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Xiomara Castro, la donna delle rivincite

Una storica elezione

Honduras
Paolo Moiola

In un paese maschilista e dominato da povertà, corruzione e violenza, per la prima volta una donna è diventata presidente. Dopo il golpe militare del 2009 e dodici anni terribili, finalmente una speranza.

Vincitrice nelle elezioni del 28 novembre 2021, in carica dal 27 gennaio, Xiomara Castro è la nuova presidente dell’Honduras e la prima donna alla guida dello stato centroamericano. Un evento di portata epocale, ma anche una rivincita della storia e delle donne honduregne.

Candidata del partito di sinistra Libre (acronimo di Libertad y refundación), Xiomara, 63 anni e quattro figli, è moglie di Manuel Zelaya Rosales, il presidente destituito da un golpe militare il 28 giugno del 2009. Pretesto per il colpo di stato – il primo del XXI secolo – furono presunte violazioni della Carta costituzionale da parte di Zelaya. In realtà, il problema era la sua vicinanza con Hugo Chávez, all’epoca presidente del Venezuela. Il golpe fu condannato da Barak Obama, allora presidente Usa, benché il coinvolgimento di organismi militari statunitensi venne successivamente acclarato.

Al posto del presidente deposto arrivò ad interim Roberto Micheletti, seguito da Porfirio Lobo Sosa e poi, per due mandati, Juan Orlando Hernández.

Questi, nel novembre 2013, sconfisse in elezioni molto contestate proprio Xiomara Castro. Sia Lobo Sosa che Hernández sono attualmente indagati negli Stati Uniti.

Oltre alla rivincita della storia, la vittoria di Xiomara Castro porta con sé una rivincita di genere in un paese di stampo machista, dove le donne soffrono di un’endemica diseguaglianza e discriminazione.

L’ex presidente Manuel Zelaya, marito di Xiomara Castro, con l’ex presidente brasilano Lula (in maglietta rossa). Foto Wandaick Costa (2018).

Non solo Berta: un paese violento

L’Honduras, con circa dieci milioni di abitanti, è un paese dominato da povertà, corruzione e violenza. Le cifre testimoniano la gravità della situazione.

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto nazionale di statistica (luglio 2021), la povertà interessa il 73,6 per cento delle famiglie honduregne. E per il 53,7 per cento si tratta di povertà estrema, con i livelli maggiori nelle zone rurali del paese. Alle conseguenze di un sistema economico di chiaro stampo neoliberista, si sono aggiunti, a novembre 2020, i disastri naturali prodotti dagli uragani Eta e Iota, considerati dagli esperti l’ennesima conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.

La pessima situazione economica del paese va a braccetto con la violenza. Secondo l’Osservatorio della violenza dell’Università nazionale autonoma dell’Honduras, nel 2021 si sono registrati 3.800 morti violente, pari a un tasso di 40 omicidi ogni 100mila abitanti, piazzando il paese al terzo posto in America Latina dopo Venezuela ed El Salvador (a livello mondiale il tasso medio è del 6,1, stando ai dati Unodc del 2017).

Tra le vittime privilegiate ci sono le donne. Nel 2021, almeno 314 di esse sono state assassinate, secondo i dati del Comisionado nacional de los derechos humanos (Conadeh). Questo significa che, in media, ogni 28 ore una donna honduregna è morta in modo violento. La situazione è peggiorata in maniera significativa durante l’emergenza causata dalla pandemia del Covid-19.

Infine, l’Honduras è considerato uno dei paesi più pericolosi per i difensori dei diritti umani.

Qualche anno fa, il 3 marzo 2016, fu vittima della violenza anche Berta Cáceres, ambientalista dei Lenca (uno dei sette popoli indigeni del paese, composto da circa 400mila persone).

La donna si opponeva alla costruzione della diga Agua Zarca sul fiume Gualcarque cui partecipavano la compagnia honduregna Desa e la compagnia statale cinese Sinohydro. Lo scorso luglio David Castillo, ex amministratore della Desa, è stato giudicato colpevole di essere il mandante di quell’omicidio. Una sentenza considerata storica vista l’impunità che nel paese ha sempre protetto i responsabili dei crimini.

