DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Vedo, non vedo

Foto di Chiara Barbonese, Tosamaganga, tanzania

testo di Gigi Anataloni, direttore di MC |


Oramai ci siamo abituati: l’osservazione astronomica e gli schermi sempre accesi che ci circondano, rendono i segreti dell’universo a portata di sguardo. Nella quotidianità. Basta un computer o un’app sul cellulare per avere splendide immagini della Terra vista dalla Luna, emozionanti vedute della profondità delle galassie e degli intriganti misteri dei buchi neri, e per provare a «contare» le stelle.
Vediamo davvero lontano.

Vedere è un verbo complesso, con molte sfumature di significato: parte dal guardare o immaginare qualcosa, diventa assistere e osservare per notare e constatare, passa poi al giudicare e verificare, controllare e provare, per arrivare infine a valutare e decidere, e molto altro ancora. Tutte queste cose le esprimiamo con «vedere». E poi ci sono il «vedo nero», il «vedo rosso», le «rosee vedute» e le «larghe vedute», c’è il «vedersi» come incontro, il «ci vediamo» come promessa, ma anche il «te la faccio vedere io» come minaccia, il «farsi vedere» come esibizione e rivalsa.

In più, la tecnologia del «vedere», oggi, senza rendercene conto, può procurarci un senso di onnipresenza e di onnipotenza. Con la pressione di un dito su uno schermo possiamo ritrovarci (o avere l’illusione di trovarci) sulla cima dell’Everest, nelle profondità dell’oceano o ai confini dell’universo. Posso vedere di tutto e di tutti, e pensare di essere informato, di conoscere, di sapere.

 

Vedo tanto, vedo tutto, vedo lontano.
Ma rischio di non vedere la donna che rovista nei cassonetti sotto casa, l’anziano «del 6° piano» che vive nell’abbandono, i miei figli che vedono anche loro tutto in uno schermo, ma nella solitudine. Vedo le coperte e i giacigli dei senzatetto negli angoli della mia città, scocciato dalla sozzura e dal disordine, senza vedere però la persona che lì vive il suo disagio, la sua solitudine e la sua emarginazione. Vedo il migrante dalla pelle scura davanti al supermercato, sento risuonare in me le parole sentite, e magari dette, mille volte su «quelli come lui»: ci rubano il lavoro, vendono la droga, portano delinquenza, approfittano delle nostre case popolari, dei nostri sussidi, ma non riesco a vedere il giovane ferito nel corpo e nel cuore da guerre e fame che l’hanno fatto migrare nonostante il terrore dei trafficanti di uomini.

Vedo il prezzo dei pomodori, quello delle pesche, dei peperoni, del cellulare, della camicia, della benzina. Ma non vedo chi ha raccolto quei pomodori per una paga da fame, schiavizzato dai caporali, sgherri di proprietari terrieri ricattati dalla grande distribuzione che non paga il giusto. Invisibili sono i bambini chi escono dai buchi della terra con il coltan così essenziale per la tecnologia che mi circonda. Lontanissime le donne curve a cucire i miei indumenti. Irreali le cannonate di chi lotta per il controllo del nostro gas e petrolio.

Vedo con orrore e preoccupazione l’Amazzonia in fiamme, ma faccio fatica a vedere il legame tra quegli incendi e l’espansione dei pascoli e la cacciata dei popoli indigeni dalle loro terre per l’insaziabile domanda di carne dei nostri mercati.

Vedo i soliti politici gridare contro i migranti, li vedo, e magari li applaudo (e li voto) anche… ma rischio di non vedere le vite spezzate delle persone trafficate, schiavizzate, abusate sessualmente, costrette in condizioni disumane nei campi di detenzione della Libia, nell’isola di Lesbo, nei campi profughi del Libano; rischio di non vedere gli occhi dei bambini ingabbiati negli Usa, di quelli cacciati come animali ai confini della Bulgaria, dei siriani usati dalla Turchia per ricattare l’Europa, di quelli annegati nel Mediterraneo per l’ignavia di quella stessa Europa, e dei morti sotto i troppi muri e barriere.

Vedo e non vedo e, soprattutto, spesso non voglio vedere.
Perché se davvero vedessi bene, dovrei cambiare il mio modo di agire, di spendere, di informarmi. Perché Qualcuno ci ha insegnato che c’è anche un vedere che diventa conoscere, e un conoscere che è lo stesso che amare. Se vedessi bene, con il cuore, mettendo al centro la persona, correrei il rischio di ritrovarmi meno onnipotente, ma più presente e, magari, più umano.