Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Racconti di donne straniere in Italia

Dal «Concorso letterario Lingua Madre»

(Foto di Carlo Cretella)

Testi delle seguenti donne straniere e non: Alessandra Rosa, Luisa Zhou, Jacqueline Nieder, Dounya Mahboub, Angela María Osorio Méndez | Foto di: Carlo Cretella | A cura di: Gigi Anataloni | Per gentile concessione del «Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre»


Sommario

Racconti di donne straniere in italia.
Il Concorso letterario Lingua Madre Raccontare, incontrare e conoscersi
La storia di Ele.
(S)corri nelle mie vene. Sottopelle.
Eleonora.
Changes.
Jet lag affettivo.

Tutte le autrici del Concorso Lingua Madre sul palco per fare una foto finale! (Foto di Carlo Cretella)


Il Concorso letterario Lingua Madre

Raccontare, incontrare e conoscersi

Il concorso, promosso dalla regione Piemonte e dal Salone internazionale del libro di Torino, e ideato nel 2005 da Daniela Finocchi, è diretto alle donne straniere (anche di seconda o terza generazione) residenti in Italia, con una sezione per le donne italiane che vogliano raccontare le donne straniere che hanno incontrato e che hanno saputo trasmettere loro «altre identità».

Al concorso si possono inviare racconti e/o fotografie, la premiazione avviene nella giornata di chiusura del Salone del libro di Torino e le opere selezionate ogni anno sono pubblicate in un’antologia.

Non vengono messi limiti, né barriere. Si può scrivere e fotografare a qualsiasi età e in qualsiasi condizione, che si sia una bambina delle elementari o una donna detenuta, e si può partecipare da sole, con opere realizzate a quattro mani, ma anche in gruppo. E se l’italiano scritto non lo si padroneggia ancora, non importa, ci si può far aiutare da un’altra donna italiana (il bando del concorso non solo lo ammette ma lo incoraggia). Scopo del progetto è dare voce a chi spesso non ce l’ha e creare occasioni di scambio, relazione, conoscenza.

Il progetto opera sotto gli auspici del Centro per il libro e la lettura, dell’Istituto autonomo del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo e, in dodici anni, è diventato qualcosa di più grande e complesso, svolge oltre 100 incontri ogni anno su tutto il territorio nazionale con laboratori, incontri, presentazioni, convegni, reading e tanto altro. Inoltre, dal ricco materiale di narrazioni raccolte sono nate e continuano a svilupparsi tante altre iniziative e progetti che vanno dalla realizzazione di video e prodotti multimediali a mostre, libri, spettacoli teatrali tratti dai racconti e festival internazionali.

La nostra riconoscenza a Daniela Finocchi, ideatrice e coordinatrice del Concorso nazionale letterario «Lingua Madre», per aver voluto condividere con i lettori di MC queste storie di vita.
Tutti i testi del 2016 sono pubblicati nel volume: Lingua Madre Duemilasedici. Racconti di donne straniere in Italia, edizioni SEB27.
Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre
Casella Postale 427 – Via Alfieri, 10 – 10121 Torino Centro


La storia di Ele

di Alessandra Rosa [Italia]

Aprì la porta e si accorse che era venerdì… dai corridoi proveniva un olezzo nauseante di pesce (il venerdì in prigione c’è sempre il pesce… e c’è sempre lo stesso olezzo!). Come ogni mattina, A. si era alzata verso le 7.30 e, bevuto il suo caffè, aveva cominciato a sbrigare le faccende di «cella» (già, nulla cambia, nemmeno in prigione, quelle ci toccano sempre) e fu proprio in quel momento che, alzati gli occhi verso quell’orizzonte, grigio anche nei giorni di sole, vide Ele davanti all’ufficio matricole. Per chi non lo sapesse quest’ufficio si potrebbe descrivere come una specie di tornello che se lo prendi in un senso è la prima porta verso l’inferno, ma se lo prendi al contrario è l’ultima porta prima del paradiso: Ele quel giorno lo stava prendendo dalla parte sbagliata. In qualche modo A. fu immediatamente colpita da quella miriade di colori su sfondo nero, era un arcobaleno di fucsia, verde pisello e giallo; A. pensò tra sé e sé che nonostante quella ragazza fosse «nera» (perché è così che le detenute bianche chiamano quelle di colore) di «nero» aveva ben poco e sprigionava allegria colorata in ogni suo movimento, mentre il suo atteggiamento complessivo aveva un non so che di armonico, di aggraziato.

Dai corridoi proveniva il solito brusio: «Ecco, ne arriva un’altra», «Nuova giunta», «Africa» e via via cominciava la lotteria per scoprire per quale motivo Ele stava entrando a far parte di quella grande famiglia allargata (già, perché, per molti detenuti il carcere diventa, per un determinato periodo di tempo, una nuova famiglia, mentre per altri è l’unica che abbiano mai avuto… per tutti comunque è la famiglia adottiva che nessuno può rifiutare).

Mentre la vedeva camminare, A. avrebbe voluto avvisarla, prepararla, proteggerla come una mamma fa istintivamente verso una figlia (d’altronde si dice che una tigre in gabbia rimane sempre una tigre ma anche una madre in gabbia rimane sempre una madre), perché Ele sembrava proprio una bambina dal corpo agile di una gazzella e dagli occhi impauriti di un cerbiatto e una madre riconosce sempre la paura negli occhi di un bambino. Però dalle finestre del carcere non si può urlare, si rischia un rapporto disciplinare (la prima cosa che ti insegnano in carcere è quella di farti gli affari tuoi, che è quasi sempre meglio) e allora A. rimase in silenzio.

A. sapeva che Ele stava per affrontare la parte più forte del dolore, quella più «invasiva» dell’entrata in carcere; infatti, nonostante la gentilezza istintiva con la quale una donna tocca un’altra donna, quella divisa blu notte l’avrebbe spogliata di tutto, le avrebbe fatto aprire le gambe e con un colpo di tosse le avrebbe chiesto di buttare fuori l’ultima parte di Africa che ancora teneva nascosta dentro di sé; solo chi ci è passato sa cosa si prova a spogliarsi quando non ti vuoi spogliare, quando non è ora di farlo, e cosa si prova a rimanere nude di fronte a qualcuno che non sei stato tu a scegliere, senza neppure ricevere un qualsiasi compenso come prezzo della tua vergogna, del tuo avvilimento! «Povera Ele!» pensò A.

Il caso volle che Ele finisse proprio di fronte alla cella di A., portava sulle braccia un lenzuolo, una coperta, lo shampoo, lo spazzolino, il dentifricio… ma era la paura a pesarle maggiormente e a farle piegare le braccia, come se stesse portando un peso spropositato per le sue forze.

