Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Atti 5. Sulle strade del mondo

Plastico del tempio di Gerusalemme con mura e colonnati © Benedetto Bellesi / AfMC

Testo di Angelo Fracchia


Negli Atti degli Apostoli, Luca presenta il percorso ideale della chiesa nel mondo. Nei primi due capitoli imposta la scena: dopo aver salutato Gesù (At 1,4-11), ricostituito il numero dei dodici (1,15-26) e accolto lo Spirito (2,1-13), che suscita il primo annuncio di Pietro (2,14-41), troviamo un primo grande sommario (At 2,42-47), scritto per offrire un quadro globale di questa nuova comunità.

Nella nostra lettura sistematica degli Atti degli Apostoli, nello scorso numero abbiamo anticipato anche gli altri sommari (At 4,32-35; 5,12-16): Luca, infatti, come i bravi autori, intreccia le diverse questioni di cui gli interessa narrare, così da risultare più vario e attraente, allo stesso modo con cui in un film la trama principale e i diversi temi secondari si alternano con grazia. Chi però voglia analizzarne il contenuto, può tornare a distinguerli, con meno eleganza artistica, ma forse con più chiarezza.

È ciò che faremo anche in questo numero. In tal modo, quando torneremo a leggere Luca ci risulterà ancora più interessante e piacevole.

La ricchezza della chiesa (At 3,1-10)

Il primo appuntamento storico in cui vediamo impegnata la prima comunità cristiana potrebbe subito stupirci. Troviamo infatti Pietro e Giovanni che si recano… al tempio!

L’imponente tempio di Gerusalemme, rifondato, ampliato e arricchito da Erode il Grande e ancora in parte in costruzione negli anni ‘30 del primo secolo, era già da lustri un punto di riferimento fondamentale per gli ebrei. Riprendeva e superava la gloria del tempio di Salomone e dava agli Israeliti la speranza che forse un giorno sarebbero tornati quegli antichi splendori. Anche Gesù lo aveva frequentato regolarmente fin da bambino, ma se si era anche sempre scontrato con le autorità religiose proprio sulla natura e uso del tempio. Tenendo conto dell’atteggiamento critico di Gesù non era scontato che il tempio divenisse luogo di incontrode i primi cristiani.

Subito dopo la risurrezione di Gesù e la discesa dello Spirito Santo, Pietro e Giovanni si pensano semplicemente come degli ebrei. E, come gli altri ebrei, ritengono che il modo più facile per incontrare Dio sia andare al tempio di Gerusalemme. Non pensano di essere stati mandati a rinnovarne o abolirne il culto.

È pur vero, però, che vanno al tempio per la preghiera della sera, l’unica che non prevedeva l’offerta di sacrifici (è solo un caso, oppure già sono consapevoli che con Gesù i sacrifici animali sono diventati inutili?). E insieme, pur essendo galilei, decidono di non tornare a casa: evidentemente pensano che debba succedere, a breve, qualcosa di importante in città.

Sulla strada, trovano uno storpio che chiede l’elemosina. La città e i dintorni del tempio erano pieni di mendicanti. Pietro ne viene forse colpito, ma non ha soldi. «Quello che ho, te lo dò: nel nome di Gesù, alzati e cammina!» (At 3,6).

Quell’uomo cercava soldi, Pietro guarda la persona e le viene incontro. Offrendo la possibilità di non avere più bisogno di invocare la benevolenza dei passanti. Il primo volto della neonata chiesa è quello di chi si accorge di chi c’è accanto e viene incontro a quel bisogno; non in modo paternalistico e provvisorio, come avrebbe fatto dando delle monete, ma puntando a rendere la persona capace di prendere in mano la propria vita.

E questo Pietro lo fa «nel nome di Gesù». La prima chiesa è ricca di Gesù. Non si limita a predicare, ma agisce, facendo esattamente ciò che avrebbe fatto Gesù. Luca aveva appena detto che «segni e prodigi avvenivano per opera degli apostoli» (At 2,43), ed eccoli subito visibili. La missione non è semplicemente quella di annunciare un messaggio, ma di proseguire il vangelo, iniziando a operare, in prima persona, ciò che aveva fatto Gesù. Pietro non usa il nome del Maestro come una parola magica, ma si mette al suo posto, ripetendo il modo con cui aveva visto tante volte comportarsi il maestro.

