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Brasile: L’ex presidente Lula è in carcere

Una democrazia alla deriva

(São Paulo - SP, 21/12/2012)Presidenta Dilma Rousseff posa para foto com Ex-Presidenta Luiz Inácio Lula da Silva e sua esposa Marisa Letícia no Instituto Lula. Foto: Roberto Stuckert Filho/PR

Testo su Lula e Brasile di GianfrancoGraziola |


Un paese che esautora una presidente – Dilma Rousseff – per sostituirla con Michel Temer, inviso ai più e coinvolto in gravi scandali. Un paese dove una giovane politica – Marielle Franco – è assassinata dalla polizia. Un paese dove un prete – padre José Amaro – è arrestato per ordine dei latifondisti. Un paese dove un ex presidente, in testa a tutti i sondaggi per le elezioni di ottobre 2018, è condannato a 12 anni senza prove. Un paese siffatto è una democrazia alla deriva.

In questi ultimi mesi il sistema dei media – le televisioni Globo, Sbt, Record, Band e le riviste come Veja, Epoca o Isto é – ha costruito e dato in pasto al popolo brasiliano il caso Lula. Attorno a lui ha tessuto una trama gigantesca che in realtà ha prodotto l’effetto contrario a quello sperato: l’ex presidente ha visto aumentare la propria popolarità e le intenzioni di voto in suo favore per le elezioni previste a ottobre 2018. Per capire bene la situazione, occorre partire dal 2016 con il colpo di stato orchestrato dal parlamento brasiliano (con la connivenza del potere giudiziario), che ha destituito la presidente Dilma (del PT, lo stesso partito di Lula, ndr) democraticamente eletta per sostituirla con Michel Temer, un fantoccio gradito e approvato dal mercato economico e capace di restituire il gigante brasiliano al controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale.

La conferma del complotto sta nel fatto che alla presidente destituita lo stesso potere giudiziario, attraverso l’azione del presidente della suprema corte Ricardo Lewandowski, non ha cancellato né i diritti civili né quelli politici, tanto che Dilma Rousseff è candidata al senato per lo stato di Mina Gerais, un tempo roccaforte del senatore Aécio Neves, candidato sconfitto alle elezioni presidenziali del 2014 dalla stessa Rousseff.

Sostenitori di Lula davant ialal cattedrale di Sao Paulo, l’11 aprile 2018. (Photo by Cris Faga/NurPhoto)

Governo e parlamento BBB

Il governo Temer è sostenuto da un parlamento, la cui composizione riflette e esprime alcune tendenze fondamentaliste: sia in campo religioso, col gruppo chiamato della Bibbia (bancada da bíblia o evangelica), composto da evangelici e neopentecostali, sia in campo economico, col gruppo dei latifondisti e della monocoltura (bancada do boi o ruralista), che a sua volta si appoggia al gruppo militarista, chiamato bancada da bala, che vorrebbe risolvere tutte le questioni con la forza e gli interventi militari.

Le azioni concrete del governo Temer passano attraverso il suo piano di pseudo riforme, prima fra tutte quella del lavoro, seguita da quella – fortunatamente fallita – della previdenza e accompagnate dal discorso populista della modernizzazione del paese e della lotta all’inflazione.

Contemporaneamente all’azione governativa si sviluppa e prende sempre più corpo quella mediatica che fa dell’operazione lava jato (autolavaggio) del potere giudiziario la vetrina che esalta e incorona una immagine di giustizia al di sopra delle parti, etica e medicina contro la corruzione. In realtà ancora una volta, la poderosa macchina dei media, ormai consacrata nel ruolo di quarto potere, illude il popolo brasiliano esaltando una falsa immagine della giustizia che apparentemente è uguale per tutti, mentre in realtà non lo è affatto.

La giustizia brasiliana è responsabile di un sistema penitenziario sempre più sovraffollato e caotico e del dilagare della violenza, assieme all’impunità, agli abusi di potere delle forze dell’ordine, alla tortura, ai massacri e «genocidi» della gioventù che si susseguono giornalmente e di cui nessuno ha memoria. Non possiamo e dobbiamo avere dubbi: siamo davanti a un sistema giudiziario che ha fatto a pezzi la Costituzione e si è sostituito ad essa nel governo del paese.

