Per una società senza strozzini

INTRODUZIONE

Se, qualche anno fa, avessimo dovuto rispondere a bruciapelo alle domande «chi è Muhammad Yunus?» e «dove si trova il Bangladesh?», forse saremmo stati in difficoltà.
Oggi, grazie a giornali e tivù, un discreto numero di persone conosce il professor Yunus per aver letto il libro dal titolo provocatorio «Il banchiere dei poveri», Feltrinelli, Milano 1998; di conseguenza ha appreso pure che il Bangladesh è una repubblica indipendente, nata nel 1971 dalla secessione del Pakistan orientale.
Yunus, nato e cresciuto a Chittagong, in Bangladesh, ha insegnato economia in università americane e nel suo paese. Però la notorietà del professore si deve alla «Banca Grameen», da lui fondata, che intende finanziare i bisognosi.
Il Bangladesh è tra i paesi più poveri del continente asiatico e del mondo: vive prevalentemente di agricoltura, producendo riso, grano, legumi, oppio, tè, spezie e iuta. La classe dirigente, che dominava il paese all’epoca dell’indipendenza, era mediocre, corrotta, interessata alla scalata al potere, composta prevalentemente di proprietari terrieri, commercianti, piccoli industriali e usurai.
Con la politica del microcredito a tassi ridotti, si è attuata in Bangladesh una rivoluzione pacifica, che ha permesso al 10% della popolazione (12 milioni su 120 milioni) di affrancarsi dalla piaga dell’usura.

In questo «dossier drammatizzato» raccontiamo, dando voce ai protagonisti del libro, la storia della banca «Grameen». Sembrava un’utopia; invece è diventata una realtà che scavalca i confini del Bangladesh e si sta diffondendo in ogni parte del mondo.

Antonio Rossi




Prima scena – Facevo lo scout

Un professore
di economia
all’università
entra in crisi.

Una giornalista della televisione del Bangladesh intervista il professor Muhammad Yunus.

Gioalista.
Questa sera, signore e signori, intervisteremo una personalità del mondo della cultura, un professore universitario, che è diventato famoso per aver fondato «la banca dei poveri»: Muhammad Yunus… Professore, dove è nato e qual è la sua professione?
Yunus.
Sono nato in Bangladesh, (ex Pakistan orientale), vicino a Chittagong, principale porto mercantile del Bengala. Ho 59 anni, sono di religione musulmana e mi sono laureato in economia. Dopo aver insegnato negli Stati Uniti (nelle università di Boulder nel Colorado e di Vanderbilt nel Tennessee), ho diretto il dipartimento di Scienze economiche a Chittagong.
Gioalista.
I suoi genitori hanno influito sulle sue scelte di vita?
Yunus. Mio padre era orafo: è stato un esempio di uomo forte, amorevole e fedele. Mia madre, casalinga, figlia di mercanti, ha cresciuto ed educato otto figli. Proprio grazie a mia madre, al suo amore per i poveri e diseredati, ho scoperto la mia vocazione. Da giovane ho frequentato gli scout e dallo scoutismo ho imparato molte cose: ad elevare la mente; ad essere caritatevole; a coltivare intimamente la religiosità più che a fermarmi agli aspetti esteriori del rito; ad amare e assistere gli altri esseri umani.
Gioalista.
Parliamo ora un po’ della banca «Grameen».
Yunus.
Nel 1977 ho fondato la «Grameen Bank», la «banca del villaggio», poiché «grameen» deriva da «gram», che significa villaggio. La «Grameen» è un istituto di credito indipendente che pratica microcredito ai poveri senza richiedere garanzie.
Gioalista.
Ma come è nata l’idea di dar vita ad una «banca dei poveri»?
Ho avuto, tornando dagli Usa, una forte crisi di identità: ho provato un senso di vuoto quando mi sono chiesto a che cosa potessero servire le belle teorie economiche che insegnavo. Esse avevano una risposta per tutti i problemi, mentre la gente del Bangladesh, del villaggio di Jobra, vicino all’università, continuava a morire di fame all’aperto. L’idea forte divenne questa: devo dare ad un altro essere vivente, specie se tra i più poveri dei poveri, non una teoria bensì un aiuto, anche modesto, ma reale.

Seconda scena
cinque lire al giorno

Sufia ha 21 anni,
tre figli
e costruisce sgabelli
di bambù.

Villaggio di Jobra, vicino al campus universitario di Chittagong. Il villaggio è diviso in tre parti con gente appartenente a religioni diverse: hindù, buddista e musulmana.
Questa è la storia di Sufia, una giovane donna, che sta fabbricando uno sgabello di bambù davanti alla sua casa diroccata. La lavoratrice è accovacciata per terra. Il professor Yunus la incontra con un collega nel 1976.

Yunus. C’è qualcuno in casa?
Sufia. Non c’è nessuno.
Yunus. Non si spaventi, non siamo estranei: siamo vostri vicini, insegniamo qui all’università e desideriamo soltanto rivolgerle qualche domanda.
Quanti figli ha?
Sufia. Tre figli.
Yunus. Questo che ha in braccio è davvero un bel bambino! Lei come si chiama?
Sufia. Il mio nome è Sufia Begum.
Yunus. Quanti anni ha?
Sufia. 21 anni.
Yunus. È suo il bambù che usa per lavorare?
Sufia. Sì.
Yunus. Dove lo prende?
Sufia. Lo compro.
Yunus. E quanto lo paga?
Sufia. Circa 500 lire.
Yunus. Usa i suoi soldi per pagare?
Sufia. No, me li faccio prestare dal rivenditore, il paikar.
Yunus. Dal rivenditore? E quali sono i vostri accordi?
Sufia. Io gli rivendo gli sgabelli confezionati alla fine della giornata; così ripago il debito. Quello che rimane è il mio guadagno.
Yunus. A quanto rivende uno sgabello?
Sufia. A 505 lire.
Yunus. Così il suo guadagno è di appena 5 lire!
Sufia. Sì.
Yunus. E non potrebbe farsi prestare il denaro da altri e comprare lei stessa il bambù?
Sufia. Sì, ma quelli che lo prestano sono commercianti e vogliono molti, molti interessi. Quando ci si lega con quelli, si diventa solo più poveri.
Yunus. Quanto vogliono, in generale, questi individui?
Sufia. Dipende… Talora il 10% a settimana. Ma io conosco un vicino che paga persino il 10% al giorno!

Sufia torna a lavorare; non può permettersi il lusso di perdere altro tempo a parlare. La sua storia dimostra che in tutte le società esistono usurai.
In Bangladesh, nel 1977, gli usurai si erano sostituiti al mercato ufficiale del credito. I poveri (non per loro colpa, ma per carenza di strutture finanziarie e istituzionali) erano inevitabilmente costretti a subire un processo di alienazione che li annullava, sino a spingerli verso il suicidio. Chi riceve a prestito somme da usurai, per rimborsarle dovrà ottenere un altro prestito e poi un altro: la spirale perversa si affranca solo con la morte.
Se la terra è offerta in garanzia agli usurai, questi ne godranno i frutti sino al rimborso totale del debito. Decorso un certo periodo, se il debito non viene estinto, il creditore-usuraio ha il diritto di comprare il terreno ad un prezzo prestabilito.

Terza scena

Un povero
idealista

Tale appare Yunus
al direttore
di una banca
governativa. Poi…

Nel 1976 Muhammad Yunus incontrò a Jobra il direttore della agenzia della banca governativa «Janata». Il professore aveva pensato di rivolgersi al sistema creditizio ufficiale per ottenere prestiti ai poveri.

Direttore di banca. Buon giorno, professore. Cosa posso fare per lei?
Yunus. Ho una proposta nuova da sottoporvi. Vorrei che effettuaste dei prestiti ai poveri di Jobra. La somma che richiedo è irrisoria. Ho già fatto io un prestito di 27 dollari a 42 persone. C’è molta gente che ha bisogno di denaro per poter lavorare: denaro per materie prime…
Direttore. Quali materie prime?
Yunus. Le rispondo: alcuni fabbricano sgabelli di bambù, altri intrecciano stuoie, altri sono conducenti di risciò. Se potessero avere prestiti da una banca a tassi commerciali, riuscirebbero a vendere liberamente le loro merci sul mercato e a trae un profitto sufficiente per vivere in modo dignitoso.
Direttore. È probabile.
Yunus. Oggi sono costretti a lavorare per tutta la vita come schiavi, senza riuscire a sottrarsi al giogo dei grossisti che prestano loro denaro a tassi di strozzinaggio.
Direttore. Sì, conosco l’usura.
Yunus. Ecco perché sono venuto da lei, per chiederle di concedere prestiti a queste persone.
Direttore. Questa è una cosa che non posso fare.
Yunus. E perché?
Direttore. Quella somma iniziale, di cui lei dice che avrebbero bisogno i poveri, non coprirebbe neppure i costi di tutta la pratica. La banca non sta certo a perdere tempo con queste inezie.
Yunus. Inezie? Per i poveri sono somme importanti.
Direttore. Aggiungo poi che tutta quella gente è analfabeta. Non sarebbe neanche capace di riempire i formulari.
Yunus. In un paese, dove il 75% delle persone non sa né leggere né scrivere, l’obbligo di compilare i moduli è ridicolo.
Direttore. Tutte le banche del nostro paese adottano queste regole.
Yunus. Certo. E questo è molto significativo, non le pare?
Direttore. Anche quando una persona versa del denaro, le chiediamo di segnare la cifra su di un modulo.
Yunus. E perché?
Direttore. Come, perché?
Yunus. Perché la banca non può prendere il denaro ed emettere una ricevuta che dice «ricevo la somma tale dal signor tale»? Perché deve essere il cliente a scrivere, e non può farlo la banca?
Direttore. Ma come si può mandare avanti una banca avendo a che fare con gente analfabeta?
Yunus. È semplice. In cambio dei contanti, la banca emette una ricevuta.
Direttore. E che cosa capita quando uno vuole prelevare?
Yunus. Non so. Un modo semplice deve esserci. Per esempio: la persona potrebbe presentare la ricevuta di versamento al cassiere e questi restituirle il denaro. I problemi contabili sono della banca.
Direttore. Non sono d’accordo.
Yunus. Mi sembra che il vostro sistema bancario sia fatto apposta per escludere gli illetterati.
Direttore. Professore, far funzionare una banca non è semplice come lei crede.
Yunus. Può darsi; però sono sicuro che non è neanche così complicato come lei vuol far credere.
Direttore. Guardi che in qualsiasi banca del mondo chi vuole un prestito deve riempire delle carte.
Yunus. Va bene. Allora posso incaricare qualcuno dei miei studenti di riempire i moduli al posto degli analfabeti. Ciò non dovrebbe creare dei problemi.
Direttore. Lei non capisce, professore, che non possiamo assolutamente concedere prestiti a persone che non possiedono nulla.
Yunus. Perché?
Direttore. Perché non offrono garanzie.
Yunus. Perché avete bisogno di una garanzia?
Direttore. È perché vogliamo che il denaro ci sia restituito che chiediamo una dimostrazione di solvibilità.
Yunus. È assurdo. I più poveri dei poveri lavorano 12 ore al giorno: per vivere devono vendere i loro prodotti. Non c’è ragione che non rimborsino, soprattutto se vogliono un altro prestito che consenta loro di resistere un giorno di più. È la miglior garanzia che possiate avere: la loro vita!
Direttore. Ma lei, caro professore, è un idealista, che passa troppi giorni sui libri.
Yunus. Se siete sicuri che il prestito sarà rimborsato, perché avete bisogno di garanzie?
Direttore. Perché questa è la regola.
Yunus. Allora solo chi dà garanzia può farsi prestare denaro?
Direttore. È così.
Yunus. È una regola stupida che fa sì che si presti denaro solo ai ricchi.
Direttore. Non sono io che faccio le regole: è la banca.
Yunus. Comunque io penso che le regole dovrebbero essere cambiate.
Direttore. In ogni caso noi, qui, non possiamo concedere prestiti.
Yunus. Davvero?
Direttore. Sì. L’agenzia riceve soltanto i depositi dell’università e dei docenti.
Yunus. Credevo che le banche funzionassero principalmente grazie ad attività creditizie.
Direttore. I prestiti possono essere concessi solo dalla sede centrale.
Yunus. Intende dire che se io (non i poveri) venissi a chiederle un prestito, lei non potrebbe dar corso alla mia domanda?
Direttore. Esattamente.
Yunus. Così, quando noi nelle aule insegniamo che le banche prestano denaro, diciamo una bugia?
Direttore. Ho solo detto che, per un prestito, lei deve rivolgersi alla sede centrale. Sta a loro decidere in un senso o in un altro.
Yunus. Se ho ben capito, è meglio che parli con i suoi superiori.
Direttore. È una buona idea.

