Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Il falso anniversario della crisi (economica)

Si dice che (la crisi) sia iniziata il 15 settembre 2008. È un falso inventato per non ammettere che la crisi è nata dalla globalizzazione. Un processo che ha prodotto sfruttamento nei paesi del Sud, salari bassi e disoccupazione in quelli del Nord. Quando i consumi sono risultati insufficienti, il sistema ha pensato di uscirne con i mutui facili. Quello che poi è successo è storia recente.

L’anno appena trascorso è stato commemorato in tutto il mondo come il decennale di una crisi da cui non siamo ancora realmente usciti. L’anniversario è dovuto alla narrazione ufficiale che vuole fare coincidere l’inizio della crisi con la caduta della Lehman Brothers, la banca d’affari fallita il 15 settembre 2008. Tuttavia, se vogliamo capire davvero come essa si sia prodotta e perché non si sia ancora esaurita, nonostante le migliaia di miliardi di dollari messi in campo dalle principali banche centrali, dobbiamo andare molto più indietro. Il decennio giusto da cui partire è quello degli anni Ottanta del secolo scorso, quando a Punta del Este, una località balneare situata su una stretta penisola nel Sud Est dell’Uruguay, si tenne l’ultima tornata (round) di riunioni sotto l’egida di un accordo commerciale internazionale nato nel 1947 e conosciuto come General Agreement on Tariffs and Trade (Gatt, Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio). L’Uruguay Round, avviato nel 1986, durò ben otto anni e aveva come scopo la sepoltura del Gatt e la nascita al suo posto di un nuovo organismo denominato World Trade Organization (Wto, Organizzazione Mondiale del Commercio – Omc).

Arriva la globalizzazione

WTO Public Forum 2016, Day 1, Open Plenary Debate

L’atto di nascita dell’Omc avvenne il 15 aprile 1994 a Marrakesh per volontà di 123 paesi. Questo organismo si può considerare l’inizio ufficiale di ciò che chiamiamo «globalizzazione».

Nonostante le molteplici definizioni date al termine, da un punto di vista economico la globalizzazione è riassumibile come il tentativo di trasformare il mondo intero in un unico mercato, un’unica piazza finanziaria, un unico villaggio produttivo. È il passaggio da un mondo strutturato su mercati nazionali, ognuno con le proprie regole commerciali e doganali, a un mondo strutturato come mercato unico con da regole comuni, per permettere a merci e capitali di fluire senza ostacoli da un capo all’altro del globo.

Un cambiamento non casuale, perché rispondente ai bisogni dei nuovi padroni del mondo, le multinazionali, ormai con capacità di vendita così ampie da far sì che nessuna nazione possieda un numero di consumatori sufficienti ad assorbire i loro prodotti. Immaginarsi, ad esempio, se una Coca-Cola, una Nestlé o una Volkswagen può accontentarsi dei consumatori esistenti nel proprio paese di origine. Per le dimensioni raggiunte, ognuna di esse aveva bisogno di rivolgersi ai consumatori di tutto il mondo e, chiedendosi come fare per tagliare il traguardo, capirono che il vero ostacolo da affrontare erano gli stati. Questi, in nome della difesa dei propri consumatori, dei propri posti di lavoro, della propria sicurezza sociale, pretendevano di definire in totale autonomia le regole di entrata e uscita di beni e servizi. In effetti 150 nazioni, con 150 legislazioni, 150 regimi doganali, l’uno diverso dall’altro, rappresentano una vera complicazione per i mercanti globali che invece hanno bisogno di uniformità. Per questo è stata istituita l’Organizzazione Mondiale del Commercio col compito di scrivere le regole sovrannazionali, una sorta di «supercostituzione mondiale», che ogni nazione deve impegnarsi a rispettare quando legifera su tematiche che hanno a che fare col commercio internazionale. Disgraziatamente per noi, tali ambiti sono molto vasti e vanno dalle questioni sanitarie a quelle ambientali, da quelle culturali a quelle sociali. Immancabilmente, la supercostituzione dell’Omc impone agli stati di ridurre al minimo, se non di eliminare, ogni regola che si pone in contrasto con gli interessi commerciali. Basti pensare che nel 1999 l’Unione europea è stata condannata dall’Omc per aver vietato l’ingresso della carne proveniente da bestiame statunitense allevato con ormoni ritenuti pericolosi per la salute dei consumatori.