(Brasília – DF, 19/04/2017) Il giudice Federale Sérgio Moro stringe la mano al presidente Michel Temer
(Foto: Marcos Corrêa/PR)

L’esempio eclatante che conferma questa realtà è proprio quello dell’ex presidente Lula, in cui la giustizia, trasformata in show mediatico, ha avuto il compito di demolire, con la complicità del giudice Sérgio Moro, la sua immagine e soprattutto di toglierlo dalla corsa alla presidenza. Naturalmente questo sarebbe il secondo atto del colpo di stato, dato che tutti i sondaggi già davano Lula nuovamente presidente senza rivale alcuno. Sta di fatto che, accecato da una sete legalista e irrazionale, lo stesso potere giudiziario ha finito per dimostrare ancora una volta la sua reale impotenza e fragilità trasformando quello che doveva essere la sua consacrazione in una sconfitta: l’esecuzione della carcerazione ha, infatti, trasformato un ex presidente e apparentemente comune carcerato in un eroe nazionale consacrandolo per sempre nella memoria e nell’immaginario simbolico del popolo.

Ma vi è un ulteriore elemento inquietante: la mancanza di prove concrete che possano mantenere in carcere sia Luis Inacio da Silva Lula come tanti altri personaggi (Antonio Palocci, Eduardo Cunha, Nestor Cerverô, etc.) dello spettacolo messo in scena a Curitiba (dove lavora il giudice Moro, ndr). Qualsiasi giurista serio sa bene che la cosiddetta delação premiada (confessione incentivata), copiosamente usata nella strategia anticorruzione, pur risplendendo di notorietà, ha però fondamenta fragili e inconsistenti.

Lula è stato condannato in due gradi di giudizio su quattro. Gli ultimi gradi spettano al Tribunale superiore di giustizia (Superior Tribunal de Justiça) e al Supremo tribunale federale (Supremo Tribunal Federal). Due anni fa la stessa corte stabilì che, dopo il secondo giudizio, il giudice può far eseguire l’eventuale ordine di carcerazione. Una decisione molto controversa e da vari giuristi considerata incostituzionale. Il problema si è riproposto oggi con Lula, arrestato subito dopo il secondo giudizio.

Per questo vi è chi oggi afferma, e lo stesso Lula lo ha denunciato pubblicamente, che il mandato di carcerazione per l’ex presidente sarebbe in realtà originato dalla Tv Globo, capitanata dalla famiglia Marinho, indispettita dalla sua forte popolarità che neppure i mezzi più moderni sono riusciti a scalfire. Prova di tale popolarità sono le manifestazioni che ancora oggi continuano in tutto il paese e si susseguono notte e giorno davanti alla sede della polizia federale a Curitiba dove Lula è carcerato. Vedremo cosa succederà quando – tra luglio e agosto – si deciderà sulla sua partecipazione o esclusione alle elezioni di ottobre.

Da Marielle Franco a padre José Amaro

Marielle Franco (© Mídia NINJA)

Oltre alla questione di Lula vi è una serie di altre questioni che hanno reso esplosiva la situazione e che fanno temere un possibile ritorno dei militari al potere. Come dimostra la situazione nello stato di Rio de Janeiro. Il governo federale ha mandato l’esercito e messo un generale come responsabile della sicurezza, esautorando di fatto il governo locale. Lo stato è diventato una trincea, un campo di battaglia, con una moltiplicazione folle della violenza. Una violenza che nasce dal braccio di ferro tra le mafie della droga e le stesse forze di sicurezza, anch’esse coinvolte nel gigantesco sistema corruttivo. A questo si aggiunge, come si dice da più parti, l’esecuzione (14 marzo 2018) ad opera della polizia della consigliera comunale e attivista Marielle Franco e del suo autista.

E ancora gli interventi, in più parti del paese, da Nord a Sud, da Est a Ovest, della Guardia Nacional – braccio forte dell’esercito noto per la sua violenza – a reprimere i popoli indigeni e tradizionali, a massacrare i piccoli proprietari di terra e i sem terra e a imprigionare i loro difensori. Come è accaduto a Altamira, prelazia di Xingu, stato del Pará, a padre José Amaro, compagno e continuatore dell’azione di Dorothy Stang (missionaria brasiliana di origine statunitense assassinata nel Pará da sicari dei latifondisti nel febbraio 2005, ndr).

