di pascolo, viene smontato e ricomposto altrove, rispettando la consuetudine: la casa del capo al centro e tutte le altre intorno, in ordine d'importanza decrescente verso la periferia. Una siepe di rami spinosi circonda sempre l'abitato, entro il quale sono disposti i recinti per il bestiame e si aprono alcuni spazi che la gente utilizza, di tanto in tanto, per eseguire danze o canti corali. Sotto un albero frondoso, accanto al villaggio, si riunisce quotidianamente il consiglio di anziani, per esaminare i problemi inerenti alla vita pubblica ed esercitare funzioni di corte giudiziale, quando occorre. Ogni famiglia tiene attorno all’accampamento un piccolo numero di cammelle, dalle quali le donne mungono il latte per il fabbisogno quotidiano. Le mandrie, invece, pascolano lontano: ragazzi e guerrieri custodiscono cammelli e bovini; ragazze e donne non sposate capre e pecore. I rendille vivono quasi in simbiosi con il proprio bestiame, legati da vincoli sacrali; ciò si manifesta soprattutto durante le lunghe abbeverate: i pastori, soprattutto le ragazze, chiamano le bestie per nome, parlano loro come si fa tra amici; ne cantano le lodi e ne esaltano le qualità, quasi fossero membri di famiglia. Diversamente da molte società africane, la donna rendille gode di grande rispetto e considerazione: la casa è territorio femminile e il marito non ci mette il becco. Se un uomo vuole parlare privatamente con altri uomini, non può mandare via la moglie: è lui che deve andarsene in un posto dove non ci sono altre case, oppure mandare gentilmente la consorte a fare una commissione. Se un matrimonio si rompe e non ci sono figli, la casa rimane alla moglie per sempre, anche se la rottura avviene durante le trattative per le nozze.

UNA SPOSA PER 8 CAMMELLI
Due sono i capisaldi dell'organizzazione sociale e politica dei rendille: la divisione in 9 clan patrilineari ed esogamici e il sistema delle classi d'età. I clan di grandi dimensioni sono ramificati in varie sezioni; clan e sezioni sono dispersi in numerosi villaggi che accolgono, oltre la famiglia, un certo numero di forestieri. Ogni clan è caratterizzato da notevole coesione interna e si distingue dagli altri per alcuni poteri rituali e costumi propri. Tra i nove clan ne emergono due: l’uno è detentore del potere politico; l'altro di quello religioso, i cui capi hanno carica ereditaria e sono riconosciuti come tali da tutti i rendille.
Le classi d’età conferiscono uguali diritti e doveri a tutti gli uomini appartenenti alla stessa leva. La formazione di una classe ha luogo quasi contemporaneamente in ogni villaggio e comporta l'iniziazione di tutti i giovani il cui padre appartiene alla terza classe d'età.
In tale circostanza, i candidati, riuniti in gruppo, sono circoncisi e, subito dopo, ricevono in dono alcuni capi di bestiame dai parenti più prossimi. Durante la cerimonia gli iniziandi eseguono canti e danze particolari, che non ripeteranno più per tutta la vita. Ai festeggiamenti segue un periodo di reclusione in una capanna comune appositamente costruita, in attesa della completa guarigione. Poi iniziano a svolgere le mansioni proprie del grado d'età: pascolo e attività di guerra. Passati 12 anni, i «guerrieri» possono sposarsi. Il matrimonio non si concretizza in un momento particolare, ma è un processo che avviene per gradi: una serie di incontri tra i padri dei futuri sposi stabilisce l'ammontare della ricchezza della sposa (in media 8 cammelli); i festeggiamenti iniziano con la circoncisione della moglie e durano diversi giorni. La celebrazione interessa contemporaneamente diverse coppie della stessa leva (vedi riquadro). Col formarsi di una nuova classe, ogni 14 anni, i guerrieri passano allo status di anziani, abbandonano le armi e si dedicano alla famiglia e bestiame. Successivi passaggi conferiscono loro prestigio crescente, fino al grado più alto, il sesto, difficilmente raggiungibile: i superstiti diventano i saggi custodi della tradizione.

SENZA ALDILÀ
I rendille credono in un Dio identificato col cielo, creatore d’ogni cosa visibile, capace d’influire sugli eventi terreni, fenomeni naturali e vita di ciascun individuo. Il culto, per il quale non esistono luoghi specifici, si avvale della preghiera, a volte associata a sacrifici animali e offerte di latte. L’attività sacerdotale è svolta occasionalmente dal padre e quotidianamente da un anziano che funge da coreuta nelle preghiere corali del mattino e della sera.
Viene attribuita notevole importanza ai cicli lunari e, ogni prima notte di luna nuova, il «ritorno della luce» è festeggiato dalle donne con apposite danze.
Non vi è credenza nella vita ultraterrena e la morte viene spiegata come un riappropriarsi della vita da parte di Dio. Subito dopo il decesso, il capo del defunto viene rasato e il corpo cosparso di grasso; poi, a sepoltura avvenuta, la tomba è coperta da un mucchio di pietre, sulle quali i parenti di passaggio versano un po’ di latte in segno di benedizione e posano qualche foglia di tabacco.


CAPRO ESPIATORIO TURKANA
orgogliosi di vivere all’«inferno»


«Imigliori guerrieri dell'Africa orientale; eccezionalmente impavidi; con una fama di estremo e rapace eroismo»: così hanno definito i turkana gli amministratori coloniali del passato. I primi incontri non sono incoraggianti, scrive un missionario che da anni vive insieme a loro: sono «chiusi, un po’ rozzi e grossolani, privi delle grazie della società; impulsivi e attaccabrighe; fieramente indipendenti, orgogliosi, arroganti, ma anche gioiosi e felici; ispirano forti emozioni: chi lavora tra loro o li ama o li odia; spesso tutte e due le cose insieme». Ma è grazie a tale aggressività o reputazione di essere tali, che sono tanto numerosi e riescono a vivere in un ambiente lunare.

