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Camerun: Uniti, ma divisi

La guerra dimenticata tra anglofoni e francofoni

MARCO LONGARI / AFP

testo di Enrico Casale |


Un conflitto continua a mietere vittime nelle due regioni anglofone del Camerun. Dalle proteste del 2016 alla guerra separatista iniziata nel 2017. Mentre si parla di cambiare la forma dello stato.

La guerra continua. Nel silenzio dei media internazionali. In Camerun si sta combattendo un conflitto sottotraccia, ma non per questo poco letale. Negli ultimi tre anni sono morte almeno tremila persone (ma la stima è per difetto), in migliaia hanno lasciato le proprie abitazioni e almeno 40mila camerunesi hanno cercato rifugio all’estero, in particolar modo in Nigeria. Lo scontro vede opposte le forze armate e la polizia legate al governo francofono di Yaoundé e i movimenti indipendentisti delle regioni anglofone. La crisi è esplosa nel 2016, ma ha radici profonde, che sono da ricercare nel colonialismo e nelle sue politiche.

Pullmini bruciati al bus terminal di Buea. (© – / AFP)

Retaggio coloniale

Il Camerun diventa colonia tedesca nel 1884 con il nome di Deutsche Kolonie Kamerun. La sconfitta degli Imperi centrali nella Prima guerra mondiale, impone alla Germania un duro scotto in termini economici e territoriali. Le colonie africane di Berlino sono suddivise tra le nazioni vincitrici: l’Africa Tedesca del Sud Ovest (l’attuale Namibia) al Sudafrica; la parte principale dell’Africa orientale tedesca alla Gran Bretagna (l’attuale Tanzania) e una piccola parte al Belgio (gli attuali Ruanda e Burundi). Il Camerun e il Togoland sono infine spartiti tra la Francia e l’Impero britannico: dell’ex Camerun Tedesco i 4/5 sono assegnati alla Francia così come i 3/5 del Togoland, mentre all’Impero britannico vanno i 2/5 del Togoland e 1/5 del Camerun. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, anche in Camerun nascono i primi movimenti indipendentisti. Il partito «Unione delle popolazioni del Camerun» si schiera apertamente per il distacco dalla potenza coloniale, ma viene bandito negli anni Cinquanta e duramente represso. Nel 1960 il Camerun francese diventa però indipendente con il nome di Repubblica del Camerun sotto la guida del Presidente Ahmadou Ahidjo. In quel frangente, la parte meridionale del Camerun britannico si stacca unendosi al Camerun francofono per formare la Repubblica federale del Camerun. Successivamente il paese cambia nome, perde la sua caratteristica federale e, nel 1972, diventa Repubblica unita del Camerun e, poi, nel 1984, Repubblica del Camerun.

(© STRINGER / AFP)

Lingua e petrolio

«Siamo intervenuti tardi, non quando era necessario farlo – ha recentemente dichiarato in un’intervista al canale Equinoxe Tv il cardinale camerunese Christian Wiygham Tumi -. Il problema doveva essere affrontato nel 1972, quando il paese cambiò perdendo la sua connotazione federale e assumendo il nome di “repubblica unita”». Questa svolta è stata il segno della progressiva centralizzazione della politica e dell’amministrazione. Ciò ha significato anche uno spostamento del baricentro decisionale verso le élite francofone.

La scoperta di grandi giacimenti petroliferi nella penisola di Bakassi e la vittoria della disputa con la Nigeria ha inasprito ulteriormente le tensioni latenti tra le regioni di lingua inglese e il governo centrale. Yaoundé ha infatti affidato lo sfruttamento dei giacimenti a grandi multinazionali, in particolare Perenco (anglo-francese), Total (francese), Shell (anglo-olandese) e ExxonMobile (statunitense), ma i profitti non sono stati equamente redistribuiti tra la popolazione. Anzi, la presenza di queste abbondanti riserve di idrocarburi ha reso ancora più stringente il controllo di Yaoundé su quelle regioni. Anche perché l’economia del Camerun dipende in larga parte dall’attività estrattiva, che rappresenta il 40% del Pil nazionale.

Regioni in fiamme

La scintilla che porta all’incendio scoppia nel 2016. Nelle due regioni anglofone, gli insegnanti e gli avvocati organizzano scioperi e manifestazioni in strada. Protestano contro l’invio di giudici e insegnanti francofoni che, a loro dire, non avrebbero la preparazione adeguata per gestire i processi secondo la common law (il diritto consuetudinario di matrice britannica in vigore nelle due regioni) e non sarebbero in grado di seguire i programmi scolastici incentrati sulla lingua inglese. In un primo momento, il governo di Yaoundé si mostra disponibile a negoziare, ma poi il numero dei manifestanti aumenta progressivamente e le loro richieste si fanno più ambiziose, fino a invocare una maggiore autonomia per le due regioni. Di fronte a queste richieste, già da tempo avanzate dai nazionalisti anglofoni, il governo reagisce. Nelle due regioni anglofone vengono inviati reparti delle forze armate e rinforzi delle forze dell’ordine. I militari e gli agenti usano la violenza e ricorrono agli arresti di massa. La situazione degenera rapidamente. Come spesso accade in queste situazioni, la violenza chiama violenza. In seno ai gruppi separatisti, nascono formazioni armate che non solo reagiscono duramente alla repressione, ma si spingono, nel settembre 2017, a chiedere la secessione dal Camerun delle regioni anglofone, e la nascita dello Stato indipendente di Ambazonia (da Ambas Bay, la regione a Ovest della baia del fiume Mungo). Questi gruppi non sono più composti da compassati avvocati e insegnanti, ma da milizie bellicose che, secondo l’International Crisis Group, contano tra i due e i quattromila combattenti. Negli scontri sia le forze separatiste sia i militari commettono atrocità soprattutto nei confronti dei civili.

