Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Caro Gesù bambino


Testo di Gigi Anataloni


Mi fa effetto scriverti una letterina di Natale, adesso che ho i capelli grigi. Non l’ho mai fatto, neppure da piccolo. Dalle mie parti, allora, si preferiva santa Lucia. E non occorreva neanche scrivere, bastava un po’ di crusca per il suo asinello. Oggi invece i bambini scrivono (o messaggiano) a Babbo Natale, alla Befana, a san Nicola, a santa Lucia… Allora è venuta anche a me la voglia di scriverti.

Caro Gesù bambino, mi hai proprio fatto una bella sorpresa. Sono venuto a cercarti perché mi avevano detto che eri nato in una stalla mentre i tuoi erano in viaggio, ti facevano dormire in una mangiatoia e non avevi il necessario. Un po’ sconsiderati i tuoi genitori a muoversi in quelle condizioni, anche se lo so che, poveracci, non avevano avuto scelta.

Trovarti è stato facile. C’era un sacco di gente là fuori. Ma non capivo bene. Oltre a quelli del villaggio c’erano storpi, zoppi, ciechi, sordi, poveri, bambini, pastori nomadi e stranieri: entravano da te con la faccia di circostanza e poi tutti uscivano con un sorriso radioso. Addirittura, c’erano dei poveracci che venivano fuori con un bel pane in mano e anche una schiacciata di fichi. E facevano festa lì fuori, davanti alla casa, come vecchi amici attorno al fuoco. Mi è venuto il dubbio di aver sbagliato posto.

Dopo un po’, sono riuscito a entrare anch’io. Non dalla porta principale, ma da quella che scendeva nella stalla sotto la casa. Il posto era spazioso, ma non grande. In un angolo, legati alla mangiatoia, c’erano una mucca e un asino, anzi due, e un solo basto attaccato a un piolo sulla parete. In un piccolo recinto alcuni agnelli e un vitellino dormivano tranquilli. C’era un uomo indaffarato a rifinire quello che sembrava un giogo per buoi. Accanto a lui, una donna era seduta sull’altro basto intenta a sistemare un cesto, non uno qualsiasi, ma quello da mettere sulla schiena dell’asino per portare il cibo per il viaggio, pane soprattutto, quello d’orzo dei poveri. Che la donna stesse preparando la cena? Ho guardato meglio. Nel cesto non c’era il pane, ma un bambino che dormiva tranquillo ben avvolto in un mantello, quello del papà. Finalmente, ti avevo trovato.

Mi sono avvicinato, con le mani piene delle cose che ti avevo portato per mostrare a tutti la mia generosità. Ho cercato l’attenzione di tua madre. Mi ha salutato sì, ma senza interesse per quello che avevo in mano. Sembrava avere occhi solo per te. Era evidente che ti amava. Ti mangiava con gli occhi, accarezzandoti piano.

In quel momento tu hai aperto gli occhi. Mi hai guardato e mi hai sorriso come se mi conoscessi da sempre e stessi aspettando proprio me. Non so che mi è successo allora. Posata la roba, sono caduto sulle ginocchia. Occhi negli occhi, ti ho guardato, anzi, mi sono lasciato guardare, dentro. Una dolcezza e una gioia grande mi hanno invaso. Ero venuto per accoglierti e far sfoggio di me. Invece sei stato tu che hai accolto me e mi hai fatto sentire atteso, amato, importante per te.
Ho capito allora il perché della festa che c’era là fuori, la gioia e la danza, la fraternità e l’incontro. Ero venuto a cercarti e ho scoperto che, invece, eri tu che cercavi me. Ero venuto per accoglierti e sono invece stato accolto; per darti le mie cose e hai preso il mio cuore. E quando sono uscito, mi sono unito alla festa, danzando attorno al fuoco, per condividere con tutti gli altri, non più sconosciuti e forestieri, la bellezza dell’essere amati da te.

Caro Gesù, scusa la mia storia di fantasia. In essa c’è una verità che rimane: che tu sei venuto a cercarmi e mi hai amato per primo. Non solo me, ma ogni uomo, indistintamente, anzi, personalmente. E questo è bello e continua a essere una Parola di speranza e di vita oggi per ciascuno. La tua fiducia in noi diventa la nostra fiducia negli altri, perché tu ci ami tutti come se ognuno fosse l’unico. La fiducia reciproca è una di quelle cose di cui abbiamo più bisogno, tentati come siamo di costruire muri, piantare paletti, etichettare, distinguere tra «noi e loro», imporre dei «prima» … «Non c’è pace senza fiducia reciproca», scrive Francesco nel messaggio per la giornata della pace che si celebra il prossimo primo gennaio. «Pace [che è] come la buona notizia di un futuro dove ogni vivente verrà considerato nella sua dignità e nei suoi diritti».

Venendo tra noi, tu ci hai già considerati degni del tuo amore, riconosciuti nella nostra dignità di figli e figlie di Dio. La mia preghiera è che possiamo imparare da te a trattarci gli uni gli altri come fai tu con noi. Grazie perché continui a guardarci con amore.