DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Non c’è un domani senza biodiversità

Un esemplare di tartaruga (rettile a rischio estinzione). Foto David Mark - Pixabay.
Rosanna Novara Topino

Invasione e distruzione degli habitat

L’uomo sta occupando, distruggendoli o modificandoli, gli habitat di molte specie animali. Ciò mette a rischio sia la loro sopravvivenza che l’equilibrio ambientale, favorendo al tempo stesso la diffusione delle malattie di origine zoonotica.

La copertina del «Living planet report 2022» del WWF.

Negli ultimi cinquanta anni, il consumo di risorse legato alle attività umane ha portato a una drastica riduzione di esemplari nelle popolazioni di vertebrati, al punto che si sta ormai parlando di sesta estinzione di massa. Secondo il Living planet report 2022 del Wwf, siamo arrivati a un calo medio, rispetto al 1970, del 69% degli individui nelle popolazioni di specie di vertebrati (mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci) analizzate dal Living planet index, che studia quasi 32mila popolazioni di oltre 5mila specie diverse. Questo non significa che abbiamo perso il 69% dei vertebrati terrestri, ma che in media ciascuna specie di vertebrati si è ridotta di questo valore.

Habitat e Occupazione umana

Si stima che, nel 2018, solo un quarto della superficie terrestre disponibile fosse libera dall’impatto umano e che nel 2050 lo sarà soltanto il 10%. L’occupazione del suolo per le molteplici attività umane, dalla produzione di cibo e di energia alla costruzione di infrastrutture e di miniere, porta alla privazione per le specie animali di habitat che sono essenziali per la loro sopravvivenza.

I peggiori trend tra le popolazioni di vertebrati analizzate si ritrovano in America Latina e nella regione dei Caraibi, con un calo medio del 94% dal 1970. Seguono l’Africa con il 66% e la regione dell’Asia-Pacifico con il 55%. In Nord America si è registrato un calo del 20%, mentre in Europa e in Asia centrale del 18%, ma questi dati non sono più confortanti dei precedenti, perché, in queste tre regioni, gran parte della biodiversità era già andata persa nei decenni precedenti. Tra le specie analizzate, quelle di acqua dolce hanno subito la riduzione più drastica, con un declino medio dell’83%. Attualmente tra l’1 e il 2,5% delle specie di vertebrati si è già estinto, mentre le popolazioni rimanenti e la loro diversità genetica sono diminuite notevolmente. In particolare, il 46% degli anfibi, il 25% dei mammiferi e il 13% degli uccelli si stanno avvicinando all’estinzione.

Rettili e temperature

Per quanto riguarda i rettili, finora meno studiati di altre specie, un recente studio apparso su «Nature» e condotto da Neil Cox e Bruce Young (che hanno studiato la situazione conservazionistica di 10.196 specie di rettili) è giunto alla conclusione che un rettile su cinque è a rischio estinzione. Tra i rettili in pericolo maggiore troviamo le tartarughe, con il 58% di specie appartenenti a quest’ordine che rischiano di sparire nei prossimi vent’anni. Seguono coccodrilli e alligatori, di cui il 50% delle specie è a rischio. Tra gli squamati, cioè lucertole e serpenti, sono il 19% le specie a rischio, in particolare gli iguanidi. Le specie che rischiano maggiormente l’estinzione sono quelle che vivono nelle foreste, essendo il loro ecosistema più alterato sia dalla deforestazione che dall’espansione urbana. Questo studio ha anche messo in luce il nesso tra l’aumento della temperatura e il rischio estinzione per i rettili. In molte loro specie, infatti, il sesso è determinato dalla temperatura, per cui un costante rialzo termico rischia di alterare significativamente le proporzioni tra maschi e femmine.