SEGUENDO UN BUE RIBELLE
Il nome turkana (*) non dice molto: forse deriva da aturkan (grotta, caverna), da cui ngaturkana: uomini delle caverne. Qualcosa in più si può ricavare dai loro scarsi miti delle origini. Inizialmente esisteva il gruppo etnico dei karamojong: 500 anni fa, questi emigrarono dall’Etiopia nel Sudan, per poi ripiegare verso sud, dividendosi in gruppi autonomi e prendendo nomi propri: jie, dodos, turkana, jiye, toposa, teso, donyiro, kuman. I vecchi raccontano che queste popolazioni «erano un tempo un solo territorio, un solo popolo, una sola famiglia».
Gli etnologi definiscono a grandi linee questi gruppi come «nilo-camiti » o «nilotici cuscitizzati». Di fatto, la loro lingua affonda le radici nell'intricato sottobosco nilotico, ma sangue e cultura hanno i colori dei popoli di lingua camitica (cuscita). Per quanto riguarda i turkana, un'antica leggenda narra che essi si chiamavano jie; ma un giorno si separarono da essi, seguendo le orme di un bue capriccioso che, fuggendo, si tirò dietro molta gente: da quel momento essa si chiamò turkana; avanzò verso sud e, sgomitando, assimilando o cacciando le popolazioni arrivate prima, diede il proprio nome alla terra occupata: Turkwen, terra dei turkana. Il contatto con altre popolazioni ha arricchito la formazione delle loro mandrie: ai soliti bovini hanno aggiunto capre, pecore, cammelli e asini.

HABITAT INFERNALE
Il Turkwen o, come viene chiamato dall’amministrazione statale, Distretto Turkana, misura oltre 61.000 kmq e si trova nella Great Rift Valley: una lunga fossa a circa 600 metri s.l.m., caratterizzata da pianure sabbiose, blocchi rocciosi di 300-400 metri e catene di colline e montagne di origine vulcanica alte fino a 1.600 metri.
La temperatura minima si ferma a 24° e la massima può raggiungere i 42° nei mesi di gennaio-marzo. Le precipitazioni sono scarse e imprevedibili, anche se i turkana continuano a dividere l’anno in akiporo (stagione delle piogge, aprile-agosto) e akamu (stagione secca, settembremarzo). Nel nord cade 100-300 mm di pioggia l’anno; nel sud 300-800; nel centro e nell’est non piove quasi mai. Turkwell e Kerio sono i fiumi principali; altri corsi d’acqua stagionali non sono altro che letti di sabbia, pietre e detriti. La vegetazione è quella tipica della savana: acacie spinose, cactus, sisal, palma dum, specie lungo i corsi d’acqua, e cespugli spinosi qua e là tra sassi e sabbia. In tale ambiente infernale, nulla è dato gratuitamente; tutto ciò che si ha, o si vuole avere, deve essere faticosamente conquistato e difeso, aggredito e vinto. Altrimenti si soccombe. Qui i turkana hanno sviluppato carattere e cultura, orgogliosi del proprio isolamento, accresciuto dalla fama di guerrieri spietati che si portano addosso.
Da sempre, infatti, essi compiono razzie di bestiame: fa parte del loro sistema economico, giustificato da un mito tramandato da una generazione all’altra: Dio ha dato ai loro antenati, e solo a loro, tutto il bestiame domestico esistente nel mondo; per cui, razziare il bestiame altrui non è pelle, abbellite da teorie di perline multicolori. Famosi sono i fabbri turkana: estraggono il ferro da una roccia speciale e modellano armi e utensili. Oltre alle classiche lance e frecce dei popoli nomadi, essi fabbricano il micidiale bracciale: infilato al polso e coperto da una sottile guarnizione di cuoio, sembra un ornamento; ma liberato da essa, svela il suo vero scopo: è un’arma che non lascia scampo. Caratteristici sono pure i loro bastoni da combattimento: sembrano comuni canne decorate; ma dovunque colpiscono le decorazioni lasciano il segno. Nei loro ornamenti, donne e uomini rivelano un vasto campionario d'inventiva, gusti, significati suggestivi e altro. Le fogge dei capelli sono totalmente differenti da quelle samburu; collane, orecchini, pendenti e altri ornamenti femminili distinguono le nubili dalle sposate e indicano differenti situazioni familiari: nascite e lutti, vedovanza e lontananza del marito. Oltre alla perforazione dell’orecchio, è praticata quella del labbro inferiore, per inserirvi un monile metallico. Armi, utensili, ornamenti e oggetti artigianali hanno per la gente un valore puramente pratico, senza escludere quello estetico; ma da quando i bianchi hanno cominciato ad apprezzarli come souvenir turistici, i turkana hanno fatto un balzo nell’adattamento alla «civiltà industriale».

SOCIETÀ DEL BESTIAME
L’intera etnia turkana è divisa in 12 clan, con usi e rituali propri, e 25 sezioni sparse in tutto il distretto, con regole esogamiche. Tutti i maschi sono divisi in due grandi gruppi: ngimoru (pietre) e ngirisae (leopardi), distinguibili da segni decorativi in occasione di feste. L’appartenenza è alternata tra padre e figli: se il padre è ngimoru, i figli saranno ngirisae e viceversa. Col matrimonio le donne entrano nel clan e gruppo del marito. Ma clan, sezioni e gruppi non rivestono particolare significato sul piano socio-economico, poiché non posseggono bestiame proprio. Cuore e centro del sistema sociale turkana è l’ekal, famiglia estesa: un nucleo indipendente, economicamente autosufficiente e geograficamente distinun crimine, ma significa semplicemente riprendersi ciò che è proprio per diritto divino e primordiale. Se a tale giustificazione si aggiunge il prestigio di uccidere uno o più nemici, ostentato con speciali decorazioni e cicatrici sul petto, si comprende come i turkana si siano guadagnati la fama di guerrieri coraggiosi e sanguinari; anche se negli ultimi anni si sono dati una calmata, sia per convinzione, sia perché le popolazioni circostanti si sono rifornite di armi da fuoco (vedi riquadro).