Qualche giorno dopo, Muhammad Yunus si reca alla sede centrale della banca governativa Janata e incontra il direttore.

Direttore della sede centrale. I governi sono fatti per aiutare i più poveri. Ora, se lei trova nel villaggio di Jobra una persona benestante e disposta a farsi garante per il beneficiario del prestito, io penso che in questo caso la banca potrebbe rinunciare a chiedere una garanzia.
Yunus. Anche se ho dei dubbi che sia la soluzione migliore (perché il garante potrebbe approfittarsi della persona a cui offre la copertura), potrei propormi io come garante.
Direttore. Lei in prima persona?
Yunus. Sì. Accettereste che sia io a garantire tutti i prestiti?
Direttore. A quanto ammonterebbe la somma complessiva richiesta?
Yunus. Non oltre 10 mila taka (1 milione di lire).
Direttore. D’accordo. Accettiamo che lei faccia da garante per 10 mila taka. L’avverto che non potrà andare oltre.
Yunus. Però le dico che, se un beneficiario non rimborsasse, io non coprirò il debito!
Direttore. Essendo lei il garante, potremmo obbligarla a pagare.
Yunus. E come mi obblighereste?
Direttore. Potremmo intentare… una causa legale.
Yunus. Sarei curioso di vedere.
Direttore. Professor Yunus, lei sa benissimo che non porteremo mai in tribunale il capo di un dipartimento universitario, che si rende personalmente garante per un poveraccio. I soldi che potremmo ricuperare non compenserebbero la cattiva pubblicità. In ogni caso, il prestito richiesto è una tale miseria che non vale la pena di affrontare tutte le spese di un processo.
Yunus. Beh, la banca siete voi e sta a voi valutare costi e benefici… Sappiate, però, che se c’è una insolvenza io non pagherò.
Direttore. Lei mi rende le cose difficili, professor Yunus!
Yunus. Ne sono desolato, ma anche la banca rende le cose difficili a un sacco di persone, specialmente a quelle che non possiedono nulla.
Direttore. Io sto cercando di aiutarla.
Yunus. La capisco e non la biasimo: il mio contenzioso è con le regole della banca.
Direttore. A questo punto… non posso che caldeggiare la sua proposta presso i superiori della sede della capitale Dhaka. Staremo a vedere che cosa decideranno.
Yunus. Ma lei, direttore regionale, non è abilitato a prendere la decisione?
Direttore. Certamente. Ma il suo caso è troppo poco ortodosso perché lo tratti da solo. Devo chiedere l’autorizzazione dall’alto.

Dopo 6 mesi (dicembre 1976), Yunus ottiene a favore dei poveri l’apertura di credito che ha richiesto. Inizia l’avventura della banca «Grameen».

Quarta scena

Andrete all’inferno

L’opposizione
alla «Grameen»
dei capi musulmani.
Povere donne!

A ll’inizio l’attività dei funzionari della «Grameen» è stata molto difficile, anche per l’ostilità dei capi religiosi (mullah) nelle zone più tradizionaliste del paese… Un funzionario si reca in un villaggio per illustrare alle donne il finanziamento. Ma incontra il mullah.

Mullah. Signor funzionario della banca, se resta nel villaggio, lo fa a suo rischio e pericolo. Noi non possiamo rispondere della sua incolumità.
Donna. Signor mullah, perché ha minacciato il funzionario?
Mullah. Ditemi, donne, volete andare tutte all’inferno?
Donna. Perché all’inferno? «Grameen» non fa altro che del bene.
Mullah. Disgraziate! Non sapete che è una organizzazione cristiana?
Donna. Il direttore di «Grameen» è musulmano e conosce il corano meglio di lei.
Mullah. Lo scopo di quella gente è distruggere il velo: è per questo che sono venuti.
Donna. Non è vero! Sono venuti per darci la possibilità di fare il lavoro che pensiamo: fabbricare sgabelli, intrecciare stuoie, decorticare il riso, ingrassare una vacca, tirare su i figli… Non c’è nemmeno bisogno di uscire di casa: gli impiegati della banca vengono direttamente da noi. Cosa c’è di contrario al velo? L’unico che va contro il velo è proprio lei, che ci obbliga a fare chilometri per andare a cercare aiuto da un’altra parte.
Mullah. Andate alla bottega dei prestiti. Il padrone è un buon musulmano.
Donna. Ma vuole il 10% alla settimana.
Mullah. Ah, sentite, le vostre anime marciranno all’inferno!
Donna. Perché non ce li porta lei i soldi, se non vuole che andiamo dalla «Grameen»?
Mullah. Mi avete seccato troppo. Andatevene! Sono stanco di essere importunato giorno e notte da questa storia.
Donna. È lei che ci ha importunato, scacciando la «Grameen» dal villaggio. Non ce ne andiamo sino a quando non autorizzerà la banca a tornare!
Mullah. Andate tutte al diavolo! Se volete essere dannate, fate pure, accomodatevi. Io ho fatto il possibile per avvisarvi.

Visti i risultati raggiunti dalla «Grameen», sembra proprio che quelle donne abbiano preferito andare… all’«inferno»!

Quinta scena

A servizio
dei poveri

Regole diverse.
Oltre il 90% dei clienti della «Grameen»
sono donne.

A l termine di una conferenza, il professor Yunus apre un dibattito con il pubblico sul tema della concessione del prestito.

Domanda. A chi viene concesso il prestito?
Yunus. Il prestito è fatto al singolo, in quanto fa parte di un gruppo di persone legate da aspirazioni, condizioni economiche e sociali affini. Il beneficiario del credito appartiene alla vasta categoria dei poveri; è sottoposto dai funzionari della banca ad un approfondito esame verbale. La clientela è prevalentemente femminile: una clientela particolare, storicamente esclusa dal credito.
Domanda. Quali sono le principali caratteristiche del prestito?
Yunus. Il prestito non è elevato e a tasso d’interesse inferiore a quello delle banche; ha durata annuale, con rimborso settimanale a decorrere dalla settimana successiva a quella dell’erogazione del prestito. Le insolvenze sono limitate all’1-2% dei clienti.
Domanda. Ci può parlare del funzionamento della «Grameen»?
Yunus. Il funzionamento è molto diverso dalle regole delle banche tradizionali, anche quelle del Bangladesh.
– I clienti devono dimostrare di essere poveri: essendo anche azionisti della banca, il profitto atteso è l’uscita dal bisogno. La banca ha assolto il suo compito quando le vite dei clienti siano diventate meno difficili e meno sventurate.
– I prestiti erogati per finalità diverse devono produrre una redditività tale per i beneficiari da poter permettere di rimborsare le rate e di vivere una vita dignitosa.
– La banca deve favorire cambiamenti, non solo economici, ma anche sociali.
Domanda. Qual è stata l’espansione della banca in Bangladesh?
Yunus. La banca oggi ha 13 mila dipendenti e 1.086 agenzie; è diffusa in 30 mila villaggi del paese; visita 2.400.000 clienti a domicilio, di cui oltre il 90% sono donne.
Domanda. Che importanza ha la garanzia?
Yunus. Secondo i banchieri tradizionali, la garanzia è indispensabile. In realtà essa non serve a tutelare gli interessi della banca, ma a tenervi lontana la povera gente.
L’obiettivo della «Grameen» è di far sì che i clienti possano intraprendere, cioè possano utilizzare le proprie risorse di disperazione e coraggio per dare un nuovo corso alle cose.
La «Grameen» ha capovolto le due regole tradizionali del sistema creditizio. Prima regola: più si ha, più è facile avere; seconda: se non si ha niente, non si ricava niente.
I clienti, in quanto poveri, vogliono comportarsi bene, perché sanno che il prestito è la loro unica chance.
Domanda. Il modello della «Grameen» è esportabile in altri paesi?
Yunus. Sì lo è, ma non in modo integrale. Vi sono, però, caratteristiche applicabili dovunque:
– il tasso di recupero dei crediti erogati deve avvicinarsi al 100%;
– è indispensabile la giusta individuazione degli interlocutori.
Attualmente esistono banche che si rifanno alla «Grameen» in 58 paesi di ogni continente. I problemi dei poveri sono fondamentalmente gli stessi in tutte le parti del mondo. La cultura della povertà trascende le differenze di razza, lingua, costumi. Il credito è uno strumento universale per liberare le potenzialità delle persone.

Sesta scena

Anche con bill

Cercansi clienti
nell’Arkansas.
Donne, indios
e ghetti di Chicago.

Muhammad Yunus, fondatore della «Grameen», ricerca nuovi clienti nell’Arkansas (Usa), appoggiandosi ad un ufficio che concede sussidi statali e mette a disposizione i tabulati degli iscritti. Si organizza un incontro con alcune persone bisognose. È il 1986. Il governatore dell’Arkansas è un certo Bill Clinton.

Yunus. Supponiamo che la vostra banca vi presti del denaro per iniziare un’attività. Quale somma chiedereste?
Una voce. Ma noi non abbiamo un conto in banca.
Yunus. Ma se l’aveste e la banca vi prestasse del denaro, che cosa ne fareste? Vi è qualcuno tra voi che ha una idea? Magari avete pensato: «Se avessi dei soldi, potrei comperarmi quella data cosa…».
Sentite, io vengo dal Bangladesh, dove gestisco una banca speciale che presta denaro a persone bisognose. La settimana scorsa, in un incontro con il vostro governatore Clinton, mi è stato chiesto di portare la mia banca nella vostra comunità. Io sto valutando se aprire una banca proprio qui; ma prima sono venuto per capire se qualcuno è interessato a farsi prestare del denaro. La mia banca non chiede garanzie: l’unica cosa che occorre è che le persone abbiano un’idea di cosa fare con i soldi del prestito.
Donna A. Io vorrei chiedere un prestito alla sua banca.
Yunus. Benissimo. Di che cifra abbisogna?
Donna A. Mi servono 375 dollari. Faccio l’estetista, ma non posso lavorare come vorrei perché non ho l’attrezzatura necessaria. Se potessi comprarmi una valigetta per manicure, che costa appunto 375 dollari, sono sicura che potrei rimborsare il credito con i soldi in più che guadagnerei.
Donna B. Io sono disoccupata, in quanto la fabbrica di indumenti dove lavoravo ha chiuso per trasferirsi a Taiwan. Con qualche centinaio di dollari potrei acquistare una macchina per cucire, di seconda mano, e quindi confezionare degli abiti da vendere ai vicini.

L a «Grameen» negli Stati Uniti, oltre che nell’Arkansas, si è arricchita di altri numerosi progetti, fra cui: uno presso i sioux nel sud Dakota, un secondo fra i cherokee dell’Oklahoma e un terzo nei ghetti di Chicago.

Conclusione

Saranno famosi?

L’ultima parola
al fondatore
della Grameen Bank,
Muhammad Yunus.

La «Grameen Bank» si incentra sul microcredito, che va contro la cultura dominante. Con esso si favorisce lo sviluppo economico e sociale delle persone; si vince la povertà, che è la più grave tra le ingiustizie.

Da una conferenza
sul microcredito, Usa 1994
Il microcredito offre un’opportunità unica ai poveri: permette loro di affrancarsi dalla schiavitù del denaro offerto dagli usurai e di non mendicare più. Le donne, che prima vivevano recluse, oggi possono parlare, muoversi, scoprirsi la faccia dal velo e contrarre coscientemente un equo debito in denaro.
Il microcredito non va confuso con l’elemosina fatta ai poveri. L’elemosina non è risolutiva, perché ignora i problemi o li lascia incancrenire, toglie lo spirito di iniziativa, elimina il senso di rispetto che ognuno ha verso se stesso.
Il «libero mercato» libera l’individuo, gli dischiude un ampio ventaglio di opzioni, ma non è la panacea di tutti i mali sociali: occorre che il motore della libera impresa non miri soltanto al profitto e guadagno, ma sappia coniugare entrambi con le finalità sociali. Nella nostra società bisognerebbe avere il coraggio di valutare la qualità della vita non dallo stile di vita dei ceti più abbienti, ma da quello di coloro che sono situati nei gradini più bassi della scala sociale.
È stata mossa una forte critica nei confronti del microcredito, dicendo che non favorisce lo sviluppo economico del paese. Se per sviluppo si intende il reddito «pro capite», i consumi «pro capite» o qualche altra cosa «pro capite», la risposta è affermativa. Ma se per sviluppo si intende il miglioramento del tenore di vita della metà più povera della popolazione del Bangladesh, allora è vero il contrario: il microcredito favorisce lo sviluppo economico del paese.

