Rivista Missioni Consolata

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I perdenti 25. Dietrich Bonhoeffer

Germania
Mario Bandera

Dietrich Bonhoeffer nacque il 4 febbraio 1906 a Breslau (Breslavia), nella regione della Slesia, allora territorio tedesco (dopo la II Guerra mondiale la città sarebbe ritornata a far parte della Polonia con il nome di Wrocław, dopo quattro secoli di dominio austriaco, prussiano e nazista). Il padre Karl era un professore di Neurologia e Psichiatria, la madre Paula, cristiana fervente, dedicava molta cura e molto tempo all’educazione dei suoi otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Quando Dietrich aveva sei anni, la famiglia Bonhoeffer si trasferì a Berlino. I suoi genitori frequentavano la Chiesa luterana, ma con un’impostazione sostanzialmente laica e positivista. Il giovane Dietrich, invece, si avvicinava alla religione con animo pieno di inquietudine e di ricerca. Per cercare una risposta alle sue aspirazioni personali e spirituali, dopo il liceo decise di intraprendere gli studi teologici. Una scelta che avrebbe inciso profondamente nella sua vita.

Caro Dietrich, all’inizio della nostra chiacchierata, puoi dirci come maturò in te, dopo le scuole superiori, la scelta di iscriverti alla Facoltà di teologia?

Per rispondere alla tua domanda è necessario fare un passo indietro: avevo sedici anni quando, la mattina del 21 giugno 1921, mentre ero a scuola nel ginnasio di Grunewald, mi giunse l’eco degli spari che, a poca distanza dall’istituto, uccisero Walter Rathenau, ministro degli Esteri, davanti alla porta di casa. Fu allora che iniziò il mio turbamento: cominciai a domandarmi quale futuro potesse avere una Germania che assassinava i suoi figli migliori e quale risposta potessi dare io.

In famiglia come accolsero la tua decisione?

La mia vocazione allo stato religioso fu accolta in casa con una certa sorpresa, considerata più come una scelta curiosa che come una risposta a una vocazione. Secondo i miei genitori lo studio della teologia era una strada che non portava da nessuna parte, non offrendo sbocchi occupazionali né tantomeno lavorativi.

Tu però non la vedevi così…

No, anzi, durante i miei studi nelle Facoltà teologiche prima a Tubinga e poi a Berlino, maturai delle profonde convinzioni che avrebbero avuto una forte incidenza sulle mie scelte politiche successive.

L’ambiente universitario quindi influenzò e fece maturare la tua lettura della realtà del tuo tempo…

Fui molto colpito dalla teologia dialettica e dal pensiero del teologo protestante svizzero Karl Barth. Leggendo e approfondendo i suoi scritti, aumentai di molto il mio bagaglio teologico. Terminai i miei studi laureandomi nel 1930 con una tesi sulla Chiesa, dal titolo «Sanctorum communio», diventando allo stesso tempo pastore luterano e ottenendo a soli 24 anni l’abilitazione per la docenza universitaria.

Quale fu il tuo primo incarico accademico?

Dal 1931 al 1933, insegnai all’Università di Berlino, dove mi sforzai di coinvolgere gli studenti in un approccio innovativo alla teologia, teso a sensibilizzare le coscienze, in modo particolare sulla situazione politica della Germania di allora.

Nel tuo programma accademico avevi qualcosa di specifico da offrire ai tuoi studenti?

La mia fissazione come insegnante di teologia era la Chiesa, intesa come concreta comunità di uomini, che, in quanto tale, ha il dovere di calarsi nella realtà e combatterne le distorsioni, per realizzare una società giusta e fraterna, estranea a ogni tipo di odio e di violenza.

In quegli anni anche la tua famiglia faceva scelte in disaccordo con l’ideologia nazista che però guadagnava consensi sempre più ampi in tutta la Germania…

La mia opposizione sempre più forte al nazismo nasceva proprio dall’ambiente familiare. Basti pensare ai contatti che avevo con Gerhard Leibholz, il giovane di origine ebrea sposato con mia sorella gemella Sabine. Essi, nel 1933, lasciarono la Germania a seguito delle prime leggi razziali emanate dalla dittatura di Hitler, rifugiandosi negli Stati Uniti.

Questo ti aiutò a prendere coscienza della depravazione presente nell’ideologia nazionalsocialista e cominciasti a reagire di conseguenza…

Compresi la grande aberrazione dell’antisemitismo e presi posizione pubblicamente contro la «clausola ariana» che era stata inserita negli statuti della Chiesa protestante, imposti dal regime nazista. Scesi in campo in prima persona per denunciare l’allucinante deriva del potere politico in Germania.

