Rivista Missioni Consolata

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Insegnaci a pregare 3:

«Dal deserto al cosmo per la storia»

Paolo Farinella

Non si può amare e non si può pregare nella confusione, nel frastuono e nella dispersione. L’intimità che non sia prostituzione esige riservatezza perché l’amore custodisce la persona amata e l’amore, come la preghiera, esigono la condizione preliminare del «silenzio», anzi dell’«ascolto del silenzio». Per questo occorre non solo «fare silenzio» dentro e attorno a noi, ma «essere silenzio», cioè abitarlo come luogo d’intimità (cfr Sap 18,14-15).

Lo sa il salmista che prega: «Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion, a te si sciolgono i voti» (Sal 65/64,2). È probabile che questo salmo sia stato formulato in terra d’esilio, lontano dal tempio di Gerusalemme, e che l’autore, privo dei sacrifici, dei riti e delle liturgie, si limiti a immaginare, in silenzio, il tempo del tempio, quando nulla ne faceva temere la distruzione. Il silenzio stesso è sacrificio, cioè offerta di lode, da qui si deduce che la preghiera sostituisce i sacrifici e non si esaurisce nelle formule, ma nel desiderio, nell’anelito di essere e stare con Dio. Come conciliare tutto questo con le condizioni di vita di oggi, in cui rumore, chiasso, frettolosità e superficialità sono onnipresenti?

Seduzione e deserto

Anche Dio, quando deve recuperare l’amore tradito e sporcato, non trova altra soluzione che condurre la donna/Israele nel deserto, nel cuore del silenzio, al riparo da sguardi indiscreti: «Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò sul suo cuore» (Os 2,16). Nemmeno Dio si può sottrarre alla pedagogia e alle dinamiche dell’innamoramento, se vuole che la sua relazione con l’amata sia vera e profonda. Per il profeta Osea, il «deserto» non è solo il luogo geografico dell’esperienza della liberazione dall’Egitto, ma è anche il luogo della solitudine e della riservatezza, il «dove» che custodisce da occhi estranei la persona amata perché l’amore totale non può avere come proscenio la piazza, ma solo lo spazio che unisce i due cuori.

Anche Gesù va nel «deserto» fisico, simbolo del deserto intenso della sua anima. In greco «deserto – èrēmos», da cui èremo, è luogo isolato, pur non assente dal mondo perché è nel mondo, ma non del mondo; luogo dove la dimensione della vita scorre non sulle onde agitate dei cavalloni del mare in tempesta, ma sugli alisei sottotraccia, dove il tempo ritma l’eterno e l’eternità scandisce l’essenziale dell’esistenza, purificando dalle scorie del superfluo. Nel deserto non si porta l’abito da sera o il vestito della festa: solo l’essenziale è consentito, ciò che non ingombra e non appesantisce. Il deserto è il luogo della purità del cuore e della limpidezza dello sguardo, dove per sentire anche il sussurro dell’amore e per vederlo basta «chiudere gli occhi».

Nel deserto non ci si può distrarre perché come custodisce, così uccide, pieno com’è di pericoli e insidie che impongono vigilanza e attenzione. Il deserto non ispira la preghiera per occupare il tempo, perché nel deserto non c’è tempo, ma soltanto il sole che brucia il giorno e impone il buio, allungando le paure come ombre e le tensioni come desideri. Nel deserto tutto è sospeso, anche la vita. In questo contesto la preghiera diventa la misura dell’essere, nell’aspetto del desiderio e dell’agire, del progettare e del realizzare. La verifica della vicinanza con Dio si trova solo se c’è il clima dell’ascolto nel silenzio che diventa attenzione assoluta all’altro/Altro. A questo livello non occorrono parole, perché basta «esserci».

La preghiera è – e non può non essere – relazione tra due innamorati. Da questo punto di vista pregare significa, lo abbiamo già detto, perdere tempo per la persona amata. Gesù, infatti, non sottrae tempo agli altri, ma solo a sé, al suo riposo, per dedicarlo al Padre, la Persona che ama più di ogni altro. «Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35). L’evangelista ci tiene a precisare che questo stile di Gesù è abituale, che cioè la sua vita è ritmata dalla preghiera non come un sistema di formule o obblighi da adempiere, ma come necessità interiore. Mentre tutti dormono, all’aurora, prima dell’alba, egli veglia sul mondo in comunione col Padre, facendosi carico delle fatiche e delle assenze dell’umanità. L’incontro col Padre per lui è la vita, la sua vita, e senza di esso non può vivere. Per Gesù pregare è illimpidirsi lo sguardo per adeguare sempre più la propria vita a quella del Padre e crescere in intimità con lui: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Pregare non è dire formule, ma imparare a «stare con…».