Dal vertice mondiale
del microcredito, 1997
Come direttore di banca, il mio lavoro è quello di prestare denaro. Ma, paradossalmente, tutta l’impresa del microcredito, costruita per e con il denaro, ha nulla a che fare con esso. Il fine più alto della «Grameen» è quello di aiutare le persone a sviluppare il proprio potenziale: quindi non il capitale monetario, bensì quello umano. Il microcredito è solo uno strumento che permette alla gente di liberare i propri sogni, e aiuta anche i più poveri e sfortunati a infondere nella propria vita dignità, rispetto e significato.
Noi ci accontentiamo di rimuovere le barriere strutturali, che per tanto tempo hanno escluso una fascia di persone dal consesso umano. Se queste riusciranno a realizzare appieno il proprio potenziale, il mondo verrà completamente trasformato non solo dall’assenza di povertà, ma dall’impulso economico e sociale di coloro che fino a ieri dormivano ai bordi della strada, vagabondi e mendicanti, non sapendo se quel giorno o quello dopo sarebbero riusciti a mangiare.
Questo vertice sul microcredito è un evento grandioso nel quale celebriamo la liberazione del credito dal giogo della garanzia e salutiamo con gioia la fine dell’apartheid finanziaria. Affermiamo che il credito è più di una transazione commerciale: il credito è un diritto dell’uomo al pari del cibo. Il vertice festeggia il successo di milioni di donne decise, che si sono sollevate dalla povertà estrema a una dignitosa autosufficienza. Riteniamo che in una società umana e civile non vi sia posto per la povertà. Con questo vertice intendiamo relegare la povertà nei musei.

Da una conferenza all’Unesco,
1994
Noi vogliamo che la «Grameen», oggi conosciuta come la banca dei poveri, acquisti dopo il 2000 una nuova identità e diventi famosa come la banca degli ex-poveri.

Antonio Rossi




La devastante scommessa del Cremlino – CECENIA DOSSIER

Dopo lo zar e Stalin, è toccato a Boris Eltsin e al suo successore, Vladimir Putin, affrontare la «questione cecena». Ufficialmente non si tratta di una guerra, ma di una «operazione antiterrorismo» contro fondamentalisti islamici e malavita organizzata. Tanto che in Russia, dall’uomo della strada a politici, giornalisti, preti ortodossi, tutti si dichiarano a favore di una soluzione drastica. Così, sull’onda di un malinteso orgoglio nazionalistico, si sta consumando una tragedia umana di enormi proporzioni. E una vittoria del potere (e della malavita) sulla democrazia. Perché, con la guerra in Cecenia, Putin e il Cremlino sono riusciti a distrarre i russi e la comunità internazionale dai veri problemi dell’ex superpotenza: difficoltà economiche, corruzione, scandali, strapotere della mafia. Ma, come insegna la storia, passata e recente, i conti veri si faranno soltanto alla fine.