Che scelte facesti allora per contrapporti all’ideologia nazista?

Mi schierai con la cosiddetta «Chiesa confessante», cioè quella parte della Comunità evangelica protestante che aveva imboccato la via della resistenza al regime, e cominciai a organizzare seminari e corsi di studio per far conoscere la situazione in cui ci trovavamo. In più mi misi all’opera per stabilire contatti con l’estero, affinché fosse sostenuta la resistenza tedesca.

Immagino che il regime nazista non restò a guardare ciò che facevi…

I miei interventi pubblici furono lentamente ma inesorabilmente ostracizzati, in particolare quando, partecipando a una trasmissione radiofonica, accusai pubblicamente Hitler di essere «un seduttore». Immediatamente fu interrotto il programma e chiusa l’emittente radiofonica. L’interferenza del regime nella mia vita, col tempo, diventò sempre più capillare e invasiva, finché nel 1936 mi venne proibito di insegnare e, in seguito, di predicare e di scrivere.

Non ti restava molto spazio per svolgere le tue attività…

Alla fine del ’33 mi trasferii a Londra per fare il pastore e per svegliare le coscienze nei confronti del rischio che correva l’Europa di fronte al nazismo. Nel ’35 tornai in patria, ma le mie amicizie con gli ebrei e il mio impegno nelle file dell’opposizione erano noti a tutti. Fu quello il periodo in cui iniziarono i vari provvedimenti contro di me.

Nell’estate del 1939 riparai negli Stati Uniti, ma vi restai solo poche settimane prima di tornare nuovamente in Germania. L’amore per il mio popolo e la mia coscienza mi impedivano di stare a guardare mentre il mio paese precipitava nell’orrore e nella guerra ormai imminente.

Tornasti nonostante i pericoli che sapevi di correre. Puoi dirci che successe al tuo rientro?

Una volta rientrato in Germania, mi unii al gruppo di resistenza sorto attorno all’ammiraglio Wilhelm Canaris, impegnato a cercare una via d’uscita che evitasse il disastro totale della nazione tedesca, ma il 5 aprile 1943 fui arrestato dalla Gestapo. Iniziava così il mio calvario in varie prigioni del Reich.

Incarcerato, trovasti ugualmente il modo di scrivere lettere e appunti che, dopo la guerra, sarebbero stati pubblicati in un libro dal titolo «Resistenza e resa», un raro esempio di coerente adesione ai principi di libertà, patria, democrazia, pace, dialogo, ascolto dell’altro…

Nelle pagine scritte in prigione, tracciai alcune linee guida del mio pensiero teologico, cercando di illustrare la necessità di approfondire il mistero di Dio e il mistero dell’uomo, sforzandomi di mostrare come una vita con Dio e per Dio, con gli uomini e per gli uomini, sia il più alto valore della fede cristiana.

Scritti rivelatori di una vicenda umana e cristiana esemplare…

Io credevo fermamente nei valori della comunità, come necessaria risposta religiosa all’esistenza, come luogo del rispetto reciproco, e in quelli dell’interiorità che nessuna tirannia – men che meno quella nazista – può violare. E tutto ciò lo gridai con forza al mondo intero.

In tutti questi avvenimenti, oltre all’appoggio della tua famiglia, ne avevi un altro che ti stava particolarmente a cuore…

Quattro mesi prima del mio arresto, nel gennaio 1943, mi fidanzai con Maria von Wedemeyer, una giovane diciottenne tedesca che amai teneramente, ma che non potei sposare.

Dopo un breve passaggio nel campo di concentramento di Buchenwald, Dietrich Bonhoeffer fu trasferito nel lager di Flossenbürg presso Monaco. Là, dopo un processo farsa, fu condannato a morte e impiccato il 9 aprile 1945, a 39 anni, insieme all’ammiraglio Canaris, per espresso ordine di Hitler. Nei mesi che precedettero il crollo finale del nazismo, e che seguirono il fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, anche altri suoi familiari furono uccisi, quali dissidenti del regime: suo fratello Klaus Bonhoeffer, i mariti delle due sorelle Christine e Ursula, Hans von Dohnanyi e Rudiger Schleicher, con loro Ernst von Harnack, parente e frequentatore del circolo musicale in cui il gruppo clandestinamente si riuniva. Dal 1998, la sua statua è collocata in una nicchia della facciata dell’abbazia di Westminster, in Inghilterra: tiene in mano una Bibbia, ed è in compagnia, fra gli altri, di Martin Luther King, del vescovo Oscar Romero, di san Massimiliano Kolbe, in un ecumenismo del martirio, più eloquente di qualsiasi solenne dichiarazione.

Don Mario Bandera

 

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