E allora ritorna nuovamente la domanda: quale futuro aspetta il popolo brasiliano? Nessuno si azzarda a fare previsioni, ma il timore è grande anche perché vari generali dell’esercito (da Eduardo Villas Bôas a Luiz Gonzaga Schroeder), tra cui alcuni in pensione, hanno alzato la testa e fatto sentire la loro voce minacciando, senza mezze misure, una possibile sostituzione di Temer, presidente fantoccio, con uno di loro.

È un peccato che il presunto grande obiettivo dell’attuale governo e dello stesso potere giudiziario di sconfiggere e debellare la corruzione si realizzerà – forse – in un’altra era. Per ora ci si accontenta di essere al servizio del mercato e di controllare una società che continua a registrare forti e insostenibili diseguaglianze, vera causa della crescente violenza e insicurezza.

Gianfranco Graziola

L’autore: Padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata, vive a San Paolo e è vice coordinatore nazionale della Pastorale carceraria che conta circa 6 mila agenti volontari (sacerdoti, religiosi, religiose, laici di tutte le età) che settimanalmente visitano le carceri in tutti gli stati del paese.

 


La strategia: un golpe tira l’altro

Dietro gli attuali avvenimenti politici ci sono le trame del complesso imprenditoriale-finanziario-mediatico. L’esplicita lettura di due prestigiose istituzioni della Chiesa cattolica brasiliana: il Consiglio indigenista (Cimi) e la Pastorale della terra (Cpt).

Brasília – il deputato Jair Bolsonaro, famoso per le sue posizioni da ultradestra (Fabio Rodrigues Pozzebom/Agência Brasil)

È la strategia «dei grandi conglomerati impresariali, del capitale nazionale e internazionale, che cercano di dare continuità al processo neocolonialista di rapina dei diritti del popolo brasiliano e dei beni naturali del nostro paese». Non ha usato termini edulcorati il comunicato del Consiglio indigenista missionario (Cimi) per commentare l’arresto di Lula.

Il Cimi accusa parte del sistema giudiziario di essersi piegato agli interessi privati delle élite nascondendosi dietro uno «pseudo discorso anticorruzione». L’organismo della Chiesa cattolica brasiliana parla di violenza politica, nonché di persecuzione, criminalizzazione e repressione verso i leader e i movimenti di resistenza.

Egualmente netta, anche se con qualche puntualizzazione, è stata la difesa della Commissione pastorale della terra (Cpt). Questa ha ricordato di avere criticato i governi Lula soprattutto per le sue politiche agrarie, agricole e ambientali. Tuttavia, è innegabile che quei governi avessero ridotto le diseguaglianze sociali attraverso politiche di redistribuzione del reddito e di inclusione sociale.

Identicamente al Cimi anche la Cpt individua chiaramente i colpevoli, interessati a impedire il ritorno di Lula con ogni mezzo possibile, compresa «una falsa e ipocrita lotta alla corruzione sistemica» che – guarda caso – dimentica i leader di altri partiti, colpevoli di note attività criminali.

«Mettendo da parte gli interessi popolari, ciò che questo complesso imprenditoriale-finanziario-mediatico fa, con l’appoggio militare velato o esplicito, è nutrire – strategicamente – l’odio, l’intolleranza e il pregiudizio, espressioni del fascismo sociale, in cui solo l’individuo vale con i suoi interessi privati, non più la società e la condivisione collettiva di beni comuni e pubblici. L’avanzata della violenza impunita nelle campagne e nelle città è la sua faccia più crudele».

Anche dopo la sua carcerazione Lula, pur penalizzato nei numeri, ha continuato a guidare i sondaggi elettorali per le presidenziali di ottobre 2018: tutti i suoi possibili avversari – tra cui l’indomita Marina Silva e gli ultraconservatori Aécio Neves e Jair Bolsonaro – sono nettamente distanziati. Ma si tratta di esercizi teorici dato che, stando così le cose, molto difficilmente Lula potrà candidarsi.

Paolo Moiola