Tuttavia, i resoconti sulle specie minacciate di estinzione non descrivono in modo esaustivo il quadro attuale. Secondo uno studio di Gerardo Ceballos, ecologo dell’Università nazionale autonoma del Messico, un terzo delle specie, che più di tutte si stanno assottigliando, non fa attualmente parte dell’elenco delle specie a rischio. Il 32% delle specie di vertebrati considerate nello studio ha avuto perdite notevoli sia nel numero, che nel range di distribuzione. In particolare tutte le specie di mammiferi studiate hanno subito una riduzione di oltre il 30% del loro habitat, ma più del 40% ne ha perso oltre l’80%. Tali perdite sono ascrivibili a varie cause: il continuo aumento della popolazione umana (con uno sfruttamento eccessivo delle risorse), la distruzione degli habitat naturali, la caccia e la pesca sconsiderate, l’inquinamento conseguente alle attività umane e l’invasione di specie aliene (non autoctone) favorita dall’uomo.

Ecosistemi, specie e specializzazione

Generalmente, quando parliamo di perdita della biodiversità, facciamo riferimento al numero delle specie a rischio in determinate aree. Tuttavia, è sbagliato considerare solo il numero delle specie a rischio perché, all’interno del proprio ecosistema, ogni specie svolge un ruolo dettato dalla sua specializzazione. Se la specie in questione va incontro all’estinzione, la sua specializzazione andrà persa per sempre a meno che tale specie non venga rimpiazzata da un’altra con analoga specializzazione e quindi con simili strategie di sopravvivenza. Poiché in un ecosistema non sempre questo avviene, c’è il rischio della perdita non solo della biodiversità, ma della diversità funzionale. In questo caso, la perdita di una specie non rimpiazzata lascia un vuoto, che può avere gravi ripercussioni su tutte le altre specie animali e vegetali dell’ecosistema, che sarà progressivamente compromesso. Le strategie di conservazione non possono essere, quindi, uguali in tutto il mondo. In altre parole, vi sono aree in cui l’estinzione di una specie non comporta necessariamente l’alterazione dell’ecosistema; al contrario, in altre aree la perdita di una specie insostituibile può portare a un crollo della diversità funzionale e al conseguente sbilanciamento dell’ecosistema. È perciò fondamentale conoscere il ruolo ecologico delle singole specie, in modo da concentrare gli interventi di protezione sulle specie che svolgono un ruolo cruciale nel loro ecosistema. Ad esempio, nella ecozona indo-malese – comprendente l’India, parte della Cina e del Pakistan e una serie di isole dell’Oceano Indiano tra cui Taiwan e le Filippine – ci sono specie di mammiferi e di uccelli la cui estinzione comporterebbe un calo di oltre il 20% della diversità funzionale. In Europa, invece, la diversità funzionale crollerebbe del 30% se si arrivasse all’estinzione di determinate specie di rettili, di anfibi e di pesci d’acqua dolce.

Un esemplare di camaleonte. Foto AQagraphy – Pixabay.

La situazione Italiana

In Italia sono piuttosto numerose le specie a rischio di estinzione o che lo sono state in passato. Tra queste abbiamo il lupo, la lince, l’orso bruno, lo stambecco, il cervo sardo, la foca monaca, la lontra, l’aquila reale, il gipeto, il grifone, il gallo cedrone e la starna. In seguito all’occupazione e allo sfruttamento del suolo, molto spesso gli habitat naturali vengono frammentati, cioè suddivisi in sottoaree tra loro parzialmente connesse o totalmente isolate. Questo può essere dovuto alla costruzione di barriere artificiali come strade, impianti sciistici, linee elettriche o ferroviarie, canali artificiali, ecc., che impediscono la libera circolazione degli animali nel loro areale di distribuzione. Vengono così a formarsi sottoaree a macchia di leopardo, con la suddivisione della popolazione di una specie in sottopopolazioni scarsamente in contatto tra loro. Queste ultime sono meno consistenti numericamente rispetto alla popolazione originale e più vulnerabili alle fluttuazioni climatiche, alle possibili epidemie, al deterioramento genetico dovuto a endogamia, cioè all’incrocio tra individui consanguinei, e ai fattori di disturbo antropico. Inoltre, in presenza di frammentazione, l’habitat di una specie è maggiormente a contatto con l’habitat di altre specie. Questo può comportare maggiori casi di predazione, competizione e parassitismo. In pratica le sottopopolazioni di una specie dislocate in aree distanziate tra loro e con scarsa o nulla possibilità di contatto sono maggiormente a rischio di estinzione, perché il distanziamento tra le diverse aree impedisce di fatto la ricolonizzazione laddove la popolazione si sia estinta per qualsivoglia motivo.