La chiusero nella cella n. 16 e alla chiusura della porta A. vide Ele trasalire… e chi è stato in carcere sa bene perché si sobbalza al rumore delle chiavi che chiudono la cella dietro di te: è un rumore sinistro che non si dimentica più, mai più.

Ele ebbe solo un momento per guardare negli occhi A. poi scoppiò in un pianto silenzioso e nella sezione smisero tutti di parlare, smisero di fare qualsiasi cosa per ascoltare e rispettare quel pianto. In prigione con le lacrime ti puoi fare la doccia ma nessuno si permette di prenderti in giro quando piangi, nessuno osa dire di smettere, perché si impara a rispettare il dolore degli altri, a volte più del proprio.

Un’ora dopo, A. preparò un buon caffè, scaldò un po’ di latte, due biscotti e li porse ad Ele… Ele non parlava, sorrideva e diceva solo «grazie», ma in quel sorriso A. aveva visto tutta l’Africa che quella povera ragazza aveva lasciato da bambina e quel sorriso… non riuscirà mai più a dimenticarlo.

Ele consegnò ad A. un plico di carte: erano scritte in italiano ed Ele di italiano sapeva poco o niente, solo qualche rara parola che le serviva per lavorare, di cui non andava certo fiera, ma che all’occorrenza usava con profitto.

In quei fogli c’era la previsione di un infausto futuro (chissà perché i magistrati tendono sempre a rendere le cose più brutte e gravi di quello che sono in realtà… per «spaventarti» dicono, come se di paura Ele non ne avesse già provata abbastanza in quella buia strada del sesso dalla quale proveniva). In ogni caso le quaranta pagine di carte che Ele nemmeno capiva avevano il peso di quaranta catene di ferro e la stavano imprigionando.

Ad un certo punto A. vide che Ele aveva smesso di piangere, che si era alzata in piedi di fronte alla finestra… non che ci fosse nulla di interessante da guardare al di fuori di quell’apertura sigillata con una grata di ferro, a parte le ciminiere di una discarica che non avevano nulla da spartire con le distese africane in cui Ele aveva trascorso la sua infanzia. A. sapeva che il cuore può procurarsi in breve tempo il biglietto per qualsiasi viaggio ed immaginò che Ele stesse appunto viaggiando verso le savane e le colline del continente in cui era nata, dove forse aveva trascorso gli unici momenti sereni della sua giovane e travagliata vita: non volle disturbare quel momento e la lasciò in pace, a gustarsi quel tramonto, quel sole che si stava preparando alla notte. A. non poteva immaginare che cosa sarebbe successo in seguito e col senno di poi, avrebbe pensato «chissà se disturbandoti avrei potuto modificare gli eventi successivi… chissà se…».

Alle 18 la divisa blu notte dalle unghie smaltate cominciò il controllo delle celle, «la conta» in gergo penitenziario, e arrivata davanti a quella di Ele l’aveva chiamata ma lei non rispose; la guardia carceraria, in un misto di rispetto, fretta e superficialità abitudinaria non insistette e non la richiamò. Mezz’ora dopo però ritornò, forse spinta da un presentimento, chiamò di nuovo Ele ed ancora una volta ella non rispose: quel silenzio cominciò a diventare sospetto, quasi arrogante, al punto da indurre la guardia ad aprire con nervosismo la cella ed entrare per scuotere la ragazza ed obbligarla a rispondere alla chiamata.

Fu in quel momento che A. sentì un urlo di terrore provenire dalla cella di Ele e vide la divisa blu dalle unghie laccate cercare con tutte le forze di sollevare Ele da terra e staccare quel filo di nylon che le serrava la gola. Per fare ciò la guardia carceraria si era rotta tutte le unghie, quasi tutte le unghie, ma tutto risultò inutile e vano.

Era il periodo peggiore del «sovraffollamento carcerario» e quella guardia era l’unica sul piano: da sola non ce l’avrebbe mai fatta… e fu costretta ad aprire la cella di A. e a chiederle aiuto per sostenere quel corpo, che tra la vita e la morte pesava il doppio… Di fronte alla morte, non c’è colore, non c’è divisa che tenga e la divisa blu notte tremava perché non riusciva a staccare Ele da quel letto, alle sbarre del quale la ragazza di colore si era appesa e si stava lentamente lasciando morire.

«Un paio di forbici». Urlò la guardia. «Dammi un paio di forbici, presto!».
«Non abbiamo forbici», rispose A., sgomenta.
«Un coltello, allora. Per l’amor di Dio, dammi qualcosa per tagliare quel filo!», continuava ad urlare disperatamente la divisa blu notte…

Ma in prigione non ci sono coltelli, non c’è nulla per tagliare… Ci si può far male e comunque certi aggeggi possono servire come strumenti di offesa.

Con la forza e il coraggio della disperazione A. e la guardia riuscirono a rompere il filo di nylon e ad adagiare Ele nel corridoio. Adesso era veramente diventata nera, ma un nero che non aveva nulla a che vedere con il colore della sua pelle viva e giovane che aveva catturato l’attenzione di A. Tutto il corpo di Ele, A. e la guardia se ne resero immediatamente conto mentre la stavano liberando dai vestiti, stava assumendo il colore di chi sta morendo per asfissia: solo la bava biancastra che le usciva dalla bocca segnava un netto ed orribile contrasto con tutto quel nero di morte.

A. si chiuse in cella da sola; ormai erano arrivati i paramedici con il defibrillatore, ma dopo alcuni tentativi, alle 19.45 l’apparecchiatura con la gelida frase “no more signal” aveva decretato che Ele nella cella 16 non sarebbe più tornata.

A modo suo Ele era tornata libera.

A. non riuscì a trattenere le lacrime e pianse, pianse come non aveva mai fatto prima di allora… eppure neppure la conosceva… non sapeva nemmeno il suo nome… e non capiva perché… ma pianse e pianse ancora…

Piangeva per quel sorriso di un attimo che tuttavia l’aveva colpita per sempre.

A. pensava ad Ele come a una farfalla: per lei infatti era nata, vissuta e morta nello stesso giorno, così colorata e così fragile.

Nessuno forse l’avrebbe cercata, nessuno avrebbe sentito la sua mancanza… nessuno avrebbe saputo dove Ele era volata (se arrivi nel giardino del carcere speri che chi ti conosce in fondo non lo scopra mai), ma A. sapeva cosa era stata per lei e sapeva che non avrebbe mai più potuto dimenticarla.

Il giorno dopo, sulla stampa, quasi in ultima pagina, in mezzo a qualche strana pubblicità, c’era un trafiletto di quattro righe che diceva «prostituta nigeriana si suicida in carcere». Ancora una volta nessuno aveva pensato che fosse importante darle un’identità… c’era solo l’età, 32 anni, ed A. pensò che a lei era sembrata più giovane, molto più giovane.