ADATTARSI O SPARIRE
Dote fondamentale dei turkana, modellata dalle difficoltà ambientali, è il grande spirito di adattamento. Pur conservando vari usi e costumi del gruppo originario karamojongjie (modi di vestire, decorazioni e fogge di capelli, rituali e tipi di alleanze), i turkana hanno abbandonato tante pratiche classiche dei popoli nilotici, come la circoncisione sia maschile che femminile; le classi di età, l’importanza dell’autorità degli anziani e della divisione clanica. Il rapporto con il bestiame, soprattutto, è essenzialmente pratico, ben lontano dalla simbiosi psicologicasacrale dei samburu.
Quando, per motivi di sopravvivenza, migrano nelle città o altri territori tribali, i turkana accettano di ripristinare la circoncisione o adottano le tradizioni del nuovo habitat. Unici tra i pastori nomadi, i turkana non si vergognano di «piegare la schiena» per zappare e coltivare la terra, appena le rare piogge ne offrono l’opportunità, né di avvantaggiarsi d’ogni cosa commestibile: uova, pesce, pollame e carne di animali selvatici, cibi rigorosamente tabù per le altre popolazioni pastorali. Fanno eccezione le carni di cane e iena. Poiché le difficoltà aguzzano il cervello, i turkana hanno imparato a usare tutte le risorse offerte da un ambiente ostile. Legno, pelli, cuoio, avorio, metalli, zucche, semi, ossa, corna, zoccoli, unghie, piume ecc.... nulla è buttato, ma trasformato in utensili, ornamenti e altri oggetti di artigianato. Solo la tessitura non è praticata, per mancanza di fibre vegetali. In compenso, le donne sono abili nel lavorare il cuoio, con cui confezionano caratteristiche sottane di to, formato da padre, moglie (o mogli), figlie non sposate e figli con relative mogli e prole; ma può essere estesa a parenti e affini. Il padre è padrone assoluto (ekapolon) del bestiame, che non sarà spartito tra i figli fino a quando egli è in vita. Nella vita quotidiana sono importanti i rapporti di vicinato: differenti ekal possono aggregarsi, formando un villaggio sparso, in una comune area di pascolo, per aiutarsi a vicenda nella ricerca di acqua, custodia del bestiame e assistenza reciproca in ogni eventualità. Nel vicinato si realizza l’organizzazione politica dei turkana, dando vita a un microcosmo di consigli di anziani, con potere decisionale circa la soluzione dei problemi che emergono dalla vita quotidiana. Tali consigli non sono stabili, poiché un ekapolon può emigrare dal villaggio in qualsiasi momento verso altre zone di pascolo e non incontrare più i vicini per tutta la vita. Altra importante struttura organizzativa è la «società del bestiame»: è un’alleanza tra uomini discendenti dallo stesso antenato, parenti, affini e amici, con l’impegno di procurare, dare o ricevere animali quando uno dei soci ha perduto il bestiame o si trova in qualche grave necessità, come il matrimonio.

MA QUANTO MI COSTI!
Più delle strutture, sono gli eventi della vita a ricoprire un ruolo importante nella vita turkana: iniziazione e matrimonio, nascita di un figlio e morte dell’ekapolon. Bambini e ragazzi hanno il compito di pascolare e difendere il bestiame dell’ekal fino al giorno dell’iniziazione (esapan). Questa avviene all’età di 15-20 anni, con un gruppo consistente di candidati, nella stagione umida, quando il cibo abbonda. Il rituale è ridotto all’osso: abolita la circoncisione, esso consiste nel «sacrificio dell’esapan»: a turno gli iniziandi devono uccidere un animale (toro o caprone) con un colpo di lancia preciso, per dimostrare la propria forza e abilità. Poi gli anziani li spalmano con il contenuto dello stomaco della vittima e spruzzano su di loro saliva e acqua, simbolo di vita e di benedizione. I rituali proseguono con festeggiamenti e abbuffate di carne. Infine ogni giovane si reca dal padrino che, dopo avergli trasmesso il bagaglio morale, le tradizioni dell’etnia e acconciato la capigliatura, gli consegna il necessario di un autentico turkana: lancia, clava, poggia-testa, braccialecoltello, anello, sandali nuovi. Ora il giovane è diventato un guerriero: deve respingere i nemici, condurre la mandria in pascoli lontani e partecipare alle razzie.
Verso i 30 anni, il giovane può sposarsi e così raggiunge un secondo grado di maturità. Ma è un processo lungo e complesso. Iniziato il corteggiamento e ottenuto il consenso della ragazza, in genere ancora adolescente, il giovane deve ottenere l’approvazione del padre. Se esso è positivo, il genitore si reca con gli anziani alla casa della famiglia della sposa e avvia il contratto matrimoniale.
È questo il punto cruciale, dove la «società del bestiame» si rivela provvidenziale. Il prezzo della sposa, infatti, può raggiungere i 40-50 capi di bovini e cammelli, 100-150 di pecore e capre, un discreto numero di asini e beni di uso immediato (coperte, tè, zucchero, tabacco). Domanda e offerta subiscono sconti durante la contrattazione; ma la somma rimane sempre alta; e non è scontato che il padre sia disposto a sborsarla, specie se vuole procurarsi un’altra moglie: da qui la necessità di rivolgersi a zii, affini e amici.
Raggiunto l’accordo tra le due famiglie sul prezzo da sborsare, lo sposo chiama alcuni amici e rapisce la ragazza. La sposa è consenziente, naturalmente; ma il rapimento deve avvenire col maggiore baccano possibile: la ragazza grida e si divincola per mostrare l’attaccamento ai genitori; i rapitori devono fare apparire che si tratta di un bottino di razzia, tanto per non smentire la propria fama. A colpo fatto, gli anziani benedicono gli sposi, che cominciano a convivere. Riprendono le trattative tra le due famiglie per la consegna del bestiame, che generalmente viene fatta a rate. La prima deve essere la più consistente, perché i parenti della sposa acconsentano alla cerimonia definitiva: l’uccisione del bue. Con questa cerimonia viene sancita la legittimità del matrimonio a tutti gli effetti, anche se il pagamento delle altre rate durerà molti anni o tutta la vita.

