Rivista Missioni Consolata

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

La missione ricomincia da tre

Festival della Missione, anno zero

Italia
Marco Bello

Tra il 12 e il 15 ottobre a Brescia si è svolto il primo Festival della Missione. Organizzato dagli Istituti missionari (Cimi), dalla Fondazione Missio (Cei) e dalla diocesi di Brescia. Lo slogan «Mission is possible» vuole andare oltre ai tanti dubbi legati al futuro della missione ad gentes. E i circa 15mila visitatori sembrano confermare una vitalità che c’è, anche se spesso nascosta. Ecco alcune pillole dal Festival.

Durante tre giorni il centro di Brescia è diventato un brulicare di idee, racconti, testimonianze. Persone venute da lontano, giovani e meno giovani. Suore, sacerdoti, vescovi e qualche cardinale, ma soprattutto molti laici. Quasi un incontro intergenerazionale. La parola d’ordine una sola: «Missione». Molte le questioni sul tavolo: la crisi della missione, missione dove, come e per chi?

I nuovi paradigmi dell’ad gentes ci dicono che non c’è più un occidente cristiano che va verso paesi a maggioranza non cristiana, bensì oggi parte da ogni luogo e va verso ogni luogo. La missione dovrebbe essere «il termometro del nostro essere chiesa», ha detto il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana.

Conferenze, musica, teatro, interviste a testimoni e stand nel centro di Brescia. Il Festival è stato un’occasione per far uscire la missione «allo scoperto», nelle strade e nelle piazze. Il rischio, dice qualcuno, è che ci parliamo addosso, che siamo sempre dei nostri. E pure che ci ripieghiamo sui problemi: calo di vocazioni, invecchiamento, strutture grosse e costose da gestire, senza puntare sugli aspetti positivi che ancora la caratterizzano e guardare al futuro.

Gli istituti missionari devono abbandonare l’autoreferenzialità, dice qualche moderatore. Regolarmente disatteso da alcuni conferenzieri che paiono autocentrati sulla propria congregazione.

Quello che è certo è che siamo in tanti, di tutti i colori e i continenti, c’è entusiasmo e si respira un’energia molto positiva.

Mancano sei miliardi

C’è chi, come il cardinal Fernando Filoni (Prefetto di Propaganda fide, la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli), ci ricorda che «la missionarietà ha degli obiettivi, perché ci sono nel mondo 6 miliardi di persone che il Vangelo non lo conoscono, rispetto a quel miliardo e 270 milioni che lo hanno in qualche modo conosciuto. Siamo chiamati a un impegno fondamentale. […] Non si parla più di continenti da evangelizzare, ma di tutto il mondo che, in forme diverse, ha bisogno di evangelizzazione. Ci sono aspetti che diventano sempre più importanti, come la migrazione, l’inclusione sociale dei nuovi cittadini».

Quindi, riassume Filoni parafrasando il motto del Festival: «Missione è possibile, sì, anzi è doverosa e necessaria. Come cambia? Oggi le chiese locali sono cresciute, i missionari sono i nonni dell’evangelizzazione. Gli autoctoni devono assumere in prima persona questo ruolo missionario. Hanno cultura, lingua, concezione più vicina alle popolazioni».

Le nuove frontiere sono, secondo lui, l’Asia, dal Giappone al Sud Est asiatico, inclusi i paesi musulmani, alla Cina. Poi cita l’Amazzonia, «uno dei luoghi più difficili per la missione ad gentes. Ma gli indios sono nel cuore della chiesa», assicura.

Cambiamento epocale

C’è chi propone un approccio molto pragmatico, come padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei missionari della Consolata: «Siamo di fronte a un cambio d’epoca. Una crisi che ci obbliga a rinnovarci, fare percorsi nuovi. Ma questa è una benedizione. Come missionari e come chiesa stiamo vivendo troppo sull’eredità del passato. Ben venga uno scossone. Occorre un atteggiamento di umiltà. Dobbiamo vivere il Vangelo e non predicarlo soltanto agli altri!», dice in tono provocatorio.