Il giorno dopo A. scrisse sulla porta della tragica cella, rigorosamente messa sotto sequestro, questo messaggio:

«Cara Ele spero tu sia tornata vento tra gli alberi della tua Africa.
Corri, vola, libera e felice al di là del tempo e dei luoghi.
Ogni volta che sentirò sulle guance un vento caldo
penserò alla carezza del tuo sorriso…
Ti ho chiamato Ele perché in nigeriano Ele vuol dire gazzella».

Alessandra Rosa


Nasce a Torino nel 1966. Si diploma al Liceo classico Massimo D’Azeglio e si laurea alla Scuola universitaria di Scienze motorie. Lavora per un periodo presso il ministero dell’Interno, studia Scienze infermieristiche e insegna educazione fisica presso la propria società sportiva, della quale è anche presidente. Divorziata e mamma di tre ragazze, è stata in regime di arresti domiciliari fino al gennaio 2017. Attraverso la scrittura, scoperta durante il periodo di restrizione carceraria, riesce a visualizzare il suo dolore, metabolizzarlo e non averne più paura. Scoprire la sensibilità letteraria le permette di vincere ogni forma di pregiudizio. Il suo racconto La storia di Ele ha vinto il Premio Speciale Giuria Popolare della XI edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.

 


(S)corri nelle mie vene. Sottopelle

di Luisa Zhou – [Cina]

© AfMC / Alvaro Pacheco

Per quanto detestasse il villaggio, Ayue amava percorrere quella strada in salita che l’avrebbe portata alle immense, infinite risaie di Yuhu.

Le piaceva il suono dei suoi passi sulla pietra nuda, il chiacchiericcio delle case che si affacciavano sulla via, il tepore del sole sulla pelle alle otto del mattino. Sapeva bene che l’afa estiva l’avrebbe investita con tutta la sua violenza da lì a qualche ora, proprio per questo cercava di godersi quel momento in un misto di aspettativa e leggerezza. Una delle poche consapevolezze che aveva, infatti, era che nelle terre della provincia di Wencheng il mese di luglio – almeno per lei – aveva il sapore degli incubi, intensificato dal ronzare delle zanzare e dall’umidità che pareva soffocarli tutti in una morsa. Tuttavia, il panorama delle campagne cinesi aveva una bellezza intrinseca che difficilmente poteva essere messa in dubbio. All’orizzonte il profilo delle montagne permetteva al cielo di scivolare su e giù in un’altalena di colori e di forme, mentre le nuvole scorrevano pigre sullo sfondo.

Era come contemplare una di quelle tele ad olio dove i contorni sono sfuggenti, sfumano nel sogno. Ayue amava sollevare lo sguardo e perdersi in tutto questo, cadere fuori dal tempo e risvegliarsi all’improvviso, con una fotografia in più negli occhi.

Ogni tanto cercava di immaginarsi anche una vita lì, nel paese che aveva visto nascere i propri genitori – una vita semplice, contadina, scandita da momenti precisi e ripetuti nel tempo. Sveglia all’alba, colazione, giro al mercato, pranzo, qualche risata strappata, cena, una partita a mahjong, un’ultima passeggiata alla luce dei lampioni.

Ma non sarebbe sopravvissuta, non sarebbe riuscita a vincere quella quotidianità fatta di terra, di legna, di lenta rassegnazione – era difficile riconoscersi in un luogo così diverso da quello in cui era nata lei, l’Italia.

Ciò che sua madre chiamava 家乡, jiaxiang, paese natale, per lei non era altro che una serie di edifici tutti uguali in un paesino nella regione di Zhejiang. Nient’altro, se non un minuscolo puntino nella geografia della Cina.

Come avrebbe potuto trovare le sue radici in un posto del genere?

In quale misura avrebbe potuto comprendere, sentire, la sua identità, tanto era sospesa fra un mondo e l’altro? Era come rimanere immobili a metà di un ponte, indecisi della direzione da prendere.

L’unica cosa che le restava da fare era osservare le acque sotto di lei, il fiume inarrestabile della vita, cercando di riemergere dai propri pensieri.

Chisonoqualèilmiopostonelmondocercareritrovarsiperdersiriflessirespira.

Spesso, in balìa dei tumulti che le sconvolgevano la mente, Ayue tratteneva il respiro, come in apnea. In perenne attesa che qualcuno arrivasse a risolvere il groviglio delle sue emozioni.

Si ricordava ancora la volta in cui era andata in Grecia, dopo cinque anni di studi classici. Era salita sull’acropoli di Atene con quella che era la sua classe, quando ad un tratto una delle sue compagne, la cui nonna era originaria di Patrasso, cominciò a piangere. Di un pianto che significava più di mille parole.

Non singhiozzava, ma le lacrime scendevano copiose di fronte allo spettacolo del Partenone, della capitale intera, come se all’improvviso il sangue avesse cominciato a ribollire e a gridare l’appartenenza a quella terra infuocata e splendida come solo le cose eterne sanno essere.

E Ayue l’aveva guardata, l’aveva vista trasformarsi, piena di consapevolezza.
È casa mia, sembravano dire i suoi occhi, anche questa è casa mia.
Ma non sembrava esserci «casa» per quella ragazza italo-cinese, non ancora.

© AfMC / Alvaro Pacheco
  • Non dimenticarti le tue origini.
    Le intreccerò con quelle nuove.
  • Non puoi comportarti da italiana.
    Sto solo cercando di essere me stessa.
  • Non tradire i valori della famiglia.
    Vi amerò per sempre,
    ma rispetterò ciò che è giusto.
  • La vita è lavoro, lavoro, lavoro.
    La vita è un’esplosione di bellezza
    nei posti più inaspettati.
  • Tu non appartieni a questo posto.
    A quale posto appartengo allora?
  • A cosa ti serve continuare a studiare?
    Per andare oltre, per superare i confini.
  • Quando aprirai una tua attività?
    Voglio poter creare.
  • Ti devi sacrificare per la famiglia.
    Non significa rinunciare ai miei sogni.
  • Non puoi stare con un ragazzo italiano.
    Non saranno altri a scegliere chi amerò.
  • Sei cinese.
    E molto di più.

La prima volta che aveva visitato i nonni al villaggio era stata delusa dalla rapidità con cui era scemato il suo entusiasmo, ma aveva solo sette anni e i bambini si annoiano in fretta. Soprattutto, sanno essere tanto intelligenti da tenersi alla larga dalle domande esistenziali che portano al limbo delle non risposte. Crescendo, tuttavia, si decide di volere di più dalla vita, di essere di più – si vuole dare un perché alle proprie azioni, un senso ai propri sogni, una giustificazione ai propri errori.