RELIGIONE... INTERESSATA
I turkana hanno la certezza di un Dio chiamato Akuj (cielo): benevolo, onnipotente, unico (senza mogli e figli), onnisciente... ma è alquanto lontano. Presente al tempo delle origini, non si interessa troppo delle faccende umane, pur rimanendo sempre sorgente della vita e del destino di ogni essere. A volte Dio comunica, attraverso il sogno, in vista di necessità collettive, mediante uomini scelti, come l’emuron, personaggio fondamentale nella società turkana, che riveste il ruolo di sacerdote, mago, medico e divinatore. I turkana si avvicinano ad Akuj ed esprimono la loro dipendenza, seppure raramente, con preghiere e sacrifici, in caso di calamità collettive, malattia di anziani e altre circostanze dettate dalla tradizione. Si ha il «sacrificio per la pioggia», con l’uccisione di un bue in caso di siccità prolungata; si sacrifica un toro (o caprone) al rientro del bestiame dalle alture o per scongiurare la moria degli animali.
Oggetto della preghiera, guidata dagli anziani o dall’emuron, sono realtà concrete: pioggia, acqua, cibo, aumento di figli e bestiame, salute delle persone; ma anche pace, armonia, concordia tra gli anziani. Inoltre, l’universo turkana è popolato da entità benevoli o malevoli, da un gran numero di spiriti della natura e spiriti dei morti. La loro potenza è limitata, ma è sempre meglio tenerli a bada con una serie di rituali, formule di scongiuro, amuleti e talismani, piccoli gesti di rispetto: un pizzico di tabacco, libagioni di latte e acqua.
Infine, accanto all’azione di Akuj e degli spiriti, i turkana credono in realtà soprannaturali impersonali, controllabili dagli specialisti: maghi e indovini, possessori di poteri positivi o distruttivi. Ne esistono parecchi, ma il più popolare, stimato e temuto, è l’emuron, spesso molto ricco, grazie al contributo in bestiame che riceve per le sue prestazioni. Personaggio caratteristico, presente in quasi tutti i villaggi, è il «lanciatore dei sandali»: dalla posizione che tali arnesi assumono in volo e nella ricaduta, egli diagnostica le cause di un’anomalia e dà la risposta al problema che gli viene presentato.
(*) Cfr. anche: Achille Da Ros, Noi, i Turkana, Emi, Bologna, 1994.


PASSARE TRA LE DITA EL MOLO
quei «poveri diavoli»


Fisico malsano, endemica debolezza ossea, labbra macchiate, denti scoloriti... una trentina di anni fa gli el molo contavano un centinaio d’individui, destinati a scomparire per carenze alimentari e matrimoni tra consanguinei. Apatia e sregolatezza facevano il resto: sembrava che la gente avesse deciso di darsi alla pazza gioia prima di sparire. Con la fondazione della missione di Loyangallani, le cose cominciarono a cambiare sia dal lato umano che morale: medicine, igiene e aiuti alimentari fermarono la moria; i matrimoni con turkana e samburu hanno portato un ricambio di sangue e, in pochi anni, gli el molo sono più che raddoppiati.

INSEGUITI DALLA SFORTUNA
Per molto tempo gli el molo sono stati denominati, anche nei censimenti ufficiali, come ndorobo o dorobo, storpiatura europea di il torobo, poveracci: nomignolo con cui i maasai indicavano una ventina di gruppetti etnici, el molo compresi, sprovvisti di armenti e costretti ad arrangiarsi con altre attività, come caccia e pesca. La loro vita e attività giornaliera non potevano essere descritte con una parola più significativa. Probabilmente anche il termine cuscita el molo (o ol molo) significa la stessa cosa: «pescatori del lago». Recenti studi etnologici, infatti, li classificano tra i cusciti e non più nilo- camiti, come erano ritenuti fino a pochi anni orsono. Si tratta infatti di un gruppo cuscita orientale che, spinto dai somali 500 anni fa, raggiunse l’estremo nord del Kenya e si stabilirono lungo la sponda orientale del lago Turkana.
Attacchi, vessazioni e persecuzioni da parte di altre etnie circonvicine continuarono a restringere il loro territorio, cacciandoli sempre più a sud e costringendoli a trovare scampo su minuscole isole. Finché la piccola comunità sopravvissuta, ritornò a costruire i loro villaggetti sulla terra ferma, di fronte alla cosiddetta «isola delle capre» o più realisticamente «isola del non ritorno». Più dei feroci predatori di un tempo, sembra che sia la natura ad accanirsi contro gli el molo. Tutto il territorio, dove la precipitazione annua non supera i 50-60 mm, non offre che pietrame, con pochi cespugli spinosi e palme dum. Pur mitigato da venti che soffiano notte e giorno, il caldo raggiunge e supera facilmente i 45°. Anche per le capre diventa ardua fatica trovare qualcosa da brucare. E se le piogge falliscono, allora è tragedia per gli animali e per la gente tutta. Da quando si è cominciato a misurare regolarmente il livello del lago Turkana, si è scoperto che esso scende di 30 cm l’anno: fenomeno preoccupante per il futuro degli el molo.