I rapporti tra Russia e Cecenia sono stati nei secoli oltremodo tormentati. Anche dopo la «pacificazione» del Caucaso ad opera dell’esercito zarista, conclusasi nella seconda metà del secolo scorso, i ceceni sono sempre stati per la Russia sudditi alquanto irrequieti e hanno approfittato di ogni difficoltà del potere centrale per rivendicare la propria indipendenza. Nel nostro secolo si contano diversi tentativi di secessione, a cominciare da quello messo in atto subito dopo la rivoluzione di febbraio del 1917, fino alla dichiarazione d’indipendenza pronunciata da Zhochar Dudaev nell’ottobre del 1991.
Nel 1991 le 15 repubbliche dell’Unione hanno avuto la possibilità di diventare stati indipendenti, diritto che la costituzione sovietica riconosceva loro. Questa trasformazione ha interessato anche le tre repubbliche nazionali del Caucaso meridionale o Transcaucasia: Armenia, Georgia e Azerbaigian. Il Caucaso settentrionale o Ciscaucasia, che apparteneva amministrativamente alla «Repubblica socialista federale sovietica della Russia» ha continuato a fae parte quando nel 1991, con lo scioglimento dell’URSS, la repubblica è divenuta a sua volta stato indipendente col nome di «Federazione Russa».
Di conseguenza, ogni tentativo della Cecenia di rendersi indipendente va a ledere il principio della intangibilità dei confini della «Federazione, sul cui territorio vivono molti popoli diversi per origini etniche, lingua, religione. È comprensibile, quindi, che Mosca tema il nascere di movimenti secessionisti entro i propri confini e sospetti che la Cecenia possa costituire un esempio contagioso. Inoltre, il controllo della Ciscaucasia ha anche importanza economica per la presenza del petrolio e per gli oleodotti e i gasdotti che la attraversano per raggiungere i porti del Mar Nero.
La Russia ritiene, dunque, che, volenti o nolenti, i ceceni debbano rassegnarsi a restare nel suo abbraccio. Per domare le loro resistenze e il desiderio di libertà, dapprima l’Impero russo, poi l’URSS e, infine, la Federazione russa non hanno risparmiato energie e hanno adottato le misure più drastiche e terribili: terra bruciata, deportazioni di massa, bombardamenti.
Visto in questa prospettiva ciò che sta accadendo oggi in Cecenia non ha niente di straordinario e imprevedibile.
Sul modo in cui risolvere l’annosa «questione cecena» oggi concordano perfettamente le opinioni delle massime autorità dello stato e dell’ultimo dei cittadini russi, a ulteriore conferma del fatto che, per quanto la gente ami sparlare dei propri governanti e addossare loro le colpe di tutti i mali, essi sono pur sempre il riflesso della base che li ha espressi. Il primo ministro Vladimir Putin ha riassunto la posizione del governo con una frase divenuta ormai proverbiale: ha giurato che i terroristi ceceni sarebbero stati «raggiunti e accoppati fin nei cessi».
Simile popolana eloquenza ho ritrovato nelle parole di un taxista (i taxisti sono notoriamente la più schietta ed indicativa vox populi), il quale mi spiegava cosa bisogna fare in Cecenia: «Non c’è da starci tanto a pensare. Prima tiriamo giù tutto e poi ricostruiremo di nuovo».
In modo più o meno sfumato questa posizione viene di fatto sostenuta anche dall’intelligencija, la parte più consapevole e responsabile della società russa. Con amarezza e con rassegnazione, senza la tronfia bellicosità del taxista, uomini di cultura e di chiesa accettano i bombardamenti delle città e dei villaggi ceceni come l’unica soluzione rimasta. La formula che viene usata per giustificare l’uso di misure così drastiche è: «A mali estremi, estremi rimedi».
UN’INQUIETANTE
UNANIMITÀ
Le ultime elezioni politiche in Russia si sono avute il 19 dicembre 1999. Durante la campagna elettorale nessuna delle forze politiche, neppure quelle più liberali, si è schierata contro l’operato del governo in Cecenia, sapendo che su questo punto esso godeva di un ampio consenso tra l’elettorato.
La precedente guerra cecena del 1994-’96 era stata accolta in tutt’altro modo: contro di essa si erano subito levate voci di dissenso, diventate sempre più numerose, tanto da dare vita a un movimento trasversale di opposizione, appoggiato dagli organi d’informazione indipendenti.
Gioali e televisioni cercavano di informare il pubblico su quello che stava realmente accadendo nelle zone del conflitto, denunciavano i tentativi di disinformazione degli organi governativi e cercavano di fornire le cifre reali del disastro umanitario. Allora c’erano state perfino dimostrazioni pubbliche contro la guerra, guidate da alcuni politici progressisti, come Egor Gajdar.
Oggi, invece, tranne alcune eccezioni, tutti approvano. Stampa e televisioni (a parte poche testate e il canale NTV) ripetono gli asettici comunicati ufficiali. Il pubblico vede solamente le immagini girate tra le linee russe, sente solo i commenti dei generali e soldati dell’esercito federale. Lo stesso Gajdar non nasconde la propria soddisfazione nel ritrovare tra la gente un atteggiamento diametralmente opposto a quello di alcuni anni fa: «È il segno di una società matura, che comprende la differenza tra le ragioni della guerra del 1994-1996 e quella del 1999», ha detto in una recente intervista.
DAGLI ATTENTATI
AL TRIONFO DI PUTIN
In che cosa consiste questa differenza? Innanzitutto, nel fatto che l’attuale conflitto non viene presentato come una guerra contro un piccolo popolo secessionista, ma una lotta senza quartiere contro il terrorismo islamico e la malavita organizzata.
Ufficialmente non si è mai parlato di guerra, ma di «operazione antiterrorismo». E che i terroristi ci siano è stato tragicamente dimostrato dalle bombe contro abitazioni che, in settembre, hanno fatto centinaia di vittime a Mosca e in altre città della Federazione russa. Sull’onda dell’indignazione e della rabbia suscitate in tutta la Russia da quegli odiosi attentati, si è deciso subito di lanciare una grossa offensiva contro le bande armate che da tempo terrorizzavano la popolazione dentro e fuori i confini della Cecenia. In agosto uno di questi gruppi, che fa capo all’ormai leggendario Shamil Basaev, era riuscito a sconfinare nel vicino Dagestan, impegnando le truppe russe con vere e proprie azioni di guerriglia.
Fin qui il quadro sembra abbastanza chiaro. Ma ci sono alcuni elementi che lo complicano. Per cominciare, la matrice cecena degli attentati terroristici non è stata ancora dimostrata, tanto che qualcuno ha paragonato le bombe di Mosca all’incendio del Reichstag a Berlino, appiccato dalle camicie brune, ma attribuito da Hitler agli oppositori politici.
Fa pensare anche il modo inconsueto con cui gli attentati sono stati messi a segno. Come obiettivi non sono stati scelti i classici simboli del potere, né edifici governativi o personaggi politici in vista, né luoghi pubblici nevralgici o mezzi di trasporto, ma, per la prima volta, sono state colpite case private in quartieri decentrati, e proprio mentre la gente era nel sonno. Un atto che sembra pensato apposta per scatenare reazioni inconsulte e suscitare, più che disorientamento e panico indefinito, odio e aggressività. Questi attentati hanno convinto i russi che c’è bisogno di una «soluzione finale» per la Cecenia.
A settembre l’uomo in grado di affrontare l’emergenza con decisione c’era. I russi se lo erano improvvisamente trovato di fronte il 9 agosto 1999, quando Eltsin lo aveva posto a capo del governo.
Vladimir Putin era un volto nuovo per il grande pubblico, che quasi nulla sapeva di lui, dei suoi meriti e delle sue qualità. In poco tempo, però, egli ha visto crescere il proprio indice di popolarità da un iniziale 5% al 50% circa di dicembre, fino al 65% di gennaio. In così pochi mesi un uomo politico, pur abile e intelligente, può difficilmente dare prova sostanziale delle proprie capacità e dell’efficacia della propria linea soprattutto in materia di economia, che per i russi è oggi il problema più urgente e quotidiano. Eppure, nonostante la vaghezza del proprio programma, il neonato partito «Unità» (è stato costituito lo scorso autunno), da lui sostenuto, alle elezioni di dicembre ha ottenuto il 23,3%, superando d’un balzo gli altri partiti e piazzandosi a ridosso dei comunisti di Gennodij Zjuganov (24,2%).
Alla popolarità di Putin non ha neppure nociuto il fatto che egli si presenti come il continuatore della linea politica di Eltsin e del suo entourage, entrambi ampiamente discreditati nel paese per le grosse difficoltà economiche in cui versa la Russia, per la dilagante corruzione e per gli scandali che li hanno coinvolti.
Il 31 dicembre 1999 il quadro elettorale ha trovato un inaspettato, ma, a ben vedere, logico completamento nelle dimissioni anticipate del presidente Eltsin, mossa che assicura a Putin, nei confronti degli altri candidati alla presidenza, un vantaggio giudicato ormai incolmabile. Difatti, già ai primi di gennaio molti (politici, governatori, sindaci) si sono affrettati a mettersi dalla sua parte.
Cosicché, a conti fatti, se la guerra in Cecenia non ci fosse stata, si sarebbe dovuta inventare.
COLPI DI PRECISIONE?
Nel frattempo, cosa stava accadendo nel Caucaso? Nell’iniziare il 22 settembre l’«operazione antiterrorismo», le autorità civili e militari russe hanno tranquillizzato il paese sulle possibilità che essa si trasformasse, come la guerra precedente, in una campagna estenuante e rovinosa, sia per l’esercito federale che per la popolazione civile. Tutti assicuravano che non si sarebbero ripetuti gli errori della volta prima, che le operazioni si sarebbero concluse in brevissimo tempo e, soprattutto, che si sarebbe fatto di tutto per risparmiare la vita di soldati e civili, utilizzando armi di alta precisione e colpendo esclusivamente le basi dei terroristi. Il riferimento alla strategia della Nato in Kosovo era evidente.
Già il 31 ottobre, però, «Memorial», associazione russa per la difesa dei diritti civili, pubblicava un documento dal titolo: Colpi di precisione. Violazione dei diritti civili e delle norme del diritto umanitario durante il conflitto armato in Cecenia, in cui venivano denunciati una serie di attacchi dell’aviazione e dell’artiglieria a centri abitati e luoghi pubblici.
I fatti, documentati dagli osservatori in Cecenia e Inguscezia, dimostravano il contrario di quanto si andava dichiarando: dimostravano che città, villaggi, vie di comunicazione venivano bombardate in modo indiscriminato seminando terrore e morte tra i civili. Quanto, d’altronde, la «strategia dei colpi di precisione» potesse essere effettivamente applicata dall’esercito federale lo si poteva immaginare dalle premesse.
Difatti, come ricorda il documento di Memorial, già all’inizio di settembre, si erano verificati problemi. Durante le operazioni contro i guerriglieri di Basaev in Dagestan, che avevano un raggio molto più circoscritto di quelle in Cecenia e si svolgevano in un territorio meglio controllato dai russi, l’aviazione e l’artiglieria federali erano riuscite in diverse occasioni ad aprire il fuoco sui loro stessi reparti, lasciando sul terreno parecchi uomini.
MASCHADOV,
PRESIDENTE DI CARTA
Al termine della guerra del 1994-’96, la Cecenia era un paese in rovina, in profonda crisi economica o morale, con un potere centrale troppo debole per far fronte all’emergenza di una sempre maggiore criminalizzazione della vita pubblica. L’abitudine a combattere, l’alto numero di armi presenti nel paese, l’impossibilità di trovare un lavoro favorirono il moltiplicarsi nel paese di bande armate, che avevano recentemente scoperto un modo comodo per rifoirsi di denaro: i sequestri di persona.
Aslan Maskhadov, il presidente eletto nel 1997, non aveva la forza e la volontà sufficienti per opporsi alle bande che ormai si erano spartite il territorio della repubblica. Le autorità russe, a loro volta, non avevano nessun interesse a collaborare con quelle cecene per riportare l’ordine pubblico e far ripartire l’economia di una repubblica che aveva dichiarato la propria indipendenza, retta da un governo secessionista che Mosca non riconosceva. Al contrario, per Mosca, valeva la regola del tanto peggio tanto meglio.
Tuttavia, se a livello operativo i russi preferivano non collaborare con le autorità della repubblica, intorno alla Cecenia giravano ingenti somme stanziate da Mosca per la sua ricostruzione, di cui solo in parte molto minima hanno beneficiato i comuni cittadini. Si aggiunga che, da tempo, sono noti i legami della criminalità russa con quella cecena, che opera su tutto il territorio della federazione e soprattutto a Mosca. Nella capitale russa fanno i propri affari potenti banditi ceceni, non estranei, tra l’altro, al business dei sequestri di persona.
Ci sono poi altre circostanze che complicano il quadro dei rapporti tra Russia e Cecenia.
L’AMBIGUITÀ DI BASAEV
Shamil Basaev, considerato uno dei più temibili capibanda ceceni, il nemico pubblico numero uno, ha iniziato la propria carriera combattendo nel 1993, a fianco dei secessionisti abkhazi nella guerra che li contrapponeva alla Georgia, di cui l’Abkhazia era parte integrante.
In quell’occasione Mosca aveva appoggiato di fatto, anche se non ufficialmente, il movimento secessionista con l’intento di indebolire una Georgia troppo indipendente e di assicurarsi un maggior controllo sulla regione del Mar Nero. In Abkhazia vivevano 250 mila georgiani e 90 mila abkhazi. È evidente che da sola la minoranza non avrebbe potuto sfrattare dalla regione la maggioranza, come fece, in un conflitto che, secondo le stime, costò la vita a 25 mila persone.
Nel giugno del 1995 Basaev divenne improvvisamente noto alle cronache di tutto il mondo per aver guidato un commando di un centinaio di guerriglieri fino a Budjonnovsk, un centro nella provincia russa di Stavropol, dopo aver percorso indisturbato i 120 chilometri che separano quella città dal confine ceceno.
Si è cercata una spiegazione a questo incredibile episodio nella corruzione che dilaga tra l’esercito. Ciò non fa che confermare gli intrecci di interessi che esistono, a tutti i livelli, tra russi e ceceni e la grossolanità dello stile con cui Mosca si muove. Tanto più che il fatto è accaduto non in tempo di pace, ma mentre era in corso un conflitto armato nella regione. Prima si permette a un convoglio di guerriglieri di arrivare fin nel cuore della provincia russa e prendere in ostaggio un intero ospedale; poi si tenta di liberare gli ostaggi con l’intervento dei corpi speciali, provocando la morte di un centinaio di persone; infine si lasciano andare ostaggi e guerriglieri in Cecenia, dove, i primi vengono liberati e i secondi si involano tra le montagne.
Oggi le cose non sono molto diverse. Ci si chiede, ad esempio, come abbia fatto lo stesso Basaev a spostare munizioni e uomini – e questa volta si parla di 2 mila guerriglieri – da una parte all’altra del confine tra Cecenia e Dagestan. Nel tentativo mal riuscito di ricacciarli indietro, l’esercito russo ha bombardato le abitazioni di civili. Come si lamenta un abitante del posto in un’intervista al giornale «Novaja Gazeta»: «Prima i soldati russi hanno lasciato uscire Basaev, e poi hanno distrutto la nostra casa».
È vero che non sempre è facile sorvegliare un confine che passa per impervie zone montane. Sappiamo, però, che l’ex-Unione Sovietica ha avuto in materia di sorveglianza delle proprie frontiere una lunga e gloriosa tradizione. E se adesso si parla apertamente di corruzione a tutti i livelli dell’amministrazione civile e dell’esercito, vuol dire che il paese dovrebbe sanare le proprie piaghe intee prima di affrontare, in maniera più limpida e coerente, il problema dei propri rapporti con un Caucaso da sempre insofferente del suo giogo.
Invece la politica della Russia nel Caucaso continua ad essere contraddittoria e ambigua; un’ambiguità che contraddistingue anche la conduzione di questa seconda campagna cecena.
Si pubblicizza molto la presenza, a fianco delle truppe federali, di un distaccamento di ceceni, anch’essi desiderosi di liberare la propria terra dai banditi. Sono guidati da Beslan Gantamirov, ex-sindaco di Grozny, condannato in Russia a una lunga pena detentiva per peculato. All’inizio di novembre i russi lo hanno liberato di prigione con l’intento di creare un docile leader ceceno da opporre all’attuale presidente Maskhadov.
La pratica di servirsi di «alleati» ceceni, evidentemente infidi e temporanei, viene correntemente usata. In novembre l’esercito è entrato senza colpo ferire a Cadermes, seconda città della Cecenia, perché il capobanda Sulim Jamadaev, che ne controllava il territorio, ha deciso di non opporre resistenza. Anziché «sterminare i banditi», lo slogan con cui si giustifica la carneficina in atto in Cecenia, il comando russo ha pensato di conquistarli alla propria causa e ha fatto di Jamadaev, noto criminale, sequestratore di persone, il vice-comandante della città, e dei suoi uomini una specie di poliziotti. Cosicché, invece di deporre le armi, ora essi le portano con l’autorità dei custodi dell’ordine.
Se non si capisce bene da che parte stiano i terroristi, i banditi e i mafiosi in questa guerra feroce, una cosa appare, invece, certa: essa sta facendo migliaia di vittime innocenti tra la popolazione civile. Di questi morti in Russia non si sa niente. Gli organi di informazione non ne parlano e i comunicati di Putin e dei generali si limitano alla formula: «Tutto procede secondo i piani».
Eppure si teme che questa guerra si rivelerà ancora più spaventosa di quella precedente.
L’ALTRA INFORMAZIONE
Le autorità russe cercano in tutti i modi di limitare l’attività dei giornalisti nella regione. Con la chiusura a fine ottobre dei confini con l’Inguscezia, chi voglia informare su quello che succede dall’altra parte del fronte può farlo solamente, come il corrispondente di «Radio Libertà», Andrej Babickij, penetrando illegalmente attraverso le linee russe. Oramai la principale fonte di informazioni sono i profughi che giungono di continuo in Inguscezia.
Le organizzazioni umanitarie che operano nella regione (Memorial, Human Rights Watch, Amnesty Inteational, Grazhdanskoe sodejstvie) cercano di fornire un quadro, sebbene parziale, della situazione interrogando i profughi, effettuando sopralluoghi nei campi dove essi sono raccolti, utilizzando i dati foiti da ospedali e amministrazioni locali in Inguscezia.
Particolarmente attiva in quest’opera si sta dimostrando l’associazione «Memorial», che redige una Breve cronaca dei bombardamenti, in cui giorno per giorno elenca gli episodi di cui i suoi osservatori sono venuti a conoscenza. A seguito delle indagini effettuate Memorial scrive: «La propaganda federale continua a parlare di “colpi di precisione” e smentisce le notizie sulla morte di civili sotto i bombardamenti e il fuoco dell’artiglieria. Tuttavia, anche solo sulla base di questa breve cronaca, possiamo concludere che l’artiglieria e l’aviazione federali colpiscono i centri abitati e le strade della Cecenia; non si tratta di “colpi di precisione”, ma di attacchi indiscriminati; i comunicati sui “corridoi umanitari” per l’uscita della popolazione dalle zone del fuoco sono inattendibili: questi percorsi non sono sicuri».
Dai racconti registrati risulta che ogni veicolo in movimento sulle strade può costituire un bersaglio per l’aviazione o l’artiglieria. Molti civili muoiono proprio mentre sono in viaggio con la propria auto o altri mezzi di trasporto; intere famiglie sono state distrutte in questo modo. In montagna il bombardamento di strade e ponti rende molto difficile ai civili l’uscita dai propri villaggi. Un lungo viaggio a piedi sarebbe più rischioso e, comunque, impensabile per le persone anziane e i malati. Così essi rimangono intrappolati nelle proprie case soggetti ai continui attacchi dell’esercito. I villaggi di montagna ospitano anche numerosi profughi scappati dalle città e dai paesi della pianura. Esemplare è il caso di Elistanzhi, di cui parla la cronaca di Memorial.
«Dopo il bombardamento del 7 ottobre (44 morti, contando coloro che sono deceduti successivamente per le ferite), il villaggio di Elistanzhi è stato colpito altre volte. In seguito a incursioni aeree in ottobre sono morti 20 abitanti, all’inizio di novembre altri 7 (…). Il 14 novembre nel cimitero del villaggio sono state seppellite 75 persone morte in seguito ad attacchi aerei. Contrariamente alla tradizione locale, si è smesso di seppellire i morti nei villaggi natali, poiché un veicolo che esce dai confini del villaggio è oggetto di attacco dall’aria. I morti vengono sepolti di notte, in quanto di giorno gli aerei bombardano qualsiasi assembramento di gente».
Il documento di Memorial riporta decine di questi fatti; e sono soltanto quelli di cui si è potuto raccogliere testimonianza da chi, ha visto e vissuto. È una cronaca scaa. Con impersonale laconicità vengono elencati i luoghi, il numero e i nomi di morti e feriti, i nomi di chi ha raccontato e registrato il fatto. Ecco alcuni racconti tipici.
6 o 7 novembre – Un aereo dell’aviazione federale ha lanciato un razzo contro il tratto di strada che va dal paese di Cheorach’e, nei sobborghi di Grozny o il villaggio di Aldy, è morta la famiglia Baladovvj (padre, figlio e figlia), che stavano viaggiando in macchina.
11 novembre – Alle 13 l’artiglieria ha aperto il fuoco su Argun. Uno degli ordigni è finito su una casa. Jasonva ChadizXat (nipote del narratore), 14 anni, per lo spavento è scappata in strada. È stata uccisa dalle schegge dell’ordigno successivo.
23 novembre – Un missile sganciato da un aereo è caduto a Itum-Kale in una casa privata. Sono morti Ajzan Muchanova e i due figli.
Gioo dopo giorno uno stillicidio di morti insensate: l’uomo che esce per dar da mangiare alla mucca, la coppia di anziani coniugi russi che sta spaccando la legna, il bambino che gioca nel cortile di casa.
STERMINARE I CECENI?
Secondo il censimento del 1989, nell’allora repubblica autonoma di Cecenia-Inguscezia vivevano 1 milione e 300 mila abitanti, tra ceceni, ingusci e russi.
Poi ci sono state: la scissione tra Cecenia e Inguscezia; una guerra che ha fatto, secondo le stime, 80 mila morti; l’emigrazione verso altre regioni della Federazione di buona parte dei russi. La Cecenia si è lentamente svuotata. Si calcola che, prima dello scorso settembre, vi abitassero dalle 600 alle 700 mila persone. Secondo l’ufficio immigrazione dell’Inguscezia, fino al 16 dicembre nella repubblica sono arrivati 249.307 rifugiati dalla Cecenia. Altri 25 mila si trovano in campi allestiti nel territorio ceceno occupato dai russi. Queste cifre danno l’idea della tragedia in atto.
«È da tempo che i ceceni sono stufi di guerre, banditi e sequestratori. Essi vogliono stabilità per tornare a fare una vita normale e rimettere in piedi la loro disastrata economia. Sono sicuro che, se Mosca avesse risposto realmente a questo bisogno, avrebbe avuto l’appoggio della popolazione. C’era spazio per lavorare e collaborare. Aggredendo tutto il popolo, invece, essa si è fatta potenzialmente tanti nemici quanti sono i ceceni. Un ceceno cui si distrugge la casa e si ammazza la famiglia non starà certo a guardare. Imbraccerà il fucile e si unirà agli altri combattenti per difendere la propria gente e vendicarla».
Chi parla è Viktor Popkov, cornordinatore di un comitato, sorto nel giugno del 1996 con lo scopo di verificare che Russia e Cecenia rispettassero gli impegni assunti durante i colloqui di pace. Popkov crede che, volendo, ci sarebbero le basi per una soluzione diversa del problema. Dopo anni di impegno nella regione e di contatti con i ceceni egli ha maturato precise convinzioni a proposito.
Egli fa osservare che la Cecenia è integrata con le strutture russe. Tutte le famiglie cecene hanno membri che abitano in altre parti della Federazione. Molti di loro vivono e hanno la propria attività in Russia. La presenza di numerose comunità di ceceni su tutto il territorio federale è anche, secondo Popkov, un grosso deterrente al diffondersi del terrorismo. Insomma, i ceceni avrebbero tutto l’interesse a intrattenere buoni rapporti con la Russia, da cui, in sostanza, economicamente dipendono. La Russia, però, li tratta come cittadini di seconda categoria. Essi sono discriminati, disprezzati.
Effettivamente, fa impressione la violenza verbale, la spietatezza con cui molti oggi in Russia parlano dei ceceni. Non solo l’uomo della strada, ma politici, giornalisti e perfino il patriarca Alessio II, nei confronti di guerriglieri e di presunti terroristi, non usano altro termine che sterminare. Non catturare, fermare, disarmare, ma proprio sterminare. Ed ogni ceceno è sospettato di appartenere a questa categoria.
PER UN FUTURO DIVERSO
Nel Caucaso non si giocano solo le sorti dei ceceni, ma anche quelle dei russi, intesi non come i cittadini della grande Russia o dell’Impero o della superpotenza, ma come uomini e donne che desiderano creare veramente le condizioni perché la loro casa sia prospera, i loro figli sereni.
Finora in Russia stenta a formarsi una società civile che rivendichi una partecipazione nella gestione della cosa pubblica e ponga dei limiti all’arroganza del potere. Perché ciò avvenga occorre tempo, occorrono enormi energie, occorre rinunciare alla facile tentazione di credere che il male, l’ostacolo alla propria felicità, sia in qualche luogo o in qualcuno fuori di noi: un tempo il nemico del popolo, adesso i ceceni o chi per loro.
Non è una Cecenia ridotta a un fumante ammasso di rovine, ma trattenuta all’interno dei confini federali, che renderà la Russia più potente. Alla fine di questa guerra il paese si ritroverà più povero e disperato di prima. Le uniche ad accorgersene sembrano solo le madri dei soldati, che, unitesi in un comitato, fanno di tutto per difendere la vita dei propri figli e denunciare come essi vengano mandati allo sbaraglio da politici e generali irresponsabili.
I russi che pensano di guadagnarsi a poco prezzo un futuro migliore, risolvendo con le bombe il problema del Caucaso, non si rendono conto che è la loro casa a crollare insieme alle abitazioni cecene.