Ed è in questo punto della storia che Ayue si sentiva persa.

Sentiva la propria identità sfuggirle di continuo, sabbia fra le dita, in costante mutamento. Le capitava di guardarsi allo specchio e non riuscire a dare un nome al proprio riflesso.

Era la figlia cinese dei proprietari del ristorante vicino al centro.
Era la studentessa italiana che aveva scelto il liceo classico.

Era la ragazza senza nazionalità che si rifugiava nel respiro della scrittura.
Alla ricerca di una terra a cui appartenere.
Cittadina del mondo, le piaceva definirsi, come molti altri prima di lei.

Continuò a camminare sul ciglio della strada, mordendosi il labbro inferiore come faceva tutte le volte che non sapeva bene cosa dire.
In quel momento, non trovava le parole per parlare con se stessa.
Pochi passi più indietro, la madre la seguiva con sguardo distratto, concentrata sulle diverse colture della terra. Patate, erbe, verdure, fiori.

Era capace di riconoscere tutte quelle piante attraverso un’occhiata veloce delle foglie, a cui ogni tanto aggiungeva una carezza, strofinandole fra le dita in un gesto che le illuminava i pensieri.

Pochi passi più avanti, un signore. In testa il 斗笠, douli, il tipico cappello di paglia dei contadini, fra le mani più di settant’anni e un’ascia per tagliare la legna.

Ayue si intenerì a quella vista. Notò le braccia magre, ma forti dell’uomo, e il mezzo sorriso che aveva sulle labbra nel momento in cui si accorse delle due passanti. Lo vide fare un cenno di saluto e chinarsi di nuovo a lavoro.

C’era un’incredibile forza in quei movimenti, una forza che aveva reso grande una cultura millenaria – impossibile restare indifferenti.

La giovane si sentiva come lacerata dal desiderio di avvicinarsi a quel popolo, ma, al contempo, tendeva a rifiutarlo, a negarlo a se stessa perché troppo distante, diverso, in una lotta che l’avrebbe costretta a rinunciare a una delle sue sfaccettature. Sarebbe stata una sconfitta, e lei non l’avrebbe permesso.

In quel momento la madre la superò, mentre lei rallentò il passo per osservare ancora un poco il signore.

Era colpita dalla precisione dei tagli, dalla costanza, dall’alzarsi e abbassarsi della lama che, in alcuni istanti, pareva catturare addirittura la luce del sole.

Con questo ricordo in tasca, Ayue proseguì la camminata, tenendo d’occhio la schiena della madre. Le vennero in mente tutti i litigi che avevano avuto, tutte le parole che si erano dette senza forse volerlo.

Per un attimo, le si strinse il cuore al pensiero di quella donna smarrita in una realtà che non riconosceva come la propria, con un pugno di speranze e due bambini al seguito.

Cina, Italia, Italia, Cina.
Ti senti più italiana o più cinese?
A quella domanda, Ayue non sapeva mai come rispondere.
Per dire qualcosa di sincero, avrebbe dovuto scavare in profondità, sporcarsi le unghie con il fango delle apparenze, andare oltre la superficie.

Forse, solo allora, avrebbe capito che la sua identità non era fatta di percentuali e di esclusioni. Era qualcosa di più, qualcosa che viveva sotto pelle, che le scorreva nelle vene come sangue.

Era il suo io più intimo, senza il quale lei non sarebbe stata la stessa.

Madre e figlia stavano ancora camminando, ora fianco a fianco, quando ad un tratto il cielo si rabbuiò. Iniziò a piovere – dapprima piano, quasi timidamente, poi sempre più forte, fino a sfociare in un vero e proprio acquazzone estivo, di quelli che ti colpiscono la pelle con violenza, che ti lasciano smarrito ma inebriato, che riecheggiano sulla pietra, liberandoti dai pensieri.

Le due donne cominciarono a correre, ma non c’era modo di sfuggire al diluvio.

Poi, così com’era arrivato, all’improvviso tutto finì, lasciando solo foglie bagnate e odore di pioggia.

Ayue si fermò, il respiro affannato – si spostò i capelli dal viso, assaporando il gusto dell’acquazzone sulle labbra. Guardò la madre, anche lei completamente fradicia, e non riuscì a trattenere un sorriso.

Esausta, sollevò gli occhi al cielo, riprendendo fiato.

E fu allora che se ne accorse: sopra le loro teste, le nuvole avevano lasciato spazio ad un arcobaleno dai colori così vividi da rapire anche lo sguardo della madre. Per quanto fossero diverse, c’erano ancora dei punti in comune.

E c’era così tanta bellezza in questo.

Luisa Zhou


Luisa Zhou nasce a Torino l’11 gennaio 1995 da genitori originari di un piccolo villaggio nella regione di Zhejiang, nella Cina meridionale. Luisa cresce, scrive, sogna e la sua infanzia e l’adolescenza sono strettamente legate al ricordo di un ristorante. Frequenta il liceo classico masticando la lingua dell’epica e della tragedia per cinque anni, tuttavia sui suoi documenti appare la scritta «nazionalità cinese». A diciannove anni decide di partire per Hangzhou, dove trascorre un anno sabbatico alla ricerca delle proprie origini. Al suo rientro in Italia, continua quella che è l’ordinaria vita di una ragazza universitaria. Il suo racconto, (S)corri nelle mie vene. Sottopelle, ha vinto il Premio Speciale Slow Food-Terra Madre della XI edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.


Eleonora

di Jacqueline Nieder [Italia]

© AfMC / Marco Bello

Sei sdraiata al caldo, sotto le lenzuola pulite. Il ginecologo ti ha controllato un’altra volta ma vorrei che lo facesse di nuovo, per essere certa che non ti accadrà nulla. Mi alzo e cerco l’infermiera. Mentre mi allontano, ti lamenti. Non sono sicura se è perché me ne sto andando o perché finalmente ti ho lasciata sola. Quando torniamo, l’infermiera mi assicura che manca poco, che ogni cosa sta seguendo il suo corso naturale. Me lo ripeto di continuo, ma la luce al neon dei corridoi elude il passare del tempo, lo deforma. È facile confondere ciò che è stato con ciò che sta per accadere. Siamo in Italia, dopotutto, e sono passati vent’anni, dovrei smetterla di avere paura. Non si sentono i colpi di carro armato prima dell’alba o i passi dei soldati che fanno irruzione nell’ospedale e uccidono chi, in fondo, è già morto. Mi dico che sei al sicuro mentre confondo i suoni delle macchine e i lamenti delle altre pazienti con quelli delle sirene. Eleonora. Le hai dato un nome di questa terra ma tua figlia sarà figlia di questa terra? E noi di cosa siamo figlie?