ADDIO CULTURA ANTICA
Oggi essi costituiscono una delle più esigue etnie del Kenya. Secondo etnologi e missionari, gli el molo puro sangue sarebbero una quarantina; quelli con sangue turkana e samburu oltre 200 individui. Mescolanza di sangue e contatti con altre etnie hanno provocato un processo di acculturazione, specialmente tra i giovani, in cui è difficile distinguere gli usi e costumi originari. Pochi anziani conoscono la lingua el molo; mentre la gioventù è passata al samburu o turkana e non capisce più neppure i canti tradizionali. I guerrieri samburu, soprattutto, hanno affascinato i giovani el molo, almeno nel passato, arruolandosi nelle loro classi di età e tingendo la capigliatura con ocra rossa. Da questa stessa etnia sono copiati vestiti e abbigliamenti femminili. Ornamenti originali delle ragazze sono costituiti da dischetti di guscio d'uovo di struzzo, oppure da rozzi monili di spine e pinne di pesce. A volte si fanno collanine di conchiglie, alle quali è legato un valore sacrale. Unico capo di vestiario che resiste è il selah: una specie di gonna aperta ai fianchi, fatta di funicelle attorcigliate, indossata da donne e ragazze specie quando vanno a pescare. Gli uomini, invece, seguono la moda turkana, sia nel vestire che nell'acconciatura dei capelli: parrucca fatta con peli e pelle di vacca o piume di struzzo.

CACCIA... A DIO IPPOPOTAMO
Quella degli el molo è essenzialmente una vita di pescatori: sono abilissimi nell'uso di arpioni, lenze e reti o nasse, quanto coraggiosi nello sfidare le onde del lago, a volte gigantesche, con una zattera composta da due tronchi di palma dum, legati insieme da corde vegetali. L'arpione è la loro unica arma tipica: è fatto di un pezzo di ferro, a cui è fissata una corda vegetale, che permette di recuperare l’arnese e tirare la preda verso la zattera. Il lungo manico è ricavato dalla radice di acacia, raccolta in luoghi esenti da tabù. D’uso comune sono le reti fatte con fibre della solita palma dum, come pure quelle europee, nonché un tipo di nassa che essi chiamano «rete dei turkana». Naturalmente la dieta degli el molo è basata essenzialmente sul consumo di pesce, soprattutto pesce persico e tilapia. Coccodrilli, tartarughe e ippopotami procurano a volte un apprezzatissimo cambio nel menù. Il pesce è di solito arrostito sul fuoco, oppure viene tagliato a strisce ed essiccato al sole, per poi essere rammollito in acqua e bollito in pentolini di recupero.
Il dattero di palma e bacche di sokotei costituiscono il secondo nutrimento, specie per i giovani. Marginale è il consumo di latte, fornito dalla modesta quantità di bestiame, allevato per scambi matrimoniali. La carne d’ippopotamo è considerata nutrimento di prima classe e, quando ne sentono il bisogno, gli el molo organizzano tutti insieme battute di caccia in grande stile. È sempre un’impresa pericolosa, rivestita di senso mitico: l’ippopotamo è considerato quasi una divinità, un dio che dona la sua stessa vita per la buona salute del «popolo del lago». L’ippopotamo è al centro di una speciale cerimonia, detta ngwere, celebrata ogni due o tre anni a Moite, 65 km dagli usuali accampamenti. In tale festa vengono ricordati gli antenati con danze e canti, accompagnati dallo sbattere di due bastoncini. Il capo gruppo spiega le parole dei canti, dato che pochi ormai conoscono la lingua.
Quando viene aperta la caccia al pachiderma, i giovanotti vengono frustati dai vecchi, per stimolarli alla ricerca dell'animale. Una volta localizzato, il giovane prescelto deve lanciarglisi contro con coraggio, se non vuole buscarsi altre frustate. L'uccisore dell'ippopotamo diventa una persona tabù: per tutta la durata della cerimonia non potrà cibarsi della carne della vittima; in compenso è acclamato come eroe della festa e avrà diritto a fregiarsi di un amuleto fatto di osso dell'animale, appeso al lobo dell'orecchio.

VITA SOCIALE
Punti fondamentali della vita sociale degli el molo sono la circoncisione maschile e femminile. Quest’ultima avviene lo stesso giorno del matrimonio, come tra i samburu, dai quali probabilmente hanno copiato il rito.
Una volta, la dote, versata dallo sposo al suocero o alla parentela della sposa, ammontava a quattro pali di palma dum per costruire la zattera, un arpione da pesca e una rete di funicelle; attualmente, da quando sono permessi i matrimoni con turkana o samburu, tale pagamento consiste in qualche mucca e capra. Alla sposa, poi, il giorno del matrimonio, viene dato un nuovo nome da parte del marito. Compito dell'uomo è badare alla pesca e al pascolo, per chi possiede bestiame. La donna si occupa della costruzione della capanna, cura dei figli, provviste di acqua e quant’altro concerne la misera cucina. La società el molo è acefala, anche se si pratica un certo rispetto per l’anziano, eminente per doti umane e sacrali.
Ogni nascita è salutata da preghiere a Wacq (Dio), nell'ambito della famiglia, senza partecipazione del clan. A differenza di altri popoli, gli el molo accettano con gioia i parti gemellari. La morte è considerata un ritorno presso Wacq. Gli adulti vengono sepolti fuori del villaggio, vicino al lago, e il tumulo è ricoperto di pietre. Poi tutto il villaggio si sposta dal luogo dove sorgeva.


GABBRA
pace, pioggia e lunga vita


Pelle color rame, corpi longilinei e volto dai lineamenti asciutti e fini non lasciano dubbi: i gabbra (*) sono uno dei tanti gruppi cusciti della grande famiglia oromo (Etiopia), con i quali condividono lingua e cultura pastorale. Dai somali hanno attinto elementi arabo-musulmani e la predilezione per i cammelli, che assumono rilevante importanza economica, sociale e rituale. Abitano a cavallo del Kenya ed Etiopia. La zona kenyana (35.000 kmq) si estende dalla sponda orientale del lago Turkana fino al centro abitato di Marsabit ed è popolata da oltre 25 mila gabbra, 36 mila cammelli, 9 mila bovini e 360 mila tra pecore e capre.