La corsa alla riduzione dei costi e dei salari

Proprio quando la globalizzazione ha cominciato a materializzarsi, le imprese hanno scoperto che il grande mercato mondiale che loro sognavano in realtà non esiste perché il numero di famiglie con soldi sufficienti per entrare nell’olimpo dei consumatori non va oltre il 30% della popolazione mondiale. Tutte le altre sono solo zavorra. Così milioni di imprese di tutto il mondo si sono trovate l’una in guerra con l’altra per conquistarsi un mercato mondiale tutto sommato piccolo senza possibilità di espansione immediata. Ne è venuta fuori una concorrenza all’ultimo sangue combattuta non solo con i mezzi moderni della tecnologia, del design, della velocità di consegna, ma anche con le armi più tradizionali della pubblicità e dell’abbassamento dei prezzi. Un insieme di misure che certo possono fare aumentare le vendite, ma anche assottigliare i profitti se contemporaneamente non vengono ridotti i costi. Così nel vecchio lupo capitalista è riemerso, prepotente, l’istinto di risparmiare attaccando il lavoro con strategie differenziate a seconda del settore di attività. In quelli ad alta tecnologia è stata intensificata l’automazione per sostituire i lavoratori con robot, che non pretendono contratti, non dichiarano sciopero e non si suicidano, come invece fanno gli umani quando non ne possono più. Nei settori ad alta manovalanza, invece, si è optato per la delocalizzazione, prima verso l’Asia, poi anche verso l’Europa dell’Est, in ogni caso verso paesi dove salari e diritti sono così ridotti da garantire costi di produzione anche venti volte più bassi di quelli in vigore nei paesi di vecchia industrializzazione. Di colpo è stata riscritta la geografia mondiale del lavoro con risultati drammatici: sfruttamento e industrializzazione selvaggia nel Sud, aumento della disoccupazione e riduzione dei salari nel Nord. Un attacco al lavoro in piena regola che ha prodotto come risultato finale la riduzione della massa salariale a livello globale.

In Europa, ad esempio, l’Ocse ha certificato che la quota di prodotto interno lordo per i salari è scesa dal 72%, nel 1975, al 63% nel 2014. Una perdita di 9 punti percentuali che, nel caso specifico italiano, è stata addirittura di 13 punti. Un fenomeno purtroppo non confinato ai soli paesi di vecchia industrializzazione, ma che coinvolge anche i paesi emergenti. In Cina, ad esempio, nel periodo 1995-2012 la quota di Pil andata ai salari è scesa del 7%, in Turchia addirittura del 17%.

I guasti della globalizzazione

Che la globalizzazione abbia aggravato le disuguaglianze lo dice non solo la diversa distribuzione del Pil fra salari e profitti, ma anche la distribuzione della ricchezza patrimoniale. Per intendersi il possesso di case, aziende, depositi bancari. Nel 2000 l’1% più ricco della popolazione mondiale deteneva il 40% della ricchezza privata mondiale. Oggi ne detiene il 50%. Dolce musica per i detentori di capitale, ma al tempo stesso rumore sordo di tempesta: se i salari scendono, chi comprerà tutto ciò che il sistema produce? In effetti l’ombra della crisi da scarsità di mercato si è manifestata fin dall’inizio della globalizzazione con l’arrivo di due cavalieri. Il primo: l’espansione della finanza, un fenomeno che fa capolino ogni volta che aumentano i profitti, ma ci sono basse prospettive di vendite. Il secondo: l’espansione del debito, che si affaccia ogni volta che i magazzini si ingolfano di materiale invenduto.