Due innamorati stanno insieme per uniformare pensieri, desideri, tenerezza, aspirazioni, progetti, sentimenti, volontà, decisioni, ecc. Gesù prega per mantenere la sua vita in conformità con a quella del Padre perché egli «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). In questo senso la preghiera diventa anche purificazione da eventuali tracce di egoismo narcisista e di tornaconto.

Fratel Arturo Paoli, profeta di oggi, fino alla sua morte, anche da centenario, si alzava ogni notte verso le quattro del mattino e trascorreva ore a dialogare con l’Amico, come fanno gli amanti. Qui stava la sorgente segreta della sua profezia visibile.

L’Eucaristia della testimonianza

La preghiera è un crogiolo che brucia le reste e lascia integro il frumento (cfr Lc 3,17) perché è un principio di trasformazione radicale. Se uno prega e non parla soltanto con se stesso, entra in intimità d’amore con il Signore e quando finisce di pregare non è più lo stesso perché passa dalla preghiera d’intimità alla vita di preghiera: egli prega vivendo, come prima viveva pregando; la vita diventa preghiera e la preghiera è vita, come dovrebbe essere in modo particolare il vivere l’Eucaristia.

Quando termina la celebrazione dell’Eucaristia, di solito si pensa che sia finito tutto: «La Messa è finita. Andate in pace». Ma non è così, perché finisce solo l’aspetto rituale della celebrazione, che è premessa indispensabile per l’Eucaristia della testimonianza che inizia da quel momento in poi, varcando la soglia della chiesa per entrare nel tempio del mondo. Si entra nella dinamica della vita ordinaria che è l’altare su cui celebriamo la lode, il pane, il vino, la condivisione, la fraternità delle nostre scelte, azioni e parole. Finisce la Messa del rito e inizia l’Eucaristia della vita nella liturgia della testimonianza che è il martirio quotidiano (cfr Sal 54/53,8; 116/115,17; Ger 17,26; Eb 13,15).

San Bonaventura, biografo di San Francesco d’Assisi, diceva di lui, come abbiamo più volte accennato, che «non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso era trasformato in preghiera vivente – non tam orans quam oratio» per dire della sua orante testimonianza.

Sul silenzio, il suo valore e la sua necessità per la vita, suggeriamo: H.J.M. Nouwen, Ho ascoltato il silenzio, Queriniana, Brescia 201215; F. Battiato, Il silenzio e l’ascolto. Conversazioni con Panikkar, Jodorowsky, Mandel e Rocchi, a cura di Giuseppe Pollicelli, Castelvecchi-Lit Edizioni, Roma 2014. Su Francesco di Assisi, cfr Tommaso da Celano, Vita Seconda, LXI,95, in Fonti Francescane. Scritti e biografie di San Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di santa Chiara d’Assisi, Movimento Francescano, Assisi 1977, 630 n. 682.

La preghiera non fa ripiegare mai su se stessi, non fa attorcigliare sull’io ma apre a prospettive nuove: invita ad andare sempre «oltre», ad altri villaggi, ad altri bisogni, ad altre incarnazioni, ad altri rischi di novità. Allarga l’orizzonte della vita ristretta per adeguarlo all’immensità della visione di Dio. Ecco perché bisogna imparare a pregare non per se stessi, ma per e con gli altri, per l’«ekklesìa» dentro la quale stanno anche i nostri bisogni e le nostre necessità, se è vero che Dio si prende cura degli uccelli e dei gigli del campo (cfr Mt 6,26-30). Se gli altri pregano per me, la loro preghiera è più grande e più forte perché sono in tanti (coralità ecclesiale) a pregare per me e perché è preghiera disinteressata e gratuita. Di questo metodo parleremo più avanti.

Imparare a pregare significa imparare a essere semplicemente se stessi nella consapevolezza di essere figli amati e stimati di Dio. Nel vangelo di Marco, pregare è lasciarsi scegliere da Gesù per tre obiettivi: «Stare con lui», «essere mandati a predicare» e «avere il potere di scacciare i demòni» (cfr Mc 3,13-15).