VAI DOVE TI PORTA IL VENTO
Il territorio dei gabbra è un immenso tavolato dove steppe e savane, disseminate di arbusti spinosi ed erbe secche, si alternano a deserti di pietraie e polvere lavica, circondate da rilievi rocciosi e ammassi morenici di origine vulcanica, simili a enormi palle di cannone arrugginite. Il turista che vi si avventura nella stagione secca non può sottrarsi all’impressione di essere capitato in una solitudine sconfinata, soprattutto di fronte al deserto del Chalbi, incrostato di sale, regno assoluto della fata morgana. Chi invece vi arriva durante la stagione umida (marzo-aprile e novembre) e vede scrosciare le piogge, lo scorrere tumultuoso di torrenti in piena, lo spuntare rapido dei fiori, pianura e monti ricoprirsi di verde, può comprendere perché i gabbra amino questa terra. Conservatori come tutti i popoli pastori, quella dei gabbra è l’etnia kenyana meno toccata dall’occidentalizzazione. Cultura e strutture sociali sono mirabilmente adattate all’habitat, lasciandolo intatto come è da millenni. Lavoro e vita sono guidati dalla natura, dai ritmi lunghi delle stagioni, gestazioni e crescite. I gabbra comprano dal fabbro accetta, lancia, coltello, scalpello per lavorare il legno; per il resto sono indipendenti e ricavano quanto occorre loro da ciò che offrono la natura e il mondo animale.
Attività principale è la pastorizia, accompagnata da un semplice artigianato per uso domestico: sedie, recipienti, coppe, manici, bastoni, borse, cordami.
L’abitazione soprattutto rivela lo spirito di adattamento dei gabbra. Costruita con materiali vegetali e pelli, pianta circolare di 3-4 metri di diametro, struttura a cupola, essa è facilmente montabile e smontabile, per essere trasportata quando, alla ricerca di acqua o nuovi pascoli, essi migrano liberi e leggeri come il vento, che corre libero e gagliardo, inebriato dagli spazi immensi. La terra appartiene a tutta l’etnia; il bestiame è proprietà dei capifamiglia. Tutti hanno diritto di accedere ai pozzi: la priorità può essere riservata a chi ha costruito o riparato il pozzo; gli altri si attengono pazientemente e rigorosamente ai turni decisi dagli anziani. Inoltre, prima si abbeverano le bestie, poi le persone.

ATTÀCCATI AL TRENO!
La famiglia (worra), per lo più monogamica, è il fondamento della società dei gabbra. Essi vivono in villaggi (olla) di una ventina di capanne, disposte in fila o in semicerchio, circondate da una siepe di rami spinosi con due entrate. Accanto alla capanna ci sono i recinti del bestiame. In ogni villaggio l’assemblea degli anziani, raccolta sotto un albero, cura gli affari di politica, amministrano la giustizia e dirimono le questioni comunitarie: ricerca di nuovi pascoli, migrazioni, dispute, date di celebrazioni, turni di abbeveramento degli animali, epidemie, pericoli di attacchi nemici. Nel consiglio emerge la figura dell’«abba olla» («padre del villaggio»), con funzioni di guida, proporzionate alle doti personali. Un’unità più vasta raggruppa i discendenti da un capostipite comune e non lontano nel tempo. I membri del lignaggio sono tenuti ad aiutarsi a vicenda, specie in caso di vedovanza, razzie subite o carestie. Il clan o sezione (gosa) è alla base dell’organizzazione della vita. Sono cinque: Alganna, Galbo, Gara, Odola e Sharbanna. Il principio di discendenza è patrilineare: ogni gabbra sa fin da fanciullo a quale gosa appartiene suo padre e quindi egli stesso. Il ricordo del nome degli antenati si spinge fino alla 10a generazione. Ogni clan si organizza come unità sociopolitica, in molti aspetti autonoma, con funzioni rituali e costumi propri, con un gruppo di anziani responsabile dell’andamento generale e particolari funzioni giudiziarie, per dirimere i problemi di difficile soluzione. Questi anziani risiedono in un villaggio sacro, detto yaa, dove sono custoditi gelosamente i simboli sacri clanici: tamburo, corno e bastoncini per l’accensione del fuoco. Ma la struttura socio-politica più tipica dei gabbra è la classe di età (luba), uno dei più affascinanti modelli socio-politici dell'Africa. In tale sistema ogni generazione assume, via via, compiti e funzioni dapprima privati (farsi la propria famiglia), poi sociali, politici e religiosi (ordinare la cosa pubblica e celebrazione di riti), per restringersi, infine, in un gruppo con funzioni di consiglio e rappresentanza. Il sistema delle classi di età tra i gabbra può essere paragonato a un treno in corsa, composto da 10 vagoni, in cui viaggiano tutti i membri dell’etnia, eccetto i ragazzi non ancora iniziati e le ragazze nubili; in ogni carrozza ci sono i componenti di una stessa classe. Ogni 8 anni il treno si ferma e tutti i passeggeri passano dal proprio vagone a quello precedente, lasciando libero l'ultimo, sul quale salgono i giovani, che cominciano così il loro cammino nella vita sociale.
Tale fermata, o passaggio di classe, viene celebrata con grande enfasi, specie per gli anziani, ai quali sono conferiti i poteri rituali, prestigio sociale e custodia delle tradizioni. La circoncisione dei giovani, invece, di solito avviene nell’adolescenza senza che l’evento sia solennizzato.