Fuori è già buio. La luce sopra al letto si riflette sulla tua pelle bianca a tal punto che sembra emanata da te e ti trasfigura. Le rughe di dolore che hai sul viso, nello sforzo di spingere, somigliano a quelle di una maschera crudele. All’improvviso, ti sento fredda e mi fai paura. Non riesco a guardarti. Mi stringi la mano fino a farmi male e ho bisogno di andar via. Quando la contrazione ti lascia riprendere fiato, mi libero ed esco dalla stanza, con il pretesto di cercare ancora l’infermiera.

Non volevo guardarti nemmeno la prima volta, non te l’ho detto mai. Sei nata poco dopo l’inizio della guerra, nel ‘93. In tutti questi anni non ti ho mai raccontato di Osijek e del nostro passato. In fondo, non ti è mai interessato, forse perché sapevi che era da lì che veniva il mio rancore.

Ti dò un’ultima occhiata. Hai cappelli rossi così belli, le pareti azzurre ricordano un cielo, ma la tua espressione mi spinge ad allontanarmi. È la stessa di quella volta al parco, quando avevi sei anni. Facevi piovere delle piccole zolle di terra su un formicaio con la medesima leggerezza con cui gettavano le bombe su Osijek. Ti divertiva veder impazzire quelle povere bestiole, e ti sgridavo e avevo paura di te.

Sentivo tornare un rancore lontano. Osijek era un enorme formicaio, i muri segnati dai colpi di mortaio. La strada principale aveva ceduto sotto il peso dei cingolati. Vivevo con mio marito, Saša, in una piccola villetta ai limiti della città, vicino ai campi di mais. L’abbiamo lasciata quando è scoppiata la guerra e sono cominciate le retate. Ogni settimana cambiavamo posto. Cercavamo le abitazioni già perquisite o abbandonate. Molti serbi erano scappati, lasciando la città. Noi forzavamo le porte e dormivamo nei loro letti, senza accendere le luci quando scendeva la notte. Avevamo imparato a trovarci nel buio e a restare in silenzio per giorni interi. Qualche volta, nel bel mezzo della notte, le stanze venivano inondate da una luce calda come quella del sole, ma ogni volta era soltanto il fuoco croato appiccato alle case serbe.

© AfMC / Marco Bello

Verso la metà di giugno, mentre Saša era andato a cercare da mangiare, scesi in strada e vidi dei ragazzi attorno a un furgoncino rovesciato. Con le lamiere che avevano recuperato, stavano costruendo un’enorme croce sul ciglio della strada. Due di loro erano soldati, con delle barbe lunghe e incolte. L’altro indossava un cappello di lana e aveva un fucile legato alla schiena. Nessuno di loro portava la fascia bianca al braccio, ciò voleva dire che non erano croati. Non so bene perché, ma cominciai a pregare. Quando se ne andarono, attraversai la strada e m’inginocchiai vicino alla croce. Cercavo l’erba medica per poterla mangiare. Ne presi un bel fascio anche per Saša e rientrai a casa.

Di quella sera ricordo gli odori. Ricordo l’odore di sudore che riempì la stanza quando fecero irruzione mentre stavo dormendo. L’odore di bruciato che entrava dalla finestra, che si mescolava all’odore della mia paura. Erano gli stessi delle lamiere, i due soldati e il civile. Sentivo ancora sulle labbra l’aroma dell’erba e della terra. Quando se ne andarono, gli odori sparirono con loro. Non li riesco più a sentire, nemmeno dopo tutto questo tempo.

Sapevo di aspettarti. Ne ero consapevole già da quella stessa notte, mentre la vicina, che aveva sentito le grida, mi lavava nella vasca da bagno piena di acqua e sale. Mi sono presa a pugni la pancia per la disperazione. Ma non te ne sei andata, per fortuna, non te ne sei andata.

La notte successiva siamo partiti per andare da mia sorella. Abitava fuori città, al confine con i boschi. In cuor mio speravo avesse ancora una gallina o due, non ne potevo più di soffrire la fame. Abbiamo deciso di muoverci a piedi, per nasconderci nei campi e camminare lontano dalle strade. Saša è morto proprio lì, con una gamba prigioniera in una trappola per lupi. Non avevo abbastanza forza per trascinarlo. Sono rimasta con lui per tre giorni finché non se n’è andato.

Da mia sorella non sono mai arrivata. Ho camminato finché ho potuto, nella direzione opposta rispetto ai rumori, alle luci e alle voci che sentivo. Ad un certo punto mi sono trovata davanti a una vecchia casa di boscaioli. Dentro, si erano nascoste alcune donne e un ragazzo giovanissimo, serbo come mio marito. Un disertore, uno che ad ammazzare metà della sua famiglia si era rifiutato. Mi accolsero senza dire niente. Entrai in quella casa come un fantasma e loro entrarono nella mia vita nello stesso modo.

Tra quelle donne una era impazzita. Ogni tanto si metteva a gridare e sbavava, presa dai tremori. Il ragazzo le tappava la bocca perché avevamo paura di farci sorprendere persino dal sole al mattino. Mangiavamo le radici, il mais e le lepri cacciate con i lacci. Eravamo in tre con le pance gonfie. Una aveva solo quattordici anni. Perse il bambino al secondo mese, poco dopo il mio arrivo. L’altra, di trenta, lo partorì e lo abbandonò in mezzo al campo.

Tu, invece, sei arrivata d’inverno. Dovevano esserci venti gradi sotto zero. La neve era alta un metro e rendeva tutto più sopportabile, nascondeva le cose. Sei venuta di notte e ti ho maledetto. Tremavo dal freddo e dalla fame. Le donne più forti mi hanno portato vicino alla caldaia a legna. Hanno detto che così, forse, non sarei morta e non saresti morta neanche tu. Ricordo il sudiciume, i ratti che correvano lungo i muri e avevo paura che cominciassero a mordermi e non riuscissi a difendermi. Sono rimasta sola per molto tempo, poi la ragazzina è venuta con il serbo. Mi hanno messo una coperta e hanno fatto pressione sul mio stomaco per aiutarti a uscire. Sei venuta in fretta. Ho sperato che fossi nata morta, non avrei avuto il coraggio di lasciarti su un cumulo di neve. Invece hai cominciato a piangere e io con te. Ed è stato in quel momento, credo, nella spinta istintiva che ne è seguita, nelle braccia protese in avanti, nelle mani aperte, che è cambiato tutto. E come ti ho avuta, ti ho stretta, nascosta dentro il seno, sotto la coperta, vicino alla caldaia. Ti alitavo in fronte per non farti congelare e ti baciavo come se fossi un miracolo. Ti ringraziavo di essere venuta da me. Così, ora, in questo ospedale, dopo vent’anni, sento ancora il bisogno di chiederti perdono. Per ciò che è rimasto del rancore, per la storia che non ti ho mai raccontato, per le mie paure che a volte credo di vedere sul tuo viso.