Peraltro, Berta Cáceres non è l’unica persona ad aver pagato la sua lotta per la difesa dell’ambiente. Da due anni otto uomini sono in carcerazione preventiva (il processo è iniziato lo scorso primo dicembre) per aver difeso le acque dei fiumi Guapinol e San Pedro – nella valle del Bajo Aguán, dipartimento di Colon, nel Nord dell’Honduras – dalla contaminazione. Nel 2014, il governo honduregno concesse alla compagnia Inversiones los pinares (Ilp) il diritto allo sfruttamento minerario senza alcuna consultazione delle comunità coinvolte (con migliaia di residenti).

(Photo by Handout / Honduran Presidency / AFP)

Fuga senza fine

Povertà, violenza e corruzione sono le cause che spingono migliaia di honduregni a fuggire dal paese. Il fenomeno delle cosiddette «carovane di migranti», dirette negli Stati Uniti attraverso Guatemala e Messico, ha preso il via nell’ottobre 2018 dalla città di San Pedro Sula, principale città del Nord del paese. Si tratta di un viaggio lungo – per raggiungere la frontiera statunitense ci sono 2.200 chilometri per il Texas (El Paso) e 3.500 per la California (Tijuana-San Diego) -, costoso e soprattutto pericoloso. L’ultima carovana di migranti è partita da San Pedro Sula sabato 22 gennaio.

Per capire l’entità del fenomeno, è sufficiente un dato: in un solo anno (da ottobre 2020 a settembre 2021), 320mila migranti honduregni, più del 3 per cento dell’intera popolazione, sono stati catturati alla frontiera Sud degli Stati Uniti. Su quel confine gli honduregni rappresentano la più numerosa nazionalità in cerca di asilo: 200 famiglie al giorno stando ai dati diffusi dalla polizia di frontiera (U.S. Customs and border protection, Cbp).

Sul tema migratorio la preoccupazione di Washington è tale che la vicepresidente Kamala Harris è volata nella capitale
Tegucigalpa per discuterne di persona con Xiomara Castro già nel giorno dell’insediamento di quest’ultima.

La mappa evidenzia la distanza che separa l’Honduras dal confine Sud degli Stati Uniti, sogno di moltissimi migranti honduregni.

La religione come strumento politico

In Honduras, oltre l’80 per cento della popolazione si dichiara cristiana. I cattolici sono il 38,1 per cento, gli evangelici seguono con il 37,6 (fonte Statista, 2021).  I politici honduregni non si sono mai fatti scrupoli di usare la religione come strumento di consenso. Nel suo discorso d’insediamento del 27 gennaio 2018, l’avvocato Juan Orlando Hernández, membro di una chiesa evangelica, aveva utilizzato il termine Dio con grande disinvoltura, per evidenziare una presunta «volontà divina» dietro la sua elezione a presidente (un comportamento che sarebbe stato utilizzato anche dal capitano Jair Messias Bolsonaro, futuro presidente del Brasile).

«Dalla mano di Dio e del popolo honduregno – aveva detto – costruiremo insieme l’Honduras che meritiamo. Sono Juan Orlando Hernández e sono pronto a dare tutto per l’Honduras, per il mio popolo, per tutti. Grazie mille, Dio benedica l’Honduras! Che Dio ci benedica tutti! E ora… partire di qui, ora per lavorare, per lavorare e per lavorare! Perché dalla mano di Dio il lavoro vince tutto. Grazie di cuore, vi voglio tanto bene e un abbraccio per tutti quelli che sono qui e quelli che sono lì in Honduras… un abbraccio per tutti, con tanto affetto». Oggi, l’ex presidente è accusato dalla giustizia degli Stati Uniti di essere legato al narcotraffico in un paese qualificato come «narcostato».

È in questo contesto che Xiomara Castro in Zelaya ha assunto la carica di presidente.

Paolo Moiola


Il gesuita padre Melo con Berta Cáceres, l’ambientalista indigena assassinata nel 2016. Foto Radio Progreso.

I Gesuiti

Radio Progreso, la voce degli ultimi

In Honduras, l’ordine dei Gesuiti svolge  un’importante opera di comunicazione  attraverso un’emittente radiofonica e un gruppo di riflessione. Ismael Moreno Coto, «padre Melo», ne è l’instancabile animatore.

Gli anni più duri sono stati quelli immediatamente successivi al colpo di stato del giugno 2009. Giornalisti e impiegati ricevevano minacce a ripetizione dai militari e dai loro fiancheggiatori. Ma non si sono mai arresi, anche dopo l’assassinio – l’11 aprile 2014 – di Carlos Mejía Orellana, uno degli amministratori dell’emittente.