PACE E PIOGGIA
I gabbra credono in un unico Dio, chiamato Waqa, che significa cielo e fenomeni atmosferici. Egli è signore della vita e della morte e sanzionatore del male. La religione è piuttosto ritualistica, basata sulla natura, ordinata ai bisogni dell’uomo ed espressa in riti, cerimonie, sacrifici, feste, danze, canti e benedizioni. I gabbra non conoscono altro intervento di Dio se non quello che egli compie nella natura e nella vita. Le sue parole sono pioggia, stagioni, nascita dei figli, morte, malattie, ritmo del tempo, prosperare degli uomini e animali.
In genere si prega per ottenere, non per glorificare. L’uomo è il centro di attenzione: si chiede pioggia, pace, figli, salute. I riti si svolgono in un’atmosfera di serenità, tanto più che sono sempre feste sociali. Nelle preghiere si usa il passato: per invocare la pioggia si dice: «Qui è piovuto »; per chiedere la pace: «Noi siamo uomini di pace» (vedi riquadro). Pioggia e pace sono due valori fondamentali della società gabbra, espressione del modo di porsi in rapporto con la natura, con Dio e con gli altri.
Tra i gabbra non c’è parola più ripetuta del termine nagaya (pace) nel senso più vasto del termine: armonia, ordine, sereno compimento del proprio lavoro, intesa e accordo tra i membri del villaggio, crescita ordinata degli animali, celebrazione regolare di feste e riti, libertà da attacchi nemici, malattie, carestie. In un ambiente dove la precipitazione non supera i 200 mm l’anno e non è sempre puntuale, la seconda parola più ricorrente in conversazioni e preghiere è bokaya, pioggia, attesa con spasmodica pazienza. L’attesa è la logica dei gabbra. Non si tratta di inerzia o fatalismo, ma di semplice fiducia in Dio, poiché da lui tutto dipende: da Waqa viene la pioggia, dalla pioggia l'erba, dall'erba il latte, dal latte la vita.

L’ISOLA... CHE NON C'È
Pioggia e pace, dunque. Due valori che potrebbero far pensare alla società gabbra come un'isola di uomini felici. In realtà istinto di aggressività e desiderio di trionfare sul nemico, difficoltà ambientali, tensioni provenienti dalla vita quotidiana e dal contatto con altre culture creano non pochi problemi. Essi desiderano e invocano la pace per la propria etnia; ma diventano aggressivi e spietati con le tribù vicine, fatta eccezione per i borana, loro fratelli e di cui parlano la lingua, e a volte per i rendille. Nemici tradizionali sono samburu e shangilla. L'esaltazione del valore viene espressa in riti e canti che inneggiano al coraggio, alla vittoria e vendetta. L'uccidere un nemico è gloria imperitura in seno alla società; un grosso anello d'avorio orna il braccio dell'uccisore; le donne esaltano il guerriero e gli mettono al collo una delle loro collane dicendo: «Ne hai ucciso uno, uccidine un secondo!». I gabbra lasciano la caccia di gazzelle e antilopi ai wata: una classe di uomini di origine straniera guardata con un certo disprezzo; mentre provano coraggio e bravura uccidendo gli animali più pericolosi: leoni, elefanti, rinoceronti.
Tale orgoglio viene espresso anche nel canto: «Leone solitario! Hai la criniera come la chioma di una giovane donna. Ma quando da lontano fai sentire la tua voce chi non ha coraggio dice: son morto! Leone solitario, mi hai irritato. Sono sceso dalla collina e t'ho finito».
(*) Cfr. Paolo Tablino, I gabbra del Kenya, Emi, Bologna 1980.


BORANA
pacifici, ma non pacifisti

«Dio creò l’uomo e un elefante, li pose in un meraviglioso giardino; tutti i giorni passeggiava con loro. Nel giardino c’era un fiume d’acqua limpida; ma l’elefante la intorbidiva e non ascoltava né Dio né l’uomo che gli dicevano di non farlo. Allora l’uomo uccise l’elefante. Dio si stizzì per tale gesto e cacciò l’uomo dal giardino. Per questo i borana vivono nella disperata ricerca d’acqua, seminomadi in un semideserto». Dal «paradiso perduto» alla dura realtà presente: il breve mito racchiude secoli di storia.

RITORNO ALL’INFERNO
In un tempo imprecisato, popolazioni dell’alto Egitto migrarono nelle regioni montagnose dell’Etiopia meridionale. Non era il paradiso, ma ce n’era quanto bastava per fermarsi stabilmente, dedicandosi all’agricoltura, ma senza dimenticare l’allevamento dei bovini. Così nacque l’etnia cuscita (o camitica) degli oromo. A partire dal secolo XVI, la crescita demografica e la diminuzione di terre produttive causarono frizioni e lotte, anche sanguinose. Molti oromo si staccarono dal ceppo originario e ripresero a migrare, dando origine a circa 200 gruppi di differente consistenza numerica, gelosi della propria autonomia, pur conservando lingua e tradizioni culturali. Alcuni si spinsero verso est, ma furono ricacciati dai somali. Costretti a migrare verso sud, occuparono le regioni ai piedi dell’acrocoro etiopico e continuarono a coniugare agricoltura e allevamento.
Altri, poi chiamatisi borana, si sparsero nel semideserto, a cavallo tra Kenya ed Etiopia: ambiente più simile all’inferno che al paradiso dei miti delle origini. Nelle immense distese di sabbia e pietraie sono tornati alle antiche abitudini del nomadismo, con un drastico cambiamento economico e culturale: all’allevamento dei bovini hanno aggiunto quello dei cammelli, una volta disprezzati, insieme ai loro pastori.
Oggi i borana contano 4-5 milioni di persone, in maggioranza stanziate in Etiopia; 90 mila circa vivono in Kenya, concentrati nei distretti di Marsabit, Moyale e Isiolo, con altre comunità sparse fino al fiume Tana e al distretto di Garissa.
La sopravvivenza nel semideserto non è facile: a volte la pioggia si fa attendere per anni; negli ultimi decenni solo sei volte è caduta in abbondanza. Ogni anno essi sono costretti a spostare le loro mandrie di capre, pecore, bovini e cammelli da un luogo all’altro, fino a 100 km di distanza, in cerca di pozzi e nuovi pascoli. Varie carestie hanno reso i borana sempre più dipendenti dagli aiuti umanitari, una situazione aborrita da questo popolo orgogliosamente abituato alla propria autosufficienza.