Sto cercando di tornare da te, mi sono persa nei corridoi del padiglione Ovest. Chiedo indicazioni a una signora anziana che sembra un vigile e conosce tutto di questo posto. Mentre corro nella giusta direzione, sento che mi chiami. Quando entro nella stanza, l’infermiera sta sollevando Eleonora e dietro ci sei tu, i capelli rossi e sudati appiccicati alla fronte. La prendi, la baci, la stringi e ringrazi Dio e me. Me. Hai Eleonora negli occhi mentre mi avvicino a voi e mi rendo conto che il nostro passato, tu, lo hai sempre conosciuto. Solo ora capisco, dopo vent’anni, che il perdono me lo avevi già dato quel giorno, in quella cantina, in quella Croazia, mentre ti alitavo sul viso per non farti congelare.

Jacqueline Nieder


Nasce a Parma nel 1991 da padre argentino, originario di Buenos Aires, e madre mantovana. Frequenta un liceo scientifico sperimentale con indirizzo linguistico, apprendendo l’inglese e il francese; si laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna e attualmente vive a Torino, dove studia Storytelling alla Scuola Holden. Ama leggere e narrare storie. Il suo racconto Il cappello del Signor E è pubblicato sulla rivista per bambini dei «MagazziniOz» e riceve menzioni d’onore in concorsi di poesia. Ama la fotografia e tiene una fitta corrispondenza con la nonna che definisce sua amica di penna. Il suo racconto, Eleonora, vince il Premio Sezione Speciale Donne Italiane della XI edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.


Changes

di Dounya Mahboub [Marocco]

© AfMC / Claudia Caramanti

Mio padre, uomo ignorante e violento, fisicamente corpulento, massiccio, duro con se stesso e il prossimo, vedeva in me qualcosa di insolito e di diverso nei miei atteggiamenti. Ogni volta che mi vedeva, diceva: «Dounya, non basta pregare cinque volte al giorno, il nostro Dio ci osserva, più devoti siamo e migliore sarà la nostra esistenza!».

Avevo diciotto anni, aiutavo mia madre in casa e guardavo le mie tre sorelle più piccole. Mio padre, fervente religioso, parlava sempre della guerra di Dio verso gli infedeli, diceva che noi credenti eravamo il suo mezzo divino per purificare la nostra religione ed era giusto punire con violenza anche quelli contrari alla guerra santa. Non accettavo questi discorsi ma ero obbligata a non rispondergli, a non fare nulla, immobile al termine delle sue frasi, con il volto impassibile deglutivo quelle parole, perché se avessi osato controbattere e dar vita a una discussione, mi avrebbe picchiata e poi avrebbe picchiato anche mia madre che non c’entrava nulla. La mia schiena era pur sempre dritta e i miei pensieri rimanevano conformi al mio essere, a quella che sono: atea.

Vivevo fingendo, un’attrice di un film che non consiglierei a nessuno, schiava di una religione che non mi appartiene. Pensavo: per quanto ancora? Mi succedeva spesso di perdermi nel vortice assiduo di una speranza ignota. Sentivo freddo quando pensavo alla resa della mia anima mortale, i brividi mi affannavano il respiro, mi alzavo e allo specchio della camera riprendevo possesso della ragione, guardandomi il volto, pensavo certa: «Sono io, sempre io, la ragazza che trova ragione nel sognare un mondo migliore».

Un mattino, nella mia camera, sotto le coperte, stavo aspettando che la luce entrasse dalla finestra perché le riflessioni della notte mi avevano fatto capire che non c’era più tempo da perdere. Mi alzai dal letto e appena mio padre uscì di casa, presi mia madre da parte e le dissi: «Basta mamma! Così non voglio più vivere, preferisco la morte a questa vita».

Mia madre, con le lacrime agli occhi, abbracciandomi disse: «Hal targhabi fi lhoroub!? Aina?».
«In Italia, mamma».

Sapevo benissimo che ottenere un visto per l’Italia non era per niente semplice e le azioni che dovevo svolgere in segreto richiedevano molto tempo e tanta speranza. Dopo alcuni giorni, mi diressi all’ambasciata Italiana a Rabat: con l’iscrizione avrei potuto ottenere un visto lavorativo di sei mesi; intanto mi misi in contatto con mio zio, già in Italia da alcuni anni. Gli raccontai di tutte le pressioni che subivo da mio padre e di tutta la voglia che avevo di scappare.

Mio zio, dopo diversi mesi e vari tentativi, riuscì a trovare una famiglia benestante e, dopo la notizia di mio zio, tutto si trasformò in luce ai miei occhi e nessuno poté più fermarmi. Durante una notte così calda che le candele accese nella casa si scioglievano come burro al sole, scappai, senza lasciare alcuna traccia di movimenti rumorosi che avrebbero potuto infastidire il sonno di mio padre. Ero disposta ad assumermi la responsabilità di un lavoro, per ottenere un permesso di soggiorno. In quel periodo di tempo non avevo mai perso la speranza, sulla mia vicina partenza. Quando poi arrivò, durante il volo, il cuore mi batteva così forte e lo stomaco faceva così male fino a nausearmi, i miei pensieri si perdevano unendosi alla scia dell’aereo, senza mai disperdersi, però. Mi calmavo sapendo che stava per incominciare una nuova vita.

Arrivata a Milano, sperduta in quel grande aeroporto, da lontano, vidi mio zio che mi cercava fra la gente, mi misi a correre fino a lui e, abbracciandolo, le mie paure si sbiadirono sul suo volto sorridente. Giunta finalmente ad Asti potevo girare per quelle vie che profumavano di libro ancora da aprire. Ero ospite di mio zio in corso Alba, molto vicino alla casa in cui dovevo incominciare a lavorare. In quella casa ricca di oggetti a me sconosciuti, svolgevo diverse mansioni e imparavo con grande entusiasmo i piatti tipici piemontesi per la preparazione del pranzo e della cena. Passavo molte ore nella biblioteca della casa, per la sete di sapere che avevo sempre avuto.

Già da bambina leggevo tutto quello che trovavo, ma in Marocco i libri non potevamo permetterceli e mio padre controllava sempre le mie letture; poter leggere così tante cose diverse mi ha permesso di farmi una cultura, solo mia, nessuno mi diceva cosa leggere. Ho preso il diploma e adesso mi mancano tre esami per laurearmi in Scienze politiche a Torino.

Continuo a lavorare per pagarmi gli studi, sperando un giorno di tornare, fiera di me stessa, a Marrakech e portare via, dalle grinfie di mio padre, mia madre e le mie sorelle, che non meritano quella vita.

