Rivista Missioni Consolata

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Ai confini dell’Europa / 13:

Il Montenegro

Sotto l’ombrello della Nato

Montenegro
Francesco Martino

Con una popolazione di soli settecentomila abitanti, indipendente dal 2006, il piccolo paese affacciato sull’Adriatico vive momenti importanti. Dopo le bombe della Nato del 1999, da giugno è divenuto membro di quella stessa organizzazione. La Russia, storico alleato, è sempre presente con i suoi investimenti e i suoi turisti, ma il suo ruolo è stato ridimensionato.

Venticinque maggio 2017, quartier generale della Nato a Bruxelles. Alla fine del summit, i leader dei paesi dell’Alleanza atlantica si preparano alla foto finale di rito. Il neopresidente americano Donald Trump, rimasto indietro, viene sorpreso dalle telecamere mentre sembra spintonare uno dei colleghi, per farsi strada, impettito, verso la prima fila.

Sui social-media si scatena per giorni un dibattito infuocato sul «presidente-cowboy», accusato dagli oppositori di arroganza e scarso spirito diplomatico. L’incidente, reale o gonfiato dai megafoni dell’informazione, ha regalato però un po’ di inaspettata visibilità anche alla presunta «vittima», il premier montenegrino Duško Marković, sicuramente poco noto al pubblico internazionale. Marković, in realtà, aveva altri motivi, ben più solidi della sua disavventura con Trump, per essere considerato a pieno titolo come uno dei protagonisti dell’incontro. Il suo paese, il Montenegro, era infatti appena stato ammesso nella più potente alleanza militare al mondo come suo ventinovesimo membro, un passo ratificato definitivamente alcuni giorni dopo, il 5 giugno.

Con la membership nella Nato si è chiuso – almeno dal punto di vista formale – un percorso politico e diplomatico durato quasi un decennio, che negli ultimi anni ha dominato il dibattito e le emozioni nella piccola repubblica adriatica, provocando non pochi scossoni anche a livello internazionale.

Dusko Markovic alla NATO, gennaio 26, 2017. Dursun Aydemir / Anadolu Agency

I bombardamenti e Belgrado

Nel 1999, diciotto anni fa, il Montenegro, allora parte della «piccola Jugoslavia» di Slobodan Milošević, della quale erano rimasti parte solo la Serbia e lo stesso Montenegro, era stato bombardato dagli aerei dell’Alleanza atlantica durante la guerra in Kosovo.

Il conflitto, durato 78 giorni e terminato con la sconfitta jugoslava, ha portato all’indipendenza di Pristina (dichiarata ufficialmente nel 2008), minando però al tempo stesso in modo irrimediabile le basi della federazione. Sotto la guida di Milo Đukanović , in origine fedelissimo di Milošević, il Montenegro si è allontanato in maniera sempre più evidente dalla Serbia: nel 2003 la Jugoslavia si è trasformata in una blanda confederazione sotto il nome di «Unione di Serbia e Montenegro», primo passo verso la definitiva indipendenza di Podgorica arrivata nel 2006.

A decretare la nascita del nuovo stato indipendente montenegrino è stato un combattuto referendum popolare, con i «sì» che hanno superato di poche migliaia di voti il quorum del 55% precedentemente stabilito in accordo con l’Unione europea.

Da allora l’élite politica montenegrina, sempre saldamente controllata da Đukanović e dal suo «Partito democratico dei socialisti», ha spinto sempre più apertamente verso l’integrazione sia nell’Ue (ottenendo lo status di candidato nel 2010) che nella Nato. Se l’adesione all’Unione europea ha goduto e gode di una solida maggioranza nel paese, quella all’Alleanza atlantica è stata invece caratterizzata da una fortissima polarizzazione, ancora viva nonostante l’avvenuta adesione.

Sulla Nato, senza troppi eufemismi, il paese è letteralmente spaccato. A livello interno, a dividere gli animi c’è la ferita ancora non rimarginata dei bombardamenti del 1999, insieme alla strenua resistenza dell’opposizione politica, coagulata in gran parte intorno alla comunità serba del Montenegro (che secondo l’ultimo censimento, tenuto nel 2011, rappresenta il 28,7% della popolazione). Divisioni confermate dagli ultimi sondaggi tenuti prima dell’adesione, che hanno disegnato un paese praticamente spezzato in due sulla questione, con un leggero vantaggio per il fronte del «no».

Anche a livello internazionale non mancano i problemi. Primo fra tutti, le reiterate obiezioni della Russia, paese ritenuto un alleato storico di Podgorica ed impegnato con tutte le sue forze a contenere ogni ulteriore allargamento della Nato in Europa orientale e nei Balcani.