E continua: «Io lancio un invito a collaborare con il mondo. Dove stanno i giovani ai quali vogliamo insegnare il Vangelo? Forse non abbiamo più la terminologia, il modo giusto di parlare ai giovani di oggi. Corriamo dietro ai problemi delle nostre strutture. Siamo troppo “pesanti”, non solo fisicamente. Questa è una provocazione grande al cambiamento. Il punto non è la sopravvivenza degli istituti: perché tenerli in piedi ad ogni costo? La questione è riuscire a essere evangelizzatori come i fondatori hanno voluto, portando non le nostre storie, ma il Vangelo».

Padre Camerlengo non parla un linguaggio accademico, le sue parole sono concrete e chiare: «Abbiamo predicato che siamo tutti missionari, adesso che la chiesa locale si fa avanti, noi siamo un po’ più pesanti, un po’ più vecchi e facciamo fatica a trovare i nostri spazi. La crisi ci spinge a rinnovarci. Andare dove nessuno va. Non solo scrivere i documenti, ma andare. Per me questa rimane la missione ad gentes degli istituti missionari. Giovanni Battista ci insegna a essere cristiani e missionari, è colui che indica il maestro, che indica il cammino. Questo è il nostro ruolo. Anche se rimaniamo in pochi non importa, importante è che non perdiamo la direzione».

Mai tornare indietro

«La missione è in crisi? Non sappiamo più che pesci pigliare? Questo non ci dà il diritto di fermarci o tornare indietro, perché la missione è molto più grande di noi. La nostra identità è essere missionari ad gentes, cioè annunciare il Vangelo a quelli che ancora non lo conoscono. Parlando dell’interculturalità dei nostri istituti: abbiamo fatto molto andando in missione, adesso quelli che abbiamo evangelizzato diventano i nostri responsabili. Ma questa è una grazia di Dio, dove sta il problema? Non sappiamo gestirlo, perché siamo troppo eurocentrici, e non siamo come Giovanni Battista».

Unire le forze

Padre Camerlengo lancia una proposta importante per gli istituti missionari: «Non possiamo andare avanti ogni istituto per conto suo. Per forza, non solo per sopravvivenza, abbiamo bisogno di lavorare insieme. Stiamo cominciando soprattutto in America Latina le esperienze intercongregazionali. Sono piccoli semi che stanno iniziando. Sarà faticoso, ma questa è la strada. Da soli non possiamo andare da nessuna parte».

E di esperienze di questo tipo ce ne sono, come la comunità di Modica, in Sicilia, dove operano padre Gianni Treglia della Consolata, padre Vittorio Bonfanti missionario d’Africa, suor Raquel Soria della Consolata e suor Giovanna Minardi missionaria dell’Immacolata. La comunità mista porta avanti un progetto della Cimi sull’accoglienza ai migranti.

«Oggi evangelizzatori ed evangelizzati si confondono e i primi sono gli africani stessi», dice suor Luigia Cocca, superiora generale delle missionarie Comboniane. «Dobbiamo fare l’esperienza dell’uscita dai nostri riferimenti (occidentali)». Per questo ripete: «È necessaria un’attualizzazione dei carismi dei nostri istituti, dobbiamo ricomprenderci dal di dentro»

Marco Bello


I laici e la missione

Questione di stile

Chi fa informazione sui diritti umani, chi forma i giovani alla partenza,
chi vive in comunità e fa servizio sul territorio. Tutti modi di essere
«corresponsabili», perché la missione è per ogni cristiano.

«Parlare di missione oggi vuol dire recuperare uno stile di gioia. L’esperienza laicale, il più delle volte ha a che fare con la fragilità e la povertà del nostro essere umani». Così Antonella Marinoni, del Pime, introduce la missione declinata al laicale. Parla sul palco dell’Auditorium San Barnaba gremito di gente. Molti i giovani presenti.
«È essenzialmente una questione che ha a che fare con Dio, perché egli esprime una predilezione per i poveri e i fragili. È anche una questione culturale, oltre che teologale: dobbiamo aiutare affinché la società accolga questa condizione di fragilità».
E poi sull’essenzialità della missione: «Sentirsi essenzialmente discepoli e discepole missionarie. Senza altre etichette, senza differenziazioni e separazioni. Oggi abbiamo ancora bisogno di differenziare, in base alla diversità di carismi, di compiti, di scelte di vita. Ma due cose li contraddistinguono tutti: un grande amore per il Vangelo e una disponibilità ad amare fratelli e sorelle».