Se scompaiono  gli impollinatori

Quando pensiamo alle specie in via d’estinzione, siamo portati a pensare solitamente ad animali di grossa taglia, come il rinoceronte nero o l’elefante asiatico, ma ci sono specie di animali piccoli e piccolissimi, la cui forte diminuzione ci riguarda molto da vicino. Si tratta degli impollinatori, per lo più insetti, ma non solo, la cui attività è fondamentale per favorire l’impollinazione delle piante, da cui dipendono per buona parte la nostra alimentazione e la nostra economia. La riproduzione di almeno il 75% delle piante da fiore e dei raccolti di tutto il mondo dipende dagli impollinatori. Tra questi: api, vespe, farfalle, mammiferi come i pipistrelli e uccelli come i colibrì. Già nel 2010 gli scienziati erano giunti alla conclusione che oltre il 40% degli insetti di tutto il mondo era a rischio di estinzione e che il ritmo della loro moria è otto volte superiore a quello dei mammiferi e degli uccelli.

Sono tre le principali cause della progressiva riduzione degli impollinatori: l’uso dei pesticidi, il modo in cui sfruttiamo il suolo con la predilezione per le monocolture e soprattutto la distruzione dell’habitat. Anche l’aumento delle temperature globali ha un ruolo nella riduzione degli impollinatori, ma si trova solo al quarto posto. Per capire la portata del danno che deriverebbe dalla scomparsa degli impollinatori, basta pensare che, negli ultimi 50 anni, tra i cibi consumati, quelli la cui produzione dipende dagli impollinatori sono aumentati del 300% e fanno muovere un mercato globale del valore di 577 miliardi di dollari. Dobbiamo anche considerare che, finora, ci siamo resi conto della diminuzione solo delle specie di impollinatori che conosciamo, ma la quantità di specie, soprattutto di insetti, a noi ancora sconosciuta è altissima quindi la valutazione del numero delle specie di impollinatori a rischio di estinzione o già estinte è certamente sottostimata. Secondo un recente studio di Matt Devis e Jens Christian Svenning del «Center for biodiversity dynamics in a changing world» (Danimarca), gli esseri umani sterminano le specie animali e vegetali così rapidamente che l’evoluzione, come meccanismo di autodifesa della natura, non può porvi rimedio. Secondo questi ricercatori, nel corso degli ultimi 450 milioni di anni ci sono stati cinque grandi sconvolgimenti con alterazioni ambientali tali che buona parte delle specie animali e vegetali presenti sul nostro pianeta si è estinta. Dopo ciascuna estinzione di massa, l’evoluzione, con i suoi tempi, ha colmato le lacune con nuove specie, ma nel caso dei mammiferi, considerando i loro tempi di diversificazione, per riportare la biodiversità a ciò che era prima della comparsa dell’uomo moderno ci vorrebbero 5-7 milioni di anni e 3-5 milioni solo per riottenere l’attuale biodiversità, dato che è in corso la sesta estinzione di massa, questa volta causata dall’uomo.

Con la perdita delle specie, perdiamo non solo le loro funzioni ecologiche talvolta uniche, ma anche i milioni di anni di storia evolutiva che queste specie rappresentavano.

Habitat, pandemie E zoonosi

C’è un altro aspetto che dovremmo prendere in attenta considerazione. La distruzione degli ecosistemi da parte dell’uomo sta rivelando il suo effetto boomerang sotto forma di pandemie o comunque di diffusione di malattie di origine zoonotica, che sono all’origine di circa un miliardo di casi di malattia e di milioni di morti ogni anno a livello globale.

Le zoonosi attualmente conosciute sono oltre 200, tra cui: rabbia, leptospirosi, Hiv, Ebola, antrace, Sars, Mers (queste ultime due causate da Coronavirus), febbre gialla, dengue, malattia di Lyme, tifo esantematico, malaria e non dimentichiamoci della peste, che non è mai stata completamente debellata.