Mosca c’è ancora

Il «rapporto speciale» tra Mosca e il Montenegro va ben oltre i tradizionali legami dovuti all’eredità storica e religiosa (in entrambi i paesi la confessione dominante è quella cristiana ortodossa, vedi box).

Dagli anni ‘90 la Russia si è imposta come uno dei principali investitori in Montenegro, con una forte predilezione per il settore degli immobili (secondo la stampa di Mosca, il 40% delle proprietà nel paese, soprattutto nella fascia costiera, è di cittadini e compagnie russe).

Oligarchi russi hanno partecipato attivamente al processo – spesso poco trasparente – delle privatizzazioni: il caso più noto è l’acquisto del «kombinat» per la lavorazione dell’alluminio di Podgoriza (Kap) da parte di Oleg Deripaska, operazione poi sfociata in un lungo contenzioso legale tra l’oligarca vicino a Vladimir Putin e lo stato montenegrino. Centrale infine anche il settore turistico, che porta ogni anno migliaia di russi nelle località più rinomate della costa, come Budva e Kotor.

Ottobre 2016: fu «golpe», o forse no?

Lo scontro tra la volontà di ingresso nella Nato e l’opposizione russa e lo scontro politico interno è esploso in modo drammatico e inaspettato durante le ultime consultazioni parlamentari, tenute il 16 ottobre 2016. Elezioni che rappresentavano l’ultima spiaggia per le forze contrarie all’Alleanza atlantica.

In circostanze mai del tutto chiarite, un gruppo di venti cittadini serbi e montenegrini è stato arrestato nel giorno del voto, con l’accusa di aver ordito un colpo di stato e di aver tramato per occupare il parlamento di Podgorica e uccidere lo stesso Đukanović. Tra gli arrestati c’è anche Branislav Dikić, ex-comandante delle unità speciali della gendarmeria serba.

Secondo il procuratore speciale montenegrino Milivoje Katnić, lo scopo principale del tentato golpe sarebbe stato proprio bloccare l’ingresso del Montenegro nella Nato, e dietro al complotto ci sarebbero stati agenti russi, in combutta con i leader del «Fronte democratico», principale partito di opposizione in Montenegro.

Per la procura di Podgorica, due cittadini russi sarebbero le menti dietro all’azione, tra questi Eduard Sismakov alias «Shirakov», ufficiale dei servizi segreti militari russi. Al tempo stesso, sul banco degli imputati sono saliti anche i due leader del Fronte democratico, Andrija Mandić e Milan Knežević, privati dell’immunità lo scorso febbraio tra feroci proteste dentro e fuori il parlamento di Podgorica, e oggi in attesa di processo.

Se le teorie sul complotto sono state sostanzialmente accettate dai principali alleati occidentali, Stati Uniti in testa, i dubbi su cosa sia effettivamente successo quel 16 ottobre non sono stati ancora del tutto sciolti. In un clima di tensione palpabile e confusione generalizzata il partito di Đukanović, seppur in calo di consensi, è riuscito a mantenere una stretta maggioranza in coalizione con parte dei socialdemocratici e i partiti delle minoranze bosgnacca, albanese e croata (con 42 seggi su 81). Per l’opposizione, ferma a 39 deputati, il tentato golpe non è stato altro che una machiavellica macchinazione, orchestrata dallo stesso governo per spaventare gli elettori e falsare il risultato finale. I partiti anti Đukanović hanno quindi rifiutato il verdetto delle urne, e da allora boicottano i lavori del parlamento.

Anche i rapporti con la Russia si sono fatti visibilmente tesi: Mosca nega con vigore ogni coinvolgimento, e ultimamente ha vietato l’ingresso in Russia ad alcuni politici di spicco montenegrini. La diatriba non sembra però aver spaventato i turisti russi che, almeno per ora, continuano ad arrivare numerosi sul litorale adriatico.

Montenegro e Ue, un amore non privo di lati oscuri

Lo scontro sulla Nato, monopolizzando il dibattito politico e l’attenzione internazionale, ha lasciato in ombra aspetti importanti della vita politica, economica e sociale di un paese in lenta ma visibile trasformazione, spinta soprattutto dagli sforzi fatti per avvicinarsi all’Unione europea.

Il Montenegro è oggi, forse insieme alla Serbia, l’unico paese dei Balcani che gode di una reale possibilità di entrare a far parte dell’Ue in tempi relativamente brevi. I negoziati, partiti nel 2012, hanno visto l’apertura di 26 capitoli su 33 (altri due dovrebbero essere aperti entro il 2017) e la chiusura di due, quelli «leggeri» su scienza e cultura.

Gli ostacoli principali restano però il consolidamento della democrazia, lo stato di diritto, la libertà di informazione e la lotta alla corruzione. Il Montenegro vede infatti una situazione di democrazia formale che, però, non ha mai dato spazio ad una reale alternanza di potere.