Biancamaria Balestra




Le tappe principali della storia cecena

1552-1556:
I russi conquistano i khanati tatari di Kazan e Astrachan e si insediano stabilmente sulla costa settentrionale del Caspio. Si fanno più frequenti i loro contatti col Caucaso.

XVII secolo:
La Cecenia orientale viene islamizzata da missionari ottomani.

1722:
Pietro il Grande attraversa col proprio esercito il Caucaso fino a Derbent, ma è costretto a ritirarsi.

1770:
I ceceni occidentali (ancora cristiani) sollecitano l’aiuto dei russi, stanchi delle vessazioni dei circostanti popoli musulmani. I ceceni orientali si ribellano all’occupazione russa.

1773-1791:
Per circa 20 anni lo sceicco Mansur Ushurma guida la rivolta cecena. Alla sua cattura i russi scatenano una feroce repressione. I ceceni vengono spinti verso le montagne. Le fertili terre della valle vengono assegnate ai cosacchi del Terek.

1824:
Nel Dagestan ha inizio la rivolta guidata dall’imam Shamil. Egli crea l’«Emirato del Caucaso del nord», uno stato islamico che comprende le zone montagnose di Dagestan e Cecenia.

1859:
Shamil viene battuto e catturato dopo una strenua resistenza contro i russi, che bruciano i villaggi, massacrano gli abitanti, distruggono i raccolti, avvelenano le acque.

1917:
A seguito della rivoluzione di febbraio, si forma una «Alleanza dei popoli montanari del Caucaso del nord e del Dagestan», che proclama l’autonomia politica della regione.

1921:
Dopo anni di guerra civile, viene creata la «Repubblica sovietica autonoma della Montagna», con ampia autonomia.

1924:
Viene sciolta la repubblica della Montagna. Vengono mantenute le divisioni amministrative create al suo interno, tra cui la regione autonoma della Cecenia.

1929:
Ribellione dei ceceni esasperati dalla politica di Mosca, non rispettosa delle tradizioni locali.
1930:
Si giunge a un armistizio. Viene promessa un’amnistia per i rivoltosi.

1931:
Nonostante le assicurazioni vengono giustiziati i capi della rivolta. Nuova ribellione che dura fino al 1936.

1934:
Cecenia e Inguscezia vengono unite e diventano repubblica autonoma.

1943:
Mentre le truppe di Hitler occupano parte del Caucaso, senza però arrivare in Cecenia, i ceceni si sollevano e proclamano l’indipendenza.

23 febbraio 1944:
Su ordine di Stalin, in 24 ore tutti i ceceni, gli ingusci e i caraciai vengono deportati in Asia centrale e in Siberia con l’accusa di collaborazione col nemico. In tutto sono otto i popoli che subiscono simile sorte. La Cecenia-Inguscezia scompare dalle carte geografiche.

1957:
Vengono ricostituite le repubbliche autonome soppresse nel 1944. Gli esiliati possono fare ritorno alle proprie terre: spesso le trovano occupate.

1958:
Scontri in Cecenia tra gli esuli rientrati e i russi che hanno preso il posto.

1991:
Con un referendum la Cecenia proclama l’indipendenza ed elegge presidente Zhochar Dudaev. Mosca attua un blocco economico.

1994-1996:
L’esercito federale invade la Cecenia. Dopo due anni di guerra si giunge a una tregua. La definizione dello status della repubblica viene rimandata al 2001. Il governo secessionista di Grozny, formatosi con le elezioni del 1997, non viene riconosciuto da Mosca.

1999-2000:
Eltsin e Putin riprendono la guerra in Cecenia. Il 6 febbraio viene annunciata la vittoria.

B.B.




CAMBOGIA – Sotto il peso della storia – Introduzione –

Dopo i fasti della civiltà khmer, il piccolo paese
asiatico ha conosciuto soltanto tragedie.
Dalla folle dittatura di Pol Pot all’occupazione
vietnamita fino all’attuale situazione,
caratterizzata da instabilità politica, corruzione
e una diffusa miseria.

Claudia Caramanti, Giorgio Motta, Carlo Urbani




CAMBOGIA – I sopravissuti di Phnom Pehn

Un paese in lenta convalescenza

Vessati e massacrati dai «khmer» rossi
dal 1975 al 1979, i cambogiani stanno ancora rimarginando le profonde ferite.
Bisogna ricostruire il paese sotto ogni profilo.
La gloriosa civiltà di Angkor è una buona risorsa
per attirare visitatori stranieri, ma certo non basta…
Diario di un turista tra mendicanti e mutilati.