  • Stare con lui significa avere consuetudine di frequentazione diuturna e di vita.
  • Essere mandati esprime la coscienza della responsabilità della credibilità di Dio nel mondo.
  • Scacciare demòni vuol dire condividere con gli uomini e le donne di buona volontà le lotte della vita contro la fame, la sete e la povertà, la disoccupazione, la mancanza di casa e di dignità, che costringono la maggioranza dell’umanità a vivere prigioniera della febbre dell’ingiustizia, schiava di un sistema economico e umano che si nutre delle differenze e delle disparità e beve il sangue dei deboli crocifiggendoli sull’altare delle migrazioni.

Pregare è imparare a essere il «sacramento» della Shekinàh/Dimora/Presenza di Dio nel mondo per cominciare a costruire il regno della libertà secondo il Vangelo che è il cuore di Cristo. L’Eucaristia è la preghiera corale di tutta la Chiesa che misticamente, cioè realmente, ci rende partecipi a tutte le Eucaristie che si celebrano nel mondo, di cui ciascuno di noi è un frammento, un segno, una speranza, una promessa proiettate sul futuro. Ogni comunità eucaristica è la «Chiesa universale», rappresentata «sacramentalmente» che c’impedisce di chiuderci in noi, obbligandoci ad aprirci all’universo perché l’orizzonte dell’Eucaristia o è universale o semplicemente non è.

Pierre Teilhard de Chardin, il gesuita teologo e paleoantropologo, perseguitato dal Sant’Uffizio e poi parzialmente riabilitato, parlava di «Cristo Cosmico» e la sua «Messa sul mondo» era la visione di Cristo risorto, contemplata dalla prospettiva dell’evoluzione universale (Pierre Teilhard de Chardin, Inno dell’universo-La messa sul mondo-Il Cristo nella materia-La potenza spirituale della materia-Pensieri scelti, Queriniana, Brescia 2011). L’Eucaristia non può soddisfare un precetto individuale per tranquillizzare il dovere religioso «per non fare peccato»: sarebbe prostituzione di tornaconto. L’Eucaristia annuncia, proclama e condivide con l’umanità la Benedizione del Padre, Gesù il Signore, il «Vangelo» dato a noi. Il mondo si salverà da se stesso, se sapremo trasformare la nostra vita in preghiera e la nostra preghiera in vita.

Paràclito e Chiesa

Scendiamo in profondità e vediamo cosa accade nel «giorno del Signore». La domenica, un grappolo di fedeli si affretta alla spicciolata per «andare a Messa» – i più spiritosi dicono: «prender Messa» -, guardando l’orologio, in attesa che finisca presto. Quando tutto «è compiuto», si esce in fretta e si corre via a riprendere quello che si era interrotto, con la coscienza di aver perduto del tempo prezioso. Il vangelo di Giovanni col termine «Paràclito» indica lo Spirito Santo, inviato da Gesù Risorto: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (cfr Gv 14,16.26). Strettamente connesso a «Paràclito» è il termine «Chiesa – ek-klesìa», ma nessuno vi fa caso.

Il termine «ek-klesìa – chiesa» non appartiene alla tradizione evangelica, essendo molto tardivo. Esso ricorre solo 2 volte in Mt; 23 in At; 33 nelle lettere maggiori di Paolo [Rm, 1-2Cor e Gal]; 22 nelle lettere pastorali, attribuite a Paolo [Ef; Fil; Col; 1-2Tm; Ti e Filem]; 2 in Ebrei; 1 in Giacomo, nessuna in 1-2Pt; 22 nella letteratura giovannea [lettere e Ap] per un totale circa 105 occorrenze.

Possiamo dire che è un termine che non appartiene a Gesù, che non l’ha mai usato, ma alla tradizione successiva. Paràclito e Chiesa, dal punto di vista semantico, dunque, sono connessi. Ambedue i vocaboli derivano dal verbo base greco «kalèō – io parlo/chiamo».

  • Paràclito è composto con la preposizione «parà» che indica «vicinanza/accostamento», per cui «para-kalèō» significa «chiamo/invito/nomino in favore di… o a nome di…», e quindi anche «prego/invito/esorto/consolo». In italiano acquista il senso esteso e logico di «avvocato».
  • Chiesa si compone con la preposizione «ek-» che indica origine/provenienza, per cui «ek-klesìa» significa radunata/convocata/ riunita da Dio che ne costituisce il fondamento.