Marco Ratti, giornalista e fondatore della testata online «Osservatorio diritti» (www.osservatoriodiritti.it), è stato missionario laico in Brasile con la moglie Valentina. Lì, nel profondo Maranhão, stato povero del Nordeste, ha attinto quell’energia necessaria per impostare il suo lavoro una volta tornato in Italia. «Solo ascoltando la voce, il grido, la denuncia degli impoveriti, degli ultimi, di chi è emarginato, posso capire qualcosa di vero, essenziale, autentico per la mia vita. Non è chi vive nella comodità, io credo, che mi può far capire le domande alle quali dobbiamo dare risposte per andare verso una società più giusta e fraterna. Domande scomode spesso sgrammaticate ma sempre autentiche. Chi vive in situazioni di ingiustizia, pretende una risposta, e non ci permette di girarci dall’altra parte». Marco, 40 anni, ma ne dimostra di meno. Il suo parlare è fermo e chiaro: «Osservatorio diritti è nato anche in risposta all’urgenza che mi sono portato dietro dal Brasile, con un solo, semplice, obiettivo: dare voce

agli impoveriti, creando un sito che si occupasse di denunciare le violazioni dei diritti umani. La filosofia è quella di far parlare chi subisce violazioni dei diritti umani nella propria vita». Specifica, Marco, che la scelta della testata è cercare la sostenibilità economica senza contare sulle pubblicità, per mantenere l’indipendenza.

Si parla di laici missionari a chilometro zero. Sono famiglie che si stabiliscono a vivere nelle canoniche o case parrocchiali ormai dismesse e le rivitalizzano, offrendo il loro tempo al servizio della comunità. Al Festival portano la loro testimonianza padre Piero Demaria, giovane missionario della Consolata e Chiara Viganò. Sono due membri di una comunità molto particolare, Casa Milaico (www.milaico.it), sperimentata ormai da oltre un decennio: due famiglie e due religiosi che vivono insieme. Le famiglie vivono in due alloggi separati, ma tutto il resto si fa insieme, ricorda padre Piero: «Si mangia, si prega, si sogna e si decide insieme per le attività da fare».
Chiara e il marito Riccardo hanno tre figli di cui due adolescenti. Sono stati missionari laici in Ecuador, sempre con l’Istituto della Consolata. Milaico si trova a Nervesa della Battaglia (Tv). I membri della comunità propongono una presenza pastorale sul territorio che li vede impegnati in tante attività: formazione, ospitalità, coro, e molto altro.
«Vivere con i religiosi è un’esperienza che facciamo noi, ma che fa pure chi entra a casa nostra, che vuole essere una casa con la porta sempre aperta», racconta Chiara. «Abbiamo scoperto e fatto scoprire agli altri un volto più umano di chiesa, perché vivere insieme ai sacerdoti ci fa scoprire i pregi, ma anche i difetti. Noi laici siamo abituati a vedere i preti come qualcosa di perfetto, e quindi troppo lontani da noi. Vivere insieme ti fa scoprire che sono persone identiche a noi». E continua: «C’è poi un volto di comunione: mettiamo insieme i soldi; un argomento questo, sempre scomodo. Noi non abbiamo un conto corrente nostro, condividiamo gli stipendi. Così scopri che vivere insieme rende possibili cose come vivere in 10 con due stipendi: abbiamo un sostentamento del clero e due mezzi stipendi da insegnanti. Certo grazie all’aiuto di molte persone. Mettendo insieme piccole forze di ognuno si possono fare grandi cose».
«Terza cosa è la corresponsabilità. A Milaico esiste un superiore, che è padre Piero, ma tutto si fa insieme, si pensa e si organizza, poi ognuno porta avanti delle attività a seconda del proprio carisma. Il fatto importante è che sia possibile lavorare insieme. Questo dà forza a noi per andare avanti, e fa capire che non è un sogno irrealizzabile. Importante è vivere delle cose. Importante è seminare. Siamo una comunità in uscita». Una comunità aperta al mondo.