L a prima sensazione che si prova arrivando a Phnom Penh, capitale della Cambogia, è di vivere al rallentatore.
Il traffico automobilistico non è certo intenso e procede a bassa velocità. Analogamente il viavai, molto più sostenuto di moto e bici, si muove in una specie di ipnosi. Però non si tratta di pacatezza, ma di vera lentezza.
Il fatto è indice, forse, della «convalescenza» del paese, dopo qualche lustro di guerra civile culminata con il regime, durato quattro anni, dei khmer rossi… Oggi la nazione sta cercando di riprendersi, dopo la distruzione totale di ogni risorsa economica che non fosse la vanga e la zappa.
LA grande follia OMICIDA
I khmer rossi, dopo aver preso il potere il 17 aprile 1975, costrinsero i cambogiani a vivere in campi di lavoro, dove faticavano anche 14-18 ore al giorno con una scodella di riso e acqua.
I crudeli padroni uccisero e torturarono sistematicamente gente innocente, cercarono di distruggere il passato, compresa la religione buddista, trucidando ogni persona che avesse un titolo di studio o anche solo una competenza professionale, per rifondare una società basata sull’oblio della tradizione e su attività puramente agricole esercitate in modo arcaico.
Non si può, oggi, parlare della Cambogia senza iniziare da questa allucinata esperienza, che causò circa 1 milione e 700 mila cittadini uccisi da malattie e fame, oppure trucidati per lo più a randellate. Fu un incubo, in cui i bambini dovevano lavorare come adulti, e gli adulti erano mortificati come bambini.
I figli giovani, selezionati e sottoposti al lavaggio del cervello in campi di rieducazione, venivano poi inseriti nella «milizia nazionale» per spiare gli adulti, compresi i genitori; erano impiegati come soldati anche per eseguire omicidi. Tutti, comunque, venivano trattati da bestie, che però erano meglio nutrite.
Il nucleo familiare fu oggetto di distruzione da parte dei khmer rossi. Sotto il loro governo, diretto da Pol Pot, la stessa parola «famiglia» ha perso il suo significato autentico e originale, assumendo quello riduttivo di «sposa».
I khmer combinavano pure i matrimoni, soddisfacendo (fra l’altro) le brame dei dirigenti del partito verso le ragazze più belle. Però i figli venivano sottratti immediatamente alla cura delle madri e affidati a enti dello stato.
Il regime si concluse nel 1979.
FRA MUTILATI E MENDICANTI
Il dolce panorama delle campagne nell’area centrale del paese e la sorprendente ricchezza dei monumenti storici dell’antica civiltà khmer passano in secondo piano, osservando la miseria della popolazione e il numero impressionante di mendicanti spesso mutilati. Non si può distogliere lo sguardo da centinaia e centinaia di bambini che si industriano a raggranellare qualche soldo durante la giornata.
In ogni angolo si è circondati da schiere di adulti, che vendono bibite fresche, prodotti artigianali, raccolte di fotografie dei monumenti o rotoli di film per macchina fotografica. Però non c’è insistenza; basta dire «no, grazie», perché il venditore si ritiri e tenti la sorte presso un altro passante.
Il caldo è elevato e la traspirazione è tale da inzuppare anche i leggeri abiti estivi. Questo, oltre a favorire un’imponente vendita di bibite (tutt’altro che a buon prezzo), genera anche gesti simpatici da parte specialmente di bambine: ti si avvicinano con lo sguardo di chi teme una possibile reazione di fastidio e provano a farti vento con il classico ventaglio di fibra vegetale, a forma di cuore, comune anche in Thailandia. Lo fanno per avere una mancia, ma generano un problema nell’utente del servizio, che non dovrebbe fare preferenze di fronte a tantissime offerte. Problema penoso, la cui soluzione finisce sempre per deludere le molte offerenti.
Una bambina, di circa sei anni, mi si è avvicinata per vendere qualcosa. Ma io le ho chiesto di fotografarla, in cambio di una mancia: ha accettato con una riverenza, come fanno le piccole in questi casi; con un rapido tocco della mano si è rassettata i fluenti capelli neri e, con un sospiro di rassegnazione, si è messa in posa senza un sorriso sottoponendosi a qualcosa che proprio non le piaceva.
Ci si trova sempre a disagio a fotografare una persona sconosciuta. Ma, nel caso descritto, il disagio è stato maggiore, trattandosi di una creatura a cui è stata rubata l’infanzia e l’adolescenza non presenta rosee prospettive.
In un’altra occasione, scendendo lungo un sentirnero ripido e sconnesso, un bambinetto si è affiancato a mia moglie Adelaide, senza dire una parola, il visino serissimo, indicandole con la mano dove porre il piede per rendere più agevole la discesa. Anch’egli si ingegnava di fare qualcosa per ricavare un piccolo gruzzolo.
tra luci e ombre
Oggi in Cambogia si impone un difficile lavoro di ricostruzione, anche del morale della popolazione. Il governo locale è sotto esame delle Nazioni Unite, che gestiscono i programmi di aiuti.
Finalmente, nel 1979, si è fermato lo sterminio da parte dei khmer rossi con l’intervento dell’esercito del Vietnam, che però era responsabile dell’armamento e addestramento militare dei khmer stessi. In seguito, invasa la Cambogia, il Vietnam non è stato pronto a ritirarsi. Né si deve dimenticare che l’attuale capo del governo cambogiano, Hun Sen, si era fortemente compromesso con il regime di Pol Pot, il famigerato capo dei khmer rossi.
Per ricostruire la Cambogia, occorrono imponenti investimenti di capitali, che probabilmente si stanno muovendo, anche perché la politica economica ha abbandonato le regole comuniste e si è allineata agli schemi occidentali. Però la debolezza dell’attuale governo è tale da rendere possibili abusi e corruzioni.
Un residente europeo a Phnom Penh ha raccontato che, in tempi recenti, il governo non aveva soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti statali. Allora è intervenuto un uomo d’affari cinese, che ha erogato il denaro per qualche mese (si dice per sei mesi) e non ne ha richiesto la restituzione, ma «solamente» alcuni privilegi!
A dispetto della diffusa miseria che si osserva in Cambogia, sulla riva del fiume Tonle Sap è ormeggiata un’imponente nave, di proprietà cinese, che incorpora anche un casinò. E le quantità di denaro che vi si spendono non provengono certo da tasche cambogiane.
Segni di speranza
Non manca qualche buona realizzazione.
Ad esempio: un medico svizzero, col denaro di una fondazione elvetica di solidarietà, ha costruito, partendo da zero, un ospedale per curare gli occhi dei bambini. Il trattamento è gratuito: quindi il numero dei pazienti è elevato. L’anziano medico è circondato non solo da stima, ma anche da venerazione. L’opera è talmente positiva che ora è in corso la costruzione di un analogo ospedale in un’altra area. Esiste pure un ospedale costruito gratuitamente dai giapponesi; ma la degenza è a pagamento.
Alcuni quartieri di Phnom Penh (pochissimi invero) sono stati rifatti (spesso con l’aiuto del governo francese, che è molto attivo per ragioni storiche): si presentano impeccabili, in stile coloniale, nel fulgore della vegetazione tropicale dei curatissimi giardini.
Il governo ha ristrutturato completamente nella capitale un albergo di lusso, con tariffe da capogiro persino a Manhattan. Però questo ha pure un aspetto positivo: infatti la presenza di uomini d’affari o turisti facoltosi comporta un introito di denaro per le casse dello stato.
Invece intatto rimane il sinistro edificio dell’ex scuola superiore Tuol Sleng, trasformata in carcere di sicurezza (S-21) dai khmer rossi: un luogo di tortura, dove sono transitate 17 mila persone, trucidate sul posto o in un campo di sterminio alla periferia della capitale.
A Siem Reap, dove sono visibili gli straordinari monumenti antichi di Angkor, sono stati costruiti alberghi di varie categorie, che rappresentano dei motori per l’economia locale.
Gli splendori di Angkor
Un viaggio in Cambogia non può prescindere dalla visita alle rovine di Angkor.
Su un’area vastissima si trovano vestigia di raffinati insediamenti urbani, spesso cintati da mura e con stagni artificiali, che rimandano ad alcune capitali fondate dai sovrani khmer dal X al XII secolo, nel periodo del loro massimo splendore (ndr: il popolo khmer, insieme a quello mon, risiede in Cambogia fin dal I secolo d. C.). Si tratta generalmente di templi. Il tutto è patrimonio dell’umanità, protetto dall’Unesco.
Lo splendore dei luoghi e i lavori di preservazione degli edifici stanno tramutandosi, grazie al turismo, in una buona fonte di denaro. Le rovine sono immerse in una vegetazione lussureggiante: talora viene un po’ sfoltita, pur mantenendo l’aspetto fascinoso della giungla che inghiotte e nasconde antiche costruzioni.
Gli edifici sono anche circondati da vasche, che si riempiono d’acqua specialmente nella stagione delle piogge. Succede di sentirsi attratti dal rumore di un tonfo nell’acqua… e di scorgere poi un serpente, caduto nello stagno, che nuota velocemente, raggiunge i muri coperti di erbe e vi si nasconde con movenze rapidissime.
Queste aree culturali sono oggi protette da organi di sicurezza, anche contro i ladri di reperti archeologici. Le misure sono così drastiche che le zone aperte al pubblico, alla chiusura serale, vengono minate e liberate il giorno dopo, prima dell’inizio delle visite dei turisti.
I templi testimoniano l’evoluzione della religione nella società khmer, che ha subìto nei secoli una frote influenza della cultura indiana. Infatti la prima religione è stata l’induismo, con una successiva evoluzione verso il buddismo «mahayana». Il buddismo, però, si è sovrapposto all’induismo senza cancellarlo: per cui si possono vedere statue di Budda, ritratto in posizioni classiche, accanto a statue di Shiva.
Il buddismo «mahayana» verso il X secolo è stato sostituito da quello «hinayana» della corrente «theravada».
TRE RACCOLTI DI RISO
L’ANNO
Tra giugno e luglio inizia la stagione delle piogge, che si presenta con mattinate terse, nuvole vaganti nel pomeriggio e un immancabile temporale notturno. Spettacolari i cieli azzurri, trapunti di bianchi cumuli di nubi, che generano un incanto in contrasto con quanto si avviene sulla terra.
Le campagne (sminate) sono oggi regolarmente coltivate, consentendo persino tre raccolti di riso all’anno, grazie anche alla rete idrica.
I khmer fin dal X secolo avevano perfezionato un sistema di canali e bacini artificiali, che assicuravano l’acqua durante l’intero anno immagazzinando le piene del fiume Mekong. Inoltre la rete idrica presenta una peculiarità.
Infatti, durante la stagione delle piogge, il Mekong raccoglie dal suo vasto bacino un’ingente quantità d’acqua. L’affluente Tonle Sap, prima di confluire nel Mekong, forma un lago. Ma la portata d’acqua del Tonle Sap, specie nella stagione delle piogge, è così scarsa rispetto a quella del Mekong che questo si riversa sull’affluente. Il Tonle Sap, allora, inverte il percorso e incomincia a riempire il lago: quindi allarga il suo letto anche otto volte rispetto a quello dei periodi di secca.
Questa particolarità è stata sfruttata dalla civiltà di Angkor che, con il contributo di canali e bacini artificiali, era in grado di incamerare l’acqua delle piene del Mekong riuscendo a farla durare un anno, fino alla piena successiva.
Oggi questo permette di avere anche tre raccolti di riso l’anno. Inoltre i fiumi e il lago Tonle Sap sono molto pescosi. Senza scordare che la natura tropicale è generosa di frutta e verdure.
È comprensibile, pertanto, l’interesse dimostrato sempre dalla Cina sulla Cambogia. I cinesi hanno cercato di estendere il loro controllo nel sud dell’Asia fin dai tempi dell’invasione mongola. L’interesse esiste tuttora, come dimostra la sanguinosa storia degli ultimi decenni che ha coinvolto pure il Vietnam.

Nonostante la tragica eredità lasciata dal regime di Pol Pot, si può essere moderatamente fiduciosi sul futuro della Cambogia. Ma è necessario controllare e a vanificare le mire degli khmer rossi, non ancora completamente messi a tacere, e le possibili deviazioni di masse di denaro controllate da persone senza scrupoli.

Giorgio Motta




CAMBOGIA – Finito l’incubo rimane la miseria

Una vita di pura sopravvivenza
Corruzione diffusa, prostituzione,
sfruttamento minorile, soldi di provenienza ambigua.
Nel paese asiatico il disordine sociale
ed economico regna sovrano.
Favorendo una esigua minoranza di cambogiani
e di compagnie straniere.

Il nonno di Tung era monaco buddista. A 25 anni lasciò il convento, si sposò ed ebbe 14 figli da 3 mogli. Il padre di Tung si chiama Vech Savey, (Vech vuol dire monaco). Nel 1974, durante il regime di Pol Pot, mentre serviva nell’aviazione cambogiana come paracadutista, venne a sapere delle purghe e delle deportazioni. Fu così che riuscì a portare in salvo la famiglia.
Lasciarono la casa di Siem Reap su di un carro trainato da buoi, carico di bambini, vecchi, riso e masserizie. Dovevano raggiungere le aree più remote del nord est, per mettersi in salvo. Durante il viaggio, che durò più di tre mesi, si nutrirono di quello che potevano cacciare con trappole, arco e frecce. Cinghiali, orsi, cervi, ma anche topi, lucertole, rane e serpenti. Tung allora era bambino, ora è un giovane fortunato, che ha potuto studiare un poco d’inglese a Phnom Phen, anche se per pochi mesi. La vita è cara, nella capitale, per un ragazzo di campagna.

La Cambogia ha molte ricchezze, che non sono solo minerali, pietre preziose, petrolio. Uno splendido passato ha lasciato templi affascinanti. Il complesso di Angkor, al centro di una zona fertile e ricca d’acqua, rappresentava il centro spirituale e temporale del regno khmer dal IX al XIV secolo. Dalla foresta tropicale emergono i grandiosi edifici sacri, costruiti idealmente intorno al mitico monte Meru, dimora degli dei nell’olimpo hindu. Avvolti da una densa vegetazione, sono circondati da bacini d’acqua che simboleggiano l’oceano. Rampicanti e liane filtrano la luce del giorno, creando effetti fantastici nei corridoi e nei cortili ingombri di pietre e fregi spezzati .
In questo contesto che affascina i visitatori (i quali oggi arrivano più numerosi di un tempo) si è organizzata una «corte dei miracoli», che fa urlare di sdegno. Hanno raccolto le mostruosità della guerra e dei campi minati per sfruttarle. Vittime di terribili amputazioni, storpi e ciechi con le orbite vuote e trafitte, vengono sistemati la mattina davanti ai sontuosi portici di pietra grigia, lungo i camminamenti che attraversano le vasche sacre, accanto agli splendidi, lugubri templi khmer. Uno spettacolo atroce, fatto per commuovere.
Fuori, seminascosti dai cespugli di bambù e dalle palme, ci sono loro, i banditi con le grosse moto. Controllano costantemente la raccolta di offerte e denaro, foendo di bibite, cartoline e sciarpe uno stuolo di bambini, che hanno il compito di avvicinare, circondare e intenerire i visitatori. Aspettano fino a sera, poi se li portano via, i loro schiavi, chi sa dove, fino al giorno dopo.
Poi ci sono i bambini in vendita. Li ho incontrati nei templi più remoti, quelli che sembrano lottare contro una natura troppo forte, che li abbraccia e li stritola. Ci aspettavano. Ci guardavano e ci seguivano, con occhi già vecchi, tra le pietre coperte di muschio. Sono i bambini che non vendono sciarpine colorate. Vendono se stessi. Li hanno anche intervistati, e chi ha visto alla televisione quel filmato e ha udito i racconti ingenui e precisi di cosa fanno con gli stranieri di passaggio, ne è rimasto sconvolto.

Piove molto in Cambogia, tutto l’anno. A volte sono scrosci fortissimi, che lasciano pozze d’acqua e di fango. A volte è una pioggia fine, leggera. L’umidità è forte. La terra è satura d’acqua, specialmente in autunno, quando il grande lago riceve le acque lontane del Mekong in piena e si allarga invadendo le campagne. Nella stagione secca si ritirerà, a un quinto della sua grandezza. Quello che era forse il bacino interno più ricco di pesce al mondo, che alimentava l’esportazione e dava cibo e proteine alla gente, ora sta morendo. In questi lunghi anni di guerra sono state gettate nelle acque del lago Tonle Sap armi chimiche e sostanze velenose. L’hanno fatto per annientare la popolazione?
Qui vivono anche molti vietnamiti. Sono stranieri, odiati, perché nemici da sempre. Non hanno diritto alla terra: quindi vivono sulle loro misere barche, dove coltivano ortaggi e cercano di allevare pesci in rudimentali gabbie di legno. La Cambogia è fertile e poco abitata, e loro sono rimasti dopo l’invasione.
Qui arrivano anche le ragazze, quelle più carine, reclutate nei villaggi vietnamiti. Sono loro le prostitute disponibili in tutti gli alberghi.
Alcuni dei progetti miliardari di alberghi si sono ridimensionati. I flussi turistici non sono ancora adeguatamente forti: restano le strutture di cemento vuote, nelle vie fangose. Una misera tendopoli, fatta di teli di plastica azzurra tirati da corde, è sorta accanto a un cantiere, unico riparo per decine di profughi. I pullman di turisti indifferenti e ciechi vi passano accanto, per poi fermarsi nel negozio di pietre preziose poco lontano. A causa delle condizioni disumane in cui vivono, i profughi sono vittime di Tbc, lebbra, Aids e altro. Vengono dal confine con la Tailandia, dove dicono che i ribelli khmer siano ancora attivi, dove in realtà si cerca di far sgombrare tutta la popolazione. Quelli sono i territori più ricchi di risorse, che devono venire sfruttate senza lasciare nulla al popolo.