Fino a qualche tempo fa si riteneva erroneamente che gli ambienti naturali intatti fossero pericolosi serbatoi dei virus e degli altri agenti patogeni portatori di queste malattie, ma studi recenti hanno completamente smontato questa tesi dimostrando, al contrario, che è la distruzione degli habitat che crea le condizioni ottimali per la trasmissione all’uomo degli agenti eziologici.La riduzione delle specie predatrici a seguito delle attività umane può rivelarsi molto pericolosa per la nostra salute.

Rosanna Novara Topino

Un esemplare di zecca (sempre più diffusa). Foto Erik Karits – Pixabay.

Biodiversità e zoonosi

La diffusione della zecca

La malattia di Lyme o borrelliosi è una malattia diffusa in Nord America, Europa e Asia e trasmessa dalle punture delle zecche del genere Ixodes. Questa malattia presenta alcuni sintomi tipici come eritema migrante, febbre, mal di testa, debolezza e affaticamento ma, se non si interviene precocemente con una cura antibiotica, l’infezione può diffondersi andando a interessare articolazioni, cuore, muscoli, reni, fegato, cute, sistema nervoso centrale (causando in questo caso encefalite o mielite). Il suo agente eziologico è un batterio, la Borrelia burgdorferi, che ha come vettore la zecca, ma presenta diversi ospiti tra i vertebrati soprattutto mammiferi, alcuni dei quali risultano essere serbatoi altamente competenti, cioè capaci di ospitare e di trasmettere il batterio molto meglio di altri. Tra questi ultimi vi sono il peromisco dai piedi bianchi, una varietà di topo diffusa nel continente americano dal Canada fino al Nicaragua e il toporagno, specie assai diffusa anche da noi nelle aree verdi, soprattutto nei parchi e nei boschi. Le zecche non trasmettono l’infezione alla prole, ma si contaminano infestando un ospite infetto, mentre ne succhiano il sangue che serve loro per completare le tre fasi del loro ciclo vitale (larva, ninfa, adulto) e per riprodursi. Le zecche adulte passano l’inverno ben rigonfie di sangue e in primavera depongono le uova, da cui a metà estate nascono le larve. Poiché necessitano di pasti a base di sangue ma hanno scarsa mobilità, questi aracnidi devono mettersi in posizione ottimale, per esempio sulla cima di un filo d’erba, per attaccarsi a un ospite vertebrato di passaggio. Date le loro piccole dimensioni, peromischi e toporagni sono gli ospiti ottimali delle larve di zecca e, se sono infettati dalla Borrellia, passano loro agevolmente il batterio; le zecche lo trasmetteranno poi ad altri ospiti con le loro punture. Peraltro la varietà degli ospiti delle zecche è elevatissima, potendo comprendere animali di svariate dimensioni come scoiattoli, opossum, conigli selvatici, volpi, cervi, cinghiali e, occasionalmente, l’uomo. Non tutti questi però si rivelano dei serbatoi altamente competenti come i topi e i toporagni. L’essere umano, ad esempio, non lo è in alcun modo, quindi non trasmette la malattia ad altre persone.

Gli studiosi hanno osservato che la diffusione delle zecche è particolarmente alta dopo le annate ricche di ghiande delle querce, frutti di cui sono particolarmente ghiotti i peromischi e i toporagni, che hanno elevatissimi tassi di riproduzione e ciascuno dei quali può arrivare a ospitare fino a una settantina di larve di zecca, che allo stadio adulto infestano solitamente animali di grossa taglia, come i cervi, utilizzati come supporto per la riproduzione. Si è osservato che è più facile essere punti da una zecca in un parco o piccolo boschetto, dove la fauna è rappresentata da poche specie e quindi i peromischi e i toporagni hanno pochi predatori, piuttosto che in un grande bosco ricco di specie come scoiattoli, opossum, falchi, furetti e gufi, che ne limitano la presenza. Questo dimostra come la biodiversità sia indispensabile per il controllo delle zoonosi.

RNT

 

Rosanna Novara Topino