Sento di essere dove volevo vivere…
Sento di essere una straniera ancora, ma di non avere più la paura di allora…
Conquistatrice di sogni e di viaggi, vago nell’anima del mondo, portando nel cuore le mie origini.

Dounya Mahboub


Nasce il primo gennaio 1994, a Marrakech, in Marocco. Si trasferisce in Italia, ad Asti, all’età di sedici anni, dove tuttora vive con suo zio. Lì frequenta il liceo linguistico «Ugo Foscolo» e, dopo aver conseguito il diploma, si iscrive all’Università degli studi di Torino per seguire il corso triennale in Scienze politiche e sociali. Dopo la laurea, desidera intraprendere una carriera diplomatica e aspira alla politica internazionale: le piacerebbe diventare assistente parlamentare europeo. Il suo racconto, Changes, ha vinto il Premio Speciale Rotary Club Torino Mole Antonelliana della XI edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.


Jet lag affettivo

di Angela María Osorio Méndez [Colombia]

© AfMC / Impegnarsi Serve

Unità di misura Utc, il fuso orario. È così che devo misurare la metà delle mie relazioni interpersonali, in perenne jet lag affettivo: «Ci sentiamo al mio pranzo, ossia per la tua colazione»; «no, a quell’ora non posso, sarò nel pieno del sonno». Un constante rendez-vous sfuggente, perché in effetti ci dimentichiamo spesso di quegli appuntamenti su Skype quando viviamo quell’altra parte delle nostre vite, quella parte fatta da carne e ossa, contatti e odori.

«Il jet lag, spesso indicato come “mal di fuso” […] è una condizione clinica che si verifica quando si attraversano vari fusi orari (di solito più di due fusi orari), come avviene nel caso di un lungo viaggio in aereo […]. Il fenomeno si verifica a causa dell’alterazione dei normali ritmi circadiani». Wikipedia con usuale semplicità spiega la condizione che io vivo da sei anni, senza viaggiare o prendere aerei o attraversare time zones. Questa è la storia della costante «alterazione dei normali ritmi» affettivi e dei meccanismi impiegati per provare a metterli in sincronia e far collidere le nostre diverse e lontane Utc, annullando le distanze spaziali e temporali per cui possa esistere un solo piano, il nostro, dove emisfero Nord e Sud diventino un tutt’uno.

| JET LAG, 7h | 23:00 UTC -5; 06:00 UTC +2

A 2.640 metri sopra il livello del mare (s.l.m.) l’ossigeno è scarso, ma noi bogotani riusciamo a respirare benissimo. Siamo come quei mammiferi marini che riescono a mantenere il fiato per più di un’ora sott’acqua, tutto grazie ovviamente a uno degli adattamenti più estremi che esistano in natura. No, non sto dicendo che a Bogotá si viva in apnea, per quanto a volte i suoi abitanti possano sembrare sirene scappate dalle isole Sorrentine: nella capitale a volte piove tanto, ma a volte piove pure tantissimo e la gente come per magia sembra prendere quella forma, metà pesce metà umano. A 2.640m s.l.m., a quest’ora a Bogotá la maggior parte dei suoi dieci milioni di abitanti sta andando al letto; i pochi negozi ancora aperti iniziano a chiudersi; le luci nelle case e negli appartamenti a spegnersi; il traffico a diminuire di intensità. Ai 239m s.l.m. di Torino invece, le serrande iniziano ad alzarsi, le panetterie ad aprire e la moka a diffondere il suo profumo di mattina italiana: caffè es-pres-so. Un rito osservato, compreso e imparato solo con il passare dei mesi dal mio arrivo in Italia e con tanta fatica. «Ma come preparate il caffè in Colombia? Ma senza la moka? E allora come?» «D’accordo ti spiego io: l’acqua va fino alla valvola, o se vuoi un po’ più in alto se la moka lo permette. Il caffè lo devi mettere con questo cucchiaio asciutto, metti la mano così intorno e fai questo movimento. Il migliore caffè è questo, prendi solo questo marchio, non gli altri! Stretta bene la moka la metti sul fuoco basso e fai uscire il caffè piano, fino al fischio. Ecco, la moka si usa così».

All’inizio mi sembrava impossibile e oggi mi sembra impossibile non farlo. La moka ormai significa mattina, senza di lei non ci si sveglia. Ed insieme al caffè in tazza piccola a colazione ci sono biscotti dolci, oppure brioche dolci, magari alla marmellata. Ogni tanto baro e il mio caffè diventa un americano, lungo e in tazza grande, e puntualmente incontro lo stupore degli italiani a cui racconto che a 2.640m s.l.m. per colazione si mangia solo cibo salato: i soliti café con leche o chocolate, huevos revueltos , arepas con queso y pan. Il caffè americano è ammesso quando ho voglia di iniziare la giornata più alla colombiana.

© AfMC / Impegnarsi Serve

| JET LAG, 7h | 01:00 UTC -5; 08:00 UTC +2

A 239m s.l.m. le arterie della città pulsano. Tram, bus, metro, bicicletta, auto, bike sharing, car sharing, passi veloci… ogni flusso si intreccia e ciascuno disegna il proprio tracciato strategico. La prima tratta in bicicletta, la seconda parte sul tram arancione che porta alla coincidenza che finalmente arriverà a destinazione. Ma in alcuni casi si può pure cambiare l’ordine, prima il bus, a seguire il ToBike ed infine il tram. Oppure solo la bici o alle volte solo il bus. Ma questa dimestichezza arriva solo dopo anni di pratica e di percorrenza delle vie della città, perché qua le strade non sono semplici numeri, qua le strade sono vere e proprie biografie ed è più che ovvio che non sia facile orientarsi fra tutti questi nomi. Appena arrivata in città, ho abitato fra le strade degli artisti; una condizione meravigliosa che sembrava impormi tacitamente il mandato di vivere artisticamente. Non so se ci sono effettivamente riuscita, ma quando ogni giorno da via Antonio Canova imboccavo via Benvenuto Cellini, fino alla fermata del bus, a me sembrava sempre di camminare in un museo.

Bogotá invece, con il suo passato coloniale, ha una rete stradale che segue i lineamenti del cardo e del decumano: la toponomastica della griglia che ne risulta non utilizza nomi di municipi e personaggi storici, bensì è composta da numeri, ordinali e cardinali. Oggi vengono chiamate carreras e calles: le prime sono le strade che vanno dal Nord al Sud e le calles sono quelle perpendicolari alle carreras. La numerazione delle calles nasce da Plaza Bolivar, piazza principale della città, e aumenta fino al numero duecento verso il Nord e altrettanto verso il Sud. Le carreras invece crescono di cifra da Est verso Ovest, partendo dalla catena di montagne che costeggia imponente e rigogliosa la città da Nord a Sud, definendo il suo limite naturale. Con questa configurazione urbanistica non c’è bisogno di interiorizzare i nomi e le vocazioni di vie e quartieri per potersi muovere, ma esiste sempre la possibilità di ubicarsi all’interno della griglia. Dall’incrocio della calle diciotto con la carrera quarta per dirigersi all’angolo della calle quattordici con la carrera seconda, basta spostarsi quattro isolati verso Sud e due verso Est. Sommare e sottrarre è l’unico modo per arrivare.

| JET LAG, 7h | 03:00 UTC -5; 10:00 UTC +2.

