Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

I Perdenti 43. Sitting Bull,

il capo «Toro Seduto»

Toro Seduto - Sitting Bull (1831 - 1890), o più propriamente Tatanka Iyotake / © O.S. Goff/Hulton Archive/Getty Images

Testo di don Mario Bandera


Toro Seduto nasce nel 1831 in un villaggio Sioux situato sulle sponde del fiume Grand River, uno dei corsi d’acqua che attraversa l’immensa prateria nordamericana. Il suo nome nella versione lakota, sua lingua madre, è declinato Ta-Tanka I-Yotank (letteralmente: bisonte seduto). Toro Seduto è la traduzione italiana dell’inglese Sitting Bull, nome affibbiatogli dai colonizzatori europei del Nord America. I Sioux sono una confederazione di gruppi di popoli indigeni amici e alleati, detti anche Lakota (parola che significa «alleanza di amici»).

A quattordici anni Sitting Bull prende parte a una spedizione di guerra durante la quale ha modo di conoscere i guerrieri Crow. Nel corso di un conflitto, si guadagna una penna di aquila bianca per aver sconfitto un guerriero avversario. È da quel momento che acquisisce il nome di Toro Seduto. Nel 1851 si sposa con Capelli Lucenti, che sei anni più tardi gli dà un figlio. La donna, però, muore durante il parto, e anche il bambino morirà poco dopo a causa di una grave malattia. Dopo la morte del figlio, quindi, egli decide di adottare un suo nipote. Nel frattempo, si guadagna la fama di «uomo saggio, o sant’uomo». Pur non essendo uomo di medicina, impara le arti di guarigione usando erbe medicinali. Diventa membro dell’Heyoka (società che include coloro che praticano la danza della pioggia) e della Buffalo Society (connessa con la caccia al bufalo), ma egli si fa apprezzare soprattutto come valoroso guerriero. Il 17 agosto del 1862, nello stato del Minnesota esplode un conflitto tra i coloni (i wasichu nome lakota che indica tutti i non Sioux, anche gli africani, ndr) e cacciatori Sioux, che si conclude con la sconfitta di questi ultimi: alcuni di essi si rifugiano lungo il fiume Missouri, dove vengono raggiunti da guerrieri della tribù degli Hunkpapa. A dispetto dei rinforzi ricevuti, le battaglie di Dead Bufalo Lake (lago del buffalo morto, ndr), del 26 luglio 1863, e di Stony Lake, che avviene due giorni più tardi (battaglie alle quali Toro Seduto partecipa), si concludono con la sconfitta dei Sioux da parte del colonnello Henry Sibley. L’esercito degli Stati Uniti prevale anche nella battaglia di Whitestone Hill, del 3 settembre, catturando decine di Sioux e uccidendone almeno un centinaio. L’anno successivo i Sioux, compresi Toro Seduto e suo nipote Toro Bianco, durante uno scontro con l’esercito degli Stati Uniti, occupano l’area ai piedi delle Monti Killdeer (ammazza cervo, ndr). In quel luogo il 28 luglio del 1864 c’è una battaglia che vede una nuova sconfitta dei Sioux e conseguentemente la perdita dei loro territori e della loro indipendenza in quanto vengono relegati nelle riserve loro assegnate.

 

Nei mesi seguenti alla vostra sconfitta dell’estate 1864, convincesti i tuoi compagni a tornare alle armi, e dopo aver dichiarato nuovamente guerra ai coloni invasori, incominciasti una micidiale guerriglia contro di loro.

Cercai di respingere le infiltrazioni dei Wasichu, con attacchi su Fort Buford, Fort Stevenson e Fort Berthold compiuti tra il 1865 e il 1868; quindi, accompagnai Nuvola Rossa, altro famoso capo Sioux che nel frattempo aveva ordinato di assaltare la contea di Powder River, nella regione settentrionale. Poco dopo, attaccai anche la linea ferroviaria del Pacifico Settentrionale, perché era cresciuta in noi e in tutte le tribù indiane del Nord America la convinzione che dovevamo contrastare con ogni mezzo l’avanzata dei coloni che stavano occupando gli immensi spazi delle nostre praterie per coltivare i loro prodotti agricoli, sottraendoli al pascolo per i bisonti, fonte indispensabile per la nostra alimentazione.

Toro Seduto con la famiglia nel 1881 a Fort Randall
In questo contesto, nel 1876, dimostrando un coraggio non indifferente, tu e i tuoi Sioux dichiaraste formalmente guerra agli Usa.

Dopo aver messo insieme più di tremila guerrieri, con gli altri capi Sioux, Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo, affrontammo l’esercito degli Stati Uniti al comando del generale George Custer, e lo sconfiggemmo nella famosa battaglia di Little Bighorn.

Tu però non partecipasti alla battaglia.

