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Faraja house «I care»

Il 3 agosto 2019 per i ragazzi della Faraja è stato un giorno bello è importante: finalmente dopo più di due anni hanno potuto traslocare dalla vecchia alla nuova Faraja che è stata terminata grazie all’intervento della Cei, del gruppo Gms di Savigliano e con il coordinamento del Movimento Sviluppo e Pace di Torino.

Prima di poter illustrare i vari cambiamenti sarebbe necessario ricordare la storia della Faraja.

Nel 1997, i missionari della Consolata, per venire incontro al grave problema dei bambini di strada, diedero inizio alla Faraja House a Mgongo, alla periferia della città di Iringa (Tanzania). Faraja significa consolazione. L’attività, quindi, si ispira alla Consolata e al nostro carisma. Faraja diventa pertanto accoglienza, affetto e futuro.

L’organizzazione e la direzione furono affidate a padre Franco Sordella, missionario della Consolata da più di 40 anni in Africa.

I ragazzi della Faraja

È difficile descrivere le situazioni e le esperienze di vita di questi ragazzi che si sono trovati a vivere per strada. Alcuni di loro hanno già sperimentato il carcere (ricordiamo che in alcune città i bambini vengono detenuti con gli adulti), altri hanno subito ogni genere di violenza psicologica e fisica, e le ferite sono profonde e tangibili. Riportare i ragazzi alla normalità non è facile perché intervengono molti fattori culturali, religiosi e tribali, ma dopo alcuni mesi il cambiamento è visibile soprattutto grazie all’impronta familiare e al grande interesse e affetto con cui sono educati e seguiti fin dall’inizio. Si scrisse che il nostro centro voleva essere una risposta alla necessità di aiutare i bambini che lasciano la scuola per vari motivi e si trovano in strada alla ricerca di piccoli lavori per la sopravvivenza ma poi si trovano in balia di piccole bande, della fame e della necessità di un posto per dormire. Furtarelli, rapine e arresti della polizia, malattie e soprusi vari sono all’ordine del giorno.

Il problema dei ragazzi di strada o in difficoltà si fa sempre più acuto ed è dovuto da troppe cause tra cui l’Aids, la poca consistenza dei nuclei familiari, le ragazze madri, il decadimento dell’educazione scolastica, l’urbanizzazione, la povertà in genere. Normalmente i bambini di strada provengono da ceppi familiari disgregati o assenti che, per vari motivi, possono essere fonti di sofferenze, di amarezze e abbandono.

In molti casi, il sistema di assistenza sociale governativo non ha alcuna consistenza. L’organizzazione di questo tipo di ragazzi è particolarmente problematica proprio perché sono abituati a vivere ai margini della società senza tante convenzioni e regole, se non quelle interne al proprio gruppo di aggregazione.

Attualmente i bambini e ragazzi accolti alla Faraja sono 72 di cui 21 frequentano la scuola secondaria, 6 l’università e 2 il seminario.

Successi e fallimenti

Sono divisi in case e squadriglie per rendere più facile la gestione e l’autosufficienza. Lo studio, il gioco, il lavoro e anche la preghiera scandiscono le ore di ogni giornata. L’amicizia tra di loro, le baruffe e i bisticci, l’amore degli educatori, sono tutti elementi utili per ridare serenità e voglia di riuscire nella vita. I successi sono tanti: ad esempio 5 laureati, un sacerdote missionario della Consolata e, attualmente, due giovani in seminario, ma anche tante sono le difficoltà e gli insuccessi come giovani ritornati alla strada per impossibilità di adattamento, per rifiuto di ogni regola, per il richiamo della strada.

Tanti però sono i bambini e i giovani che sono passati per la casa della consolazione e che già sono ritornati alla vita di società.Ecco la nuova Faraja

Si arriva attraverso una strada di circa 600 metri difficile da percorrere soprattutto durante le piogge e ancora da completare. Il complesso della nuova Faraja è recintato con muretto in pietra e cemento, una rete metallica zincata e l’ingresso è costituito da un portone in ferro battuto.

Il tutto è costituito da sei case indipendenti, anche dal punto di vista energetico. Ogni casa dispone di un impianto fotovoltaico per le illuminazioni e di due pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua. Tutti i pavimenti sono in ceramica per una migliore gestione dell’igiene.

In ogni casa ci sono camere a 6 letti, 4 bagni e 4 docce, una lavanderia, una camera con bagno e piccolo studio per l’assistente e una sala studio per i ragazzi. La casa di quelli più grandi ha anche una sala studio e computer per 70 ragazzi, sala che può essere usata per incontri vari e anche per cerebrale la messa nei giorni feriali. In questa casa vi è anche una cappellina per la celebrazione quotidiana della messa.

Il refettorio con annessa la cucina può ospitare fino a 120 persone. C’è anche una casa per ospiti e volontari.

Da notare le pitture su ogni casa (ancora da completare) opera di un ragazzo che ha vissuto in Faraja fino a rendersi indipendente con la sua attività di pittura.

L’acqua viene prelevata da un vecchio pozzo distante 1.500 metri e pompata con un vecchio motore diesel in funzione 2 ore al giorno in un serbatoio da 2mila litri. Il sistema non è ecologico e il pozzo è in via di esaurimento.