Dal 1991, il governo è saldamente in mano a Đukanović, che alternando la carica di primo ministro con quella di presidente ha sempre tenuto in mano le redini del paese, sopravvivendo ad ogni trasformazione istituzionale e a forti e reiterate accuse di essere personalmente implicato in attività criminali. Per quella più pesante, cioè di essere direttamente implicato nel contrabbando internazionale di sigarette, è stato indagato dalla giustizia italiana, con inchieste arenatesi però definitivamente nel 2009 grazie alla sua immunità diplomatica.

Per l’opposizione ed ampi settori della società civile, la svolta pro-occidentale di Đukanović è soprattutto una mossa tattica, che non significa una reale accettazione dei principi di trasparenza, pluralità e divisione dei poteri. Critiche vengono spesso portate alla stessa Unione europea, che chiuderebbe troppo spesso un occhio, e talvolta anche due, sul reale stato delle cose nel paese pur di mantenere viva l’immagine del Montenegro come una delle rare «success story» a livello balcanico.

Anche il settore dei media vive una situazione di feroce polarizzazione, che si sovrappone a quella politica e di poca trasparenza, dovuta alle normative inadeguate sulla pubblicità della proprietà di quotidiani, tv e portali internet.

Alle visibili interferenze politiche ed economiche sul lavoro dei giornalisti, si aggiunge poi una lunga casistica di minacce ed attacchi personali. Il caso più noto, mai risolto dalla giustizia montenegrina, riguarda l’omicidio del caporedattore di «Dan», Duško Jovanović, ucciso nel 2004 davanti alla redazione del giornale, ma anche i casi più recenti come il pestaggio all’editore di «Vijesti» Željko Ivanović nel 2007 e i ripetuti attacchi al giornalista dello stesso quotidiano Mihailo Jovovic nel 2009 e nel 2014.

Altro tasto dolente è quello della corruzione, riconosciuto e sottolineato ripetutamente anche dai «progress report» della Commissione di Bruxelles. Estremamente cauto e burocratico, anche il report del 2016 ribadisce che «nonostante qualche passo in avanti, la corruzione rimane prevalente in molte aree dell’amministrazione pubblica, e continua a rappresentare un serio problema [per il Montenegro]». Nonostante le promesse del governo, i casi di malaffare nei piani alti del potere arrivati di fronte ai giudici restano l’eccezione più che la regola.

Con l’adesione alla Nato e la reale, se non immediata prospettiva di adesione nell’Ue, il Montenegro sembra essersi garantito una posizione di relativa stabilità, soprattutto se confrontato con la situazione incerta dei paesi vicini.

Stabilità resa possibile anche dalla mancanza di significative rivendicazioni e diatribe nei confronti degli stati confinanti.

Con gli ex fratelli iugoslavi

Podgorica mantiene buone relazioni con l’Albania, anche grazie alla minoranza albanese nel Sud del paese, ma anche col Kosovo – che ha riconosciuto – nonostante la questione irrisolta della definizione dei confini tra i due giovani stati. Con la Croazia resta da definire lo status della contesa penisola di Prevlaka, ma la questione non sembra suscitare al momento particolari preoccupazioni, nonostante il burrascoso passato recente (forze montenegrine parteciparono al bombardamento di Dubrovnik durante le guerre di disfacimento della Jugoslavia).

Il rapporto più delicato riguarda le relazioni con la Serbia, paese «amico-nemico», legato al Montenegro da fortissimi rapporti storici, culturali ed economici. La separazione consensuale ha permesso ai due stati di prendere strade diverse senza sfociare in conflitti aperti, ma ha lasciato in molti – soprattutto in Serbia – un sapore amaro in bocca. Nonostante le recriminazioni sulla questione Nato, e con la Serbia che rimane l’alleato principale di Mosca nell’area, i due vicini potrebbero però ritrovarsi di nuovo insieme in un futuro non troppo lontano, all’interno della cornice dell’Unione europea.

Francesco Martino
 Giornalista, per questa nostra serie ha già scritto l’articolo sul Kosovo, uscito a maggio 2016.


Montenegro – scheda

I 700mila abitanti del Montenegro usano l’euro come moneta de facto. L’agricoltura produce olive, limoni, uva e tabacco (il paese è il primo consumatore al mondo di sigarette). Diffuso è l’allevamento di ovini e caprini. Le privatizzazioni degli ultimi anni hanno dato una scossa alla piccola industria locale, ma la vera ricchezza è il turismo, in continua espansione, soprattutto lungo la costa. Nonostante la costante crescita economica (oltre il 3,5 per cento annuo), il livello della disoccupazione rimane attorno al 17 per cento.