Secondo un sogno che avevo fatto poco tempo prima, affidai il comando delle operazioni a Cavallo Pazzo, in quanto a tattica e strategia militare era il più esperto di tutti noi.

Nonostante ciò ti accusarono di aver provocato il massacro dei soldati degli Stati Uniti e quindi fu spiccato un mandato d’arresto nei tuoi confronti.

A quel punto decisi di non arrendermi, e nel maggio del 1877 mi trasferii, insieme alla mia gente, in Canada, nello stato del Saskatchewan, ai piedi della Wood Mountain: qui rimasi in esilio per anni, rifiutando l’opportunità di ritornare anche dopo che il presidente degli Stati Uniti mi aveva concesso il perdono per tutti i capi d’accusa che pendevano sul mio capo.

Solo i malanni e la fame ti convinsero a tornare negli Usa con i tuoi familiari e ad arrenderti.

Proprio così, ma anche i consigli di padre Martin Marty, un monaco benedettino che venne a visitarmi durante il mio esilio. Ritornai come perdente nella mia terra il 19 luglio del 1881. Il giorno dopo venni arrestato insieme con mio figlio Piede di Corvo. Il governo, comunque, mi concesse l’amnistia. Rendendomi conto che ero ormai incapace di condurre altre guerre, confidai ai militari statunitensi di nutrire nei loro confronti profonda ammirazione. Pochi giorni dopo, venni trasferito con altri Sioux e con mio figlio nella riserva indiana di Standing Rock, a Fort Yates.

Pur essendo confinato nella riserva indiana, nel 1883 ti fu concesso di aggregarti al famoso Circo Barnum dove in poco tempo diventasti un’attrazione del «Wild West Show» di Buffalo Bill, avendo così anche l’occasione di viaggiare in America e in Europa.

Nelle performance degli spettacoli del circo mi calavo nel ruolo di narratore di storie che avevano come protagonisti gli uomini bianchi e i nativi americani e come scenario l’imponente magnificenza delle grandi pianure americane, nei miei discorsi invitavo il pubblico a indurre i giovani a favorire il dialogo e le relazioni tra indiani nativi e coloni bianchi.

La tua permanenza nel circo Barnum durò quattro mesi e diventasti una celebrità sia a livello europeo che americano. Terminata l’esperienza del circo, tornasti fra la tua gente non prima di aver regalato i soldi guadagnati ai poveri e ai bisognosi della tua tribù.

Vero, anche se non era una gran cosa. Mi davano cinquanta dollari alla settimana, una bella paga per allora, ma i soldi che ho preso sarebbero bastati solo per comperare cinque bei cavalli.

Dopo aver visto cambiare il mondo e soprattutto l’avanzare di un nuovo tipo di civiltà che modificava radicalmente lo stile di vita dei popoli indigeni americani, decisi di ritornare a casa per trascorrere una vecchiaia serena insieme alla mia famiglia e a tutti i membri della mia comunità.

Toro Seduto e Buffalo Bill a Montreal, 1885

Il ritorno a Standing Rock, però, viene poco tempo dopo seguito dal suo arresto, eseguito dalle autorità dell’Agenzia Indiana preoccupate che potesse fuggire. Negli scontri che seguirono, Toro Seduto venne assassinato insieme con suo figlio Piede di Corvo. Il 15 dicembre 1890 padre e figlio morirono sotto i colpi di pistola di alcuni membri del comando che li doveva arrestare. Il corpo di Toro Seduto venne sepolto a Fort Yates, ma nel 1953 la sua salma fu riesumata e spostata a Mobridge, località in cui il leggendario capo indiano aveva passato gli anni della sua gioventù. A tutt’oggi essa è meta incessante di uomini e donne di ogni colore e provenienza che vanno a pregare sulla sua tomba e a rendergli omaggio per i valori umani che seppe incarnare nella sua vita.

Don Mario Bandera

Nota:

La foto di Toro Seduto con il crocifisso al collo ha fatto sorgere molte domande. Era battezzato, era cattolico? Chi gli ha dato la croce? Di certo si sà che per anni è stato in contatto con i missionari gesuiti, conosciuti dagli indigeni come «tonache nere». Il crocifisso che porta al collo nella foto scattata a Bismark, la capitale del territorio lakota nel 1885 da David F. Barry, è tipico dei gesuiti con un teschio ai piedi della croce. Forse gli fu dato da padre Pierre-Jean De Smet (1801-1873) con il quale si era incontrato per la prima volta il 19 giugno 1868 lungo il fiume Powder. Ma si pensa anche che possa essere stato un dono di padre Martin Marty (1834-1896), un benedettino che visitò Toro Seduto durante l’esilio in Canada e poi diventò il primo vescovo del Dakota nel 1889. Pur legato ai missionari cattolici, è abbastanza sicuro che Toro Seduto non fu mai battezzato perché questo gli avrebbe richiesto l’abbandono di una delle sue due mogli.