Sono passati quasi 5 anni dalla mia prima visita. Sorita, una bella signora in costume tradizionale, era stata la mia guida. Ricordo che non aveva voluto entrare a Tuol Sleng, l’ex liceo trasformato dai khmer rossi nel centro di torture S-21 e oggi museo dove sono conservate le testimonianze delle torture e dei massacri perpetrati dal 1975 al ’79: il ricordo e il dolore erano troppo recenti.
Durante il regime di Pol Pot, Sorita perse 38 dei suoi familiari, intellettuali imparentati con la famiglia reale. Quando i khmer rossi ordinarono a tutta la popolazione della capitale di evacuare la città, la famiglia di Sorita fu deportata nelle campagne per i lavori forzati. A quei tempi, Phnom Penh era passata da 500 mila a quasi 2 milioni di abitanti, a causa dei profughi fuggiti dal Vietnam.
Centinaia di migliaia di persone furono buttate sulla strada, tutte insieme, con poche cose prelevate da casa all’ultimo momento. Fu un esodo lento e terribile, a piedi, nel fango, vecchi, donne e bambini. Chi si ribellava veniva ucciso. Chi non poteva dimostrare di avere origini umili veniva eliminato.
Sorita dovette lavorare giorno e notte nei campi sorvegliati dai khmer. Lei così miope senza gli occhiali, distrutti perché pericoloso segno di cultura. Poi venne il giorno delle «nozze» di gruppo. I giovani in età di matrimonio furono convocati e a ciascuno fu abbinato una compagna. Naturalmente ci fu anche il controllo, affinché l’unione fosse effettivamente consumata.
Sorita fu fortunata. Il giovane con cui fu accoppiata era un medico che aveva finto di essere meccanico di biciclette. Nacquero 3 figli che cementarono quell’unione con l’amore. Non tutti ebbero la stessa fortuna.

Già 5 anni fa mi avevano colpito i bambini. Ci guardavano silenziosi, assorti, senza un sorriso. Anche nella miseria, in tutto il mondo i bambini giocano, ridono e ti sorridono. Sono loro il futuro di un paese. Oggi i piccoli cambogiani sanno sorridere, ma in modo ambiguo. Tendono la mano, chiedono, sono già «corrotti». E tanto più poveri e disperati.
Allora la capitale Phnom Phen era percorsa da un frenetico attivismo commerciale e di ricostruzione, segno evidente della voglia di risorgere dalle macerie della guerra. Oggi per la maggior parte degli abitanti, arrivati dalle campagne in cerca di una vita migliore, la situazione è sempre la stessa: case fatiscenti, alveari di cemento che danno su vicoli fangosi. Allora si sperava, c’era da ricostruire un paese. Sapevo che anche i salesiani erano stati chiamati a dare una mano, per le scuole.
Ora il paese si presenta in uno stato di disordine morale, economico, sociale. Ci sono molti traffici, operatori stranieri che cercano di fare affari in un paese allo sbando, con un re vecchio e balordo, e un primo ministro (Hun Sen) coinvolto in scandali e corruzione. Una corruzione che impedisce lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni di vita della gente.
L’albergo che ci ospita nella capitale, di proprietà straniera, è nuovissimo, di un lusso incredibile, ma vuoto. Si può contrattare il prezzo di una stanza, che risulta poi ben inferiore a quello di listino. Sono investimenti fatti con denaro di provenienza ambigua. Si parla dei signori della droga o di militari, che in questi paesi hanno le redini del potere.
La guerra è finita? Non credo. Ci sono altre battaglie che andrebbero combattute, ma qui chi comanda sono i banditi e la gente rimane sola, povera e ignorante. Da anni si dice che la Cambogia soccomberà un giorno, stretta tra due potenze aggressive: la forte Thailandia e il Vietnam, affamato di terra per i suoi 75 milioni di cittadini.

Claudia Caramanti




CAMBOGIA – Se mine e aids scomparissero

Un futuro già compromesso?
Si muore di diarrea o di Aids. O per lo scoppio
di una mina. Ma la Cambogia non è solo questo:
è anche natura esuberante, frutti succosi,
fiori profumati, sorrisi disarmanti.
Ricordo di un paese dove violenza e dolcezza
convivono fianco a fianco.

M olte sono le immagini che hanno rappresentato la Cambogia in articoli, saggi, libri. Immagini quasi sempre drammatiche: campi disseminati di ossa e teschi, bande di guerriglieri con lanciagranate in spalla, terreni minati, vittime delle mine per le vie di Phnom Penh o nei villaggi di campagna. Tutte cose assolutamente vere e realistiche, ma non sufficienti a raccontare la Cambogia.

I n questo strano paese gli estremi si mescolano in un solo ricordo. E così, accanto ai drammi di una popolazione violata, si aggiungono immagini di volti dolcemente sorridenti e, accanto a immagini di corpi in fin di vita per l’Aids, quelle delle danze aggraziate apsara. Ricordo molto di più la dignità che la disperazione, negli animi delle persone con le quali ho lavorato e vissuto per oltre un anno.
È incredibile come qui convivano due anime: quella della violenza e quella della disarmante dolcezza. Ad esempio, per le vie di Phnom Penh, trasudanti caldo e polvere, durante il giorno era evidente l’aspetto sofferente della città: cupe abitazioni, giungla di fili elettrici abusivi, amputati e poveri medicanti a popolare i bordi di strade inesistenti, la povertà evidente dei piccoli mercati. Ma la sera, lungo il Tonle Sap o intorno al Wat Phnom, centinaia di famigliole, sedute su stuoie nei prati e sul lungofiume, gustavano uova sode o pesce affumicato, in un quadro di bei colori ed armonia. E nelle province, nei remoti villaggi, dove miseria e malattie dettano le regole di una stentata sopravvivenza, non mancano i fiori davanti alle case in legno e bambù, né vengono risparmiati sorrisi al visitatore.
Né posso dimenticare lo splendore di una natura esuberante, di frutti succosi (non ricordo di aver conosciuto altri posti con tale varietà di frutti), fiori profumati (il frangipane la sera, o dopo la pioggia, diffonde a tutta la città il suo profumo) e fiori colorati (i flamboyantes che adoano i viali della capitale come i sentirneri dei villaggi). In questo splendore tutto a volte assume un aspetto solenne e celebrativo, soprattutto quando i mille colori del tramonto tingono meravigliosamente fiume e risaie.

D ella Cambogia ricordo lo splendore dei tetti oro e smeraldo del palazzo reale, i luminosi viali di Phnom Penh, i mille tetti delle innumerevoli pagode che appaiono ovunque, le colorate cerimonie con i solenni bonzi dal cranio rasato e le tuniche arancio, il delizioso pesce-elefante pescato nel Mekong e servito con profumate salse al mango verde.
E come non collegare il ricordo della Cambogia al mistero e al fascino di Angkor Wat, il cuore del paese, che merita da solo un viaggio in Indocina. Cammini per ore nella giungla soffocante, tra templi ricamati, imponenti colonnati, i quattro volti di Bayon, fino a raggiungere un’immagine che toglie il respiro: l’enorme complesso di Angkor, memoria storica e intima del popolo khmer.
Nonostante questo, chi è stato in Cambogia non da turista non può evitare di sentirsi come in un immenso sacrario, dove le sofferenze inaudite di un popolo hanno innaffiato di sangue gran parte della attuale vegetazione. Per fortuna, questo pesantissimo ricordo è vissuto dai khmer con discrezione, quasi come una vergogna da coprire.

P er me e la mia famiglia è stato come conoscere i sopravvissuti di Auschwitz, vittime dell’ennesimo olocausto.
Avrei avuto voglia di interrogarli, ascoltare i loro racconti, le loro vite difficili da immaginare. Ma loro discreti scivolavano sul passato, fino a quando, magari passeggiando alla sera, ti raccontavano come una storia qualsiasi di quando videro massacrare a bastonate i loro cari, in quel delirio che erano i «campi di rieducazione» o, con minor eufemismo, i «killing fields», i campi dell’uccisione.
Ancora oggi i cambogiani sono un popolo costretto a subire violenze quotidiane: una corruzione senza vergogna, l’arroganza illimitata di chi detiene il potere (magari conferito dai proventi di traffici illeciti), fino al drammatico disboscamento che sta minacciando l’equilibrio ecologico del paese. Come se ciò non bastasse, c’è la piaga dell’Aids, che trova nella capillare rete di prostituzione e bordelli l’ideale terreno di coltura per una crescita esponenziale, proprio lì dove i farmaci per curare l’infezione e le complicanze sono introvabili.
Si muore di Aids; si muore di diarrea nei lontani villaggi delle province di Ratanakiri o Stung Treng; si muore ancora su una mina a Anlong Veng o vicino Battambang. E la fabbrica delle protesi è forse l’unica industria dal roseo avvenire nel paese.
In Cambogia centinaia di Ong e agenzie di cooperazione si sono date appuntamento, forse con un esubero eccessivo e con finalità non sempre compatibili con un reale sviluppo del paese.

Oggi, nella mia mente, rivedo le persone che ci sorrisero, per rincuorarci nei momenti difficili, quando tutti avevamo paura, o per esprimere la loro fiducia nel nostro lavoro. Ecco, i mille sorrisi di quella gente costituiscono, per me e la mia famiglia, ricordi indelebili di un anno indimenticabile.

Carlo Urbani




La moschea nel convento

La diffusione dell’islam in Italia

I corsi di corano e di lingua araba vengono ormai proposti anche da associazioni cattoliche. Molti giornali diocesani danno ampio spazio all’islam. I matrimoni tra cattolici e musulmani sono in aumento. Però sono sempre i primi ad abiurare la loro fede. Perché? Perché l’«ecumenismo» è un atteggiamento esclusivamente cristiano? Queste ed altre domande in un articolo molto critico verso le aperture di una parte del mondo cattolico nei confronti dell’islam.

Suor Consolata Tonetti è la direttrice dell’Istituto San Giuseppe di Aosta. È molto occupata: «Siamo in poche, qui c’è tanto da fare…». All’ingresso si nota un grande manifesto: «Sabato 18 marzo 2000 verranno celebrati i 350 anni della fondazione della congregazione».
Suor Consolata mi offre un opuscolo: «Se il tuo cuore ti chiama al coraggio del dono della vita di Cristo per la felicità dei fratelli, puoi rivolgerti alla Comunità delle suore di San Giuseppe…».
Madre Consolata, dicono che nel suo istituto si insegna il corano, si tengono lezioni di lingua araba, qui si celebrano le festività musulmane…
«Questo è un grande complesso. Abbiamo affittato diversi locali alla Cooperativa “La sorgente”. Sono loro che organizzano tutto questo.
La grande festa musulmana dell’Aid El Kebir quest’anno la celebreranno al Centro Anita, nei locali del comune di Aosta».
Madre, vi sono molti missionari che danno anche la loro vita per la diffusione del vangelo. Come mai voi, nel vostro istituto fate opera di diffusione dell’islamismo?
«Noi non siamo missionarie… Ad Aosta c’è una moschea in via Trottechien. C’è un centro islamico sovvenzionato dal comune… Vi sono diversi matrimoni misti».

