DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Nella stessa barca

In un supermercato a Nairobi, Kenya / foto Donna Nyapola

Testo a di Gianantonio Sozzi, Imc |


«Oggi siamo impauriti e smarriti come i discepoli del vangelo che sono stati presi alla sprovvista, nella loro barca, da una tempesta inaspettata e furiosa». Mentre papa Francesco diceva queste parole nella sua preghiera solitaria in piazza San Pietro, lo scorso 27 marzo, ho pensato che l’immagine della barca accomunava due grandi tragedie del nostro tempo: in modo simbolico quella del Covid-19 che, nel momento in cui scrivo, ha ucciso già ben oltre 20mila persone nella sola Italia, e in modo diretto quella dei naufragi del mediterraneo che, negli ultimi sei anni, hanno fatto quasi altrettante vittime.

A differenza delle migrazioni, fatte con barche lontane da noi che attraversano disperatamente il Mediterraneo stipate di persone che non vorremmo accomodare a casa nostra e preferiremmo «aiutare a casa loro», il Covid-19 ci ha costretti a renderci conto che la barca su cui viviamo tutti, sia noi che «loro», è una sola: frantumate tutte le nostre certezze e pretenziose frontiere, oggi ci possiamo rendere conto «di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda».

Oggi è ancora presto per tirare delle conclusioni. Siamo ancora in mezzo alla tempesta, e non ne vediamo la fine. Stiamo appena iniziando a elaborare la nuova consapevolezza che basta un virus microscopico per mettere in scacco buona parte della struttura produttiva mondiale che genera quella ricchezza senza la quale – pensavamo fosse così – non siamo capaci di fare alcunché.

In questa tempesta, per noi missionari, cresce anche l’ansia per quello che succederà oltre i nostri confini, «in altri paesi finora largamente risparmiati dal Covid-19, soprattutto in Africa – scrive padre Stefano Camerlengo, superiore dei missionari della Consolata – indubbiamente mal attrezzati a gestire una situazione drammatica, impreparati a contrastare il virus».

Oggi è presto per capire che mondo sarà quello dopo il coronavirus, ma non è presto per la speranza. Come cristiani, sappiamo che è la speranza a farci capaci delle più ardite costruzioni, dei più ambiziosi progetti e, con la collaborazione di tutti, della realizzazione dei più nobili sogni. Abbiamo l’opportunità di costruire un’umanità nuova, un po’ più solidale, un po’ più fraterna, un po’ più di tutti.

L’esperienza del Covid-19 ci ha messi di fronte alla realtà di una forma di vita, il virus, che non può vivere senza ricorrere a un sistema biologico più complesso di sé, e abbiamo visto che a volte il virus uccide quella vita dalla quale trae sostentamento. Succede così anche per l’uomo in relazione con il creato. L’uomo oggi può decidere se continuare a essere un virus letale per la Terra, oppure no. Oggi forse siamo più consapevoli che potremo dire «andrà tutto bene» solo se smettiamo di violare e contaminare la nostra «casa comune».

Possiamo sperare che il Covid-19 ci aiuti tutti a uscire anche dai deliri di onnipotenza del pensiero unico e dei populismi che dipingono tutto di bianco e nero, tracciano frontiere indiscutibili pretendendo di distinguere con precisione ciò che è dentro da ciò che è fuori, e che, quando non sono più in grado di gestire la crisi, allora rispondono con una specie di «si salvi chi può», e pace all’anima di coloro che non sono in condizioni di farlo.

Possiamo sperare in un’economia nuova che sappia mettersi al servizio dei bisogni quotidiani dell’uomo. Lo scrittore e giornalista Tiziano Terzani, qualche tempo prima della sua morte diceva: «Siamo sicuri che il progresso debba essere solo crescita? Non sarebbe molto meglio arrivare a una situazione in cui tutti abbiamo poco ma il giusto? Oggi l’economia non è per l’uomo ma è fatta per costringere tanta gente a lavorare a ritmi terribili, per produrre delle cose per lo più superflue, che altri possono comprare solo se lavorano a loro volta a ritmi disumani».

Questo virus che ci ha chiusi in casa, forse alla fine ci avrà aiutati anche a scoprire il valore di alcune cose che non si possono comprare: la vita, l’affetto di parenti e amici, la comunità, gli abbracci, il tempo speso bene.

Gianantonio Sozzi, imc