«Il nostro volto di Chiesa – per padre Piero – è un volto acqua e sapone, senza trucco, con semplicità. Magari con i capelli un po’ arruffati, perché a Milaico siamo anche un po’ disordinati. Ma sempre con un sorriso nei confronti di chi arriva».
«Io sono arrivato in comunità due anni fa, e come prima cosa mi sono sentito accolto. L’accoglienza radicale non è scontata. Penso che derivi dalla famiglia, ambiente in cui si impara ad accogliersi, marito e moglie, anche quando è difficile, poi i figli. La scopri solo vivendo insieme. È una delle caratteristiche che Gesù ci insegna di più. Secondo me se gli stavi vicino, ti faceva sentire come lui, come amici da sempre. Sapeva come prendere l’altro e farlo sentire bene».
È entusiasta padre Piero: «Una delle sfide di stare insieme laici e religiosi è un po’ mettere insieme le due parti dell’universo: ognuna ha fatto delle scelte e lasciato delle cose. Mettendo insieme l’accoglienza e la voglia di avere una casa aperta si riesce a essere al servizio di molte più persone. C’è chi preferisce parlare con un religioso e chi con un laico. Insieme si riesce a stare meglio e a servire meglio. Ci sono tante esperienze di famiglie a chilometri zero, ma c’è ancora paura, soprattutto da parte di noi preti, di perdere il controllo sulle cose, sulle persone. Perdere il potere. Sono paure prive di fondamento: si pensa e si sogna insieme».

Marco Bello


Dai ribelli della Sierra Leone ai buddhisti delle baraccopoli thailandesi

Un’Angela a Bangkok

«Non sono una scrittrice», esordisce suor Angela. Ma di cose da 
raccontare ne ha davvero tante. «È vedere l’opera di Dio in queste donne emarginate uno dei doni più grandi che Lui mi ha fatto».
Suor Maria Angela Bertelli è missionaria saveriana. Dopo un periodo ad Harlem (New York), viene inviata in Sierra Leone. Qui, nel 1995, è rapita dai ribelli del Ruf (Rivolutionary United Front). Tornata in libertà, le sue superiore la destinano a una missione che non si sarebbe aspettata.
«Da 16 anni sono in Thailandia. Quando dovemmo lasciare a forza la Sierra Leone mi mandarono nel paese asiatico. Avevo 40 anni. Non è il mio posto, pensai, si sono sbagliate. Ma poi piano piano…».
A un certo punto, suor Angela chiede un permesso speciale: vuole lavorare in una baraccopoli di Bangkok, capitale del paese. «Per una serie di vicissitudini avevo bisogno di uno stacco. Ci sono arrivata molto prostrata, da tante cose. Non è mai stata in crisi la vocazione ma forse il modo di fare missione.
Nella baraccopoli non ero né più pulita né più sporca di loro, né migliore né peggiore. Ma da questo fango di periferia sono rinata, non so neanche io perché».

Dio non esiste

Suor Angela racconta la complessità nel portare il Vangelo in una realtà come quella Thai, dove c’è il buddhismo Theravada che non riconosce Dio. «Come fai a parlare di uno che non esiste? Come glielo fai incontrare? Come si fa con un linguaggio che non veicoli il nostro mondo, il modo in cui noi comprendiamo Dio?», sono le domande che si pone la missionaria.
«Non potendo usare questo linguaggio perché è ambiguo, non resta che l’azione, il gesto. Non rimane che te stessa nuda e cruda davanti a questa realtà. Una realtà che è a volte una vergogna». Nella baraccopoli suor Angela, che è pure infermiera, fa riferimento a una comunità del Pime e si mette al servizio.
«Ho cominciato a lavorare nella parrocchia. Aiutavo i bambini a fare la fisioterapia, soprattutto i malati di Aids in fase terminale, che è forse peggiore della lebbra. Non mi era mai capitato. Erano davvero rifiutati quando li portavano in ospedale…».
La gente inizia a identificarla come «colei che cura i malati» e a cercarla per gli interventi più strani.
È il 2005, la Caritas di Brescia vuole far partire un progetto per bambini disabili: «La casa degli angeli», ispirato dalla capitale, Bangkok, che significa «la città degli angeli». Chiedono a suor Angela se vuole occuparsene. «Io ho un permesso di un anno, dissi loro, e mi mancano solo alcuni mesi».
«Ho visto di nuovo l’opera di Dio. La casa si è riempita di bambini disabili. Come li scegli i bimbi? Non li scelgo, vengono loro. Se posso fare qualcosa li accolgo, altrimenti li indirizzo da un’altra parte».