Fondata nel 1956, acquisita dalla Compagnia di Gesù nel 1970, Radio Progreso è quella che si può definire un’emittente di lotta o, per usare i suoi slogan, la «voce dei senza voce» (la Voz de los sin voz), «la voce di un popolo in cammino» (la Voz de un pueblo en marcha) e ancora «la voce che sta con te» (la Voz que está con vos). Da gennaio 1980, la struttura di Radio Progreso è affiancata da un gruppo di riflessione e approfondimento conosciuto con l’acronimo di Eric (Equipo de reflexión, investigación y comunicación), anch’esso facente capo ai Gesuiti dell’Honduras.

Padre Melo

Il logo di Radio Progreso, l’attivissima emittente dei Gesuiti dell’Honduras, diretta da padre Melo.

Anima instancabile della radio e del gruppo di riflessione è Ismael Moreno Coto, conosciuto come «padre Melo», gesuita e attivista dei diritti umani. Una persona a cui mai ha fatto difetto il coraggio della parola.

Il 17 dicembre 2019, in occasione dei 63 anni della radio, il padre gesuita ha ricordato il Dna proprio dell’emittente: un’opposizione diretta al modello di sviluppo basato sull’infinita accumulazione di ricchezza e capitale in un numero ridotto di famiglie a costo di condannare milioni di persone alla disoccupazione, alla povertà e alla perdita di diritti e opportunità. A settembre 2021, poco prima delle elezioni, su Envío, la rivista editata da Eric, padre Melo scriveva: «Siamo sotto il controllo di un Patto politico dell’impunità costituito il 28 giugno 2009 con il colpo di stato e andato consolidandosi sotto la guida di un gruppo di mafiosi che ha trasformato un partito politico in una struttura criminale. […] Parliamo di un Patto politico dell’impunità guidato dal crimine organizzato, soprattutto dal traffico di droga, sotto la guida di Juan Orlando Hernández [il presidente del paese], la sua famiglia e i collaboratori più vicini. A questa squadra si aggiungono attivamente i membri dell’alto comando delle Forze armate, la cupola della Polizia nazionale, i magistrati della Corte suprema di giustizia, il Pubblico ministero generale, il settore delle imprese raggruppate nel Cohep [Consejo hondureño de la empresa privada], settori direttamente legati alle aziende transnazionali estrattive, un piccolo gruppo di professionisti e un altro di un’autoproclamata società civile».

Una manifestazione contro l’arresto degli ambientalisti della regione del Guapinol. Foto Orlando Sierra / Cespad.org.

La Chiesa cattolica e il golpe del 2009

Padre Melo non risparmia critiche alla Chiesa cattolica. Nell’ultimo paragrafo della sua riflessione egli ricorda che, dal 2009 al 2012, la Conferenza episcopale del paese (all’epoca guidata dal cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga) aveva perso credibilità a causa del suo appoggio al golpe militare. Secondo il gesuita, il processo di recupero è iniziato con la nomina a capo della Conferenza del vescovo della diocesi di San Pedro Sula, mons. Ángel Garachana Pérez.

Speranze e un cammino in salita

A conclusione delle elezioni del 28 novembre, il gruppo Eric non ha nascosto (Manifiesto público número 65, 2 dicembre 2021) la propria soddisfazione: «Dopo 12 anni di corruzione, violenze e vergogna mondiale […]. Il popolo è uscito in massa per votare, e questo è il suo trionfo, una

vittoria pacifica, ma determinante e solida. Sono giorni di festa, gratitudine e speranza».

Con l’arrivo alla presidenza di Xiomara Castro, Radio Progreso e il gruppo Eric dovranno riuscire a confermare il loro ruolo a fianco degli ultimi. Infatti, nonostante le speranze suscitate dal nuovo governo, è facile prevedere che la strada per un altro Honduras sarà lunga e molto faticosa. Come riconoscono gli stessi Gesuiti: «Sono giorni per godere del trionfo ma con i piedi ben saldi per terra. Rimane molta strada da fare per rafforzare nel tempo le gioie e la dignità della nostra gente». Una previsione subito confermata dai fatti con il clamoroso scontro interno (Luis Redondo versus Jorge Calix, 23 gennaio) sulla presidenza dell’assemblea legislativa di Tegucigalpa.

Paolo Moiola

La cattedrale di San Pedro Sula, seconda città del paese centroamericano. Foto Hector Emilio Gonzales / Unsplash.

 

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Paolo Moiola