«PACE BORANA»
Il termine borana significa «amico, persona gentile». Il peggiore rimprovero a una persona che si comporta male è: «Non sei borana!». La coesione etnica è il massimo ideale, che va sotto il nome di nagya borana: pace borana. Di fatto essi sono un popolo pacifico: la pace all’interno dell’etnia è un valore sacrosanto e inviolabile. Ma anche con le altre popolazioni del Kenya essi mantengono rapporti cordiali. Ma in passato si sono verificati scontri sanguinosi per difendere i pascoli ed episodi di reciproche razzie di bestiame. La gestione delle risorse ambientali è decisa dagli anziani. Quando i pascoli e le risorse idriche si esauriscono, una delegazione si reca nei villaggi che hanno ancora l'acqua per chiedere il permesso di accedere. In quell'occasione vengono concordati il numero di mandrie e il periodo nel quale è consentito l'accesso. I borana hanno un grande senso comunitario: se un membro della comunità è in difficoltà, tutti gli altri sentono il dovere di aiutarlo. Per questo vige tra loro un’assistenza reciproca su basi quotidiane. Ne è esempio l’approvvigionamento d’acqua, elemento vitale per la gente e gli animali: un lavoro che a volte richiede decine di persone.
Il rifornimento avviene ogni mattina dai cosiddetti «pozzi che cantano ». Scavati in un’arida valle, essi penetrano verticalmente nel terreno fino a 4-5 metri. Alcuni uomini scendono nel fondo del pozzo e, immersi nel fango fino al torace, raccolgono l’acqua melmosa in secchi fatti di pelle di giraffa e li passano agli uomini in bilico su speroni di roccia lungo le pareti. Raccolta d’acqua e passamano di recipienti vuoti e pieni avvengono con tutto il tempismo e la destrezza di un gioco di prestigio e con movimenti sincronici ritmati dal canto.

VIVA LA DEMOCRAZIA
I borana sono parenti stretti dei gabbra, tanto da assomigliarsi anche fisicamente: corporatura longilinea, pelle bruno-rossiccia e volto asciutto. Le donne vestono un telo di cotone avvolto attorno al corpo e un velo sul capo; dopo il matrimonio si acconciano i capelli con numerose treccine. Ornamenti in alluminio, ambra e rame, completano l'abbigliamento in forma di collane, bracciali e cavigliere. Gli uomini indossano larghi pantaloni, un telo sulle spalle e un turbante, tutti in cotone bianco.
Nella costruzione dell’abitazione grabbra e borana si somigliano: capanna a cupola e pianta cilindrica; con la differenza che i borana coprono il tetto con paglia e fango; i gabbra con pelli di animali. Le due etnie parlano pure la stessa lingua. Più case formano un villaggio, che si sposta in accordo con le esigenze di pascolo. Alle donne spetta il compito di smontare e ricostruire la casa nei vari spostamenti. La società borana è strutturata in clan patrilineari ed esogamici e in classi di età (gada); ma il loro sistema è più complesso e... democratico di quello gabbra.
Non il singolo né certi uomini soltanto curano la cosa pubblica, ma tutti, a loro tempo, esercitano le loro responsabilità in gradi e classi, dai «fanciulli sacri», ritenuti portatori di benedizioni, a quello degli «anziani sacri», passando per i gradi dei ragazzi tenuti in casa, i giovani che vanno a pascolare lontano, i giovani guerrieri (cusa), i guerrieri veri e propri (raba), i dirigenti e gli anziani. Il passaggio da una classe all’altra avviene ogni otto anni: due di esse sono festeggiate in modo solenne: quelli che segnano l'ingresso al sesto grado d'età, caratterizzato dall'esercizio del potere, verso i 40 anni, e l’ultimo grado, l’entrata nella classe degli anziani sacri. Per l'occasione tutti gli interessati si riuniscono in una data località, sempre la stessa; costruiscono un grande villaggio semicircolare, attorno a un recinto, in cui il bestiame viene temporaneamente tenuto in comune. I borana hanno una struttura organizzativa molto attiva: nonostante le distanze, le informazioni relative alle leggi dei borana e alle decisioni prese dai dirigenti, anziani e abba gada (punto di riferimento per tutti i borana) vengono trasmesse da una fitta rete di comunicazioni verbali, che mantiene in contatto tra loro i villaggi, anche quelli oltre il confine.

AUGURI E... FIGLI MASCHI
Nella classe dei raba (guerrieri) si entra verso i 30 anni e dura una dozzina d’anni: loro compito è quello della guerra. Per otto anni non possono sposarsi né avere figli, per essere liberi nei loro spostamenti. Qualora ci fossero, vengono abbandonati. Passati gli 8 anni possono avere figli, purché siano maschi; ma vengono allevati fuori casa, finché il padre non esca dal grado di raba, e sono affidati ai wata, un gruppo di persone che vive tra gabbra e borana con usi e costumi particolari. Se nascono femmine, vengono abbandonate. L’infanticidio è ancora oggi praticato, anche se tale costume sta cambiando: il sentimento naturale sta prevalendo sul costume e la prole, anziché soppressa viene affidata a persone di differente etnia. Negli ultimi anni del raba, il guerriero deve pensare a formarsi una famiglia: compie numerose visite alla famiglia della ragazza prescelta, recando doni in tabacco, caffè o bestiame. Prima di ottenere il consenso, egli viene volutamente fatto attendere per lungo tempo.
Ottenuto l’ok, viene celebrato il fidanzamento; dopo breve tempo, sborsati quattro bovini alla famiglia di lei, seguono le nozze, che si svolgono in parte nel villaggio della sposa, in parte in quello dello sposo. A celebrazioni concluse, la convivenza dei coniugi ha inizio nel villaggio del marito. Questi è tenuto a evitare la suocera.
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