Il Vangelo 
incarnato

Nella cultura in cui si trova Angela, quando un bimbo è disabile si tratta della maledizione per il male che aveva già fatto in una precedente vita, oppure la mamma ha commesso dei peccati e ora li sta pagando. Lui si è già reincarnato tante volte e deve avere la possibilità di annullare il karma negativo. Per questi motivi molto spesso le mamme abbandonano i figli disabili fin da subito, e questo è tollerato a livello sociale. Le mamme che li tengono, spesso sono emarginate e subiscono violenza dai mariti.
«Come si può fare? In fondo Gesù era come un extraterrestre anche in mezzo ai suoi. Chi lo capiva? Il primo miracolo che ha fatto e la prima predica ha diviso la gente in due gruppi: chi era contro e lo voleva far fuori e chi lo osannava. La contraddizione salta sempre fuori quando si vive il Vangelo».
Ma giorno dopo giorno suor Angela arriva a vedere il Vangelo incarnato. «I bimbi non sono mai stati il problema, anzi sono stati Gesù presente in mezzo a noi. Erano la benzina per il mio motore, mi davano energia. Bimbi che prima non sorridevano arrivavano a sorridere. Quando sono venuta via, su 15 di loro, sei non avevano neppure papà e mamma, erano stati abbandonati o erano orfani. Ma le mamme degli altri, pian piano, con Vangelo alla mano, hanno accettato di prendersi cura anche di loro. Questo non sarebbe potuto succedere se non ci fosse stato il Vangelo come lievito. Tutte le mattine appena alzati ci trovavamo insieme un momento per commentare il Vangelo del giorno. Ero uno specchio della vita delle mamme. Ci sono voluti quattro o cinque anni affinché le mamme tirassero fuori i problemi più brutti. Questo incontro faceva loro bene, perché si rasserenavano e faceva prendere loro la vita in un altro modo. Ma ha fatto un bene incredibile anche a me. Il mio “essere madre”, si rispecchiava nel loro essere madri. Come facevano queste donne, in un contesto buddhista, a non aver abbandonato il bimbo in orfanotrofio?».
Dopo averla visitata, le superiore permettono ad Angela di continuare quest’opera, ma non possono darle un aiuto. «A me andava bene così. Sono rimasta alla Casa degli angeli 5 anni».

Allora Dio c’è

«Cosa c’è nel cuore di queste donne, perché non accettano la propria cultura e non abbandonano questi bimbi? Ma allora lo spirito di Dio è già lì. Il Vangelo è già vissuto anche dalle mamme buddhiste, senza che lo sappiano. E quando dico loro che amano Dio, loro ti guardano e ti dicono: cosa facciamo? Quando lavate il culetto del bambino, state lodando Dio.
Dio vi guarda con stima, siete uscite dalle sue mani. Chi vi fa sentire una nullità, incapaci, viene dal demonio, allora non dategli corda.
Vedere l’opera di Dio in queste donne povere, emarginate, è uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto».
Continua suor Angela con una riflessione su essere donna in missione.
«Missione per la donna passa attraverso la convivenza, ovvero vivere il nostro ruolo facendoci piccole, senza autorità: questo ci avvicina molto alle persone che non se lo aspettano.
Dov’è la parte maschile? Le nostre frustrazioni sono di non essere comprese in questo lavoro, usate come bassa manovalanza nella chiesa. Vogliamo servire ma non vogliamo asservirci.
Vale nella famiglia come nella chiesa: Dio li creò maschio e femmina affinché insieme fossero a sua immagine. Se una gamba è zoppa e l’altra è troppo forte, viene male alla schiena, alla testa, ci si sbilancia e si casca. Aiutiamoci, ci deve essere la buona volontà da entrambe le parti».

Ma.Bel.

Italia
Marco Bello