La strada maestra per sbloccare la situazione sarebbe stata la crescita salariale, ma non sentendoci da quell’orecchio il sistema ha cercato di fare crescere le vendite spingendo le famiglie a consumare oltre le proprie possibilità tramite l’indebitamento. Strada che gli Stati Uniti hanno imboccato a piene mani a inizio anni Duemila utilizzando come esca l’acquisto della casa.

L’imbroglio dei mutui

Complessivamente fra il 2000 e il 2007 vennero concessi mutui per 18.000 miliardi di dollari, ma un buon 15% erano subprime, ossia scadenti nel senso che erano a rischio di non ritorno perché concessi a famiglie così povere da non poterli restituire. Così successe che gli stessi agenti che, un paio di anni prima, erano passati casa per casa per strappare una firma sotto un contratto per l’accensione di un mutuo, ora passavano per pignorare le abitazioni degli insolventi e metterle sul mercato al fine di recuperare le somme prestate. Ma le case pignorate e messe in vendita erano tante. L’effetto fu un crollo del prezzo del mercato immobiliare che impediva il pieno recupero delle somme impegnate.

La cosa strana, tuttavia, fu che quando il marcio venne a galla, non furono le banche che avevano stipulato i mutui a preoccuparsene, ma tutte le altre. E qui si scoprì che la concessione di mutui a famiglie troppo povere per poterli ripagare non era stato il frutto di errori di valutazione, ma di disonestà. Il fatto è che le banche che concedevano i mutui non avevano nessun interesse a valutare la solidità delle famiglie perché sapevano che avrebbero scaricato la patata bollente su altri.

Il trucco su cui si reggeva l’intero castello stava nel fatto che le banche concessionarie di mutui avevano trovato il modo di dare prestiti alle famiglie e riscuoterli subito, non dalle famiglie che già erano in difficoltà a restituirli in trent’anni, ma da altri soggetti disposti a subentrare come creditori al posto loro.

In fin dei conti avevano messo in piedi un gigantesco meccanismo di vendita dei mutui che trovava clienti soprattutto fra banche, fondi pensione e assicurazioni. Per di più quegli stessi mutui erano stati utilizzati come base di scommesse complicatissime che si rivelarono tutte perdenti quando trapelò la notizia che molte famiglie americane non pagavano più.

Il terremoto fu mondiale e a rimanere sotto le macerie furono soprattutto le banche di qua e di là dell’Atlantico che si ritrovarono i cassetti pieni di titoli che ormai non valevano niente. La Lehman Brothers forse venne lasciata fallire appositamente per fare conoscere al mondo quanto fosse grave la situazione delle banche che, trovandosi piene di debiti e un capitale altamente svalutato, non erano più in grado di svolgere la loro funzione istituzionale di concedere prestiti. Così la crisi finanziaria si estese al sistema produttivo con fabbriche che chiusero e investimenti che non vennero realizzati. Una vera tragedia sul piano occupazionale che, secondo le Nazioni Unite, comportò la perdita di 30 milioni di posti di lavoro.

© KevinDooley

Serve più salario e più lavoro

Di chi è la colpa di tutto questo? L’accento è stato posto sulla mancanza di regole che ha consentito al sistema bancario e finanziario di avventurarsi per strade insane e piene di azzardi. Una diagnosi verissima, purtroppo ancora valida per responsabilità della politica che non ha saputo intervenire per metterci al riparo da nuove crisi bancarie che magari possono avere come nuovo epicentro la crisi dei prestiti per mantenersi agli studi piuttosto che ai consumi. La mancanza di regole è però solo una parte della storia. A monte di tutto c’è l’ingiusta distribuzione della ricchezza che provoca povertà e indebitamento.

Il sistema deve capire che l’equilibrio può essere ritrovato solo in due modi: aumentando i salari e permettendo a tutti di avere un lavoro. Che non significa automaticamente produrre più beni per il mercato, ma ridurre l’orario di lavoro e rilanciare l’economia pubblica. Ricette semplici e possibili ma che attueremo solo se cambieremo mentalità.

Francesco Gesualdi