A 2.640m s.l.m. le persone dormono. Mia madre dorme, mio padre dorme, le mie sorelle dormono, i miei fratelli dormono, i miei amici dormono, le mie amiche dormono e io, a 239m s.l.m faccio una pausa, una pausa caffè al bar con i miei colleghi. In Colombia i bar servono solo bevande alcoliche e aprono solitamente alla sera.

La prima volta che mi hanno chiesto se volevo andare al bar per l’intervallo a metà mattina mi sono stupita, non riuscivo a capire cosa volevano fare i miei compagni. «Bere a metà mattina?». Solo più tardi ho capito che al bar si va per il caffè e che questo si beve al banco, in piedi e al volo! Una volta ancora, questo per me non era affatto scontato: in Colombia il caffè si beve da seduti accompagnato da chiacchiere rilassate, non in fretta e meno che mai in piedi.

Durante la loro ultima visita in Italia è stato naturale per mia madre e mia zia, quelle che ora dormono a 2.640m s.l.m., affidarsi alla scritta «cappuccino al banco 2 euro» per andare a consumare la bevanda calda sedute al banco, che in spagnolo significa panchina. Ingannate crudelmente dalla similitudine fra banco in italiano e banco in spagnolo, hanno scoperto solo al momento di pagare che banco sta per bancone, fermezza su due piedi e sveltezza di consumazione.

| JET LAG, 7h | 05:00 UTC -5; 12:00 UTC +2

A 239m s.l.m. è ora di pranzo, ed ancora una volta si discute di pasta.

Lui: «Con il pesto non si mangia mai la pasta lunga»; io: «E allora prendi quella corta che c’è lì nello scaffale!». Lui: «Ma no, ma neanche i maccheroni vanno bene! Portami le caserecce, o i fusilli, la pasta deve essere un po’ attorcigliata».
Lui, ride. Lei a lui: «Lo so che c’è chi mangia la pasta lunga col pesto, ma con lei bisogna essere tranchant: non le percepisce queste sottigliezze soggettive…».

In Colombia la struttura di un pasto inizia tipicamente con la frutta servita in un piatto piccolo, preferibilmente di vetro. La seconda portata si chiama sopa e consiste appunto in una zuppa, che deve essere servita calda e su un piatto fondo; la terza pietanza si chiama seco. La parola seco in spagnolo vuole dire asciutto, ed è legittimo che venga dopo la zuppa, che è sugosa. Per il seco solitamente si compongono nel piatto diversi elementi: verdure, carne o legumi, e immancabilmente il riso bianco, il cui ruolo è fondamentale per il seco. Tutti gli altri ingredienti possono variare a piacere, ma il riso bianco è la colonna portante del seco. Insieme al seco si beve il jugo, ogni giorno fatto con un frutto diverso: ieri lulo, domani mora, oggi guanabana. Ed infine si chiude con il tinto, una specie di caffè americano e a volte un dolce come un bocadillo de guayaba, una gelatina guava.

Io però a 239m s.l.m. sto mangiando un primo, un secondo e dopo un po’ d’insalata con pane e dopo la frutta tagliata al tavolo e, per finire, un caffè es-pres-so con un gianduiotto.

© AfMC / Impegnarsi Serve

| JET LAG, 7h |  07:00 UTC -5; 14:00 UTC +2

A 2.640m s.l.m. la gente si sta alzando. Mia madre si sveglia, mio padre si sveglia, tutti si svegliano, compresa me, che sono a 239m s.l.m. e a un mare di distanza. Mi sveglio come loro, ma non da una notte stellata, io mi sveglio dalla siesta: un’attività che in qualche modo riesce a sincronizzarmi con la Colombia e con i suoi ritmi circadiani, con il suo fuso orario.

E questa comune sveglia crea lo spazio e il tempo per una condizione di simile dissimilitudine, di uno strano stare insieme a distanza, un paio di ore di sole condiviso, anche se qua è calante e là è in ascesa. Sono proprio queste le ore preferite per gli appuntamenti cibernetici. Servono solamente internet, un dispositivo portatile, auricolari, uno spazio silenzioso dove poter parlare e del tempo.

Ma in questo primo pomeriggio a 239m s.l.m. queste condizioni fanno fatica a declinarsi nella realtà e sembrano escludersi a vicenda: se ho la connessione, il computer e le cuffie, non ho tempo, o non sono nello spazio adatto; se non ho impegni e sono in un bel luogo, accogliente e favorevole a una bella chiacchierata, magari ho anche con me pc e auricolari, mi manca internet, e cosi via, in costante compromesso spazio temporale.

Ma a volte riusciamo a sospendere il jet lag e ci sincronizziamo per un po’, a volte per alcuni minuti, magari per alcune ore. Diventiamo una specie di piano topologico, dove la distanza tra punti non conta: le nostre diverse condizioni spaziali e temporali s’incontrano in un istante, in una topografia e cronologia che non esiste, loro a 2.640m s.l.m. con il loro fuso orario UTC -5 ed io ai 239m s.l.m. con il mio UTC +2. In questo modo apriamo un’altra dimensione che per noi, che siamo connessi, esisterà oltre il tempo della durata di questa chiamata.

Anche dopo, ognuno di noi sentirà scorrere un ritmo parallelo a quello del proprio quotidiano, e in ogni cosa che faremo, caffè che prenderemo, traffico che sfideremo, convenzione che decostruiremo sarà presente l’idea dell’altro, dall’altro lato dell’oceano, respirando un’altra composizione chimica di aria: fino alla prossima tregua di jet lag affettivo.

Angela María Osorio Méndez


Nasce nel 1986 a Bogotá, in Colombia. Nel suo paese d’origine studia Arti visive; si trasferisce in Italia e ottiene la doppia laurea italo-colombiana in Architettura presso il Politecnico di Torino. Nel 2014 inizia il dottorato in Studi Urbani del Gran Sasso Science Institute (Gssi), presso L’Aquila. Realizza progetti di sviluppo territoriale attraverso iniziative culturali e artistiche, come The School of Losing Time a Londra e Mirafiori Millefogli, in corso di attuazione, a Torino. Il suo racconto, Jet lag affettivo, ha vinto il Primo Premio della XI edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.