La prima chiesa, da subito, si chiede che cosa farebbe Gesù al suo posto, e lo fa.

Raffigurazione del tempio al tempo di Cristo, con scalinata e arco di Robinson / © Benedetto Bellesi – AfMC

Una chiesa arcaica (At 3,11-26)

Come è prevedibile, allo stupore del miracolo segue un discorso di Pietro che lo spiega. Succede molto spesso, negli Atti degli Apostoli, che i personaggi importanti spieghino, in brevi discorsi, ciò che è accaduto. Era tipico di tutte le opere storiche dell’antichità, e Luca è un buono storico, che sa come si scrive. Inoltre, ci ricorda che non c’è niente di magico in ciò che accade, tanto che se ne può sempre spiegare la ragione. Prodigi, di certo, ma non magia: Dio non vuole privarci della nostra intelligenza.

Può semmai stupirci il modo con cui Pietro parla di Gesù. Non so se sia consolante scoprire che stupisce anche i biblisti.

Gesù viene infatti definito il «servo» (At 3,13,26: riprendendo di certo l’immagine del servo del Signore di Isaia), e poi il «santo e giusto» (3,14), «l’autore della vita» (3,15), tutti titoli che di certo si addicono a Gesù, ma non ci sono per niente consueti. Di fatto, non erano consueti neppure più al tempo della chiesa di Luca, e non saranno ripresi nelle preghiere che sono arrivate fino alla nostra liturgia.

Altrettanto curioso è il tipo di ragionamento che troviamo in 3,19-21: se ci si pente (se si «inverte il senso» della propria vita) il Signore, ossia il Padre, ci consolerà e farà tornare a noi Gesù, che sembra essere lì in attesa di venire a finire l’opera che ha iniziato. Dopo duemila anni, non ci aspettiamo certo che Gesù stia per ritornare da un momento all’altro, ma è significativo, di nuovo, che lo stesso Luca, che scrive molti anni dopo il discorso di Pietro, non sembra credere a un’idea del genere, tanto che non la ripeterà più nel resto del suo libro.

Ancora, è strano sentire presentare Gesù come quel profeta che compie la promessa divina di mandare qualcuno simile a Mosè (At 3,22-24). E, infine, ci suona curiosa l’affermazione finale, secondo cui Gesù compie la parola garantita ad Abramo, per il bene di tutti i popoli, ma soprattutto di Israele (3,24-26).

Che cosa dovremmo pensarne? Che di certo questo discorso non è tutta farina del sacco di Luca, il quale invece l’ha ripreso da altri, più vecchi di lui. Che all’inizio della chiesa, nei primi tempi, non tutto era chiarissimo, e alcune idee si sarebebro dovute precisare meglio in seguito. È ciò che nella storia, anche personale, è sempre accaduto e accadrà: troviamo le parole giuste per spiegare certi passaggi della nostra vita solo lentamente, anche se il loro senso era già lì, presente fin dall’inizio.

Ma in fondo Luca ci dice soprattutto che il modo con cui si pensa a Gesù, si capisce il suo ruolo e la sua importanza e si cerca di annunciarlo, cambia nel tempo, si trasforma, perché cambiamo noi e perché capiamo meglio le cose. Anche la chiesa ha cambiato e approfondito il suo modo di pensare a Gesù, perché è nella storia e cresce e si sviluppa non solo in ciò che fa ma anche in ciò che crede. In ogni caso, a restare immutato nei tempi è il desiderio di unirsi a Gesù e di vivere come lui vivrebbe.

Porta di Damasco, la più impressionante, risale forse alla costruzione della terza muraglia nord, di Erode Agrippa nel 40-41 dC. Ideata da Adriano come entrata monumentale della città Aelia Capitolina, rimangono le arte originali riscavate, sulle quali è stata innalzata l’odierna ornamentazione musulmane / © Benedetto Bellesi – AfMC

Perseguitati dai «poteri forti»? (At 4)

E per la prima volta la neonata chiesa si scontra con la persecuzione. «Irritati per il fatto che insegnavano al popolo e annunciavano la risurrezione» (At 4,2), i capi religiosi arrestano Pietro e Giovanni. Peraltro, siccome è già tardi, rimandano al giorno dopo l’interrogatorio, arrogandosi il diritto di trattenerli lungo la notte (At 4,3). Il potere contro il quale i discepoli di Gesù si scontrano non si cura delle persone, né di essere trasparente nelle motivazioni (a sentire loro, a essere discutibile è l’autorità con cui hanno guarito: At 4,7).

