DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

https://www.facebook.com/antigoneonlus/photos/4129084720531391

https://www.facebook.com/antigoneonlus/photos/4129084720531391

È il pomeriggio del 6 aprile 2020 quando 15 agenti della polizia penitenziaria del carcere “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere (in provincia di Caserta) si presentano di fronte alla cella numero sette del reparto Nilo. Dentro c’è Lamine Hakimi, un 28enne originario di Annaba (Algeria) affetto da patologie mentali, che sta scontando la sua pena per reati comuni; a settembre dello stesso anno dovrebbe uscire di prigione. Gli agenti—come ricostruirà poi l'avviso di conclusione delle indagini, che nelle ultime settimane ha riportato l’attenzione sul suo caso—entrano nella cella, lo afferrano con forza e iniziano il pestaggio nell’atrio del reparto. Hakimi è colpito con calci, schiaffi e pugni al punto tale da accasciarsi per terra. Perde anche una scarpa, che viene scalciata da una guardia. Poi viene trascinato sulle scale, dove continua a essere picchiato da agenti disposti su due lati; l’uomo cade ancora una volta e viene colpito con altri calci e manganellate. Dopodiché, Hakimi viene messo insieme a un altro detenuto nell’area di passeggio (il cosiddetto “fosso”), dove rimane un’ora e mezza. Dallo spioncino della porta blindata si affacciano le guardie che urlano cose del genere: “Ancora deve finire qua, adesso vi mandiamo in culo al mondo, vi dobbiamo uccidere, vi dobbiamo schiattare.” Questo è il racconto che riporta Leonardo Bianchi, su VICE Italia --> https://bit.ly/3DI62ga Hakimi muore qualche giorno dopo il pestaggio, solo, in una cella del reparto Danubio del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Per la sua morte la Procura sta indagando 13 agenti con l'accusa di cooperazione in omicidio colposo. Negli scorsi mesi abbiamo provato, anche tramite le autorità algerine, a metterci in contatto con i genitori di Hakimi per fargli sapere che c'è un processo in Italia che riguarda anche la morte di loro figlio e che, in un'aula di tribunale possono costituirsi parte civile e avere giustizia. Finora non ci siamo riusci