Nella stessa costruzione, ai piani superiori, vi sono gli uffici ed alcune sale della Cooperativa «La sorgente». Il direttore Riccardo Jacquemod: «La nostra attività consiste anche nel tenere corsi di corano e di lingua araba. Abbiamo personale algerino e marocchino. Ultimamente abbiamo ottenuto dal comune la sovvenzione per insegnare la lingua araba a diversi bambini, figli di immigrati o di valdostani convertiti all’islam…».
Ci troviamo in un grande salone. Noto dei fogli murali con scritte in lingua araba. «Il corso ha lo scopo di favorire l’inserimento dei bambini nella nostra comunità… ha lo scopo di mantenere e rafforzare l’utilizzo della lingua araba nei giovani che sono venuti in Italia o che sono nati qui da matrimoni misti…». «Il mantenimento della lingua, cultura e religione araba costituisce uno degli obiettivi previsti anche dalle normative sull’immigrazione…».
«Il corso, gratuito (pagato dal comune, ndr), è affidato alla tirocinante, di madrelingua libica, Samira Abodaber e alla marocchina Maijida Khanouri».
Dirigente della cornoperativa è anche una donna algerina, Samia Soltane, sposata con un valdostano. Sono di religione musulmana, compreso il loro bambino che porta, come la gran parte dei figli dei matrimoni misti, un nome arabo.
Un familiare del presidente della cornoperativa scrive anche sul locale giornale diocesano Il Corriere della Valle d’Aosta, diffuso in tutta la regione in alcune migliaia di copie. Questo periodico pubblica regolarmente notizie sul mondo islamico e anche lezioni di corano. È però un corano «addomesticato», anzi si potrebbe dire «cristianizzato», bonario, propagandistico, che fa vedere quanto «quella cultura» non sia corrotta come lo è invece il mondo occidentale. In questo modo sono in molti a comprendere che le conversioni all’islam sono un’azione voluta anche dalla chiesa cattolica perché «dobbiamo tutti volerci bene…».
Il direttore del Corriere della Valle d’Aosta è Fabrizio Favre. Intervistato, dichiara: «Noi, per par condicio, non possiamo fare come gli integralisti in Sudan, Afghanistan o altrove. Noi vediamo l’aspetto islamico nell’ambito del rispetto… Se i musulmani sono in continuo aumento, è colpa della nostra poca fede».

Il giornale valdostano diocesano pubblica settimanalmente una rubrica dal titolo «Conoscere per dialogare», curata da Carla Jacquemod della Cooperativa «La sorgente». Nel numero del 3 giugno 1999 si parla di Gesù e Maria nell’islam: «Gesù occupa il 4° posto per ordine di importanza dopo Mohammad, Mosè e Abramo; è un uomo, un ottimo musulmano; non è vero che morì in croce: qualcun altro fu messo al suo posto (Giuda? L’apostolo Pietro? Un soldato romano?). Gesù fu elevato al cielo donde ritoerà, come segno dell’ora e nel giorno del giudizio finale testimonierà contro i giudei e i cristiani (!). Ha ricevuto una rivelazione come Mosè e Maometto, cioè il Vangelo, non ha senso parlare di 4 vangeli… Gesù non è Dio, né il terzo di una triade di dèi (con il Padre e Maria). Gesù è soltanto servo di Dio».
Prima della fine del mondo toerà, combatterà con l’aiuto di Dio insieme con i musulmani contro Gog e Magog e sterminerà tutti i suini del mondo (animali proibiti). Gesù prenderà moglie, avrà figli, farà la preghiera musulmana e il pellegrinaggio (alla Mecca). Morirà e sarà sepolto a Medina, nella grande moschea, vicino a Maometto e a Alì Bakr (il 1° califfo). Nel giorno del giudizio risorgerà e, con sua madre Maria, farà capire a tutti di essere un vero musulmano (sic). Gesù è annunciatore della successiva venuta di Maometto…
A questa affermazione si potrebbe obiettare: come è possibile che Gesù sia stato un buon musulmano se Maometto e questa religione sono nati sei secoli dopo?
Il commento dell’autrice, scritto sul giornale diocesano cattolico di Aosta: «Nei nostri approcci con i musulmani dobbiamo fare attenzione al linguaggio (evitando di parlare del peccato originale). Non nominare il Salvatore, la redenzione, la morte in croce; dobbiamo far capire ai musulmani che non vogliamo divinizzare l’uomo Gesù… Maria è la sorella di Aronne, credono che sia venerata dai cristiani come membro della Trinità… La vogliono figlia di Imran e affidata a Zaccaria, suo parente, che l’accoglie nel tempio. Per i musulmani è particolarmente urtante chiamarla madre di Dio, è meglio chiamarla madre di Gesù».
Come commentare queste «istruzioni» apparse su un giornale cattolico?

di Michel Barin C.

Michel Barin C.




Un mese tra dentiere ed estrazioni

L’esperienza e le riflessioni di una giovane coppia
di odontotecnici, marito e moglie.

Finalmente ci appare la missione su una collinetta. Notiamo subito il piccolo ospedale e la chiesa, la cui facciata guarda a valle una immensa savana. È il 14 agosto. Qui è inverno, ma il sole si fa sentire.
Siamo in 10 sulla Land Rover di padre Giuseppe, che rimorchia la nostra jeep con il radiatore rotto. Fortunatamente, trainati prima da un camion e poi dal missionario, giungiamo a questo Fort Apache della cristianità: Laisamis Mission!

Era buio pesto
quando abbiamo lasciato Timau, la missione dove abbiamo lavorato un mese come odontotecnici-dentisti, assistenti del dottor Romolo Grandi di Torino. Questi è un veterano del volontariato in Africa.
Le fertili terre dei kikuyu, che circondano il Monte Kenya (5.200 metri e nevi perenni sotto l’equatore), sono state trasformate in poche e vaste fattorie, gestite da ricchi stranieri. Le farms offrono vitali posti di lavoro, però sottopagati. Tuttavia chi ha uno stipendio può ritenersi fortunato.
Lasciata Timau, siamo entrati nella savana sempre più arida. A Isiolo termina la strada «asfaltata». È una città di frontiera per il Kenya nordorientale: vi si fanno i rifoimenti, se si prosegue per il nord. È anche l’ultimo posto di polizia. Chi vuole raggiungere Marsabit (300 chilometri di pista) deve viaggiare in convoglio, per ridurre il pericolo di attacchi degli shifta. Qui finisce il Kenya e comincia l’«Africa».
La pista è relativamente facile fino al bivio per il Samburu Park; poi diventa più faticosa. Ci è venuto da ridere pensando ai super-fuoristrada nelle città italiane.
Siamo entrati nella terra dei samburu, turkana, rendille e ol molo, popoli affascinanti come i masai, con pochi contatti con il mondo moderno. Appena sfiorate dal XXI secolo, queste popolazioni vivono secondo le loro antiche tradizioni. Qualcosa sta lentamente cambiando in meglio, grazie al lavoro nei parchi e all’intensa azione missionaria.
Superato Archer’s Post (dove nel 1998 fu ucciso padre Luigi Andeni, missionario della Consolata), abbiamo incrociato zebre e giraffe, gli onnipresenti dik dik e i velocissimi facoceri. È facile incontrare pure il leopardo che caccia.
Una buca… e il radiatore è saltato. Siamo rimasti in panne nel cuore della savana. Panico! Questo però ci ha dato l’opportunità d’incontrare i samburu con le loro file d’asini. Tanti ragazzi sono pastori, armati di lance, ma anche di fucili: indossano i loro caratteristici costumi rossi, sono quasi tutti scalzi e oati di collane e braccialetti colorati.
Poi… è arrivato padre Giuseppe.

Nella missione di Laisamis,
insieme a padre Giuseppe Satriano, c’è pure padre Fabio Zecca, entrambi missionari fidei donum di Benevento. Ci hanno ospitato nella loro casa ordinata e pulita.
A Laisamis mancano acqua, elettricità e telefono; si sopperisce con boniane, che con orgoglio ci hanno fatto da guida. Ci hanno raccontato la lotta con gli «stregoni», che per curare «avvelenano» i malati; quando i pazienti arrivano alla missione, non c’è più nulla da fare. In un letto giaceva una ragazzina agonizzante, già trattata da uno stregone.
Le missionarie ci hanno descritto la battaglia contro il colera, sconfitto grazie all’intervento di «Medici senza frontiere», premio Nobel per la pace, che hanno inviato i medicinali (1.200 curati, di cui solo 7 morti)… Quanto siamo lontani dai circuiti turistici e dai safari con i pulmini!
Il giorno seguente, festa dell’Assunta, abbiamo partecipato ad una messa indimenticabile. Con le suore e padre Giuseppe, eravamo gli unici bianchi; ma non ci sentivamo a disagio, anzi! Era così grande la cordialità che ci siamo persino scordati di scattare foto alle donne: alcune bellissime, dai lineamenti somali. Incuriosiscono le collane di perline colorate, i lobi delle orecchie con piattelli e legnetti appuntiti.
A cena abbiamo descritto la nostra modesta esperienza di volontari e la difficoltà in poco tempo di assistere tanti pazienti (in attesa da un anno) e insegnare alle suore i rudimenti del mestiere. Alla nostra partenza, dovrebbero sostituirci. Non è semplice.

Il dottor Romolo Grandi
ha impiegato anni ad impiantare a Timau uno studio dentistico e un laboratorio odontotecnico funzionali. Le suore di santa Teresa del bambino Gesù, guidate dall’instancabile suor Rita Alba, hanno fatto miracoli per riunire il tutto. Però si lavora solo un mese l’anno!
Ciò nonostante, il dispensario medico di Timau, l’ospedale di Kiirua e l’orfanotrofio di Kibirichia sono punte di diamante nell’assistenza sanitaria: tutte iniziative dei missionari della Consolata (il centro sanitario di Timau, opera di padre Attilio Ravasi, è da pionieri). Avviata l’opera, i missionari consegnano tutto ad altri, per ripartire da zero altrove.
In Italia, prima di giungere a Timau, abbiamo pensato ad una missione di preti e, invece, ci siamo trovati con 13 suore, di cui 11 africane. La loro accoglienza è stata calorosa. Abbiamo apprezzato il loro lavoro «con» e «per» la gente, soprattutto la più povera. Sono capaci di tutto: coltivano l’orto per sfamare i loro 100 bambini dell’asilo; dopo cena fanno maglioncini fino a tarda ora (noi eravamo cotti!) e, soprattutto, offrono assistenza sanitaria. Io, Nino, ho aiutato suor Mary il giorno delle vaccinazioni: ho perso il conto, tanto erano numerosi i bambini.
Timau è un villaggio dove, con il lavoro nelle farms, è arrivato un minimo di benessere. Le costruzioni di legno lungo la strada sono negozi caotici e strapieni. Un mercato occupa permanentemente un crocevia. Non ci sono molte case, ma i villaggi vicini, densamente popolati, sono tanti: si pensi che il sacerdote di Timau celebra la messa in ben 15 chiesette.
La strada asfaltata è affiancata da sentirneri, dove pedoni e biciclette sono abbastanza al sicuro dalle auto e dagli spericolati matatu (scassati Peugeot pick-up, che fungono da minibus, stracolmi di gente e mercanzie). Abbiamo viaggiato da Nanyuki a Timau su un matatu: è un’esperienza indimenticabile. Siamo partiti solo quando l’autista, dopo avere «incastrato» adulti e bambini all’inverosimile, è apparso soddisfatto del pienone (25 persone); ci siamo avviati con l’andatura di un rally.
Tra dentiere ed estrazioni, il mese è volato. L’ultima sera, passata con le sisters davanti al caminetto acceso (siamo a 2.200 metri), gustando l’ennesima torta squisita di suor Helen, ci ha preso la malinconia. Ci rimarranno nel cuore le loro preghiere e i canti tradizionali e nella mente i loro sorrisi.
Andando a dormire abbiamo alzato lo sguardo verso il cielo: sarà l’altitudine o latitudine… ma è incredibile come il tappeto di stelle sembri vicinissimo.

Il mattino seguente
ci siamo recati al minuscolo aeroporto di Nanyuki: due case di legno fungono da torre di controllo e sala d’attesa. Sulla veranda di quest’ultima alcune sedie di vimini e, su un tavolo, caraffe di tè e caffè. Si respirava aria «coloniale», dovuta anche alla presenza di alcuni snob inglesi, che non si degnavano neanche di rispondere al saluto.
Ci siamo congedati da suor Rita Alba, per raggiungere la costa per quattro giorni di vacanza nell’isoletta di Lamu, popolata quasi esclusivamente da musulmani. Lamu è la più antica città del Kenya. Risale alla fine del XIV secolo e, fino all’inizio del XX, la sua economia era basata sulla tratta degli schiavi. Negli anni ’70 era considerata «la Katmandu dell’Africa» per la difficoltà di arrivarci e il fascino medioevale.
In quei giorni di relaxe abbiamo pensato ai luoghi visitati e alle persone conosciute. Abbiamo letto numerosi libri sull’Africa e alla televisione sono di moda i documentari su questo continente. Ma lavorare qui e condurre una vita non da turista è tutt’altra cosa.
Ci siamo stupiti di quante persone vengano in questo paese per lavorare: dai medici (con cui abbiamo parlato dei nostri problemi di protesi) al laureando di filosofia e al papà geometra, che ha ideato e costruito una stalla.
Abbiamo incontrato pure quattro ragazzi di Collegno (TO), che hanno lavorato da imbianchini e baby sitter all’orfanotrofio di Machaka, e un volontario di Forlì, che ha aiutato il veterano padre Emilio Canova, missionario della Consolata, a costruire una missione nella foresta del Meru.
Tante persone. Un piccolo esercito che si muove per aiutare i missionari. Questi «soldati di Dio» a cui non bisogna far mancare le munizioni.

Nino e Gabry Peynetti