Progetti futuri

Per il futuro immediato sono previste altre migliorie necessarie, per le quali contiamo sull’aiuto di amici e benefattori. Ecco un breve elenco.

Un nuovo pozzo (fortunatamente si è scoperto che a poche decine di metri dalla recinzione si può trovare acqua a una profondità di 90-100 m). Presto inizierà la trivellazione e la sistemazione con una pompa solare e serbatoi adeguati.

È poi necessario rifare la strada di accesso.

Per assicurare l’autosufficienza alimentare dei ragazzi è utile ampliare la stalla per mucche, maiali e pecore e acquistare mucche da latte di razza. A completare il tutto c’è bisogno di un buon congelatore a pannelli solari.

Ci sono le spese ordinarie di manutenzione e mantenimento (vitto, vestiti, divise e medicine…), nonché i salari degli operatori, le rette dei 21 ragazzi che frequentano la scuola secondaria e l’iscrizione di chi frequenta l’università.

Un saluto dalla Faraja.

Padre Franco Sordella
Faraja House,  Mgongo, Iringa, Tanzania

 

Chiediamo scusa a padre Franco se, per ragioni di spazio, abbiamo tagliato e ridotto all’osso la sua lettera. La notizia che Faraja è viva e funzionante dopo il terribile incendio, ci rallegra molto. Chi volesse aiutare può farlo attraverso Missioni Consolata Onlus. I bisogni sono tanti, e, come al solito, tante gocce messe insieme fanno un fiume, un fiume d’affetto che rende vivo il nuovo pozzo della casa della Consolazione.


Roma, 30-11-2019. Istituto Leonarda Vaccari. La cerimonia di premiazione del Volontario dell’anno FOCSIV. I vincitori del premio e German Graciano Posso e Giampaolo Longhi. / Agenzia Romano Siciliani/s – Stefano Dal Pozzolo

26° Premio del Volontariato Internazionale FOCSIV 2019

I Diritti Umani al centro dell’impegno dei vincitori: la risposta per un mondo più sostenibile.

A pochi giorni dal 5 dicembre, Giornata mondiale del volontariato, il XXVI Premio del volontariato internazionale, il 30 novembre, ha consegnato il riconoscimento di Volontario internazionale a Giampaolo Longhi, responsabile in Etiopia di Cvm – Comunità volontari per il mondo, e quello di Volontario dal Sud a German Graciano Posso, rappresentante della Comunità di pace di san Josè de Apartadò in Colombia, candidato da Operazione Colomba della Giovanni XXIII. Il Premio ha ricevuto, come gli scorsi anni, la Medaglia del presidente della Repubblica.

Due difensori dei diritti umani al fianco, in un caso, delle lavoratrici domestiche, una delle categorie sociali più vulnerabili e, nell’altro, della propria comunità per difenderne i diritti.

Giampaolo Longhi, di Foggia, da due anni in Etiopia, è impegnato nel sostegno dei diritti delle donne, con particolare attenzione a quelle dedite al lavoro domestico svolto nel paese, molte delle quali minorenni, e delle lavoratrici domestiche rientrate in Etiopia, forzatamente o volontariamente, da paesi quali il Libano, la Libia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, ecc.

L’altro, German Graciano Posso, colombiano, rappresentante della Comunità di pace di san Josè de Apartadò, impegnato non solo nel processo di resistenza nonviolenta verso il conflitto civile colombiano, ma anche nei confronti di un sistema economico internazionale che vuole spogliare i contadini, anche della sua comunità, delle loro terre in favore dell’ingresso delle multinazionali che  non disdegnano l’eliminazione chi si oppone.

«La difesa dei diritti umani è uno dei cardini della storia del volontariato del nostro paese. In molti siamo partiti qualche decennio fa per farli rispettare nelle tante periferie del mondo. Una radice forte quella della solidarietà e del volontariato senza i quali non vi sarebbe un futuro. L’albero solidale che in questi anni abbiamo cresciuto e che oggi va più che mai difeso, alimentato e reso ancora più forte. Ce lo chiedono i giovani che partono ogni anno per il Servizio civile universale, gli espatriati delle nostre 86 Ong federate alla Focsiv e quella parte d’Italia che non si arrende all’odio, all’individualismo sfrenato e alla violenza dei gesti e delle parole – ha dichiarato Gianfranco Cattai, presidente Focsiv -. Il Premio di fatto mette in evidenza come il volontariato sia un’esperienza di valore, che non va intesa solo come momento di formazione individuale per una cittadinanza attiva e consapevole, ma come attore principale nel processo di acquisizione di una maggiore consapevolezza come cittadini chiamati a fare ognuno la sua parte per il bene comune per il proprio territorio, la propria comunità, ma anche per un bene più importante: il futuro dell’Umanità e del nostro pianeta».

Ufficio stampa Focsiv

Roma, 30-11-2019. Istituto Leonarda Vaccari. La cerimonia di premiazione del Volontario dell’anno FOCSIV. / Agenzia Romano Siciliani/s – Stefano Dal Pozzolo