L’affinità semantica tra «ek-klesìa» e «parà-clito» non è solo linguistica, ma funzionale, di una reciprocità che bisogna mettere in luce; i due termini, infatti, non possono essere separati, pena la dissoluzione di senso di ambedue.

Alla luce di tutto questo, ecco cosa accade nel «giorno del Signore». I credenti sono chiamati, convocati, radunati dallo Spirito-Paràclito per costituire l’Ek-klesìa di Dio. Partendo dalla propria individualità e diaspora, ciascuno converge verso l’Altare, il nuovo monte del Signore, divenuto «fisicamente» segno del «raduno universale dei popoli per ascoltare la Parola del Signore» di cui parla Is 2. Nessuno di noi partecipa all’Eucaristia di sua iniziativa o per sua volontà, ma ciascuno risponde a una chiamata, per cui l’Eucaristia non è un «dovere», ma una vocazione dello Spirito cui si risponde non con una parola, ma con un gesto, un atto, «andando», come Abramo: «E Abramo partì» (Gen 12,4).

Se siamo figli e opera dello Spirito, in rappresentanza del mondo intero, del cosmo universale (Teilhard de Chardin), anche noi convergiamo dalle diaspore in un unico «luogo» per prendere coscienza di essere «popolo», santa Assemblea orante che, esercitando le funzioni sacerdotali dell’alleanza, prende atto della «Signoria» di Dio, ne accoglie il Lògos annunciato sul mondo, ricevendolo come benedizione e consolazione per riportarlo nel mondo come dono di Dio, spargendolo attraverso le parole, le azioni, le relazioni della vita di ogni giorno.

Altro che preghiere tisicucce e malferme in salute, altro che formule stantie e monotone! Altro che «messe a ore» o per togliersi il pensiero. L’Eucaristia è la preghiera per eccellenza, la sola che la Chiesa può elevare davanti alla Maestà del Lògos che risuona nel silenzio per essere a sua volta ridonato a Dio in una reciprocità di scambio, in cui il dare e l’avere è solo e soltanto il Lògos, la Parola di Dio fatta carne. È necessario uscire dall’isolamento egoistico dell’individualismo, scoprire il senso «ecclesiale» della preghiera che non è stare fisicamente insieme a recitare salmi o rosari, ma coscienza di espletare una «missione» in risposta a una chiamata che si consuma nel desiderio di essere «sacramento visibile» dello Spirito che ci convoca in «chiesa» per riconoscere lo Spirito attivo nella storia e in ogni singola persona.

Ci assumiamo così il compito di andare alla ricerca della sua Presenza, disseminata ovunque, portarla alla luce, adorarla e amarla. Con la morte e risurrezione di Gesù, la croce si frantumò in un’infinità di minuscoli pezzi che si sono dispersi in tutto il mondo e in «ogni carne» come scheggia di sofferenza e di dolore, come sigillo di risurrezione.

San Giustino (100-162/168), uno dei primi padri della Chiesa sub-apostolica, parla di «hòi lògoi spermatikòi – i semi del Verbo», (2 Apologia 8, 1-2; 10, 1-3; 13, 3-6), come se il Lògos, dopo avere ingravidato l’intera umanità attraverso lo Spirito suo, ora mandasse i suoi discepoli a raccogliere i diversi semi dispersi per radunarli in un unico popolo rinnovato e risorto.

«La riflessione non può prescindere dal riflettere sull’opera che nei singoli e nelle comunità svolge lo Spirito Santo che sparge i “semi del Verbo” in ogni costume e cultura, disponendoli ad accogliere l’annuncio evangelico. Questa consapevolezza non può non suscitare nel discepolo di Cristo un atteggiamento di dialogo nei confronti di chi ha convinzioni religiose diverse. È doveroso, infatti, mettersi in ascolto di quanto lo Spirito può suggerire anche agli “altri”». (Giovanni Paolo II, Omelia della Vigilia di Pentecoste, 10 giugno 2000, anno giubilare; sui «semi del Verbo» cf Conc. Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 11; Dich. Nostra aetate, n. 2).
Compito del cristiano è, quindi, immergersi negli eventi e nella storia per ricomporre il Cristo, riunendo i frammenti disseminati in ogni persona, in ogni cultura, in ogni tempo, in ogni religione, in ogni peccato, in ciascuno di noi. La vita è preghiera vivente.

Paolo Farinella, prete
(3 – continua).

Paolo Farinella