Il cardinal Christian Wiyghan Tumi chiacchiera con il leader storico dell’ opposizione, John Fru Ndi, durante una sessione degli incontri  di dialogo promossi dal presidente Biya, in Yaounde, Cameroon, il 30/09/2019. (© Stringer / AFP)

Violenza continua

A tre anni dall’inizio delle tensioni, le violenze non si fermano. «Molte case sono state bruciate e scontri armati continuano ogni giorno – ci racconta una fonte locale che vuole rimanere anonima -. Alcune persone sono rimaste uccise. Le pattuglie di polizia spaventano la popolazione, soprattutto gli anziani che non hanno mai vissuto una simile atmosfera di tensione».

L’economia e la vita sociale delle regioni anglofone sono bloccate. «I continui scontri – prosegue la fonte – rendono impossibili le attività della società civile. Anche in campo economico le difficoltà sono crescenti da quando la maggior parte delle imprese ha cessato di operare in loco. Le due province vivono di agricoltura, ma anche coltivare i campi è complicato. Molti contadini sono stati uccisi mentre lavoravano».

Nel mirino è entrata anche la Chiesa cattolica. «Negli ultimi mesi si sono registrati molti rapimenti di sacerdoti – continua la nostra fonte -. Ciò ha costretto Andrew Nkea Fuanya, il vescovo di Mamfe, a chiudere tre parrocchie nella sua diocesi. George Nkuo, vescovo di Kumbo, è stato rapito. Non solo le autorità religiose, ma anche i civili vengono rapiti quotidianamente per essere liberati dietro riscatto. Detto questo, va aggiunto che gran parte della popolazione preferisce i miliziani alla polizia. I vescovi chiedono che si apra un dialogo inclusivo attraverso il quale le parti si confrontino senza pregiudizi. Di fronte alle costanti minacce, soprattutto da parte dei separatisti, la Chiesa cattolica cerca di avvicinare i ragazzi per educarli ai valori della vita».

© Stringer / AFP

Stato federale?

Di fronte a questa crisi, la comunità internazionale non è rimasta immobile. A gennaio 2019, gli Stati Uniti hanno diminuito gli aiuti militari al Camerun facendo riferimento alle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nelle regioni anglofone. A maggio, sempre gli Usa, hanno promosso il primo vertice del Consiglio di sicurezza dell’Onu incentrato sul conflitto anglofono. E, a luglio, la Camera dei rappresentanti di Washington ha adottato la risoluzione n. 358 che chiede al governo del Camerun di ricostituire il sistema federale per tentare di risolvere la crisi. Sempre a luglio, la Svizzera, che da secoli ha adottato un sistema federale ed è un altro partner importante del Camerun, ha avviato un tentativo di mediazione indicando al presidente camerunese Paul Biya proprio il modello svizzero incentrato sui cantoni che nei secoli ha garantito la convivenza tra comunità linguistiche diverse. Anche sul fronte interno le cose stanno cambiando. L’opinione pubblica moderata francofona è sempre più incline all’idea di uno stato federale, da tempo invocato dai moderati anglofoni.

Le pressioni internazionali e nazionali hanno portato all’inizio di ottobre alla convocazione di un dialogo nazionale inclusivo per affrontare la situazione. Nell’incontro si è parlato di uno statuto speciale per le regioni anglofone, dell’immediato rilancio di alcuni progetti come la costruzione di infrastrutture: aeroporti e porti marittimi nelle due regioni, dell’integrazione degli ex combattenti nella società e del ripristino del vecchio nome, Repubblica unita del Camerun. Come segno di distensione, poi, il presidente Biya ha ordinato di fermare i procedimenti giudiziari contro più di 300 prigionieri, tra cui il leader dell’opposizione Maurice Kamto del Crm (Camerun renaissance movement).

Un provvedimento, quello dell’amnistia, non ritenuto sufficiente dai separatisti che continuano a chiedere la liberazione di tutti i prigionieri reclusi dal 2016, compresi i dieci leader condannati all’ergastolo lo scorso agosto.

Nonostante il dibattito in corso, la violenza continua. «I civili continuano a essere uccisi senza pietà e le abitazioni degli anglofoni vengono bruciate – conclude la nostra fonte -. La vita è davvero difficile perché a soffrire è soprattutto la gente comune. Il governo pensa ancora di poter decidere da solo. La soluzione migliore è solo un dialogo inclusivo che vada alla radice della crisi e trovi una soluzione una volta per tutte».

Enrico Casale

(© ALEXIS HUGUET / AFP)