Milo Ðukanović: Ventisei anni al potere

«Padre della patria» o «piccolo dittatore criminale», il potente e molto discusso
politico non ricopre più cariche ufficiali.

Nella storia contemporanea del Montenegro, una figura spicca solitaria su tutte le altre: quella di Milo Đukanović, «padre della patria» per alcuni e «piccolo dittatore criminale» per altri, uomo politico in grado di restare alla guida del paese dal 1991 e considerato ancora il reale dominatore politico del Montenegro, nonostante il passo indietro seguito alle elezioni del 2016, con la nomina di Duško Marković a nuovo premier. Nato a Nikšić nel 1962, Đukanović si è fatto presto strada nella Lega dei comunisti del Montenegro. Nel 1989, insieme a Momir Bulatović e Svetozar Marović diventa la «longa manus» di Slobodan Milošević  in Montenegro, per poi essere eletto giovanissimo (a 29 anni) a primo ministro, mentre la «Lega dei comunisti» si trasforma nel «Partito democratico dei socialisti» del Montenegro (DPS). Con lo scoppio della guerra con la Croazia, Đukanović si schiera decisamente col partito dei «falchi»: truppe montenegrine partecipano all’assedio e al bombardamento di Dubrovnik dall’autunno 1991 alla primavera 1992. Nel referendum sull’indipendenza del 1992 spinge perché il Montenegro resti unito alla Serbia nella nuova (e ridotta) Repubblica federale di Jugoslavia. Dopo la firma del trattato di Dayton (1995), che mette fine alla guerra in Bosnia, Đukanović inizia a prendere le distanze da Milošević, una mossa che gli permette di marginalizzare Bulatović e prendere il pieno controllo del paese.

Con la fine della guerra in Kosovo (1999), Đukanović cambia drasticamente ed inizia a spingere per la causa indipendentista, che trionfa nel referendum del 2006, trasformandosi in sostenitore convinto dell’ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Criticato in patria dalle opposizioni per il controllo su media e servizi segreti, e accusato di essersi appropriato dell’economia montenegrina e aver truccato a proprio favore varie tornate elettorali, a livello internazionale Đukanović è stato sotto i riflettori per i sospetti di aver intrattenuto rapporti amichevoli con esponenti della criminalità organizzata, e di aver partecipato attivamente al business del contrabbando di sigarette. La procura di Bari lo ha indagato ufficialmente, ma grazie all’immunità diplomatica il caso è stato archiviato. Nel 2015 l’«Organized crime and corruption reporting project» lo ha nominato «Persona dell’anno per corruzione e crimine organizzato», citando insieme alla questione del contrabbando i presunti rapporti con esponenti di spicco del crimine organizzato come Darko Šarić, Stanko Subotić e Naser Kelmendi, ma anche l’appropriazione di ingenti risorse pubbliche attraverso il controllo della «Prva Banka» e numerose privatizzazioni poco trasparenti realizzate dal suo governo. Dopo 26 lunghissimi anni al governo, dall’ottobre 2016 Đukanović non ricopre più cariche ufficiali. Tuttavia, l’attuale premier Marković, già direttore dei servizi segreti, è uomo di fiducia dello stesso Đukanović e dunque parte integrante del sistema di potere dominante.

Francesco Martino


La situazione religiosa:
Ortodossi, primi ma divisi

In Montenegro la confessione dominante è quella cristiana ortodossa. Seguita dall’islam.

Storicamente, la confessione dominante in Montenegro è quella cristiana ortodossa, che secondo gli ultimi censimenti raccoglie circa il 70% della popolazione. Oggi la maggior parte dei fedeli ortodossi aderisce alla Chiesa ortodossa serba, mentre un terzo degli ortodossi si riconosce nella Chiesa ortodossa montenegrina, nata nel 1993 in seguito all’allontanamento del paese dalla Serbia, e riconosciuta dal governo di Podgorica, ma non dalle restanti chiese ortodosse. Dal XVII secolo al 1852 il potere temporale e quello religioso, nell’allora regno semi-indipendente del Montenegro, hanno coinciso nella figura del re-vescovo della dinastia Petrović Njegoš, noto col titolo di «vladika». La seconda religione del Montenegro è l’islam, con quasi il 20% della popolazione: oltre che dalle diverse comunità di slavi musulmani, come i bosgnacchi e i gorani, la religione musulmana viene praticata anche dalla maggior parte della comunità albanese. I cattolici rappresentano invece poco più del 3% dei credenti: concentrati sul litorale, fanno soprattutto parte della piccola minoranza croata. Poco più del 3% della popolazione si è dichiarato ateo o agnostico.

Fra.Ma.

Montenegro
Francesco Martino