È interessante notare come le autorità si accorgano del nuovo movimento non dopo il primo discorso di Pietro, non dopo la Pentecoste, ma dopo il primo miracolo, che evitando di beneficare paternalisticamente un mendicante, lo ha tolto invece dalla condizione di emarginazione.

Sembra quasi che Luca ci voglia suggerire, già duemila anni fa, che finché ci limitiamo a parlare non diamo fastidio a nessuno, ma quando iniziamo ad agire, a cambiare le cose, allora sì che arrivano le critiche e gli ostacoli. Nello stesso tempo, è chiarissimo che l’agire della chiesa di Pietro scaturiva da convinzioni profonde, che nascevano dall’incontro con Gesù. È perché Pietro ha conosciuto Gesù che può arrivare a pensare, e quindi a dire, ciò che dice, e quindi anche a comportarsi come si comporta. Il comportamento è il frutto che stuzzica interessi e fastidi di chi passa per strada, ma le radici, che non si vedono, sono ciò che rende possibile il frutto.

E di fronte alla persecuzione si vedrà quanto davvero le trasformazioni nelle menti e nei cuori di questi galilei siano profonde, quanto il nuovo movimento sia solido. Fin dall’inizio, Luca, mentre parla dell’arresto, dice che cresce il numero dei credenti (At 4,4). Poi, di fronte alla richiesta di credenziali («Con quale potere avete fatto questo?»: At 4,7; anche a Gesù avevano chiesto con quale autorità guariva: Mc 11,28-33), rispondono con il dato di fatto (hanno salvato la vita del mendicante: At 4,9) e poi con il fondamento di quel fatto, ossia l’incontro con Gesù salvatore (At 4,10). I responsabili religiosi che avrebbero dovuto aiutare le persone a incontrare Dio avevano voluto cancellare Gesù, ma Dio stesso ne ha fatto il fondamento su cui costruire quell’incontro (At 4,10-11).

In radice, quei provinciali rozzi e incolti (At 4,13) capiscono di aver incontrato davvero Dio, e di non poter quindi far altro che seguire lui, piuttosto che le parole di uomini (At 4,19-20). Tant’è vero che, di fronte al potere delle autorità religiose e alla loro dissimulazione delle proprie intenzioni autentiche, i due discepoli reagiscono in piena schiettezza e trasparenza, indicando il motivo vero dell’arresto e anche, con decisione e coraggio, di non poter tacere. Il Pietro che poco tempo prima aveva negato di conoscere Gesù per paura delle conseguenze (Lc 22,54-62), ora parla senza paura di fronte a chi può farlo giustiziare.

Non si tratta della rivolta di «sempliciotti» contro i «poteri forti». Più seriamente, è la presa di coscienza di aver incontrato chi può salvarli, può rendere sensata la loro vita; di conseguenza viene la scelta di seguirlo comunque. Non è un caso che un ragionamento simile sarà seguito, poco dopo, da Gamaliele, maestro di san Paolo (At 22,3), importante rabbino che è citato nelle fonti giudaiche come persona di particolare saggezza e intelligenza. Gamaliele ripercorrerà le vicende di personaggi che avevano preteso di interpretare l’intenzione di Dio nel ribellarsi ai romani. Questi personaggi, pur importanti sul momento, erano periti e le loro opere umane erano state cancellate. Se però dovesse mai accadere che sia davvero Dio ad agire nella nuova comunità, sarà inutile perseguitarla: «Non vi accada di combattere contro Dio!» (At 5,35-39).

Non siamo di fronte a un partito. Siamo di fronte a persone che hanno incontrato il Salvatore, e scelgono e si comportano di conseguenza. Persone che, liberate dal Signore, diventano coraggiose e autonome. Luca, con l’esempio di Gamaliele, importante membro del sinedrio, ci dice che si può anche essere «dall’altra parte della barricata», ma se si è persone di buon senso e di attenzione all’opera di Dio, non ci si troverà a contrapporsi a Lui.

Angelo Fracchia
(5. continua)